I monumenti e le opere d'arte della città di Benevento/Dei Longobardi in Benevento e del chiostro e della chiesa di S. Sofia/Dei Longobardi in Benevento

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1. Dei Longobardi in Benevento

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Dei Longobardi in Benevento e del chiostro e della chiesa di S. Sofia Dei Longobardi in Benevento e del chiostro e della chiesa di S. Sofia - Fondazione di S. Sofia. Sue vicissitudini attraverso i secoli
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1. dei longobardi1 in benevento


Ai principii d’aprile dell’anno 568 i Longobardi, guidati dal re Alboino, si mossero per discendere in Italia, al cui confine, verso il Veneto, apparvero nel maggio. Sotto dello stesso re fondarono i ducati di Spoleto e di Benevento, e quest’ultimo probabilmente nell’anno 5712. Il principio della loro dominazione, nei dieci anni dopo la morte di Alboino, nel qual periodo non si elessero altro re, ma ciascun Duca si serbò indipendente, fu dolorosamente accompagnato da atti di crudeltà e di rapine, segnatamente contro i sacerdoti e le nostre Chiese, per confessione dello stesso P. Diacono, loro connazionale3. S. Gregorio Magno4, [p. 358 modifica]spettatore di quelle tragedie, parla di quegli scempii con le lagrime agli occhi. Poco innanzi del loro arrivo, la Lombardia era stata travagliata da orribile peste e da carestia. Per la qual cosa, essendo quella regione stremata di forze e di averi, e non potendo l’Imperatore greco Tiberio mandare milizie in Italia, a causa della guerra persiana5, facile riuscì agli invasori distendere rapidamente il loro dominio e rafforzarlo. La prostrazione morale degl’Italiani a quel tempo non potè far esercitare nessuna azione civilizzatrice sul popolo invasore, estremamente rozzo nel sembiante e nelle vesti, digiuno della più elementare cultura6.

La stessa sorte della Lombardia toccò alle nostre provincie; e per le stesse ragioni, della peste e della carestia, i nostri castelli uno appresso l’altro si arresero. Così i Longobardi presero e devastarono Aquino (anno 577), la sede Vescovile presso il Volturno, e distrussero il celebre Monastero di Montecassino, in guisa da farlo rimaner disabitato per oltre cento anni7. Lo esterminio e le depredazioni continuarono per la Campania, per le Puglie e per la moderna Calabria, sempre diretti più crudelmente contro le Chiese ed i Monasteri.

I Longobardi, quando discesero in Italia, erano o pagani o ariani; la qual cosa spiega in parte la loro avversione contro la religione cattolica, avversione in Benevento dispiegata più violentemente8. E mentre nella Lombardia, per opera della regina Teodolinda9, si operò più presto la conversione di essi alla fede cattolica, quì in Benevento durò a lungo l’idolatria, non ostante che Arechi I, succeduto a Zotone nel 591, se non convertito proprio al cristianesimo (come a taluno è parso dedurre da una lettera indirizzata a lui da S. Gregorio Magno per la provvista di certi legnami che occorrevano per il tempio di S. Pietro e Paolo in Roma), avesse fatta una certa tregua col Papa10. [p. 359 modifica]

L’idolatria dei Longobardi di Benevento si protrasse sino al tempo del Duca Romoaldo, il quale adorava in segreto una vipera d’oro. Nel tempo che la città di Benevento era assediata da Costante, S. Barbato, che poi fu Vescovo illustre di questa Chiesa, seppe istillare nell’animo di Teodorata, moglie di Romoaldo, i sentimenti più vivi della cattolica fede, sino a persuaderla di consegnargli di nascosto del marito il famoso idolo ofitico di oro, della cui materia fe’ costruire un calice ed una patena11.

Lo stesso S. Barbato riuscì a fare abbattere il celebre arbore fuori la città, dove i Longobardi idolatri riunivansi a sciogliere i loro voti; il quale arbore per secoli ha tenuto viva la superstiziosa leggenda delle streghe, con poco decoro di questa illustre città. S. Barbato vi si recò in forma solenne a fare gli scongiuri, non per le streghe, ma per l’annientamento della idolatria12. È fatto accertato che da quel giorno i Longobardi abbandonarono il culto degli idoli, e abbracciarono con fervore la fede cattolica.

La stessa Duchessa Teodorata divenne sì fervente cattolica, che fondò fuori le mura della città, al di là del ponte Leproso, una Basilica in onore di S. Pietro con Monastero di Monache13. Già vedonsi adunque i Longobardi da idolatri e persecutori della Chiesa, passare ad essere i più ferventi cattolici, e da distruttori dei cenobii divenire essi stessi i più asceti cenobiti, per opera principale delle loro femmine, la cui pietà e religione assurse alla più sublime maestà.

A Romoaldo successe Grimaldo II, che dominò appena tre anni; e quindi il fratello minorenne di costui Gisulfo, sotto la tutela di sua madre Teodorata. Questa, emulando le virtù della [p. 360 modifica]regina Teodolinda14, e favorita dalla libertà che le concedea la tutela, proseguì ardentemente nella propagazione della fede cattolica tra i suoi sudditi Longobardi, nella edificazione di altri Monasteri di donne, fra cui quelli di S. Maria in Locosano e di S. Maria in Castanieto. A cagione dei quali esempii, sul principio del secolo VIII i tre nobili beneventani Paldone, Tasone e Tatone fondarono il celebre Monastero di S. Vincenzo al Volturno15.

Gisulfo I, per quanto si sa, non fece cose memorabili sul riguardo, ma il figlio Romoaldo II, successogli nel 706, proseguì con zelo l’opera dell’ava, facendo molte donazioni ai Monasteri, in ispecie a quello di S. Sofia16, fondato dall’Abate Zaccaria presso Ponticello17, fuori Benevento. Ai suoi tempi furono pur restaurati e ampliati i Monasteri di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno.

Questo Romoaldo, come Arechi I, estese la influenza e il dominio del Ducato Beneventano, e gli conservò la indipendenza dal regno Longobardo, non ostante avesse sposata Guntberga, nipote del Re Liutprando. Egli si sentiva così indipendente da proclamarsi nei diplomi «Noi gloriosissimo Signore, sommo Duca della gente dei Longobardi»18. A questa indipendenza contribuì non poco l’affezione del popolo Beneventano, il quale non vedeva a sè vicino che la sola potestà del Duca, non mai quella del Re, ed era tenero di questo suo particolarismo19.

È naturale che con tanta possanza i Duchi Longobardi avessero avuto quì uno splendido palazzo ed una corte completa, degni di sovrani e rivaleggianti con quelli di Pavia. Il loro palazzo nei documenti beneventani è chiamato sacrum palatium, ed è certo sia stato situato su quel largo che oggidì chiamasi Piano di Corte20.

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Però Re Liutprando, nella lotta tra il Papa e l’Imperatore d’Oriente, non appena si accorse che i Duchi di Benevento e di Spoleto favorivano le sorti del Papa, li obbligò a sottomettersi con giuramento di fedeltà e con segno di ostaggi. Questo fatto, se non può considerarsi come una completa, immediata dipendenza del Ducato Beneventano, fu però un atto per cui riconobbesi nel Re il supremo diritto d’imperio.

Morto Romoaldo II nel 731, dopo 26 anni di governo, lasciando un bambino a nome Gisulfo, in Benevento scoppiò una discordia, della quale approfittò Andelais per farsi ritener Duca. Ciò diede occasione a Liutprando nel 732 di recarsi di persona in Benevento. Egli depose l’usurpatore, ma al posto di Gisulfo mise suo nipote Gregorio, al certo con vedute politiche, essendo suo parente, ed estraneo affatto ai beneventani21.

Costoro nel 739, cessato di vivere Gregorio, senza attendere che il Re Liutprando avesse imposto loro altro Duca estraneo, e neppure Gisulfo, che nel frattempo era stato educato alla corte di Pavia (forse con sentimenti tutti regii) elessero Duca Godescalco. Il quale non tardò ad allearsi con il Duca Trasmondo di Spoleto, e a muovere ostilità a Liutprando, con esito propizio. Però questi non se ne stette, imperocchè, appena sottomesso il ducato di Spoleto, e scacciatone Trasmondo, marciò sopra Benevento. All’accostarsi di lui Adescalco fuggì; ma fu ucciso mentre s’imbarcava per la Grecia.

Allora Liutprando mise a capo di questo ducato il giovane Gisulfo, di sopra nominato, il quale dominò per nove anni, dal 742 al 751. Egli fece ricchi doni all’accennato Monastero di S. Sofia a Ponticello e al Monastero di monache di S. Maria in Cingla, con la sua protezione feudale. Più largo ancora di favori fu verso Montecassino, che dotò pure di un certo potere temporale.

Naturalmente, memore del benefizio fattogli da Liutprando, Gisulfo gli si mantenne devoto, fino a imporre lo stesso nome a [p. 362 modifica]suo figlio22, non trascurando però affatto la dignità del suo grado principesco. Nulla di meno questa dipendenza fu scossa non appena, morto Liutprando, il nipote di costui Ildebrando, sbalzato dal trono Longobardo, fu sostituito da Rachi, il quale, qual Duca del Friuli, veniva considerato straniero. Non avendo neppur costui incontrate le simpatie del popolo Longobardo, e costretto a rinunciare alla corona, andò a chiudersi nel Monastero di Montecassino.

Gli successe sul trono il fratello Aristolfo. Il quale rese ancora più dipendente il ducato di Benevento, come è dimostrato non soltanto dagli aiuti prestati al Re contro il Papa nel 756, appena Pipino si fu tornato in Francia, ma benanche da una decisione resa da Aristolfo in un processo di Benevento23. Era in quel tempo Duca di Benevento Liutprando, figlio del defunto Gisulfo, rimasto un certo tempo sotto la tutela della madre Scauniperga.

Frattanto Desiderio era pervenuto sul trono Longobardo, alla morte di Aristolfo, contro le nuove voglie di Rachi che aveva lasciato il Chiostro. E poichè Liutprando di Benevento insieme al Duca Alboino di Spoleto aveva sollecitato la venuta di Pipino in Italia, Desiderio marciò sopra Benevento. Fuggissene Liutprando, ricovrando a Taranto; e il Re mise sul Ducato Beneventano Arechi II (anno 758), longobardo di illustre prosapia, originario di Benevento, e stato già alla corte di Liutprando. Egli sposò Adalperga, figlia di Desiderio, la quale aveva avuto per precettore il celebre Paolo Warnefrido Diacono. Questo Arechi dominò Benevento quasi trent’anni.

Grandi fatti politici si svolsero in quel tempo. Non ostante che Desiderio avesse data in isposa sua figlia a Carlo Magno, questi scese in Italia, e conquistò il regno Longobardo. Pare che la condotta di Arechi sia stata allora quella di principe indipendente, avendo poste basi così solide al suo dominio sul ducato di Benevento, da pervenire al coronamento del massimo suo pensiero di appellarsi di fatto Principe sovrano, e di vestirne le insegne. Ma, non pertanto, fu obbligato più tardi a riconoscere la [p. 363 modifica]sua dipendenza dalla potestà dell’Impero d’Occidente, come la dovettero riconoscere i suoi successori. «Però fu sempre legame assai lento, e il lor grado principesco non ne fu menomamente pregiudicato, come i fatti interni del loro territorio rimasero immuni da mescolanze e influenze straniere. Così avvenne che questa parte, che più era stata sciolta per lo innanzi dal regno Longobardo e s’era sviluppata indipendentemente, fu quella appunto che mantenne più puramente le istituzioni Longobarde, sino ai più tardi secoli24».

Il Principe Arechi fu da tutti amato per le singolari doti che in lui risplendevano, poiché fu piissimo, di gran prudenza e sapere e di gran valore; tra i Principi Beneventani non vi fu altri, per unanime consentimento, più di lui savio, nè migliore25.

Il pregevolissimo lavoro di Pugliese26, da poco pubblicato, ha fatto rifulgere di maggior luce questa grandiosa figura di Principe e lo stato più che prospero e civile di Benevento sotto il di lui reggimento. Per la qual cosa stimo assai utile, per la migliore intelligenza di quanto dovrò dire in seguito, trascrivere qualche brano di tale opera, anche come omaggio all’autore. Dopo aver parlato dello splendore della di lui corte, egli dice:

«In tanto lusso non fu trascurato il culto delle lettere, e Arechi fu emulo fortunato di Carlo anche nel coltivare e promuovere gli studii, accordando protezione ai letterati. E in un’epoca in cui i notai spesso spesso si trovavano a dover mettere a piè di certi atti: «il tal dei tali non firma, perchè gentiluomo», Arechi si formò una coltura assai rara pei suoi tempi, e nelle ore lasciategli libere dalle gravi cure di governo prendeva diletto a discorrere di arti liberali con Paolo Diacono, e a scrivere lui stesso di storia sacra e profana. Ci restano di lui, oltre al suo Editto, di cui ci occuperemo in seguito, gli atti di S. Mercurio, scritti in una forma che, se non è precisamente quella di Cicerone, è certo, giudicata alla stregua dei tempi, [p. 364 modifica]pregevolissima. E sebbene non sieno giunti sino a noi dei versi che portino il nome di Arechi, anch’egli, non cade alcun dubbio, tentò di appendere corone alla Musa; e Pietro Diacono, continuatore della Cronaca Cassinese, lo attesta, dicendo che nella Biblioteca di Montecassino si conservavano versus Arichis, Pauli et Caroli

«Di un tale culto per le lettere, come di tutti i generosi propositi, partecipava con gentile fervore la Duchessa Adalperga, la nobile figliuola di Re Desiderio, la degna allieva di Paolo Diacono. Fin da giovinetta fu così desiderosa di apprendere, che mandava a memoria interi brani di scelte poesie e di prose filosofiche; studiosissima anche di storia, dette al suo illustre precettore l’incarico di rendere completa la storia di Eutropio, e di continuarla, tramandando ai posteri le gesta dei Longobardi. E quando Diacono, per cercar sicurezza e riposo, e per vivere ancora in terra longobarda, si recò alla corte di Benevento, vi fu dalla coppia ducale accolto con grande effusione di animo, e circondato da affettuose cure per tutto il tempo della sua dimora in quella città.»

«E Paolo Diacono si mostrò grato oltremodo verso i suoi benefattori, come traspare dai versi che scrisse in loro onore e dalla commovente epigrafe che compose per la tomba del suo diletto Principe, il quale si moriva in Salerno dell’età di 53 anni il 26 Agosto 787»27.

Vedremo che non diverso giudizio dà il Gregorovius dello splendore e dello stato di cultura di Benevento a quell’epoca. Il qual fatto, congiunto alla pietà somma delle principesse longobarde, fra cui splendida rifulge Adalperga, ci prova come sia stato possibile a quel tempo in Benevento la creazione di tante opere sublimi di pietà e di arte. Che, se i tremuoti e le vandaliche devastazioni non avessero distrutte quest’ultime, noi le ammireremmo oggi ancora nel loro essere, siccome ce le han lasciate descritte i cronisti dell’epoca. È veramente lagrimevole di non potere ammirare oggi in Benevento nessun monumento longobardo, se non nei pochi frammenti che ne avanzano.

  1. Queste genti, secondo riferisce Paolo Diacono (De Gestis Longobardorum) abitarono da prima la Scandinavia, donde passarono ad occupare alcuni luoghi della Germania. Quivi combatterono valorosamente contro i Romani, secondo ne fa fede Tacito (annali lib. II. cap. 45, e lib. XI, cap. 17; opuscolo sulla Germania, cap. 40). Secondo lo stesso P. Diacono (Capo IX.) furono denominati Longobardi dalla lunghezza della barba, non mai rasa (eran chiamati prima Vinnili), nella loro lingua significando lang lunga, e baert la barba. La quale opinione è derisa da alcuni moderni (Muratori, Dissertazione sopra le Antichità Italiane, tomo I. pag. 235, Napoli Gius. Raimondi, MDCCLII). Altri derivò tal nome dalla lunga alabarda di cui andavano armati (De Vita, Thesaurus alter antiquitatum Beneventanarum Medii aevi, pag. 2).
  2. Hirsch Ferd. Il Ducato di Benevento sino alla caduta del Regno Longobardo, trad. di M. Schipa, L. Roux e C. 1890, pag. 11.
  3. Op. cit. lib. II. cap. XXXII.
  4. Lib. III; cap. XXXVIII dei Dialoghi.
  5. Hirsch, op. cit. pag. 13.
  6. Muratori, Antich. Ital. tomo I. pag. 234.
  7. Hirsch, op. cit. pag. 14.
  8. Hirsch, op. cit. pag. 39.
  9. Ella fè edificare in Monza la basilica di S. Giovanni Battista (P. Diacono, lib. IV, cap. XXIII.).
  10. Hirsch, op. cit. pag. 22 e 41.
  11. Stef. Borgia, Mem. Istor. di Benev. II, pag. 276 e 277.
  12. Stef. Borgia (op. cit. I. pag. 212 in nota) asserisce che il sito del celebre arbore sia stato in contrada la piana della Cappella del territorio Beneventano, e propriamente là dove surse una Chiesa dal titolo di S. Maria in Voto, per ricordo del fatto narrato.
  13. P. Diacono, op. cit. lib. VI cap. I. Questo Monastero delle Monache Benedettine esistette sino a Carlo d’Angiò; nel qual tempo le soldatesche di costui vi commisero atti abbominevoli, dopo la sconfitta di Manfredi. Allora le Monache, vistesi insicure là fuori, lo abbandonarono. Oggi ancora quel sito denominasi S. Pietro da fuori, per distinguere quel Monastero dall’altro omonimo entro la città, abolito da pochi anni, e ridotto a magazzino dei tabacchi.
  14. De Vita, Alter Thesaurus etc. pag. 60.
  15. Hirsch, op. cit. pag. 61.
  16. Da non confondersi con l’altro memorabile di cui ci occuperemo tra poco.
  17. È quel Ponticello della via Egnazia, del quale ho parlato già a pag. 255.
  18. Hirsch, op. cit. pag. 76.
  19. Hirsch, op. cit. pag. 79.
  20. Corte chiamavasi in quei tempi il palazzo dei Duchi, dei Re, ecc; e quindi derivonne il nome che si conserva tutt’ora al largo ove si innalzò la sede dei Duchi e Principi Longobardi. In questo palazzo risiedettero di poi i Rettori di Benevento, quando questa città passò nel dominio Pontificio, e vi si mantennero, come vedremo in altro posto, sino al 1321, epoca in cui passarono ad abitare nel Castello a Porta Somma (vedi Borgia, Mem. Ist. di Benevento, parte II. pag. 105, 108 e 196).
  21. Hirsch, op. cit. pag. 87.
  22. Hirsch, op. cit. pag. 95, 96, 100.
  23. Hirsch, op. cit. pag. 103.
  24. Hirsch, op. cit. pag. 112.
  25. Pompeo Sarnelli, Memorie Cronologiche dei Vescovi e degli Arcivescovi della S. Chiesa di Benevento, Napoli, 1691, Gius. Roselli, pag. 42 e 43.
  26. F. P. Pugliese, Arechi Principe di Benevento e i suoi successori, Foggia 1892.
  27. F. P. Pugliese, op. cit. pag. 35, 36 e 37. Vedi anche Stefano Borgia, Mem. Ist. di Benevento, parte I. pag. 95 e seguenti, in nota.