Il flauto nel bosco/Amicizia

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Amicizia

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La lettera Onesto
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Amicizia.

Quando arrivarono i due amici l’osteria era già quasi al completo: con ciò non si vuol dire che ci fosse molta gente, perché è un locale piccolo, un’antica latteria che di questa conserva l’aria innocente, coi suoi tavolini di marmo, le sedie verdi, il banco di zinco dominato dalla figura placida della padrona coi capelli bianchi sollevati infantilmente sulla fronte.

Una luce discreta scende dall’alto, da una lampada corazzata di velo rosso contro le mosche: una luce che raddolcisce i volti degli avventori e giova alla quiete di quel composto santuario di Bacco. E gli avventori si mostrano degni del luogo; nessuno fuma, nessuno è accompagnato da donne:

sono quasi tutti coppie di amici dai cinquanta ai sessanta; e il naso ardente che la luce complice della lampada non, riesce a difendere del tutto, e la pancia abbondante clic la cinta dei calzoni abbraccia a stento, rivelano tanti emeriti ubriaconi.

Dkledda. Il flauto nel bosco.

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Ma nessuno di essi trascende: tutti conoscono la scienza del bere, e bevono i vini sinceri, non badando a spesa, poiché per lo più sono commercianti che durante la giornata hanno concluso eccellenti affari; e sorridono con compatimento se fuori passa qualche comitiva di giovinastri avvinazzati che cantano e urlano trascinandosi in mezzo come una donna perduta la musica disperata di una fisarmonica.

Basta un esame a prima vista dalla porta a vetri spalancata, per far capire all’amico che condotto dall’amico ci entra per la prima volta, che si trova in un luogo d’iniziati, i quali si guardano bene dal fare la réclame al locale per non vedersi preso il posto, come pure sono parchi di complimenti con la padrona ancora senza malizia, per non indurla nella tentazione di battezzare il purissimo vino di Genzano ch’ella vende a metà prezzo delle altre ostesse.

— Eccolo, è seduto nell’angolo a destra della porta — disse sottovoce l’altro amico nel mettersi a sedere a un tavolino accanto [p. 179 modifica]al banco: poi si volse verso la padrona sorridendole e facendole cenni misteriosi con le labbra e con le dita, finché lei scese dal suo trono e portò un’anfora di vino rosso sulla cui bocca egli si piegò come sulla bocca odorosa di una fanciulla innamorata.

— Non mi fate sfigurare, sora Nina — disse sollevandosi. — Qui si tratta di un nuovo avventore che sebbene forestiero può dirsi padrone di Roma. Guardatelo bene: ha venduto oggi tant’olio da calmare il Grande Oceano in tempesta. Oh, compare, su, coraggio, all’assalto.

Il compare pareva immerso in un sogno, tutte le sue facoltà visive e intellettuali concentrate sull’avventore seduto solo al tavolino dietro la vetrata della porta che gli serviva da paravento.

Quest’avventore era anche lui un uomo anziano, ben portante, vestito completamente di nero, col viso raso tinto da quell’inesorabile riflesso che il buon bicchiere lascia sul viso dei suoi adoratori: solo lo distingueva dagli altri il brillare degli occhiali d’oro misto a quello dei vividi occhi azzurri.

Teneva davanti una bottiglia dal collo slanciato come quello di una bella donna, e di tanto in tanto la piegava lentamente [p. 180 modifica]con un gesto quasi di voluttà, versando il vino nel bicchiere; e il bicchiere non lo pienava mai più che a metà e lo accostava alle labbra con religione come fa il prete nella messa.

Nessuno badava a lui, tranne il nuovo avventore, ma anche questo cessò di fissarlo a un colpo che l’amico gli diede col ginocchio sul ginocchio dicendogli sottovoce:

— E bevi, Marcantonio! Così finirai col farlo andar via. E bevi.

L’altro beve, in silenzio: ma il vino gli gorgoglia in gola come quando si ha il singhiozzo. Uno, due, tre bicchieri: ricominciano i cenni misteriosi verso la padrona e l’anfora viene riempita. Quante volte viene riempita l’anfora e quante i bicchieri? I bicchieri che due veri amici bevono in compagnia, pagandoseli a vicenda, non è discrezione contarli: si deve badare solo all’effetto; e l’effetto è ottimo: la felicità siede terza al tavolino dei nostri amici e le fanno corona le migliori qualità che avvicinano l’uomo alla perfezione. [p. 181 modifica]

Specialmente il forestiero si sentiva in stato di grazia: ogni tanto allungava la mano per stringere quella dell’amico, e si faceva forza per non lasciar cadere qualche lagrima dentro il bicchiere.

— Ti ringrazio, oh, ti ringrazio — gli diceva sottovoce. — Eravamo amici ma adesso siamo fratelli. La mia casa è la tua, il mio letto è tuo.

— Eh, ma ci dorme anche tua moglie.

— Non fa niente. Mia moglie è una donna religiosa: e religioso sono anch’io — riprese alzando la voce e declamando sebbene le parole gli zoppicassero in bocca. — Cristiano sono, cattolico e credente, e venero la nostra santa madre Chiesa e il Sommo Pontefice e quanto lui fa. Se per esempio egli volesse uscire io sarei il primo ad approvarlo. Le cose andrebbero meglio, se lui uscisse, se si mescolasse al gregge, portando intorno la sua benedizione.

Qualcuno si volse ad ascoltarlo. L’amico si sentì un po’ a disagio e ammiccava qua e là verso i suoi conoscenti per scusare il [p. 182 modifica]forestiero. Un ometto però, seduto lì accanto, non poté tenersi dal dire:

— Qui la benedizione ce la dà la sora Nina, e che benedizione! Mi pare che anche lei la senta.

— Lei è comunista? — domandò fieramente il provocato.

— Qui non ci sono né comunisti né fascisti. Non c’è che un comune fascio di italiani che bevono alla salute e gloria della patria.

Uno scoppio di riso discreto scosse la compagnia: anche il signore laggiù sorrise, e il nostro amico, che non lo perdeva mai d’occhio, si sentì scorrere quel sorriso nel sangue con un brivido profondo.

Invitò l’ometto al tavolino, e fu lui adesso a far cenni alla padrona come fossero d’intesa da anni; poi raccontò i suoi affari di famiglia al nuovo amico, e lo invitò al suo paese e a casa sua.

— La mia famiglia, non faccio per dire è la più onorata e ospitale del paese. Ho ancora viva la nonna, sì, proprio la nonna, l’amico qui può affermarlo. Con questo non voglio apparire giovine io: la nonna ha cento cinque anni, e vede benissimo [p. 183 modifica]ancora a infilare l’ago, ed ha una memoria di ferro. Si ricorda di un porco che le fu rubato la notte che nacqui io, la bellezza di sessantadue anni fa, e ancora fa ricerche del ladro: perché noi, gente religiosa siamo; se però un torto ci vien fatto non lo dimentichiamo più. E questa mia vecchia, dicevo, è ancora arzilla e svelta: prima che io partissi mi diceva: cerca di vedere il papa; poi ci verrò anch’io, a vederlo, così morrò contenta.

— Dovrebbe aspettare ancora un po’, a mettersi in viaggio — sogghignò il compare, un po’ geloso della nuova amicizia, e poiché l’altro continuava e adesso alzava la voce come per farsi sentire da qualcuno, gli diede di nuovo un colpo sulla gamba, invitandolo a tacere.

— Qui non si usa stancarsi la gola, per non perdere il sapore del vino.

— Tanto più che c’è chi pesca e ripone nel sacco ogni nostra parola — disse piano l’ometto, accennando con la coda dell’occhio al personaggio con gli occhiali.

Allora il nuovo amico si protese verso di lui con curiosità ansiosa; ma un ultimo colpo sotto il tavolino lo richiamò al patto di un assoluto silenzio a proposito del personaggio misterioso, e gli fece ringoiare le sue domande. [p. 184 modifica]

Quando furono soli, i due vecchi amici, uno di sostegno all’altro, nella strada illuminata dalla luna, dopo un silenzio grave, si ritornò sull’argomento.

— Un altro po’ e mi tradivi come un cane. Era questo il patto? Il patto era che non lo avresti fissato in viso, che non avresti accennato a lui con nessuno. Ti avevo già avvertito che io solo conosco il segreto, che a te solo lo comunicavo: avvertito ti avevo o no?

— Avvertito mi avevi. L’ometto però dimostrava di sapere.

— Niente sa, lui; né lui né altri. Solo io, tu, lui e Dio. Egli capita all’osteria una o due volte la settimana; qualcuno lo crede un tedesco, qualche altro un professore, altri infine un commissario di polizia.

— Un tedesco? Un commissario di polizia? — protestò l’altro sdegnato. Poi si fermò, si piegò, parve interrogare la sua ombra.

— Ma è proprio lui? Non ti burli di me per caso?

— Se non vuoi credermi fa il comodo tuo, Marcantonio; ma io ti dico e ti affermo [p. 185 modifica]che quello è proprio il papa, che esce quasi tutte le notti, di nascosto; e fa bene. Ma che ti succede adesso? E vattene...

E gli diede un colpo sulle spalle, come ai bambini ingozzati. Si videro le due ombre traballare per terra, colte anch’esse da vivo turbamento e quella del forestiero trarre dalla saccoccia e accostarsi al viso un fazzoletto grande come un giornale: ma quel che può rendere interessante questo modesto perché veridico dramma fu che anche l’amico e l’ombra dell’amico trassero il loro fazzoletto e tutto il gruppo d’ombre e di amici pianse in silenzio. [p. 186 modifica]