Commedia (Buti)/Purgatorio/Canto XXVIII

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Purgatorio
Canto ventottesimo

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Purgatorio - Canto XXVII Purgatorio - Canto XXIX
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C A N T O   X X V I I I.




1Vago già di cercar d’ entro e d’ intorno
     La divina foresta spessa e viva,
     Che a li occhi temperava il novo giorno,
4Senza più aspettar lassai la riva,
     Prendendo la campagna lento lento
     Su per lo sol che d’ogni parte uliva.1
7Un’ aura dolce, senza mutamento
     Aver in sè, mi feria per la fronte
     Non di più colpo, che soave vento;
10Per cui le frondi, tremulando pronte
     Tutte quante piegavano a la parte,
     U’ la prima ombra gitta il santo monte.2
13Non però dal loro esser dritto sparte
     Tanto, che li augelletti per le cime3
     Lassasser d’ operar ogni lor arte;4
16Ma con piena letizia, l’ ore prime
     Cantando, risedeano tra le follie5
     Che tenean bordone alle suo rime 6

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19Tal, qual di ramo in ramo si raccollie
     Per la pineta in su lito di Chiassi,7
     Quando Eolo Scilocco fuor disciollie.
22Già m’ avean trasportato i lenti passi
     Dentro a la selva antica tanto, ch’ io
     Non potea riveder ond’ io m’ intrassi;
25Et ecco più andar mi tolse un rio,
     Ch’ a man sinistra con suo picciole onde 8
     Piegava l’ erba, che ’n sua ripa uscìo.
28Tutte l’ acque, che son di qua più monde,
     Parreno avere in sè mistura alcuna9 10
     Verso di quella, che nulla nasconde,
31Avvegna che si mova bruna bruna
     Sotto l’ ombra perpetua, che mai
     Raggiar non lassa Sole ivi, nè Luna.
34Coi piè ristetti, e colli occhi passai
     Di là dal fìumicel, per ammirare11
     La gran variazion dei freschi mai;
37E là mi apparve, sì come ella appare12
     Subitamente cosa che disvia
     Per meravillia tutto altro pensare,
40Una donna soletta, che si gìa
     Cantando et isciolgendo fior da fiore,
     Onde era pinta tutta la sua via.
43Deh bella donna, ch’ ai raggi d’ amore
     Ti scaldi, s’ i’ vo' credere ai sambianti,
     Che sollion esser testimon del core,

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46Vegniati vollia di traerti avanti,13
     Dissi io a lei, verso questa rivera,
     Tanto ch’ io possa intender che tu canti
49Tu mi fai rimembrar dove e qual’ era
     Proserpina nel tempo, che perdette
     La madre lei; ed ella, primavera.
52Come si volge co le piante strette
     A terra, et intra sè, donna che balli,
     E piede inanti piede a pena mette,
55Volsesi ’n su’ vermilli et in su’ gialli
     Fioretti verso me, non altrimenti
     Che virgine che li occhi onesti avvalli;
58E fece i preghi miei esser contenti
     Sè appressando sì, che ’l dolce sono14
     Venia a me coi suoi intendimenti.
61Tosto che fu là dove l’ erbe sono
     Bagnate già dall’ onde del bel fiume,
     Di levar li occhi suoi mi fece dono.
64Non credo che splendesse tanto lume
     Sotto le cillia a Venere trafitta
     Dal fillio, fuor di tutto suo costume.
67Ella ridea dall’ altra ripa dritta
     Trattando più color co le suo mani,15
     Che l’ alta terra senza seme gitta.16
70Tre passi ci facea ’l fiume lontani;
     Ma Ellesponto, dove passò Serse,
     Che ancora affrena tutti orgolli umani,17

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73Più odio da Leandro non sofferse,
     Per mareggiar tra Seston et Abido,18
     Che quel da me, perch’ allor non s’ aperse.
76Voi siete nuovi, e forsi perch’ io rido,
     Cominciò ella, in questo luogo eletto
     All’ umana natura per suo nido,
79Meravilliando tienvi alcun sospetto;
     Ma luce rende il salmo Delectasti,
     Che puote disnebbiar vostro intelletto.
82E tu, che se dinanzi, e me pregasti,
     Dì s’ altro voi udir: ch’ io venni presta
     Ad ogni tua question, tanto che basti.
85L’ acqua, diss’ io, e ’l suon de la foresta
     Impugnan dentro a me novella fede19
     Di cosa ch’ io udi’ contraria a questa.
88Ond’ ella: Io dicerò come procede20
     Per sua cagion ciò che ammirar ti face,
     E purgherò la nebbia che in te siede.21
91Lo Sommo Ben, che sol esso a sè piace,
     Fe l’ omo buono a bene, e questo loco22
     Diede per arra a lui d’ eterna pace.
94Per sua difalta qui dimorò poco:23
     Per sua difalta in pianto et in affanno
     Cambiò l ’onesto riso e ’l dolce gioco.
97Perchè ’l turbar, che sotto da sè fanno24
     L’esalazion dell’ acqua e della terra,
     Che quanto posson dietro al calor vanno,
   

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100All’ omo non facesse alcuna guerra,
     Questo monte sallio ’n ver lo Ciel tanto25
     Che liber è da indi, ove si serra.26
103Or perchè ’n circuito tutto quanto
     L’ aire si volge co la prima volta,
     Se non li è rotto il cerchio d’ alcun canto,
106In questa altezza, che tutt’ è disciolta
     Nell’ aire vivo, tal moto percuote,
     E fa sonar la selva, perchè è folta;27
109E la percossa pianta tanto puote,
     Che della sua virtute l’ aura impregna,28
     E quella poi girando in torno scuote:
112E l’ altra terra, secondo che è degna
     Per sè, o per suo Ciel, concepe e figlia
     Di diverse virtù diverse legna.
115Non parrebbe di là poi maraviglia,
     Udito questo, quando alcuna pianta
     Sanza seme palese vi s’ appiglia.
118E saper dei che la campagna santa,
     Dove tu se, d’ ogni sementa è piena,29
     E frutto à in sè che di là non si schianta.
121L’ acqua che vedi non surge di vena
     Che ristori e’ vapor, che ’l Ciel converta,30 31 32
     Come fiume che acquista e perde lena;
124Ma escie di fontana salda e certa,
     Che tanto di valor di Dio riprende,33
     Quant’ ella versa da dua parte aperta.34 35

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127Da questa parte con virtù discende,
     Che toglie altrui memoria del peccato;
     Dall’ altra, d’ ogni ben fatto la rende.
130Quinci Lete, così dall’ altro lato
     Eunoe si chiama; e non adopra,
     Se quinci e quindi pria non è gustato.36
133A tutti altri sapori esto è di sopra;37
     Et avvegna che assai possa esser sazia
     La sete tua, perch’ io più non ti scuopra,38
136Darotti un corollario ancor per grazia,
     Nè credo che mio dir ti sia men caro,39
     Se oltra promission teco si spazia.
139Quelli ch’ anticamente poetaro
     L’ età dell’ oro e suo stato felice,
     Forsi in Parnaso esto loco sognaro.40
142Qui fu innocente l’ umana radice;
     Qui primavera sempre et ogni frutto;
     Nettar è questo, di che ciascun dice.
145Io mi rivolsi addietro allora tutto41
     Ai miei Poeti, e viddi che con riso
     Udito aveano l’ ultimo costrutto;
148Poi a la bella donna tornai ’l viso.

  1. v. 6. C. A. oliva.
  2. v. 12. C. A. il sacro monte,
  3. v. 14. C. M. angeletti
  4. v. 15. C. A. Lasciasser d’ operare ogni loro arte;
  5. v. 17. C. A. riceveano in tra
  6. vv.18, 26. Suo; sue. come meglio, peggio e simili. Vedi T. II, p. 563. E.
  7. v. 20. C. M. in sul lito
  8. v. 26. C. A. Che in ver sinistra con sue
  9. v. 29. Parreno; terza persona plurale del futuro imperfetto condizionale,
    sottrattone l’ i; quindi parreno per parrieno. E.
  10. v. 29. C. A. Parrieno
  11. v. 35. C. A. per rimirare
  12. v. 37. C. A. come egli appare
  13. v. 46. C. A. di trarreti
  14. v. 59. C. A. Sì appresando sè,
  15. v. 68. C. A. Traendo più
  16. v. 69. C. A. l’ altra terra
  17. v. 72. C. A. Ancora freno a tutti orgogli
  18. v. 74. C. A. intra Sesto e v.
  19. v. 86. C. A. Impugna dentro
  20. v. 88. Dicerò; regolare piegatura dall’ infinito dicere. E.
  21. v. 90. C. A. che ti fiede.
  22. v. 92. C. A. Fece l’ uom buono e a bene,
  23. v. 94. Difalta; difetto, mancamento, dal defaute o default de’ Provenzali che lo derivarono dal defectus dei Latini. E.
  24. v. 97. C. A. di sotto
  25. v. 101. C. A. salì verso il
  26. v. 102. C. A. E liberòn da indi,
  27. v. 108. C. A. E fa tremar la
  28. v. 110. C. A. a sua virtù l’ aere
  29. v. 119. Se; persona seconda singolare dall’ infinito sere, terminata in e per uniformità. E.
  30. v. 122. E’; i, articolo plurale, non discaro agli antichi, e derivante dal singolare el per il. E.
  31. v. 122. C. M. ristori i vapor,
  32. v. 122. C. A. Che ristori vapor che gel converta,
  33. v. 125. C. A. ne prende,
  34. v. 126. C. A. da duo parti
  35. v. 126. Dua; due, idiotismo toscano al modo che i Latini adoperarono dua per duo. E.
  36. v. 132. C. M. o quindi
  37. v. 133. C. M. esce di sopra;
  38. v. 135. C. A. non discopra,
  39. v. 137. C. A. che il mio
  40. v. 141. C. A. segnaro.
  41. v. 145. C. A. rivolsi dietro


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C O M M E N T O


Vago già di cercar d’entro e d’intorno ec. Questo è lo canto xxviii, nel quale lo nostro autore finge come, montato al paradiso terresto, trovò in esso la felicità e lo diletto lo quale si legge ditto da’ dottori de la Chiesa, li quali lo chiamano paradiso di diletto; e ne’ seguenti canti figura essere mostratoli in modo d’una processione tutto lo cominciamento de la nuova Chiesa incominciata e fondata in su la [p. 666 modifica]legge evangelica da Cristo, figurata ne la antica legge di Moisi 1 e ne la sinagoga di Iudei, per mostrare come l’omo, compiuta la sua penitenzia, si dè esercitare ne la pratica de la Chiesa e ne le virtù pratiche acciò che, informato di quelle, possi poi a contemplare la celeste Ierusalem montare; la qual cosa serà la materia de la tersa cantica, ne la quale tratterà de la contemplazione de le virtù e de l’eterna beatitudine; e questo primo tutto rappresenta nel processo di questa cantica sotto bella fizione. E dividesi questo canto principalmente in due parti: imperò che prima finge come, montato su et andato inverso lo mezzo de la pianura del monte v’era 2 lo paradiso, pervenne ad uno fiumicello che correa giuso inverso mano sinistra; e come di là dal fiume vidde andare colliendo fiori la donna ch’elli avea 3 seguitato di sopra nel canto precedente; e come venne a parlamento con lei. Ne la seconda parte, che serà la seconda lezione, l’autore nostro finge come la ditta donna li dichiara alcuni dubbi che Dante li mosse, et anco di quelli che mosse ella da sè, et incominciasi la seconda quive: Voi siete nuovi ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in 5 parti: imperò che prima descrive com’era fatto lo paradiso terresto; ne la seconda finge come, attraversando per la foresta, fu impacciato da uno fiumicello che si trovò inansi, che venia di verso levante e correa verso ponente, et incominciasi quive: Già m’avean trasportato ec.; ne la tersa finge come, fermatosi quive ragguardando di là, vidde una donna andare colliendo fiori, quive: Coi piè ristetti ec.; ne la quarta finge com’elli incominciò a parlare a la ditta donna e pregolla ch’ella s’accostasse et ella lo fe, et incominciasi quive: Deh bella donna ec.; ne la quinta finge come venne infine all’acqua 4 e ragguardò lui, e com’ella trafficava co le suoe mani molti fiori, perchè grande desiderio venne a lui di passare di là, et incominciasi quive: Tosto che fu là dove ec. Divisa ora la lezione, è da vedere lo testo co la esposizione letterale, allegorica e morale.

C. XXVIII — v. 1-21. In questi sette ternari lo nostro autore finge come da sè si misse ad andare sensa guidamento per lo paradiso, e descrive come era fatto, dicendo così: Vago già di cercar; cioè io Dante, d’entro; cioè per lo mezzo, e d’intorno; cioè in giro, La divina foresta; cioè la selva fatta da Dio per abitazione dell’umana specie con ogni bellezza e dilettansa, contraria a quel 5 del mondo che sono piene di spine e d’arbori salvatichi e di molti impedimenti; e però ad esse è assimilliata la vita viziosa, et a questa è assimilliata la vita virtuosa che è piena di bellezza e di diletto. E [p. 667 modifica]debbiamo notare che foresta è luogo di fuora separato da la congregazione e conabitazione 6 delli omini; et intende per questa lo stato de la innocenzia nel quale poghi si trovano, e però adiunge divina: però che questa così fatta vita è divina; a la quale vita venuto l’autore, dice che era diventato desideroso di cercarla, d’entro e d’intorno; cioè nel suo essere sustanziale, e ne le suoe circustanzie; et adiunge, spessa; cioè d’arbori fruttiferi che significano le parole virtuose, d’erbe odorifere che significano li atti e li costumi virtuosi, e di fiori che significano li esempli virtuosi: e come li fiori produceno lo frutto, e li arbori e l’erbe, li fiori; così le parole virtuose e li esempli virtuosi e santi producono e fanno opere virtuose nascere in colui che li vede e che li considera; e viva, dice: imperò che in tale vita niente v’è morto; e questo finge l’autore, per insegnare come si monta de le virtù purgatorie a quelle che sono dell’ animo purgato, secondo li Filosofi; primo quanto a la pratica infine al fine di questa seconda cantica, spessa e viva; cioè piena et abondevile d’arbori fruttiferi et erbe e fiori, et ogni cosa v’era viva: imperò che figura la vita attiva virtuosa u’ è ogni alto vivo, e niente vi è vacuo, Che; cioè la qual foresta, a li occhi; cioè miei, temperava il novo giorno; cioè rendeva temperato lo splendore del nuovo di’ che era venuto: imperò ch’era levato lo Sole; e così dimostra che questo era lo quarto di’, e la versura 7 de la selva contemperava lo splendore del Sole, sicchè li occhi di Dante lo poteano sofferire; e questo è secondo la lettera. Secondo l’allegoria intende che le virtù, che sono ne la vita attiva virtuosa; cioè li atti virtuosi, li esempli, le parole e l’ opere fanno la ragione superiore e lo intelletto capace de la Divina Grazia tanto, quanto n’è bisogno a ciascheduna anima: imperò che la grazia di Dio è infinita, e nessuna anima la può comprendere tutta; ma questo luogo, che figura la vita attiva in stato d’innocenzia, contempera la grazia a la capacità di ciascuna anima che in tale stato è. Io Dante vago di cercare sì fatto luogo, Senza più aspettar; cioè niuno che mi guidasse; ecco che già incomincia, secondo che Virgilio li avea ditto, per sè medesimo ad andare sensa guida, lassai la riva; cioè parti’mi dal giro d’intorno; e questo dà ad intendere che lassasse l’estremità: imperò che ogni estremo è vizioso, Prendendo la campagna lento lento; cioè andando passo passo per la sua largura e pianura, Su per lo sol; cioè su per lo spasso, che d’ogni parte uliva; cioè lo quale da ogni parte gittava ulimento, per l’erbe e fiori odoriferi che v’erano, come sposto è di sopra; e dice che andava piano: imperò che chi attende dottrina dè a passo a passo procedere sì, ch’elli apprenda e tegna a mente. (*) (2) Plug. T. 11. 668 PURGATORIO xxviii. fu. [p. 668 modifica]Un’aura dolce; cioè uno venticello dilettevile, senza mutamento Aver in sè; questo significa la volontà ferma nel bene che arebbe avuto l’omo, se fusse stato ne lo stato de la innocenzia, e che àe chi in tale stato si conserva, mi feria per la fronte; cioè a me Dante e così mi rifrigerava; e per questo dà ad intendere che tale volontà confortava e dilettava la sua apprensione: imperò che ne la fronte è l’apprensiva, Non di più colpo; cioè non di maggior percossa che soave vento; cioè che percuota lo vento, quando è soave; e per questo dà ad intendere che soave e dilettevile cosa è la volontà fermata nel bene. Per cui; cioè per la quale aura, le frondi; cioè dell’erbe, e delli arbori, pronte tremulando; cioè apparecchiate per la loro teneressa 8 e fleribilità a piegarsi et a tremare, Tutte quante piegavano a la parte; cioè si chinavano tremulando inverso l’occidente, come dimostra quando dice: U’;cioè a la quale parte, il santo monte; cioè del paradiso terresto ne la sua sommità e di sotto del purgatorio, gitta la prima ombra; cioè l’ombra de la mattina, quando lo Sole si leva. E questo finge l’autore, per mostrare che quil delicato vento venia dall’oriente, e però facea piegare le follie inverso l’occidente, come fa lo Sole la mattina quando si leva: imperò che poi gira l’ombra, come gira lo Sole; e per questo dà ad intendere secondo l’allegoria che la volontà diritta nel bene viene da Dio: imperò che, benchè Dio non sia circuscritto da luogo, pur per convenienzia di bellezza e di chiarezza si li dà la parte orientale: imperò che quive più pare che si mostri la sua virtù alli omini de la terra. Ma finge, come apparrà di sotto, che benchè questa aura piegasse le fronde all’occidente, che significa lo mondo: imperò che li atti de la misericordia tutti s’inchinano verso li omini che sono nel mondo; niente di meno non si parteno tanto da la loro dirittura et iustizia, che sempre non intendano tali omini che sono in stato d’innocenzia in ogni loro atto a lodare Iddio, et a questo accordano li loro atti e le loro opere, li quali sempre reduceno a Dio. Non però; benchè le frondi pieghino dove l’aura le pinge, non si parteno però dal loro diritto essere; e però dice: Tanto sparte; cioè partite e divise si sono, s’intende, dal loro dritto esser; cioè non piegano tanto da loro dirittura, che li 9 augelletti; cioè stanti, per le cime; cioè delli arbori, Lassasser d’operar ogni lor arte; cioè del cantare. Ma con piena letizia, risedeano; cioè si riposavano, tra le follie; cioè in su li ditti arbori, Cantando l’ore prime: imperò che era da mattina, però finge che cantassero le prime ore, Che; cioè le quali follie, tenean bordone; cioè lo canto fermo, alle suo rime; cioè ai canti che faceano li uccelli; e dimostra per similitudine com’era fatto [p. 669 modifica]quello tenore, dicendo: Tal; cioè sì fatto, qual si raccollie di ramo in ramo Per la pineta; cioè per uno luogo pieno di pini, in su lito di Chiassi; questo è uno luogo così chiamato a Ravenna dove sono molti pini, e quando lo vento scilocco vi percuote fanno uno dolce suono; e però dice: Quando Eolo; cioè lo dio dei venti ch’è chiamato Eolo da’ Poeti, com’è stato ditto di sopra, Scilocco; è uno vento che viene da mezo di’; cioè tra l’orco e lo mezzodi’ che ’l chiama la Grammatica, et è molto sonevile vento e fa molto sonare la ditta pineta et eziandio altro quive, dove percuote, fuor; cioè de la pregione, secondo che fingeno li Poeti che Eolo tenga imprigionati li venti e li mandi fuora, quando vuole e quelli che vuole; e però dice: disciollie; cioè dislega: imperò che dice Virgilio: vinclis et carcere frenat, sicchè non solamente li tiene in prigione; ma anco incatenati. Questo re Eolo fu re di Eolia, che è isola vicina a Mungibello, e per lo fumo che gitta fuora Mungibello s’accorgea del vento che si dovea levare; e però credetteno li omini ch’elli avesse in sua podestà li venti. Sopra la preditta fizione; cioè che, benchè le follie si chinino, non si parteno dal loro diritto essere, intanto che li uccelletti che cantano in su li rami non si rimagnano di cantare, è da considerare l’allegorico intelletto che ebbe lo nostro autore; cioè che, benchè la volontà ferma nel bene che ànno da la grazia di Dio le persone che sono da lo stato della penitenzia sallite a lo stato de la innocenzia, inverso li omini misericordiosi pieghi li atti loro virtuosi; niente di meno non si parteno dal loro diritto essere: anco li loro pensieri, che sono mutevili come li uccelli, non si cessano da la loda di Dio; anco s’accordano insieme e li atti e li pensieri a lodare e ringraziare Iddio, e fanno dolce melodia insieme: imperò che ogni 10 atto è la volontà pur disposta di fare cosa che piaccia a Dio, et ogni loro 11 opera arrecano a Dio: imperò che li atti e costumi tegnano lo fermo a li pensieri santi che meditano e pensano la loda di Dio, stando sempre col volto allegro e co la bocca ridente, col pensieri sempre cantando salmi e loda di Dio. Et è da notare che, poichè l’autore àe dimostrato come da la considerazione de la viltà del peccato e de la sua pena, la qual cosa fu la materia de la prima cantica, si viene a lo stato de la penitenzia, et àe dimostrato poetando e fingendo, come fanno li Poeti, come si dè ordinatamente procedere per li atti tutti de la penitenzia, che è stato la materia de la seconda cantica; così ora dimostra al preditto modo sotto figurazioni come le persone sante da lo stato de la penitenzia sallieno a lo stato de la innocenzia in questa vita, e come si debeno esercitare in essa, prima leggendo et imparando le [p. 670 modifica]cose fatte da Dio nel mondo; cioè in terra 12, u’ stette come omo insegnatore et institutore de la legge e dottrina evangelica e costruzione de la s. Chiesa e ricomperazione all’ultimo dell’umana generazione, liberò li santi Padri de la pregione del nimico e menòli in vita eterna, aprendo le porte del cielo ch’erano state tanto tempo serrate; la qual cosa si dimostra da questo canto inanti in questa seconda cantica; appresso contemplando e considerando le cose celestiali; cioè li effetti che procedeno da le seconde cagioni - cioè da’ cieli, li quali anno ad influere l’uno ine l’altro, e cagionare cioè quil di sopra in quil di sotto, e poi ne le cose terrene; et all’ultimo come Iddio, prima cagione, sta di sopra tutta questa sua componizione, et influe 13 e muove elli, stante immobile, in queste seconde cagioni, e beatifica l’angelica natura e l’umana che per la grazia sua n’è fatta degna; e così si sallie de l’attività a la contemplazione; la qual cosa è la materia de la tersa cantica; e questa è la via d’andare co la mente e levarsi da queste cose terrene a Dio in questa vita per grazia; e poi di po’ questa vita la mente così esercitata fi’ levata e menata su per gloria. E per questo modo àe insegnato lo nostro autore ai suoi lettori con molte figurazione e sottili allegorie e moralità a guadagnare in questa vita l’eterna beatitudine, la cui opera è da essere appregiata e lodata più che nessuna opera che facesse mai alcuno altro poeta. E puòsi chiamare questa sua opera poema de la santa Scrittura, et ordinato repositorio di tutte le notabili cose che si trovano apo li autori sì, come può vedere chiaramente lo studioso di questo poema; per la qual cosa io credo che Iddio abbia fatto singulare grazia al prefato autore esercitato tutto lo tempo suo in sì fatto esercizio, e che l’abbia ricevuto ne la sua beatitudine, essendo impossibile che sì altamente parli omo di Dio, che non senta d’entro come produce di fuora, e che l’omo cusì senta non può essere sensa singulare grazia di Dio. La qual grazia devotamente prego Iddio che faccia anco a me, lo quale con grandissimo diletto m’affatico ne la sposizione di sì fatto poema, a la quale veramente serei stato insufficente se la grazia di Dio continuamente in me, benchè indegno, non avesse spirato.

C. XXVIII — v. 22-33. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come, attraversando per lo paradiso, fu impedito lo suo andare da uno fiumicello lo quale trovò correre in verso l’occidente in questa foresta, per la quale elli andava. Et è qui da notare, sì come abbo detto più volte di sopra, benchè l’autore, secondo la lettera, [p. 671 modifica]finga che elli Dante sallisse del 14 purgatorio al paradiso terresto, allegoricamente intende d’insegnare come nel mondo si sallie da lo stato de la penitenzia a lo stato de la innocenzia, lo quale elli figura per lo paradiso terresto 15, nel quale stette l’omo mentre che stette innocente, e così vi sarebbe stato quanto a Dio fusse piaciuto se si fusse conservato in stato d’innocenzia. E quello ch’elli finge di sè intende d’ogni uno, che di po’ la penitenzia s’arreca a leggere et imparare le cose de la santa Scrittura, prima quelle che sono state attive ne la primitiva Chiesa de la vita di Cristo in qua, e questo toccando generalmente, infine a la traslazione de la corte a Vignone. Aggiunge poi come Beatrice li dichiara alquante cose; e come Matelda lo immerse nel fiume Eunoe, et allora fu pervenuto da lui allo stato de la vita contemplativa; e qui finisce questa seconda cantica. Et appresso finge come de 16 la lezione e dottrina di queste cose attive de la primitiva Chiesa elli sallitte a contemplare li meriti dei Santi e le virtù in che si sono esercitati in questa vita, fingendo che ciascuno si rappresenti coll’ombra sua in quil cielo, del quale descende la influenzia de la virtù ne la quale è valsuto più che ne l’altre; e poi la beatitudine che ànno queste anime beate, essendo essenzialmente nel cospetto di Dio, nel cielo empireo; e questa è la materia de la tersa cantica. Dice adunqua così: Già m’avean trasportato i lenti passi; cioè già era ito io Dante, passeggiando lentamente per mellio vedere: lentamente dè leggere et apprendere la dottrina chi la vuole tenere a mente: imperò che se si pillia con fretta e non vi si stia su, non fa abito e dimenticasi, Dentro a la selva antica; cioè dentro al paradiso terresto, lo quale bene è selva antica: imperò che Dio lo fe al principio del mondo per abitazione a l’umana specie, tanto, ch’io; cioè Dante, Non potea riveder ond’io m’intrassi; cioè in questa selva. E questo andare che l’autore finge, secondo la lettera, debbiamo intendere allegoricamente che fu secondo l’apprensione sua; et addiviene che l’omo si dilunga tanto d’apprensione in apprensione andando lentamente, ch’elli è malagevile a ritornare a la prima apprensione da la quale è passato nell’altre. E questo finge l’autore in sè, perchè non era anco spenta 17 in lui la memoria dei peccati suoi, la quale lo impacciava ancora ne le suoe apprensioni, ne le quali se esercitava. Et ecco più andar mi tolse; cioè a me Dante, un rio; cioè uno fiumicello mi levò lo poter andar più in là, Ch’a man sinistra; cioè lo quale fiumicello inverso mano sinistra correva; e però dice: con suo picciole onde: però che ’l fiume era picculo, piccolo ondeggiar dovea fare, [p. 672 modifica]Piegava l’erba, che ’n sua ripa uscìo; ecco che finge l’autore la cosa naturale che noi veggiamo per esperienzia, e niente di meno non è sensa misterio: imperò che questo fiume, che l’autore finge avere trovato, si è Lete, lo quale, secondo la sua fizione, esce dall’oriente d’una fonte con uno altro fiume che lo chiama Eunoe; e l’uno finge che corra dall’uno lato del paradiso terresto, e l’altro dall’altro, come dice la santa Scrittura che del paradiso terresto esce Tigris et Eufrates da uno fonte. E sotto questa similitudine, intendendo l’autore allegoricamente da lo 18 ascendimento che dè fare l’omo a lo stato de la innocenzia, dice che ci sono du’ acque; l’una Lete, che secondo li Poeti è fiume di dimenticagione, che significa che l’anima che vuole venire a stato d’innocenzia conviene dimenticare tutti mali ch’à fatto e che à cognosciuto, per venire a purità e simplicità di mente, e tolliere ogni fomite et incentivo di peccato; l’altra acqua la chiama Eunoe; cioè bona mente, cioè memoria di tutto ’l bene che à fatto e cognosciuto: imperò che tutto ricorre a la memoria di chi sallito è in stato d’innocenzia, et accende lo desiderio del bene sommo, unde si viene a la contemplazione, acciò che sopr’esso possa meditare e meditando godere. Ma prima finge che si passi per lui Lete, fiume di dimenticagione; acciò che sopra’ mali non abbia più a pensare sì che li dimentichi, et ogni loro fomite e radice sicchè per purità si trovi ne lo stato de la innocenzia; et appresso poi convieneli passare Eunoe, acciò che si riduca a mente tutti beni che àe fatto e cognosciuto, e l’amore de le virtù in lui s’accenda e del sommo bene, sicchè vegna a lo stato de la contemplazione: imperò che di quelli àe lo nostro autore, procedendo ne la sua opera, a fare menzione. E però finge ch’elli sia pervenuto al fiume Lete, che è interpretato dimenticagione; e finge che corra in verso mano sinistra, perchè porta via la memoria del male, al quale è sempre data la via sinistra, e faccia piegare l’erbe che tocca da le sponde, che significa che tale pensieri de’ mali da esser diminticati e del loro fomite da essere 19 spegnato piega l’attività virtuosa alquanto et impediscela. Descrive poi 20 caente era lo ditto fiume, dicendo: Tutte l’acque, che son di qua; cioè in questo nostro mondo, più monde; cioè più chiare e più belle, Parreno avere in sè mistura alcuna; cioè le nostre acque di questo mondo parrebbeno alquanto meschiate, Verso di quella; cioè per rispetto di quella di Lete, che; cioè la quale, nulla nasconde; cioè niuna cosa, che sia in lei, appiatta; e bene si conviene che sia sì fatta: con ciò sia cosa ch’ella lavi sì l’anima, che non vi rimane [p. 673 modifica]macchia, nè segno di peccato, Avvegna che si mova bruna bruna; e pianto all’apparenzia, Sotto l’ ombra perpetua; cioè sempre durabile per li arbuscelli che vi sono di sopra, che mai non perdeno frondi; e però dice: che mai; cioè la quale mai, Raggiar non lassa Sole ivi, nè Luna; e questa è la cagione, per che l’acqua pare bruna. E benchè questo sia conveniente a la lettera, secondo li autori che diceno che nel paradiso terresto era eterna primavera; cioè perpetua, secondo l’allegoria si dè intendere che questa acqua di Lete chiarissima in sè, parente bruna sotto l’ombra perpetua delli arbori, significa li pensieri virtuosi che correno per l’anima purgata, li quali li tollieno la memoria dei vizi e dei diletti mondani passati; e benchè questi pensieri siano in sè chiari e belli, non appaiano perchè li sermoni santi, significati per li arbori, non lassano raggiare, cioè nei ditti pensieri rilucere, nè ritornare lo Sole; cioè la loda del mondo significata ora per lo Sole; nè la Luna, cioè la mutabilità de la vita, che è significata per la Luna: imperò che tali animi purgati stanno nei pensieri virtuosi, interi; e scorrendo quelli per tali animi, stanno li animi modesti sensa manifestare lo suo intrinseco, unde potesseno ricevere loda, nè mutabilità da quello proposito; de le quali cose la memoria ànno tolto li pensieri santi, venuti da la fonte di Dio, scorrendo sempre per sì fatti animi che sono purgati.

C. XXVIII — v. 34-42. In questi tre ternari lo nostro autore finge come, iunto al ditto fiume, guardando ebbe veduto di là dal fiume una bella donna che andava cantando e sciolgendo 21 fiori tra li altri fiori, dei quali era piena tutta la via per la quale ella andava; e questa è quella donna che ’l sogno li figurò in persona di Lia, mollie che fu di Iacob, secondo che finse nel precedente canto, quando 22 s’addormento in su la scala da montare al paradiso terresto, sicchè ora è l’avvenimento di quello che figurò lo sogno, dicendo così: Coi piè ristetti; quando io fui iunto 23 al fiume preditto, e colli occhi passai; io Dante, Di là dal fiumicel; ditto di sopra, che si chiama Lete, per ammirare; cioè per ragguardare con meravillia, La gran variazion dei freschi mai; cioè dei freschi arbori che vedea di là dal fiumicello, li quali chiama mai, come si chiamano li rami delli arbori che arrecano molte persone a casa la mattina di calende 24 maggio per ponere a la finestra o inanti all’uscio, li quali alcuno chiamano 25 Kalen di maggio et alcuni chiamano mai. E là; cioè di là dal fiumicello, mi apparve, e dèsi pilliare quive; cioè, Una donna soletta; ecco la cosa che m’apparve, che si già; cioè la ditta [p. 674 modifica]donna sola, sensa compagnia, Cantando; cioè la ditta donna, et isciolgendo fior da fiore; cioè sciolgendo fiore alcuno tra li altri fiori; Onde: cioè dei quali fiori, era pinta tutta la sua via; cioè per la quale ella andava; e desi ora ritornare a la similitudine lassata; cioè, sì come ella appare Subitamente cosa; a la fantasia nostra, che disvia; cioè la quale leva via e tollie, Per meravillia; che appare per la subitessa, tutto altro pensare; che l’omo prima avea ne la mente, e così fece a me, dice l’autore, la ditta donna che apparve a la mia vista. Questa donna, che’l nostro autore figura apparita in questo luogo, si fu la contessa Matelda la quale fu filliuola de la contessa Beatrice filliuola de l’imperadore che stava in Costantinopuli; la quale Beatrice prese per suo sposo uno conte italiano che era ne la corte de l’imperadore, e con lui se ne venne in de le parti d’Italia; e saputo questo da lo imperadore, fu dotata di molte terre in Italia; cioè di Lombardia e di Toscana et in quelle di Roma. Et avvenne caso che, essendo a Pisa, passò de la presente vita e fu seppellita in una tomba che è di fuora de la chiesa maggiore, posta in alto nel muro da la parte che è inverso lo campanile, secondo che io m’abbo fatto mio pensieri; non affermo però che fusse intenzione de l’autore, nè che si possa provare per lo testo, come è stato ditto di sopra, se non che la chiama Matelda 26; unde la detta contessa Matelda, per l’anima de la detta contessa Beatrice sua madre, donò a la chiesa di s. Piero da Roma le terre del patrimonio suo, et a la chiesa maggiore di Pisa diede ricca dote per 17 canonici, e 2 cappellani al battistero e per lo magisculo 27, e molte altre e grande e belle elemosine fece ne la chiesa di Dio in diversi luoghi per la Lombardia e per la Toscana e per la Italia. E secondo ch’io trovo, visse casta: imperò che, benchè si maritasse ad uno barone de la Magna nominato Gulfo, o vero Guelfo, non iacette con lui, perch’elli per invidia fu ammaliato da uno suo consorto, e chi dice fratello, nominato Gebel, sicchè non potette mai usare con femina; e finalmente refiutato da la ditta contessa, ritornatosi ne la Magna, fu fatto avvenenare dal ditto suo consorto Gebel. Per la qual cosa si scoperse lo primo fallo, e l’uno e l’altro accese sì li baroni de la Magna e la detta contessa Matelda, che a vendicare questa enorme cosa concorseno li baroni de la Magna e de l’Italia, chi a vendicare e chi a difendere; e così allora si seminonno queste maladitte due parti ne l’Italia e ne la Magna; cioè Guelfi e Ghibellini, secondo che scrisse messere Ioanni Boccaccio sopra lo canto de la prima cantica; e però la ditta contessa [p. 675 modifica]si rimase sensa marito et intese a servire a Dio, e moritte ancora in Pisa e fu sepulta ne la ditta tomba de la madre nel 1116 nono kalendas augusti, come appare ne la suscrizione che è a la ditta tomba. E perchè questa donna nobilissima fu esemplare ne la vita attiva, osservando li comandamenti di Dio e seguitando et adimpiendo l’opere de la misericordia, però finge l’autore ch’ella sia posta nel paradiso terresto, come guardiana d’esso, oltra quelli del vecchio testamento; Enoch et Elia: imperò che conveniente fizione è che ve ne sia alcuno del nuovo testamento, sì come finse Catone a la entrata del purgatorio, e finge che questa figuri la vita attiva, perch’ella fu attiva ne la vita penitente 28; e figuri Lia mollie di Iacob, la quale finse di sopra che li apparisse in sogno. E questa finge l’autore che abbia l’officio d’immergere l’anime purgate nel fiume Lete, per fare dimenticare le cose mondane; e poi nel fiume Eunoe, per fare tornare a memoria lo sommo bene e tutta la notizia del bene operato e che è stato dall’origine del mondo, perchè questa fu eccellentissima donna ne le virtù attive. E le virtù attive ànno a fare ai purgati dimenticare lo male e ricordarsi del bene, e spegnere lo fomite del male et accendere l’amore del bene. E figura questa donna ancora tutta la pratica de la santa Chiesa; cioè cantare l’officio, consecrare, batteggiare, confessare, predicare e tutte l’altre cose et esercizi che occorreno ne la santa Chiesa; e veramente questa è filliuola di Beatrice: imperò che la pratica de la santa Chiesa nasce de la Santa Scrittura, e quinde è venuta. E finge che fusse questa donna soletta, e cantando colliesse fiori sciolgendo 29 li più belli: imperò che mellio la persona sola intende all’opere virtuose che accompagnata, e che chi segue la vita attiva canta sempre le lode di Dio e sciolge le virtù più eccellente, e quelle traffica co le suoe operazioni; e questo è sciolgere li fiori e trafficare co le mani. E veramente a tale vita e tale attività convenientemente l’autore finse nome di donna, e Matelda, che tanto viene a dire, quanto Dante loda a la scienzia di Dio.

C. XXVIII — v. 43-60. In questi sei ternari lo nostro autore finge com’elli parlò a la ditta donna, e com’ella s’accostò a la sponda. Dice così: Deh; questa è interiezione deprecativa, o esortativa, che si dice quando l’omo vuole confortare, o pregare alcuno, d’alcuno atto, bella donna; ben si conviene a sì fatta donna sì fatto adiettivo, considerando che significa la vita attiva la quale è tutta bella, ch’ai raggi d’amore Ti scaldi; cioè de lo Spirito Santo, s’i’ vo’ credere ai sembianti 30; cioè s’io debbo credere alli atti, Che; cioè li quali, sollion esser testimon del core: li atti di fuora sono manifestamento del [p. 676 modifica]cuor d’entro, Vegniati vollia di traerti avanti; cioè in verso la sponda del fiume, Dissi io; cioè Dante, a lei; cioè a la donna ditta di sopra, cioè contessa Matelda, verso questa rivera; cioè inverso questa ripa del fiume, Tanto ch’io possa intender; cioè io Dante che tu canti; cioè quello che tu canti. Tu mi fai rimembrar; cioè tu mi fai arricordare, dove e qual’era Proserpina; cioè la mollie di Plutone nel tempo, che La madre; cioè Cerere, perdette lei; ed ella; cioè Proserpina, primavera; perdette, s’intende, cioè lo prato e la verdura ne la quale ella era a colliere fiori, quando Plutone la rapitte. Finge Ovidio, Metamorfosi nel libro x, che Proserpina filliuola di Cerere che era nominata iddia de la biada da’ Gentili, essendo giovanetta con altre 31 suo compagne andando per uno prato in Sicilia colliendo fiori, Plutone che era scito de lo inferno, per vedere come stava la Sicilia che l’avea sentita tremare, avendo paura che non s’aprisse la terra e la luce andasse a l’infernali, vidde Proserpina; e, vedutola et innamoratosi di lei e toltala via, fu tutto insieme. Unde la madre Cerere l’andò poi cercando, e non la potette ritrovare, se non che Alfeo fiume, che va sotterra 32 di Grecia in Delo e da Delo in Sicilia, li disse che l’avea veduta ne lo inferno mollie di Plutone. Come si volge co le piante strette A terra, et intra sè, donna che balli; ecco che fa una similitudine, dicendo che la ditta donna prestamente e leggiadramente si volse in verso lui di po’ lo suo prego, a similitudine d’una donna che balli, che si volge a pena levando li piè di terra, et a pena movendosi del luogo, E piede inanti piede a pena mette; cioè la donna, quando leggiadramente balla, Volsesi ’n su’ vermilli et in su’gialli Fioretti verso me; cioè la ditta Matelda verso me Dante; e dice l’autore che li fiori erano, vermilli e gialli, per dare ad intendere che li esempli virtuosi, in su quali tegnano le loro affezioni le persone virtuose che sono date a le virtù attive, sono esempli che procedono da carità, infiammanti d’amore di Dio e del prossimo; e però finge che siano vermilli: e sono tutti puri e splendienti come è l’oro; e però finge che siano gialli, non altrimenti Che virgine che li occhi onesti avvalli; cioè cali giuso: imperò che onestà è d’una donna di calare li occhi a terra e non guardare li omini nel volto, E fece i preghi miei; cioè di me Dante, esser contenti: imperò che fe quello, di che io l’avea pregata, Sè appressando; cioè appressando sè a la riva del fiume, sì, che ’l dolce sono; cioè del canto suo, Venia a me coi suoi intendimenti; cioè sì ch’io Dante intendea lo canto suo; e per questo dà ad intendere che a lui avvenne grazia da Dio d’intendere quello, che si dè cantare a la loda di Dio e come si dè cantare. [p. 677 modifica]

C. XXVIII — v. 61-75. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come la ditta contessa Matelda, approssimata a la ripa del fiume per la preghiera sua, li parve splendientissima, dicendo: Tosto che fu; la ditta donna, là dove l’erbe; che sono a la ripa del fiume, sono Bagnate già dall’onde del bel fiume; lo quale si chiama Lete; e dice che è bello per la descrizione che n’à fatto di sopra, e per allegoria s’intende che l’opere attive sono un poco intermesse e lassate, per la considerazione di diminticare li mali passati, come ditto fu di sopra: l’onde sono pensieri che viene di 33 diminticare l’altro male passato, come l’una onda sopraviene all’altra: questa donna figura la dottrina dei predicatori che insegnano la vita attiva, come ditto è: e venire a la riva del fiume non è altro, che insegnare et ammaestrare Dante ch’elli vegna a considerazione di diminticare li mali passati, Di levar li occhi suoi mi fece dono; cioè alsò li occhi e ragguardommi, sì ch’io potetti vedere bene li suoi occhi. Questi occhi sono la ragione e lo intelletto dei santi dottori, che ànno dato dottrina de la vita attiva; li quali occhi si mostraro a l’autore, quando elli considerò l’acuto loro ingegno e chiaro, leggendo o udendo la loro dottrina; e però adiunge questa similitudine, dicendo: Non credo che splendesse tanto lume a Venere; cioè alla dia della lussuria, Sotto le cillia; cioè nelli occhi, trafitta; cioè ferita, Dal fillio; cioè da Cupidine che è lo dio de l’amore, filliuolo di Venere, fuor di tutto suo costume; cioè fuora del modo usato di Cupidine. Venere, iddia di lussuria e madre di Cupidine, iddio dell’amore, teneva lo suo filliuolo in braccio; e, mentre che cusì lo teneva, una saetta di quelle dell’oro scitte del 34 turcasso di Cupidine, e cadendo punse Venere; unde ella s’inamorò d’Adone, che allora passava dinanti da lei. E perchè nessuno suole innamorare, se non è arcato co la saetta dell’oro da Cupidine, e qui Cupido non s’adoperò; ma pur la saetta per sè la feritte, però disse l’autore: fuor di tutto suo costume; cioè del filliuolo, trafitta; cioè ferita Venere. Et essendo così innamorata, dice che non crede che sì splendiente avesse li occhi, come avea la ditta donna; e questa similitudine àe indutto, per dimostrare che questa donna, che tiene figura de la dottrina de la vita attiva, non è altro se non li santi dottori che ànno scritto d’essa, li quali ànno li occhi splendienti del Divino Amore; cioè la ragione e lo intelletto, più che non ebbe Venere, che significa la dilettansa e la complacenzia de le cose mondane, che non è altro che li poeti o autori che ànno scritto di quella, li quali non ànno avuto tanto splendore ne la ragione loro e ne lo intelletto, benchè siano stati inaverati 35 da [p. 678 modifica]l’amore mondano fuor di tutto ’l modo usato delli altri omini, non saettati da lunga; ma da presso inaverati, tenendo in grembo lo ditto amore. Ella; cioè la ditta donna, ridea dall’altra ripa dritta; cioè stando ritta in piè per mostrarmisi, e non collieva allora fiori; ma ben li trafficava, e però dice: Trattando; cioè trafficando, più color co suo mani; cioè molti colori di fiori co le mani suoe: imperò che li avea colti et aveali in mano, che allegoricamente significa ch’ella si mostrava all’autore diritta, e coll’opere dimostrando li esempli escellentissimi di virtudi pratiche, molto apparea allegra e ridente dall’altra ripa dove sono coloro che ànno diminticato ogni male sicchè non possano essere se non allegri, Che; cioè li quali colori e fiori: imperò che per li colori s’intendeno li fiori, l’alta terra; cioè quella del paradiso terresto, gitta; cioè produce, senza seme: imperò che li produce da sè medesimo 36 per virtù del cielo, al quale è più prossimana. E per questo dà ad intendere che chi è ne lo stato mondano non fa opera 37 di virtudi esemplari, se non è seminato la dottrina nel suo cuore; ma chi è in stato d’innocenzia, sensa ricevere dottrina, solamente per la grazia di Dio mette fuora molte virtuose, esemplari operazioni. Debbiamo attendere che l’autore finge che Matelda ridesse e stesse ritta, e trafficasse li fiori di diversi colori co le suoe mani: imperò ch’elli la induce in atto di predicare, e però li dà li atti del predicatore che sta allegro e ridente, quando annunzia al popolo la parola di Dio: sta in piè ritto, a figurare che la mente sua sia levata su a Dio, come lo corpo; e così sta ancora lo prete quando ora all’autare 38: e tratta co le suoi 39 mani; cioè coll’opera sua, che è allora lo predicare molti esemplari virtuosi, fatti dai santi omini sensa averne altro principio che la infusione de lo Spirito Santo. Tre passi ci facea ’l fiume lontani; cioè tre passi era largo lo fiume che dividea me da le’, sì ch’io non mi potea accostare a lei. In questa parte lo nostro autore sotto queste brevi parole àe figurato una bella allegoria: imperò che, come ditto è, elli figura qui, parlando dell’altra vita, quelli che sono in questa che sallieno da lo stato de la penitenzia a la vita et a lo stato de la innocenzia, al quale non possano venire se prima non passano Lete; cioè che dimentichino tutti li vizi e peccati, come avea diminticato 40 elli, purgato di quelli. Et oltra a ciò, perchè rimane a purgare lo fomite del peccato contratto in noi per lo peccato del primo uomo, per lo quale l’omo è abile a peccare, conviene che si purghino di quello inanti [p. 679 modifica]che vegnano a la innocenzia, e questo è passare Lete. Et a purgare questo si richiedeno tre cose; cioè prima, lo pensamento e ricognoscimento di tale inclinazione; la seconda, la confessione di tale inclinazione; la tersa, lo pianto e la contrizione di tale inclinazione. E queste tre cose sono tre passi che erano in mezzo tra lui e Matelda, che significa la dottrina de lo montamento de lo stato de la innocenzia ne la vita attiva, li quali si convegnano avere prima che si vegna a lo stato de la innocenzia, e così si passa Lete; et, avuti questi, fi’ passato Lete, come apparrà nel processo; e questo che l’autore finge di sè intende d’ogni uno. Ma Ellesponto; cioè lo stretto del mare ch’è tra l’Europa e l’Asia, che si chiama lo braccio di s. Giorgio, che è largo tre, o vero quattro millia, e chiamasi Ellesponto perchè quive, passando Frisso et Elles, Elles v’annegò; e però fu chiamato Ellesponto, cioè lo mare de Elles, come è stato ditto di sopra. Et in su la piaggia d’Europa è una terra che si 41 chiama Sesto, de la quale fu quella iovana che si chiamò Ero; et in su la ripa d’Asia era una terra che si chiamò Abido, de la quale fu nato uno iovano 42 che si chiamò Leandro; et, innamorato de la detta Ero, notava la notte lo ditto braccio del mare e venia di qua ad Ero; et ella ponea in su la torre sua uno lume, al segno del quale Leandro venia. Ma essendo una volta fortuna in mare, non potendo notare, lamentavasi del tempo et avea odio al mare; ma pure a la fine, impaziente de l’amore, si misse a notare non ostante lo turbamento del mare, et affogòvi. Questo braccio di mare coperse Serse filliuolo di Dario re de’ Persi di navili, e sopr’essi di taule 43 fece uno ponte, per passare in Grecia, per acquistare la Grecia, come avea acquistato l’oriente. Ma Iddio, per mancare la sua superbia, passato di qua con tanta gente che non si potea numerare (se non che li fece tutti arcare e ricolliendo le saette et innomerate, fu innomerata la gente; cioè mille milliaia, cioè sette cento milliaia d’aiuto, e trecento milliaia da sè); fecele sconfiggere da Leandro re de li Spartani con forsi 4000 cavalieri; unde elli, costretto a fuggire co l’esercito, se n’andò per mare in Asia. Ma l’esercito suo, montato con grande fretta in su ’l ponte, non potendo sostenere lo ponte lo carico, affogòne 44 grandissima parte; e lo re Serse appena campò in mare per la fortuna, che non annegò passando con navilio: e però dice: dove passò Serse; cioè su per lo quale Ellesponto passò lo re Serse, re di Persia, Che ancora; cioè lo quale Serse anco ora, affrena tutti orgolli umani: imperò che li signori del mondo superbi si raffrenano, [p. 680 modifica]pensando come colse a Serse del suo orgollio, Più odio da Leandro; d’Abido che volea notare a Sesto, per andare ad Ero sua amante, non sofferse; cioè lo ditto mare non fu più odiato da Leandro Per mareggiar tra Seston et Abido; cioè per ondeggiare che facea lo ditto mare tra le ditte terre, sicchè impedia Leandro che non potea passare, Che quel; cioè lo fiume Lete, da me; cioè Dante sofferse; et ecco la cagione, perch’allor; cioè perchè a quella ora, ne la quale la contessa Matelda mi ragguardò co li occhi sì amorosi, non s’aperse; cioè lo detto fiume Lete, come s’aperse lo mare rosso e ’l fiume Iordano a li Ebrei sì, ch’io avesse potuto passare a lei; e per questo dà ad intendere l’ardente desiderio che avea di passare a lo stato de la innocenzia e venire a la dottrina de la vita attiva, che imparasse le cose attive et in esse sè esercitasse. E qui finisce la prima lezione del canto xxviii, et incomincia la seconda.

Voi siete nuovi, ec. Questa è la seconda lezione del canto xxviii, ne la quale finge lo nostro autore come la donna ditta di sopra; cioè la dottrina de la Chiesa, ditta Matelda, li dichiara alcuno dubio non mosso da l’autore et offeriscesi apparecchiata a solvere ogni altro dubbio; unde Dante liene muove, et ella li solve. E dividesi questa lezione in cinque parti: imperò che prima finge come Matelda solve alcuno dubbio et incita Dante ad addimandare se d’altro dubita, unde 45 elli muove dubbio; ne la seconda finge come Matelda incomincia a solvere li suoi dubbi, et incominciasi quive: Ond’ella: Io dicerò ec.; ne la terza finge come ella dichiara unde nasceno l’erbe e li arbori che vi sono, et incominciasi: Or perchè ’n circuito ec.; ne la quarta parte finge come ella dichiara unde vegnano li du' fiumi che vi sono e come si chiamano, et incominciasi quive: L’acqua che vedi ec.; ne la quinta parte finge come, evagando nel dire, soiunse una corollaria 46 conclusione, et incominciasi quive: Quelli ch’anticamente ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co l’esposizioni allegoriche, o vero morali e co le testuali e letterali.

C. XXVIII — v. 76-87. In questi 4 ternari lo nostro autore finge come la donna ditta di sopra rende cagione del suo ridere a Dante et ai compagni; cioè Stazio e Virgilio, acciò che non si meravillino, dicendo così: Voi; cioè tu, Dante, e i compagni tuoi; cioè Virgilio e Stazio, siete nuovi; cioè di nuovo venuti a questo luogo: di nuovo era venuto l’autore da le virtù purgatorie a quelle dell’animo purgato, e prima a l’attive per le quali si viene a lo stato de la 47 innocenzia, e forsi perch’io; cioè Matelda, rido; e questo ridere dimostrò [p. 681 modifica]Matelda nel levare delli occhi, li quali erano ridenti et allegri; et anco di sopra dice: Ella ridea ec., che significa, come ditto fu, che la ragione e lo intelletto dei santi omini, che si esercitano in insegnare l’opere virtuose et in operar quelle, sempre stanno allegri. Cominciò ella; cioè Matelda, in questo luogo eletto All’umana natura per suo nido; cioè nel paradiso terresto, lo quale Iddio fece a l’omo per sua abitazione; et allegoricamente, in questo stato d’innocenzia, Meravilliando tienvi; cioè voi tiene, alcun sospetto; cioè del mio ridere; cioè avete forsi sospetto ch’io rida di voi, Ma luce rende il salmo Delectasti; cioè chiaressa rende lo salmo 89 del Saltero, che incomincia: Bonum est confiteri Domino, et psallere nomini tuo altissime, e seguita poi più giuso uno verso che dice: Quia delectasti me, Domine, in factura tua, et in operibus manuum tuarum exultabo. Nel quale salmo appare che David dica ch’elli si dilettava e rallegrava de l’opere di Dio, e così si rallegrava ora Matelda de la bellezza del paradiso e de lo stato de la innocenzia. Che; cioè la qual chiarezza, puote disnebbiar; cioè dichiarare e tolliere via lo sospetto, vostro intelletto; cioè di voi tre, cioè Dante, Virgilio e Stazio. Et è qui moralità; che ridere e rallegrarsi de la bellezza e bontà dell’opere di Dio è licito e conveniente, e piace a Dio. E tu, che se’ dinanzi; ora finge ch’ella dirissi lo sermone a lui, dicendo: e tu; cioè Dante, che; cioè lo quale, se’dinanzi; alli altri due, e me pregasti; come appare di sopra, quando disse: Deh bella donna ec., di venire in verso te, Dì s’altro voi udir: cioè da me; e perchè dice altro, parrebbe che questo avesse addimandato di sapere: A chi ella àe risposto, e di sopra non appare ch’elli addimandasse? Et a questo si dè rispondere che Dante avea e li compagni suoi niente addimandato; ma ella s’accorse nelli atti ch’elli si meravilliavano, e l’omo si meravillia quando non sa le cagione, e però lo meravilliare è segno di volere sapere; e però ben dice: s’altro voi udir; da me tu, Dante, ch’io; cioè imperò che io Matelda, venni presta Ad ogni tua question, tanto che basti; ecco che si proferisce apparecchiata a solvere le suoe questioni; e per questo l’autore incitato muove uno dubbio ch’elli avea per lo ditto, ch’avea udito da Stazio, quando rendè ragione perchè tremava il monte, dicendo: L’acqua, diss’io; cioè Dante, l’acqua la quale io veggio in questo fiumicello, e ’l suon de la foresta; cioè lo suono ch’io sento tra le frondi, che pare suono di vento: questo due cose, Impugnan dentro a me; cioè Dante, novella fede; cioè combatteno nel mio cuore una nuova credenzia, ch’io avea nel cuore fermata, Di cosa ch’io; cioè la quale io Dante, udi’ contraria a questa; cioè quando di sopra disse Stazio nel canto xxi a Dante che niuna alterazione d’aire passava più su che ’l supremo dei tre scaloni che sono a la entrata del purgatorio; ora pare lo contrario e [p. 682 modifica]sì per l’acqua, e sì per lo vento; e però Matelda di sotto solve questo dubbio.

C. XXVIII — v. 88-102. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Matelda incominciò a solvere lo dubbio che Dante avea mosso, facendosi un poco da lunga, dicendo: Ond’ella; cioè unde, cioè per le mie parole, ella; cioè Matelda disse, s intende; Io dicerò; cioè io Matelda dirò, come procede Per sua cagion; cioè per cagione ordinata, appropriata a tale effetto e non accidentale, ciò che ammirar ti face; cioè che fa te Dante venire in ammirazione; e manifestata la cagione, cesserà la meravillia, E purgherò la nebbia; cioè l’oscurità e la ignoranzia: nebbia s’intende oscurità d’ignoranzia, che in te siede; cioè la quale siede in te, e sta in te. In questa parte dè lo lettore attendere come lo nostro autore ordinatamente procede, dimostrando come l’omo avuto le virtù purgatorie e venuto a lo stato dove si dè 48 eserzitare ne le virtù dell’animo purgato prima per attività e poi per contemplazione, finge come elli uditte da Matelda, che figura la dottrina de la santa Chiesa, la quale o si legge da li studiosi letterati, o si comprende et impara da non letterati quando in pubblico 49 si predica; e questo è lo primo esercizio che dè fare chi vuole venire a lo stato de la innocenzia; cioè o leggere, o imparare et udire dai predicanti, prima la creazione de l’omo, appresso la sua disobedienzia, e poi le figurazioni e predizioni 50 de la sua salute, e poi la sua salute fatta per Cristo, e lo reducimento a l’obedienzia et all’ultimo a la beatitudine celeste. Le quali 51 tutte cose lo nostro autore, per venire a lo stato de la innocenzia, studiò da sè et in esse sè esercitò; ma ora finge che liele predichi Matelda, per mostrare sotto questa fizione come denno fare li non letterati; cioè che denno frequentare le prediche e la dottrina de la santa Chiesa, e però finge che Matelda incominciasse da questo principio; cioè: Lo Sommo Ben; cioè Iddio, che sol; cioè lo quale solo, esso a sè piace; cioè che solamente per esso; cioè per sè piace a sè: imperò che Iddio solamente per sè stesso piace a sè, e non per altra cosa fuor da sè; e così seguita che è beato per sè medesimo: non è alcuna cosa che sol per sè a sè piaccia, se non Iddio; e niuna cosa piacie 52 a Dio, se non per esso Iddio; cioè in quanto l’àe creata, Fe l’omo buono a bene; cioè fece l’omo buono, e questo seguita: imperò che ’l Sommo Bene non può fare se non bene: ogni opera che fa lo Sommo Bene è buona: altramente non sarebbe sommo bene; e fecelo a bene; cioè a fine che avesse Lui, che è sommo bene, e così avesse beatitudine; e così l’omo fu produtto da Dio e creato buono, acciò che buono tornasse a [p. 683 modifica]lui: imperò che a Lui non può tornare se non tale, quale da Lui è produtto; et anco l’omo non piace a sè, se non ritorna al Sommo Bene, come dice s. Agustino: Domine, fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum 53, donec requiescamus in te — , e questo loco; cioè lo paradiso terresto, secondo la lettera; e secondo l’allegoria, lo stato de la innocenzia, Diede per arra; cioè per caparra, a lui; cioè Iddio a l’omo, d’eterna pace; cioè d’eterna beatitudine: imperò che in quil luogo non potea stare se non in stato d’innocenzia, et era pieno lo luogo d’ogni diletto e d’ogni contentamento vero: e questo era una fermezza che, quando a Dio poi fusse piaciuto, l’arebbe tirato a se, a l’eterna beatitudine. Per sua difalta; cioè per suo defetto e per sua colpa: imperò che Iddio li avea dato la libertà de l’arbitrio, per la quale elli li fu disobediente, non astinendosi dal pomo vietato, qui; cioè in questo luogo felice, dimorò poco; stette Adam et Eva in stato d’innocenzia forsi ore 54 5: imperò che, poco stante che funno creati, disubeditteno; e, fatti nocenti per la disubedienzia, funno cacciati fuora del paradiso delitiarum da l’angiulo e messi in questo mondo pieno d’amaritudine e di fatica, secondo che diceno li Teologi. In su l’ora de la tersa Iddio misse Adam nel paradiso delitiarum, traslatato di Damasco, dove l’avea creato nel paradiso; e quive incontenente li diede lo comandamento e presentòli tutte le bestie inanti, et Adam impuose loro li nomi; poi lo fe addormentare e formò la femina de la sua costa, e poi venne lo serpente a tentare Eva, e di po’ la nona mangionno lo pomo vietato, e. funno cacciati fuora; è però dice: Per sua difalta; cioè per suo mancamento da l’ubidienzia, in pianto et in affanno; cioè in turbamento d’animo e fatica di corpo, Cambiò l’onesto riso; cioè lo diletto onesto dell’animo e contentamento, e ’l dolce gioco; cioè il dolce riposo corporale che arebbe avuto sempre stando quive, sì che l’riso si mutò in pianto e lo riposo in fatica. E qui si potrebbe contastare all’autore, dicendo che in questo mondo anco è riso e riposo? A che si può rispondere che non è vero riso, nè vero riposo: imperò che è mutabile et àe fine, quello non serebbe mai mutato se non in mellio; e così vero riposo e vera allegrezza ànno quelli che sono in questa vita in stato d’innocenzia: imperò che non si muta mai se non in mellio, e però la risa e lo riposo di questo mondo è risa falsa e 55 similliata; e così lo riposo et ogni bene che c’è, è similliato come l’imagine simillia lo imaginato, e non è veramente lo imaginato. E questo volse Iddio che fusse, perchè l’omo avesse qualche esperienzia del vero bene per questo similliato, che sempre lo ritirasse al vero bene. Perchè ’l turbar; cioè per la qual cosa, acciò che questo luogo [p. 684 modifica]avesse vero diletto che non avesse mutamento, nè mancamento Io turbamento dell’aire o in vento, o in pioggia, o in grandine o in nieve, o in caldo, o in freddo, che; cioè lo qual turbare, sotto 56 da sè fanno L’esalazion dell’acqua e della terra; come è stato ditto di sopra, la terra e l’acqua produceno certi vapori li quali chiama l’autore scialamenti: a similitudine dei nostri corpi che sempre metteno fuora da sè l’aire tirato; così l’acqua e la terra metteno fuora fummi li quali sono tirati su dal calore del Sole, infine al luogo determinato; e quive si convertono li secchi vapori in vento o in fuoco, e li umidi o in acqua 57, o in nieve, o in grandine, e così di sotto da sè turbano l’aire mutandolo del suo essere, e così si risolveno, Che; cioè li quali vapori et esalazioni, quanto posson dietro al calor vanno; cioè montano suso, tirati dal calore, in fine a la tersa regione e non più su, All’omo non facesse alcuna guerra; cioè alcuno dispiacere, e cusì guastasse lo suo diletto, Questo monte; cioè in sul quale è lo purgatorio e ne la sua sommità è lo paradiso delitiarum — , sallio ’n ver lo Ciel tanto; cioè andando più su che l’altra terra, che è dall’altro emisperio, Che liber è; cioè da ogni esalazione questo monte, da indi; cioè da quinde in su, cioè da la porta del purgatorio in su; e però dice: ove si serra; cioè da la porta in su: imperò che è più su che ’l principio de la tersa regione dell’aire, infine a la quale montano li vapori. E questo finge l’autore; cioè che ’l purgatorio e lo paradiso sia in sì fatto sito, per dare ad intendere che chi à in questa vita le virtù purgatorie e poi le virtù dell’animo purgato, è libero da ogni alterazione del mondo: imperò che di niuna 58 si cura. E secondo la lettera è necessaria tale fizione, per mostrare verisimile quello che diceno li Poeti de la prima età che la descrisseno aurea, piena di tutti diletti; e per affermare quello che dice la santa Scrittura, che chiama lo ditto luogo paradiso di diletti.

C. XXVIII — v. 103-120. In questi sei ternari lo nostro autore finge come Matelda, continuando lo suo parlare, solve lo dubbio mosso da lui di sopra oltra la prefazione fatta di sopra, dicendo unde si cagiona il vento, poi che così è che ’l purgatorio è ne la tersa regione dell’aire e lo paradiso di sopra, oltra lo principio della quale non può essere nessuno accidente di quelli che sono ne la seconda infine al principio de la tersa, e ne la prima per elevazione dei vapori terresti et aquatici; e però dice così: Or perchè ’n circuito; cioè ora, poi ch’io t’abbo dichiarato che esalazioni di vapori [p. 685 modifica]terresti non possano cagionare mutamento ne la tersa regione e similmente delli aquatici, dei sapere che, perchè ’n circuito; cioè in tondo, tutto quanto L’aire si volge; cioè de la prima regione e de la seconda e de la terza, co la prima volta; cioè col primo mobile che gira in 24 ore da oriente in occidente, et inde per l’altro emisperio torna ad oriente, Se non li è rotto il cerchio d’alcun canto; questo dice, perchè ne la prima regione dell’aire sono molti monti e muri che rompeno la revoluzione dell’aire et anco ne la seconda regione, sì come si dice del monte Olimpo di Tessalia, del quale dice Lucano che passa infine a la tersa regione quando dice: Nubes excedit Olympus Lege deum. E sì come finge l’autore del monte del purgatorio che da la porta del purgatorio in su tanto, quanto è alto, rompe la revoluzione dell’aire de la tersa regione, e da inde ingiù de la seconda e de la prima che non fa in giro la revoluzione sua; e per questo si può vedere, perchè l’aire è sano et infermo, secondo li luoghi, lo quale sarebbe tutto sano e tutto infermo se tutto girasse; ma perchè sta saldo u’ è impedito lo suo girare, e quil che gira di sopra non può mandare di sotto perfettamente la sua influenzia, impedito da la forte resistenzia di quello di sotto o da la debile azione di quel di sopra, però addiviene che in uno luogo più si corrompe quil di sotto che in uno altro, et in uno tempo più che in uno altro. In questa altezza; cioè di sopra al paradiso terresto, che; cioè lo quale, tutt’è; cioè tutta è, disciolta; cioè libera da impedimento: imperò che di sopra l’aire è libero, e non v’è cosa che impacci la sua revoluzione, Nell’aire vivo; chiama aire vivo quello del principio de la tersa regione in su, perchè è; vicino a la spera del fuoco; et è quello che li Grammatici chiamano aether, e muovesi tutto in giro come la spera del primo mobile, tal moto percuote; quale detto è del primo mobile, E fa sonar la selva; cioè 59 el moto del primo mobile, percotendo l’aere, muove la selva e l’aere 60 suona, perchè; cioè per ch’ella, è folta; cioè piena d’arbori, et ecco la cagione perchè suona. E la percossa pianta tanto puote; cioè à tanta virtù, Che della sua virtute l’aura impregna; cioè riempie l’aire lo qual si muove e fa vento de la sua virtù e del suo odore; e questa è la cagione, perchè qui si sente suono di vento delicatissimo et odore soavissimo, E quella; cioè aura: propriamente aura è vento delicato, poi girando in torno; alla spera della terra, scuote; cioè la virtù de le piante della quale ella è ripiena, quando passa sopra essa come farebbe un ramo bagnato quando fussi girato intorno, E l’altra terra; cioè quella del nostro emisperio, secondo che è degna; cioè [p. 686 modifica]secondo ch’ell’è atta a ricevere la virtù, che scuote l’aura che si gira come seme e poi a a producere, Per sè; ecco che tocca una delle cagione, per che li frutti non sono pari in ogni luogo, e di ciò ne è cagione alcuna volta el terreno, che è migliore più in una parte che in una altra, o per suo Ciel; ecco l’altra cagione; la influenzia del cielo, sotto el quale ella è, concepe; cioè la virtù dell’aere scossa sì, come seme, e figlia; cioè produce fuori lo frutto, come figlia. Di diverse virtù diverse legna: cioè 61 diverse alberi et erbe che ànno diverse virtù, e 62 così la nostra terra produce del seme delle piante che sono nel paradiso terrestre. Non parrebbe di là poi maraviglia 63; poi che così è, dice Matelda a Dante, Udito questo; ch’io ò detto, quando alcuna pianta Sanza seme palese vi s’appiglia; che 64 non sia seminata e nasce. E saper dei; questo, tu, Dante come cristiano, che la campagna santa 65, Dove tu se, d’ogni sementa è piena 66: imperò che la s. Scrittura questo dice che ’l paradiso terresto è pieno d’arbori e d’erbe odorifere; et allegorice, pieno d’ogni virtù, E frutto à in sè; questa campagna e pianura, che di là non si schianta; cioè che nell’altro emisperio nullo arbor si truova; puote anche dire el testo: non si chianta; cioè non si pianta 67, et è vocabulo di Sicilia. E questo è l’arbor della vita, lo quale è nel mezzo del paradiso, e chi del suo frutto mangiassi non morrebbe mai: questo frutto non si trova in questo mondo; ma nello stato della innocenzia si trova un frutto che dà vita all’anima, che mai non muore: questa vita è la grazia di Dio, che chi à non può andare alle pene infernali.

C. XXVIII — v. 121-138. In questi sei ternari finge come {{Pt|Ma-|} [p. 687 modifica]Matelda lo dichiarò onde era lo fiume, che vedea che parea contraddire a quello ch’era detto di sopra, come che lassù non possa montare vapori terrestri, nè aquei; e così parrà che non vi dovessi esser fiume, lo qual si genera di vapori umidi nel mondo, dicendo: L’acqua che vedi 68; cioè lo fiume Lete, non surge di vena 69; cioè che manchi, come quelli del mondo, Che; cioè la qual vena, ristori e’ vapor, che ’l Ciel converta; e qui tocca la Filosofia, dimostrando la cagione del mancamento et accrescimento de fiumi, e’ quali mancano per li vapori dell’acqua che tira a sè lo cielo, e poi crescono quando lo cielo converte e’ tirati vapori in acqua; la qual cosa non avviene nel paradiso terrestre, perchè non vi piove; ma sta sempre equale; e però dice: Come fiume che acquista e perde lena; come fiume mondano che acquista quando piove, e perde quando è secco, Ma esce di fontana salda e certa; cioè 70 Lete, salda; dice perchè non vien meno, certa; perchè non cresce, nè manca 71, Che; cioè la qual fontana, tanto 72 di valor da Dio riprende; cioè acquista, Quant’ ella versa da dua parte aperta. Questa fonte, secondo la fizione dell’autore, à dua bocche et ognuna fa un fiume; da man sinistra escie Lete, e da man destra esce Enuoe, e finge sia nello oriente, e però la fonte significa la grazia di Dio confirmante; e due acque, due specie di virtù, che l’una induce dimenticanza del male che è la parte sinistra, e l’altra ricordanza del bene; la prima virtù si chiama purità e semplicità di mente, la seconda fervore e carità di Dio. E però dice: Da questa parte; cioè da man sinistra, con virtù discende; cioè l’acqua 73 Lete 74 discende con virtù di purità, Che; cioè la qual virtù, toglie altrui memoria del peccato: imperò che chi è in sì fatto stato dimentica el peccato, nè sa che sia peccare: però che è confermato in grazia, e così è venuto a lo stato de la innocenzia, [p. 688 modifica]Dall’altra; cioè dalla parte destra discende l’acqua di Eunoe, con virtù che, d’ ogni ben fatto 75 la rende; cioè arreca a memoria ogni bene operato o che far si può; ma in prima si conviene bere Lete, dove si viene allo stato della innocenzia quando la mente è venuta a purità; e poi bere Eunoe, e così si viene alla contemplazione, nella quale l’omo è trasformato per fervore di carità, et innamoramento del sommo bene. Iddio. Quinci Lete; cioè da questa parte sinistra questa acqua si chiama Lete; cioè oblivione e dimenticanza del male; lo qual fiume finse Virgilio e gli altri Poeti essere ne’ campi elisi ne’ quali fingono stieno e’ buoni; ma lo nostro autore arreca la finzione alla nostra fede, e però finge che sia nel paradiso terestre, avendo allegorico intelletto, come detto è, così dall’altro lato 76 Eunoe si chiama; cioè la detta acqua che è da man diritta, e non adopra; cioè non fa frutto, se non a chi ne beessi 77, Se quinci; cioè dalla sinistra, dove è Lete, pria non è gustato; cioè assaggiato, e quindi; cioè da man diritta, dove è Eunoe. E per questo dà ad intendere che nullo può bene operare nelle virtù attive e contemplative, se non riceve drento ne la mente innanti la grazia di Dio, che è dimenticare lo male, e dà simplicità e purità alla mente, et appresso incende el cuore dell’amor di Dio e del prossimo 78. A tutti altri sapori esto è di sopra; cioè 79 che la grazia di Dio avanza tutti e’ sapori dell’altre acque, cioè tutte l’ altre grazie; e questo dice, per confortare Dante che di questa acqua bea desiderosamente. Et ora fa discressione, dicendo: Et avvegna che assai possa esser sazia La sete tua: cioè lo desiderio di te Dante, per la cagione dell’aura de la selva e dell’acqua, dice Matelda a Dante, perch’io; [p. 689 modifica]cioè ben ch’io, più non ti scuopra; cioè per ch’io non dica più de la detta materia, Darotti un corollario: corollario è una conclusione vera che discende da le cose ditte di sopra oltra l’opposito 80, e chiamasi corollario, nome diminitivo e dirivato da corona: la corona per premio si dava a coloro che vincevano; e così lo scientifico disputante adiunge di po’ la sua conclusione ch’ elli à iunto co le ragioni una verità, che discende da le ragioni dette che è come premio picculino de la sua vittoria, ancor; cioè oltra quello ch’io abbo ditto, per grazia; cioè per compiacerti: imperò che non è di necessità, Nè credo; cioè io Matelda, che mio dir ti sia men caro; cioè a te Dante, Se oltra promission teco si spazia; cioè se io dico più ch’io non ti promisi nel principio del mio parlare, dove io dissi che venni presta ad ogni tua questione tanto che basti, et ora dico più e passo la promessione.

C. XXVIII — v. 138-148. In questi tre ternari et uno versetto lo nostro autore finge come Matelda disse lo corollario che avea promesso di sopra; e come Virgilio e Stazio d’ esso si mossono a riso, dicendo così: Quelli; cioè Poeti, ch’anticamente; cioè li quali anticamente, poetaro; cioè usonno l’arte della poesi, e poetando finseno, L’età dell’oro e suo stato felice; siccome Ovidio e li altri autori che di ciò ànno parlato, de la quale età è stato ditto di sopra, Forsi in Parnaso esto loco sognaro; cioè viddeno ne lo studio poetico figurato questo luogo; cioè lo paradiso terresto, come nel sogno si vedeno le cose figurate ne la fantasia. E notantemente dice, sognaro: imperò che era opinione che alquanti diventasseno poeti, s’ elli sognassero d’essere in Parnaso, che è monte in Grecia u’ è la fonte de le Muse; o vero che in Parnaso realmente fusseno e quive s’addormentasseno e sognasseno d’ esser fatti poeti da le Muse, altramente no: imperò che quive diceano essere mostrate loro nel sogno da le Muse tutte le fantasie e figurazioni che fanno poi li Poeti, sì come dice Persio nel suo principio: Nec fonte labia prolui caballino: Nec in bicipiti somnasse Parnasso Memini ec.; e di quinci credo che l’autore nostro lo tolliesse: imperò che, fingendo l’età dell’oro e lo stato suo felice lo quale aveano veduto ne la fonte de le Muse, figuratamente dormendo; cioè riposandosi in esso col pensieri come si riposa l’omo che dorme nel letto, descrisseno lo paradiso delitiarum: imperò che ciò, che Ovidio, Metamorfosi, dice nel primo de l’età dell’oro, si verifica ne lo stato de la innocenzia, nel quale 81 ste Adam et Eva mentre che stetteno nel paradiso terrestro; e però dice: Qui; cioè in questo paradiso, fu innocente l’umana radice; cioè li primi ditti [p. 690 modifica]parenti, Qui; cioè in questo paradiso, primavera sempre; cioè fu coniome dice Ovidio nel ditto luogo, Ver erat aeternum, 82 placidique tepentibus auris Mulcebant Zephyri — , et ogni frutto; cioè fu qui nettar è questo, di che ciascun dice; cioè questo fiume è quil nettare, che lutti li Poeti diceno che beano li dii. Questo nettare si dice la stella Diana, et ogni beveragio lavorato et artificiato; unde nel preditto luogo dice Ovidio: Flumina iam lactis, iam flumina nectaris ibant, e così appare che, parlando li Poeti de la prima età, parlavano del paradiso delitiarum, figurato loro per quello che aveano veduto noi sonno in 83 Elicone di Parnaso; e sotto questa figura significavano li Poeti che chi si riposava ne lo studio de la poesi, che è come dormire, li era spirato ne la mente fizioni sopra la 84 verità occulte, come è a chi sogna. Io; cioè Dante, mi rivolsi addietro allora tutto Ai miei Poeti; cioè a Virgilio e Stazio: volgersi a rieto non fu se non tornare a considerare co la mente e col pensieri la poesi, la quale àe finto molte cose che si possano recare a la Teologia; e questo considerò l’autore, avendo fatta questa finzione, e dice tutto: imperò che tutto fu in questo pensieri, e viddi che con riso Udito aveano l’ultimo costrutto; cioè Virgilio e Stazio aveano riso sopra questo corollario di Matelda; e per questo dà ad intendere che la sua ragione e lo suo intelletto si rallegrò, vedendo come la poesi si può accostare alla verità de la santa Teologia. Poi a la bella donna; cioè Matelda, tornai ’l viso; cioè io Dante tornai a ragguardare Matelda. E questo dà ad intendere ch’elli ritornò a considerare e studiare la dottrina de la santa Teologia; cioè li santi dottori, che sopra questo ànno atteso e quella dottrina scritto 85. Seguita lo canto xxix.

Note

  1. C. M Moise
  2. C. M. dove era
  3. C. M. avea sognato di sopra
  4. C. M. a l’ acqua la ditta donna e ragguardò
  5. C. M. a quelle del mondo
  6. C. M. e separazione delli omini;
  7. C. M. la verdura
  8. C. M. tenneressa e fessibilità
  9. C. M. gli angeletti
  10. C. M. che in ogni
  11. C. M. loro operare che ànno a Dio
  12. C. M. in terra nel nuovo testamento e le cose pratiche della santa Chiesa, e quelle operare che a lui è lecito e permesso; la qual cos
  13. Influe; influere, verbo della terza foggiato sulla seconda coniugazione. E.
  14. C. M. dal
  15. Terresto, terrestro; celesto, celestro comuni ai Classici nostri. E.
  16. C. M. dalla elezione
  17. C. M. spinto
  18. C. M. del
  19. Spegnato; da spegnare per la non infrequente riduzione dei verbi d’una coniugazione ad un’ altra. E.
  20. C. M. poi come era fatto lo ditto
  21. C. M. sciolliendo
  22. S’ addormento; s’ addormentò, come altre volte si è notato, Tom. II, p. 588. E.
  23. C. M. giunto
  24. Calende maggio; calende di maggio, ed è bel modo ellittico del nostro idioma. E.
  25. C. M. calendi Maggio
  26. M. Caetani, sincero amatore degli studi danteschi, à publicato un suo scritto dove mostra che la Matelda dell’Alligliieri non fu la Contessa di Canosa ; ma la beata Matelda regina d’ Alemagna, madre dell’ imperadore Ottone, ed ava materna di Ugo Ciapetta. E.
  27. C. M. battesmo e per lo magiscuolo,
  28. C. M. presente;
  29. C. M. sciolliendo
  30. Nel testo ci è sfuggito sambianti. E.
  31. Suo; sue, usato qui pure invariato. E.
  32. C. M. va per sottoterra
  33. C. M. dimenticare uno male sopra l’ altro che è passato di dimenticare l’ altro
  34. C. M. del carcasso
  35. Inaverare, o naverare; ferire, dal verutum latino, verrettone, sorta di giavellotto. E.            C. M. innaverati
  36. Medesimo, stesso; appo i nostri Classici, come presso i Latini si rinvengono sovente invariati. E.
  37. C. M. opere di virtù
  38. Il C. M. riporta - altare - ed il nostro - autare - tolto dall’ autar provenzale. E.
  39. Suoi, tuoi, miei; presso gli antichi eziandio nel feminino, come benevoli, fini, leggieri ec. E.
  40. C. M. dimenticato
  41. C. M. chiamò -; ed il nostro - chiama, - passato non rado presso gli antichi. E.
  42. C. M. giovano
  43. Taula; tavola, nei padri nostri che lo ebbero esemplato da taula de’ Trovatori.
  44. affogonne
  45. C. M. unde ella muove
  46. C. M. corrolaria
  47. C. M. della innocenzia, passato Lete nel quale si viene a le contemplative; ma prima conviene che si passi Eunoe, e forsi
  48. C.M. esercitare - e il Ricc. - eserzitare - come dolze, forza, merzè ec. E.
  49. C.M. in pervio
  50. C.M. predicazioni
  51. C.M. le quali tre cose
  52. C.M. piace
  53. C. M. meum,
  54. C. M. ore tre: imperò
  55. C. M. simulata
  56. Sotto da sè. La particella da adoperata dopo la preposizione sotto mostra con assai evidenza la massima eminenza del paradiso terrestre in rispetto alla bassa terra. E.
  57. C. M. e li freddi o in acqua e in neve, e così
  58. C. M. di niuna è sicura.
  59. C. M. lo movimento de l’aire, nel quale percuote lo movimento del primo mobile,
  60. C. M. percotendo lui muove, e la selva mossa dall’ aire
  61. C. M. diversi, ed il Riccard.-diverse-, come altre, nel T. II. p. 655. E.
  62. C. M. erbe che ànno diverse virtù, ecco che fillia la nostra terra del
  63. C. M. finge Dante che Matelda dica a lui: Non dè parere nel mondo ineravillia poi che così è, Udito
  64. C. M. cioè nasce della terra e non fi’ posta, nè seminata, o vero non parrebbe di là poi meravillia, Udito questo ec.; e saper dei; cioè tu, Dante: però che se cristiano e la dottrina cristiana dice che ’l paradiso delitiarum era pieno di tutti diletti; addunqua convenia che così fusse che fusse pieno d’ogni semente, et anco come poeta lo dei sapere: imperò che li Poeti questo dimostrano con le loro fizioni, che la
  65. C. M. dice campagna perchè quine era pianura, e dice santa perchè quine è stato d’ innocenzia, dove tu se; cioè nella quale tu se, d’ ogni
  66. C. M. cioè d’arbori e d’erbe quanto alla lettera. Ma secondo l’ allegoria s’intende di virtù; cioè d’ogni spezie di virtù; e non v’ è altessa di monti che significa malagevilessa o superbia, E frutto
  67. C. M. a modo di Sicilia che dice chiantare lo piantare, e schiantare cioè troncare come si tronca lo frutto da l’ arbore quando si collie. E se voltiamo dire si chianta allora si dè intendere frutto; cioè arbore fruttifero, e questo è lo frutto della vita: imperò che l’ arbore della vita si dice essere nel paradiso delitiarum, del frutto del quale chi mangiasse non
  68. C. M. dice Matelda a Dante: Questo fiume che tu vedi
  69. C. M. deficiente, come fanno li fiumi del mondo li quali alcuna volta mancano, et alcuna cresceno; ma questo sta sempre ad un modo, e però dice:
  70. C. M. Questo fiume allegoricamente significa la simplicità e purità della mente. A la quale colui viene che è in stato d’innocenzia sì, che non s’ arricorda più d’alcuno vizio, nè peccato; la quale simplicità e purità viene dalla grazia confirmante e consumante di Dio. E però dice che la sua fonte è certa e salda, salda
  71. C. M. Ma quelli del mondo cresceno e mancano e vegnano meno; per quelli del mondo si può intendere li atti meritori li quali si fanno innanti che si vegna allo stato perfetto per mezzo della grazia illuminante e cooperante, li quali cresceno e mancano e vegnano meno; e secondo che la grazia di Dio si ritira a sè per li demeriti o s’ infunde per li meriti, Che
  72. Pongasi mente alla bella variante che ne offre il nostro Chiosatore: tanto di valor da Dio riprende. E.
  73. C. M. l’acqua della ditta fonte, con virtù che significa la simplicità, Che
  74. L’acqua Lete; l’acqua di Lete, per ellissi. E.
  75. C. M. l’accende o vero rende; cioè la memoria, e l’accende; cioè la sopita memoria; cioè arreca a memoria tutti li suoi meriti e tutte le buone operazioni che fatte sono o che farsi possano. E questa virtù con che viene questa acqua è fervore di carità di Dio e del prossimo, e di po’ questo si viene alla contemplazione. Quinci; cioè
  76. C. M. cioè dal destro: sempre lo bene s’ intende per lo lato destro, e lo male per lo sinistro. E però dalla parte sinistra finge Lete, e dalla parte destra Eunoe. che s’ interpetra buona mente, a l’arricordamento del bene, si chiama;
  77. C. M. quasi dica, per bagnarvisi o per lavarvisi non adoperrebe; se altri vuole che adopri conviene che ne bea nella ditta acqua, così da l’uno lato come dall’altro, Se quinci;
  78. C. M. che dà ardore di tutte le virtù. Ma prima si conviene bere Lete: imperò che allora si viene allo stato della innocenzia, quando la mente è venuta a purità: e poi si conviene bere Eunoe, e così si viene alla contemplazione nella quale conviene l’ omo essere innamorato del Sommo Bene. A tutti
  79. C. M. questa acqua, intendendo dell’ una e dell’ altra, che significa la grazia confirmante e consumante con quelli due suoi effetti; cioè simplicità e fervore, è di sopra; cioè avansa tutti gli altri sapori d’acque, cioè avansa
  80. C. M. lo proposito,
  81. C. M. stette; - e il Codice nostro - ste -, le quali due voci provengono dall’ infinito stere E.
  82. aeternum tepidi sine nubibus auras
  83. Elicone; desinenza primitiva. E.
  84. C. M. le verità
  85. C. M. scritto. E qui finisce lo canto xxviii, e seguitalo canto xxiiii.
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