Il corsaro/Canto I/XIV

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Filosofia

Canto I
XIV ../XIII ../XV IncludiIntestazione 3 marzo 2011 100% poesie

Canto I - XIII Canto I - XV
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XIV.

Lento, e raccolto430
In suo fosco pensier, sorse Corrado
In vetta al colle, e sulla ferrea porta
De la torre sostò, ch’udìo gli accenti,
Di che l’orecchio suo mai non fu lasso,
Söavi uscirne, e così in meste note435
Scioglier quell’angiol di beltade il canto.


Poemi (Byron)-bar.jpg


Dolce un segreto e tenero,
M’alberga in mezzo al cor,
E sconosciuto, e tacito
Fia che v’alberghi ognor;440
Sol quando l’ansio palpito,
Risponde al tuo mio ben,
Qual pria lo sento insorgere,
E mormorarmi in sen.

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Arde, qual fiamma languida445
Eterna, sepolcral,
Cui di sventura soffio
Ad offuscar non val;
Invan speranza l’agita,
Brillar non dee mai più;450
Oh mai sì fioco, e inutile
Il raggio suo non fu!

Di me sovvienti; al tumulo
Ti guidi almen pietà,
E non partirne immemore455
Di chi ne l’urna sta.
La fredda spoglia esanime
D’obblìo non ricoprir;
Pensar che il possa è barbaro,
È orribile martìr.460

Odi, amoroso, e flebile
Estremo supplicar;
Vieni con una lagrima
Quel cenere a bagnar.
Di più non chieggo; è piangere465
Virtù, chi più non è;
Fia primo, ultimo, ed unico
Premio di tanta fè!.....

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    Così il canto cessò, quando Corrado
Varcò la soglia, e ogni recesso, e giunse470
A la sua Donna.» Ben tuo carme è tristo
» O mia dolce Medora!» — » E da te lunge
» Esser può lieto? Ognor, che tu non m’odi,
» È mesto il mio pensier, a lui concorde
» Il mio concento, e ognor, che il labbro è muto,475
» Favella il cor. Oh, in quante notti, e quante,
» Angosciose, inquïete, de’ miei sogni
» La paura mi scosse, e colla mano
» Fattomi appoggio su le vote piume,
» Porsi l’orecchio a l’aura che spingea480
» Placida la tua vela, e udir credei
» Fero nunzio di turbine! Sommesso
» Era il vicino mormorar de l’onde,
» E pur parea profetico lamento,
» Che dal lido, te naufrago, piangesse!485
» Ed io balzava esterrefatta, e il piede
» Alla torre volgea, chè il mio deliro
» Moribonda la face, ed i custodi
» Mal vigili pingeami..... Oh, quante insonni
» Ore passai, di te chiedendo al cielo,490
» E ad ogni stella!.... Ed il mattino uscìa,
» Nè tu giungevi, e sul mio sen soffiava
» Fredda la brezza, e il dì sorgea, su l’egre

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» Mie pupille, ahi! deserto... È alfin meriggio;
» I’ saluto una vela,... eccola;... è presso....495
» Misera!... passa. Ma già un altra spunta....
» È tua Corrado!.... è tua!.... Deh, sì rei giorni
» Quando avran fine!.... E non fia mai che dolce
» Ti sia la gioja de la pace? Mira
» Quanti tesori a tuoi desir! Vè quanti500
» Palagi adorni, da l’errar tuo lungo
» T’invitano a posar! Tu ben lo sai,
» Che, Te lunge, non è rischio ch’io tema
» De’ giorni miei, ma sol de’ tuoi più cari,
» Che d’amor schivi, fra gli stenti, e il sangue505
» Van consumando. Oh, qual mai strano cuore
» Nutrìchi tu, per me tenero tanto,
» Ed a natura, e al suo voler söave
» Così nemico!» ―
» Ei si cangiò, mel’credi,510
» Idolo mio; fu come verme pesto,
» Trasse d’aspe vendetta: altra quì in terra,
» Che l’amor tuo, non ho speranza, e un lampo
» Lassuso appena di perdon mi resta.
» Quel che tanto condanni, ed io pur sento515
» Odio del mondo, è di te affetto, ed ambo
» Stretti così mi stan congiunti in seno,
» Che te cesso d’amar, se il mondo apprezzo.

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» Deh! non temer; quello che fu, t’è pegno
» Di quel che fia, nè sarà mai che pera520
» Tanto amor mio. Deh! l’alma tua rinfranca,
» Medora;... anco una fiata... Un ora,... e salpo...
» Nè fia lento il tornar.» —
» Anco una fiata
» Salpi, di’ tu? Ahi, mel’dicea del core525
» Il palpito funesto!.... E cosi langue,
» Ogni mio sogno di dolcezza!... Un ora?
» E salpi?... Non è ver... Oh, mai non vegna
» L’ora fatal!... Vedi, la barca appena
» Gettò l’àncora in porto; è lunge ancora530
» La sua compagna; più che nuovi stenti
» Chiedon posa le turbe; oh! mio Corrado
» Crudel dileggio è il tuo; tu, pria ch’il provi,
» Vuoi che il rio duolo a sopportar m’avezzi;
» Abbi pietà di mia sventura; è gioja535
» Questa più amara d’ogni affanno... oh, taci
» Corrado, anima mia!... Vieni; divìdi
» La mensa ch’apprestai; lieve fatica
» Chiede tua scarsa cena; eppur lïeta
» Cura mia fu, quali trovai più dolci540
« Frutta raccôrre, e se non dolci, almeno
» Quai rinvenni men crude. In su pel clivo
» Per ben tre fiate mi straziai le piante,

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» Ricercando un ruscel limpido, e fresco;
» Ve’ come brilla in sua candida tazza545
» Il tuo sorbetto! sgorgherà gradito
» Per lo tuo labbro, che spumante nappo
» Abborre, più che Mussulman non suole.
» Nè ten rampogno io già, ch’anzi m’è lieto
» Quello pensar, che fora pena altrui,550
» Dolce per te. Deh! vieni; il desco è pronto,
» Arde l’argentea lampa, e di scirocco
» L’umido soffio non paventa; vieni;
» Mie vaghe ancelle intanto, agili, meco
» Intreccieran la danza a te d’intorno,555
» O sciorranno concenti, e poi, se il brami,
» Col flebil suon del mio lïuto, il sonno
» Andrò invocando su le tue pupille,
» O se più grato il conversar ti fia
» Quel ch’Ariosto1 narrò, d’Olimpia amata,560
» E derelitta negli andati tempi,
» Ripeterem. Ben più crudel di lui,
» Che tradì il voto, e abbandonò spergiuro
» La misera fanciulla or tu saresti,
» Ben più de l’altro rìo, cui ti rammenta565
» D’Arïanna lo scoglio, allor che il vedi
» Per lo sgombro orizzonte!.... Ed io da queste
» Cime te lo additava, palpitante

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» Che il rio presagio, in verità più amara
» Non cangi il tempo.... e tu ne sorridevi!
» Ahi, così un giorno, io ti dicea, Corrado
» Così mi lascerà!... Ma dolce inganno
» Era questo d’amor,... tu ritornavi!» —
» E tornerò mio ben; e oh quante fiate
» Io tornerò, se vita havvi quaggiuso,
» E speme in Ciel! Io tornerò.... ma l’ora
» Vedi s’affretta, o mia Medora, e forza
» E dividerci alfin; deh! che mai giova
» Ridirti dove, e a che il destin mi tragge
» Cara dal fianco tuo, se tutto asconde
» In suo senso feroce un solo addio?....
» Tutto svelarti io pur vorrei; ma il tempo
» Fugge rapido, ahi troppo! Or tu dilegua
» Ogni timor; non formidabil corro
» Nemico a debellar; teco maggiore
» De l’uopo resta, valorosa, e forte
» Schiera de’ miei, a inaspettato assalto
» Pronta, e a lunga difesa; e sonvi ancelle
» Teco, e compagne, e se il tuo Sire è lunge,
» Nò, non sei sola; il tenero conforto
» Teco riman di rivederlo un giorno,
» Apportator di più secura pace,
» E più mai non lasciarlo... Odi!... lo squillo!...

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» È di Giovanni il segno!... Oh mia Medora,
» Un bacio... un bacio ancor!... un altro!.. Addio!..
Sorge, si slancia, e all’abbracciar di lui
S’avviticchia la bella, infin che sente,
Sotto la faccia che gli asconde in petto,
Un palpito destarsi. È senza pianto
Il languido, cilestre, occhio dimesso,
Nè a sè levarlo osa colui; discende
Su le braccia, e sugli omeri scomposta
La vaga chioma, e batte il sen, ma tardo,
Tanto l’opprime l’adorata immago,
Onde ripieno è tutto; il fero bronzo
Introna l’aere, ed il vicin tramonto
Del Sole annunzia, e par che il maledica.
Anco una volta, anco una volta, stringe
Corrado la meschina, e quelle forme
Mutole, supplichevoli accarezza,
Poi vacillante sulle molli piume
Così l’adagia, e ne la guarda ancora,
Quasi vederla, ahi! più non deggia; sente
Che donna altra per lui non ha la terra,
Fredda la bacia, il piè rivolge, e parte.