Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Libro IV/Capitolo VII

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Capitolo VII

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CAPITOLO SETTIMO

L’Ammiraglio manda a pregare i ribelli di non continuare nella loro ribellione. — Lungi dall’emendarsi, Porras stimola la sua masnada a impadronirsi della persona dell’Ammiraglio. — La fazione di Siviglia. — L’Adelanlado cogli ufficiali e coi malati va ad affrontare i ribelli. — Ultimi sforzi per evitare uno scontro sanguinoso. — Don Bartolomeo uccide i tre più violenti avversari, e fa prigioniero Francesco Porras. — I ribelli si sottomettono. — Due Caravelle vengono finalmente a ritirare dal loro esigilo l’Ammiraglio, e i suoi equipaggi. — Difficoltà del tragitto dalla Giamaica alla Spagnuola. — Ricevimento di Colombo a San Domingo. — Dispiaceri del suo soggiorno presso Ovando. — Suo ritorno in Ispagna. — Tempeste successive, pericoli e guasti sopportati dalla sua nave. — Giunge provvidenzialmente soccorso, a San Lucar di Barrameda.

§ I.

Quando al loro svegliarsi gli equipaggi non videro più il brigantino, credettero di aver sognato. Le circostanze di quell’arrivo e di quella partenza di nottetempo, l’attitudine di riservatezza e di assoluto silenzio dei rematori della scialuppa, parevano agli ufficiali che non si erano coricati, sospetti e di cattivo augurio: il messaggio, portato da un traditore, da un nemico noto a tutti, aveva un significato minaccioso: giudicarono che il governatore non voleva salvarli, a motivo della sua nimicizia contro l’Ammiraglio. Per tranquillarli, Colombo mostrò di essere interamente soddisfatto, e recò quale ragione della così sollecita partenza del brigantino, il desiderio di mandare più prontamente a liberarlo.

Ovando aveva spedito il traditore Escobar unicamente per vedere se l’Ammiraglio poteva co’ suoi propri mezzi uscire di là1. Ma l’interesse che suscitava quella sciagura, e le calde proteste de’ Religiosi Francescani l’obbligarono a non avversare gli sforzi di Diego Mendez per soccorrere i naufraghi, ed a mostrare di volerli salvare egli medesimo. [p. 257 modifica]

Nei suoi sentimenti di paternità adottiva l’Ammiraglio soffriva di vedere una parte de’ suoi marinai follemente separati da sè; consideravali come figli traviati; sperava, coll’annunzio di un vicino ritorno in Castiglia, di ricondurli al dovere, e risparmiare agl’Indiani i danni che i ribelli arrecavano loro continuamente: offrì ad essi un’amnistia piena ed intera, a condizione che si riconducessero tosto alle caravelle. E afine di provare che aveva ricevuto notizie da Hispaniola, mandò loro un pezzo di porco ed una misura di vino2, e scelse a messaggeri due uomini di merito, che avevano avuto precisamente relazioni coi Porras. Quando questi due inviati apparvero al quartiere dei ribelli, Porras andò ad incontrarli, e li prese in disparte, non volendo che i suoi uomini udissero le loro proposizioni, nel timore che le accettassero; nondimeno seppero che Diego Mendez era giunto ad Hispaniola, e che si aspettavano dall’un giorno all’altro caravelle.

Porras conferì per breve istante co’ suoi principali complici, e disse loro che l’Ammiraglio era un uomo crudele: egli ripeteva questa eterna accusa che Pedro Margarit, il padre Boil, e tutti i ribelli, avevano divulgata per autorizzare i propri delitti: aggiunse altresì che nessuno poteva fidarsi di lui; che Roldano, il quale lo conosceva bene, non si era mai lasciato prendere alle sue belle promesse, e aveva finito per farlo mandare in Castiglia incatenato. Porras rispose agl’inviati dell’Ammiraglio che i suoi compagni non accettavano le loro proposizioni: consentivano solamente, se giungevano due caravelle, a prenderne una per sè, ed ove ne fosse arrivata una sola, ad imbarcarvisi, lasciandone metà a disposizione dell’Ammiraglio: inoltre, poichè avevano perduto una parte delle loro vesti sul mare, lorchè avevano tentato di andare in canotto all’Hispaniola, pretendevano che l’Ammiraglio ne fornisse loro altre3: e siccome i due inviati fecero osservare, che quella non era proposizione [p. 258 modifica]da potersi fare, Porras rispose che si procaccerebbe colla forza ciò che non gli si concedeva di buon grado; e, detto questo, congedo i due ufficiali.

Tuttavia, temendo Porras che la promessa del perdono e la speranza di una pronta partenza non influisse sovra alcuni uomini della sua masnada, sicchè tornassero alle caravelle, negò l’arrivo di veruna nave; e disse loro che quell’apparizione di nave era una pura illusione operata dall’Ammiraglio che sapevasi essere un molto abile negromante4; perocchè, caso che si fosse presentata qualche nave, Colombo sarebbevisi subito gettato dentro con suo figlio e con suo fratello per salvare la propria vita, invece di marcire vergognosamente sulle caravelle. Non potendo quelle anime sordide comprendere la nobiltà dell’Ammiraglio, e la generosità del suo messaggio, si arrendettero a questa dimostrazione, tanto che Porras «li persuase d’impadronirsi della persona dell’Ammiraglio, e d’impossessarsi di quanto si trovava nelle sue navi5

l ribelli, condotti dal loro capo, si avvicinarono alla baia Santa Gloria, e vennero a stabilirsi nel villaggio indiano di Maima6.

Questa masnada insolente e furiosa si componeva sopratutto di genti di Siviglia, e rappresentava la fazione sivigliana nemica accanita di Colombo. Sulle caravelle non la si chiamava che col nome di Siviglia; perocchè si era formata meno assai per l’ascendente personale di Porras, che per le predisposizioni ostili de’ suoi compatrioti. Al nome indiano di Maima fu da quel punto sostituito quel di Siviglia, e anche oggidì, poscia che scomparvero dalla Giamaica tutti gli antichi nomi spagnuoli; sendo la Giamaica diventata preda degli Inglesi, questo nome significativo di Siviglia sussiste eccezionalmente, in mezzo ai nomi britannici, a perpetuare la memoria della perfidia e della [p. 259 modifica]persecuzione che pati l’Ammiraglio nella magnifica baia di Santa Gloria, chiamata oggimai la baia di Don Cristoforo.

Avendo la masnada occupato, adunque, la posizione di Siviglia, ad un chilometro circa dalla riva, Porras ardì mandare un cartello di sfida alla persona stessa dell’Ammiraglio. «Colombo era malato e non usciva dal letto.7» Egli stupì di tanta insolenza, e fremette d’indegnazione sentendo che i ribelli erano per venire ad assalirlo: pertanto raccomandò espressamente all’Adelantado di offerir di nuovo il perdono a tutti quelli che deponessero le armi.

A fronte di un tale pericolo, l’Adelantado raccolse tutte le sue genti. Per mala ventura alcuni erano convalescenti; gli altri persone di studio, ufficiali più prodi che gagliardi: diede loro eccellenti armature e stimò profittevole partito affrontare egli stesso il nemico. Giunto appiè d’un dosso ad un trar di balestra dal villaggio di Siviglia, don Bartolomeo, conforme alle sue istruzioni, spedì ai ribelli i due ufficiali stati loro mandati precedentemente: ma Porras, non volendoli udire, gli scacciò colla spada in mano. Contando nelle loro file gli uomini di maggior corpo e gagliardia, e altresì più esercitati alle armi, i ribelli guardavano con. occhi di pietà que’ gentiluomini e que’ malati che pretendevano misurarsi con loro: non temevano che un solo guerriero, l’Adelantado; ma si erano insieme accordati di raccogliere contro di lui i loro comuni sforzi: i sei più valenti della masnada avevano giurato di ucciderlo8, e dovevano, perciò gettarsi tutti al tempo stesso sopra di lui.

Sentendo vicino il momento della lotta, con alcune parole bene ispirate, l’Adelantado rianimò l’ardore de’ convalescenti, e raccomandò alle genti sue di fare il lor dovere, com’egli farebbe il proprio. La masoada di Porras irruppe improvvisamente sulla schiera dell’Adelantado, gridando: ammazza! ammazza! e i più gagliardi si gettarono tutti di conserva sopra don Bartolomeo. Ma, .al primo affronto, l’Adelantado atterrò morto [p. 260 modifica]sul colpo Juan Barba, mastro armaiuolo della Capitana, il primo che aveva sguainato la spada contro l’Ammiraglio; indi abbattè il piloto maggiore Juan Sanchez, e fece due grandi ferite a Pedro di Ledesma: in un batter d’occhio i sei uomini erano caduti. Allora Francesco Porras assalì più daccosto don Bartolomeo, e gli menò un colpo di sciabola così violento che ruppegli lo scudo e vi penetrò sino alla guardia; ma, quantunque ferito ad una mano, l’Adelantado lo abbracciò pel corpo, facendo ogni sforzo per atterrarlo: in questa lotta Francesco Porras toccò tali ferite, che lo posero fuor di combattimento, e rimase prigioniero. L’Adelantado continuò la battaglia. In breve, caduti i più valenti ribelli, il rimanente pigliò in disordine la fuga. L’Adelantado era sull’inseguirli, quando i suoi ufficiali gli rappresentarono che gl’Indiani. fin allora spettatori della pugna, potrebbero assalirli appena li vedessero dispersi e rifiniti dalla fatica9: Don Bartolomeo tornò alle caravelle coi prigionieri e li presentò all’Ammiraglio.

Colombo ringraziò suo fratello, ma sopratutto il Signore: rendette molte grazie a Dio, «tenendo per certo che lo aveva liberato dalla morte.10»

Questa vittoria non costò che due ferite agli uomini dell’Ammiraglio: Don Bartolomeo guarì presto della sua; ma sciaguratamente il bravo capitano del Galiziano, Pietro de Terreros, già maggiordomo del Vice-re, era stato côlto nell’anguinaia; e, nonostante le cure dell’Ammiraglio, moriva poco dopo. Questo servo fedele di Colombo, sdegnato del procedere del suo parente, Camacho, ch’era entrato nella cospirazione del medico Bernal, rivocò il testamento da lui fatto in suo favore durante quella campagna, e legò il suo patrimonio ad altri parenti lontani11.

Non avendo più capo da guidarli, i ribelli chiesero di fare la loro sottomissione; obbligavano con giuramenti e spaventevoli [p. 261 modifica]imprecazioni la loro obbedienza per l’avvenire. L’Ammiraglio degnò perdonare a tutti; tenne solo Francesco Porras prigioniero sulla sua caravella: pose i ribellati sotto il comando di un capitano di certa fede, probabilmente Pedro de Coronel, e li collocò nell’isola, per evitare gli alterchi che avrebbero potuto. nascere se fossero stati insieme coi loro vincitori.


§ II.


Già era trascorso oltre un anno, quando, con inesprimibile soddisfazione degli equipaggi, due caravelle entrarono nella baia di Santa Gloria. Trovavansi sotto il comando di un profumiere patentato, unico fabbricante di sapone della Spagnuola12, Diego di Salcedo, già scudiere della casa dell’Ammiraglio, diventato sotto i suoi ordini esperto nella navigazione, e che si era pel suo commercio, da cinque anni stabilito a San Domingo. Lo stimabile profumiere non aveva esitato ad abbandonare il suo negozio, appena vide che si trattava di soccorrere il Vice-re, suo antico signore. La prima di quelle caravelle era stata noleggiata dall’infaticabile Diego Mendez, «e caricata di viveri, pane, vino, carne di maiale, di castrato e frutti13.» La seconda era stata noleggiata dal governatore Ovando, che l’opinion pubblica costringeva a mostrare un po’ di buon volere anche suo malgrado. Egli temette di essere preceduto da Diego Mendez, e fidò anche a Salcedo il comando di questa nave. Appena le due caravelle erano uscite dal porto di San Domingo, Diego Mendez, il quale aveva noleggiata un’altra nave, s’imbarcò per la Castiglia con Bartolomeo Fieschi, e andò a render conto ai Re di questa, spedizione marittima.

Dopo avere ringraziato Dio della sua misericordia, Colombo [p. 262 modifica]salì sulla caravella noleggiata a sue spese, insiem co’ suoi ufficiali, e quelli che gli furono fedeli. Gli altri s’imbarcarono sulla caravella spedita dal governatore. Il 28 giugno le navi abbandonarono la baia di Santa Gloria, ove tanti pericoli e soccorsi misteriosi, tanti patimenti e consolazioni invisibili avevano ad ora ad ora oppresso e rialzato il cuore più grande che fosse al mondo.

La lotta che l’Ammiraglio aveva sostenuta contro i flutti in tutto il corso di questo viaggio, dopo l’ora solenne in cui aveva predetto la tempesta, ricominciò uscito che fu appena dalla baia. La doppia violenza dei venti e delle correnti lo rattenne più di un mese in quel tragitto. Fu cosa notevole, che colle sue vele e co’ suoi esercitati marinai, gli bisognò manovrare continuamente per oltre un mese onde valicare lo spazio che, per divina misericordia, il suo inviato Diego Mendez aveva corso in quattro giorni a remi e in canotto.

Nonostante i nautici perfezionamenti dell’età nostra, lo studio idrografico di quelle spiagge, e gli aiuti della sperienza de’ secoli, non evvi pur oggi ufiìcial di mare, mozzo o ammiraglio, che, per un regno vorrebbe tentare il passaggio dalla Giamaica ad Haiti, nelle condizioni che si offrivano a Diego Mendez. Non si potrebbe disconvenirne; durante questa quarta spedizione appare sempre chiare il prodigioso, e comprendiamo come Colombo aveva ragione di dire ai Re Cattolici, narrando cose tanto straordinarie «chi potrà credere ciò che io scrivo qui?» soggiungendo «in questa lettera non ho riferito la centesima parte di quanto mi è accaduto. Quelli che furono meco potranno accertare la mia asserzione14[p. 263 modifica]

Finalmente l’Ammiraglio arrivò alla piccola isola Beata, donde per la via di terra, fece avvertire il governatore del suo giungere; indi, continuando la navigazione, si ancorò il 13 agosto nel porto di San Domingo.

ll governatore con gran corteo, accompagnato da tutti i magistrati e dai notevoli abitatori, trasse a incontrare Cristoforo Colombo. Fu accolto con indubbie dimostrazioni di rispetto. Le genti di mare onoravano in lui il navigatore incomparabile; i Francescani, il messaggero della salute, precursore della loro futura predicazione: il popolo salutava in lui la maestà della sciagura; il suo infortunio gli riguadagnava tutti gli animi. Ovando albergo l’Ammiraglio nel palazzo del governo, e gli diede banchetti e feste.

Nonostante l’apparenza di queste buone relazioni, l’Ammiraglio, che vedeva sempre il fondo delle cose, sapeva ridurre al loro giusto valore le dimostrazioni di Ovando. E dal canto suo, il governatore non poteva credere che l’Ammiraglio non cercasse di accaparrarsi gli animi nell’isola, speranzoso di esservi in breve rimesso nel possedimento de’ suoi diritti; perocchè Ovando era stato nominato per due soli anni.

In breve l’Ovando volle mostrare a Colombo ch’egli era realmente il governatore della Spagnuola: sollevò una quistione di competenza, e pretese istituir egli il processo a Porras, per la ragione che la costui ribellione er’avvenuta nel territorio della sua giurisdizione: esigette che il prigioniero gli fosse consegnato; e, dopo il primo esame, lo fece porre in libertà, senza far altro, nè scrivere .la menoma cosa15. Andò anche più in là; parlò di far carcerare e porre in giudizio quelli che avevano preso le armi [p. 264 modifica]per difendere l’Ammiraglio16: e diceva far tutto questo nel solo interesse della buona giustizia, e pel mantenimento dei diritti del governo, contra i quali non potevano prevalere i diritti dell’ammiragliato. Deciso Colombo a sostenere pazientemente ogni iniquità, anzichè cagionare la menoma controversia nella colonia, si ristrinse a rappresentargli come sarebbe illusoria l’autorità di un ammiraglio, se non potesse punire sulla sua propria nave una ribellione: indi sorrise17, colla calma della rassegnazione cristiana da cui era compenetrato.

l miserabili partigiani di Porras, che non avevano già. disertato arrivando, chiedevano di ritornare in Ispagna. Sprovveduti di ogni cosa, perfin di vesti, dimandavano caldamente di salire su qualche nave: l’Ammiraglio avrebbe potuto lasciarli alla guardia del governatore, ed egli imbarcarsi colle sue genti e co’ suoi ufficiali sulla caravella, con tanto maggior ragione, perchè una sola nave non poteva capire tutta quella gente. Ma, considerando tutto quanto essi avevano sofferto in quella esplorazione delle coste della terra-ferma, sentì pietà dei loro delitti, di ciò che egli chiamava la «loro infermità. morale;» e credette che «sarebbe stato un caso di coscienza lasciarli in abbandono.18» Pose a loro disposizione la nave che si racconciava, e a sue spese comprò una caravella, nella quale sarebbe salito colla sua famiglia, la sua casa ed i suoi amici.

Affine di supplire a quell’accrescimento di spesa, dovette farsi rendere conto del danaro che si era per lui riscosso durante la sua assenza. Secondo il calcolo approssimativo fatto da’ suoi amici, la somma montava a circa undicimila castigliani, e nondimeno non gliene erano offerti che quattro mila; il perchè ebbe intorno a ciò col governatore una contesa violenta. Questi, nella discussione, gli tese accorte insidie; ma la sagacità di Colombo [p. 265 modifica]le rese vane, e seppe dominare la propria indegnazione: solamente affrettò quanto più poteva la riparazione della caravella; perocchè la dimora di San Domingo nella casa di un avversario di tanto artificiosa cortesia gli diventava insopportabile. La sua condizione, inoltre, era delle più sciagurate: non poteva esporre i suoi pensieri, dare un consiglio, esprimere sinceramente le proprie idee sopra alcuna cosa: doveva diffidar di tutto e di tutti: sentivasi stranio all’amministrazione di un paese di cui era il donatore, il Vice-re, il governatore perpetuo: vedeva insanguinata e spopolata quell’isola magnifica ove aveva voluto portare l’incivilimento, e la dignità del Cristianesimo.

La grand’anima del Messaggero della Croce ne trangosciava.

Dei cinque regni, de’ gran vassalli, de’ tanti cacichi d’Hispaniola non rimaneva più nulla. Era scomparsa anche quell’Anacoana, il fior d’oro, la sovrana incantatrice d’Haiti, quella musa visibile delle più poetiche regioni, ch’era ad un tempo l’Egeria, la Clio e la Talia delle Antille; La tortura, l’ignominia, la morte avevano triplicatamente pagata la generosità della sua fiducia, e della sua ospitalità. Insieme con lei erano tramontati per sempre i canti, le graziose danze, gli scenici giuochi. La desolazione e il terrore regnavan soli sui dispersi avanzi delle tribù decimate.

Alle stragi di Xaragua, a quelle dell’Higuey era succeduto il tranquillo omicidio quotidianamente commesso dall’eccesso dei lavori nelle miniere.

Poscia che Bobadilla ebbe fatto caricar di catene Cristoforo Colombo, protettore degli Indiani, cotesti sciagurati isolani, che, ingannati dai ribelli, si erano allegrati della sua sciagura, si videro sottoposti ad un regime di ferro, tolti alla tutela dei loro cacichi, e divisi fra’ coloni, a cui appartenevano diffatti in assoluta proprietà. Allora, per la prima volta, si trovarono regolarmente assoggettati ai lavori delle miniere; e il patronato, in prima cristiano, dei repartimientos, si tramutò in dura schiavitù.

Gli ordini dati poscia ad Ovando dalla Regina a temperamento della sorte degl’Indiani, furono in breve messi in oblio. Sotto pretesto che gl’Indiani erano di loro natura inchinevoli [p. 266 modifica]all’infingardia, non che ai vizi più schifosi, e ch’era salutare per l’anima loro addimesticarli col lavoro, vennero distribuiti per gruppi o categorie a Spagnuoli insaziabili, i quali erano venuti nell’isola, unicamente per cavarne utile. Questi barbari padroni non concedevano riposo a quegli sciagurati: la loro cupidigia costringevali a fatiche incessanti, mentre la loro avarizia rifiutava ad essi un sufficiente alimento. Que’ miseri, separati dalle mogli, dai figli, strappati a tutte le loro abitudini, dovevano, sotto pena di morte, seguire i padroni nelle lontane escursioni, a cui li trascinava la ricerca dell’oro. La scoperta di una miniera era per essi come un fatale decreto: ogni miniera diventava una specie di tomba: i lavoratori perivano per difetto di alimenti e per isfìnimento: trovavano la morte nelle miniere, e la subivano nelle foreste love li perseguitavano cacciatori implacabili d’uomini: la desolazione, lo spavento, la fame, la stanchezza li decimava ogni giorno: la mortalità mieteva intere tribù.

Le popolazioni migravano, inseguite, come belve, da cani e da cavalieri: altre, disgustate della vita, se ne privavano in comune col suicidio: le malattie compievano la distruzione cominciata dalla barbarie. Queste calamità, questi mali, tanti delitti freddamente commessi opprimevano il cuore dell’Ammiraglio: Ah! questo non era ciò che egli aveva sperato lorchè scoperse quelle contrade: egli amava que’ sinceri fanciulli delle foreste: aveva ricevuto il dono di conoscerli, indovinarli, e soggiogarli col suo ascendente personale: essi piansero la prima volta che si allontanò da loro alla Navidad: anche a Santa Gloria piansero la sua partenza: ma ora non poteva ei più nulla in lor favore: unica speranza restavagli la giustizia della Regina: ma la nobile Isabella accresceva anch’essa tutte le afflizioni di lui, dacchè le ultime notizie giunte dalla Castiglia annunziavano ch’ella veniva in salute meno ogni dì; e il cuore di Colombo ne dolorava amaramente.


§ III.


Secondo gli ordini di suo fratello, l’Adelantado affrettava quanto più poteva gli apparecchi della partenza. [p. 267 modifica]

Finalmente il 12 settembre, dati gli ultimi saluti al governatore, e ricevuti i voti de’ più onorevoli coloni, l’Ammiraglio salì co’ suoi amici, co’ suoi ufficiali e le genti della sua casa a bordo della caravella da lui comperata. Nell’altra, ch’era stata racconciata, s’imbarcarono i marinai che volevano tornare in Ispagna: la comandava l’Adelantado.

Corse Circa due leghe erano tuttavia in vista del porto, quando un colpo di vento spezzò l’albero maestro della nave dell’Ammiraglio19. In cambio di provvedere a riparare l’avaria, l’Ammiraglio si trasferì col suo seguito a bordo dell’Adelantado e continuò la via, mentre la caravella maltrattata rientrava a San Domingo. La navigazione fu felice sinchè durò tramezzo alle Antille: ma poscia il mare diventò procelloso, e, durante una spaventevole tempesta, l’Ammiraglio fu colto dal suo reuma articolare.

Era ricominciata la lotta contro i venti ed i flutti.

Il sabbato, 9 ottobre, dopo una forte burrasca, e mentre il mare sospingeva ancora onde alte, un turbine spezzò l’albero maestro in quattro luoghi. I consigli dell’Ammiraglio, trattenuto a letto, e l’industria inventiva dell’Adelantado rimediarono a questo accidente. Fu racconciato l’albero maestro, e se ne attaccarono i pezzi e assodarono con altri, fortemente commessi con funi.

Pochi giorni appresso, un’altra tempesta ruppe l’albero di trinchetto.

Rimanevano da fare ancora più di settecento leghe.

In cambio di porre ogni suo studio per giungere alle Azzorre onde ripararvi i guasti subiti dall’alberatura delle sue navi, come avrebbe fatto anzitutto qualsivoglia prudente capitano, l’Ammiraglio, avvezzo a’ soccorsi del cielo, non mostrò di preoccuparsi di questo nuovo accidente. I suoi dolori non gli davano requie: cupi presentimenti agitavano il suo spirito: era impaziente di parlare alla Regina, e perciò continuò a procedere diritto verso la Castiglia. Il rimanente di questa navigazione fu costantemente difficile e penoso. Sospinto a forza di [p. 268 modifica]tempeste verso le coste dell’Europa, finalmente il 7 novembre, così permettendo Iddio20, Colombo giunse al porto di San Lucar di Barrameda.



Note

  1. Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. civ.
  2. Herrera, Storia generale dei viaggi e conquiste dei Castigliani nelle Indie occidentali. Decade 1, lib. VI, cap. vii.
  3. Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. cap. cvi.
  4. Las Casas, Historia de las Indias, lìb. II, cap. xxxv. Ms.
  5. Herrera, Storia generale dei viaggi e conquiste dei Castigliani nelle Indie occidentali. Decade l, lib. VI, cap. vii.
  6. “Ad una popolazione d‘Indiani che si chiamava Maima, dove poi i cristiani fabbricarono una popolazione che nomarono Siviglia.” — Fernando Colombo, Vita dell‘Ammiraglio, cap cvii.
  7. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, lib. IV, p, 254.
  8. Herrera, Storia generale delle Indie occidentali. Decade 1, lib. VI, cap. xi.
  9. Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. cvii.
  10. Herrera, Storia generale delle Indie occidentali. Decade 1, lib. VI, cap. xi.
  11. Cristoforo Colombo, Lettera a suo figlio don Diego, datata da Siviglia il 29 dicembre 1504.
  12. Volendo ricompensare i servigi resi da Diego di Salcedo al governo di Ispaniola, il Vice-re aveagli, dietro sua domanda, il 5 agosto 1499, concesso per Brevetto il privilegio della vendita del sapone nelle Indie. — Coleccíon diplomatica, docum. n° cxxxi.
  13. Cuarto y último viage de Colon, Relacion hecha por Diego. Mendez de algunos acontecimientos, etc.
  14. Cristoforo Colombo. — “Quien creyera le que yo aqui escribo? Digo que de cien partes no he dicho la una en esta letra. Los que fueron con el Almirante lo attestigiien.” — Lettera ai Re Cattolici datata dalla Giammaica il 7 luglio 1503. — Nella loro traduzione li signori Verneuil e de la Roquette, tutti e due membri dell’Accademia reale di Spagna, dicono: “É molto straordinario che Colombo parli così di sè medesimo,” in terza persona. Coloro che furono coll’Ammiraglio possono attestarlo. Noi siam lungi dal partecipare all’imbarazzo dei due traduttori. Questa forma di linguaggio sfuggita alla penna di Colombo, ci è al contrario una prova della sua sincerità. Egli aveva scritto per il Santo Padre tutti i suoi viaggi, alla maniera dei commentari di Cesare, cioè in terza persona. In questo stesso momento egli completava il suo lavoro colla storia della sua quarta spedizione; e la forza dell’abitudine avrà sorpreso una fiata alla sua penna, scrivendo ai Re, questa forma di stile, che non era destinata per esse.
  15. Cristoforo Colombo. — Lettera a suo figlio don Diego, datata da Siviglia il 21 novembre 1504. — Cartas del Almirante.
  16. Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. cvii.
  17. “Egli dissimulava tutto ciò, e non faceva altro che riderne” — Herrera, Storia generale delle Indie occidentali. Decade 1, lib. VI, cap. ii.
  18. “Porque fuera gran cargo de conciencia ai los dejar y desampararlo” — Lettera dell’Ammiraglio a suo figlio don Diego datata da Siviglia ildicembre 1505.
  19. Fernando Colombo, Vita dell’Ammiraglio, cap. cvii.
  20. Herrera, Storia generale dei viaggi nelle Indie occidentali Decade 1, lib. VI, cap. xii.