Don Chisciotte della Mancia Vol. 2/Capitolo I

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Capitolo I

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Prologo Capitolo II

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DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA




PARTE SECONDA. — CAPITOLO I.

Esperimenti del curato e del barbiere sopra la malattia di don Chisciotte.


Cide Hamet Bene-Engeli nella seconda parte di questa istoria, e nella terza uscita di don Chisciotte, racconta che il curato ed il barbiere lasciarono scorrere un mese prima che si facessero vedere da lui, per non ridurgli alla memoria le passate cose. Non per questo mancarono di visitare sua nipote e la serva, raccomandando loro di blandirlo molto, e di fargli mangiare cose confortative e appropriate al cuore e al cervello, dal cui sovvertimento doveva credersi che procedesse tutta la sua disgrazia; e furono assicurati da ambedue che si sarebbero data la più viva premura, scorgendo già nel padrone un qualche segno che ei ritornava nel suo pieno giudizio. I due amici n’ebbero molto contento, avvisandosi si essersi attenuti al più sano consiglio col ricondurlo come incantato sul carro tirato dai buoi, siccome si è detto nell’ultimo capitolo della prima parte di questa altrettanto grande che veridica istoria. E così si determinarono di visitarlo e di conoscere se fosse reale quel miglioramento da loro tenuto quasi [p. 10 modifica]per impossibile; ma nel tempo stesso convennero di non toccare punto alcuno della errante cavalleria per non correre pericolo di riaprire una ferita ancor troppo fresca.

Si recarono dunque a fargli visita in casa, e lo trovarono seduto nel suo letto con indosso una camiciuola di rovescio verde, ed in capo un berrettino rosso di quei di Toledo; ed era sì secco ed allungato e stecchito che pareva proprio una mummia. Ebbero da lui cortese accoglienza, ed avendolo interrogato di sua salute, ne ricevettero giudiziose ed acconce risposte. Versò il tema dei loro discorsi intorno a quella che si denomina Ragione di Stato, e intorno [p. 11 modifica]alla maniera di governare, emendando il tal abuso, riprovando il tal altro, promovendo la riforma del tal costume, sbandendone un’altra; e costituendosi ognuno dei tre qual novello legislatore, quasi moderno Licurgo o fervente Solone, rinnovavano a parole il governo della cosa pubblica come se avessero posto lo Stato in un crogiuolo, e cavatone fuora un altro a loro senno più bello e perfetto. Parlò don Chisciotte sugli argomenti tutti discussi con tanta saggezza, che i due esaminatori si persuasero fermamente lui essere guarito affatto dalla vecchia pazzia. Erano presenti a questi colloqui e la nipote e la serva, le quali rendevano incessanti grazie al Signore vedendo il loro zio e padrone ricondotto interamente al buon senno: ma il curato scostandosi un giorno dal suo primo divisamento, ch’era di non muovere parola intorno a cose di cavalleria, [p. 12 modifica]volle avere più compiuta esperienza se falsa o veritiera fosse la guarigione di don Chisciotte. Passando perciò da uno in altro proposito si fece a narrare certe nuove ch’erano venute dalla Corte, e tra le altre disse che il Turco calava con assai poderosa armata senza potersi punto indovinare i disegni suoi, ed ignorandosi ove andasse a scaricarsi quel nembo terribile: timore che quasi ogni anno fa dare alle armi la nazione, tiene la cristianità tutta in grande apprensione, ed obbliga sua Maestà a guernire le coste di Napoli e di Sicilia e l’isola di Malta1. Rispose a ciò don Chisciotte: — Ha la Maestà sua adempite le parti di prudentissimo guerriero nell’aver messi a tempo i suoi Stati in difesa sicchè non possa coglierlo alla impensata l’inimico; ma se accettato avesse un mio consiglio, insinuato io le avrei di valersi di un provvedimento che da sua Maestà fino adesso non fu mai considerato„. Appena il curato ciò intese, disse tra sè medesimo: — Dio ti tenga sopra la sua santa mano, povero don Chisciotte, che già mi sembra di vederti piombare dall’alto vertice della tua pazzia al profondo abisso della tua semplicità„. Ma il barbiere, ch’era venuto nel pensiero stesso del curato, domandò a don Chisciotte qual era il provvedimento ch’egli reputava sì utile; probabilmente, soggiunse, potrà aggiugnersi al novero dei molti impertinenti consigli che si sogliono dare ai principi.

“Il mio, signor barbitonsore, non sarà già impertinente, ma appartenente, replicò don Chisciotte. — Non parlo con mala intenzione, rispose il barbiere, ma perchè la sperienza ci ammaestra che la maggior parte dei disegni che si assoggettano a sua Maestà, si riduce a cose impossibili o spropositate, da riuscir poi in danno del re e del regno. — Il mio, replicò don Chisciotte, non è però impossibile nè spropositato, ma il più facile, il più giusto e il più agevole e pronto che potesse cadere in mente di qualsiasi ministro di Stato. — Non indugi più a dirlo, signor don Chisciotte, soggiunse il curato. — Io non vorrei, ripigliò don Chisciotte, esporlo adesso qua, e che poi domani mattina pervenuto fosse agli orecchi dei signori consiglieri, ed altri cogliesse il frutto ed il premio dell’opera mia. — Quanto a me, disse il barbiere, se questa sua risposta mi risguarda, giuro in faccia agli uomini e a Dio che non mi uscirà di bocca una sola delle parole di vossignoria nè con re, nè con Rocco, ne con uomo terreno: giuramento che appresi dalla canzone del curato, il quale nel Prefazio con questa formola avvisò il re di chi gli aveva rubate le cento doble e la mula dell’ambio. [p. 13 modifica]— Io non so di tante storie, disse don Chisciotte, ma essendo certo della onestà del signor barbiere, tengo per valido il suo giuramento. — Quando nol fosse, soggiunse il curato, io guarentisco per lui che non parlerà più di un muto, sotto pena di sottostare al pagamento di quanto sarà giudicato con definitiva sentenza. — E chi dà guarentigia per vossignoria, signor curato? disse don Chisciotte. — Il mio ministero, rispose il curato, che m’impone di guardare il segreto gelosamente. — Or bene, soggiunse allora don Chisciotte; e che altro occorre se non che sua Maestà comandi per pubblico banditore che abbiano in un dato giorno a trovarsi uniti alla corte tutti i cavalieri erranti che sono dispersi per la Spagna? Chè quando ne comparisse niente più di una mezza dozzina, già basterebbero per distrugger l’immensa podestà del Turco. Mi onorino vossignorie della loro attenzione, ed accompagnino il mio ragionamento. Sarebbe forse novità che un solo cavaliere errante avesse sbaragliato un esercito di dugentomila combattenti, come se tutti insieme fossero stati di paste dolci e soltanto con una gola? E in prova di questo favoriscano dirmi: quante storie non abbondano elleno di siffatte maraviglie? Vivesse di presente almeno (venga il malanno a me, chè ad altri non lo vo’ augurare!) il famoso don Belianigi o alcuno degli innumerevoli discendenti da Amadigi di Gaula, chi se oggidì si trovasse alcuno di quel lignaggio, e venisse alle prese col Turco, in verità che non lo manderebbe al prete per la penitenza: ma Dio Signore avrà cura del suo popolo, e farà uscir in campagna taluno che se non avrà la gagliardia dei trapassati cavalieri erranti, non sarà al certo inferiore ad essi nel coraggio; e Dio m’intende, e non dico altro. — Ahi, ahi, sclamò la nipote a questo punto, ch’io possa morire se al mio buon zio non è tornato il capriccio di riprendere l’esercizio della cavalleria errante!„ Cui don Chisciotte: — Cavaliere errante sono, e cavaliere errante morrò se ne venga il Turco o se ne vada, e con quante forze gli pare: e torno a dire che Dio m’intende„. Soggiunse allora il barbiere: — Supplico le signorie vostre a permettermi di raccontare loro un picciolo caso occorso in Siviglia, che per cadere ora perfettamente a proposito mi viene voglia di non tacerlo„. Glielo permisero don Chisciotte e il curato; tutti gli prestarono attenzione, ed egli cominciò in questa guisa:

“Viveva nella casa dei pazzi in Siviglia un uomo collocatovi dai suoi parenti perchè giudicato fuori di senno: era addottorato nei canoni in Ossuna, ma lo fosse pur anche stato in Salamanca, come alcuni dicono, fatto sta ch’era pazzo. A capo di molti anni da che viveasi rinchiuso si persuase di essere ritornato savio e giudizioso, [p. 14 modifica]e con tale supposizione egli scrisse all’arcivescovo, supplicandolo con grande istanza e con molto bene accomodate parole che lo facesse trarre dalla miseria in cui viveva, poichè per la misericordia del Signore aveva ricuperato il senno: soggiugnendo che l’ingordigia dei parenti, i quali gli usurpavano gli averi suoi, era la sola cagione per cui lo teneano rinserrato, e voleasi che in onta al vero foss’egli trattato da pazzo infino alla morte. Persuaso l’arcivescovo dalle molte sue lettere prudenti e assennate, spedì un suo cappellano perchè s’informasse dal rettore della casa se vero fosse quanto il dottore scriveva, e venisse eziandio a ragionamento col pazzo, e lo rendesse pure alla libertà quando sembrato gli fosse da vero ritornato in buon cervello. L’ordine fu puntualmente eseguito dal cappellano, ed il rettore lo assicurò che pazzo tuttavia era quell’uomo; il quale, quantunque parlasse talvolta come persona di buon discernimento, pure non la finiva senza dare nei più madornali spropositi, ch’erano tanti e sì grandi da far cadere al confronto gli attimi della sua saggezza; della qual cosa avrebbe egli potuto far prova passando col pazzo ad un colloquio. Volle in fatti il cappellano porsi a discorso col pazzo per più di un’ora, nel corso della quale non gli uscì di bocca parola meno che ragionevole; anzi si espresse con sì grande antivedimento che il cappellano trovossi obbligato a tenere il pazzo per uomo ricondotto alla sana ragione. Tra le altre cose dette una si fu che il rettore lo guardava bieco per non perdere i regali che gli faceano i parenti suoi sollecitandolo a disseminare la voce ch’egli era pazzo benchè avesse dei lucidi intervalli; che il maggior nemico che avesse nella sua disgrazia si era la pingue sua facoltà; che gli voleano male per solo fine di usurpargliela; e avvalorando l’inganno, rendevano dubbiosa la grazia fattagli da Dio Signore di restituirlo al pristino stato di sana mente. In fine parlava egli in maniera che faceva sospettare del rettore, dell’avidità e barbarie dei parenti; e appariva sì saggio che il cappellano si determinò di menarlo seco, affinchè l’arcivescovo lo vedesse, e toccasse con mano la verità del fatto. Con questa persuasione il cappellano indusse il rettore a consegnare al dottore i vestiti coi quali era entrato nello spedale. Il rettore disse al cappellano che tenesse gli occhi aperti perchè il dottore senza dubbio veruno era ancora pazzo. A nulla servirono gli avvertimenti, e convenne obbedire, poichè l’arcivescovo così comandava. Si restituirono al dottore i suoi abiti ch’erano nuovi e decenti; ed egli come si vide vestito da uomo sciolto da ogni apparenza di pazzia, supplicò il cappellano che per atto di carità gli desse permissione di andare a pigliar commiato dai [p. 15 modifica]pazzi già suoi colleghi. Gli disse il cappellano che in ciò gli volea essere compagno anche per vedere i pazzi che si trovavano nell’albergo. In effetto montarono all’alto accompagnati da alcuni individui che si trovavano presenti, ed appressatisi ad una gabbia dove stava un pazzo furioso, benchè allora tranquillo, gli disse il dottore: — Fratello, datemi i vostri comandi, chè me ne vo adesso a casa mia, da che piacque alla infinita pietà e misericordia di Dio Signore di farmi, senza mio merito, ritornare il mio buon giudizio: io sono già sano e guarito, chè al potere di Dio nulla è impossible: ora sperate anche voi, ed abbiate in lui confidenza, poichè avendo a me restituita la sanità, a voi pure la ridonerà se in lui confiderete; io mi prenderò cura di farvi capitare qualche cosa da mangiare, e ve ne ciberete, mentre come uomo sperimentato, io giudico che tutte le vostre pazzie procedano dall’avere lo stomaco digiuno ed il cervello pieno di vento: datevi animo, sforzatevi all’allegria, chè l’avvilimento nelle disgrazie, col consumare la salute, ci va affrettando la nostra ultima ora„. Un altro pazzo che rinchiuso era in un’altra carcere dirimpetto a quella del furioso, [p. 16 modifica]se ne stava ascoltando il discorso del dottore, e rizzandosi sopra una vecchia stuoia, dove tutto ignudo giaceva, dimandò con sonora voce chi era colui che se ne partiva sano e in cervello. — Sono io, rispose il dottore: quello io sono, o fratello, che me ne vado, non essendo oramai più necessario qui il mio soggiorno: e rendo infinite grazie al cielo per così segnalato favore. — Guardate bene quello che dite, o dottore, nè vi lasciate ingannare dal demonio, replicò il demente: non movete passo e restatevene in santa pace dove siete, chè così vi risparmiete l’incomodo del ritorno. — Io so che mi sento guarito, replicava il dottore, nè occorrerà più l’andare e tornare innanzi e indietro. — Voi guarito? soggiunse il pazzo; oh la vedremo! andate pure con Dio, ma io giuro a Giove, la cui maestà rappresento su questa bassa terra, che per questo peccato solo che oggi si commette nella città di Siviglia, col lasciarvi uscire di questa casa come se già foste guarito, voglio darle sì terribile gastigo che abbiasene a ricordare nei secoli dei secoli amen. E non sai tu, dottorello imbecille, che sta in mio potere il farlo, essendo io, come ti ho detto altre volte, Giove tonante che tiene in sua mano le fulminatrici saette colle quali soglio minacciare e posso incenerire l’universo? In un modo solo per altro io darò gastigo a questo ignorante popolo, e lo farò col negare la pioggia alla città, al suo distretto e ai contorni per tre interi anni da computarsi dal giorno e dal punto in cui ho proferita questa minaccia: tu libero, tu risanato, tu in cervello, e io pazzo, io infermo, io fra i ceppi? che io possa restare morto se non interdico la pioggia!

“Alle voci e alle dichiarazioni del pazzo, ponevano gli astanti somma attenzione; ma il nostro dottore voltosi al cappellano e prendendolo per mano, gli disse: — Non abbia paura la signoria vostra e non faccia conto dell’espressioni di questo pazzo, perchè se egli è Giove che nega la pioggia, io che sono Nettuno, padre e nume delle acque, farò piovere ogni volta che me ne venga il destro e ne conosca il bisogno„. Cui il cappellano: — Non sarà bene per altro, signor Nettuno mio, il provocare lo sdegno del signor Giove: resti vossignoria nella sua abitazione, chè ciò vedremo un altro giorno a più comodo ed agio. — Fecero grandi risate il rettore e gli astanti, del che prese molta collera il cappellano, ma intanto al povero dottore furono tolti di nuovo i vestiti, e restò allo spedale; e così termina l’istorietta„.

— E questo è dunque il racconto, disse al barbiere don Chisciotte, che per cadere bene in acconcio ella non ha potuto far a meno di esporci? Ah, signor barbitonsore, signor barbitonsore, è [p. 17 modifica]pure un gran cieco colui che non vede per la tela di uno staccio! Ed è egli possibile che non conosca vossignoria come i paragoni che si fanno da ingegno a ingegno, da valore a valore, da bellezza a bellezza, da prosapia a prosapia, sono sempre odiosi e male accetti? Io, signor barbiere mio, non sono Nettuno il nume delle acque, nè pretenderei di essere tenuto per savio se tale non fossi, nè altro fo che affaticarmi per far conoscere al mondo l’errore in cui giace di non rinnovare a proprio vantaggio il felicissimo tempo in cui campeggiava l’ordine della errante cavalleria; ma non merita di godere sì eccelso bene la depravata età nostra com’era fruito nei tempi nei quali gli erranti cavalieri pigliavano sopra di sè la difesa dei regni, la protezione delle donzelle, il soccorso degli orfani e dei pupilli, il gastigo dei superbi e l’esaltamento degli umili. La maggior parte dei cavalieri d’oggidì fanno più vistoso sfarzo dei damaschi, dei broccati e delle ricche tele di cui si vestono, che della maglia di cui dovrebbero armarsi: non v’è più un cavaliere che dorma pei campi esposto al rigore del cielo, e armato da capo a piedi: più non si trova chi senza levare i piè dalle staffe, appoggiato alla sua lancia si contenti di dormicchiare a foggia degli antichi cavalieri eroi: nessuno oggimai più si trova che uscendo di questo bosco si metta per quella montagna, e di là si conduca alla infeconda e deserta spiaggia di un oceano, il più delle volte procelloso e agitato, ove trovando un picciolo legno senza remi, vele, alberi e sarte, entri con intrepido cuore, abbandonandosi alle onde implacabili del mare profondo che ora lo innalzano alle stelle, ed ora lo cacciano giù nell’abisso; ed (affrontando la implacabile burrasca) si trovi scostato dal luogo del suo imbarco per tremila leghe; sicchè poi trasportato in rimote e incognite terre, cose gli accadono degne di essere scritte non in pergamene, ma in bronzi. Ora la infingardia trionfa della diligenza, l’ozio del travaglio, il vizio della virtù, l’arroganza del valore e la teorica della pratica delle armi che furono e risplendettero nell’eta dell’oro e dell’errante cavalleria. E chi fosse di contrario avviso mi risponda per un poco: chi fu mai più onesto e valoroso del celebre Amadigi di Gaula? chi più assennato di Palmerino d’Inghilterra? chi più accomodato e manieroso di Tirante il Bianco? chi più galante di Lisvarte di Grecia? chi più feritore e ferito di don Belianigi? chi più intrepido di Perion di Gaula? chi più affrontatore di pericoli di Felismarte d’Ircania? chi più sincero di Splandiano? chi più precipitoso di don Zeriongilio di Tracia? chi più bravo di Rodomonte? chi più prudente del re Sobrino? chi più ardimentoso di Rinaldo? chi più invincibile di Roldano? e chi più avvenente e [p. 18 modifica]gentile di Ruggero? Tutti questi e molti altri cavalieri dei quali potrei parlare, furono, signor curato mio, cavalieri erranti, luce e gloria della cavalleria. Questi ovvero altri a loro simili vorrei che fossero quelli da me prescelti; chè tali essendo n’avrebbe ottimo servigio la Maestà sua, risparmierebbe molte spese, e al Turco toccherebbe di strapparsi la barba a pelo a pelo. Eh! appoggiato a queste vere dottrine non voglio io starmene a casa mia, se anche il cappellano non viene a trarmene fuori; e se Giove, come disse il barbiere, non farà piovere, sono qua io che darò pioggia quando me ne venga la voglia: e dico questo perchè sappia quel caro signor bacino da barba ch’è da me ben inteso.

— In verità, signor don Chisciotte, rispose il barbiere, che io non dissi per offenderla, nè dee vossignoria aversene punto a male. — Se io debba o no avermene a male, ciò a me si appartiene„ replicò don Chisciotte. A tal passo soggiunse il curato: “Non avendo io sinora quasi mai favellato, non vorrei restarmene con uno scrupolo che mi rode e carica la coscienza, e che nasce da quanto pronunziò il signor don Chisciotte; posso parlare o no? — Su questo e su di altri più importanti soggetti, rispose don Chisciotte, può liberamente spiegarsi il signor curato; e faccia pur noti i suoi [p. 19 modifica]dubbii, chè non è bene lo starsene cogli scrupoli sulla coscienza. — Poichè mel concede, rispose il curato, dico che il mio scrupolo consiste nel non potermi persuadere a verun patto che tutta la caterva degli erranti cavalieri testè riferiti da vossignoria sieno stati realmente e veracemente persone in carne ed ossa al mondo: e piuttosto crederei che tutto fosse finzione, favola, menzogne e sogni raccontati da uomini desti, o per meglio dire mezzo addormentati. — Questo è un altro sproposito, rispose don Chisciotte, in cui caddero molti che non ebbero per vera l’esistenza di questi cavalieri nel mondo, ed io più volte in diversi luoghi e in differenti occasioni ho procurato d’illuminare i ciechi, e di trarli da questo quasi universale inganno. Non vi sono qualche volta riuscito, ma talora sì bene, perchè ho appoggiato alla verità le mie dimostrazioni: verità tanto incontrastabile, che sto per dire di avere veduto cogli occhi miei propri che Amadigi di Gaula era un uomo di alta statura, di bianca carnagione nel viso, di bellissima barba, tuttochè nera, di guardatura tra il mansueto e il feroce, di poche parole, restio nello sdegnarsi e facile a deporre l’ira. E come qui ho disegnato Amadigi, potrei, a parer mio, dipingere e far conoscere di persona quanti cavalieri erranti si trovano nelle istorie del mondo. Questa perfetta mia cognizione dell’essere loro deriva dal fondamento di ciò che di essi mi ha tramandato la storia particolare; dalle imprese colle quali si segnalarono, ed infine dalle stesse loro qualità ricavare si può per filosofica induzione la fisonomia, il colore e sino la statura loro. — Di che grandezza crede vossignoria, mio signor don Chisciotte, domandò il barbiere, che debba essere stato il gigante Morgante? — Quanto ai giganti, rispose don Chisciotte, variano le opinioni se sieno o no stati al mondo: ma la Sacra Scrittura, che non può un attimo discrepare dalla verità, ci fa sapere che vi furono, raccontandoci la storia di quel filisteaccio di Golia, ch’era alto sette cubiti e mezzo, il che costituisce una smisurata grandezza. Anche nell’isola di Sicilia si sono trovati stinchi e spalle sì grandi da dovere concludere necessariamente che furono giganti quelli dei quali formavano parte, e ch’erano grandi come alte torri: verità alla quale conduce una induzione geometrica ed infallibile. Non saprei asserire con certezza quanto grande fosse Morgante; ma io credo che non debba essere stato molto smisurato; perchè trovo osservabile nella storia, in cui si fa menzione particolare dell’eroiche sue geste, che molte volte dormiva al coperto; e potendo stare in abitazioni coperte dal tetto, è cosa evidente che non fosse sterminata la sua persona. — Così è per lo appunto, disse il curato, il quale pigliava gusto a sentirlo dare in sì grossi svarioni; e gli [p. 20 modifica]dimandò allora come la intendesse rispetto alle facce di Rinaldo di Montalbano, di Orlando e dei dieci Paladini di Francia, poichè furono tutti erranti cavalieri. — Quanto a Rinaldo, rispose don Chisciotte, ardisco dire che fosse largo di faccia, rosso di colore, cogli occhi irrequieti e un po’ in fuora, puntiglioso e collerico soverchiamente, amico dei ladri e della gente perduta; quanto a Roldano o Rotolando od Orlando (chè tutti questi nomi gli danno le istorie) sono di avviso, e mi confermo, che fu di statura media, largo di spalle, con le gambe un po’ torte, brunetto il viso, di barba castagniccia, peloso nel corpo, di guardatura feroce, riservato in parlare, ma fornito di cortesia e di bel costume. — Se Orlando non fu di migliore presenza di quella ora descritta da vossignoria, replicò il curato, non fa maraviglia che Angelica la bella lo rifiutasse per appigliarsi alla gentilezza, al brio e alla buona grazia di cui dovea essere dotato il moretto imberbe al quale si abbandonò: ed ebbe ragione di amare piuttosto la piacevolezza di Medoro, che la rustichezza di quel paladino. — Questa tale Angelica, rispose don Chisciotte, o signor curato, fu una donzella di poco buon odore, vagabonda e capricciosetta, e lasciò il mondo tanto pieno delle sue impertinenze quanto della fama della sua bellezza; disprezzò mille signori, mille valorosi, mille prudenti, e si contentò di un paggetto zerbinello senz’altri averi od altro nome che quello che potè dargli l’affezione mostrata al suo amico. E il cantore della sua bellezza, il famoso Ariosto, non osando o non volendo cantare ciò che avvenne a quella signora dopo di essersi data obbrobriosamente in preda all’amante, chè certo non dovettero essere cose molto oneste, lasciò a mezzo la storia col dire:

E come del Catai ricevè ’l scettro
Fors’altri canterà con miglior plettro.

È certo che questo linguaggio dee considerarsi come una profezia, tanto più che i poeti si sogliono anche chiamare vaticinatori: e questa è verità incontrastabile, perchè d’indi in poi un celebre poeta dell’Andalusia pianse e cantò le sue lagrime, come un altro famoso ed unico poeta castigliano cantò e mise a cielo la sua bellezza. — Mi dica, signor don Chisciotte, soggiunse qui il barbiere: non vi fu mai alcun poeta che abbia composto qualche satira contro questa signora Angelica fra quei tanti che celebrarono i suoi meriti? — Io sono di opinione, rispose don Chisciotte, che se Sacripante o Roldano fossero stati poeti avrebbero bene lavato il capo a quella donzella; giacchè è proprio e connaturale ai poeti [p. 21 modifica]sdegnati e non accolti dalle finte o vere loro dame (cioè da quelle che trascelsero per arbitre della volontà loro) di togliersene vendetta con satire e con libelli; vendetta certamente indegna di un animo generoso: ma non seppi sin ora che sia stata scritta contro la signora Angelica poesia alcuna infamante, tuttochè ella avesse posto mezzo il mondo sossopra. — Miracolo!„ disse il curato: ma in questo udirono che la nipote e la serva, che già aveano lasciata a mezzo la conversazione, gridavano forte verso la corte, e tutti accorsero a quel romore.


Note

  1. Dopo la metà del secolo XVI le imprese marittime dei Turchi erano l’ordinario argomento delle conversazioni.