Il flauto nel bosco/La lettera

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La lettera

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I due Amicizia
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La lettera.

La nonna tenne un po’ in mano la lettera azzurra chiusa con un sigillo dorato, orgogliosa che il giovane nipote, al quale era diretta, oltre che del modesto cognome paterno si giovasse di quello materno, ch’era quello di lei: cognome di nobiltà, antica quanto oramai povera, del quale il ragazzo si fregiava come di una medaglia al valore o, forse meglio, come di un’orchidea all’occhiello.

Poi mise la lettera sulla tavola ancora apparecchiata per lui e tornò a sedersi davanti alla finestra.

Un rettangolo di sole entrava dalla finestra e saliva ad accarezzar le mani, poi le ginocchia, poi il petto della piccola signora:

e quel tepore accresceva la gioia di lei, le sue speranze per ravvenire. Ella sognava, come aveva sempre sognalo nella sua vita: poiché la lettera, ella lo sapeva benissimo, era della ricca signorina che da mollo tempo piaceva al nipote; e una si [p. 168 modifica]che scrive così una lettera voluminosa, sigillata in quel modo, non può che essere innamorata e consenziente. Un rifiuto è scarno, sdegnoso di segreto, e tutt’al più si nasconde per cortesia e non usa sigilli dorati. — Ella lo vuole. Finalmente lo vuole, Dio sia ringraziato — pensa la nonna, piegando la testa: e il sole le accarezza anche la testa di argento e pare proseguire il pensiero di lei: — Sì, nonna, ella lo vuole; e tu puoi alfine riposarti, metterlo nelle sue braccia come tu lo hai ricevuto dalla tua figlia morente: puoi alfine dormire e stare sempre al sole laggiù.

Laggiù, si vedeva dalla finestra, era la cittadella bianca di quelli che non aspettano più; coi suoi verdi merli di cipressi, su uno sfondo di monti così azzurri che sembravano i monti del paradiso.

Ella cominciava a sonnecchiare, quasi prendendosi un acconto del grande riposo; ma d’un tratto l’orologio a pendolo, che palpitava incessante nella quiete della piccola sala da pranzo, suonò rapido le ore, e a lei parve di sentirsi battere sulle spalle con una verga di metallo. Trasalì e fu ripresa da tutte le inquietudini della realtà.

Il ragazzo tardava. Non era la prima volta che tardava; ma non per questo l’inquietudine di lei s’illudeva. Erano tutti e [p. 169 modifica]due soli nella grande città; e nella grande città i pericoli di morte sono più facili che nel deserto.

Tanto più ch’egli era distratto, se non spensierato; anzi molto serio e pensieroso ma indifferente ai pericoli e come lontano dalle cose piccole eppure così terribili della vita.

Per esempio, avrebbe potuto avvertire, quando tardava, sapendo la nonna sola e inquieta, tanto più che avevano il telefono, solo superfluo che ella si permetteva appunto per potere stare sempre in contatto con lui, e chiedere soccorso all’umanità in caso di bisogno.

E d’improvviso ella s’alzò vibrando poiché un suono di campanello la chiamava; ma era il campanello della porta, ed ella non s’illuse un istante: una disgrazia doveva essere accaduta.

La porta dava su un pianerottolo scuro ed ella apriva sempre con una certa diffidenza, sebbene poco avesse a temere; questa volta però aprì subito e trascolorò nel vedere una guardia di città.

— Non si spaventi, — disse l’uomo sinistro, — suo nipote è stato investito da una bicicletta e ha un piede ferito: io stesso [p. 170 modifica]l’ho accompagnato all’ospedale. È cosa da nulla.

— Non è vero — ella esclamò. — Se la cosa non fosse grave egli si sarebbe fatto accompagnare a casa. Ditemi la verità.

— Io non dico che la verità — l’altro affermò severamente. — Suo nipote la prega di andarlo a vedere.

Ella corse dentro. Dove correva? Non le importava di mettersi il cappello ed il cappotto: correva per qualche altra cosa. Rientrò nella saletta da pranzo e provò una indicibile angoscia nel rivedere la tavola ancora apparecchiata per lui che forse non sarebbe rientrato mai più: prese la lettera e tornò alla porta.

— Andiamo.

Andarono. Le scale non finivano mai. Erano buie e gente misteriosa saliva e scendeva e a volte impediva il passo alla nonna e al suo sinistro compagno.

Finalmente uscirono nella strada, ed ella prese una vettura per arrivare più presto: ma neppure a farlo apposta il cavallo sdrucciolava sul selciato fangoso, e il vetturino, pure frustandolo e imprecando, lo faceva camminare piano.

— Io lo sapevo, — ella diceva alla guardia che non parlava più, — lo sapevo che una disgrazia doveva succedere. Era troppo [p. 171 modifica]buono e bello, il mio bambino; e adesso, dopo tante disgrazie, dopo la morte della sua mamma e poi del padre e di tanti altri parenti, eravamo quasi felici: lui studiava, ed io ero venuta in città per assisterlo, perché non avevo altri che lui. Non siamo più ricchi, come un tempo, anzi siamo poveri; ma tante speranze fiorivano nel margine della nostra vita. Anche oggi, poco fa, è arrivata una lettera, una bella lettera celeste, col sigillo d’oro, che portava certamente la fortuna.

A queste parole la guardia parve sogghignare; il suo viso pallido e gonfio, con gli occhi bistrati e la bocca livida, aveva davvero qualche cosa di lugubre.

— Sarà la lettera di qualche ragazza della quale suo nipote è invaghito.

— Che ne sapete voi? — disse la nonna.

E un dubbio rese più intollerabile la sua angoscia; sì, il ragazzo era molto innamorato della donna del sigillo d’oro: e aveva attraversato periodi di grande tristezza per lei che non lo voleva. Non si confidava con la nonna; ma la nonna sapeva tutto, e il dubbio che egli avesse tentato di morire per amore rendeva più intollerabile la sua angoscia. [p. 172 modifica]

La vettura continuava il suo triste viaggio. Adesso percorreva un viottolo stretto fra due siepi; e la nonna si meravigliava che l’ospedale fosse così lontano.

D’un tratto il cavallo inciampò di nuovo, ed ella propose alla guardia di scendere e proseguire la strada a piedi.

— Lei è pazza, — disse il cattivo uomo, — non si arriverebbe neppure fra un’ora.

Mille angosciosi pensieri le oscuravano la mente; aveva paura che il vetturino sbagliasse strada, o conducesse lei e il suo compagno in qualche luogo pericoloso; e non sapeva se era giorno o notte: aveva perduto la nozione del tempo e le pareva di aver la testa avvolta in un velo nero. E il più terribile era che, come nei sogni, ella sentiva di non aver più la volontà di vincere la sua angoscia: mentre quando si è desti, vale a dire si è vivi, basta questa volontà a rendere sopportabile anche il più crudo dolore. Quando si sogna nel dormire, invece, e si è quindi già nel regno della morte, si sente che ogni volontà è inutile, e il dolore è completo. [p. 173 modifica]

E il suo affanno crebbe quando la guardia le chiese d’improvviso di far vedere la lettera; e anzi tese la mano per aprire la borsa di lei. Ella non oppose resistenza.

L’uomo trasse la lettera, la guardò da una parte e dall’altra, poi anche attraverso la luce, ma non l’aprì: infine la rimise accuratamente dentro la borsa.

— Questa gente qui bisognerebbe impiccarla, — disse con enfasi: — non pensa che a divertirsi, e chi piange piange -. E la nonna non dubitò più: il ragazzo doveva aver compiuto un delitto contro sé stesso per amore.

— Per carità, in nome di Dio, mi dica il vero, — supplicò, — sono coraggiosa; ho avuto tante disgrazie. Il ragazzo ha tentato di uccidersi?

La guardia fece cenno di sì, in modo strano, quasi sorridendo, quasi volesse dire: — E poiché lo sa, perché me lo domanda?

— È grave?

Egli accennò ancora di sì, ma senza più sorridere.

Allora lei si mise a piangere: un pianto senza lagrime, ma di una pena infinita, quale non l’aveva mai provata neppure per la morte degli altri suoi cari.

Le parve che quel viaggio misterioso la [p. 174 modifica]conducesse ai confini della terra; laggiù dovevano seppellirla.

E tutti i più dolci ricordi del diletto fanciullo le tornarono al cuore, e da fiori si mutarono in serpi: e il dolore ch’egli le dava, e questa prova d’ingratitudine e disamore per lei, aumentarono il suo amore per lui. Lo vedeva disteso lungo pallido sul letto dell’ospedale, con la giovine bocca e i grandi occhi tinti dalle viole della morte, e si faceva coraggio solo per far coraggio a lui, e aiutarlo nel passo ultimo come lo aveva aiutato nei suoi primi passi.

E pensava di mettergli la lettera in mano, poiché egli l’aprisse al di là e tutto il suo eterno avvenire ne fosse illuminato di gioia.

Lo squillo nervoso del telefono la svegliò dal suo cattivo sogno.

Era lui che chiamava.

— Nonna, scusami; ho tardato; sono con degli amici che mi tengono a colazione con loro. Nonna...

— M’ero addormentata; e sognavo — ella disse, con una voce lontana ancora fredda d’angoscia.

Egli non badava a lei. [p. 175 modifica]

— Tornerò verso le cinque; se hai da uscire esci pure, nonna.

— C’è una lettera per te.

— Una lettera? Ah sì, — egli disse dopo un attimo di silenzio, — so di chi è. Va bene. Addio.

Ella tornò nella saletta da pranzo e guardò con un senso istintivo di pietà la lettera.

Più tardi infatti, quando egli se ne andò fuori di nuovo nella sera luminosa di luna e di canti giovanili, la rivide aperta e lasciata con indifferenza sul tavolino di lui: ne lesse qualche brano; e seppe che la fanciulla dal sigillo d’oro non solo voleva il ragazzo, ma si lamentava di essere già abbandonata da lui. [p. 176 modifica]