Dell'obbedienza del cavallo/Parte II/Capitolo II

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CAPITOLO SECONDO


Del modo di promuovere e di risvegliare l'elasticità dei legamenti che deve eseguire le azioni del Cavallo da Campagna, e da Guerra.


Siccome la natura non somministra ai legamenti delle parti della macchina che devono eseguire le azioni di essa, altra elasticità che quella, che è solo sufficente a supplire ai bisogni suoi naturali, dando solo facoltà all’arte di promuovere e risvegliarne in essi quella maggiore di cui sono capaci, e a seconda che lo richiedono le altre azioni di maggior forza, e di maggior attività; così l’elasticità sopraddetta accordata loro per supplire al bisogno, non è bastante all’esecuzione delle azioni del Cavallo che deve servire in campagna, e molto meno di quello, che deve servire in guerra.

Vero è, che anche queste devono essere semplici e naturali, ma è altresì vero, che ciò non ostante devono essere ancora vistose, sciolte, e pronte, per quanto comporta la respettiva disposizione della macchina, a differenza delle prime, che non può a meno, che non siano legate, rozze, ed infingarde, come si vede nei Polledri che vengono di campagna.

Quindi è, che per formare un Cavallo da Campagna, e da Guerra, come mi propongo [p. 112 modifica]di fare in questo secondo Capitolo, è d’uopo di ricorrere all’arte, perchè da essa sia promossa nei legamenti quella maggior elasticità che richiedono le sue azioni, e affinchè queste sieno di quella perfezione e risalto che permette la costruzione della propria macchina.

Ma prima di metter mano all’opra, conviene stabilire e mettere in vista qual sia il principio su cui è fondato il nuovo metodo che dovrà tenere il Cavallerizzo, per ottenere l’intento sopraddetto.

E’ d’uopo di rammentarsi, che dall’esame fatto della natura e della costruzione della macchina del Cavallo si è rilevato ad evidenza: primo, che allo spirito, o sia potenza motrice si appartiene di dar moto, e forma alle azioni tutte della macchina: secondo, che alle gambe si aspetta l’esecuzione di esse: terzo, che a quelle d’avanti appartiene il portare, ed il sostenere il maggior peso: quarto, che quelle di dietro devono sostenere il minore, e regolare le azioni e l’equilibrio d’esso, con spingerlo più e meno in avanti, per mezzo dell’elasticità loro e a seconda del bisogno e dell’impulso che ricevono dalla potenza motrice.

Si è rilevato di più, che dalla virtù elastica dei legamenti che tengono insieme le congiunture, e le snodature delle gambe, proviene il risultato, e la prontezza maggiore delle azioni: e che siccome tali azioni non possono esser [p. 113 modifica]eseguite, che a seconda del meccanismo stato accordato dalla natura alla costruzione della macchina, così alla sola potenza motrice, che deve dar moto e forma ad esse, è stata anche concessa ad esclusione d’ogn’altro, la cognizione del meccanismo medesimo, perchè possa ad esso uniformarsi nell’eseguire il suo incarico.

Questa è la legge, che la natura ha prescritto alla macchina che compone il Cavallo, ed a questa istessa legge è appoggiato il nuovo mio metodo, e però, facile, spedito, e sicuro.

Se dunque alla potenza motrice solo è stata accordata la cognizione privativa del meccasmimo della macchina del Cavallo, com’è possibile mai, che possa cadere in mente umana che non sia priva di raziocinio la presunzione di mescolarsi alla cieca nell’ingerenza sua, con pretendere d’obbligarla ad agire diversamente da quello che esige il suo incarico e contezza?

Non può certamente il Cavallerizzo prendere parte alcuna nell’ingerenza della potenza motrice, poichè da ogni piccola resistenza ch’ella incontri nella sua tenuta di mano viene da essa immediatamente alterata l’azione, o impedita del tutto l’opera della medesima; e di qui ha origine l’applauso che risquote nelle Cavallerizze il temperamento di mano, fino a credersi grazia gratis data dalla natura, perchè questi lascia in piena libertà la potenza motrice di agire a suo talento, nel tempo istesso che il Cavallerizzo [p. 114 modifica]che io possiede, si dà ad intendere di regolar lui medesimo quell’azione, che dalla stessa potenza motrice viene eseguita, a seconda della sua ingerenza ed incarico; e ciò accade stante il non essere ancora stata conosciuta in esse la cagione, donde nasce il suo effetto.

Nè può il medesimo Cavallerizzo lusingarsi di potere esigere da alcuna delle quattro gambe esecuzione opposta al destino, e costruzione loro; e da una tal presunzione messa in opera, appunto dipendono, il perdimento di tempo, le difese, la poca riuscita, ed il rigettarsi che fanno nelle Cavallerizze medesime I Cavalli di spirito, e della maggiore disposizione.

Appoggiato a queste premesse, metta pure francamente il Cavallerizzo la mano all’opra e si faccia tirar fuori di stalla il Polledro già ridotto mansueto e docile, con il metodo prescritto nell’antecedente capitolo; sia questo armato di Sella, Briglia, e seghettina a guisa di musarola sul naso con tre venti lunghi, e siano questi di corame per maggior comodo di tenergli in mano, due attaccati alle campanelle della medesima seghettina, e gli altri alle redini della Briglia.

Al comparir che fa, li vada subito incontro per farli carezze, indi pigli in mano tutte tre le guide più corte che può vicino al muso, lo faccia allora girare attorno a se in maniera [p. 115 modifica]che la groppa formi un circolo più grande di quello che fa la spalla, andando di fianco, perchè tutti quattro i piedi agiscano in pista separata e diversa una dall’altra, adagio adagio di passo; nulla importando, che sia eseguita in più tempi interrotti, e che l’azione dei piedi sia irregolare; bastando sol che in questo principio obbedisca la groppa al tocco del bacchettone col muoversi alquanto in fianco, come fa quando da esso è chiamato ad accostarsi al montatore.

Può fare da se la chiamata il Cavallerizzo, con tenere tutti i tre venti nella mano sinistra, e nella destra il bacchettone, o farla fare da un aiutante, come più li piace, purché sia eseguita dall’uno o dall’altro, in maniera, che non possa mai apportare al Polledro il minimo disgusto e sempre che obbedisca o poco o assai si pari, li si faccia carezze, e li si dia un poco d’erba. indi si torni a farli l’istessa chiamata, e parata tante volte, quante fa d’uopo, perchè la groppa compisca intieramente il suo circolo, e nulla curi il Cavallerizzo se in questo principio tanto i piedi d’avanti, che quelli di dietro si imbarazzano, e non trovano la via d’agire in regola, ma tutta la sua premura sia, che la di lui tenuta di mano sia fatta con tal dolcezza, e temperamento, che lasci in piena libertà la potenza motrice di agire a suo talento: in oltre avverta bene, che non possa mai essere [p. 116 modifica]essa la cagione dell’imbarazzo dei piedi, come seguirebbe infallibilmente, quando l’azione della potenza motrice incontrasse in lei il minimo ostacolo ed impedimento all’esecuzione del meccanismo che richiede l’indole della macchina.

Se si riflette, che una tale azione riesce del tutto nuova alla potenza motrice, per non essere stata mai da essa messa in pratica per l’avanti, facile sarà il comprendere, che la confusione sua nasce dal non intendere ciò che da essa sì vuole, e se dopo che lo ha compreso, non corregge subito l’errore, è segno evidente, che depende allora il difetto dalla mancanza di quella elasticità nei legamenti ch’è necessaria per una tale esecuzione; che però conviene dar tempo, con la sofferenza, che l’esercizio ammollisca la durezza della tenzione loro, e venga così ad accrescere quella maggiore attività alla virtù elastica che fa d’uopo, perchè ella possa porvi riparo.

Eseguiti che abbia il Polledro, o bene o male i due circoli, uno più grande ed uno più piccolo, e per meglio dire i quattro circoli due più grandi dai piedi di dietro, e due più piccoli dai piedi d’avanti su la mano destra, dopo parato e fattoli le solite carezze, deve cambiarli mano e fargliene fare con l’istesso metodo quattro altri su la mano sinistra, per cominciarlo a dirompere da tutte due le parti. [p. 117 modifica]Quando non dimostri difficoltà d’eseguire una tal lezione, può fargliela replicare più d’una volta a tutte due le mani, con l’avvertenza però di non farlici pigliare, con l’eccesso, avversione; e terminata che questa sia, fatteli le consuete carezze, lo metta alla volta grande con piena libertà di mano, allungando le redini quanto comporta tutta la loro estensione, e tenendo quelle della briglia con la mano sinistra, e quelle della seghetta con la mano destra, ivi lo faccia andar di passo, poi di trotto, e da questo lo faccia passare al galoppo, con l’aiuto dell’Ajutante dietro, che deve farli paura con battere il frustone in terra, a seconda del bisogno; li faccia sempre che occorre, le chiamate con la mano della briglia, sì perchè si avvezzi a sentirla e conoscerla, sì perchè le chiamate di questa sono di meno tormento di quelle della seghetta, perchè meno sottoposte al contrasto; e non si serva della mano che domina la seghetta se non in occasione di doversi prevalere del castigo; e perchè non si assuefaccia a pigliare appoggio sulla mano, siano sempre le chiamate staccate con diverse riprese, vale a dire, con ricedere la redina immediatamente dopo la tenuta, lasciando ed obbligando così il Polledro ad agir sopra di se. Terminata la lezione dall’una e l’altra mano si rimandi in stalla senza farlo montare da alcuno, fino a tanto che egli non abbia inteso la chiamata [p. 118 modifica]della groppa, e non si presti con essa a compire interamente, e senza difficoltà i circoli più grandi all’una e all’altra mano, per non confonderlo, contentandosi che apprenda una cosa per volta.

Perchè possano essere eseguiti i quattro sopradetti circoli, conviene che i respettivi piedi della parte di fuora incavalchino quegli che restano dalla parte di dentro: onde dovendo essere eseguiti, per esempio, sulla mano destra, il piè sinistro d’avanti che deve formare il circolo più piccolo, cominci esse in primo luogo l’azione, incavalcando il destro: in secondo luogo il piè destro di dietro che deve formare il circolo più grande, faccia la sua azione in fianco: ed il destro d’avanti dipoi eseguisca la sua in terzo luogo, parimente di fianco, formando il secondo circolo più piccolo: finalmente il piè sinistro di dietro termini in quarto luogo l’azione con incavalcare il destro di dietro, formando il secondo circolo più grande, e viceversa, quando i circoli detono essere eseguiti sulla mano opposta.

Non può essere eseguita una tale azione senza che i piedi d’avanti non sostengano il maggior peso della macchina, e senza che quelli di dietro non sieno obbligati a piegarsi ed a mettere in opera l’elasticità dei legamenti loro; e siccome ella è del tutto uniforme al meccanismo della macchina, così non apportando al [p. 119 modifica]Polledro incomodo, mette immediatamente in grado la potenza motrice d’apprendere il modo di fare agire le parti della macchina in regola, a seconda dell’attività loro, ed insieme di promuovere quella maggiore elasticità che richiedono le azioni dei Cavalli da campagna, stante il trovarsi obbligato a formare a vicenda or l’una ed or l’altra gamba d’avanti in colonna, perchè possano reggere a lor turno il peso, in quel punto d’equilibrio che richiede di mano a mano l’azione che deve esser eseguita, così far piegare e molleggiare le gambe di dietro, perchè possano eseguire i circoli più grandi, e promuovere in tal guisa nei legamenti di esse quella proporzionata maggiore elasticità, che richiede l’azione.

La figura circolare, quando richiede che un piede incavalchi l’altro, quanto è sottoposta ad esser censurata, (perchè il piede che incavalca, col levare di forza l’altro rende l’azione difettosa) è ella vantaggiosa altrettanto per ottenere l’intento sopraddetto, stante l’attività che ha di promuovere, e risvegliare nei legamenti delle gambe di dietro quella virtù elastica, di cui si va in cerca, in specie quando queste devono agire nei circoli più grandi, per l’obbligo che hanno d’appoggiare l’esecuzione in gran parte al molleggio dei medesimi, come si è detto; e però al Cavallerizzo non deve fare specie alcuna il difetto dell’azione, pensando [p. 120 modifica]solo a ricavare da essa quel profitto che si è ideato.

Ma perchè tal volta il Polledro tenta di sfuggirne la suggezione che gli apporta il dover piegar l’anche, con stendere il collo ed il muso, ed intirizzire tutta la vita, per aver luogo di servirsi di esse a poter superare a viva forza qualunque resistenza della mano del Cavallerizzo, necessario è di prevenire una tal difesa con farlo agire col collo piegato dalla parte di fuora, perchè il peso della macchina sia sempre inclinato dalla parte opposta, ed in questo caso il Cavallerizzo, non solo deve permetterli l’appoggio sopra la sua mano, ma deve anche fare tutto il possibile, che il Polledro medesimo lo procuri e lo ricerchi; poichè un tale appoggio, oltre a impossibilitargli la difesa dell’intirizzimento, li facilita il soprammettere delle gambe, e per conseguenza contribuisce ancora all’adempimento del suo intento.

Acquistata che abbiano le anche una sufficente attività e scioltezza, può ridursi la figura circolare ad una specie di quadrato, perchè le gambe di fuora possano eseguire la loro azione laterale sprolungata in avanti, senza più sopramettere quelle di dentro, nè apportarli pregiudizio.

Il Cavallerizzo dunque in vece di girare in tondo, come faceva prima, vada in avanti, e [p. 121 modifica]formi una linea retta con i suoi piedi, acciocché il Poliedro pure possa fare l’istesso con i suoi: si fermi terminata che l’abbia, e faccia anche fermare il Polledro, indi senza muoversi faccia fare ad esse due o tre tempi in fianco con la groppa, tanto che si trovi sopra l’altre linee del quadrato, in maniera, che tutti quattro i piedi sieno in stato di potere eseguire liberamente le loro linee laterali, prolungate in avanti, senza che uno possa apportare impedimento all’altro, come fecero nelle prime linee già eseguite; qui pure si arresti il Poliedro prima di ripigliare la nuova azione, e indi con l’istesso metodo li si faccia terminare il quadrato.

Conviene qui, prima di procedere avanti, far riflessione ed avvertire, che le linee laterali sprolungate in avanti richiedono diversa azione dei piedi, e diverso equilibrio del peso della macchina (vale a dire più, e meno inclinato, e discosto dal suo centro) di quello che richiedono le linee laterali curve con le quali vengono tagliati dalla groppa gli angoli del sopradetto quadrato per farli prendere una tal qual figura circolare, che inganni l’occhio; quindi è che una tal diversità rende indispensabile l’arresto nei due punti dai quali si passa da una azione all’altra, perchè abbia luogo la potenza motrice di poter fare l’opportuno ed adattato cambiamento d’azione e di equilibrio; e siccome [p. 122 modifica]come ciò non può farsi da essa nel tempo che la macchina è in moto, così in tutte le azioni dove cade la minima mutazione, sia di equilibrio, sia d’azione, non può a meno che non preceda l’arresto, o almeno una sospensione che interrompa un’azione dall’altra, prima che si passi a ripigliare la nuova; e questo deve servire per regola generale in tutte le operazioni che si vuole esigere dal Cavallo in qualunque occasione, nessuna eccettuata. Al Polledro, che non ha acquistata anche la dovuta prontezza è d’uopo accordare l’arresto effettivo, ed ai Cavalli fatti, basta la sospensione.

Ridotto il Polledro al segno d’eseguire le linee laterali curve, e le linee laterali sprolungate, dove tutti quattro i piedi agiscono nella propria pista, si faccia passare alle linee curve semplici, nelle quali i piedi di dietro devono agire sopra le linee che vanno formando i piedi d’avanti.

Cade pure qui in acconcio di fare un’altra osservazione, per potere aver la cognizione necessaria della qualità e proprietà delle linee rette semplici, e curve, che molto differiscono dalle laterali sopraddette, per poter siffare quei principi che devono servire di regola nell’esecuzione delle azioni tutte.

Questa è; Primo: che essendo il Cavallo una macchina quadrilatere non può a meno che nel moto progressivo in linea retta non siano [p. 123 modifica]formate, dai piedi due linee paralelle (che nelle scuole sono chiamate piste) una dal piè destro, ed una dal piè sinistro ambedue d’avanti, e due curve dai medesimi piedi nel moto progressivo circolare, una più piccola dell’altra; a differenza del moto laterale, nel quale è forza, che ne siano formate quattro, una per ciaschedun piede, come si è veduto sopra.

Secondo: che per formare tanto le rette, che le curve semplici del moto progressivo, necessario è che i piedi di dietro agiscano nelle medesime linee che vengono di mano in mano formate dai respettivi piedi d’avanti.

Terzo: che le linee rette non ammettono differenza alcuna nell’azione dei piedi, per quello che riguarda l’estenzione del terreno che devono abbracciare, perchè ciascheduno di loro deve abbracciarne egual porzione.

Quarto: che il piede d’avanti, che la potenza motrice mette in moto il primo, è quello dal quale devono pigliar regola l’estenzione del terreno, la vivezza dell’azione, la prontezza, ed il sollevamento da terra di tutti gli altri.

Quinto: che quando l’operazione deve essere eseguita su la mano destra, deve essere cominciata dal piè sinistro d’avanti, e dal destro quando deve essere eseguita su la mano sinistra. [p. 124 modifica] Sesto. che in linea retta, è in arbitrio del Cavaliere di farla eseguire su quella mano che più li piace.

Settimo: che nella linea retta, il peso della macchina deve esser sostenuto in egual porzione da tutti quattro i piedi con la distinzione che comporta l’indole della costruzione loro particolare, e specifica.

Ottavo: che nelle curve il piede di fuora d’avanti, perchè è sopra il circolo più grande, deve essere sempre il primo a cominciare l’azione, e mai il piede di dentro, (che farebbe errore contro la legge del meccanismo,) e non solo deve abbracciare maggior quantità di terreno, ma deve essere anche più scarico di peso di quello di dentro, che per essere sopra il circolo più piccolo deve abbracciarne meno dell’altro, a seconda che comporta la proporzione, e la differenza dell’uno e l’altro circolo, e deve sostener maggior peso.

Nono: che in esse i piedi di dietro devono secondare il respettivo loro piede d’avanti, sì riguardo alla quantità del terreno che devono abbracciare, sì riguardo al maggiore e minor peso che devono sostenere, a seconda però sempre della loro indole naturale con la dovuta proporzione.

La cognizione di tali principi, che pigliano origine dalla legge del meccanismo della macchina, e che però devono essere inviolabilmente [p. 125 modifica]secondati, non solo mette in vista chiaramente da che dependono li sbagli presi fin’ad’ora nelle Cavallerizze, perchè possano essere sfuggiti, ma addita anche il metodo che deve tenersi per far apprendere alla potenza motrice la maniera più facile e sicura d’ottenere dalle gambe la più esatta obbedienza d’esecuzione; e però ho creduto, (senza pigliare sbaglio) utile e necessaria una tal digressione. Torniamo dunque adesso là dove lasciammo il Polledro.

Allorché egli si presta ad eseguire le linee laterali sprolungate del quadrato sopraddetto, molto proficuo è di fare interrompere ed intramischiare le medesime dalle linee curve semplici, con un tornetto negli angoli di esso; e però seguito l’arresto al termine delle prime linee laterali, in vece di fare tagliare alla groppa l’angolo, si formi in esse un tornetto di sole due piste di linee curve progressive, con dare al Polledro maggior libertà di mano, perchè possa abbandonare le linee raddoppiate laterali, ed i piedi di dietro possano secondare, e battere la pista medesima dei piedi d’avanti, come si è detto sopra, ma senza però permettere, che la testa, e la piega del collo alterino la solita positura loro: e terminato il tornetto e parato il Poliedro, si ripiglino le linee laterali, ed all’altro angolo si riformi altro tornetto, e si seguiti così sinché non sia terminato [p. 126 modifica]il quadrato, che allora si può fare altrettanto dall’altra mano.

Non possono le linee curve del tornetto essere eseguite senza che venga cambiata mano; ond’è che se le linee laterali sono eseguite sulla mano destra, quelle del tornetto devono essere eseguite sulla mano sinistra, e siccome nelle prime il piè sinistro d’avanti comincia l’azione, così nelle seconde deve cominciarla il destro, e però la testa e la piega del collo, che non cambiano situazione, nelle une restano dalla parte di fuora, e nelle altre dalla parte di dentro.

In questa lezione vien compreso tutto ciò che contribuisce a mettere in grado la potenza motrice di poter prestare alla chiamata del Cavaliere quell’obbedienza che richiedesi nei Cavalli da Campagna, poichè dall’esecuzione delle linee laterali raddoppiate viene promossa quella maggiore elasticità che abbisogna nei piedi di dietro, e dalle curve semplici del tornetto vengono obbligate le gambe d’avanti a formarsi in colonna, ed a sostenere a vicenda or l’una or l’altra il maggior peso della macchina; e però il medesimo peso può essere dalla potenza motrice regolato e mantenuto in quel punto d’equilibrio che richiede di mano in mano l’azione; gli spessi arresti e cambiamenti d’equilibrio e d’azione inducono in tutte le parti della macchina quella scioltezza e facilità che dà risalto e grazia alle operazioni tutte, e finalmente [p. 127 modifica]il far passare il Polledro dalla suggezione che portano seco; e le linee laterali raddoppiate, sì sprolungate che curve, e le curve semplici del tornetto, alla libertà che richiede la volta grande, fa acquistare al medesimo la franchezza che fa d’uopo per passare con indifferenza, e senza imbarazzo dalla suggezione alla libertà, e dalla libertà alla suggezione, e io riduce a quell’esatta obbedienza di cui si va in cerca.

E perchè una tal lezione sia più efficace, e di maggior suggezione, si facciano eseguire le linee laterali sulla mano destra con la testa in faccia ad una muraglia, ma piegata sempre dalla parte di fuora, formandone alla fine di essa il solito tornetto dalla parte opposta; nel tornare in dietro si eseguiscano le medesime linee viceversa, con la groppa alla muraglia, e la testa a campo aperto, e si faccia nel fine il solito tornetto; eseguito questo, si torni alle linee laterali, pure con la groppa su la mano sinistra, e terminate, e rifatto il tornetto, si ripiglino queste con la testa alla muraglia su la medesima mano sinistra; poichè in questa forma vengono ad essere eseguite da tutte due le mani, una volta con la testa ed una volta con la groppa alla muraglia, e viceversa una volta con la testa, ed una volta con la groppa a campo aperto.

Non v’è Polledro, che non mostri difficoltà nel piegar l’anche, ed in specie la destra; e siccome dalla maggiore o minor facilità di tal [p. 128 modifica]piega unicamente piglia origine la maggiore o minor attività ed obbedienza del Cavallo, così puoi concludersi, che l’acquisto di questa sia la meta, a cui devono tendere, ed essere indirizzate tutte le mire e premure del Cavallerizzo; e perchè si aspetta solo alla potenza motrice l’esecuzione delle azioni, che la promuovono, senza che il Cavallerizzo possa avervi parte alcuna, come si è veduto sopra, così convien ricorrere all’arte perchè metta in vista quali sieno quelle operazioni, che hanno l’attività di contribuire a tale acquisto, e additi il modo che deve tenersi dal Cavallerizzo, per fare, (usando della solita piacevolezza,) che la potenza motrice la metta in opera, senza essere obbligato di prevalersi del rigore, e del castigo.

Non hanno altro modo i Polledri di sfuggire l’incomodo, che gli apporta quella suggezione che gli obbliga a piegar le anche, che quello d’intirizzire tutta la macchina loro per mettere in forza le parti che la compongono, affine di poter così opporsi a qualunque violenza che gli possa esser fatta per obbligarla a cedere; e questo appunto è l’effetto che cagiona la forza, quando con essa si vuole obbligare il Polledro ad eseguire ciò che non può per difetto di costruzione, o per mancanza di quei requisiti che sono necessarj, e però il rigore cagiona nelle Cavallerizze; (dove è [p. 129 modifica]ammesso) tutti gl’inconvenienti che in esse accadono.

Due cose è obbligato a fare il Polledro, quando si vuole intirizzire per difendersi, e sottrarsi dall’obbedienza: alzare il capo, e a stendere il collo; quindi è che obbligato a tenere il capo basso, e a tenere il collo piegato, vien reso incapace ed impossibilitato di potersi prevalere di tal difesa; la Camarra s’oppone alla prima, ed il vento infilato nell’anello ch’è sermato lateralmente nella cigna maestra, cagiona la piega del collo; armato così il Polledro non può alzare il capo, nè stendere il collo, e per conseguenza non potendosi intirizzire gli è forza d’agire con le anche piegate e sciolte, a seconda che richiede l’azione da eseguirsi.

Rilevasi da tutto questo, che la facoltà del Cavallerizzo si ristringe solo alla scelta delle operazioni che l’arte li suggerisce, e al dover farsi, che la Camarra sia appuntata a quel segno che impedisca solo alla testa la difesa, senza toglierli la libertà di poter prendere quella positura che conviene all’azione, e che il vento infilato nell’anello laterale della cigna sia tenuto in mano con tal destrezza, che impedisca con la sua resistenza l’abbandono della piega al collo, sol quando il Polledro tenta di stenderlo, e lo lasci in piena libertà di agire, come se non fosse tenuto, allorché senza cercare di sottrarsene, conserva la positura in cui deve tenerlo. [p. 130 modifica]Perchè possano agire tanto la Camarra, che i venti lunghi che vanno infilati negli anelli laterali della cigna, è necessario che in questa vi sieno fermati quattro anelli, o siano campanelle, per poterveli passare dentro: due nella parte che corrisponde alla metà del petto del Cavallo tra le due gambe d’avanti, uno vicino all’altro, perchè sia più facile alla Camarra lo scorrere, (ciò che non segue quando ve ne sia un solo) e gli altri due nelle parti laterali, perchè vi si possa infilare quel vento che di mano in mano occorre, a seconda che il collo deve esser piegato da una parte o dall’altra; e per sfuggire la difficoltà, che ha di scorrere il vento quando l’anello è solo: fermato questo alla campanella della seghetta, e indi passato fra le catenelle che tengono insieme le aste della briglia, (perchè anche questa abbia parte nel lavoro) si infili in un anello di ferro, che nella parte opposta finisca in una molla, con la quale deve attaccarsi all’anello laterale della cigna, che così snodato viene ad avere tutta la libertà di potere scorrere quando vuole con somma facilità, purché si abbia l’avvertenza d’infilare il capo verso la testa del Cavallo, e non verso la groppa, e così infilato deve tenersi in mano dal Cavallerizzo.

La Camarra non è che una redina lunga circa due braccia e mezzo, più e meno secondo che comporta la maggiore o minor lunghezza [p. 131 modifica]del collo del Cavallo, per cui deve servire: che da un capo per la lunghezza di un braccio si divide in due, perchè possa passarvi in mezzo il muso del medesimo: nella cima di queste due parti vi è attaccata una fibbia con il suo ventino, perchè possano fermarsi ambedue alle campanelle della seghetta. Tutto il restante di essa è bucata di distanza in distanza, come lo sono li staffili della sella, e all’altro capo vi deve essere un oncino di ferro per poterla attaccare, allungare, e scorciare, secondo il bisogno; e perchè non possa questi ferire il Cavallo nell’agitarsi, conviene che la sua punta sia rotonda a guisa di bottoncino.

Fermata questa alle campanelle della seghetta, dove pure sono fermati i due venti lunghi sopraddetti, si faccia passare il restante tra le due catenelle che tengono insieme le due aste della briglia, come si è fatto del vento lungo che deve agire, e dipoi si passi nei due anelli che restano nel mezzo al petto del Cavallo, e si attacchi l’oncino a quel buco che conviene.

Armato così il Polledro può farsi lavorare anche da terra con la testa e collo piegato, da quella mano che più piace al Cavallerizzo, senza che il medesimo Polledro possa esimersi dall’eseguire da se, e con la maggiore esattezza tutte quelle azioni che dall’arte sono credute opportune a promuovere, ed introdurre [p. 132 modifica]nei legamenti quella maggior elasticità che produce l’obbedienza più esatta.

Quando il Cavallerizzo stima bene di prevalersene, prenda con la mano sinistra il vento attaccato alle redine della briglia, assieme con quello passato nell’anello che va attaccato a quello della cigna di quella parte, dalla quale deve stare la testa ed il collo piegato, e con la mano destra pigli quello ch’è sol fermato alla seghetta, perchè con la prima possa obbligare la testa ed il collo a piegarsi quanto più può verso la cigna, con il metodo sopra descritto: e con la seconda possa prevalersi del castigo in caso di bisogno, e con questa maggior suggezione torni a fare eseguire al Polledro la solita lezione, or con la testa, ed or con la groppa alla muraglia; ed a proporzione che il medesimo va acquistando franchezza ne interrompa il passo col trotto, ed il trotto con il galoppo, sì nelle linee, che nei tornetti, e dipoi abbandonata la muraglia gliela faccia eseguire a campo aperto in un quadrato più grande del solito con le linee raddoppiate in esso, e con le curve semplici negli angoli del medesimo, ma abbia sempre l’avvertenza di lasciar che il Polledro agisca da per se, e che da se trovi la maniera di fare le mutazioni, che occorrono, e se si imbroglia, col pararlo li dia tempo e luogo di correggere l’errore per le ragioni dette sopra; quando poi ciò non segua nella [p. 133 modifica]le prime volte, si contenti di vedere, che egli ha inteso, ciò che da esso egli vuole, e che dal canto suo procura l’esecuzione; e non ostante che non li sia riuscito, li faccia carezze, e io rimandi in stalla, che così più similmente, e più presto otterrà il suo intento; meglio essendo il soffrire l’errore per qualche mattina che il disgustarlo male a proposito, per così evitare che si confonda, e si perda d’animo, o vi pigli avversione, e si metta in disperazione, come seguirebbe se si pretendesse con la forza e col castigo, d’obbligarlo a ciò, che non può, o non sa fare.

E se s’accorge che l’errore dipenda dalla suggezione che li cagiona il collo troppo piegato, io lasci in maggiore libertà tanto che trovi la maniera di correggersi, che in breve tempo si renderà capace di soffrire qualunque suggezione.

Si sogliono imbarazzare i Polledri le prime volte che sono chiamati a passar dal trotto al galoppo nella volta grande, perchè l’azione dei piedi non è in regola, e però non può sperarsene l’emenda se non è prima posto riparo al disordine di essi.

Si è detto sopra che il piede di fuora deve sempre dar principio all’azione, e di più che nelle linee curve, non solo il piede di fuora deve dar principio all’azione, ma perchè agisce nel circolo più grande, deve essere anche più [p. 134 modifica]scarico di peso, e deve abbracciare più terreno di quello di dentro, il quale stante il terminar più presto la sua azione, perchè ne abbraccia meno, viene a sostenere maggior tempo il peso.

Quindi è, che andando il Polledro alla volta sulla mano destra, se comincia l’azione col piè di dentro, viene immediatamente sconcertato l’ordine dovuto dei piedi, e però l’azione del trotto riesce raminga ed irresoluta, e quella del galoppo falsa, perchè, cominciata dal piè di dentro, deve per conseguenza esser terminata da quello di fuora, all’opposto di quello che richiede l’azione del galoppo, perchè sia giusta ed in regola, come si vedrà a suo luogo.

Rilevasi da tutto questo che la difficoltà ed imbarazzo che mostra il Polledro di passare dal trotto al galoppo con giustezza, unicamente dipende dall’essere stata la prima azione cominciata contro regola dal piè di dentro; ed essendosi visto che non può eseguirsi dalla potenza motrice mutazione alcuna d’azione in tempo del moto, e che quando se ne voglia fare alcuna, è d’uopo interrompere con la parata, o con la sospensione, quella ch’è in opera, perchè la potenza motrice abbia luogo di potere fare il cambiamento dell’una nell’altra.

Quindi è, che avendo il Polledro cominciata l’azione del trotto col piè di dentro, non può a meno, che passando senza sospensione da questo al Galoppo, venga anche cominciata l’azione [p. 135 modifica]del medesimo galoppo con il piede di dentro, e sia per conseguenza falsa, e fuor di regola; onde per por riparo al difetto di esso convien correggere prima quello del trotto, sicuro, che se il trotto sarà eseguito in regola, anche il galoppo sarà giusto, per l’istesse ragioni addotte.

E però, subito che si vede che l’azione del trotto è raminga ed irresoluta, non può mettersi in dubbio che sia cominciata con il piè di dentro, all’apposto di quello che richiede la volta; onde in vece di chiamare il Polledro da questo al galoppo, s’interrompa l’azione con pararlo, per dar luogo alla potenza motrice di correggere il suo difetto nella nuova ripresa, e se dopo avere tentato così più volte l’emenda, riesce inutile, si obblighi allora ad eseguire la ripresa con maggior prontezza sino a farlo scappare, per accrescere all’azione l’incomodo e la difficoltà che porta seco l’irregolarità, e così impossibilitargliene l’esecuzione, ed obbligarlo ad attenersi alle regole del meccanismo, che sono esenti da ogni incomodo, facendo battere il frustone in terra dall’aiutante, girarlo per aria, e bisognando far battere con esse il Polledro sulla groppa.

Cominciata, che sia l’azione del trotto con piè di fuora, a seconda del meccanismo, per poco che sia sollecitato da vantaggio il Polledro passerà immediatamente dal trotto al galoppo [p. 136 modifica]senza la minima difficoltà, con la testa e collo al suo luogo piegato, e con la medesima facilità e prontezza, tornerà senza scomporsi da questo al trotto, ed all’uno, ed all’altro, ogni volta che vi sarà chiamato; perchè non poco contribuisce una tal piega a far sì che l’esecuzione sia fatta in regola, nella forma che lo sconcerto della testa dà mano all’irregolarità dell’azione.

Se le azioni, che mettono le anche in agitazione sono quelle, che promuovono la scioltezza, e l’elasticità nei legamenti non può mettersi in dubbio, che l’azione di dare in dietro non abbia questa prerogativa sopra ogn’altra; onde torna bene di terminar sempre qualunque lezione con far dare in dietro il Polledro con il collo piegato verso la cigna, tanto nella linea retta, che nella circolare da tutte due le mani, perchè venga dirotto da tutte due egualmente; con l’avvertenza però, che ciò sia eseguito dal Polledro medesimo senza opera alcuna della mano del Cavallerizzo, quale non deve, che dargli il cenno con fischiarli il bacchettone d’avanti, batterlo in terra, toccarli le gambe, o batterli leggiermente con esso il muso, e mai con obbligarlo a ciò fare a forza di castigo; poichè essendo al Polledro solo noto il modo di come secondare l’indole del meccanismo, però a lui solo si aspetta quell’esecuzione che è profittevole, e non [p. 137 modifica]dannosa, come riuscirebbe se fosse obbligato ad eseguirla diversamente da quello, che comporta la natura della costruzione sua.

Sogliono i Poliedri imbarazzarsi nel dare addietro, coll’alzar della testa, per così spignere il peso del corpo in dietro in obbedire alla chiamata; e siccome in questa forma vengono ad esser caricate l’anche, di un peso superiore alla loro attività, e per conseguenza obbligate a cosa che non possono fare, così conviene che il Cavallerizzo insegni al Poliedro il modo di por riparo a tale inconveniente con obbligarlo a tenere la testa bassa verso terra, per tirare sulle spalle quel peso, ch’egli spigneva di superfluo su le anche; poichè messo così in grado di potere agire, vedrà nell’istante medesimo cessare la ripugnanza, e dare a dietro quanto vuole; all’opposto castigandolo, lo vedrà dare in una giusta disperazione, capace di farlo rigettare, perchè obbligato in certa maniera ad un impossibile.

Il far lavorare il Polledro da terra senza l’uomo addosso, non è appoggiato che all’assioma comune di dover cominciare sempre qualunque impresa dal più facile, prima di passare al più difficile; poichè non può revocarsi in dubbio, che sia più facile al Polledro l’esecuzione delle azioni sue, scarico di peso, che dal peso aggravato: onde ridotto a questo segno, [p. 138 modifica]gno, è d’uopo farli eseguire le solite lezioni anche con l’uomo addosso.

E per ciò fare, si aggiunga alla briglia due ventini lunghi circa a due terzi di braccio, bucati come li staffili, perchè si possano allungare, e scorciare secondo il bisogno; si attacchino questi alle campanelle della seghetta, e fatti passare tra le due catenelle, che tengono insieme le aste della briglia, si fermino alli stessi anelli delle aste, ed alle istesse fibbie delle Redini della medesima briglia, dove esse sono attaccate, tiranti a quel segno, che si possano unire con le redini della briglia a produrre nell’istesso tempo l’effetto medesimo nella seghetta, ch’esse producono nel morso, e barbazzale, e ciò perchè il Polledro senta nell’istesso punto alla bocca e al naso l’opera loro, dandoli la mano l’un l’altro; tolto poi il vento lungo dalle redini della briglia, si diano queste all’aiutante che deve montare a Cavallo, perchè tenendone una per mano, possa con esse regolare le azioni del Polledro, come faceva il Cavallerizzo da terra con i venti lunghi e perchè da una tal novità di chiamata (che deve esser fatta con l’istesso metodo prescritto sopra, perchè il Polledro possa dare esecuzione da se alle azioni) non venga il Polledro confuso ed imbarazzato, continui il Cavallerizzo per qualche mattina a regolarlo egli stesso da terra con i due venti lunghi, tanto che s’assuefaccia ad eseguire [p. 139 modifica]guire la lezione anche col peso addosso, cominci a sentire la chiamata di sopra dell’Aiutante, presti ad esso la dovuta obbedienza, e questi abbia luogo di apprendere la maniera con la quale va messa in esecuzione, poichè allora potrà il Cavallerizzo levarli i venti lunghi, e lasciarglielo in libertà, seguitando però ad andar seco come prima, con due bacchettoni in mano, perchè possa prestarli ajuto in caso di bisogno, e perchè la sua presenza lo tenga in suggezione; seguiti poi così fin tanto che non conosce, che sia diventata inutile l’opera sua.

Quando il Polledro si presta ad eseguire la solita lezione alla chiamata dell’aiutante che ha sopra, senza bisogno d’altro ajuto, deve mandarsi in campagna, per fermarlo nel passo, trotto, galoppo, e scappata, che sono le operazioni, che richiede il Cavallo da campagna e da guerra, e può farsi lavorare la mattina nella cavallerizza, ed il giorno in campagna come più piace; a proporzione, che divengono inutili, e la camarra, ed i ventini della seghetta, devono essere e l’una e gli altri abbandonati, perchè possa il Polledro assuefarsi a lavorare in briglia sola, e non sarà mal fatto il farli la mattina la scuola con essi, ed il giorno, o dopo la scuola, condurlo in campagna in briglia sola con tutte due le redini nella mano sinistra, perchè possasi con la destra maneggiare la spada e la pistola; deve finalmente [p. 140 modifica]essere avvezzato, con il solito metodo piacevole, anche a star fermo ed immobile con le redini della briglia abbandonate sul collo, perchè in occasion di caccia il Cavaliere possa avere libere tutte due le mani per maneggiare lo schioppo.

Quantunque fin’ad ora io non abbia raccomandato, che la sofferenza e piacevolezza, e dì bandire affatto dalla scuola il castigo, non è per questo, che non devano esser messi in opera a tempo e luogo, e la minaccia della voce ed il castigo dello sprone, della seghetta, della briglia, della bacchetta, e di tutti gli arnesi che sono in uso nelle cavallerizze; poichè senza che il Poliedro non abbia provata e la minaccia ed il castigo, che li faccia conoscere il dominio, che la natura ha dato all’uomo sopra di lui, e li faccia comprendere qual sia il timore che di esso debba avere, resta sempre incerta e dubbia la sua subordinazione ed obbedienza, e si corre rischio quasi certo, che la novità del castigo, la prima volta che sia messo in opera o a torto o a ragione, che lo sorprenda in maniera, da farlo dare in disperazione (cosa molto facile a seguire in Cavalli di spirito, ed in specie nei collerici) e di farli intraprendere quella difesa, che non aveva mai tentata, non che messa in opera, con rischio del Cavaliere, allorché meno se l’aspetta. [p. 141 modifica]La carezza accattiva l’animo, e toglie via dal Polledro il natural sospetto che l’uomo possa cagionarli del male, perchè convinto dalla medesima, ch’egli è sempre propenso a farli del bene, viene essa a promuovere in lui quella gratitudine di cui è capace la sua natura, che è la cagione della sua obbedienza e prontezza nel secondare con piacere il voler del Cavaliere.

Ed il castigo incutendoli timore l’aobbliga alla dura condizione del subordinato di dover soffrire, senza risentirsene, anche lo strapazzo ricevuto a torto; condizione necessaria nei subordinati, benché dura, ma molto più in animale irragionevole, come è il Cavallo.

Giammai però deve esser messo il castigo in esecuzione, prima che il Polledro abbia perduto del tutto il sospetto, perchè messo in opera in questo tempo si verrebbe a confermare maggiormente in esso e nella sua salvatichezza, ed a rendere sempre più difficoltoso l’acquisto della ricercata mansuetudine, in vece d’incuterli quel timore che lo sottomette.

Nè mai farli provare castigo alcuno senza apparenza di ragione o vera o mendicata. Intendo per vera quando il Polledro dà giusto motivo col rifiuto dell’obbedienza di una cosa, che può fare per pura malizia, e per mendicata quando la mancanza è involontaria, e sol cagionata dalla difficoltà dell’azione, fattali eseguire [p. 142 modifica]per forza, a fine d’aver luogo di farli sentire il castigo con qualche apparenza di ragione, e acciocché si dia a credere d’averlo meritato, che allora per confermarlo in questa sua idea, appena che dà cenno della minima sommissione, benché imperfetta, li si deve far carezze come prima, e più ancora per rimetterli in quiete l’animo giustamente irritato.

Avvertasi di più, di far sempre precedere al castigo la minaccia della voce risentita, ed imperiosa per dimostrarli superiorità, e maggiormente atterrirlo, e questo deve farsi per potere minorare il castigo, se a questa si rimette in dovere, dimostrando sommissione, e per esimerlo così del tutto da esse, quando in altra occasione, dopo averlo provato, al sentire solo della voce si corregga, dandosi per vinto.

Nulla di più, certamente potrà desiderarsi in un Cavallo, che debba servire alla Campagna, o alla guerra, quando sia addestrato con il metodo sopraddetto, poichè egli sarà d’uno spirito docile, mansueto, e subordinato, d’azione facile, sciolta, rilevata, e graziosa, e d’un’obbedienza pronta e sicura, e potrà esser montato senza esporsi a rischio alcuno da chi che sia con tutto il piacere.