Commedia (Buti)/Purgatorio/Canto II

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Purgatorio
Canto secondo

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Purgatorio - Canto I Purgatorio - Canto III
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C A N T O     II.

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1Già era il Sol a l’orizonte giunto,
     Lo cui meridian cerchio coverchia
     Gerusalem col suo più alto punto:
4E la notte, che opposita a lui cerchia,
     Uscia di Gange fuor co le bilance,
     Che li caggion di man quando soperchia;
7Sì che le bianche e le vermillie guance,
     Là dove io era, de la bella Aurora
     Per troppa età te diveniano rance.
10Noi eravam lunghesso il mare ancora,
     Come gente che pensa il suo cammino,
     Che va col cuore, e col corpo dimora;
13Et ecco, qual sul presso del mattino,
     Per li grossi vapor Marte rosseggia
     Giù nel ponente sopra il suol marino;
16Cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,
     Un lume per lo mar venir sì ratto,
     Che il muover suo nessun volar pareggia,
19Dal qual, com’io un poco ebbi ritratto
     L’occhio per dimandar lo Duca mio,
     Rividdil più lucente e maggior fatto.

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22Poi d’ogni lato ad esso m’apparìo
     Un non sapea che bianco, e di sotto
     A poco a poco un altro a lui n'uscìo.
25Lo mio Maestro ancor non facea motto,
     Mentre che i primi bianchi apparver ali;
     Allor che ben cognobbe il galeotto,
28Gridò: Fa, fa che le ginocchia cali.
     Ecco l’Angel di Dio: piega le mani:
     Omai vedrai di sì fatti officiali.
31Vedi che sdegna li argomenti umani,
     Sì che remo non vuol, nè altro velo
     Che l’ali suoe tra liti sì lontani.1
34Vedi come le à dritte verso il Cielo,
     Trattando l’aire co le eterne penne,
     Che non si mutan come mortal pelo.
37Poi, come più e più verso noi venne
     L’uccel di Dio, più chiaro appariva;2
     Perchè l’occhio da presso nol sostenne,
40Ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
     Con un vasello snelletto e leggero,3
     Tanto che l'acqua nulla ne inghiottiva.
43Da poppa sta il celestial Nocchiero,4
     Tal che parea beato per iscripto;
     E più di cento spirti entro sedero.
46In exitu Israel de Aegypto
     Cantavan tutti insieme ad una voce,
     Con quanto di quel salmo è poi scripto.

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49Poi fece il segno lor di santa Croce,
     Unde si gittar tutti in su la piaggia,
     Et el sen gio, come venne, veloce.5
52La turba, che rimase lì, selvaggia
     Parea del loco, rimirando intorno,
     Come colui che nuove cose assaggia.
55A tutte parti saettava il giorno
     Lo Sol, ch’avea co le saette conte
     Di mezzo il ciel cacciato Capricorno;
58Quando la nuova gente alzò la fronte
     Ver noi, dicendo a noi: Se voi sapete,
     Mostratene la via d’andare al monte.6
61E Virgilio rispuose: Voi credete
     Forsi che siamo spirti d’esto loco;
     Ma noi siem peregrin come voi sete.
64Dianzi venimmo inanzi a voi un poco
     Per altra via, che fu sì aspra e forte,
     Che il salire oggimai ne parrà gioco.7
67L’anime che si fur di me accorte,
     Per lo spirar, ch’io era ancora vivo,
     Meravilliando diventaro smorte.
70E come a messaggier che porta ulivo
     Tragge la gente per udir novelle,
     E di calcar nessun si mostra schivo;
73Così al viso mio s’affiser quelle8
     Anime fortunate tutte quante,
     Quasi obliando d’ire a farsi belle.
75Io viddi una di lor traersi avante,
     Per abbracciarmi, con sì grande affetto,
     Che mosse me a far lo similliante.9

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79O ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
     Tre volte a lei dietro le mani avvinsi,
     E tante mi trovai con esse al petto.10
82Di meravillia, credo, mi dipinsi;
     Perchè l'ombra sorrise, e si ritrasse,
     Et io, seguendo lei, oltra mi pinsi.
85Soavemente disse ch’io posasse;
     Allor cognobbi chi era, e pregai,11
     Che per parlarmi un poco s’arrestasse.
88Rispuosemi: Così com’io t’amai
     Nel mortal corpo, così t’amo sciolta;
     Però m’arresterò; ma perchè vai?12
91Casella mio, per tornar altra volta13
     Là dove son, farò questo viaggio,14
     Diss’io; ma a te come tanta ora è tolta?
94Et elli a me: Nessun m’è fatto oltraggio,
     Se quei che leva e quando e cui li piace
     Più volte m'à negato esto passaggio:
97Chè di giusto voler lo suo si face.
     Veramente da tre mesi elli à tolto
     Chi à voluto intrar con tutta pace;
100Ond’io che era ora a la marina volto,
     Dove l’acqua di Tevero s’insala,
     Benignamente fui da lui ricolto
103A quella foce ov’elli à dritta l’ala:
     Perocché quivi sempre si ricollie,
     Qual verso d’Acheronte non si cala.
106Et io: Se nuova legge non ti tollie
     Memoria o uso a l’amoroso canto,
     Che mi solea chetar tutte mie vollie,

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109Di ciò ti piaccia consolar alquanto
     L’anima mia, che co la sua persona15
     Venendo qui, è affannata tanto.
112Amor, che ne la mente mi ragiona,
     Cominciò elli allor sì dolcemente,
     Che la dolcezza ancor dentro mi sona.
115Lo mio Maestro, et io, e quella gente16
     Ch’eran con lui parean sì contenti,
     Come a nessun toccasse altro la mente.
118Noi sedevam tutti fìssi et attenti
     A le sue note; et ecco il vecchio onesto,
     Gridando: Che è ciò, spiriti lenti?
121Qual negligenzia, quale stare è questo?
     Correte al monte a spogliarvi lo spollio,
     Ch’esser non lassa a voi Dio manifesto.
124Come quando colliendo biada o lollio17
     Li columbi adunati a la pastura,
     Cheti senza mostrar l’usato orgollio,18
127Se cosa appar ond’elli abbian paura,
     Subitamente lassano star l’esca,
     Perchè assaliti son da maggior cura;
130Così vidd’io quella masnada fresca
     Lassar lo canto, e fuggir ver la costa,
     Come uom che va, nè sa dove riesca;
133Nè la nostra partita fu men tosta.

  1. v. 33. suoe. In antico per suo e sua si disse ancora soo e soa, donde i plurali soi e soe, a’ quali frammesso l’u, ne derivò suoo e suoa, e suoi e suoe. E.
  2. v. 38. L’uccel divino,
  3. v. 41. C. M. vassello snelletto e leggiero,
  4. v. 43. C. M. stava
  5. v. 51. C. A. sen gì,
  6. v. 60. di gir al
  7. v.66. C. A. ormai ne
  8. v. 73. C. A. s’affisar
  9. v. 78. C. A. il similiante.
  10. v. 81. mi tornai
  11. v. 86, C. M. conobbi
  12. v. 90. C. A. m’arresto; ma tu perchè
  13. v. 91. C. M. Cassella
  14. v. 92. C. A. dove io son, fo io questo
  15. v.110. C. A. la mia persona
  16. v. 115. C. M. et io con quella
  17. v. 124. C. A. Siccome ricogliendo
  18. v. 126. C. M. alcun orgollio,

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C O M M E N T O


Già era il Sol ec. Questo è lo canto secondo, nel quale lo nostro autore incomincia a trattare de la piaggia e de la montata del monte infine al balso dove si comincia lo purgatorio, e dove finge essere la porta per la quale s’entra in purgatorio; e questo luogo finge l’autore essere deputato ai negligenti, che ànno indugiato a pilliare lo stato de la penitenzia alcuno tempo, o infine all’ultimo de la sua vita. E distingue questo luogo in 7: imperò che prima finge che sia uno luogo la piaggia, infine al monte, et in questo luogo finge che stiano li negligenti che ànno indugiato la loro penitenzia infine a la fine, occupati dai diletti mondani, vani et ingannevili; e di questi tratta in el secondo canto de la presente cantica nel quale ora siamo. E tanto tempo finge che stiano quive, quanto stetteno ne la vita negligenti, inanti che venisseno a la penitenzia; poi finge che sia lo primo dove si monta con fatica grande, et in questo luogo fìnge che stiano li negligenti che ànno indugiato la loro penitenzia alcuno tempo, o vero infine a la fine, per paura de la sentenzia del pastore de la chiesa, perchè sono stati scomunicati e di questi tratta nel iii canto della ditta cantica, e finge che stiano quive, per ogni uno anno che sono stati scomunicati, 30. E poi finge che sia lo terzo luogo più su che ’l secondo dove si monta con fatica grande; et in questo luogo finge che stiano li negligenti, li quali sono stati negligenti naturalmente in tutte le cose, sì che nelli atti virtuosi e de la penitenzia anco sono stati negligenti; ma pur si sono ricognosciuti al fine o inanti; e de questi tratta nel iv canto della detta cantica, e finge che stiano quive altrettanto tempo, quanto ànno perduto nel mondo, per la loro negligenzia. Unde è da notare che due son le condizioni de li omini di questa vita; cioè omini che sempre sono vissuti in penitenzia, poi che ànno avuto cognoscimento, sì che vissuto civilmente, ogni anno si sono confessati e seguito quel che si richede a la penitenzia, come si dirà di sotto; e questi finge che montino suso senza indugio, infine al purgatorio e faccino l’osservanzie che si dirà, et entrino dentro a purgarsi de la colpa pienamente; e l’altra è d’omini che sono stati negligenti a la penitenzia o pogo 1, o assai, infine a la fine, e questi finge che si purghino di questa negligenzia, solamente spettando nel santo luogo che è infine al purgatorio. Appresso finge che sia lo quarto luogo del monte, lo quale si monta con minor fatica [p. 37 modifica]che il terso, e lo terso che il secondo, e lo secondo che il primo; et in questo luogo fìnge che stiano li negligenti che ànno indugiato la loro penitenzia infine a la fine, per cagione 2 de la morte accidentale che li à prevenuti; e di questi tratta nel v canto della presente cantica, e finge che vi stiano tanto tempo, quanto sono stati negligenti. Oltra questo finge che sia lo quinto luogo del monte, dove si monta anco con minor fatica che nel quarto; et in questo luogo finge che stiano li negligenti che ànno indugiato la loro penitenzia per l’occupazione de li studi de le scienzie, e de le occupazioni dell’arme od altre occupazioni, ne le quali ànno finita la loro vita per cagione de le cose familliari, vissuti civilmente infine all’ultimo; e di questi tratta nel vi canto de la presente cantica, e fìnge che vi stiano tanto tempo similmente, quanto ànno indugiato la loro penitenzia. E poi finge che sia lo sesto luogo del monte, e quive anco si monta con minore fatica che nel quinto; et in questo luogo finge che stiano li negligenti che sono stati nel mondo, alcuno tempo, ovvero infine a la fine, a venire a la penitenzia per l’occupazione de la signoria, e del reggimento de la republica esercitati ne le virtù politiche; e di questi tratta nel vii et viii canto di questa cantica, e finge che vi stiano tanto tempo, quanto sono stati negligenti nel mondo a venire a lo stato de la penitenzia. Et è da notare che l’autore finge che tutti possano andare infine al purgatorio sì, che a niuno è vietato andare infine quive; ma tutti si tornano al luogo suo, infine che ànno compiuto la sua penitenzia de la negligenzia de l’aspettare; e chi avesse peccato in tutte le 6 specie dette di sopra, in ogni luogo de’ detti 6 luoghi sta tanto, che sia purgato quel grado di negligenzia. E questo si dè intendere secondo la fìzione de l’autore; et allegoricamente si dè intendere di quelli del mondo, che tanto di tempo perdeno, quanto stanno negligenti a tornare a la penitenzia; e li scomunicati per ogni uno, 30: imperò che perdono, mentre che stanno scomunicati, lo merito de la santa chiesa che è valevile per virtù del sangue di Cristo venduto 30 denari, che no ne partecipano mentre che stanno scomunicati. Et oltra questo pone lo vii luogo, ove finge esser coloro che sono purgati de la negligenzia loro venuta per le dette cagioni; la quale negligenzia finge l’autore che si purghi solamente col tempo e coll’aspettare; e poi quive s’assolveno da la colpa et entrano per la porta del purgatorio a purgare la colpa loro delli altri peccati commessi nel mondo co la pena, mandati dentro per l’angiulo 3 che finge che vi stia a guardia, e di questo tratta ne lo ottavo canto della presente cantica. E però [p. 38 modifica]divisa questa terza parte de la prima parte de la cantica presente, ora è da dividere questo secondo canto dove si tratta de’ negligenti nel primo grado; lo quale canto si divide in 2 parti: imperò che prima descrive lo tempo e finge l’avvenimento dell’angiulo 4 col legno carico d’anime per la marina a la piaggia; nella seconda parte finge che ne ricognosca alcuna, e parli co lei quive: l’anime che si fur di me ec. Questa prima si divide in parti 5: imperò che prima descrive lo tempo; nella seconda finge che vedesse venire uno splendore per mare, quive alla piaggia et incomincia: Noi eravam lunghesso ec.; nella terza finge come Virgilio li manifesta che è l’angiulo 4, et incomincia quive: Lo mio Maestro ec.; nella quarta finge come lo cognove e descrive quello che fe, quive: Poi, come più ec.; nella quinta finge come parlasse co la turba, che quive era venuta, quive: La turba, che rimase ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo co le allegorie e moralitadi.

C. II — v. 1-9. In questi tre ternari lo nostro autore discrive lo tempo, e finge che, poi che fu giunto con Virgilio ne la piaggia del purgatorio, e che Virgilio ebbe parlamentato con Catone, venne l’aurora e fecesi di’, dicendo così: Già era il Sol a l’orizonte giunto: l’orizonte, come altra volta è stato detto, è lo cerchio tondo che termina l’uno emisperio e divide dall’altro, et intende l’autore de l’orizonte che a noi è occidentale, lo quale a coloro dell’altro emisperio è orientale, sì che a Dante, che finge che fusse di là, era orientale. Lo cui meridian cerchio: lo cerchio meridiano è quello che divide l’uno e l’altro emisperio in due parti equali: imperò che tanto è distante da oriente, quanto da occidente, coverchia Gerusalem col suo più alto punto; questo meridiano cerchio viene sopra Gerusalemme e ne la sua maggiore altessa. E questo dice, per dare ad intendere che Gerusalemme è nel mezzo del mondo; et è chiamato meridiano lo cerchio: imperò che quando si trova lo sole sotto quello o alto, o basso che vada, si è mezzo di’. E la notte, che opposita a lui; cioè al sole: sempre la notte è opposita al sole sì, che quando lo sole si corica in occidente, la notte si leva dall’oriente, cerchia; cioè cinge lo mondo come fa lo sole, che gira nel cielo sopra la terra; e così la notte sempre opposita a lui gira ancora lo mondo, Uscia di Gange; questo Gange è uno fiume, che è nel nostro oriente, grandissimo fiume. E dice santo Isedoro 5 che la Teologia lo chiama Geon, e dice che esce del paradiso delitiarum, et entra in mare correndo inverso l’oriente; e però lo chiamano li autori foce orientale, come Ibero che è ne la Spagnia, fiume che corre inverso lo nostro occidente, chiamano foce occidentale. E però dice che la notte sia 6 fuor di Gange; cioè fuor de la nostra foce orientale, sicché [p. 39 modifica]nel nostro emisperio s’incominciava a fare notte; e lo sole usciva nell’altro emisperio fuor di libero; cioè 7 de la nostra foce occidentale, che è a li abitanti nell’altro emisperio, orientale. fuor co le bilance; cioè col segno che si chiama Libra, e per questo significa che lo sole fusse a l’ora in Ariete: imperò che, se escendo fuora Libra si facea notte, seguita che andando giuso Aries nel quale era lo sole, si facea di’ ai nostri antipedi, dove finge Dante ch’elli fusse, quando finge che fusse al monte dell’isula 8 del purgatorio. Che li caggion di man; cioè le bilance, quando soperchia; cioè quando cresce la notte e manca lo di’; e questo è quando lo sole è in Libra che vengano 9 le notti ad equalità col di’: imperò che tutta via vegnano mancando li di’ infine al principio del segno; et allora sta pari lo di’ co la notte, e poi incomincia la notte ad avansare lo di’; sicché allora si dice tenere le bilance, quando la notte è in Libra, et allora dice che li caggiano di mano quando è soperchiata la notte, che il sole è in Libra, e la notte in Ariete. Sì che le bianche e le vermillie guance; dice guance avendo respetto a la fizione dei poeti che fingeno che Aurora sia una femmina che à ad aprire le porti del palasso del sole, quando lo sole si leva; e per questo s’intende la chiarezza che procede lo sole; dice vermillie e bianche: imperò che, quando lo sole si leva, li vapori che si trova inanzi co li raggi suoi prima imbianca, e poi approssimandosi più li fa vermilli, e poi quanto più s’appressa li fa gialli, e così li dirada et anichila in tutto, e però dice: de la bella Aurora: imperò che molto par bella quella parte del di’, Là dove io era; cioè nell’altro emisperio, Per troppa etate; cioè per più tempo, diveniamo rance; cioè gialle. E per questo vuole significare che era già inalzata la mattina, e che era già passata l’aurora: tanto era montato lo sole di là; e questo è stato necessario a la finzione de l’autore, che finge che non si possa montare lo monte del purgatorio se non col sole, come apparrà di sotto.

C. II — v. 10-24. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che, guardando inverso il mare, vidde venire uno splendore su per lo mare, e descrive come era fatto. Dice così: Noi; cioè Virgilio et io Dante, eravam lunghesso il mare ancora; cioè allato al mare, che non c’eravamo ancora partiti da esso, Come gente che pensa il suo cammino; quasi dica: Noi non andavamo, che non sapevamo come dovessemo andare e pensavamo de la nostra via, Che va col cuore, e col corpo dimora; chi pensa del cammino che dè tenere va coll’animo e sta col corpo. Et ecco, qual sul presso; cioè in su l’ora che è presso al mattino; cioè da mattina, e però dice del mattino, Per li grossi vapor: sempre la notte ingrossa li vapori che esceno della [p. 40 modifica]terra umida, o vero dell’acque, attratti lo di’ dal sole, e però biancheggia l’aurora e poi rossica 10 e poi ingialla, secondo che il sole più s’appressa come fu detto di sopra, Marte; questo è uno dei sette pianeti, più alto che il sole, e di sopra a lui è Giove e poi Saturno, rosseggia; cioè appare rosso, Giù nel ponente; dice perchè, quando Marte al mattino è nel ponente, lo sole è distante da lui nel levante, sopra il suol marino; cioè sopra la pianura e la superfice del mare. E fa qui una similitudine che, come Marte rosseggia nel ponente al mattino; così viddi venire uno lume su per lo mare in verso l’isula dove finge ch’elli fusse, et adatta la similitudine, dicendo: Cotal m’apparve; questo lume ch’io viddi, quale è Marte detto di sopra; cioè ne la mia fantasia si dè intendere: imperò che altramente parrebbe pregare contra sè medesimo: imperò che, come debbiamo sapere, elli non lo vidde se non co la fantasia; et aggiunge per affermare la sua osservazione, quasi dica: Se io dico vero, così lo possi io anco vedere, e però dice: s’io; Dante, ancor lo veggia; questo lume che era uno angiulo, come apparrà di sotto, lo quale àe desiderio di vedere ancora, Un lume per lo mar venir sì ratto; cioè parve a me Dante, Che il muover suo nessun volar pareggia; cioè più veloce venia, che alcuno uccello possi volare, Dal qual; cioè lume, com’io; cioè Dante, un poco ebbi ritratto L’occhio; e rivolto a Virgilio, per dimandar lo Duca mio; cioè Virgilio, che lume questo era, Rividdil più lucente e maggior fatto; per che s’era più approssimato, Poi d’ogni lato ad esso; lume, m’apparìo; cioè alla vista mia, Un non sapea che bianco, e questo bianco era due ale che avea questo angiulo; ma l’autore finge che per la distanzia nolle 11 scorgesse, e di sotto A poco a poco un altro; cioè bianco, a lui n’uscio; e questo era la stola bianca co la quale si dipingono li angiuli sì, che non si pare niuna forma corporale, se non nel volto. Li angiuli quanto a la verità non ànno alcuna forma corporale: imperò che sono spirito; ma dipingonsi col volto umano, a dinunziare che ànno volontà libera, ma ora è confermata in grazia: e con l’ali, a significare la loro leggeressa che subitamente possano essere dove vuolliano: e sono due bianche, a significare la memoria e lo intelletto puro che ànno: e la stola bianca, a significare che in loro è tutta nettessa da ogni peccato.

C. II — v. 25-36. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come Virgilio, cognosciuto l'angiulo 12 lo manifesta a lui, dicendo: Lo mio Maestro; cioè Virgilio, ancor non facea motto, Mentre; cioè infine a tanto, che i primi bianchi; veduti da lungi, apparver ali; com’elle erano. Allor che ben cognobbe; Virgilio, il galeotto; cioè l’angiulo, [p. 41 modifica]Gridò: Fa, fa; a Dante, e replica due volte a maggiore esortazione, che le ginocchia cali; cioè che t’inginocchi. Ecco l’Angel di Dio: ecco che liel manifesta, piega le mani; cioè chinale giù addoppiate a farli reverenzia per l’amore di Dio e del prossimo: duo sono li atti de la riverenzia che si rende a Dio et ai santi; cioè lo inginocchiare et adiungere le mani, che significano rimentimento de la affezione e dell’opere a colui a cui lo fano 13. Omai; cioè ingiù mai, vedrai di sì fatti officiali; come è questo; cioè vedrai delli angiuli che sono officiali e messi di Dio, che infine a qui ài pur veduto de’ dimoni . Vedi che sdegna li argomenti umani; cioè che, ben che vegna per mare, non usa li argomenti delli omini a navigare, Sì che remo non vuol, nè altro velo: lo remo e la vela sono li argomenti con che navigano li omini, li quali non vuole l’angiulo, Che l’ali suoe; cioè se non che vuole l’ali suoe: queste due ali sono l’amore di Dio e del prossimo lo quale è in li angiuli perfettamente; e queste due ali, cioè l’amore di Dio significato per la ritta ala, e l’amore del prossimo significato per la sinistra fanno volare li angiuli l’anime umane a Dio, tra liti s’ lontani; cioè tra le piaggie sì da lungi. Ben sono da lungi secondo la lettera la piaggia di Roma, e la piaggia di quella isula 14; ma secondo l’allegoria s’intende litteralmente ancora che sono molto differenti in questa vita temporale, da la 15 quale l’uomo si parte coi sacramenti de la santa chiesa morendo ne la sua obedienzia; e l’altra vita che è poi perpetua, benché prima si stia a tempo 16: imperò che quella è ancora in carne, e questa è in spirito sì, che ben sono da longe 17; o volliamo intendere che sono molto da lungi la confessione e contrizione del peccato e la penitenzia che è satisfazione a la colpa coll’opera. Vedi come le à dritte; cioè l’angiulo l’ale, dice Virgilio a Dante, verso il Cielo; cioè verso Dio, che essenzialmente sta in cielo: perfettamente e dirittamente l’angiulo ama Dio, e per l’amore di Dio lo prossimo, Trattando l’aire; cioè dibattendo l’aire, co le eterne penne; cioè co le penne de le dette ale che sono tutte le virtù, le quali sono ab eterno, come Dio che le produsse ab eterno: chè l’ale de li angiuli, nè li angiuli non sono ab eterno; e però intendendo de quelli, si dè intendere che eterne si pogna per perpetue, Che non si mutan come mortal pelo; fa comparazione di quelle penne ai peli umani, dimostrando che quelle sono immutabili e durabili in eterno, perchè sono confermati in grazia; ma i peli umani ànno mutamento nell’età, e poi non durano che vegnano meno. [p. 42 modifica]

C. II — v. 37-51. In questi cinque ternari lo nostro autore fìnge la venuta dell’angiulo a la piaggia, dicendo: Poi, come più e più verso noi venne L’uccel di Dio; cioè l’angiulo quanto più s’approssimò a noi; cioè Virgilio e a me Dante, più chiaro appariva; e più splendiente, Perchè; cioè per la quale cosa, l’occhio da presso nol sostenne; cioè l’occhio di Dante per lo troppo splendore, Ma chinali giuso; cioè l’occhio, io Dante, e quei sen venne a riva; cioè l’angiulo con la sua navicella venne a la piaggia del purgatorio, e però dice: Con un vasello; cioè con una navetta: ogni cosa che tiene si può chiamare vagello, snelletto; cioè sottile, e leggero: li legni leggieri e sottili sono quelli che mellio vanno per mare. Questa navetta significa l’assoluzione de la colpa de la santa chiesa la quale va sopra l’acque; cioè sopra li popoli sì leggiera, che li popoli niente n’occupano, e porta l’anime che sono nel mondo da la confessione a la penitenzia; e quelle che si parteno del mondo ne l’obedienzia de la santa chiesa, porta al purgatorio, guidantele l’angiulo; cioè lo messo di Dio, co la grazia di Dio cooperante e consumante, co la quale l’angiulo conduce l’anime di questa vita al purgatorio. Tanto che l’acqua; cioè del mare, lo quale navigava quella navetta, nulla ne inghiottiva; cioè tanto era leggieri, che nulla v’entrava dell’acque; tutta stava sopra l’acque; e questo dice, per mostrare che la grazia del Santo Spirito la quale s’acquista nell’assoluzione, intendendo dell’anime che passano di questa vita, le fa passare sì leggermente sopra l’amaritudine de la morte eterna, che significa per lo mare, che nulla ne torcea 18. Da poppa; cioè de la ditta navetta, sta il celestial Nocchiero; cioè l’angiulo governatore di questa navetta: la poppa è l’ultima parte dove sta nel legno lo governatore, lo quale osserva lo legno col timone. Questo si può dire che l’autore finge litteralmente, per fare verisimile la sua fizione; et allegoricamente s’intende che lo prete, ch’àe l’autorità d’assolvere, sta all’ultimo atto de la confessione e dirizza e governa la volontà de l’omo co l’assoluzione e col suo consillio. Tal che parea beato per iscripto; cioè sì fatto era l’angiulo, che ben parea scritto per beato; cioè ben parea confermato in grazia com’elli era, E più di cento spirti entro sedero; in quella navetta, che finge l’autore che guidasse l’angiulo; e per questo dà ad intendere la quantità grande dell’anime che ad ogni ora giungeno al purgatorio, In exitu Israel de Aegypto; questo è principio d’uno primo salmo che David compose, parlando in persona del popolo di Dio, quando fu liberato de la servitù di Faraone e guidato per lo disserto 19 in terra di promissione; e questo finge l’autore che cantasseno quelle anime che erano in su la navetta, a [p. 43 modifica]significare che ringraziavano Dio che erano uscite d’Egitto; cioè de la servitù del dimonio e del peccato, e venute in terra di promissione; cioè al purgatorio a la penitenzia, e però dice: Cantavan; quello, e ch’è in mezzo del verso si dè pilliare innanti, tutti; quelli spiriti, insieme ad una voce; lo salmo detto di sopra; cioè In exitu ec., Con quanto di quel salmo è poi scripto; cioè con tutto l’avanzo. Poi fece il segno; lo detto angiulo, lor; cioè a quelli spiriti, di santa Croce; cioè che li benedisse, segnandoli col segno de la santa croce, Unde si gittar tutti in su la piaggia; dell’isula del purgatorio li detti spiriti, Et el sen gio; cioè l’angiulo se n’andò, come venne, veloce; cioè presto come venne, per andare per li altri. Questa parte de la navetta e de l’angiulo sposta allegoricamente per quelli del purgatorio, mellio si spone per quelli del mondo, come credo che fusse la intenzione de l’autore in questa forma; cioè che la navetta sottile e leggera significa la volontà umana la quale è tanto sottile che ogni grossezza passa; cioè li monti, li muri et ogni altra cosa; e tanto leggiera, che da occidente vola in oriente. Questa volontà, quando è governata e retta da la grazia illuminante e cooperante di Dio, significata per l’angiulo, passa dal peccato a la penitenzia sopra tutte le tempestadi del mondo e sopra le flussibilità de’ vizi per lo mare significata, per la vanità dei beni mondani significati per l’aire, senza esser quinde occupata; la quale grazia la conduce con l’ali de la fede, la quale si dice bianca perchè dè essere la fede pura; unde Virgilio: Cana Fides, et Vesta ec. Queste due ali sono la ritta li articuli de la fede spettanti a la divinità; e la manca li articuli spettanti all’umanità di Cristo: la stola bianca, ch’è di sotto la chiesa santa, la remissione dei peccati per lo battesimo, la finale resurrezione; e con queste spinge la grazia di Dio la volontà dal peccato a l’apparechiamento de la penitenzia, incominciandosi dall’obbedienzia de la santa chiesa, unde si dè incominciare l’atto de la penitenzia. E questo par che vollia il testo, e quanto finge l’ali bianche e la stola, in quanto dice: Vedi che sdegna li argomenti umani: imperò che i Teologi diceno: Fides est substantia sperandarum rerum, et argumentum non apparentium; e per tanto volse intendere che usava li argomenti de la fede. E se altri volesse ostare con quello testo che dice Trattando l’aire co le eterne penne; dicendo che la fede non è eterna, desi rispondere che l’autore intese quanto al merito, benchè l’atto de la fede vegna meno, di po’ la resurrezione finale non verrà meno lo suo merito; unde dice la santa scrittura: Fides quid tibi praestat? Vitam aeternam.

C. II — v. 52-66. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come quella gente incominciò a parlare con lui e con Virgilio, dicendo così: La turba, che rimase lì; cioè quine, partitosi l’angiulo, selvaggia; cioè salvatica, Parea del loco; cioè parea non saputa del [p. 44 modifica]luogo, rimirando intorno; per vedere dove dovesse andare, Come colui che nuove cose assaggia; de le quali non à anco esperienzia. A tutte parti; ecco che descrive lo tempo, saettava il giorno Lo Sol; cioè era tanto alzato lo sole che a tutte le parti dei mondo saettava li suoi raggi, che sono cagione del giorno e de la chiarezza, ch’avea co le saette conte; cioè co le saette conte, cioè certe, cioè co li suoi raggi; queste sono le suoe saette, e dicenosi certe, perchè sempre percuoteno in certo luogo, Di mezzo il ciel cacciato Capricorno: Capricorno è uno dei segni del zodiaco et è di longe d’Ariete, sì che due segni vi sono in mezzo; cioè Pisces che è allato ad Ariete e va innanti a lui, e poi Aquario e poi Capricorno, sì che essendo lo sole in Ariete, quando si levava, conveniva che Capricorno, che inanzi a lui era lo terzo segno, fusse in mezzo lo cielo; et alsando più lo sole, convenia che Capricorno fusse passato di là dal mezzo et ito verso l’occaso; sì che per questo vuole dare ad intendere che ’l sole era alsato da l’oriente 20 tutto lo segno d’Ariete, sì che conveniva che tutto Capricorno avesse passato lo mezzo, come Ariete avea passato l’orizonte; e quando lo sole serà al mezzo del cielo, allora Capricorno serà a l’orizonte occidentale e così poi oltra circularmente; e per questo vuole dare ad intendere che era alta mattina. Quando la nuova gente; cioè che era venuta di nuovo, alzò la fronte Ver noi; cioè verso me Dante e Virgilio, per cognoscerci e parlare con noi, dicendo a noi; cioè a Virgilio et a me: Se voi sapete, Mostratene; a noi, la via d’andare al monte; cioè del purgatorio. E Virgilio rispuose; a loro: Voi credete Forsi che siamo spirti d’esto loco; cioè abitatori di questo luogo, e però ci dimandate; Ma noi siem peregrin; cioè stranieri da questo luogo, venuti di nuovo, come voi sete; voi che siete venuti avale. Dianzi venimmo inanzi a voi un poco; presso a la levata del sole, Per altra via; perchè venneno per lo inferno e dal centro del Lucifero 21 in su per lo luogo oscuro et alto; e voi siete venuti per lo mare, e però dice: che fu sì aspra e forte; quanto immaginarsi può per chi à veduto la cantica prima, Che il salire oggimai ne parrà gioco; cioè si dilettevile et agevile; cioè, considerata la pena eterna che si conviene al peccato, ci parrà agevile la pena temporale che ànno quelli del purgatorio. E qui finisce la prima lezione del secondo canto.
L’anime che si fur di me ec. Questa è la seconda lezione ne la quale finge che ricognosci 22 l’autore alcuna di quelle anime, e che parli con lei; e dividesi questa lezione in 5 parti, perchè prima finge come quelle anime, accortesi che Dante era vivo, tutte s’affissero a vederlo; ne la seconda, come una di quelle corse ad abbracciare [p. 45 modifica]Dante ricognoscendolo, e come dimanda Dante, perchè va a tal cammino, quive: Io viddi una di lor ec.; ne la terza, come Dante lo dimanda di sua condizione, e com’elli risponde, quive: Casella mio, per tornar ec.; ne la quarta, come Dante lo prega che li canti, e come Casella l’esaudisce, quive: Et io: Se nuova ec.; ne la quinta finge come Catone reprende la loro negligenzia, e com’elle riprese si parteno e vanno in verso il monte, quive: Noi sedevam tutti ec. Divisa la lezione, ora è da vedere lo testo co la sua esposizione.

C. II — v. 67-75. In questi tre ternari finge lo nostro autore che quelle anime, occortesi ch’elli era col corpo, tutte s’affissero a lui, dicendo così: l’anime; cioè dette inansi, che si fur di me; cioè Dante, accorte; cioè avvedute, Per lo spirar; cioè per lo fiatare, ch’io era ancora vivo: ogni corpo vivo spira e respira, attraendo l’aire senza la quale non si vive, Meravilliando; cioè prendendo meravillia di me, diventaro smorte: lo smortore precede 23 da paura, perchè ’l sangue corre al cuore per confortarlo che non vegna meno per la paura, e le cose meravilliose adduceno paura; però dice che meravilliandosi divenneno quelle anime smorte. E come; qui pone l’autore una similitudine che, come al messo che viene co l’ulivo ogniuno si li approssima, per saper novelle; così feceno quelle anime a Dante, e però dice: E come a messaggier che porta ulivo; come è usanza, quando significa cosa d’allegrezza come vittoria, pace et acquisto di terre, e simili cose; ma, come li autori pognano, li 24 ambasciatori soleano portare lo ramo dell’ulivo, quando andavano ad acquistare nuova amistà, Tragge la gente; che ’l vede venire, per udir novelle; ecco ’l fine, E di calcar: l’un l’altro, per più appressarsi e mellio udire, nessun si mostra schivo; cioè nessuno sè trattiene, Così al viso mio; cioè di me Dante, s’affiser quelle Anime fortunate; cioè felice, perchè erano nella grazia di Dio, tutte quante; non rimanendove 25 nessuna a drieto, Quasi obliando d’ire; cioè quasi dimenticando d’andare al fine loro; cioè a farsi belle; cioè a purgarsi da la colpa del peccato co la penitenzia, per andare poi a la gloria de’ beati. E qui si nota la loro negligenzia la quale procede da’ diletti mondani, per li quali molti indugiano la penitenzia. E però finge l’autore che siano di questa negligenzia puniti inanti che entrino in purgatorio nel luogo più basso, come questa è più grave negligenzia che sia cagionata da tutti peccati mortali, non pur da uno; e però finge che siano puniti di questa negligenzia ne la piaggia, che è luogo più basso che vi sia, stando quine tanto, quanto sono stati negligenti ne la vita.

C. II — v. 76-90. In questi cinque ternari lo nostro autore finge [p. 46 modifica]che avesse parlamentato con alcuna di quelle anime, la quale lo ricognove, et elli lei, dicendo: Io viddi; cioè io Dante, una; di quelle ombre, e però dice: di lor traersi avante, Per abbracciarmi; cioè me Dante, perchè mi ricognove, con sì grande affetto; cioè desiderio et amore, Che mosse me; cioè Dante, a far lo similliante; cioè ad abbracciare lei. Ma perchè non trovò lo corpo palpabile, però fa la seguente esclamazione, cioè: O ombre vane; dice delle anime che sono separate dal corpo che sono vane: però che appaiano palpabili e non sono, fuor che ne l’aspetto; cioè se non al vedere: imperò che al vedere paiano corporali, e non sono! Tre volte a lei; cioè a quell’ombra, dietro le mani avvinsi; cioè avvinghiai, E tante; volte, mi trovai con esse al petto; non stringendo nulla, perchè l’ombra non era palpabile, benchè fusse visibile lo corpo aereo di che si veste l’anima quando si parte dal corpo, secondo che fìnge l’autore in questa cantica nel canto xxv, et in questo così fatto corpo l’anima è passibile, come nel corpo carneo. E questo è secondo la volontà di Dio che fa che ’l fuoco sopranaturale che è nell’inferno e nel purgatorio sopra naturalmente opera ne li spiriti che sono incorporei e ne l’anime, e così l’altre pene che sono ne lo inferno e nel purgatorio; ma nel purgatorio non le pone per alcun modo palpabile: però che per sè medesimo volontarosamente sostegnano la pena; ma notevilmente disse l’autore che tre volte l’abbracciò; cioè per seguitare Virgilio, che disse nel sesto dell’Eneide: Ter conatus ibi collo dare brachia circum: Ter frustra comprensa manus effugit imago, Par levibus ec., e non sensa cagione disse Virgilio tre volte, e così lo nostro 26 autore; cioè per mostrare quando noi operiamo alcuna cosa, noi siamo prima mossi dalla concupiscenzia; e non venendo fatto quello che volliamo, l’irascibilità ci muove e facci rifare un’altra volta; e non venendo fatto, dice la ragione: Prova anco; e così si fa tre volte; e dipo’ la terza volta la ragione conchiude: Vedi che è impossibile, non fare più. In questa parte puossi muovere uno dubio 27; cioè che lo nostro autore contradica a sè medesimo: imperò che ne la prima cantica nel canto xxxii, dove l’autore dice: Allor lo presi per la coticagna, E dissi: El converrà, che tu ti nomi, O che qui su capel non ti rimagna; ecco che finge l’autore che l’ombre siano palpabili, e qui finge lo contrario, come appare nel testo, sicchè l’autore contradice a sè medesimo. A che si dè rispondere che l’autore non contradice intanto: però che a sostenere tormento e pena, finge che quel corpo aereo sia palpabile; ma non in altro modo, e l’afferrare per la cuticagna era tormento; questo abbracciare era a diletto, e però fìnge che quanto a questo fusse l’ombra impalpabile. Di meravillia; [p. 47 modifica]cioè per meravillia, credo, mi dipinsi; cioè io Dante diventai smorto, e mostrai l’ammirazione nel colore del volto, Perchè l’ombra; la quale io volea abbracciare, sorrise; cioè sogghignò, vedendo ch’io era beffato, e si ritrasse; dall’abbracciarmi; Et io; cioè Dante, seguendo lei; che si facea a rieto, oltra mi pinsi; inverso lei. Soavemente; cioè dolcemente, disse ch’io posasse; cioè ch’io stesse fermo: Allor cognobbi; io Dante nel parlare soave, chi era; questa ombra, perchè rappresentò lo parlare soave che ebbe in questa vita, e pregai; io Dante quella ombra, Che per parlarmi un poco s’arrestasse; cioè stesse ferma. Rispuosemi; quella ombra a me Dante: Così com’io t’amai Nel mortal corpo; lo quale io mi sono spolliata, così t’amo sciolta; cioè da quello mortale corpo liberata. Nei salvati tutte le virtù rimagnano et i vizi si perdeno, e nei dannati è lo contrario: imperò che, se alcuno atto virtuoso v’è stato, s’affoga da la moltitudine de’ vizi, e li vizi rimagnano: amare è virtù, perchè viene da carità, e però finge l’autore che durasse. Però m’arresterò; teco, ma perchè vai? Qui dimanda l’ombra a Dante de la cagione del suo viaggio, poi ch’àe risposto a lui.

C. II — v. 91-105. In questi cinque ternari lo nostro autore nomina l’ombra con cui fìnge aver parlato, e dimandala, fatto sua risposta a la dimanda prima a lui fatta; et ella li risponde, dicendo: Casella mio; così aveva nome quell’ombra, quando era nel mondo, per tornar altra volta Là dove son; s’intende, vado. Ecco ’l fine a che Dante andava; per tornare a la penitenzia, sicchè meritasse d’essere in purgatorio quando morisse; o volliamo secondo l’allegorico intelletto, però andava col pensieri trattando de lo stato de la penitenzia, per tornarvi coll’opera; e però adiunge 28 farò questo viaggio; co la mente quanto a la verità, benché poeticamente finga farla 29 corporalmente, Diss’io; cioè Dante a Casella 30 le parole dette di sopra. Questo Casella fu, secondo ch’io odo 31, fiorentino e fu buono cantore et intonatore di canti, sicché alcuno de’ sonetti, o vero cansoni dell’autore intonò, tra i quali fu quello che dirà di sotto; cioè: Amor, che ne la mente mi ragiona, e fu omo di diletti e tardò a venire a lo stato de la penitenzia quando fu nel mondo, occupato da vani diletti infine a l’ultimo; e però finge l’autore che lo trovasse in questo luogo; cioè ne la piaggia de l’isula 32 andando in verso ’l monte del purgatorio, e che de nuovo fusse portato quive da l’angiulo in su la navicella; ma perché era morto molto tempo inanti, dimanda l’autore, perchè tanto àe tardato a venire, dicendo: ma a te come tanta ora è tolta; cioè perchè se’ tanto tardato a venire a la [p. 48 modifica]purgazione, che moristi già è parecchi anni, e vieni avale quive? E muove qui l’autore uno dubbio lo quale solve poi ne la risposta di Casella, e lo dubbio è questo: Conciò sia cosa che quando l’anima si parte dal corpo, ella vada subitamente al termine dove si pillia la via o d’andare ine lo inferno, o d’andare in purgatorio, unde è che molte anime vegnano, come sono morte, al purgatorio, e molte penano più anni a venire poi che sono morte, sì come finge ora di Casella? A che l’autore finge che Casella risponda una risposta generale; cioè che questo è secondo la volontà di Dio, lo quale iustamente fa ogni cosa; e però dice: Et elli a me; cioè Casella disse a me Dante: Nessun m’è fatto oltraggio; cioè niuna iniustizia m’è fatta, se io non sono stato retenuto 33 inanti; e però dice: Se quei; cioè l’angiulo che tu vedesti deputato a questo officio, che leva; in su la sua navicella, e quando e cui li piace; e per questo nota la diversità del tempo e de le persone; cioè perchè tosto e perchè tardi, e perchè costui e non colui, Più volte m’à negato esto passaggio; cioè di navigare questo mare in su la sua navicella: Chè di giusto voler; cioè del Divino Volere che è sempre giusto, lo suo; cioè lo volere de l’angiulo, si face; questo vuole dire che l’angiulo vuole quello che vuole Idio, che non vuole se non giustamente. Veramente da tre mesi; cioè sono passati, elli à tolto; cioè che l’angiulo àe 34 ricevuto in su la sua navicella, Chi à voluto intrar con tutta pace; cioè chi à volsuto intrare ne la navicella, elli l’à ricevuto senza contradizione nulla. E questo finge l’autore, perchè l’anno del giubileo, che fu nel 1300, era incominciato ne la pasqua de la natività di Cristo che era passata forsi di tre mesi, lo marso che l’autore finge che avesse questa fantasia; sicché per questo dà ad intendere che chi si trova l’anno del giubileo a Roma, volto a la marina dove entra lo Tevero di Roma in mare, è senza dimoransa ricolto dall’angiulo in su la navicella; e però dice: Ond’io; cioè Casella, che era ora a la marina volto; cioè di Roma, e però dice: Dove l’acqua di Tevero; questo è lo fiume che va per Roma, s’insala; cioè entra nel mare nell’acqua salata, Benignamente fui da lui ricolto; cioè da l’angiulo in su la sua navicella, A quella foce; cioè del Tevero, ov’elli; cioè l’angiulo, à dritta l’ala; sua co la quale naviga: Perocchè quivi; cioè a quella foce, sempre si ricollie; per montare ne la navicella, Qual verso d’Acheronte; che è fiume infernale, e per questo s’intende lo inferno, non si cala; cioè non discende ne l’inferno. E questa è la sentenzia litterale la quale elli àe così fatta, per dare ad intendere allegoricamente di quelli del mondo, li quali illuminati da la grazia di Dio vegnano a lo stato de la penitenzia, quale tosto e quale tardi; [p. 49 modifica]ma tutti convegnano esser volti inanti a Roma; cioè a l’ubedienzia de la santa chiesa. E questa grazia concede Idio, quando vuole et a cui elli vuole; ma l’anno del giubileo la concede a chiunqua 35 la vuole: imperò che ogniuno è assoluto da colpa e da peccato 36 che va ben confesso e contrito a Roma. Ma potrebbesi dubitare; vuole l’autore che chi muore assoluto da colpa e da pena dal papa c’entri 37 al purgatorio? A che rispondo che no; ma finge di quelli che sono morti in altro tempo, che non ànno potuto passare infine a quive, secondo lo volere di Dio, che allora tutti ànno grazia d’andare a purgarsi, sicchè l’autore finge che quelli che muoiano ne l’ubidienzia de la santa chiesa vadano a purgarsi, chi subitamente come è morto, e chi più tardi e chi meno, secondo che piace a Dio, fingendo che in quello tempo stia in questo mondo, sostenendo pena di tempo e d’aspettare quive dove àe commesso lo peccato. E non pone l’autore la cagione, che de la predestinazione o de la presenzia 38 di Dio non fu mai nessuno che ne sapesse, o potesse rendere ragione.

C. II — v. 106-117. In questi quattro ternari finge l’autore ch’elli inducesse a cantare Casella alcuna sua canzone morale, composta et intonata già per lui, dicendo: Et io; cioè Dante, dissi a Casella: Se nuova legge; da quella che tu avei quando eri nel mondo, non ti tollie Memoria o uso: due cose tocca l’autore, che fanno l’omo abile a l’esercizio; cioè la memoria e l’uso; e però dice: Se nuova legge non ti tollie la memoria o l’uso a l’amoroso canto; cioè al canto che trattava d’amore, o vero che era sì piacente, che ogni uno facea di sè inamorare, Che mi solea chetar; cioè fare contente, tutte mie vollie; cioè volontadi, Di ciò; cioè di quel canto, ti piaccia consolar alquanto L’anima mia; che ne solea prendere consolazione, e così ne prenderà ancora, che co la sua persona Venendo qui, è affannata tanto: maggior affanno à la mente quando è nel corpo a comprendere le cose de l’altra vita, che quando è separata dal corpo. Amor, che ne la mente mi ragiona; questa fu una delle canzoni morali di Dante la quale questo Casella intonò e cantò, quando era nel mondo; unde finge l’autore che ora liela facesse cantare, e però dice: Cominciò elli; cioè Casella, allor sì dolcemente; quanto a la melodia del canto et a la sentenzia de le parole, Che la dolcezza ancor dentro mi sona; cioè e sì del canto e sì de le parole dentro ne la mente mi risuona ancora. Lo mio Maestro; cioè Virgilio, et io; cioè Dante, e quella gente; ch’era venuta in su la navicella con Casella, e però dice: Ch’eran con lui; cioè con Casella, parean sì contenti; cioè di [p. 50 modifica]quel canto, Come a nessun toccasse altro la mente; cioè come se non avesse altra cura; e questo fìnge l’autore: imperò che alcuna volta la vita de la penitenzia è interrutta da onesti diletti, com’era questo.

C. II — v. 118-133. In questi cinque ternari et uno versetto l’autore nostro finisce lo canto secondo; e finge come ellino e l’anime venute che stavano ad udire lo canto di Casella, riprese del perdimento del tempo e de la negligenzia da Catone, lassonno lo canto e corseno al monte, dicendo così: Noi; cioè Virgilio et io Dante e l’anime venute con Casella, sedevam tutti; perchè, per ascoltar lo canto, s’erano posti a sedere, fìssi; cioè fermati, per mellio intendere, et attenti A le sue note; cioè del canto di Casella, che cantava la cansone morale di Dante che incomincia, «Amor, che ne la mente mi ragiona» et ecco il vecchio onesto; cioè Catone, Gridando: Che è ciò, spiriti lenti? Ben si convenia che Catone riprendesse la loro negligenzia, la quale ebbe l’antiquo 39 suo, che fu detto Censorio perchè fu riprenditore de’ vizi, e così fu anco elli; e perchè allegoricamente significa lo stato libero de l’anima, come fu detto di sopra, lo quale stato dè avere chi va a la penitenzia, ben si conviene chiamare spiriti lenti, che per vana dilettazione del canto lassavano l’andare al monte de la penitenzia. Qual negligenzia; è questa, s’intende, se non vituperabile, quale stare è questo; ancora, se non vituperabile? Correte al monte; cioè del purgatorio e de la penitenzia, che è faticosa et alta come ’l monte, a spogliarvi lo spollio; cioè la macchia del vizio e del peccato, la quale si spollia co la penitenzia, Ch’esser non lassa a voi Dio manifesto: la macchia del peccato abballia sì lo nostro intelletto, che non può cognoscere, nè intendere Dio se prima non si purga co la penitenzia. Et usa lo nostro autore una similitudine, per mostrare come, ripresi da Catone, subitamente si partitteno, dicendo: Come quando colliendo biada o lollio Li columbi adunati a la pastura; questo dice, perchè questi uccelli vanno molto insieme a pasturare, Cheti senza mostrar l’usato orgollio; cioè che non roteano, nè non mormorano, come fanno quando non beccano, Se cosa appar ond’elli abbian paura; cioè cosa che li scacci, Subitamente lassano star l’esca; che ànno trovata, Perchè assaliti son da maggior cura; cioè di campare dal periculo 40; et adatta la similitudine, dicendo: Cosi vidd’io; cioè Dante, quella masnada fresca; cioè quelle anime che di fresco erano venute, Lassar lo canto; cioè di Casella, e fuggir ver la costa; cioè del monte del purgatorio, Come uom che va, nè sa dove riesca; cioè come l’omo che va per la via, e non sa u’ ella 41 capiti, Nè la nostra partita; cioè di Virgilio e di me Dante, fu men tosta; cioè fu meno [p. 51 modifica]sollicita: imperò che si partìno 42 altresì tosto. E secondo la lettera finge che si partisseno de la 43 piaggia et andasseno verso ’l monte; ma allegoricamente dà 44 ad intendere che la ragione e sensualità sua si cessò da la considerazione del canto di Casella, e ritornò a considerare la materia proposta del purgatorio e de lo stato de la penitenzia. E qui finisce lo canto secondo.

Note

  1. Pogo; poco, pel mutamento del c in g, come in ago, Federigo, miga per aco, Federico, mica e altrettali. E.
  2. C. M. per cagione d’occupazioni de l’arme e d’altre occupazioni, nelle quali ànno finito la loro vita per cagione della morte
  3. C. M. angelo
  4. 4,0 4,1 C. M. angelo
  5. C. M. Isidoro
  6. C. M. la notte uscia fuor
  7. C. M. cioè fuora della
  8. C. M. isola
  9. C. M. vegnano
  10. C. M. rosseggia
  11. C. M. non le
  12. C. M. l’angiolo
  13. Fano; ora meglio fanno, quantunque sia voce viva in parecchi luoghi della Toscana, e formata dalla consueta giunta del no alla terza persona singolare, come: eno, dano, stano per enno, danno, stanno. E.
  14. C. M. isola;
  15. C. M. nella quale
  16. C. M. tempo in purgatorio:
  17. C. M. lungi;
  18. C. M. nè tocca. Da poppa;
  19. C. M. diserto
  20. C.M. dall’orizonte
  21. C. M. centro dell’inferno in
  22. C. M. ne cognoschi
  23. C. M. procede
  24. C. M. pongano, li imbasciatori
  25. C. M. rimanendone
  26. C. M. così disse lo nostro autore;
  27. C. M. dubbio;
  28. Adiunge; aggiunge, alla guisa latina, come adiutorio adiettivo e simili. E.
  29. C. M. farlo
  30. C. M. Cassella
  31. C. M. ch’io credo,
  32. C. M. isola
  33. C. M. ricevuto innanti;
  34. C. M. l’angelo à ricevuto
  35. Chiunqua, adunqua e simili dissero i nostri antichi e così pronunzia tuttora una parte del popolo toscano. E.
  36. C. M. e da pena, che va
  37. C. M. dal papa vada anco al purgatorio?
  38. C. M. o della prescienzia di Dio
  39. C. M. antico
  40. C. M. pericolo;
  41. C. M. dov’ella
  42. Partìno, consueta desinenza della terza plurale del perfetto, risultante dalla giunta del no alla terza singolare. Oggi usasi meglio partinno o partirono. E. — C. M. partimmo
  43. C. M. dalla piaggia
  44. C. M. è da intendere
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