Commedia (Tommaseo)/Vita di Dante

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Il secolo di Dante Amore di Dante


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VITA DI DANTE.




Nacque in Firenze nel 1265, morì nel 1321 in Ravenna. Gli Allighieri o Aldighieri, delle più illustri case della città, avevano l’origine da Roma: ebbero affinità in Ferrara, cognazione in Parma: e l’ultimo loro rampollo, del casato de’ Serego, io vidi in Verona, ritraente ne’ lineamenti non so che dell’antico Poeta. Famiglia guelfa, e guelfo maestro ebbe Dante, il Latini; e tra’ Guelfi combattè a Campaldino nell’anno venticinquesimo dell’età sua; tra’ Guelfi , dico, combattè nella prima schiera a cavallo fortemente, e provò la prima e unica gioia, ma amara gioia, della vittoria. Questa è cosa importante ad intendere gli scritti e le opinioni dell’uomo; il quale, nel giudicare severamente gli amici Ghibellini, rispettosamente taluni de’ Guelfi nemici, e ubbidiva al vero, e ricordava i primii piaceri ed affetti della infelice sua vita.

Sull’età di nov’anni, il dì primo di maggio, dì solenne a Firenze, vide la figliuola di Fol o Portinari, fanciulla di ott’anni circa, e l’amò. Della gioventù spese gran parte in istudi severi sui Padri della Chiesa, Aristotele e la sua scuola, i filosofi morali, e i poeti di Roma. Nè le scienze naturali neglesse. Nella lettura di un libro nuovo si profondava tanto da non s’accorgere di moltitudine che schiamazzasse in gran folla. I poeti provenzali e francesi e italiani conosceva; e da ogni cosa traeva occasione e materia a far più ricco il concetto e il dire suoi. Dal ventesimo al ventesimo sesto anno d’età (non smettendo il pensiero delle cose civili, e tutta l’Italia co’ suoi desiderii abbracciando) meditò versi di schietto amore che lo angosciava con dolce forza, e vinceva quell’affetto delle mondane vanità che, morta Beatrice, lo tenne. Dal 1287 ell’era moglie a Simone de’ Bardi; ma che nè prima nè poi egli avesse da lei altro che ispirazioni pure, i suoi versi purissimi e la Commedia, il cui concetto dobbiamo a Beatrice, l’attestano. [p. xxiii modifica]

Nel giugno del 1290 ella muore, e lo lascia percosso di tanto dolore, che per lungo spazio di tempo parve come tra disennato e salvatico. E pensò forse allora a rendersi frate: certo, allora o poi, s’ascrisse ai terziarii di S. Francesco d’Assisi, Santo da lui con sì affettuosa venerazione cantato; e con quell’abito indosso volle, a quanto si narra, morire.

Dopo morta Beatrice, scrisse la Vita Nuova, nella quale già promette opera maggiore in onore dell’Angelo suo. Fin d’allora l’aveva collocata nell’alto de’ cieli, e fattala come simbolo della morale virtù; ma le sventure sopravvenute con gli anni lo condussero a porla simbolo della virtù civile eziandio, la qual mai dalla morale non fu nel suo pensiero disgiunta. Fra le vampe dell’odio splende modesta e ispiratrice dell’ingegno suo la fiamma quieta d’amore.

Consigliato da parenti e da amici, nel 1292 prese moglie Gemma Donati della possente famiglia di Corso il barone superbo di lì a poco avverso al poeta. Tal parentado gli parve onorevole, fin dopo accesi gli odi; nuova ragione a credere declamazione rettorica quell’unico testimonio del Boccaccio, che Gemma gliosse discara. Confessa egli medesimo, lei, nell’esilio del marito, aver le possessioni sue proprie non senza fatica difese dalla rabbia cittadina, e con quelle sè i figliuoli piccoli sostentati. Dante non ne fa motto, perchè parlare di cose domestiche a lui pareva atto di debole vanità. E neppure de’ figli fa cenno: non li amò forse? Ma troppo è vero ch’altre donne egli amò nell’esilio: una fanciulla di Lucca, madonna Pietra degli Scrovigni di Padova, e vogliono ch’altre. Ma siccome la morte recente della Portinari appena lo salvò da un amore novello, e il matrimonio seguito due anni poi non ispense l’imagine nobilitatrice de’ suoi primi pensieri; così possiam credere che le affezioni, pure forse, le quali alleviarono, variando, i suoi tanti dolori, non gli cancellassero dal cuore il nome di Gemma. Nè gli odii politici potevano a lei nuocere nel pensiero di Dante, che così tenero parla di Forese il fratello, e di Piccarda la sorella, di Corso: di lui che i nemici onorò sovente di lode sì piena.

Per otto anni o nove la repubblica l’ebbe tutto. Le nuove costituzioni popolari, stringendolo, per aver parte nel reggimento, ad aggregarsi a una delle arti, e’ scelse quella de’ medici e degli speziali, più prossima a scienza. Forse in questo frattempo cominciò il suo poema in lingua latina, che smesse ben presto, spinto da necessità di trasfondere più schietto in anime molte il dolore e lo sdegno dell’anima sua. E a questo tempo si rechino ancora le varie [p. xxiv modifica]ambasciate sue in Siena, in Perugia, in Ferrara, in Genova, in Roma, in Napoli, in Francia, se crediamo al Filelfo; taluna delle quali assai rilevante, e le più con esito buono. La più notabile, e acutamente notata da Cesare Balbo, fu quella del novantanove in nome della Taglia guelfa ai Comuni toscani che a tale società appartenevano, perchè venissero a nominare un capitano novello di detta Taglia. Nel governo popolano era dunque un altro governo guelfo più pretto: e Dante, poco tempo innanzi l’esilio suo, ci ebbe parte. Era di questa Taglia Pistoia: nella quale città, sorta discordia tra i Cancellieri Bianchi e i Neri, Firenze, per chetare la cosa, li chiamò a sè. Quindi i Guelfi di Firenze divisi in Neri e Bianchi: e de’ Bianchi, a’ quali s’accostarono i Ghibellini, capo Vieri de’ Cerchi, uomo rozzo delle cose civili; de’ Neri, Corso Donati, uomo di spiriti ambiziosi ed ardenti. Papa Bonifazio VIII teneva da’ Neri. Si venne al sangue. Nel giugno del mille trecento Dante è creato de’ sei priori; i Bianchi e i Neri rivengono alle prese, incitati più che placati dalla mediazione del cardinal d’Acquasparta: i priori, per non si mostrare di parte, mandano a confino alcuni tra i capi de’ Neri e alcuni Bianchi, tra i quali era Guido Cavalcanti amico di Dante, genero di Farinata, odiato da Corso. I Bianchi furon più presto richiamati de’ Neri, ma dopo finito il priorato di Dante. Nel dicembre s’azzuffan da capo; e poi nel gennaio del trecentuno. I Neri (più torbidi, a quanto pare, de’ Bianchi) congiurano per chiamar lo straniero come paciere; scoperti, sono mandati a confino. Corso va a Roma, brigando perchè venisse paciere il Valesio, nemico di que’ d’Aragona, accetto al Papa. Dante è della repubblica inviato ambasciatore con altri; fatto già Guelfo de’ Bianchi, non Ghibellino cioè, ma prossimo a quelli. Allora disse quella parola altera, ma che ben distingue l’uomo e la debolezza di parte sua: S’io vo, chi resta? S’io resto, chi va?

Carlo Valesio scende in Italia: i Bianchi di nuovo mandano Dante ambasciatore a Bonifazio: ma questi aveva già nominato il Francese Senzaterra, pacier di Toscana; credendo forse men guai di que’ che successero. E che ligio in tutto non fosse Bonifazio alla Francia, la sua morte ce’l mostra. I due ambasciatori compagni al Poeta, ritornano; egli rimane a Roma, intanto che il primo di novembre del 1301 Carlo metteva piede nella tradita città. Addì cinque, Corso ritorna, e la guerra civile seco: sacheggiate, arse le case de’ Bianchi; una legge dona al podestà licenza di chiamare a sindacato i fatti de’ priori, anco assenti. La qual legge, direttamente nemica al Poeta, pesò su lui, quando, accusato di baratteria, all’avvenimento di Carlo fu ben tre volte [p. xxv modifica]in quattro mesi condannato con altri a grave multa; e, se non pagava, guasti e confiscati i beni, e due anni frattanto in esilio per il ben della pace; e nell’ultima condanna, s’e’ torna, bruciato. Che calunniosa fosse l’accusa di baratteria, superfluo accennarlo: nessuno de’ suoi nemici la osò sostenere. Il Papa mandò di nuovo paciere il cardinale di Acquasparta: ma, i Neri negando raccomunare gli offizi, la città tu da esso interdetta.

Da Roma giunto a Siena, riseppe Dante meglio le nuove vicende, e della casa sua arsa, ch’egli aveva onorevole in Porta San Piero presso i Portinari, i Cerchi, i Donati; e de’ terreni guasti in pian di Ripoli e altrove. Ebbe compagno nell’esilio il padre di Francesco Petrarca, nato nell’esilio appunto, e nel fornire d’una spedizione disavventurata. Degli altri compagni ebbe a dolersi, e forse troppo severamente, come di stolta compagnia e di malvagia. Forse i difetti loro erano vizii immedicabili della parte. Ma Dante in mezzo ad essi rimane quasi solitario; pellegrino scrittore, ardente d’odio, ma puro di cupidigia, innamorato di una sua ideale giustizia, difficilmente applicabile a’ tempi, ma che de’ tempi ritraeva in parte gli errori e le antiche calamità dell’Italia.

Scacciati dalla guelfa Siena, sorretti da alcuni signori e da qualche città, i fuorusciti crearono un loro nuovo reggimento, del quale era Dante, accostatosi ai Ghibellini, sebbene non mai Ghibellino pretto; e in Arezzo stavasi preparando la guerra. Incitato dal Papa, il podestà ne li scaccia; ond’eglino si ritraggono in Forlì, dove aveva potere il ghibellino Scarpetta degli Ordelaffi, capitano degli esuli e di una gran lega stretta da molte città romagnuole. Con quattromila fanti e settecento cavalli incorrono in quel di Firenze: ma vanno respinti. Vennero da Verona soccorsi impetrati da Dante, che v’andò ambasciatore a Bartolommeo della Scala.

A Bonifazio succede Benedetto XI, che a pacificare Firenze manda il cardinale di Prato. Questi ebbe con Dante e col padre del Petrarca, come principali dei fuorusciti, un colloquio. Ma perchè la mediazione fu mal gradita da’ Neri, altri tumulti nella città, nuovi esilii.

Nel 1304 lo troviamo in Toscana de’ dodici consiglieri di parte sua, macchinante la guerra; troviamo sottoscritto il suo nome tra’ fuorusciti che guarentiscono agli Ubaldini rifacimento di danni nell’impresa che stava per farsi contro il Castello di Monte Accianico. Ed ecco i Bianchi, rafforzati (mentre che pendevano i trattati del papa mediatore procurati in Roma), dissuadente il Poeta, dopo breve indugio ma funesto, entran di nuovo nella contesa città; ma, non [p. xxvi modifica]so per qual fato esitanti, ben tosto si danno a vituperosa fuga. Allora forse il Poeta, sdegnato e scorato, si scosta dagli esuli.

Nell’agosto del 1306 gli era in Padova, e ci chiamava Pietro il figliuolo maggiore; che l’accompagnò poscia in Ravenna: poco dopo, era in Lunigiana presso i Malaspina, che lo eleggon arbitro d’una lite domestica: poco prima o poco dopo, se n’ hanno vestigie nel Casentino. Che in questo tempo e’ chiedesse, con la lettera: Popolo mio.che t’ho io fatto?, ritornare in patria, non so negare nè affermare: e parmi che, vivo il Donati, tale speranza dovesse parergli vana.

Su questo tempo pose mano al Convito, dove intendeva comentare quatttordici sue canzoni, a far mostra di scienza, e a presentare Beatrice come simbolo della purissima sapienza. Qui il simbolo ammazza la poesia: le citazioni soffocano la scienza stessa: e poche, ma potenti, incontransi le parole ispirate da quella virtù di fede amorosa e di coraggioso dolore che lo fece poeta.

Circa il medesimo tempo mise pur mano al Trattato del Volgare Eloquio, nel quale, dopo filosofato al suo modo intorno all’origine e alla natura dell’umano linguaggio, e’ discende alla lingua d’Italia e alla insufficienza letteraria de’ suoi dialetti: trattato il cui scopo è men filologico che civile, e mira a temperare il soverchio rigoglio del municipio, che fu la debolezza insieme e la forza della stirpe italiana. Perchè s’abbia, dic’egli, lingua letteraria degna, vuolsi una norma di perfezione alla quale attemperarla: e poichè le favelle d’Italia son tutte dell’altezza di tal norma minori, conviene da tutte scegliere le forme più evidenti, più nobili, e quelle che a più favelle ad un tempo siano comuni. Le cose che Dante con intendimento politico diceva dell’Italia antica, affine di congiungerne le forze sparte, taluni intesero torcerle all’Italia presente per sempre più le sue forze dividere. Ma a dimostrare quant’e’s’ingannino, basti avvertire che la Commedia da costoro additata come modello del dire illustre, è, nell’intenzione di Dante, dell’umile: e illustri al contrario le canzoni sue scritte ch’egli non aveva per anco lasciato Firenze. Ma qui non è luogo a disputare di ciò.

Quando avesse il Poeta smessi, quando ripresi, gli accennati lavori (de quali il Convito e il Volgare Eloquio rimasero incompiuti), impossibil cosa accertarlo. Nè crederei al Boccaccio, là dove narra che i primi sette canti del poema (fosser pure latini), dimenticati in Firenze, e trovati da un amico, e mandatigli nell’esilio, lo invogliassero a seguitare. Non a caso riprendonsi opere tali, che sono la vita [p. xxvii modifica]della vita. L’avess’egli cominciato innanzi l’esilio, certo che poi gli venne e variato e aggrandito il disegno. Ma certo è altresì che dai primi canti (rinnovellati o no) le proporzioni dell’intero poema erano già con esattezza matematica misurate1. Dote degl’ingegni sovrani; l’imaginazione potente, ma signoreggiata dall’intelletto, e però signora di sè.

Nuove speranze, duramente deluse. Nel 1307 un esercito condotto dal cardinale degli Orsini assale i Neri; è respinto. Il Poeta ha in Lunigiana ospitalità dai buoni marchesi di Malaspina, discendenti di que’ Frangipane da’ quali si vuole che anco gli Allighieri avessero origine. Poi valica l’Alpi, e vede la Francia, e negli studi teologici si profonda. Forse di là trapassò in Inghilterra.

Ad Alberto imperatore, ucciso, succedeva Enrico VII, che nel seguente anno si appresta al viaggio d’Italia. Allora le speranze di Dante gli dettano quella rabbiosa lettera contro Firenze, o piuttosto contro la parte che quivi teneva alta la fronte. Egli le implora l’ira d’Enrico, e la chiama co’ più abbominevoli nomi: macchia grande in vita sì pura, se non la lavassero in parte le parole d’affetto più mite ch’egli poi proferì mansuefatto dal dolore impotente e dagli anni. Del resto, Enrico, mediocre uomo, amava il bene d’Italia a modo suo e de’ tempi, e tendeva a riconciliazione sincera con qualche condimento di stragi e di sfratti. Mal fece: ma Italiani parecchi avrebbero, nella condizione sua, fatto di peggio.

Il Poeta, veduto che l’ebbe (forse in Lombardia) e stato forse un poco a Forlì, se n’andò ad aspettarlo in Toscana. Dopo resistenze molte, superate a stento, l’imperator è finalmente sotto le mura di Firenze, il nerbo de’ Guelfi: la quale aveva richiamati taluni de’ fuorusciti, eccettone Dante con quattrocento e più altri. Ma il prolungato assedio fa l’imperatore spregevole. Dante, a quanto sappiamo, nel campo non era; fosse diffidenza dell’esito, o piuttosto pudore d’Italiano. Ma levato l’assedio, dopo un vano armeggiare altro poco, Enrico nell’agosto del 1313 muore. Nè Dante cessò d’onorarlo com’unico salvatore d’Italia. Tanto errano coloro che la sua dottrina politica fanno pura di pregiudizii e di passione. Egli che d’essere nato de’ nobili se ne teneva, che voleva gli ordini civili distinti, e poche mani regger la somma delle cose; egli che con Aristotele pensava, altri uomini essere nati a governare, altri a ubbidire, non era in tutto precursore de’ liberi d’oggidì. [p. xxviii modifica]

Stette per poco a Ravenna presso Guido da Polenta padre di Bernardino, che aveva in Campaldino combattuto con Dante, e di Francesca da Rimini. Nel 1314 gli era a Lucca, innamorato di giovane donna, accoltovi o almeno sofferto da Uguccione signore di Pisa, che l’aveva cacciato d’Arezzo. Da questo vedi se Uguccione potess’essere il Veltro, salute d’Italia.

Poteva Dante nel 1315 (altri vuole nel diciotto), pagando una multa e presentandosi in chiesa con un cero alla mano, riavere la patria: rifiutò i vili patti con lettera memoranda. Onde i nemici irritati rinnovarono la condanna. Si rifuggì poi presso Cane della Scala, che in sul primo l’accolse degnamente: ma poi pare gli usasse men riverenza, o nojato dall’indole tetra del Poeta, o preso dalla solita volubilità de’ potenti. E, a quanto pare, gli diede l’uffizio di giudice, non tant’umile forse quant’altri pensa. Irriverente affatto non è da credere fosse mai: chè non avrebbe Dante nella dedica (da taluni stimata apocrifa non vedo perchè), nella dedica, dico, del Paradiso non anche finito, osato o degnato parlargli delle proprie necessità: urget me rei familiaris egestas.

Dimorò nel Friuli presso il patriarca Torriano, guelfo: a Gubbio, presso Bosone, suo comentatore poi, e già esule anch’egli, ghibellino; a Ravenna, sempre coll’animo più scuorato, e più alto il pensiero. Poco avanti la morte, diede fine al poema. Circa il 1308 gli era forse morta la moglie, e prima o poi, due figliuoli de sei.

E forse dopo compiuto il poema, cominciò quella storia di parte guelfa e ghibellina, che accenna il Filelfo; e continuò, o, cominciato, finì il Trattato della Monarchia, dove s’ingegna di porre i limiti tra il sacerdozio e l’impero; di dimostrare come il diritto dell’imperatore è divino, e come spetta a lui da lontano vigilare sopra le sorti de’ popoli, senz’offesa de’ nazionali poteri e delle franchigie municipali. Applicando alle cose del reggimento quel che sant’Agostino pensò de’ religiosi fini ai quali era serbata la romana grandezza, e’ voleva conciliare l’unità politica con le civili libertà, gli opposti vantaggi di parte guelfa e di parte ghibellina. Le voglie dei Ghibellini d’allora non erano nè tanto strane nè tanto dotte. Lui morto, quel libro fu invocato da Lodovico il Bavaro, al quale era indirizzato, e che nel suo ghibellinesimo violava i diritti della sede con le ambizioni della corte; onde il libro fu arso per cenno d’un cardinale, e per poco non sparse al vento le ceneri del Poeta. Alcune proposizioni poi di quello, dannate dal Concilio di Trento.

Sull’ultimo, che il nome di Dante era affettuosamente venerato da molti, Guido, signor di Ravenna, nipote di [p. xxix modifica]Francesca da Rimini, e guelfo, gli offerse la laurea, proffertagli anco a Bologna: ma egli la sperava sul fonte del suo battesimo. Invano. Nel 1321, tornato da un'ambasciata per Guido avuta a Venezia, l'anno di sua età cinquantesimosesto, con vivo dolore de' suoi falli, e co' cattolici sacramenti morì. Splendide le esequie, e come trionfo. Gli ultimi tredici canti favoleggia il Boccaccio scoperti come per visione divina. E forse nella favola è questo di vero, che solamente dopo la morte di lui apparvero in luce.

Ebbe mezzana statura, curvo sul declinare degli anni: grave e mite l'andare, il vestito decente: mesto sempre, ma non senza amorevolezza il sorriso. Naso aquilino, grandi occhi, viso lungo, mento rilevato, il labbro di sopra sporgente, forte ossatura; colorito bruno, barba e capelli spessi, neri e crespi. Dicitore facondo in ringhiera, ne' colloquii rado e tardo, ma arguto: contegnoso, cortese, astinente e ordinato ne' cibi, vigilante. Sapeva di disegno: ebbe amici Giotto, al quale fu, dicono, consigliatore; il miniatore Oderigi da Gubbio, il cantore Casella. E sapeva anch'egli di canto.

Poi la repubblica di Firenze inviò Giovanni Boccaccio a Ravenna, portando fiorini cinquanta d'oro, alla figliuola Beatrice, monaca in S. Stefano dell'Ulivo; non in soccorso, ma quasi in offerta d'espiazione. Due de' figliuoli, ritornati a Verona, fermarono dimora quivi. E Pietro vi lasciò discendenza. E il Boccaccio e altri dopo dichiararono la Commedia nelle chiese di Firenze, che i proprii biasimi riverente ascoltava.

Non è qui bisogno discorrere del poema e della sua tessitura e de' fini. I personaggi mitologici in esso accennati, sono a lui parte di storia: Anteo, Mirra, Achille, Ulisse, Capanéo, Sinone, Rifeo, Diomede. Della storia antica hai Adamo, Raab, Davide, Ezechiele, Catone, Curione, Trajano, Costantino, Giustiniano, Maometto. De' più recenti, nell'Inferno, Nicolò III e Celestino V papi, Catalano e Loteringo e Guido di Montefeltro, frati, Brunetto Latini, Rusticucci, Aldobrandi, Guidoguerra, Ciampolo, Bertrando del Bornio, Alberti, Bocca degli Abati, Ugolino, cittadini più o men rinomati, con altri quattordici o quindici oscuri. Di donne storiche, l'Inferno ha sola Francesca, trattata con amorosa pietà: il Purgatorio, Pia e Sapìa, e, come simbolo, Matilde. Ivi sono due papi. Martino V pappone, e Adriano V avido d'oro; un abate degli Scaligeri, accidioso: molti signori e re, Ugo Capeto, Manfredi, Nino, Malaspina, uno de' Santafiore; cittadini notabili, meno che nell'Inferno: Del Cassero, Guido del Duca, Ranieri da Calboli, Marco Veneziano. Ma molti i cari al poeta: Casella, Belacqua, Buonconte, Oderigi, Forese, Buonaggiunta e Guido Guinicelli, poeti d'Italia, Arnaldo di Provenza. Il Paradiso ha tre [p. xxx modifica]donne, Piccarda, Costanza, Cunizza; di moderni al Poeta non hai che Romeo, il pellegrino; Carlo Martello, il figliuol di Carlo II di Puglia, che fu re d'Ungheria, e fin dal 1289 aveva in Firenze veduto Dante e postogli affetto; e il trisavolo Cacciaguida.

Le digressioni di storia e di scienza non mancano: nell'Inferno sola una, dell'origine della città di Mantova, forse, per rendere onore a Virgilio: così come quella del vigesimo secondo del Purgatorio, in memoria di Stazio, un de' poeti a Dante diletti. Ma nella seconda Cantica i tocchi geografici non son forse rapidi assai; nella terza, la dissertazione sulle macchie della luna è a pompa d'ingegno e di stile. Ma quello che nel diciottesimo del Purgatorio è toccato dell'amore, e nel Paradiso dell'inviolabilità del voto, del merito della Redenzione, delle facoltà innate, della sapienza di Salomone, de' giudizii temerarii, della predestinazione, della salute eterna de' Pagani, delle virtù teologiche, del peccato di Adamo, è parte essenziale del sacro poema.

Il Bettinelli, tranne poche terzine, il resto avrebbe buttato via; l'Alfieri, trascritto ogni cosa. I più si fermarono nell'Inferno; e non videro come le bellezze della seconda Cantica fossero più pure e più nuove, della terza meno continue ma più intense, e, dopo la Bibbia, le più alte cose che si siano cantate mai. Gli ammiratori lo calunniarono: chi fa di lui un altro Maometto, chi un libero Muratore, chi un empio, chi un deputato francese de' meno regi. Il Ginguené volle la visione tutta quanta d'invenzione sua: e pochi, se questo fosse, l'avrebbero intesa, nessuno sentita. Il Monti lo loda del dire le cose per perifrasi, ch'è lode direttamente opposta di quella che gli dava a miglior diritto il Rousseau: il Perticari lo fa dispregiatore della sua lingua materna; gl'interpreti gli danno del loro mille astuzie ingegnosette, di quelle che son l'unica suppellettile de' mediocri. Ma Dante le tradizioni religiose, popolari, scientifiche del suo tempo ha con riverenza raccolte; ogni suo concetto informò del presente e del passato; mai rinnegò l'alta fede dei padri suoi: fin laddove egli fulmina i preti indegni, all'autorità che lor viene dall'alto, s'inchina. Le circonlocuzioni fugge e va quasi sempre per la via più spedita: e attesta egli stesso, che mai la rima lo trasse a dire altro da quel ch'ei voleva: e pone per norma dell'arte, che sempre la veste poetica dee coprire un'idea vera e viva. Della sua lingua materna nulla immutò; ma trascelse. E fu poeta grande, perchè seppe con vincoli possenti congiungere natura ed arte, meditazione e dottrina, il sentimento suo e l'italiano, il culto del bello e del retto, gli affetti veementi, e l'amore sereno dell'altissima verità.

  1. Veggasi l’XI e il XXIX dell’Inferno e il XXXIII, che rispondono al primo e al XXXIII del Purgatorio; ma veggasi segnatamente la corrispondenza del II dall’Inferno col XXXII del Paradiso.