Delle antiche Relazioni fra Venezia e Ravenna/Capitolo III

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Capitolo III.

Del Primo Trattato fra Ravenna e Venezia e dei casi di Ravenna imperante Federigo II.


Federigo II tiene la Dieta generale in Ravenna, poi va a Venezia. — Accorda privilegi ai Veneziani. — Straordinario freddo nell’anno 1234. — Capitoli del primo Trattato fra Venezia e Ravenna (inediti). — Come il Trattato fosse conchiuso e con quali forme proclamato e giurato. — L’arcivescovo di Ravenna molestato dai Veneziani ricorre al papa. — I Veneziani aiutano Paolo Traversari a ricuperare Ravenna. — I Ravennati uniti ai Veneziani prendono Ferrara ed il Salinguerra è fatto prigione. — Federigo II prende Ravenna a forza. — Il cardinale Ottaviano degli Ubaldini ricupera la Romagna al papa lasciando alle città la loro autonomia.

I. E qui, prima di andare innanzi, mi pare di dovere aprire sinceramente l’animo ai lettori, meravigliati forse, e forse annoiati dal mio incessante vagare di cosa in cosa quasi dimenticassi il tema, confessando che quando io mi posi a scrivere credevo che lo esporre le prime relazioni che Venezia ebbe con Ravenna ed il modo che poscia tenne nell’aggiungerla a’ suoi dominj e nel governarla per quasi settant’anni, fosse non certo facile ma semplice lavoro, ed in ciò m’ingannai grandemente. L’argomento che prima mi stava dinanzi agli occhi così chiaro e preciso, si fece poi così vago ed indeterminato [p. 223 modifica]che io fui costretto quasi a comporlo ad arte, collegando fatti disparati e sconnessi raccolti da una moltitudine di libri e di documenti. Laonde se i miei pochi lettori vedranno accennati appena alcuni notevolissimi avvenimenti e ricercati e spiegati con ogni studio certi minuti particolari, sappiano che a ciò mi conduce il proposito di non ripetere nuovamente, per quanto è possibile, ciò che da altri è già scritto, e la brama di circoscrivere e di svolgere compiutamente il mio tema.

Dieta generale in Ravenna nel 1232. E per questo ricorderò appena come l’anno 1232 rimanesse lungamente memorabile per Ravenna dove Federigo II tenne la Dieta generale del Regno, la quale per la festa d’ognissanti fu indarno convocata, giacche i Lombardi confederatisi novellamente contro all’imperatore vietavano il passo ai principi dell’impero, e soltanto alcuni pochi, mutate le vesti, per non guardate vie poterono giungere a Ravenna. Ivi finalmente in sul Natale fu aperta la Dieta con quella pompa che si potè maggiore, e Federigo vi comparve con la corona in capo.

E mentre con Ezzelino da Romano e con Salinguerra da Ferrara, capi de’ ghibellini, si andava consigliando come resistere a questa seconda lega delle città lombarde e riceveva ambasciatori da molte città di parte guelfa, il popolo ravennate dilettavasi, siccome narra il Sigonio, nel vedere i leoni, le tigri, l’elefante, i cammelli e gli altri sconosciuti animali che l’imperatore avea condotti per rallegrare la moltitudine convenuta nella città. E da Ravenna la prima domenica di quaresima salpò Federigo per Venezia, ed interrogato poi nel partirsene qual cosa gli fosse sembrata colà più meravigliosa, si conta che rispondesse: «Lo avere trovato i «principali cittadini ed i più semplici popolani tutti di «un cuore e di una volontà». Nuovo spettacolo a quei giorni in città italiana! Ed ai Veneziani confermava gli antichi privilegi nel territorio dell’imperio, e di nuovi ne accordava ne’ suoi regni di Puglia e di Sicilia.

[p. 224 modifica]L'anno dell'Alleluia

II. In questo anno 1232 i frati de’ novelli ordini di S. Francesco e di S. Domenico incominciavano a mostrarsi per le città travagliate da fazioni e da private vendette ed a predicarvi pace minacciando a gran voce e senza posa le pene eterne ai capi delle parti, sì che in più luoghi questi piegarono l’animo a più miti consigli. Le aspre penitenze e le clamorose dicerie che di dì e di notte questi frati andavano facendo ebbero anche maggiore efficacia nelle menti del popolo, e presto per le città, per le castella, per i camiti si videro errare moltitudini di uomini di ogni ordine e d’ogni età insieme a donne e fanciulli, portando croci, vessilli, rami-, candele accese, salmeggiando a Dio, sicchè questo fu detto l’anno della generale devozione o sia dell’alleluja.

Queste novità si videro massimamente in Ravenna di dove l’arcivescovo Tederico si era recato in Bologna alla prima traslazione del corpo di S. Domenico, e dove erano rimaste antiche tradizioni acconce a condurre gli animi a santi e pietosi pensieri. Narra il Carrari come i cittadini si fossero divisi in più compagnie ciascuna delle quali avea la sua croce ed il suo vessillo, e come seguendo questo, andassero ad udire frate Giovanni da Vicenza domenicano, non pure per le prediche, ma ancora pe’ miracoli attribuitigli, in que’ giorni famoso. Per tal modo in Ravenna furono istituite molte divote confraternite, le quali poi, raffreddandosi il primitivo ardore nelle menti e ritornando queste alle usate faccende, mutarono in tutto il loro modo di vita, e degli antichi costumi i confratelli altro non ritennero che quello di procedere due a due cantando le laudi con una lunga tonaca bianca sovrapposta all’altre vesti, e rimase loro il nome di battuti in memoria delle antiche penitenze. Ma tutte queste compagnie con l’andare de’ tempi vennero meno e ne furono istituite di nuove, ed in quelle che anche oggi rimangono è serbata l’usanza che i [p. 225 modifica]confratelli procedano salmeggiando due a due con la bianca sopravvesta.

Freddo e carestia nel 1234.

III. Raccontano varie cronache, e specialmente quella del Sigonio, che nel verno dell’anno 1234 il Po da Cremona a Venezia era sì fortemente gelato che vi passavano sopra i carri: che le viti, gli ulivi, i noci si seccarono, che molte persone rimasero morte pel freddo e che poscia colti da incognito malore a migliaja perivano in molte parti d’Italia i buoi e gli altri animali domestici. «Seccò il pineto di Ravenna, i fichi gli ulivi e le viti, sì che nel vegnente anno molti celebrando le nozze non bevevano che acqua». - Così Ricobaldo Ferrarese1.- «Regnò così fiero freddo «dice il Pasolini» che congelossi il vino nelle botti in tal maniera che difficilmente rompevasi, per lo che seccaronsi tutti li pini delle pignete ravennati. Molti huomini ancora per il freddo eccessivo perdettero le dita de’ piedi2 ec.»; ed insieme al Bonoli ricorda che una grande carestia afflisse Romagna tutta, e che per colmo d’ogni male le discordie civili in essa e soprattutto in Ravenna infierirono oltre l’usato.

Era allora arcivescovo Tederico e podestà di Ravenna Bonaccorso da Palude.

Il primo, con esempio allora non infrequente, non attendeva alla sua diocesi e trattava col pontefice del come condurre la crociata nella Siria, e da due diplomi che il Rossi riporta per intero dall’archivio Orsiano3, apparisce che Tederico fu poscia legato apostolico in oriente ove l’imperatore lo fece suo nuncio il 7 agosto 1234, lo che fu però negato da alcuni storici. Il secondo strinse un Patto con la repubblica di Venezia nel modo che segue.

Primo Trattato fra Venezia e Ravenna. IV. A 3 dicembre 1234 un Guido Micheli procuratore (syndicus) del potestà e del Comune di Ravenna [p. 226 modifica]comparve al cospetto del doge Giacomo Tiepolo, presenti vari testimonj, i consiglieri del doge ed alcuni ambasciadori di Rimini, e fu convenuto che le persone e le cose dei Veneziani sarebbero salve e sicure nella città e nel territorio di Ravenna, così in terra come in mare; che ogni veneziano avrebbe potuto liberamente comprare, vendere, negoziare, ed esportare per terra, per fiume o por mare a Venezia o dove gli sarebbe piaciuto, il vino, le biade ivi ed altrove comprate senza che alcun ravennate potesse impedirlo, ad onta d’ogni contrario bando o statuto: che i Veneziani avrebbero pagato certa gabella per la esportazione del frumento e del vino, ma per la importazione di queste derrate come per l’oro, l’argento, per le pietre preziose, pel denaro o pel cambio delle monete, per la seta e per le stoffe seriche venute per via di terra, di mare o di fiume, non sarebbero tenuti a pagarla. Che il frumento ed il sale del territorio di Ravenna sarebbe rimasto ai Ravennati, i quali sarebbero sempre liberi di darlo ai Veneziani o di tenerselo. Che ai Veneziani sarebbe lecito di caricare le loro navi a Ravenna e nelle sue spiagge, di ricevervi e portarvi forestieri, di liberamente andare e venire, di esportare pane quanto bastasse per dieci giorni di navigazione, avuto riguardo al numero delle persone che erano in sulla nave.

Che se una nave veneta avesse naufragato nelle acque di Ravenna, i Ravennati non avrebbero recato ai Veneziani alcuna molestia, ma si sarebbero invece adoperati a salvare le persone ed a ricuperare le merci, avendo poi diritto alla parte pattuita, ma non mai a più del quinto delle cose salvate; che non avrebbero avuta alcuna ragione sulle merci ripescate contro la volontà dei Veneziani e che questo patto sarebbe reciproco. Che i Ravennati si sarebbero obbligati a non dare sale nè altra merce ai Padovani mentre fossero in guerra con Venezia, ne ad altri suoi nemici od a gente che nel comprare non giurasse sugli evangeli che le merci non sarebbero [p. 227 modifica]pervenute mai per modo ad arte veruna ai Padovani. Ed a più forte ragione si farebbe questo per le merci che nel porlo o nella città di Ravenna potessero avere i Padovani, e per quelle che a loro sarebbero potute pervenire. Che ai Veneziani sarebbe lecito di stare con le loro navi nei porti di Ravenna purché non avessero recato offesa ad alcuno entrati che fossero nel porto Badareno. Che chiunque fosse incontrato mentre portava sale dai porti di Cervia contro il bando del doge di Venezia perdesse il carico e gii fosse arsa la nave, e così si facesse pure a chiunque fosse incontrato andare dal Badareno verso Venezia con sale di Cervia contro il bando dei Ravennati. Che per le ruberie ed i danni recati dall’una parte e dall’altra negli ultimi quindici anni entro i territori di Ravenna e di Comacchio e nel distretto di Venezia dalla fossa di Loredo in su, sarebbero eletti a Loredo due arbitri tanto dai Ravennati come dai Veneziani, e «e questi quattro fossero discordi, l’abate di Pomposa sarebbe quinto e deciderebbe siccome mediatore giudicando presso il capo di Goro. Se l’abate non avesse potuto o non avesse voluto entrare nel giudizio, sarebbe eletto un frate da ciascuna parte, l’uno sarebbe de’ Predicatori l’altro dei frati Minori, e questi avrebbero designato il giudice in luogo dell’abate. La sua sentenza sarebbe proferita prima della pasqua di resurrezione prossima ventura, e dentro il mese successivo ambo le parti avrebbero dovuto risarcire i danni, e il doge od i suoi messi muniti di officiale scrittura, avrebbero ricevute le restituzioni. - Le cose notoriamente depredate sarebbero restituite dagli abitatori del luogo dove la violenza fu commessa a coloro che ne erano stati dispogliati, purché non fossero stati assaliti e rubati da pirati Slavi, Genovesi o Pisani dalla fossa di Loredo verso Venezia. Che i Ravennati sarebbero salvi e sicuri in Venezia negli averi e nelle persone loro, purché avessero pagato i dazj ai quali ab antico- -erano sottoposti, e fossero [p. 228 modifica]stati soggetti ai bandi generali di Venezia. - Che i Ravennati avrebbero potuto condurre e ricondurre forestieri e peregrini da Venezia a Ravenna ed in Venezia provvedersi di pane, vino e d’ogni vettovaglia occorrente per dieci giorni secondo il numero delle persone che avevano sulla nave. - Che i Veneziani non avrebbero fatta in questi cinque anni alcuna novità col vescovo di Cervia a danno della Chiesa e del Comune di Ravenna. - Che i Ravennati sarebbero liberi di portare dalle Marche e dalla Puglia frumento, vino, carne, olio, formaggio e fichi al porto di Badareno: se vi fosse stata abbondanza di queste vettovaglie, i Ravennati si obbligavano a non mandarle ne a Faenza, ne a Bologna, ne a Ferrara, ne in Lombardia, ma di venderle solamente ai Veneziani. Tale fu la concordia che doveva aggiungersi agli statuti di Ravenna, e per cinque anni doveva essere giurata nel generale Consiglio da tutti i potestà e dagli altri magistrati nell’assumere il loro uficio4.

Come il Trattato fosse confermato e giurato.

V. Questo trattato fu adunque conchiuso a Venezia da Guido Micheli procuratore o sindaco del Comune di Ravenna, sedendo il maggior Consiglio adunato al suono della campana, e fu approvato e confermato dal doge Giacomo Tiepolo lo stesso dì 3 dicembre 1234 nel palazzo ducale.

Dieci giorni dopo, ciò è il 13 dicembre, la campana maggiore adunava pure il Consiglio nel palazzo del Comune di Ravenna e vi comparve Marsilio Zorzi procuratore o sindaco del doge e del Comune di Venezia, ed a lui il podestà Bonaccorso da Palude, in nome di tutto il Comune per mandato del Consiglio, promise e giurò per sè e per i suoi successori di accettare e mantenere per cinque anni questa concordia fedelmente in ogni sua parte. Oltre a quelli dei testimoni, nel trattatosi leggono altresì i nomi di tutti gli officiali, che in numero di cento e [p. 229 modifica]dieci giurarono di osservare e fare osservare i nuovi patti, e giova di vedere gli strani nomi di quegli antichi cittadini: alcuni di tali nomi divennero illustri e si spensero, altri rimangono tuttavia.

Nello stesso giorno lo campane raccoglievano il popolo nell’antichissima basilica Orsiana, ed un Damiano gridatore del Comune habita parabola ab hominibus, dictæ concionis jurandi super animabus eorum, ciò è avuta facoltà dai cittadini ivi adunati di giurare in loro nome e sulle anime loro, con l’assenso ed a nome del popolo stipato nella vetusta basilica, promise e giurò sugli evangeli che i Ravennati avrebbero pe’ cinque anni venturi fedelmente mantenuti i nuovi patti coi Veneziani.

Che cosa si rilevi dal Trattato, suo scopo.

Dai quali patti si vede di quali merci Ravenna facesse commercio: frumento, vino e sale di cui erano feraci 1 suoi campi e le sue marine. Si vede che avea relazioni con le Marche e con le Puglie d’onde esportava grani, vini, carni, olio, formaggi e fichi probabilmente secchi. L’oro, l’argento, le pietre preziose, le sete vi erano portate o depositate dai Veneziani. Mancano documenti i quali spieghino la ragione storica del trattato: forse a’ Ravennati fu necessario lo stipularlo attesa la grande carestia del vino, dell’olio, dei fichi, e delle carni per la pestilenza negli animali domestici che, come vedemmo, venne dopo quel freddissimo inverno. - Scopo del trattato per i Veneziani apparisce essere il desiderio di assicurare in Ravenna i loro mercanti, alleviare a loro il peso dei dazj, agevolare i trasporti, assicurarsi di ajuto nei casi di naufragio, impedire i soccorsi di vettovaglie ai nemici Padovani, ottenere il risarcimento de’ danni ricevuti negli ultimi quindici anni, indirizzare a loro vantaggio il commercio del sale, ed assicurarsi che i prodotti dell’Italia meridionale a Venezia piuttosto si portassero che alle città di Romagna e di Lombardia . - E per quanto riguarda gli ordinamenti politici, due cose mi sembrano da osservarsi siccome particolarissimi indizj dello stato [p. 230 modifica]d’Italia in questo secolo: prima l’arbitrato supremo accordato ai monaci in questioni tutte civili e giuridiche, seconda l’approvazione di questi patti non solamente in duo liberi Consigli, ma ancora nella chiesa maggiore al cospetto del popolo, poichè da esso furono sanzionati e pubblicamente giurati in suo nome.

Conchiusa nella prima metà di dicembre del 1234 pare che tale concordia dovesse aver vigore sino al!a fine del 1239: non si trova con quanta fedeltà fosse mantenuta, nè se trascorso il termine venisse confermata, come sembra probabile, poichè non ne fu stretta un’altra sino al 1251. L’arcivescovo di Ravenna contende coi Veneziani. Certo è che primo a lamentarsi de’ Veneziani fu l’arcivescovo di Ravenna al quale essi impedivano di portare liberamente a’ suoi castelli il sale e l’altre derrate. L’arcivescovo ebbe ricorso a papa Gregorio IX che scrisse al vescovo di Ferrara ed all’abate di Pomposa pregandoli di ottenere dalla signoria Veneta che più non molestasse l’arcivescovo. La lettera papale rimane nell’archivio arcivescovile di Ravenna5.

VI. I cinque anni che corsero dal 1235 al 1240 non rimasero memorabili nè per chiari fatti nè per riposata pace. Nè qui entrerò a discorrere delle guerre, delle rapine incessanti nelle quali le città romagnuole si travagliarono le une le altre circa questo tempo infino a che nell’agosto del 1237 non giunse in Italia l’imperatore Federigo II ad inasprire le lotte fra i ghibellini ed i guelfi.

Incominciarono allora quegli assedii, quelle eroiche difese, quelle espugnazioni e carneficine crudeli che si leggono in ogni libro di storia italiana e che fruttarono poi tanto odio agli imperatori tedeschi. Ma funesta più che ogni altra crudeltà fu a Federigo quella contro a Giacomo Tiepolo figliuolo del doge di Venezia e podestà di Milano, che preso alla battaglia di Cortenuova fu mandito in Puglia e fatto pubblicamente impiccare. [p. 231 modifica]Imperocchè i Veneziani già inchinevoli a’ guelfi, divennero aperti nemici dell’imperatore, e contro a lui fecero coi Genovesi una lega da papa Gregorio IX apertamente ajutata e protetta (1238).

Secondava i loro disegni Paolo Traversari che era già divoto partigiano di Federigo, e poi se n’era scostato quando lo avea veduto seguire i consigli de’ nimici della sua casa, ed ora che l’imperatore era scomunicato per la seconda volta e che i sudditi erano sciolti dal giuramento di fedeltà, parevagli santa opera il cospirare ai suoi danni. Laonde aiutato dai Bolognesi nel luglio del 1239 gli tolse Ravenna e se ne fece signore. Ed a soccorrere questa ribellione contro l'imperatore, vediamo che subito accorrono i Veneziani6.

I Veneziani aiutano Paolo Traversari contro lo imperatore. e Paolo aiuta i Veneziani contro il Salinguerra.

VII. E tosto, forse ad istigazione loro, Paolo cacciò di Ravenna tutti i magistrati imperiali, ed unitosi al legato pontificio che era a Bologna, al marchese Azzo d’Este, ai Veneziani e ad altri, andò ad assediare Ferrara, tenuta da quel Salinguerra il quale (allora poco meno che ottuagenario), era reputatissimo per prudenza fra i capi dei ghibellini. Contro a lui si erano mossi i Veneziani perchè seguiva le parti dell’imperatore che li avea, anche dopo il supplizio del giovine Tiepolo, offesi di recente facendo rubare alcune galere venete che dalla Puglia andavano nella Marca d’Ancona, e specialmente perchè avendo essi molti e vantaggiosi accordi con la città di Ferrara, prevedevano che sotto il governo de’ ghibellini non sarebbero mantenuti. Accorse poi Paolo Traversari a quella impresa e per l’amicizia che aveva coi Veneziani, e per l’antico dissidio col Salinguerra che da molt’anni occupava una gran parte del territorio di Ravenna.

[p. 232 modifica]Incominciato il 2 di febbraio 1210, l’assedio durò sino al 3 di giugno, ed il Romanin7, ed il Rossi8, ne danno minuti particolari. Ma singolare diletto, perchè meno noti, arrecano quelli riferiti nella cronaca del Ricobaldo, il quale narra come il legato pontificio persuadesse al marchese Azzo d’Este a non si curar tanto del mantenere i patti, quanto dell’aver presto la città; e come Salinguerra venuto a trattare della resa, fosse ricondotto in città da’ vincitori, fedeli così alla condizione di rilasciarlo libero e salvo alle sue case. Ma ecco che ivi tutti si pongono a sedere, si fanno portare vino, incominciano a bere, e pare che siano ad una festa, tanto giocondi sono i loro discorsi. Si leva Paolo Traversari e fieramente accusa il Salinguerra; questi sorge a discolparsi, ma ecco che tutti facendo strepito co’ piedi impediscono che sia udito, e Salinguerra torna a sedere; allora tutti escono dalla sala, Salinguerra è accompagnato al fiume e consognato ai Veneziani, i quali lo conducono a Venezia dove messo in carcere, tosto muore. Secondo altri storici il vecchio Salinguerra ebbe più mite fortuna: condotto a Venezia sul bucintoro del doge, visse nella casa Bosio a S. Toma, e le sue ossa furono con molta pompa sepolte a S. Niccolò di Lido.

Ravenna è presa da Federigo e diventa amica dei ghibellini. VIII. E così, tornato appena a Ravenna, morì Paolo Traversari9, lasciando di Andronica figlia dell’imperatore d’oriente sette figliuoli e quattro figlie. Con esso finì la dominazione della casa Traversari, e Federigo, udita in Puglia la sua morte, corse alle mura di Ravenna, e l’ebbe il 15 d’agosto dopo quattro giorni di assedio.

[p. 233 modifica] I particolari della presa di Ravenna ci sono ricordati dallo stesso Federigo in una lettera10, dalla quale si rileva come egli la fece stringere per modo dagli imperiali che nessuno potesse entrarvi nè uscirne. E dopo quattro giorni fatti deviare tutti i fiumi che attorniavano la città e dai quali i Ravennati speravano maggior difesa, gittati i ponti, Ravenna da ogni parte fu aperta, sì che una mano di guerrieri imperiali dato l’assalto dalla parte dove il campo toccava il borgo (suburmium), se ne impadronì in un istante e vi appiccò il fuoco. Allora non potendo più dubitarsi della presa imminente della città, i Ravennati caduti di animo, mandarono ad implorare pietà dall’imperatore11. E tanto ci rivela la lettera di Federigo, nella quale abbiamo un saggio dello stile di quell’infelice Pier delle Vigne antichissimo dei poeti italiani e fedele al glorioso ufizio di segretario imperiale

Tanto ch’io ne perdei lo sonno e i polsi,


come Dante fa dire al suo spirito condannato fra quelli dei suicidi.

E da Ravenna Federigo mosse all’assedio di Faenza, la quale non ebbe in pochi giorni come certissimamente credeva, che la città si difese per ben sette mesi, ciò è [p. 234 modifica]sino al 15 d’aprile 1241. Non si trova poi che andasse ad espugnare Bologna, ma invece che volle prendere Cesena, e che poscia, signore forse di tutta Romagna, tornò a Ravenna. Ivi abbattute le case dei Traversari, con quelle pietre fece innalzare una torre, spogliò l’arcivescovado di ricchi arredi e l’arcivescovo mandò prigione in Puglia, molte colonne tolse alla basilica di S. Vitale, molti marmi alla porta Aurea, e tutto mandò a Palermo.

Sembra poi che ai beni dei monasteri recasse danni maggiori che a quelli dei privati, poichè anche dodici anni dopo, cioè nel 1253, gli abati di alcuni conventi asserivano di non potere pagare le tasse, perchè Federigo per vendicarsi dalle minacce del papa avea spogliato i frati di tutti i loro averi12. Nel partirsi da Ravenna l’imperatore lasciò alcuni capitani suoi amorevoli per tenere la città in fede, fra i quali si trovano ricordati soltanto Pietro Zierletta, Herino di Pietro Rasponi, Alessandro Ruggini pavese e Bartolo di Pasolino Pasolini, detto anche Dell’Onda bolognese.

E sotto alla loro guardia, Ravenna rimase cheta da principio più per paura che per amore, e poscia mano mano di guelfa mutossi in ghibellina, sì che di tutte le città di Romagna presto si mostrò la meno docile a ritornare alla obbedienza della Chiesa.

Re Arrigo cerca l’amicizia dell’arcivescovo ravennate. IX. E non si trova altra novità sopra Ravenna sino all’anno 1245, nel quale scomunicato il 17 di luglio l’imperatore Federigo nel Concilio di Lione, sciolti i sudditi dal giuramento di fedeltà, e dichiarato re Arrigo langravio d’Assia e Turingia, le cose mutarono d’un tratto.

[p. 235 modifica]Tederico arcivescovo tenuto prigione cinque anni nelle Puglie, ritornò allora alla sua diocesi, ed appunto perchè perseguitato da Federigo, da Arrigo fu tenuto in gran conto, che lui e lutti i nobili già cacciati cercò di farsi partigiani ed amici. Laonde il 30 di novembre 1245 gli scrisse di Germania, dicendogli in quanto onore lo avesse, e raccomandandogli di aiutare i signori romagnuoli che Federigo avea espulsi, a ritornare a’ loro castelli ed a ricuperare gli averi ed i diritti perduti13. Ma vinto da Corrado figlio di Federigo, nel 1247 Arrigo morì, e questi disegni andarono a vuoto.

Da una carta del monastero di S. Vitale parrebbe doversi inferire che nel giugno 1246 Ravenna era ancora in mano a’ ghibellini; certo vi erano magistrati imperiali, vedendosi in quel documento come Rainaldo dal Foro giudice del Comune di Ravenna per la Camera imperiale (Commanis Ravennae pro Imperiali Cammera) addì 20 di detto mese Imperante.... Federico.... Dei gratia ec, fece una certa divisione di beni. E senz’altra novità finiva quest’anno, scorreva tutto il successivo, e giungeva il maggio del 1248, quando il cardinale Ottaviano degli Ubaldini mandato dal papa legato in Romagna tutta la riacquistò alla Chiesa. Ravenna torna a malincuore in potere della chiesa. Che dopo pochi giorni di assedio, Forlì gli si arrende, ed allora tutte le città vicine una ad una gli aprono le porte. E questo pur fece Ravenna, ma assai più a malincuore dell’altre, che risoluta dapprima a resistere, a mala pena si piegava poscia ai consigli e dall’autorità dell’arcivescovo Tederico, il quale seppe quetare le menti ed apparecchiarle almeno ad udire le proposte e le promesse del legato. E questi comandò ai Ravennati di inviargli aiuti per l’assedio di Parma: vi furono mandati dodici uomini e nulla più con la paga di trenta lire ravennati al mese per ciascuno, che in questa età ogni minima forza osava entrare [p. 236 modifica]nella lizza de’ grandi contrasti, e di questi meschini aiuti ingrossavano ad un tempo le schiere delle libere città da una parte e dall’altra le falangi imperiali.

Del resto il modo del riacquisto della Romagna per opera del legato non apparisce chiaro, che se è vero che Ugolino de’ Rossi nipote di papa Innocenzo fu fatto conte di Romagna, è evidente che questa era soggetta alla Chiesa, ma è altresì probabile che il papa la rivendicasse per farne signore quel Guglielmo re de’ Romani che opponeva a Federigo, ed in ogni modo è assai verosimile quello che dice il Ghirardacci, secondo il quale tutte le città di Romagna avrebbero giurato obbedienza al papa ed ai Bolognesi, pur mantenendo la loro autonomia, cioè la libertà nell’interno, le loro consuetudini, i loro statuti.








Note

  1. Muratori, Mon. Rer. Ital. IX, col. 128.
  2. Lib. VII, pag. 189.
  3. Lib. VI, pag. 407.
  4. Vedi Documento I.
  5. Capsa L. n.° 5304.
  6. Mense julio Ravenna rebellatur imperatori quam Veneti recipiunt et tuentur. Chron. in Rer. It. Script. 1239. tom. VII.
  7. Storia documentata di Venezia, II, pag. 229-232.
  8. Hist. Rav., pag. 414-416.
  9. La sua casa era nella Guardia di Santa Maria Maggiore sul fiume Padenna a di S. Gio. Grisostomo. Lo si vede nell’inventario dei beni dei suoi eredi dove dice: Domus in qua Dominus Paulus habitabat ec. Anno 1249. Fantuzzi. Mon. Rav., tom. III, pag. 86, dall’archivio Parmense.
  10. Fantuzzi, Monumenti Ravennati, tom. III, pag. 81. Ex Bibliot. Vaticana Palat., Cod. 953, pag. 40.
  11. Statim Universitas Ravennat. ad pedes nostros suos Nuntios destinarunt Nostram misericordiam lacrimabiliter implorantes.... Nos autem qui de innata nobis Clementia parcendo victis vincere gloriamur tam contritam ipsorum poenitentiam attendentes considerantes etiam quod Ravennates specialiter populus consueverunt esse Imperii et inviti et dolentes a nobis recesserant, cogente malitia perversorum ipsos et Civitatem sola nobis pietate suggerente recipimus et habemus: et ecce quod ad destructionem Bononiae sicut firmi nostri propositi est feliciter et in magna potentia properamus. Nolentes tamen id modicum quod medium est fidelibus nostris oppositum Faventiæ Civitatem post tergum intactam, relinquere, in eam primitus victricia signa nostra disponimus dirigenda. Ubi certissime credimus paucis diebus nostram peragere voluntatem....
  12. L’abate di S. Giovanni Evangelista dice che il monastero era stato spogliato da Federigo quasi omnibus suis bonis, e così quello di Sant’Apollinare Nuovo. Il monastero di S. Vitale espone come propter discrimina guerrarum quondam Federici imperatoris possessiones monasterii magna ex parte fuerant alienatae, e così quello di S. Maria della Rotonda. Fant. . Mon. Rav., tom. III, pag. 95 e 96.
  13. Fant., Mon. Rav., tom. III, pag. 83, Arch. Ep. Rav.