Di alcune monete inedite di Alfonso I e Ferdinando I

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Arthur Sambon

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Di alcune monete inedite di
Alfonso I e Ferdinando I Intestazione 17 dicembre 2012 75% Numismatica

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DI ALCUNE MONETE INEDITE

di

ALFONSO I E FERDINANDO I

re di napoli

E DI DUE OFFICINE MONETARIE DEL NAPOLETANO

sinora sconosciute




ZECCA DI GAETA.


La prima moneta, che Alfonso I fece coniare nel Napoletano, fu l’Alfonsino d’oro. S’ignorava, finora, l’epoca precisa in cui fu impresso, per la prima volta; e solo, per testimonianza del Summonte, e a mezzo del tipo della leggenda, era manifesto che aveva dovuto essere emesso, quando ancora contendevano Renato ed Alfonso.

Ecco ora una serie di notizie e di documenti che ci dà i più minuti e precisi ragguagli di questa moneta. Faremo così conoscere l’anno in cui fu coniata: la zecca in cui venne costantemente lavorata, sino al tempo in cui Napoli si arrese alle fortunate armi dell’Aragonese; i nomi del maestro della zecca e degli artisti che ne lavorarono i conii od altro che abbiamo pensato opportuno.

La prima notizia che abbiamo, è di certo De Lello, nativo di Gaeta, di cui ci rosta una cronaca, dettata verso la fine del XV secolo, o trascritta da un anonimo veneziano. In quella parte di detta cronaca, dove si [p. 342 modifica]parla degli eventi seguiti verso il 1436 o 1437 si legge questo:

“Vene poi a questi tempi una grandissima fame in la Barbaria et convenivasi fornir per la via dela Cicilia, chi voleva trazer grano per condur in Barbaria over in altro luoco, Re Alfonso, per haver denari per acquistar lo resto de lo reame, che puochi ne haveva in quel tempo, facevali pagare una dobla per star veneziano: zoe de tal mesura che non era più che el star venetiano. Et per dita via fu asomato grande quantità di doble et portato a Re Alfonso a Gaeta. El qual li fece stampir in nova moneta chiamata Alfonsini de pretio uno ducato et mezzo luno. Et questi sono i primi Alfonsini che el fece battere et lui incoronato a cavallo con una spada nuda in mano, che ozi a questo mileximo del nostro segnare iesu Chiristo 1481 asai se ne trova1

Troviamo poi, nelle cedole della Tesoreria aragonese che, nell’anno 1441, l’orafo Guido d’Antonio fu nominato direttore della zecca di Gaeta2. Ma più importante ancora è la notizia d’un privilegio, dell’anno 1437, con cui si concede a certo Paolo de Roma, orefice, l’ufficio di incisore de’ conii della regia zecca. In questo stesso privilegio è, poi, altra, concessione, di gran lunga maggiore che addimostra l’importanza di questo artista; poiché gli si concede nientemeno la facoltà di [p. 343 modifica]apporre il proprio marchio a tutti gli argenti lavorati nel Reame3. Il Minieri-Riccio, nel suo articolo: Alcuni fatti di Alfonso I ed il chiar.mo N. Barone, nel suo studio: Le cedole della Tesoreria aragonese; raccolsero parecchie notizie di questo artista, che furono riassunte dal Filangieri, nell’Indice degli Artefici, ecc. annesso all’opera: Documenti per la Storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane. Queste notizie però terminano all’anno 1442; mentre, nello spoglio delle cedole, ho trovato menzione di questo artista, anche negli anni seguenti; l’ultima notizia di lui, che mi è venuta sott’occhio, è dell’anno 14484. Riassumendo dunque queste notizie, sappiamo che Paolo de Roma era milanese; che, sin dal 1437, trovavasi a Gaeta, alla corte aragonese; che in quell’anno, "in considerazione della sua abilità" gli fu data speciale concessione, vita durante, di controllare, previo adeguato compenso, la lega dell’argento lavorato nel reame da qualsiasi orefice, apponendo o facendo apporre il proprio marchio sugli oggetti di quel metallo, e che, nel 1442, segui la corte a Napoli, e continuò quivi a lavorare pel sovrano aragonese, sin oltre l’anno 1448. Da queste notizie traspare altresì che Paolo de Roma era spesso coadiuvato, ne’ suoi lavori, dall’orefice Guido d’Antonio. Di questo artista si trova anche menzione sin dal 1487 e, come già dicemmo, nel 1441 fu nominato maestro della zecca di Gaeta. Sappiamo che anch’egli incise i conii per la zecca, poiché nella notizia che lo riguarda, nelle cedole del 1441, è detto: Guido de [p. 344 modifica]Antonjo argenter del Senyor Rey e mestre de fer moneda.

Nel documento che abbiamo accennato poc’anzi, e che riguarda l’orefice Paolo de Roma, dicesi che lui solo aveva il diritto di intagliare i conii delle monete; ma, evidentemente, il nostro Guido d’Antonio, sarà stato incaricato spesso dallo stesso Paolo, di coadiuvarlo o sostituirlo in questa carica.

Nel 1442 anche Guido d’Antonio seguì a Napoli la corte aragonese. D’altra parte, venuta Napoli in potere di Alfonso, nel giugno del 1442, trasportossi qui la zecca, ed in un libro dell’Archivio di Napoli, intitolato: Quaternus tocius pecunie facte et liberate Neapolis tam aureo quam argenteo A. M°CCO°XXXX° II° troviamo annotata la prima emissione della zecca napoletana: a dì XXX de ottufro fo liberata de Alfonzine doro boni de piso et de lega pezzi novecentoquarantatre5.

Alcuni alfonsini recano l’ iniziale del nome del maestro di zecca. Tra gli esemplari da me raccolti, ve n’ ha due con tali lettere; uno con un S, che può indicare, tanto il nome di Francesco Sinier, quanto quello di Salvatore de Miraballis; l’altro con un B. È da avvertire che nessun maestro della zecca napoletana, sotto Alfonso I, ebbe nome o cognome colla B iniziale; poiché, dalle notizie che ho trovato nei registri della Camera della Sommaria all’Archivio di Stato di Napoli, risulta che non vi furono altri maestri della zecca napoletana oltre i seguenti: Jacopo Piperno (1442-1450) Francesco Sinier (1450-1455), Salvatore de Miraballis (1455-1459).

Questo alfonsino, colla sigla B, potrebbe quindi [p. 345 modifica]attribuirsi alla zecca di Gaeta, poiché, probabilmente, quel B indica il predecessore di Guido di Antonio, che dal 1437 al 1441 diresse la zecca di Gaeta.

Rimane così dimostrato; che Alfonso I, nel 1437, istituì a Gaeta la regia zecca, coniandovi, sin da quell’anno, gli alfonsini d’oro; che quegli alfonsini che recano la sigla B possono ritenersi di Gaeta, essendo, quella lettera, iniziale del nome del primo maestro della zecca di Gaeta, il quale, nel 1441, fu surrogato da Guido d’Antonio; che gli orefici, Paolo de Roma, e Guido d’Antonio, incisero i conii dell’alfonsino d’oro e finalmente che nel 1442, venuta Napoli in potere di Alfonso, fu definitivamente chiusa questa zecca provvisoria di Gaeta.




LA CELLA ED IL REALE DI ALFONSO I


coniati ad Aquila.


G. M. Fusco, per il primo, pubblicò il carlino di Alfonso, coniato ad Aquila6. Il Lazari, nel ripubblicare quella moneta, nel suo pregevole lavoro: Zecche d'Abruzzo, ricordò la concessione della aquilana, fatta da Alfonso al Conte di Montorio, Ludovico di Camponesco, con facoltà di battervi [p. 346 modifica]carlini, mezzi carlini, trentini e bajocchi. Questa concessione fu fatta nell’ottobre del 1442. Ma nei registri della Camera della Sommaria nell’Archivio di Stato di Napoli7 rinvenni, oltre ad un riassunto di questa concessione del 1442, una seconda concessione del 1443, che modifica la prima, e, finalmente, nna cessione, da parte del Montorio, de’ suoi dritti sulla zecca, fatta ad Alfonso, nel 1451, con promessa di pecuniario compenso.

Credo inutile trascrivere qui questi tre documenti; basterà darne nn sunto, soffermandoci specialmente sulle notizie elio riguardano le inedite monete che descriviamo più giù.

Ludovico di Camponesco, Conte di Montorio, aveva grande possanza negli Abruzzi, e contribuì molto a che la città di Aquila fosse ridotta all’ubbidienza dell’Aragonese. Alfonso, tra i capitoli che concesse alla città, annoverò il privilegio della zecca, ed il Conte di Montorio si affrettò a chiedere al sovrano che gliene cedesse la prerogativa. Alfonso, che molto doveva al Montorio, accondiscese; e, nell’ottobre del 1442 furono redatte le condizioni, cui il Conte doveva attenersi, nell’esercizio di quel dritto. Gli si dava, cioè, facoltà di coniare carlini, mezzi carlini, trentini e bajocchi della stessa lega di quelli coniati nella zecca di Napoli; ed il Camponesco, con questa concessione, coniò di fatti i carlini (pubblicati dal Fusco e dal Lazari) ed i trentini ossia celle che descriveremo più giù.

Però, nell’aprile del 1443, Alfonso modificò le condizioni del primo privilegio, e diè al Camponesco ordine formale di fondere le celle, e di smettere il conio di qualsiasi moneta straniera al reame ( [p. 347 modifica]pecunia externa). Nello stesso tempo dava facoltà al Camponesco di coniare, ad Aquila, qualsiasi specie monetale della zecca di Napoli, e segnatamente i carlini o gigliati ed i nuovi aragonesi. Più giù descrivo due diversi esemplari di questo reale o aragonese, della zecca Aquilana.

Finalmente, come già abbiamo detto, nel 1451, Alfonso, pensando fosse assai meglio rivendicasse a se ogni diritto sulla zecca Aquilana, se ne fece fare rinuncia dal Conte di Montorio, facendogli assegno vitale d’annui ducati 400. Premesse queste notizie, esaminiamo ora le nuove monete aquilane da noi rinvenute.

E prima diremo della cella, o trentino, così detta perchè pari a 30 denari, che fu coniata come già abbiamo dimostrato, tra il 6 ottobre 1442 ed il 6 aprile 1443. Il breve periodo in cui furono coniate queste celle, e l’ordine emanato da Alfonso per la loro fusi(me, ne spiegano sufficientemente la rarità. Ciò nonostante ve ne sono due nella collezione di mio padre, e due nel Medagliere del Museo Nazionale di Napoli.


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Esaminando attentamente; i diversi esemplari di questa moneta, ho trovato che l’epigrafe del diritto era divisa a mezzo da un piccolo emblema, in forma di montagna, con cinque rialzi; e questo emblema è appunto l’arme de’ Camponeschi, che hanno in campo d’argento cinque monti azzurri.

[p. 348 modifica]Per maggior chiarezza do qui il disegno di questo stemma.


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Il Camponesco, adunque, non si contentò dei vantaggi pecuniarii del dritto concessogli da Alfonso, ma volle altresì, con ambizioso pensiero, che la moneta aquilana recasse manifesto segno della sua possanza, fosse fregiata del suo stemma. Fu questo il primo esempio di uno stemma di feudatario, sulla moneta napoletana; e conosciamo soltanto altri due esempi simili durante il dominio aragonese; amendue su moneta di Atri; il primo, pur troppo naturale, è fornito dai bolognini del ribelle Giosia d’Acquaviva, il secondo ha invece maggior simiglianza col caso nostro, essendo quello dei doppi bolognini di Matteo di Capua, coniati tra il 1462 ed il 1464.

Veniamo ora al reale, coniato nella zecca di Aquila dopo l’aprile del 1443. Il reale, anche detto aragonese o grossone, fu coniato por un lungo periodo di tempo in Ispagna; ed il tipo adottato da Alfonso, è assai simigiiante a quello delle monete di Giovanni I d’Aragona e di Errico III. Il suo valore ora, di tre cinquine, ossia di grani 7 1/2. Trascrivo qui le notizie che ci dà, di questa moneta, un anonimo Veneziano, in una Descrizione del Regno di Napoli, scritta nel 1444 (Foucard, Arch. Storico [p. 349 modifica]napoletano, anno II: Lo grossom Ragonese cale XV tornise che seria marchiti sete e mezo (il marchetto era eguale al grano). Ma proprio è como seria el grossom da Venezia e XIV grossom Ragonese vale el ducato veneciano. Nel 1445 la zecca di Aquila cominciò a coniare questa moneta che coniavasi puro in Sicilia, a Napoli e, come dimostreremo in seguito, anche a Lanciano. Posso produrre duo diversi esemplari, usciti dalla zecca di Aquila: il primo ha, a mezzo dell’epigrafe del dritto, il distintivo della zecca, un’aquila; il secondo ha solo lo stemma del Conte di Montorio.


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Della prima moneta conosco un solo esemplare ch’è nella collezione del chiarissimo D. M. Vidal Quadras di Barcellona: della seconda conosco invece tre esemplari: uno nella collezione di mio padre, e due nel Medagliere del Museo Nazionale.

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ZECCA DI LANCIANO


(Abruzzo Citeriore).


Questa zecca è stata sinora ignorata affatto. Però le notizie, da me rinvenute ne’ registri della Camera della Sommaria, addimostrano che non era di minore importanza, dell’aquilana. Riporto qui un privilegio agli ufficiali della zecca di Lanciano, concesso da Alfonso addì 15 ottobre del 1444.

«Pro domino Francisco Sinier Magistro probe Siclarum Regni Sicilie.

"Franciscus etc. et presidentes etc. magnifico viro domino Mactheo puiades militi generali thesaurario necnon Capitaneis Universitatibus et singularibus personis Magistrisque Siclarum huius Regni Sicilie citra farum et signanter in Terra lanzani constitutis et constituendis et aliis ad quos spectat et spectabit presentesque pervenerint presentibus et futuris amicis nostris carissimis salutem. Vidimus regias licteras, parvo regio sigillo munitas propriaque regia manu subscriptas tenoris et continentie subsequentis. Alfonsus Dei grafia Rex Aragonum Sicilie citra et ultra farum etc. Spectabilibus Magnificis nobilibus et Egregiis Viris Capitaneis Universitatibus et singularibus personis Magistrisque Siclarum huius Regni nostri Sicilie citra farum et presertim [p. 351 modifica]in Terra lanzani constitutis et constituendis et aliis ad quos spectat et presentes fuerint presentate consiliariis et fidelibus nostris dilectis gratiam et bonam voluntatem. Scire vos volumus quod per nobilem et dilectum consiliarium et Uscerium Armorum nostrum Franciscum Sinier militem Magistrum Prove Siclarum Regni predicte Sicilie fuimus supplicati quod actento quod bis superioribus diebus fuerunt certa capitula et provvisiones per nostros predecessores, Monetariis, cuditoribus et aliis officialibus Side Civitatis nostre Neapolis confirmata concessa et data quibus Ipsi multis prerogativis et gratiis fruuntur et gaudent consimilem gratiam monetariis et officialibus side predicte terre lanzani concedere dignaremur cum minoris non sint condicionis et in consimili ministerio elaborent. Nos vero supplicationibus familiarium et domesticorum nostrorum presertim Justis gratiose admissis premaxime quia concessionem monetariis et officialibus dicte Civitatis Neapolis ut predicitur factam monetariis aliis et officialibus omnium huius Regni Siclarum fructuosam esse putamus et sic fuit nostre intencionis, tenore presentis predicta capitula seu provisiones cum consimilibus gratiis prerogativis favoribus et aliis quibus eadem concessa fuere monetariis, cuditoribus et aliis officialibus Sicle Civitatis Neapolis concedimus in presentiarum Universis et singulis cuditoribus, monetariis et aliis officialibus quarumcumque dicti Regni Siclarum et presertim dicte Terre lanzani. Que quidem capitula et provisiones licet hic non inserantur haberi volumus pro insertis et specifice declaratis at consimilem vim obtinere volumus ac si in presentibus nostris licteris inserta essent. Volumus tamen quod omnes et quicumque officiales et ministri predictarum Siclarum ponantur [p. 352 modifica]eligantur et nominentur in dicto officio exercendo per dictum Magistrum prove seu eius in dictis siclis locumtenentes et non per alios officiales seu personas et hii tales electi et nominati predictis gratiis, prerogativis, favoribus, et aliis in dictis officiis contentis fruantur et gaudeant. Alii vero minime potiantur eisdem. Et quia Magister prove predictus in Sicla dicte Civitatis Neapolis viginti quatuor uncias habet pro suo salario, volumus quod alias viginti quatuor uncias in Sicla ipsius terre habeat, adeo ut ipse maxima cum affectione in dicto officio exercendo prout hactenus fecit se habeat, quas quidem viginti quatuor uncias sibi de primis Introytibus aut Juribus dicte side per vos magistros Sicle et alios officiales dicte Sicle ad quos pertineat solvi volumus et Jubemus Contrarium minime facendo pro quanto gratia nostra vobis cara est et penam mille unciarum cupitis evitare. Datum Neapoli die XV octobris octave Indictionis M°CCCC°XXXX°IIII°. " Segue rescritto por l’esecuzione del Regio mandato8.

Da questo documento si rileva che la zecca di Lanciano era stata aperta prima del 1444, e che non era molto da meno di quella di Napoli. A questa importanza della zecca di Lanciano, di cui ora, per la prima volta, si dà notizia, accenna assai chiaramente il documento stesso.

Nel repertorio, poi, de’ Registri Comune della Camera della Sommaria, trovasi altra indicazione di questa zecca, che si riferisce ad un registro di cui non è più traccia. L’annotazione è la seguente, e sembra appunto del 1443 o 1444: Zecca di moneta [p. 353 modifica]che si fa in Lanzano nominata aragonese e che ci è molta lega, l’ordinazione al Gubernatore che la faccia fare conforme li alfonsini nella zecca di Napoli.

Nel medagliere del Museo Nazionale v’ha un reale, che si potrebbe attribuire a Lanciano. Per mala ventura, non essendo di buona conservazione, non posso essere proprio sicuro di questa attribuzione. Nel mezzo dell’epigrafe è un simbolo simile molto ad una lancia tra due stelle; ma, ripeto, questo esemplare è troppo logoro pei’chè se ne possa, con certezza, tenero conto.

Lo stemma di Lanciano consiste appunto di una lancia tra due stelle. Si trova così delineato, in raccolte di stemmi, sin dal XVII secolo, e tutto induce a credere che fosse foggiato di questi stessi elementi, nel XV secolo. Credo però, ora che ho avuto l’opportunità di richiamare l’attenzione su questa zecca, mercè gli inediti documenti da me prodotti, che non tarderà a venir fuori qualche esemplare più completo, col distintivo della zecca; poiché le emissioni della zecca di Lanciano hanno dovuto essere moltissime e, dato anche il caso che, su tutte le emissioni, non si sia apposto il segno particolare della zecca, nullameno parecchie avranno dovuto esserne contrassegnate. Tutte le zecche minori apponevano sulla moneta il simbolo della città; non solo per propna iniziativa, o per vanitosa dimostrazione dell’importante prerogativa; ma per garanzia altresì della lega e del peso della moneta emessa. Il piccolo distintivo della zecca sarà sinora facilmente sfuggito all’osservazione, perchè si è creduto sempre che questi reali fossero stati coniati solo nella zecca napoletana.

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IL CORONATO DI FERDINANDO I IN ORO.


Rinvenni, nell’Archivio di Stato di Milano9, un documento abbastanza interessante per la storia napoletana. È la relazione fatta, dagli oratori ducali, al Duca di Milano, sull’incoronazione di Ferdinando I a Barletta. Tra i minuti particolari di quella descrizione, si fa menzione di una moneta d’oro, fatta coniare da Ferdinando per quell’occasione, assieme al coronato d’argento, di cui avanza così gran numero di esemplari. Credo inutile riportare qui l’intero documento, poiché verrà pubblicato, fra breve, dal mio amico, il Marchese Nunziante, che si occupa de’ primi anni di Ferdinando I d’Aragona. Recherò dunque solo la notizia che riguarda la moneta, coniata in quell’occasione.

Dopo aver minutamente narrato tutti i particolari dell’incoronazione, Francesco Cusano, soggiunge: "finita la messa fece poi essa M.ta dare a tuti ambassatori et prelati una moneta doro picola fatta fare per Sua M.ta che valle uno ducato et mezo et fecene dare dargento a tuti li astanti." Al ritorno poi dalla Messa, le monete d’argento furono lanciate al popolo. Ora dobbiamo noi supporre che Ferdinando, nei primi anni del suo regno, (egli fece coniare il ducato d’oro per la prima volta nel 1465) abbia continuata la moneta del padre, l’alfonsino d’oro cioè, del valore di un ducato e mezzo, facendovi incidere il disegnetto della sua incoronazione; o, piuttosto, che qui non si [p. 355 modifica]tratti, se non di pochi esemplari in oro, tratti dal conio per l’argento, per essere presentati ai diversi ambasciatori o prelati? Sono proclive più a questa seconda ipotesi, malgrado che il Gasano, nel dirci elio questa moneta valeva nn ducato e mezzo, sembri evidentemente accennare al fatto elio essa poteva correre come moneta. Sia come si voglia, è certo che col conio inciso da Francesco Liparolo, che rappresenta Ferdinando, incoronato dal Legato pontificio, Cardinale Orsino, furono impressi parecchi esemplari in oro, e non è difficile clic, un giorno o l’altro, se n’abbia a trovare qualcuno. Abbiamo notizia di altre monete, coniato in qualche speciale occasione, di cui un esemplare in oro tu offerto al Sovrano. Il Fusco, nel pubblicare la graziosa monetina di Ferdinando il Cattolico, col trofeo al riverso, ricordò anche il fatto, che il Maestro della Zecca, Gian Carlo Tramontano, offrì al Re ed alla Regina due esemplari in oro: ma qui il caso è diverso, poiché. non solo il Cusano ci avverte che la moneta fu tagliata proprio al valore dell’alfonsino. ma che se ne coniarono moltissimi esemplari, da dare agli ambasciatori milanesi, veneziani, a quelli del Re d’Aragona, al Tesoriere del Papa, al Cardinale Orsino, e ad altri prelati o importanti personaggi. Però si potrebbe pensare che fosse proprio moneta, nel caso solo che il tipo non fosso perfettamente simile a quello dell’argento. Mi pare, invece, di poter dedurre dalle parole del Cusano, che le due monete fossero di tipo perfettamente eguale. D’altra parte la mancanza di moneta aurea di Ferdinando, sino all’anno 1465, vien sufficientemente spiegata dalla sovrabbondanza degli alfonsini.

Arturo G. Sambon.



Note

  1. Questa cronaca del De Lello si pubblica ora nell'Archivio Storico per le Provincie napoletane dal mio cbiar. amico Prof. G. De Blasiis.
  2. Cedole Aragonesi, Anno 1441, f. 50. Item Recebi de mestre Guido de Antonjo argenter del Senyor Rey e mestre de fer moneda. Il re (per 3200 ducati) li ha fet arrendament de la secha de la civitat de Gajeta a temps de dos anys que comencera a correr lo premier dia del mes de janer; e di nuovo a f. 200: Guido d’Antonio mestre de Seca de la Civitat de Gaieta.
  3. Schulz, Denkmaler der Kunst des Mittelalter in Unteritalien> . Dresda 1860, Vol. II, p. 136 e 137.
  4. Cedola di quell’anno fol. 26 t. agosto 1448. Mestre Guido d’Antonio e Mestre Paolo de Roma argenters sono pagati per certe roxells d’argent.
  5. Fusco, Annali di Numismatica di G. Fiorelli.
  6. G. M. Fusco, Intorno ad alcune monete aragonesi, Tav. I, n. 1.
  7. Comune 4, f. 21.
  8. Archivio di Stato di Napoli, Privilegi della Sommoria, vol. 3 f. 13 t. e 44.
  9. Corr. colle potenze estere, Napoli, anno 1459.