Il flauto nel bosco/Tregua

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Tregua

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L’anello che rende invisibili Domani
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Tregua.

L’uomo uscì verso sera, come di solito usava.

Di solito usava uscire a quell’ora per anelare a procurarsi del cibo: poiché egli viveva nella grande città come il lupo nei boschi, lupo fra i lupi; meno ingordo degli altri, però, anzi afflitto da un male che, dati i tempi, sarebbe stato per molli altri una fortuna, ma che per lui, non più giovane, non bisognoso, era proprio un male:

la disappetenza.

Così usciva verso sera per camminare e farsi venir fame e poi andar a pranzo dove sapeva di trovare cibi onesti, o procurarseli da sé e mangiare in casa.

La sua casa era piccola e bella; e fredda come può essere la casa di un uomo solo; a lui piaceva; solo Io infastidiva il dover attraversare, per uscire, una grande terrazza sulla quale davano le camere sue e quelle della famiglia che gli aveva affittato metà del proprio appartamento. [p. 120 modifica]

Meno male era d’inverno e le porte-finestre [erano] chiuse; tuttavia attraverso i vetri di quella del salotto da pranzo dei suoi padroni vide le donne piegate in cerchio intorno a un braciere giallo, come i petali d’un fiore intorno al pistillo; e un bambino vestito di azzurro che scriveva sulla tavola, sotto la luce di una piccola lampada rosa: il luogo dava l’impressione di un piccolo giardino chiuso; eppure egli passò rapido, con un senso di freddo; penetrò in una specie di torre che era la scala, scese quasi a tastoni e uscì.

La sera di dicembre è tiepida ma nebbiosa; egli se ne va lungo la strada larga, poco illuminata: solo una luce strana, bassa, che pare esca di sotterra, imbianca i marciapiedi umidi e una parte delle case, lasciando scuri i piani superiori che sfumano nella nebbia e sembrano costruzioni non finite.

Egli ricorda d’un tratto che c’è sciopero di elettricisti; la gente va tutta a piedi, affannata e arcigna, con qualche cosa di bieco e di nemico negli occhi: le persone che s’incrociano con le ombre, le faccie illuminate di scorcio, angolose e bianche e nere, dànno ragione ai più sinistri pittori futuristi. [p. 121 modifica]

Eppure l’uomo le guarda quasi con piacere; perché in fondo, a volte, è questo, che egli vuole; veder gli uomini esasperati e deformi, resi nemici dal loro vano affanno, e trarne ragione a vivere con calma, se non con allegria.

Lui camminava piano, tranquillo: persone frettolose lo urtavano e proseguivano, come onde contro un pilastro: una donna vestita di rosso lo investì e lo maledisse: ed egli sentì un’impressione di cattivo calore, un riflesso di lei, e ricordò le sue inutili passioni d’amore.

Si ritrasse verso il muro, come un animale timido, e andò avanti. La gente non gli faceva paura; ma quando era urtato si ritraeva sempre, istintivamente, e gli sembrava di appartenere a un’altra razza, forse inferiore, forse superiore, forse più triste e oppressa di questa, ma infinitamente più viva.

Cammina cammina finalmente si trovò solo; la strada era la stessa, anzi più larga, con le case più belle e circondate di giardini; ma la luce terminava lì, e la gente, come gl’insetti, accorre solo intorno ai lumi.

Egli andò oltre, con un senso di benessere, di padronanza; i suoi occhi anziani [p. 122 modifica]vedevano meglio in quella penombra dove la nebbia sembrava più chiara e dava quasi luce. Così si accorse di non esser più solo, come credeva. Coppie di amanti passavano dove l’ombra era più fitta; quasi tutti però questionavano. Egli non li invidiava; ma avrebbe preferito non incontrarli.

D’un tratto la strada si restringeva e svoltava, in salita e poi in discesa; un semicerchio sempre più stretto e più buio, chiuso da alti muri di giardini: pareva un androne, ma egli poteva percorrerlo anche ad occhi chiusi perché era la strada che faceva quasi ogni sera per andare in una piccola trattoria dove si mangiava bene. La trattoria era giù dopo la svolta; se ne vedranno bene i lumi, come della taverna nel bosco. Cammina cammina, la strada diventa davvero simile a un sentiero di bosco, fra i due muri di sopra dei quali grandi alberi coperti di nebbia stendono una volta opaca senza stelle; si sente odore di musco, di muffa e di viole; ma i lumi non si vedono, tutto è solitudine e tenebre; e lontano un rumore imita bene quello della foresta.

Allora egli ricorda che le trattorie sono chiuse; è la notte del ventiquattro dicembre. [p. 123 modifica]

Se ne tornò indietro alquanto indispettito: non c’era neppure speranza di andare nel grande Emporio di commestibili e di piccole truffe dove a volte egli aveva il coraggio di penetrare come in una gabbia di galline, — e del pollaio c’era anche l’odore, — ad ammucchiarsi con le signore dai cappellini storti sbattuti dal vento della necessità, e coi padri di famiglia che sembravano, con la loro aria dignitosamente afflitta, tanti nobili decaduti; e neppure nella lucida pizzicheria dove almeno la truffa dava un senso di vanità aristocratica, e la sottile pizzicagnola gli sorrideva quasi amorosa, tutta bionda fra i suoi rosei salumi e le aringhe dorate con le quali aveva una strana rassomiglianza.

Tutto era chiuso; e il più chiuso di tutti, per lui, il cuore del suo prossimo; per cui non c’era neppure da sperare in un invito a pranzo.

Rifece la strada dei villini, si scontrò ancora con le coppie d’amanti litigiosi, e s’irritò. Perché s’irritava, se l’amore non lo interessava più? E perché s’irritava di non [p. 124 modifica]aver trovato da mangiare se non aveva appetito? Perché è nella natura dell’uomo di irritarsi per nulla; o fingere a sé stesso di irritarsi per nulla.

In fondo era irritato perché non sapeva dove andare. Camminare no, poiché lo scopo è fallito: meglio imitare ancora una volta i grandi, gl’infelici tedeschi durante la guerra; andare a letto per impedire alla fame di impadronirsi del nostro corpo: ma è presto detto andare a dormire alle otto di sera; c’è negli angoli della camera uno spettro ben più terribile di quello della fame; lo spettro dell’insonnia.

Del resto qualche cosa nello stipo del salotto egli ce l’ha sempre: chiuso, lo stipo pareva una libreria, con una fila di bei libri dietro i cristalli del piano superiore; aperto lasciava vedere, nel piano inferiore, una costruzione di scatole di leccornie, con ai due lati come le torri delle facciate delle chiese due bottiglie di liquori.

Egli provò, al ripensarci, un senso di nausea come avesse una forte indigestione.

Si ritrovò nella strada davanti a casa sua: la gente è scomparsa; rimangono solo pochi viandanti randagi come lui, che si [p. 125 modifica]guardano con occhi miti, quasi con umanità; vien voglia di salutarsi come esuli in terra straniera. E ad accrescere conforto, d’un tratto le lampade si accendono, misteriosamente, come per volere di Dio.

Ed è certo il volere di Dio che impone agli elettricisti di dare una tregua per quella notte.

L’avvenimento gli fece sperare di passare inosservato nella portineria invasa di serve che gridavano di meraviglia per il ritorno della luce; tuttavia egli vide gli occhi di tigre della portinaia fissarlo, mentr’ella pur lo salutava con deferenza, e appena fu passato la sentì che diceva:

— È quel pazzo avaro che sta dai giudii.

Allora si ricordò che ancora non le aveva dato la mancia, e anche se gliela avesse già data ella avrebbe parlato lo stesso.

Del resto è vero che i suoi padroni di casa sono ebrei: ecco perché se ne stanno quieti nella loro tana; quieti e un po’ melanconici, anch’essi esiliati lontani dalle loro terre di sole.

Nell’attraversare la terrazza rivide le donne piegate intorno al braciere; una di esse però, la più alta e la più bruna, s’era alzata e apparecchiava la tavola; e la tovaglia [p. 126 modifica]era di un bianco luminoso sotto la lampada grande tutta accesa sotto il suo volante di merletto.

Il bambino stava presso la porta-finestra, coi suoi grandi occhi azzurri di gattino in agguato. Nel veder l’inquilino trasalì e cominciò a picchiar le unghie sui vetri, chiamandolo a nome.

Egli si volse: la donna che apparecchiava la tavola si volse anche lei. Era bella come un’ebrea della Bibbia, sebbene pallida e accigliata e quasi minacciosa.

Era l’unica persona della quale l’inquilino avesse realmente paura: poiché era la sua padrona di casa e poiché gli piaceva. Per paura si fermò, ai gridi del bambino che continuava a chiamarlo: per paura si scostò, quando la donna aprì la vetrata e gli domandò scusa.

Ma il bambino non lasciava sentire le parole di lei, tanto gridava sollevandosi sulla punta dei piedi e tirandole la veste.

— Diglielo dunque, mamma; e diglielo, e diglielo, e diglielo...

L’uomo aveva paura che qualche guasto fosse avvenuto nel suo appartamento. La donna s’era fatta rossa, mentre le altre s’alzavano tutte intorno al braciere. Ma d’un tratto egli vide un fenomeno simile a quello del ritorno improvviso della luce: [p. 127 modifica]la sua padrona di casa gli sorrideva. E quando riuscì a far tacere il bambino gli disse, turbata come se gli facesse una dichiarazione d’amore:

— Si voleva pregarla di pranzare con noi. [p. 128 modifica]