Il miracolo/Parte prima/II

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Capitolo II

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Parte prima - I Parte prima - III

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CAPITOLO II.

La stretta rampa esteriore e il loggiato breve, a colonne, della casetta a un sol piano, sembravano infiorarsi dei petali porporini che l'aurora lasciava cadere da' suoi veli fuggevoli. Una pace piena di sorrisi veniva dal cielo, un silenzio, già solcato da impercettibili bisbigli, regnava sull'orto, dove le cime degli alberi già fremevano per la irrequietezza dei nidi.

Tutte le cose odoravano di santità, e Orvieto, in quelle prime ore mattutine, richiamava al pensiero le città dolcissime dell'Umbria, quando San Francesco le attraversava camminando fra i popoli, predicando l'amore di Cristo, e messer lupo lo seguiva pensoso, e le rondinelle, dolci sirocchie, gli facevano corona intorno, sospese a volo, coi becchi spalancati, le ali aperte, attonite al suono delle miti parole rivolte loro dal santo poverello.

Domitilla Rosa uscì sul loggiato e spinse lo sguardo verso destra, dalla parte della rocca, e [p. 47 modifica]verso sinistra, dalla parte che mena all'interno della città; il viso le si rischiarò di tripudio. Per tre anni consecutivi la pioggia, forse a castigo dei molti peccati, aveva impedito la processione del Corporale; ma in quella mattina il cielo appariva così radioso, l'oro del sole nascente si mesceva già con così larga promessa di luce ai rosei vapori, che la processione avrebbe potuto svolgersi in tutta la sua magnificenza. Era dunque giorno sacro, giorno di grazia, e Domitilla Rosa, fin dalle tre del mattino, quando le campane in coro avevano annunziato l'esposizione del reliquiario, si era immersa nella preghiera mentale, interrotta da slanci di passione amorosa, che le facevano battere il cuore, e da accessi di sconforto per la propria insufficienza a ben comprendere e misurare gli spasimi della passione di Cristo; sconforti che la spingevano a battersi il petto ed a rimanere lungamente, come annicchilita, con la fronte nella polvere. Ma ella usciva, di solito, gioconda e ringagliardita da tali ore di prova, perocchè il demonio su di lei non prevaleva, ed ella aveva imparato, leggendo i fioretti di San Francesco, che bisogna amare e servire Iddio con letizia di spirito. Indossò la bella veste di seta nera, ereditata molti anni prima dalla madre, e si ornò degli ori, che forse avevano abbellito il seno delle ave degli avi, quando le donne orvietane, dopo i tumulti e le ire delle fazioni, si adunavano coi fratelli e i mariti in vista del palazzo del Capitano [p. 48 modifica]di popolo e giuravano pace, abbracciandosi, pronte a ridiventare ringhiose insieme coi loro uomini e ad eccitarli alla strage nelle ore dei frequenti conflitti.

Domitilla Rosa, avviandosi al Duomo, s'inoltrò per le vie traverse, a salite e discese, ampie e poi strette all'improvviso, a rapide svolte impreviste, interrotte da piazze disselciate, dove inaspettatamente qualche immenso palazzo cadente o il portale superbo di qualche chiesa, serbante nelle linee i segni del Sangallo o dello Scalza, narrano gli antichi fastigi della città.

Ella camminava nel sole, ancora benigno, senza incontrare anima viva, e salutava, andando, i rami degli alberi, che si affacciavano in silenzio dai muri bassi degli orti e dei giardini, o si arrestava un attimo per ammirare con infantile godimento le foglie brune dell'edera tappezzante i fianchi di qualche casupola dalle finestrelle chiuse, dalle porte alte e strette, in cima alle scale a doppia rampa, collocate all'esterno.

Nessuna di queste leggiadrìe della sua città sfuggiva a Domitilla Rosa, perocchè ella possedeva una inconsapevole anima di poeta. Certo, in lei doveva discendere, per lungo ordine di secoli, il senso d'arte di qualche maestro dell'opera, di qualche artigiano umile giunto di Siena o di Perugia al seguito di un maestro già esperto nei lavori della pietra e, divenuto esperto a sua volta, incaricato dai camerlenghi di scolpir figure bibliche o animali simbolici su qualche colonna [p. 49 modifica]della facciata, ovvero di ornare in tarsia qualche seggio del coro. Forse, nata e cresciuta in altro ambiente e in altri tempi, Domitilla Rosa avrebbe domato, mercè l'esercizio della bellezza, la sete inestinguibile della sua anima; forse anche avrebbe potuto largire agli uomini tormenti e gioie con i molti vezzi della sua persona ormai sfiorita; forse, in Atene e Roma, giovani di ricche famiglie avrebbero appeso corone alla sua porta ed ella avrebbe danzato al suono delle tibie, su tappeti di porpora, avvolte le membra in tuniche di bisso, per infiammar di lascivia i signori del mondo; ma, nata e cresciuta nell'ombra della sua casetta orvietana, ella, priva di nozze, adorava il Signore, esaltandosi in lui.

Nella via del Duomo, presso la bottega di Bindo Ranieri, si rammentò che Serena non le era comparsa in casa dal giorno avanti; ma di ciò non risentì alcuna preoccupazione.

Chi avrebbe potuto far del male a una simile farfallina del buon Dio? Quasi a conferma di tale fiducia, dallo scosceso viottolo, a destra, un piccolo involto di mussolina bianca rotolò, rimbalzando fin sotto la torre di Maurizio. Era Serena, con le gambe nude, le braccia nude, il capo nascosto dentro un candido cuffiotto a ricami e, fra tutta quella bianchezza, un fiocco d'oro splendeva: la treccia bionda, legata da un nastro azzurro.

Domitilla Rosa non alzò la voce per chiamare la nipotina; affrettò invece il passo per raggiungerla [p. 50 modifica]e le tirò piano la treccia, schiudendo al riso nell'atto le labbra pallide.

La bimba si volse, imbizzita, pronta alla collera: ma, veduta la zia, l'abbracciò ai fianchi e mandò esclamazioni di gioia.

— Dove hai dormito questa notte, farfallina? - Domitilla Rosa interrogò.

— Ho dormito da Villa, che mi ha regalato il vestito bianco e anche le scarpe. Guarda - e nella furia di mostrare a un tempo i due piedini calzati a nuovo, la bimba cadde seduta in terra, ma senza nemmeno toccar la polvere tanto fu presta a rialzarsi.

Villa Ranieri accorse dall'uscio della sua bottega per dare un bacio a Serena e fornire spiegazioni a Domitilla Rosa.

— La piccola ieri sera mi si è addormentata qui, in negozio, e l'ho tenuta con me.

Domitilla Rosa approvò con gesto del capo e Villa soggiunse:

— Bisognava sentirla, poco fa, quando l'ho vestita. Gridava più forte de' miei canarini ed ha voluto mirarsi in tutti gli specchi.

— Una farfallina del buon Dio! - disse Domitilla Rosa, crollando la testa dolcemente e guardando Serena, la quale, diritta nell'ombra della torre, scherniva Maurizio, lo stupidone, che in quel momento batteva il martello sulla campana e segnava otto ore.

Villa Ranieri, donna ancor giovane dai capelli ricciuti e bianchi, dagli occhi vividi e scuri, tornò [p. 51 modifica]presso l'uscio de suo negozietto, dov'ella e il marito facevano commercio di tante cose gentili: immagini sacre, cartoline finissimamente illustrate, fotografie del Duomo, minuscoli vasetti di stile etrusco, figurine in alabastro. Quivi Bindo e Villa Ranieri trascorrevano in contentezza placida e in modesta agiatezza la loro vita, e, poichè non avevano figliuoli, adoravano i bimbi degli altri. Ermanno e Serena erano i due piccoli despoti della loro casa e dei loro cuori.

Domitilla Rosa, presa per mano la nipotina, si avviò al Duomo, di cui già apparivano i robusti fianchi di pietra bianca e nera e di cui la croce splendente fiammeggiava come librata fra cielo e terra, quasi immota nell'aria per virtù di miracolo; ma subito la cuspide centrale, portante la croce, si dispiegò all'occhio a guisa di vela aerea, e poi si videro le due guglie fiorite di ricami marmorei, poi le due cuspidi laterali, poi ancora le altre due guglie ai due punti estremi della facciata, che sotto il bacio della luce viveva tutta nello sfolgorìo degli ori, nel palpito dei musaici, nella varietà delle figurazioni, nelle tonalità innumerevoli dei colori, che si affratellavano e mescevano le loro tinte digradando in perfetta armonia.

Domitilla Rosa abbassò un istante le palpebre e adunò forza per sostenere il bagliore di tanta bellezza; ella strinse la mano di Serena e disse:

— Vedi? Quanti santi, quanti angeli e arcangeli, quanti dottori della legge divina, quanti [p. 52 modifica]profeti, quanti patriarchi! Pare che il cielo si apra e ci mostri una parte di Paradiso!

Serena non l'ascoltava, intenta a guardar le rondini salire e ridiscendere, sfiorando con l'ombra dell'ala le faccie gravi dei giudici d'Israele e le tuniche ricadenti dei cherubini. Due rondini s’incrociarono e confusero il frullio delle loro penne intorno al capo della Vergine, sotto il padiglione, nel portale di mezzo.

Serena domandò:

— Perchè gli uccelli gridano quando volano? Zia Domitilla Rosa, dimmi perchè?

— Perchè sono contenti, perchè esaltano anche essi la gloria del Signore.

Dal portale un'onda impetuosa di suono irruppe, simile al grido esultante di mille cuori, e Domitilla Rosa, già turbata dal fremito precursore dell'estasi, entrò nella chiesa, trascinandosi dietro Serena. Una esaltazione di gioia la travolgeva verso il fondo della navata, dove le spire odoranti dell'incenso s'innalzavano lentamente, in volute grevi, e dove i lumi segnavano liste di fiamma. Dal coro le voci dei cantori, alcune tonde e piene, talune acute e squillanti, modulavano le strofe dei salmi sopra l'accompagnamento dell'orchestra.

Domitilla Rosa andò prima a genuflettersi nella cappella di sinistra, innanzi al reliquiario del Corporale, e si recò poscia a destra, nella cappella della Madonna, dov'ella era sicura che il Beato Angelico aveva dipinto, tenendo aperti per grazia [p. 53 modifica]divina gli occhi mortali sulle magnificenze del Paradiso, tanto la gloria di Cristo le appariva in quelle pitture circonfusa di verità e di grandezza. Ma, a poco a poco, ella distolse l'occhio da quella soavità di colori per assorbirsi interrorita nelle figurazioni terribili del Signorelli.

La predicazione dell'Anticristo non le incuteva paura, ed ella guardava con occhio beffardo uscir dal tempio a colonne le turbe sedotte, per affollarsi intorno a colui che è mandato sulla terra a predicare parole di menzogna. L'Anticristo poteva ben somigliare nelle vesti, nella chioma, nella barba al divino Maestro, poteva benissimo esporre parabole, ammantandosi di falsità. Domitilla Rosa lo avrebbe riconosciuto subito con la chiaroveggenza del suo cuore amante e lo avrebbe irriso, proclamando al suo cospetto la verità unica dell'unico Figliuolo di Dio.

Ma la figurazione dell'Inferno l'annichiliva, ed ella sentiva nelle proprie membra lo scottar di quel fuoco inestinguibile; sentiva le braccia paralizzate dalle corde con le quali i demoni avvincono i dannati, e la cute le si arricciava pel bruciore dell'alito di un demonio scarmigliato, che lacera e squarta un peccatore urlante, in quella che un altro peccatore prono abbassa la cervice sotto la pressura di un altro demonio. Quale spavento! Quale ambascia! Quanto implacabile è la giustizia di Dio! Domitilla Rosa celò il viso tra le pieghe del velo per sottrarre l'occhio allo scempio di quelle membra mutilate, contorte [p. 54 modifica]a guisa di serpi, abbarbicate in abbracciamenti osceni ai corpi villosi dei demoni tormentatori; ma tornò ben presto a riguardare affascinata, mentre le voci dei cantori osannavano e dalla cappella del Corporale si diffondevano le nubi dell'incenso bruciante nei turiboli d'oro; tornò a riguardare e fissò il gruppo isolato della bellissima donna nuda, cavalcioni sul dorso d'un demonio lascivo, che si volge cupido a rimirar la sua preda, spingendole dentro i capelli la punta del corno adunco e tenendo aperte orizzontalmente le ali a membrana per isprofondarsi nel baratro e quivi martoriare per l'eternità la bella creatura.

Un pensiero si confisse come pugnale nel cervello di Domitilla Rosa: quella donna le somigliava, ed a lei sarebbe toccata la sorte medesima. Il cuore le battè precipitoso, perchè ella si ricordò che, a sedici anni, rimaneva spesso di notte, in primavera, a noverare le stelle, canticchiando strofette d'amore. Cantava della povera inglesina:

La povera inglesina, tradita nell'amor Che va girando il mondo, cercando il traditor.

E Domitilla Rosa, a sedici anni, si figurava il traditore come un essere amabile, desiderabile e, pensando a lui, si baciava le braccia, felice di sentire il calore della sua bocca ardente sulla frescura della sua pelle nuda! Ahimè! Ahimè! Il Signore aveva certo scritto ciò nel libro di diamante, [p. 55 modifica]ove sillaba non si cancella! La misera creatura, nata per la bontà e per la gioia, divenne tra quel fasto, quei canti, quelle pitture, malvagia contro sè stessa, e la fantasia, in lei così gioconda e schietta, si ottenebrò di terrori, ond'ella, abbandonata in ginocchio sui gradini marmorei dell'altare, imprecò alla vita, chiamandola insidiosa, imprecò alla carne, chiamandola abietta; alla carne, contro cui i santi del deserto avevano battagliato e che essi avevano domato con cilici e astinenze.

Un fruscìo leggero di vesti e l'effluvio sottilissimo di un profumo, l'avvertirono che la signora, così era chiamata di solito Vanna Monaldeschi, entrava nella cappella. Alzò il viso, già riconfortata, e sorrise a Vanna, che, dopo averle sorriso, prese posto sopra il suo inginocchiatoio gentilizio e si raccolse nella preghiera con signorile compostezza. La gonna di seta chiara si drappeggiava intorno all'inginocchiatoio e i due fermagli gemmati del libriccino d'avorio splendevano traverso le dita lunghe, guantate di bianco.

Domitilla Rosa cercò di Serena per dirle che poteva uscire, se era annoiata di rimanersene quieta, ma Serena era già uscita da molto tempo e si era messa alla ricerca di Ermanno, che aveva incontrato subito nella piazza, in compagnia di Titta, e adesso girellavano per la città, senza scopo, Ermanno abbigliato di velluto nero, col collare di pizzi antichi, simile a un duca del Rinascimento; Titta, in abito di parata, con un bizzarro cappello a staio, largo e piatto, con un panciotto [p. 56 modifica]sgargiante di seta a rabeschi e una grossa canna, a pomo d'avorio, ch'egli batteva sopra il selciato, facendo largo tra la folla ai due piccolini, quasi fosse un mazziere incaricato di preannunziare il sopraggiungere delle loro maestà.

Era bello vedere al sole i due bimbi; Ermanno, più alto, col braccio buttato intorno al collo di Serena, la quale camminava ardita, incurante degli urti, dimenando la personcina, spingendo avanti le gambette col moto deciso di un soldatino automatico quando fa, sopra un tavolo, le evoluzioni. Attraversarono così la piazza del Popolo, costeggiando il grandioso palazzo, dove la città ha scritto tante pagine della sua storia, s'inoltrarono, luminosi, per l'ombra fosca delle arcate antiche; vollero fermarsi in piazza Vittorio Emanuele per ammirare sul balcone del Palazzo Municipale gli ombrellini variopinti delle signore disposte in fila davanti alla balaustrata e, poichè uno scampanìo festoso annunziava l'uscita della processione, si dettero a correre verso, il Duomo, tenendosi per mano e lasciandosi indietro Titta, il quale inutilmente allungava il passo per raggiungerli.

— Signorino, signorino - egli invocava con accento supplice - ferma, ferma, attento, ferma - gridava, quasichè chiamasse aiuto, per arrestare nel corso due cavalli sbrigliati e, presso la torre del Moro, Bindo Ranieri, ridendo forte agli urli disperati di Sua Eminenza, si pose nel centro della via, allargò le gambe, allargò le [p. 57 modifica]braccia, e i due bimbi, ciechi per la furia, inciamparono in lui e gli caddero addosso, aggrappandoglisi alle maniche della giacca.

— Dove si corre? Dove si corre? - Bindo chiese, continuando a ridere e tenendo fermi in una mano i due polsi uniti di Ermanno e nell'altra i due polsi uniti di Serena.

Ermanno ubbidì alla stretta, ma Serena si divincolava, menando calci all'aria con le scarpettine bianche.

— Eh! Eh! quanti capricci ha oggi la miss di Nuova York! - Bindo Ranieri esclamò, sollevando la bimba e tenendola sospesa. - Guarda, che ti butto in cima alla torre del Moro!

— Vogliamo vedere la processione! - Ermanno disse, scuotendo i polsi, eccitato anche lui dall'esempio ribelle di Serena.

— Sta bene, ma per vedere la processione non c'è bisogno di cacciarsi tra la folla dei villani. Si resta qui, all'ombra, e si aspetta che la processione passi. Un pochino di pazienza; che diamine!

— Brutta la pazienza! - Serena gridò, rossa per la collera, e le sue mani sguisciarono dalla mano grande di Bindo, ed ella fuggì al galoppo serrato, piegando nel corso le gambe sottili, mentre le ali bianche del cuffiotto si gonfiavano e svolazzavano i nastri della bionda treccia.

Ermanno, con uno strattone, si liberò anche lui, raggiunse Serena, e i bimbi scomparvero in via del Duomo, inseguiti dal povero Titta, di cui [p. 58 modifica]le vecchie gambe sembravano un compasso spalancato e che brandiva in alto la mazza agitandola con gesti di desolazione.

I bimbi, sempre di corsa, arrivarono nella piazza e s'inerpicarono sopra i sedili di pietra, collocati di fronte all'ingresso del Duomo.

Il portale di mezzo, ampio e a tutto sesto, si apriva magnifico di fregi e mosaici, formando cornice alla processione, che, svolgendosi lentamente dall'interno della navata, usciva nel sole come per un'apoteosi, discendeva adagio la gradinata, passava sotto i balconi drappeggiati del palazzo dell'Opera, si snodava per via Soliana, oggi disabitata, una volta forte di torri filippesche, altera di filippesche dimore.

Serena non era contenta. I fratelloni delle confraternite camminavano troppo adagio! Essa avrebbe voluto che le loro cappe rosse, azzurre, bianche, fossero volate via in un turbine, ed altre cappe di altri colori fossero sopraggiunte interminabilmente. Chiese ad Ermanno:

— Perchè gli uomini turchini non corrono? Perchè gli uomini rossi non li spingono per fare più presto?

Ermanno non le rispose; egli rifletteva profondamente al racconto di Domitilla Rosa, udito quasi in sogno la sera prima. Egli si domandava perchè tutt'i fatti meravigliosi accadono sempre in tempi antichissimi e perchè, quando gli si narrava la storia di un miracolo, tutti dicevano di averla sentita raccontare, di averla letta in qualche [p. 59 modifica]libro, di averla osservata dipinta in qualche quadro, e nessuno diceva mai di aver visto il miracolo cogli occhi della sua fronte?

— C'era una volta un devoto servo di Dio - cominciava invariabilmente Domitilla Rosa, nel narrargli le gesta miracolose di santi e di sante.

— C'era una volta la figlia di un re - cominciava invariabilmente Palmina, nel narrargli le avventure meravigliose di maghi e fate. E allora perchè egli commetteva peccato, dubitando dei racconti di Domitilla Rosa e gli si diceva ch'era sciocco se prendeva per vere le favole di Palmina? Perchè il sangue era grondato una volta sola dall'ostia, nelle mani del prete tedesco, e perchè non grondava ogni giorno nelle mani di monsignore, quando monsignore diceva la messa?

A sua volta interrogò Serena:

— Sai tu perchè non c'è nessun altro Corporale macchiato di sangue in tutto il mondo?

Ma Serena non gli dava ascolto, protesa in avanti, con le labbra aguzze, le ciglia inarcate, colma di stupore nel vedere il vescovo, imponente nella sua mitra d'oro, immenso e abbagliante nel suo piviale gemmato, procedere solenne, a mani giunte. Che il vescovo potesse camminare così diritto, così immobile, tenendo il collo eretto, le palpebre ferme, proprio come se fosse di pietra e avesse due rotelle sotto le piante, pareva a Serena una cosa inverosimile e la colmava di meraviglia ammirativa. [p. 60 modifica]

A un tratto la folla ammassata ondeggiò, le teste si scoprirono, i ginocchi si piegarono: sorretto da quattro uomini sudanti e barcollanti sotto l'enorme peso, apparve il tabernacolo illustre, dove la ricchezza del metallo è vinta dall'opera insigne di bulino e di smalto dell'orafo senese, e dove si offre, da secoli, al culto dei credenti, il breve lembo di tela portante le traccie del preziosissimo sangue.

Anche Serena volle inginocchiarsi; ma il sedile di pietra su cui ella stava in piedi era stretto e la bimba ruzzolò in terra tra le scarpe ferrate dei villani.

Ermanno si precipitò a sollevarla e il velluto nero della giacca di lui, la mussolina bianca del cuffiotto di lei formarono un unico viluppo, travolto dall'impeto della gente adunata, che adesso irrompeva verso l'altra parte della città per assistere di nuovo alla sfilata del sacro corteo.

Sarebbero inevitabilmente rimasti schiacciati, se monsignore, che precedeva le camerate dei seminaristi, non si fosse chinato a raccogliere i bimbi e non avesse fatto cenno a Titta di venirseli a ripigliare.

Ermanno e Serena, malconci nelle vesti, eppure felici di tutto quel chiasso, tutto quel moto, si recarono con Titta presso la torre del Moro, dove Bindo Ranieri li accolse distrattamente, essendo egli alle prese col Paterino, un eretico socialista, libero pensatore, schernitore della religione cattolica, al punto che avrebbe voluto [p. 61 modifica]insediare nel Duomo la Camera del lavoro e servirsi del reliquiario per custodirvi dentro gli opuscoli di propaganda socialista.

Bindo rideva, tenendosi fermo il ventre con le mani incrociate, e il Paterino, di cui le gote apparivano anche più accese dei rossi baffi, si andava slacciando dalla vita la cintura di cuoio, sentendosi soffocare per la bile.

— Ridi, ridi - egli diceva a Bindo nel suo cadenzato accento orvietano - fai bene a stringerti il ventre. Il tempo della cuccagna sta per finire. Dentro il Duomo ci metteremo la Camera del lavoro.

— E sopra gli stalli intarsiati del coro vi metterete a cantare l'inno dei rivoluzionari? Farete un bel vedere.

— Sissignore, ci metteremo al posto dei canonici. Il Duomo non è stato fabbricato forse coi quattrini del comune? Da tanti secoli la città non si dissangua forse per mettere oro e pitture sulla facciata e statue sopra gli altari? Ebbene, vogliamo godercela la roba nostra. L'epoca della inquisizione è finita da un pezzo!

— E i papi non hanno fatto niente per Orvieto? Chi ha messo la prima pietra del Duomo? Sei stato tu oppure è stato Bonifacio VIII? Chi ha fatto scavare il pozzo di San Patrizio? Sei stato tu oppure è stato Clemente VII?

— Io me ne rido de' tuoi papi! Io voglio il trionfo della classe proletaria! Il Duomo è della città, la città è dei lavoratori, e dentro il Duomo ci faremo baldoria! Ecco qua. E adesso ridi! [p. 62 modifica]

Bindo Ranieri si buttò indietro il cappello di paglia, e sprofondate le mani nelle tasche dei pantaloni, cominciò a dondolarsi. Il lungo pizzo, già brizzolato, gli si ripiegava all'insù, dando alla faccia simpatica un'aria di beffa mefistofelica.

— Ah! Paterino, dimmi un po', conosci la storia?

Il Paterino rimase interdetto e si riallacciò la cinta di cuoio sotto la giacca.

Era noto urbi et orbi che Bindo Ranieri conosceva la storia di Orvieto come le dieci dita delle sue mani.

— La storia? - egli borbottò tra i denti. - La storia, per tua regola, l'hanno fatta i preti e io non ci credo.

— No, no, rispondi - Bindo Ranieri insistè, allargando il viso in una risata di contentezza. - Hai letto i libri delle riformanze? Hai letto i registri dell'Opera del Duomo? Sai chi erano i camerlenghi? Sai cosa facevano i soprastanti? Credi tu che il Maitani sia venuto qui a disegnare la facciata per i tuoi begli occhi? E credi che Ippolito Scalza abbia trascorsa qui la sua vita per soddisfare alle prepotenze dei socialisti? Rispondi, le sai tutte queste cose?

Il Paterino, evidentemente, rimaneva annichilito sotto la valanga di una simile erudizione; ma non volle darsi per vinto, e rispose con arroganza, sgranando gli occhi e arruffando i baffi:

— Io faccio il barbiere e non ho tempo da perdere sulle bugie de' tuoi registri. Sarebbe [p. 63 modifica]graziosa che, quando tu vieni a raderti, io ti squadernassi un foglio di carta invece di un asciugatoio e prendessi in mano una penna invece del rasoio. A ciascuno il mestiere suo.

— Ben detto - confermò Bindo sentenziosamente - Tu fa il barbiere dunque e lascia il Duomo come si trova.

Ermanno aveva ascoltato il dialogo con attenzione, girando lo sguardo, di una trasparenza limpidissima, dal viso collerico del Paterino al viso canzonatorio di Bindo Ranieri.

Monsignore aveva ragione; ogni parola diventava germe nel pensiero di quel piccolino.

La processione passava adesso per il corso, procedendo col medesimo ordine e la medesima lentezza. Le figlie di Maria, in leggiadra schiera e vestite di bianco, chinavano il capo sotto il fluttuare dei lunghi veli, confuse e liete per l'ammirazione maschile ch'esse capivano di suscitare; i colori della basilica trionfavano, spiegati al vento; le grosse torcie, tenute in bilico da uomini in abito di cerimonia, lasciavano cadere al suolo grosse lacrime di cera, mentre le loro fiammelle, guizzanti in piccoli, pallidi lampi nel torrente luminoso della via soleggiata, facevano pensare alle anime degli eletti, gioiose dentro la luce fluida del miro gurge dantesco.

Per tre ore la processione si aggirò così, lungo le strade e attraverso le piazze, per tre ore il vescovo procedè immoto e jeratico nel bagliore della sua mitra e i broccati del suo piviale, arrestandosi [p. 64 modifica]impavido sotto la sferza dei raggi, a mani giunte, quando i portatori del tabernacolo si davano il cambio.

La cittadinanza era pienamente soddisfatta, e perfino i socialisti si fregavano le mani, giacchè la processione del Corporale non è per gli orvietani questione di principio; è questione di amor proprio e allorchè si tratta di amor proprio cittadino, gli orvietani sono sempre tutti d'accordo.

Le signore poi avevano, a rendere più ricca la festa di quell'anno, un argomento eccezionale degno di attenzione e di conversazione: il nuovo ingresso nella vita mondana di Vanna Monaldeschi, che, per venti mesi, esse avevano scorto appena di mattina presto in chiesa, o di sera tardi a respirare aria, sempre tacita e isolata, sempre al riparo delle sue bende vedovili, così bianca e affranta, così impenetrabile nel suo cordoglio, che le signore conoscenti si limitavano a farle cenno di saluto e le pochissime signore amiche ardivano appena di scambiare con lei qualche parola. In principio il compianto era stato universale, chiassoso, e tutte avevano esaltato le virtù di Gentile Monaldeschi, narrando mille piccoli episodi per illustrare la tenerezza appassionata dei giovani sposi; ma, coll'andar del tempo, le opinioni si erano divise. Talune signore citavano ad esempio il dolore incurabile di Vanna e la fedeltà di lei alla memoria del marito; altre la tacciavano di ostentazione e nei loro convegni si domandavano, ridendo, perchè mai Vanna Monaldeschi [p. 65 modifica]non avesse acceso un bel rogo e non si fosse abbruciata viva con i suoi ornamenti sul corpo del marito; ma quella mattina, nel rivederla alle Funzioni del Duomo, stellante di bellezza, con la massa dei capelli bronzini striati di mobili pagliuzze d'oro e ondulati mollemente sotto la falda del cappellino fiorito, con le pupille azzurrine limpide più delle grosse turchesi che le ornavano le orecchie, tutte le varie opinioni delle signore si erano livellate e avevano assunto un colore solo: il colore della riprovazione unanime per il brusco passaggio di Vanna Monaldeschi dalle gramaglie più strette allo sfoggio delle vesti chiare e dei gioielli appariscenti. Nonpertanto ciascuna le fece onore, rallegrandosi con lei come se fosse uscita incolume da malattia mortale, e allorchè, per assistere allo spettacolo della tombola, ella entrò nei saloni affollati del palazzo dell'Opera e procedè oltre, fra occhiate ed inchini, senz'annettere importanza alla tinta insolita delle sue vesti, troppo sincera nell'ambascia sofferta per darsi il fastidio di simularla ora che l'ambascia andava cedendo, il presidente dell'Opera, un bel vecchio amabile e decorativo, le mosse incontro, a capo scoperto, e l'accompagnò egli stesso al balcone, dove le signore presenti le si affollarono intorno con visi di giubilo.

La piazza sottostante brulicava di teste, le cartelle della tombola palpitavano in tutte le mani, simili ed ali di farfalle bianche, le note del concerto [p. 66 modifica]cittadino si confondevano con gli stridi tumultuanti delle rondini innumerevoli, la facciata del Duomo pareva umanarsi nella luminosità blanda del tramonto, e le figure dipinte, le figure scolpite contemplavano, propiziando, la gioia di quelle genti adunate come si erano mostrate benigne, in quella stessa ora, in quelle stesse pose, alla gioia di tante altre generazioni scomparse.

Bindo Ranieri troneggiava nel mezzo del balcone e, al suono di una trombetta, annunziava la estrazione di ciascun numero.

Egli era confidenziale con la folla, quasichè fosse l'amico personale della gente adunata nella piazza, e andava tessendo burlescamente la psicologia dei numeri:

— Settantasette! Bel numero. Attenti laggiù, non fate sbagli, ragazzi! Ventidue! I numeri vanno a sbalzi; ma ci sono tutti, non dubitate! Ottantanove! L'età di mia nonna! Numero d'oro! - e, nella sua giovialità, girava il capo verso l'interno della sala, acciocchè i signori invitati si facessero buon sangue.

Un urlo formidabile di trionfo salì da un gruppo e, menando pugni per farsi largo, spingendosi in avanti a testa bassa, il calzolaio gobbo si precipitò per le scale del palazzo dell'Opera e invase i saloni circondato da molti uomini gesticolanti.

— Cinquina! Ha fatto cinquina! Lasciatemi passare, io sono il cognato - gridava un tipo nerboruto, rosso per l'emozione. [p. 67 modifica]

Il calzolaio, con la gobba aguzza e il viso affilato, si asciugava il sudore della fronte e non trovava la forza di esprimersi.

Trecento lire! Trecento lire di vincita! Era un sogno, e il gobbetto ne rimaneva inebetito.

Ahimè! era un sogno davvero! Si verificò che c'era sbaglio e al gobbetto toccò una solenne fischiata invece della somma.

Si estrassero ancora due numeri, e Vanna disse:

— Credo di aver fatto cinquina io.

Era proprio così, ed a tale annunzio il gobbetto, ch'era rimasto buttato sopra una seggiola, esclamò ad alta voce con amarezza:

— L'acqua va al mare e io posso anche crepar di sete.

Vanna già molto impietosita alla disillusione crudele del pover'uomo, udì le parole di lui, e con cenno lieve lo chiamò a sè. Essa lo conosceva da anni, lo vedeva ogni giorno, sotto l'arcata della sua piazzetta, tirar lo spago e adoperare la lesina, e si ricordò ch'egli salutava sempre Gentile con rispetto, quando Gentile gli passava davanti.

— Hai ragione tu, è una ingiustizia della sorte. Ma il giuoco, si sa, è capriccioso. Eccoti la mia cartella con la cinquina vinta. Te la regalo.

Il gobbetto guardò la signora, incerto, pauroso di un brutto scherzo; ma Vanna gli sorrideva dolcemente, ripetendo:

— Eccoti la mia cartella, io te la regalo.

Egli ghermì il foglio con le dita ossute e fuggì [p. 68 modifica]via, seguìto dal cognato, che già almanaccava di vincere con la cartella fortunata anche la tombola, la quale toccò invece a una maestra elementare.

Dell'atto generoso di Vanna Monaldeschi si ebbe per la città notizia immediata, e il Paterino, reso anche più zelante nel suo ardore proletario dal vino pastoso di molti fiaschetti, si mise alla ricerca del gobbo, incitandolo con parole magnanime a rifiutare le trecento lire; ma poichè l'altro, indignato, gli dette del pazzo senza metafore, si fece allora invitare a cena e mangiò per quattro a scherno dell'esecrato capitale.

Vanna si trovò sola, a mezzanotte, nel silenzio del talamo vedovato, dopo aver lasciato cadere una pioggia di baci leggeri sui capelli sparsi di Ermanno, che nel suo lettuccio dormiva profondamente. Le finestre erano aperte, l'aria notturna strisciava sui mobili con volo pigro e, ad ogni poco, un foglio di carta svolazzava con timido fruscìo, i veli dell'alcova si gonfiavano appena e ricadevano flosci, mentre un soffio tepido passava fuggevole intorno al collo di Vanna, che sentiva mancarsi il respiro. Allontanò da sè, con moto impaziente, i merletti della coltre e tese l'orecchio, mettendosi a sedere sul letto.

La porta della stanza di Ermanno aveva scricchiolato. Senza dubbio era il vento, il vento cauto della notte, che, entrato maliziosamente silenzioso per la finestra, si divertiva a spingere piano i battenti delle porte, andando e venendo dall'una [p. 69 modifica]all'altra stanza. Nessun dubbio, era il vento. Ma se fosse stato Gentile?

Egli aveva l'abitudine, rincasando talvolta a tarda sera, di spingere la porta assai leggero. Non voleva destare Vanna, si chinava furtivo a guardarla, e ridevano insieme, estasiati, quando Gentile vedeva brillar nell'ombra i cari occhi desiosi.

— Non dormi? - egli le diceva.

— Ti aspettavo - ella susurrava tra i sospiri, e lo stringeva a sè, inebriandosi nello squisito aroma di tabacco Avana ch'egli esalava. E non sarebbe tornato mai più! Forse, chissà, ella non lo avrebbe nemmeno riconosciuto. Taluni impercettibili segni del volto adorato le tornavano spesso alla memoria isolatamente; ma l'insieme della fisonomia le sfuggiva, e, dopo averlo tanto disperatamente chiamato, tanto appassionatamente invocato durante le prime settimane della vedovanza, Vanna sentiva che se Gentile fosse tornato ad occupare all'improvviso il suo letto, ella ne avrebbe avuto ribrezzo e terrore.

Si accusava di ciò come di un tradimento, e ne rimaneva turbata, senz'arrivare a comprendersi. Certo, ella attendeva qualcuno a cui offrire in dono la sua giovinezza e, durante le notti di febbrile attesa, la pelle bianca le s'increspava pei lunghi brividi, ed essa allora, sollevando con le dita il peso enorme dei capelli, chiamava a voce sommessa Gentile: ma, senza saperlo, invocava un altro Gentile sconosciuto, non deturpato [p. 70 modifica]dall'umidore della tomba, un Gentile che arrivasse ignoto da luoghi ignoti, apportandole il sapore di nuovi baci.

Scese di letto, vinta dall'ansia insostenibile.

Il movimento della giornata, il chiasso, le parole, i volti, il brulichìo della gente, le musiche, il fruscìo delle sue vesti chiare, il riflesso della propria bellezza riprodotta nelle pupille attonite di chi le passava accanto, tutto la turbava in quella sera e le impediva di prender sonno. Dentro l'animo, stagnante da mesi e mesi nell'accidia verdognola di un dolore senza conforto, mille sensazioni nuove erano cadute in quel giorno, simili a pietruzze, e la superficie dell'anima ondeggiava, e dal fondo i ricordi brulicavano, le speranze, ch'ella aveva creduto morte, si snodavano, venivano a galla, facevano ressa impetuose, imperiose, onde Vanna tremava per l'impeto dell'emozione.

Era una fresca notte lunare. Il disco, celato dai tetti, non si vedeva; ma la piazzetta era lucente, rorida, come sommersa dentro le onde cristalline di un lago, e, di sotto l'arcata, pareva che l'acqua di un fiume argenteo scaturisse.

Quanta pace! Quanta dolcezza! Vanna, piegata in avanti sul davanzale, socchiudeva le palpebre per la delizia del marmo freddo al contatto delle piante nude e, quasi in sogno, contemplava le proprie mani simili alle mani di un fantasma bianco nel biancore luminoso della notte lunare.

Da via Luca Signorelli un passante invisibile [p. 71 modifica]si avvicinò, si allontanò cantando con voce piena di melodia:

Il segreto per esser felici...

Vanna guardò il cielo, mandando un sospiro che pareva un gemito.

Essa lo aveva posseduto il segreto per esser felici! Ma il segreto era disceso nella tomba con Gentile. Sarebbe tornato? Quando? Di dove? Ella non sapeva e tutte le cose intorno erano mute.