Dell'obbedienza del cavallo/Parte II/Capitolo I

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DELL’OBBEDIENZA DEL CAVALLO

PARTE SECONDA.

CAPITOLO PRIMO


Del modo di addomesticare il Polledro per renderlo docile e mansueto.


Quantunque tre sieno la cause, alle quali si attribuisce dai Professori la disobbedienza e difesa dei Cavalli, cioè, al non sapere, al non potere, al non volere; tuttavolta non è così nei Polledri di prima doma che vengono dalla campagna; le stravaganze dei quali sol dipendono dalla salvatichezza che cagiona in loro il sospetto di essere strapazzati e maltrattati, ed il rincrescimento di dover perdere la libertà, a tutti sì cara.

Onde doppio è il motivo che si ha di dover seco loro usar piacevolezza e sofferenza, e mettere in opera tutto ciò che può contribuire a disingannargli, ed a far loro comprendere, che non sono per ricever dall’uomo che carezze e profitto, e che il perdere la libertà non ridonda che in loro vantaggio.

Privi di raziocinio, come essi sono, non possono esser convinti che dal fatto, e però, perchè dal momento istesso che è loro convenuto [p. 82 modifica]di abbandonar la campagna, comincino a restar convinti, ch’è così, si rimettino in stalla allorché incomincia a inrigidire la stagione, che suol seguire in Italia nel fine del mese di Decembre, poco prima o poco dopo, per far loro provare il vantaggio di sottrargli dall’incomodo che cagiona l’intemperie dell’aria, e perchè in questa stagione più facilmente si adattano a mangiar secco, e meno sia quel pregiudizio che cagiona loro sempre la mutazione del cibo; ciò che non può seguire, rimettendoli nel cuor della Primavera, come si costuma di fare da tutte quelle razze che sono tenute sol per profitto, stante il comodo che sa l’abbondanza dell’erba in questa stagione ai padroni nel mandare i Polledri alle Fiere, ai Mercati, che li comprano, e Farli passare da un luogo all’altro: così alla maggior parte dei compratori, per esser mancanti nell’inverno delle necessarie provisioni, ed in specie del fieno, che in molti luoghi è raro.

Prima di soggettargli alla cavezza, e a star legati si faccia loro pigliar pratica della stalla, sciolti, levati che siano tutti i battifianchi, tanto che si avvezzino ad accostarsi da loro alla mangiatoia e rastrelliera, già provista di fieno, e così in branco si mandino dai Custodi alle sue ore determinate a bere, ed indi si rimandino in stalla, usando sempre seco loro della piacevolezza, senza mai sgridarli. [p. 83 modifica]Adattati che si sieno a mangiare il fieno, (ciò che segue subito, quando sono presi in questa maniera) nel tempo che si mandano a bere, si metta loro nella mangiatoia una porzione di semola, perchè si assuefaccino a mangiare anche questa. Chi poi ne rimette un solo lo proveda della compagnia di qualche Cavallo fatto, e se possibile è, di Cavallo avvezzo a stare in branco in campagna, ch’è più al caso: ed ottima cosa anche è, che un tal Cavallo, (quando i Poliedri sono molti) sia lasciato con essi, perchè serva loro di guida, in specie nell’entrare in stalla, dove da principio mostrano difficoltà.

Giunti a questo segno devesi tirar loro con destrezza il laccio al collo, per potere metter loro una cavezza di corda col vento lungo, perchè si possano tenere e regolare più facilmente, e perchè quando si legano alla mangiatoia (passato il vento nei buchi, che in essa sono a quest’effetto) si possa dipoi questo fermare al palo che regge il battifianco, e possa sciogliersi con facilità dalla corsia, sempre che occorra, senza rischio alcuno del garzone.

Deve però avvertirsi, che una tal cavezza sia eseguita in forma, che non possa mai serrarsi, per quanta forza faccia il Polledro, per esimerlo da scorticarsi il muso, come seguirebbe se si potesse stringere; il che renderebbe inutili tutte le premure, e precauzioni sopra additate [p. 84 modifica]ditate, e cagionerebbe appunto ciò che deve sfuggirsi a qualunque costo; cioè di darli motivo di disgusto, perchè in vece di farli perdere il sospetto per una tale offesa, verrebb’egli a confermarsi maggiormente in esso.

Messa che li sia la cavezza, si conduca il Polledro con essa a mano, tenuto almeno da due persone, perchè non possa loro scappare, e se tenta di farlo si tenga forte, tanto che si fermi e si acquieti, sempre lusingandolo con la voce accarezzante; poi si allenti immediatamente la corda, subito che si è fermato, per toglierli quella suggezione, da cui ha preteso di esimersi con la forza; e ciò perchè conosca, che solo col cedere può ottenere il suo intento, e che quanto maggiore è il suo sforzo, tanto maggiore è l’opposizione a cui va incontro.

Tenutosi così un poco fermo, dopo averlo accarezzato, ed offertali un’ poco d’erba, li si rifaccia fare due altri passi, e nuovamente si fermi e si riaccarezzi, e di nuovo li si riofferisca l’erba; nulla importando che non la curi, poichè basta che conosca la carezza; si lasci allora andare in terra la corda, perchè possa andare a rimbrancarsi con i compagni, stracinandola seco, che così verrà a perdere più presto il sospetto; e nel sentirsi tenere, quando gli accade di mettervi sopra i piedi, impari a cedere e ad abbandonarne il contrasto; ed il simile si faccia a tutti gli altri. Tenuti così [p. 85 modifica]in branco per qualche poco di tempo, perchè si sfoghino, si rimandino in stalla a mangiare, senza che siano mai perduti d’occhio dalle guardie, per poter esser pronte a porger riparo a qualunque inconveniente che possa accadere coll’invilupparsi insieme, o a qualche palo, o a qualche cosa simile ec.

Il giorno dopo, e gl’altri appresso, sino che io richiede il bisogno, si rifaccia l’istessa scuola mattina e giorno, e si faccia anche girare, ma adagio adagio, di passo, intorno ad una volta grande, perchè sia obbligato a sentire quella piccola maggior suggezione che cagiona il dovere andare in volta, sempre con l’avvertenza di fermarlo di quando in quando, e tenerlo un poco fermo per farli carezze, e darli dell’erba, ed anche ogni volta che fa resistenza, sia per salvatichezza, sia per non capire ciò che da esse si voglia, o perchè s’imbarazza nell’eseguire un’azione del tutto a lui nuova; ed a proporzione che si vede, che va adattandovisi, si procuri d’acquistar terreno, ed in vece di darli la via, si conduca a mano in stalla, ed ivi si metta in libertà come prima, e si passi a far la scuola agl’altri; a seconda poi che intendono, e soffrono la tenuta della cavezza, e ad essa obbediscono, si possono legare alla mangiatoja, fermandone il vento al palo che regge il battifianco con un semplice cappio, perchè possa sciogliersi con facilità, come [p. 86 modifica]si è detto sopra, cominciando sempre da legare i più mansueti.

Ed in caso che qualcheduno tiri a dietro e tenti di strappare la corda, si avverta di non gridarlo per non metterlo maggiormente in sospetto, ma con la solita voce lusinghevole si procuri d’appacificarlo, e se dopo io sforzo fatto si quieta, si lasci stare; ma se torna a dare in disperazione dopo che si è quietato, si sciolga, per impedire, che si scortichi la testa, ed usando seco tutta la piacevolezza e sofferenza possibile, si procuri d’ottenere l’intento a forza di carezze, perchè vi si adatti di buona voglia, e giammai per forza; riflettendo, che la sua ostinazione non piglia origine che dalla sua natura permalosa, e superba, che solo col tempo, con la sofferenza, condescendenza, e lusinga, può essere superata, quando che il rigore la ributta, e la mette in disperazione, ed in specie, se a questa si riunisce lo spirito, ed il coraggio; e di qui ne viene, che i Cavalli di questa natura sono rigettati da taluno per indomiti, quando alle mani d’un altro riescono eccellenti, e dell’ultima saviezza.

E però a quegli di quest’indole, conviene seguitare a far loro la scuola sopraddetta alla volta; e prima d’impegnarsi a legarli in stalla, si assuefaccio a star legati al palo ch’è piantato in mezzo alla volta (dove si possano sfogare senza rischio di farsi del male) tanto che [p. 87 modifica]arrivino a conoscere l’impossibilità di potersi sottrarre con la forza dalla suggezione della cavezza, e restino convinti, che lo sforzo che fanno, non apporta loro, che un inutile strapazzo e pregiudizio: e perchè non ricevendo dal Garzone che carezze e servitù, non abbiano luogo di pigliarsela che con il palo, che a loro resiste; così saranno obbligati a pigliare affetto a chi da esso gli libera, e dal quale hanno ricevuto sempre carezze, assistenza, e governo.

Si conducano questi a bere a mano, con la solita avvertenza di fermargli semprechè fanno qualche spaglio, o tentativo di scappare, per far loro carezze ed acquietarli con voce lusinghevole, e si riconducano pure a mano in stalla appartata degli altri, per evitare che questi non sieno messi in scompiglio; ivi si lascino in libertà, fino a tanto che non si fieno adattati a star fermi al palo, poichè allora si possono tener legati anche in stalla, e per assicurarfi che non segua inconveniente alcuno nella notte, per qualche paura presa d’un gatto, o di qualche topo, che possa passare a traverso alla mangiatoia o rastregliera. Nelle prime sere che stanno legati sì questi, che tutti gli altri, avverta la guardia prima di andare a letto di dare una scorsa per tutta la scuderia, e sciolga i cappi di tutti i venti delle cavezze, senza rimuoverli dal loro luogo, a solo oggetto, che se al Puledro nella notte occorresse [p. 88 modifica]di dare in dietro possa scorrere senza far resistenza, ed esimere così medesimo, dall’impegnarsi di tirare a strapparlo con pericolo di farsi male, e d’incitare anche gli altri a fare il simile. Se le guardie di giorno devono star sempre vigilanti e pronte ad accorrere dove richiede il bisogno, molto più lo devono fare la notte ch’è più sottoposta agli sconcerti.

Nel tempo che li fanno girare alla volta, non torna male raccomandare al palo ch’è in mezzo ad essa, l’estremità del vento della cavezza, in forma che possa girare senza avvoltarsi al medesimo palo, tenuta con la mano alta, (perchè non possa sdrucciolare a basso,) da un garzone, nel tempo che un altro regola il Polledro, con tenere il restante del vento della medesima cavezza raddoppiato in mano, per poterlo allentare quando bisogna come si è detto, o lasciarlo andare del tutto quando più non può resistere da se allo sforzo del Poliedro, acciò venga gastigato dalla botta che riceve per la resistenza improvisa del palo, allor che credeva di essere restato libero, e per cui conoscendo, che i suoi sforzi non solo li sono inutili, ma anche pregiudiciali e dannosi, perda così la speranza di poter ottenere da essi il suo intento; in questa forma s’induce dipoi ad obbedire, ed a cedere, subito che sente tirarsi, tanto più se [p. 89 modifica]la sua obbedienza viene ricompensata dalla carezza con l’offerta dell’erba, e dalla ceduta del vento della cavezza che seconda il suo intento, perchè lo libera dalla suggezione che l’incomoda, e li fa comprendere che da se stesso si procaccia il male, non venendogli cagionato da chi lo tiene; e ne averà di ciò una conferma, se nel darli l’erba, riesce al garzone con stender la mano ed il braccio adagio adagio di arrivare a grattarli la testa verso la fronte, (non dico verso del muso perchè vi sono di quegli che sono gelosi di esso) e molto meglio se arriva a poterlo grattare in mezzo al crine, dove tutti i Cavalli, ma in specie i Polledri, hanno sempre un gran prudore, e per conseguenza molto piacere provano nell’essere grattati, come ad evidenza lo dimostra lo stender che fanno del collo in tale atto.

Non v’è certo, cosa che sia più efficace per far perdere al Polledro il sospetto che ha dell’uomo, quanto il grattarlo; poichè un tal benefizio lo convince col fatto, dell’errore in cui egli è, e però quanto più presto riesce al garzone di metterli la striglia addosso, tanto più presto se io affeziona, di maniera che, in vece di sfuggirlo, egli medesimo va in cerca di lui, e desidera d’averlo sempre intorno; onde si lascia fare dal garzone tutto ciò che vuole, e taluno li si asseziona in forma, che arriva a rallegrarsi e mettersi in moto, per andarli incontro [p. 90 modifica]quando io vede, ed a rignare per chiamarlo secondo la sua maniera.

Tutto all’opposto segue, quando chi lo governa li dà il minimo disgusto collo sgridarlo, col batterlo, o col permettere che la cavezza lo scortichi in qualche parte della testa, perchè oltre il maggior tempo, che li converrà impiegare per addomesticarlo, si metterà a rischio di farli pigliare qualche credenza, che non possa più superarsi; tanto più se il Poliedro è dotato di gran spirito, e di natura permalosa, e collerica, come bene spesso si vede nei Cavalli fatti, e vecchi. Il frapporre tra il Garzone, ed il Polledro un piccol Cavallo savio, è un compenso molto opportuno, per poterlo strigliare, accarezzare, e maneggiare per tutto senza pericolo d’essere offeso.

Allorché è riuscito al Garzone d’affezionarsi il Polledro, in forma di lasciarsi strigliare e ripulire con piacere, potrà cambiarli la cavezza lunga di corda, con una di corame, per tenerlo legato con due venti alla mangiatoia, come i Cavali fatti, e potrà servirsi d’un cavezzino di corda, pure a due venti, per strigliarlo, voltato alle colonne; e nel tempo che lo striglia lo deve assuefare a tenere prima il filetto in bocca, e di poi la briglia, e con essi dovrà farli la solita scuola alla volta, servendosi però della solita cavezza lunga per regolarlo; una tale scuola è necessario fargliela fare [p. 91 modifica]almeno una volta il giorno, non solo perchè sempre più s’avvezzi ad essere obbediente alla chiamata, ma anche per farli fare esercizio; affine che il troppo riposo non gli apporti pregiudizio, per cavarne poi maggior profitto, è duopo farlo lavorare da tutte due le mani, e così terminata la lezione dalla mandritta, si pari, li si faccia le solite carezze, e dipoi si faccia voltare adagio adagio, e si ricominci dalla sinistra, prima di passo; da questo col sollecitarlo si faccia entrare nel trotto, e col pressarlo maggiormente si obblighi a passare al galoppo senza curare in questo principio, che vada giusto, o falso.

Tornato in stalla si rileghi alle colonne tanto, che si raffreddi (perchè non torna bene il metterlo a mangiare quando è riscaldato) ed in questo frattempo è molto opportuno di farli vedere e annusare la bardella e la sella, ed annusata che l’abbia può rimettersi in luogo, che la possa sempre vedere, e dopo voltarlo alla mangiatoja, che così facendo, non solo perderà più presto il sospetto, ma averà piacere che li sia portata ad annusare, per poter più presto andare a mangiare.

E per prepararlo a riceverla sul dorso, in questo tempo di riposo, se li deve mettere una cigna, fattali anch’essa prima annusare, e riconoscere, ed indi mettergliela con maniera addosso senza fermarla, tenendovela con la mano, [p. 92 modifica]tanto, che perda il sospetto, ed in seguito perdutone il sospetto appuntargliela, e lasciargliela addosso per tutto quel tempo, che si tiene in riposo e finché non si volta alla mangiatoia.

E allorché la sella, o bardella non li reca più apprensione se ne gli accosti adagio adagio una punta di essa in mezzo dei crini del collo, e con essa grattandolo si faccia sdrucciolare sino sul dorso sempre agitandola in su, e in giù, come si sa con la striglia, indi con maniera li si levi da dosso, e fattagliela di nuovo anusare, si rimetta al suo luogo, e si volti il Polledro alla mangiatoia. Si continui così per qualche giorno, tanto che ne perda affatto ogni sospetto, che allora può apuntarsi con la cigna sol quanto basti a non poter dar la volta, ed andarli sotto la pancia, in caso che il Poliedro si movesse, o facesse qualche spaglio, e può tenerlisi addosso tutto il tempo che si tiene alle colonne.

Ridotto a questo grado può consegnarsi allo scozzone, perchè io assuefaccia a portar l’uomo con ’istesso piacere che ha di averlo intorno e di essere da lui accarezzato; il che riuscirà con somma facilità quando sia tenuto quel medesimo metodo che io ha reso affezionato al garzone che lo custodisce, fin’ora descritto.

E per ottenere un tale intento, lo Scozzone si faccia cavar fuora dalla stalla il Polledro armato solo con la cigna, e con la briglia o filetto [p. 93 modifica]in bocca, con le redini de’ quali fermate attorno al collo o alla testa, (di maniera che non resti per regolarlo se non che il vento lungo della cavezza) preso questo in mano prima di ogni altra cosa, si accosti dipoi al Poliedro per fargli gran carezze, alfine di cattivarsi la sua benevolenza, indi con il metodo istesso che ha tenuto, il garzone li faccia fare la lezione solita alla volta grande, all’una e all’altra mano, per riconoscere la sua obbedienza, e trovata a dovere, faccia mettere alle redini della briglia un vento dell’istessa lunghezza di quello della cavezza, e torni a farli fare nuovamente la lezione con servirsi solo del vento della briglia per fargli le chiamate; quando poi questo non basti, e vi sia bisogno di maggior tenuta, metta in opera unitamente anche quello della cavezza, ma col col tirare ed allentare senza mai far seco alle braccia. Il Polledro deve lavorar sempre sopra di se, senza appoggio alcuno alla mano, così il Cozzone deve servirsi dei venti, sì della briglia, che della cavezza, solo per far con essi le chiamate che occorrono, staccate, con tirare e lasciare, perchè s’avvezzi ad obbedire senza resistenza; e se il Polledro quando sente la chiamata in vece di cedere, forza la mano, o stracica seco il Cozzone, egli raccomandi l’estremità del vento al palo, come si è detto sopra, perchè trovi in tal caso resistenza maggiore della sua, e con il vento della briglia lo regoli; ma [p. 94 modifica]non permetta mai che lavori appoggiato, forzando la corda, e però lo fermi sp..., lo tiri, e lo lasci quando vi si attacca, affinchè per sfuggire l’incomodo che li cagiona la tirata, venga ad essere obbligato di abbandonare l’appoggio, e terminata la lezione lo rimandi in stalla.

Quando rende la dovuta obbedienza alla chiamata senza contrasto e di buona voglia, potrà metterlisi la Bardella o Sella, al palo della volta, e non già in stalla per non azzardare che nel muoversi pigli paura, e scappato di mano al garzone corra rischio di farsi del male, o di tornare a rimettersi in sospetto come prima.

Messali la sella, e raccomandato il vento della cavezza, secondo il solito al palo, lo faccia muovere adagio adagio, per farli fare la solita lezione, e se nel sentirsela addosso piglia sospetto, e si mette a saltare, avverta bene di non accrescergli il sospetto con gridarlo, e lo lasci sfogare, affinchè conosca da se, che ella non gli apporta pregiudizio alcuno; lo acquieti dipoi con voce lusinghevole, e lo pari, e tenutolo un poco fermo gli raddoppi le carezze, lo rimuova, e lo rifermi, fino a tanto, che non si sia dato pace, e se lascia la difesa li faccia compiere la lezione; ma se continua a disperarsi, e a dare in pazzie, quietatolo alla meglio con la solita piacevolezza, li faccia levar la sella d’addosso, e per rimetterlo [p. 95 modifica]quiete torni a farli rifare la lezione senza la medesima, prima di rimandarlo in stalla; indi la mattina susseguente faccia l’istesso, e duri così sino a tanto, che non s’induca a soffrirla con indifferenza, (nulla importando che in questo tempo faccia la lezione bene o male) ed allora li cali giù le staffe perchè le senta. Per preparare poi il Polledro a lasciarsi montare, e a portar l’uomo addosso, molto opportuno è che il garzone che lo governa lo abbia avvezzato fin da principio con la solita piacevolezza a riconoscere il montatore, o dopo terminata la lezione, o in qualche ora oziosa del giorno; ma se ciò non è seguito, conviene che lo faccia lo scozzone, quando ch’è in stato di poter esser montato.

Deve il montatore esser situato al termine di una muraglia nella sua cantonata, o a campo aperto, perchè il Cavallo che deve servire alla guida possa incrociare il Polledro, in forma che la testa del medesimo venga a restar dirimpetto alla coscia dell’uomo che deve far la guida, e possa tenere il vento della cavezza corto in mano quanto vuole, e quanto è necessario per potere impedire che il Poliedro possa mettere la testa tra le gambe, come sogliono fare i Polledri, quando presi dal sospetto si mettano in difesa.

La prerogativa più essenziale del Cavallo è senza dubbio quella di star fermo al montatore [p. 96 modifica]ed alla staffa, quando deve esser montato, onde anche la maggior premura dello scozzone deve esser quella d’accostumarcelo fino da principio, non lasciando intentata cosa, che possa contribuire ad ottenere un intento di sì gran conseguenza. Condottolo dunque ad esso, vi faccia montar sopra il garzone, affinchè col vento, che ha in mano io tiri a se tanto di potere arrivare a farli carezze nella testa e nel collo, con grattarlo in mezzo al crine nel tempo istesso, che con la voce lusinghevole lo invita a riceverle; lo scozzone di poi fatte sospendere al garzone le carezze si accosti con buona maniera al Polledro, e li presunti un poco di erba, indi con un bacchettone toccandoli dolcemente la groppa dalla parte opposta al montatore procuri di farcelo accostare anche egli, e fe non corrisponde a questa toccata, abbassi il bacchettone e gli tocchi con esso il piede destro di dietro per farglielo muovere, ed obbligarlo così ad obbedire, e per poco che lo muova desista da importunarlo; indi li ripresenti immediatamente l’erba, ed ordini al garzone di farli anch’esso le sue carezze, per farli comprendere ciò che vuole; fatto questo, di nuovo li ritocchi la groppa ed il piede, con fregarli e l’uno e l’altro col bacchettone, più tosto che batterlo con esso, che così facendo con più facilità si presterà ad obbedire; e se in vece d’obbedire si [p. 97 modifica]confonde, e piglia sospetto, desista di più chiamarlo e fatteli gran carezze lo rimandi in stalla per non impegnarlo la prima volta ad una difesa dichiarata; poichè troppo preme, che da principio non vi pigli apprensione.

Usando una tal sofferenza e piacevolezza, in breve tempo otterrà il suo intento. Ma all’opposto quando s’impegni d’indurlo al suo volere per via di castigo e di rigore, gli farà pigliare tale avvezione e ostinazione, che non sarà più possibile di superarla, come giornalmente lo danno a divedere nelle Cavallerizze anche i Cavalli più vecchi.

Vero però è, che la troppa condescendenza tal volta cagiona l’istesseo inconveniente: onde è necessario, che quando lo scozzone vede l’ostinazione, esamini da che ne viene l’origine, e se riconosce che ciò provenga da sospetto che gli offusca la mente, e lo confonde in forma, che più non è capace di capire ciò che da esse si vuole, continui, e raddoppi pure francamente in tal caso la sua sofferenza e condescendenza, sicuro di non pigliare sbaglio; ma quando sia assicurato, che il suo impegno dipenda da pura malizia, è duopo di venire al castigo per obbligarlo ad obbedire per forza

Difficilmente s’incontra nei Polledri di prima doma, difesa di pura malizia, se sono presi con piacevolezza, ma quando ciò non ostante segua, e che è d’uopo di mettere in opera il castigo [p. 98 modifica]non deve mai questo essere eseguito dallo scozzone che deve montarlo, nè tampoco dal Garzone che deve governarlo e custodirlo, poichè tanto l’uno, che l’altro non deve far mai cosa che possa cagionarli disgusto; ed è cosa di troppa conseguenza che io scozzone se lo affezioni, per evitare che non li serbi la vendetta quando io ha addosso, col ricusargli l’obbedienza e col tentare di gettarlo a terra per dispetto. Però nel caso di dover procedere al castigo deve supplire alle veci dello scozzone un aiutante o il Cavallerizzo, ed il Cozzone deve subentrare a quello del Garzone con salir lui sopra il montatore, e lasciare che l’aiutante lo tenga da terra. Ma ciò non basta per potervi riuscire con buon successo: conviene allora anche il cambiarli la Cavezza in una seghettina fatta a guisa di musarola, e questa deve esser posta sopra il naso in tal distanza, che non possa mai cascare sopra le froge, e serrarli il respiro, passando i suoi venti per affibbiarla là dove la testiera della Briglia si unisce al morso: abbia questa attaccati alle sue campanelle due venti lunghi di corame (per maggior comodo tenerli in mano) compagni a quello che deve essere aggiunto alle redini della briglia; uno di questi ne pigli in mano io scozzone che deve salire sopra il montatore, per tirare il Polledro a se, per poterli far carezze, come faceva il Garzone, e l’altro vento con quello della [p. 99 modifica]deve esser tenuto dall’aiutante; altr’uomo, sia scozzone, garzone, o aiutante, pur che non sia quello che lo custodisce o che deve montarlo, con un frustone e con una bacchetta in mano li si ponga dietro, ma da parte, per poterle castigare quando bisogna.

Allora il Cozzone dal montatore faccia le sue carezze meglio che può al Poliedro, ed indi l’aiutante da terra li presenti l’erba con voce lusinghevole; dopo accarezzato così, quello che ha la bacchetta e frustone in mano, con buona maniera li tocchi la groppa da parte, dicendo con voce piacevole sotto, per farlo accostare al montatore, o sì vero li tocchi piano i piedi di dietro, or l’uno or l’altro, continuando sempre a dire sotto, e per poco ch’ei gli muova, da tutti li si facciano carezze, perchè intenda quello che si vuole; e se al tocco piacevole della bacchetta non si muove, si batta più forte, e si cambi la voce lusinghevole, in imperiosa e di comando, gridando forte sotto, per intimorirlo; indi se in vece d’arrendersi alle lusinghe ed alla piacevolezza s’ostina con dispetto, e ricusa di obbedire, si sgridi con voce ardita, e si batta con forza e con ostentazione il frustone in terra; e se pure a questo resiste si perquota con esso con la maggior forza, sgridandolo nell’istesso tempo con la maggior energia; e quando tenti di sottrarsi castigo con fuggire in avanti, l’aiutante lo prevega con sgridarlo arditamente, e con castisarlo [p. 100 modifica]anch’esso per tenerlo in dovere con le botte replicate di mano in mano con il vento della seghetta, affinchè resti dall’uno e l’altro castigo spaventato, e prenda timore, e nell’istesso tempo lo Scozzone tenga forte il suo vento per impedire che possa riuscirli di scappare avanti, ma senza parlare, perchè non s’avveda che anch’egli si accorda con gli altri a farli del male, e subito che sia ritornato in se dallo spavento, lo Scozzone lo acquieti, e lo lusinghi con la voce piacevole, e con le solite carezze procuri di consolarlo; dipoi li faccia ancora il medesimo l’aiutante, con presentarli dell’erba, e parlarli con piacevolezza, ed allora quello, ch’è di dietro torni a toccarli dolcemente con la bacchetta la groppa o le gambe, dove vede che ha più propensione di muoversi, ed al minimo cenno che faccia di obbedire al tocco della bacchetta, o alla battuta in terra del frustone, si desista subito di più importunarlo, e li si rifaccia da tutti carezze, perchè comprenda da questo, che il castigo non gli è cagionato che dalla sua disobbedienza; si rimandi poi in stalla senza farli far altro in quella mattina per non confonderlo.

Si continui così per qualche giorno crescendo e diminuendo il castigo e la carezza, a proporzione che richiede la difesa o l’obbedienza in forma però, che la sufferenza e la piacevolezza sia sempre preferita al castigo, [p. 101 modifica]dando luogo che anche il tempo possa contribuire a fare ottenere l’intento desiderato, come seguirà infallibilmente.

E’ un errore di somma conseguenza in quelli che fanno montar dall’uomo il Polledro prima di averli levato affatto il sospetto, e prima di averlo reso del tutto mansueto e affezionato all’uomo, con la lusinga che hanno di poterlo ridurre a questo segno con progresso di tempo e con la fatica; questo solo può riuscire nei Cavalli di natura mansueti, docili, e di poco spirito, ma non già in quei dotati di gran spirito e coraggio; in specie se sono di natura collerici e superbi, facili al minimo disgusto di divenire furibondi, e di perdere, come si suol dire, il lume degli occhi senza sapere cosa fanno; i quali per esser mancanti di raziocinio conservano sempre per tutto il tempo della vita loro quegl’istessi pregiudizi nei quali si sono confermati nella prima doma; ed in vece che tali pregiudizi vadano in essi con l’andar del tempo scemando, divengono sempre maggiori, di maniera che se incontrano in un padrone che non sappia tenerli in dovere, pigliano verso di esso un sopra vento tale, che per esimersi dal pericolo che li sovrasta, è egli obbligato di disfarsene con scapito, e con gran dispiacere, stante la bravura loro; quindi è che il tempo, che in apparenza pare che con questo metodo si perda inutilmente per ridurli a questo segno, è ben ricompensato [p. 102 modifica]in appresso dalla riuscita ottima e superiore ad ogni altra, che fa il Polledro dotato di spirito e valore.

Ridotto dunque il Polledro, mansueto, a star fermo al montatore, senza sospetto può condursi ad esso armato di sella o di bardella, come più piace al Cozzone che deve montarlo, senza briglia in bocca, con la cavezza lunga di corda, e sopra di essa un cavezzone con i venti corti, perchè il medesimo li possa tenere in mano quando vi è sopra, e questo sia pure di corda incapace di cagionar tormento, perchè la sua tenuta sia consimile a quella della cavezza che tiene la guida.

Indi fattolo dall’aiutante accostare al montatore, secondo il solito, il Cozzone li faccia le sue carezze, e venga allora avanti la guida; la quale ricevuto che abbia dall’aiutante il vento che teneva, si accomodi questo in mano di maniera che possa tenere la testa del Polledro in alto, per impedirli di poterla mettere tra le gambe, in caso che pigli sospetto nel sentirsi lo Scozzone addosso, e voglia mettersi in difesa.

Allora il Cozzone torni a farli le solite sue carezze, e faccia finta di volerlo montare con mettere con maniera e destrezza il ginocchio e la gamba sopra l’arcione della sella per due o tre volte, e l’ultima volta tenendo sospesi la gamba che aveva posato sopra l’arcione, lasci che la guida si conduca via adagio adagio [p. 103 modifica]il Polledro, perchè impari ad andare sotto la mano, nella gita che dipoi deve fare con l’uomo addosso.

Adattato che si sia il Polledro ad andare sotto la mano della guida, ed a obbedire alla chiamata di essa, lo Scozzone presi in mano i venti del cavezzone, e fatta la solita finta di montarlo, posto il ginocchio sopra l’arcione, in vece di levarlo per tornare sopra il montatore entri in Bardella in forma che il Poliedro senta il peso del suo corpo nel posarsi senza aver sentito colpo o scossa alcuna; se il Polledro a questo sta fermo egli li faccia carezze, e ritorni sul montatore, fermi allora i venti del Cavezzone che aveva in mano alla Bardella, perchè non caschino, e rifatta vista di rimontarlo lo lasci in libertà alla guida, perchè possa fare la solita sua gita senza esso sopra.

Ma se nel sentire il peso piglia sospetto, e si discosta dal montatore, la guida lo tenga fermo ed egli lo accarezzi, procuri di levargli il sospetto, e dipoi salti con destrezza in terra, vada a farli carezze, e li dia un poco d’erba; poi risalito sopra il montatore li faccia carezze, e fingendo di volerlo rimontare, senza però farlo, la guida li faccia fare la solita gita.

Seguiti così fino a tanto che il Polledro non si è avvezzato a vedersi e sentirsi montare, e scendere io Scozzone da dosso, senza dimostrarne apprensione alcuna come se fosse un Cavallo fatto, ed allora montato che vi sia, e stato prima un poco [p. 104 modifica]fermo lo faccia muovere dalla guida, ma adagio adagio di passo; e se impauritosi tenta di saltare, la guida io tenga fermo, e glie io impedisca con tenerli la testa alta, ed esso di sopra lo acquieti sempre con voce lusinghevole, li faccia carezze, e poi lo rimuova due passi; e se torna a voler saltare, la guida torni a impedirglielo con tenerle fermo, egli torni a farli le solite carezze, indi salti a terra, vada alla volta sua per riaccarezzarlo, io riconduca al montatore, e dopo fatta la solita vista di montarlo la guida se lo conduca via come ha fatto le altre volte, e seguiti così sino a tanto che non si sia ridotto a portar l’uomo con quiete, e senza suggezione.

Può allora cambiarsi la Bardella in una sella perchè io Scozzone possa prevalersi delle staffe, e la guida può andare allentando a poco a poco la sua tenuta, tanto che il medesimo possa da se regolare con le sue chiamate il Polledro, senza abbandonare il metodo sin qui tenuto di pararlo spesso per farli carezze.

Terminata la lezione, scenda con l’aiuto della staffa adagio adagio, perchè non pigli sospetto di questa novità, e se sta fermo li faccia carezze e io rimandi in stalla, e se ha fatto qualche spaglio non io lasci prima d’averlo sincerato, e rimesso in quiete; la mattina dopo sceso che sia, e fatte che gli abbia le solite carezze, [p. 105 modifica]rimetta il piede in staffa con buona maniera, e si sollevi da terra tanto che il Poliedro arrivi a sentir il peso del suo corpo, e vada così a poco a poco assuefacendolo a sentisi montare, star fermo, e scendere di su la staffa; in questo tempo la guida li tenga la testa alta per obbligarlo a star fermo, accarezzandolo con la voce lusinghevole, non solo egli, quanto lo Scozzone sino a tanto che si conosce, che il Polledro sta coll’animo sospeso; dipoi a seconda, che si vede, ch’egli va perdendo l’apprensione, può metterli il ginocchio adagio adagio fu la groppa, e di lì tornare a reggersi su la staffa; e se sta fermo, di lì a tornare a metterlo su la groppa, e se si muove egli procuri con star fermo su la staffa di quietarlo con le carezze, e indi metta il piede a terra e io rimandi in stalla; nè mai pretenda d’esigere obbedienza dal Cavallo tutt’in una volta, ma si contenti d’indurlo al suo volere a poco a poco, guadagnando terreno come si suol dire a palmo a palmo, in specie quando si tratta di difesa di sospetto, che solo la sofferenza e la carezza hanno attività di superare in chi non è capace di raziocinio. Avvezzato che sia a soffrire il ginocchio su la groppa, può il Cozzone francamente di lì entrare in sella, e dalla sella rimettere il ginocchio su la groppa, e indi sostenutasi alquanto sopra la staffa, mettere il piede in terra, e con questo metodo togliere ogni [p. 106 modifica]sospetto, e qualunque apprensione che possa esser cagionata al Polledro dal montarlo e scenderlo con l’ajuto della stassa; montato che vi sia sopra, abbia sempre l’avvertenza di tenerlo alquanto fermo prima di metterlo in moto affinchè s’avvezzi a non partire, senza che ne preceda la chiamata di chi ha sopra.

Chi ha piacere, che il suo Cavallo sia ridotto a questo segno, creda pure con sicurezza di non sbagliare, che quanto più lo Scozzone averà sofferenza, tanto più presto ridurrà il Polledro al suo volere ed a quella docilità che si desidera; essendo indubitatamente falsa, ed inopportuna la tema, che una tal sofferenza sia per cagionare un inutile perdimento di tempo poichè all’opposto l’esperienza m’ha fatto conoscere, che anzi dall’affrettarsi malapproposito ne deriva il disordine, e tutti quei pregiudizi di questo genere, che bene spesso si vedono nei Cavalli fatti, non ostante, che vengano generalmente attribuiti tali difetti a tutt’altra cosa.

Quando lo Scozzone vede che il Polledro ha perduta ogn’apprensione di sentirselo addosso, e che nell’andar di passo rende obbedienza alle sue chiamate in forma che la guida non li serva che di compagnia, può chiamarlo al trotto, e reso obbediente a questo, può passare a chiamarlo al galoppo; indi può francamente abbandonare la tenuta della guida con farsi dare [p. 107 modifica]il vento, che teneva per raccomandarlo alla Sella di maniera che non possa cadere; ma con tutto questo la guida seguiti per qualche altro giorno a tenerli compagnia, andando or avanti, or di fianco, ed or restando addietro tanto che il Polledro senza avvedersene si trovi a lavorar da se solo; e se a caso in questo principio si confonde, e s’imbarazza senza saper cosa fare, torni subito la guida a rimetterlo in dovere: E per evitare un tale sconcerto, opportuno è di sguidarlo la prima volta nel tornare verso la stalla; quando poi si vuole abbandonare per sempre la guida, si faccia questa passare tanto avanti, che si perda di vista, perchè così il Polledro con l’idea d’andar dietro alla guida non averà difficoltà alcuna di proseguire in avanti, e molto meno l’averà di tornare addietro per il piacere che ha d’andar verso la stalla.

Ma prima d’abbandonare affatto la guida non tornerà male, e sarà molto opportuno, che egli sia condotto con essa in campagna, e per la Città, a fin di sfrontarlo, e farli perdere anche quel sospetto, che suol cagionarli la novità dei diversi oggetti che li si presentano davanti; inoltre incoraggito dalla compagnia della guida con maggior facilità verrà egli a superare quelll’impressione, che suol rendere i Polledri di prima doma restii, sospesi, ed irresoluti (difetto di somma conseguenza nei Cavalli quando vi si sono confermati) per il che convien per [p. 108 modifica]tempo fare ogni possibile per togliere alla fantasia del Polledro una sì pregiudiciale impressione con la solita piacevolezza e sofferenza: unico espediente, che abbia attività, come ho detto sopra, di superare i difetti che provengono da sospetto, poichè facendoli temere il male, anche dove non è, il castigo conferma il Polledro in tale opinione, più tosto che distornarlo da essa.

Finalmente per rendere compito del tutto l’impegno preso di rendere il Polledro in stato di potere andare incontro con presenza di spirito, e con la dovuta fermezza a qualunque nuovità che possa pregiudicare, e servire d’ostacolo a quella mansuetudine e docilità con cui deve prestar cieca obbedienza al voler del Cavaliere in qualunque occasione e riscontro, lasciata libera la mattina alle funzioni sin qui descritte, possono il Garzone, Cozzone, e Aiutante prevalersi (per poter ottenere più presto l’intento) del restante del giorno per farlo assuefare al suono della tromba, e del tamburo, allo sparo del mortaletto, della pistola, e del fucile, a vedersi sventolare attorno e d’avanti agli occhi la bandiera, ad aprire e serrare in faccia, di dietro, e dalle parti l’ombrello, perchè non ne abbia paura nel caso di doversene servire quando uno vi è sopra, a vedere finalmente il fuoco acceso, accostarsi ad esso, e passarvi anche coraggiosamente e con franchezza sopra, senza titubare. [p. 109 modifica]Se è Cavallo, che deva servire alla guerra, d’uopo è ancora che sia avvezzato a vedere ed a calpestare figure d’uomo, busti, teste, e braccia rotte formate di cartone, o tela dipinta ripiena di paglia, e cose simili, perchè non possa mai giungerli niente di nuovo.

Due sono le ragioni che rendono questo metodo il più pronto ed il più sicuro: una è perchè il Polledro essendo di minor coraggio del Cavallo di maggiore età, è sempre più docile di esso, e meno di lui sottoposto ad ostinarsi nella difesa ed a rigettarsi: l’altra è, perchè la recente riprova che ha avuta, che tutte le passate novità che gli hanno cagionato sospetto, e fatto paura non gli hanno apportato che carezze e profitto, non poco contribuisce a minorare in esso s apprensione, ed a lusingarlo che anche queste ultime novità saranno per produrli l’istesso effetto e vantaggio; e dal veder subito verificato il pronostico ideatosi delle carezze che riceve anche in questa congiuntura, verrà a restar dileguata quell’impressione che a prima vista aveva cagionata in lui il sospetto di esse.

Ridotto dunque il Polledro alla sopradetta mansuetudine, docilità, e fermezza di spirito, convien passare a dirozzare e facilitare quell’elasticità che la natura ha somministrato in essere per il bisogno solo delle azioni naturali alle parti della macchina, che concorrono con l’opera loro a formar quel concerto con lo spirito, dal [p. 110 modifica]quale dipende l’obbedienza del Cavallo; affinchè possano le medesime essere suscettibili, e pronte senza ritardo all’impulso che deve lor dare la potenza motrice, allorché devono entrare in azione, come dimostrerò nel seguente Capitolo.


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