Il pedante/Atto III

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Atto III

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Atto II Atto IV

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ATTO III

SCENA I

Rita, Malfatto, Ceca.

Rita. Idio sia quello che ci aiuti. La mia patrona è si frettolosa che non può aspettare che costoro gli mandino a dire ciò ch’han fatto ma voi che ci vada io a solecitarla. In veritá, che li ho compassione, e grande; che, cosí giovane, la poverina si veggia, senza alcuna cagione, abandonata dal marito. Non so come Idio gli possa sostenere al mondo simili uomini e come non gli mandi un flagello adosso di sorte che sieno essempio a tutti gli altri sciagurati che pigliono le mogli e poi le lasciono nella malora. E quanti ve ne sonno ancora di quei ribaldi, che non stanno troppo lontani di qui, che tengono le mogli e la concubina! E quanti di quegli che fanno dormire e’ fanciulli in mezzo a lui e alla moglie per saziare la loro corrotta e disonesta vita! E altri ch’in quante cittá sono andati in tante hanno sposata una donna e si pregiano di avere piú mogli a l’usanza turchesca. E de ciò quella ragione si tiene che si vuole di quelle cose che non sono nel mondo. Poi questi uomini si hanno prescritta una certa temeritá, una prosonzione, una ingiustissima legge, che li par loro che ’l tradire le mogli non sia peccato e che, per questo, non sieno degni di punizione e che sia vergogna l’innamorarsi della moglie e che, se elle fanno un minimo errore, subito debino essere punite e uccise. J E, il piú delle fiate, loro stessi dei vitupèri ed errori delle mogli ne sono cagione: per ciò che, o per la ingordigia del danaio o degli uffici o per empirse el ventre e andar ben vestiti, gli menono in casa gli amici e fan poi vista di non lo sapere; e, come poi hanno piene le borse e che sono richi e che pensono [p. 110 modifica]salir a qualche grado, per parer valenti e che stimino l’onore, le uccidono, che sieno uccisi loro! Oimè! ch’io ne so tante de queste cose e ne cognosco tanti di questi tali, per quel poco ch’io ci sono stata in questa terra, ch’io potrei, mentre che vo per la strada, aditargli e mostrar cosi: — Elio n’è l’uno; ed elio l’altro, colá. — E chi piú di questo sciagurato del mio patrone meritaria che la moglie gli facessi vergogna? Cosi, tra me stessa parlando in còlerá, com’è costume di noi altre vecchie, son giunta a casa de madonna Iulia. Tic, toc. Costoro non ci deveno essere. Tic. Ogni volta ch’io vengo qui me fo prima sentir a tutto el vicinato che me respondino.

Malfatto. Chi bussa? che vói da la porta nostra?

Rita. Chi è quello? ove sei tu?

Malfatto. Son qua. Non ci vedi lume? No, no. Da quest’altra banda.

Rita. Adesso si che ti vego. Che dici tu?

Malfatto. Dico: perché bussi all’uscio mio?

Rita. Io credo che tu ti sogni, pecorone!

Malfatto. Alla fé, che me credevo che fosse lui. Orsú!

Basta.

Rita. Dimmi un poco, olá! Me sai dire se e’ cci sono costoro?

Malfatto. Non ce sta nessuno che se chiami Costoro in quella casa.

Rita. Dico se c’è la patrona.

Malfatto. Se non si è partita, io credo de si, io. Ma bussate, bussate forte, che ben ve responderanno.

Rita. Vedine nessuno tu?

Malfatto. Si: veggo la gatta. Volete che la chiami? Mis!

mis! Non ce vole venire.

Rita. Oh bestia balorda! Io pichiarò tanto che qualcuno si affacciará.

Malfatto. Bona notte. M’aricomando.

Rita. Addio, addio. Tic, toc.

Malfatto. Oh! me ssi era scordato. Volete beverare de qua con noi, che iersera remissemo una cantina d’aqua fresca?

Non respondete? Vostro danno! [p. 111 modifica]

Rita. Costui, certo, deve essere qualche pazzo. Diavolo che costoro mi respondino! Tic.

Malfatto. M’aricomando, sapete? E’ son vostro. E recomandateme alla Ceca.

Rita. Va’, non dubitare.

Malfatto. Me nne sto a voi, vedete.

Rita. Si, in nome de Dio.

Malfatto. E quando me nne renderete la sopposta? Missere, che volete? Ecco, vengo. Addio, addio. Olá! M’ha chiamato lo patrone.

Rita. Va’, che te rompi el collo! Guarda scemonito, che risponde sentendo pichiar la porta del vicino! Io vo’ pur ripichiar tanto che qualcuno mi risponda. Tic, tic.

Ceca. Chi è lá?

Rita. Amici. Ringraziato sia Dio che voi me avite sentita!

Ceca. Perdonateci. Ci era fugita una gallina su pel tetto e a fatica l’avemo possuta repigliare. Che volete?

Rita. Vorrei parlare con madonna.

Ceca. Aspettate, ch’io vi verrò a oprire.

Rita. Si, di grazia. Non mi posso consolar da quel scempio che...

Malfatto. Olá! Non ve hanno voluto aprire, ch?

Rita. Odi che l’è tornato!

Malfatto. Che dite? O quella madonna!

Rita. Si, si: apriranno adesso.

Malfatto. Diteme un poco: avete moglie voi? Perché non me respondete? Ve voglio bene io, si, alla fede: demandatene un poco allo mastro. E vorrei dormire con teco, sempre, sempre. Te sono innamorato, si, per Dio.

Rita. Diavolo che venga mai piú!

Malfatto. Vói che venga abasso e che te basi un poco?

Rita. Eh, sciagurato, tristo!

Malfatto. O che sei vecchia e brutta? Fio. Cancaro te venga! Fio.

Rita. Che non ci possi invecchiare!

Ceca. Oh Rita! Entrate. [p. 112 modifica]

Rita. Non te curar, poltrone!

Ceca. Con chi l’avete?

Rita. Con uno sciagurato ch’è a quella finestra.

Malfatto. Addio, Ceca mia. Vói bene a io tu.

Rita. Basta. Non te curar, gaglioffo tristo!

Ceca. Lassatelo dire, che l’è una bestia. Venite qua. Ch’è della patrona vostra?

Rita. Ne è bene.

Malfatto. Quando volemo fare quella cosa, Ceca? Te nne andate, ch? E io ancora.

SCENA II

Luzio, Prudenzio, Malfatto, Minio.

Luzio. Oimè! Mastro mio, perdonateme, che io non lo farò mai piú.

Prudenzio. Pigliate, pigliate quel capestrunculo.

Luzio. Eh! mastro mio, non me ammazetis.

Prudenzio. Giotto! cinedulo! A questo modo si fuge dal gimnasio, ch? Latruncolo! inimico del romano eloquio!

Luzio. Eh! mastro mio bonus, perdonateme.

Prudenzio. No, no. Io te voglio dare mille vapulature acciò che tu essemplifichi gli altri condiscipuli tuoi. Olá! o Minio!

Minio. Che ve piace?

Prudenzio. Postularne Malfatto.

Minio. Misser si.

Luzio. Oimè, mastro! oimè!

Prudenzio. «Qui parcit virge odit filium». Tacci, giottonciculo ! che chi non riprende con degne castigazioni el figliuolo l’ha in odio e non lo dilige.

Luzio. Eh! non me datis in vias, de grazia.

Prudenzio. Immo, in via publica te volemo vapulare.

Minio. Ecco Malfatto, mastro.

Prudenzio. Veni, accede, ambula.

Malfatto. Si, si, lo farò; misser si. [p. 113 modifica]

Luzio. Oimè! oimè! oimè !

Prudenzio. Malfatto, non odi, no? Vien qui.

Malfatto. Oh! parlate, parlate, che non ve adormirete.

Prudenzio. Camina, dico.

Luzio. Oh mamma mia!

Malfatto. Che volete adesso?

Prudenzio. Piglia costui a cavallo.

Luzio. Oh Dio! oh Dio!

Prudenzio. Sdelacciali prima le callighe.

Luzio. Eh! per lo amor de Dio! Io me ve aricomando.

Prudenzio. Che non gli sdelacci le calze, igniavio, insultissimo?

Malfatto. Non vole, vedete.

Luzio. Eh! mastro mio, audiatis una parola.

Prudenzio. Quid vis? che vói?

Luzio. Non me sdelacciate le calze, di grazia, e’ ho cacato nella camisa.

Prudenzio. Alzalo dunque a quel modo, che volo ut tu discas che totiens quotiens...

Malfatto. Non ce vole venire, vedete.

Prudenzio. Alla fé, che, quando te do a fare i latini, voglio che tu li facci meglio che se fussino in vernacula lingua.

Luzio. Oimè! oimè! oimè! oimè!

Malfatto. Non me date a io, che ve venga lo cancaro!

Luzio. Oimè! oimè! Dio mio!

Malfatto. Oh potta del diavolo!

Prudenzio. Molto l’hai lassato.

Malfatto. Perché m’ha mozzicato li denti co la rechia.

Prudenzio. A questo modo, ch? tristo, venefico!

Luzio. Eh! mastro, vel prometto che ’l farò bene alla fedis.

Malfatto. Guarda scrizi da cani!

Prudenzio. E quando?

Luzio. Quando voletis voi.

Malfatto. So c’ha fatto piú male a me ch’a io. Mastro, guardate.

Prudenzio. Non vói obmutescere, publico lupanare? E tu [p. 114 modifica]com’è possibile, uomo nefario, ch’in tanti cotidiani lustri non abbi imparato a latinare un cosí dotto et elegante epilogo ch’un bubalo se ne sarebbe giá fatto ampiamente capace?

Malfatto. Mastro, date un po’ la frusta a esso e io alzarò voi e lui ve dará un cavallo e poi tutti doi me cacciarete lo naso.

Prudenzio. Poltrone ribaldo!

Malfatto. Non me agiognerete, no.

Prudenzio. In nomine Domini, et tu fac istud tema. E avvertisci ch’io non ritorni nella pristina còlerá, che non sunt in potestate nostra primi motus.

Malfatto. Le prime mete, si, sono in potestate vostra.

Prudenzio. Alla fé, che te farò trepidare innanzi a noi.

Malfatto. Cancaro! Guarda li piedi!

Prudenzio. E tu, Luzio, fa’ che te ricordi ch’è verecundia alli optimi discipuli ignorare le cose del preceptore che disce e doce le buone educazioni. Fa’ questo latino: «Mentre che lo mastro me dá li cavalli io tiro le corregge».

Luzio. «Inter... inter mastrum...».

Prudenzio. Di ’un’altra volta.

Luzio. Hem! hem!

Malfatto. Quelli con che si magna lo pane.

Prudenzio. Lassalo dire. Attendi a te.

Luzio. «Inter magistrum me dai caballos cum nerbo...».

Malfatto. Quando andarasti al monte e quando.

Prudenzio. Non vói tacere, arcula de ignoranzia, latibulo di sporcizie, cloaca di fecce? Ma non curare, che tu non ascenderai mai alla catedra di Minerva.

Malfatto. Merda pur a te.

Prudenzio. S’io vengo li...

Malfatto. Che non ci venite? Fateve conto ch’io non saperò andar in un altro luoco!

Prudenzio. Vade ad furcas.

Malfatto. Te venga pur a voi. Ha’ visto che bella cosa, che non voi ch’i’ canti?

Luzio. Come se declinano le coregge, mastro?

Prudenzio. Hoc: crepidum, crepidi. [p. 115 modifica]

Luzio. «... ego tiro crepida».

Malfatto. Che diavolo descrezione è la vostra? Tutto oggi volete parlare voi.

Prudenzio. S’io piglio un lapide, te farò... E tu fa’ ch’un’altra volta non me meni tanto el capite.

Malfatto. Volete ch’io ve Ilo meni io, mastro?

Prudenzio. Audi, Luti. Io te prometto quod, si bene facies, de non te dare equo un anno e farte, questo Santo Nicola, signore.

Malfatto. Ed io ancora voglio essere.

Prudenzio. Tu non tanti facis mihi e...

Malfatto. Aspettate pur un poco, che voglio andare per un’altra frusta ancor io.

Prudenzio. Luzio, vatene dentro e incumbi alla lezione; che statim te Ila verrò a repetere.

Luzio. Misser si.

Prudenzio. Vien qui, tu altro. Credi ch’io te voglia dar un buon cavallo, se non sarai ubidiente?

Minio. Eh! mastro, perdonateme. Che volete ch’io faccia?

Prudenzio. Io ti prometto de non ti dar mai cavallo se me farai un piacere. Altrimenti, pensati che quolibet die io te nne darò uno.

Minio. Eh! non me date, ch’io ve voglio portar una buona cosa.

Prudenzio. Io voglio che tu parli a tua sororia da parte nostra.

Minio. Oh! sapete, mastro...

Prudenzio. Sta’ cheto; lassa parlare al preceptore; non lo interrompere. E reportame la risposta.

Minio. Lo voglio fare, misser si.

Prudenzio. E noi te vorremo bene.

Minio. E sapete ch’ella è bella? che, quando va al letto, ogni sempre dorme con meco ed è bianca e roscia.

Prudenzio. Orsú! non piú. Torniamo dentro. [p. 116 modifica]

SCENA III

Rita, Ceca.

Rita. Caminamo, de grazia, Ceca, sorella, ch’ell’è tardo; e so che si lamentará di me e’ ho temporeggiato troppo al ritornare.

Ceca. E che si lamenti. E poi è ella si frettolosa che vogli esser servita si presto?

Rita. Io gli ho discrezione alla poverina per ciò che sta sola.

Ceca. Come sola? Non ha ella si gran compagnia di monache?

Rita. Gli è vero. Ma assai li par di esser sola quando non vi sono io.

Ceca. Questo si è tanto piú quanto si trova in questa terra ove persona non ci cognosce. Ma ditemi un poco, madonna Rita: avete marito voi?

Rita. Io non so quello che me abbia, a dirti el vero.

Ceca. Come che non lo sapete?

Rita. Dirotelo. Io mi maritai, son giá parecchi anni, e il signore nostro lo mandò in non so che sua bisogna fprsi un mese doppo ch’io el tolsi; e, d’allora in qua, mai piú non l’ho veduto e temo ch’il sia piú tosto morto che no. Questo è el premio, sorella, che si acquista in servire i signori.

Ceca. De grazia, non ne ragioniam piú; che non sta bene a noi, che siam femine, parlare de’ fatti loro.

Rita. Anzi, a noi sta bene, che diremo el vero e saremo scusate per pazze.

Ceca. Non fate cosi, che ci potrebbono fare qualche cattivo scherzo.

Rita. E che ci potreben mai fare?

Ceca. Che, ch? Dio ce nne guardi! Qualche trent’uno.

Rita. Non ci faccino peggio.che questo.

Ceca. O farci sfregiare, ò una coáa simile, che non mancano loro, no, i sviati e i ribaldi, che, Dio grazia, ne hanno le case ripiene; ch’i buoni non vi vogliano stare per ciò che sono inimici del vizio. [p. 117 modifica]

Rita. Ragionamo de altro, adunque.

Ceca. Voltiamo questo canto qui, che scortaremo un pezzo di strada.

Rita. Si, de grazia, ch’io non vo’ che me veda colui ch’esce di quella casa.

Ceca. E perché? chi è?

Rita. Non vedete ch ’eli’ è Curzio, el mio patrone?

Ceca. Dite el vero. Leviamoci presto de qui.

SCENA IV

Curzio, Rufino, Trappolino, Prudenzio, Malfatto.

Curzio. Quanta gioia, quanto piacere io sento, pietoso Amore, noi posso dire: che, di me non obliandoti, nel mezzo di cotante miserie, di me sei stato ricordevole; di sorte che la mia donna, mossa a pietá, con darmi speranza di futuro bene, adolcisce l’amare mie angosce. E, per questo, i’ sono sforzato d’impegnarmi e gli amici e quanti cognosco per compir alla promessa della dote ch’io gli ho fatto; insino a tanto che l’infelice mia consorte mi mandi qualche danaio da casa. Cosí mi i levarò pur di sospetto di quel pedantaccio ignorante: che non mi maraviglio se non di chi gli crede a tali uomini che sono piú tosto l’infamia del mondo che no. E forsi che questi che fanno el gentiluomo non se gli cacciano in casa? Ma non curare, che gli trattono bene! che, non che li figliuoli e le figliuole, ma le mogli ancora li vituperano; e, ancor che non sia el vero, se ne vantono, ch’è il peggio. Ma, se questo sciagurato me ssi rintoppa innanzi, gli vo’ dir quattro parole a mio modo e avvertirlo che si rimanga di andargli, ogni notte, a cantar all’uscio, se non vole ch’io li armi le schiene di bosco. O Rufino! Non odi?

Rufino. Signore, che volete?

Curzio. Chiama qui fuori Trappolino/Spedisciti, ch’eli’ è tardo. Idio, aiutami in tanta necessitá in quanta ora me trovo.

Rufino. Ecco Trappolino, patrone. [p. 118 modifica]

Curzio. Fa’ che tu non eschi di casa e, se venissi persona a dimandarmi, fatti lasciare l’imbasciata. Háime inteso?

Trappolino. Signor si.

Curzio. Vieni con esso meco, Rufino, ch’io voglio ch’andiamo a vedere se potessimo trovare qualche danaio in presto da chi sia.

Rufino. Io dubito che noi perderemo i passi, se andamo a speranza de altri.

Curzio. Come! Perché?

Rufino. Perché, oggidí, non si trova amico se non finto e a pena ve Ili prestaranno sul pegno, non ch’altro.

Curzio. Tu dici el vero; ma la necessitá mi sforza de andar alla mercé loro. Ma dimmi un poco: dove dici tu che ti aspettare colei?

Rufino. Ve l’ho pur detto: in casa di Filippa.

Curzio. Orsú! Si vole che, come io sia in Banchi, tu te ne vadi fino a casa sua e che gli dichi ch’io non mancarò di andarvi per ogni modo stanotte e portarogli e’ dinari.

Rufino. Cosí farò. Ah! ah! ah!

Curzio Che hai? di che te ridi?

Rufino. Rido, che voi gli volete dare quelle cose che sete incerto di avere.

Curzio. Come ch’io ne sono incerto? Anzi, el contrario.

Rufino. Bastarla che voi li avessevo in cassa.

Curzio. Per mia fé, che, se io fossi certo d’andargli accatando, son per trovargli. Vadi el mondo come vole, che me delibero de non gli mancare.

Rufino. Si, se potrete. Andate pur lá.

Curzio. Io poterò per certo. Non sai tu che Amore fa i seguaci suoi ingeniosi e scaltriti? Ma maledetto sia el signore ch’è cagione d’ogni mio danno!

Rufino. Patrone, è pazzia a dolersene; per ciò che di continuo ci sono nove materie da dire sui fatti loro e non trovo persona che se ne lodi.

Curzio. Non dire cosi, che ve nne sonno pur assai de quegli che della loro servitú godeno. E, fra gli altri, el Belo, a cui [p. 119 modifica]la mercé del signore Francesco Orsino de Aragona abate de ’ Farfa gli ha donato possessione e campi: di sorte ch’egli, per quello ch’io ne intendo, l’ha fatto ritornare ai studi da’ quali, per essere poco pregiati appresso dei piú, allontanato se n’era.^ Rufino. Ed io l’ho inteso molto da molti lodare; ma un fiore non fa primavera.

Curzio. Che voi dir quel menar di capo e quel maravigliarsi che tu fai? A che pensi?

Rufino. Penso ch’io v’ho voluto dire una cosa parecchie volte e sempre mi è uscita di mente.

Curzio. Qualche bugia deve essere, però.

Rufino. O bugia o veritá, io vel vo’ dire. Io mi sono giá imbattuto doi volte in una giovane che tutta a madonna Fulvia vostra si rassomeglia.

Curzio. E dove l’hai tu incontrata?

Rufino. Qua giú, che usciva de un certo monestero, e parvenu ch’ella avessi la Rita con esso lei.

Curzio. In che luogo sta quel monestero? come se chiama?

Rufino. Questo si ch’io non so.

Curzio. Sai perché ch’io tei dico? Per ciò ch’io ancora mi sono giá parecchie volte imbattuto in una che tutta alla Rita se assomiglia; e, ogni volta che l’ho incontrata, me ssi è fugita dinanzi. Ma sai che si vuol fare? che, come te ssi rimbatte piú innanzi, tu gli vadi dietro; ch’io me delibero di sapere s’eli’ è dessa o no.

Prudenzio. Impulsant campanicule.

Rufino. Patrone, ecco il vostro rivale.

Curzio. Guarda cera de furfante! Andiamogli incontro.

Prudenzio. Bonum est quod ego, bono è ch’io vada sino alla Eccellenzia della Magnificenzia del reverendo illustrissimo mio unico perpetuo domino colendissimo del Monsignor mio; e partim andarò sino al barbitonsore. Non odi, villico, stabulatio, Malfatto?

Curzio. Stiamo a udire che dice.

Prudenzio. Famulo, non odi? Vien qui, che te voglio parlare.

Malfatto. Che volete? [p. 120 modifica]

Prudenzio. Vieni con noi sino all’emporio, che mercaremo doi o tre oboli idest baiocchi de fercule per prandio.

Curzio. Addio, maestro.

Prudenzio. Oh! Bona dies, magnifici mei patronissimi. Quomodo se habent, come stanno le Signorie Vostre?

Malfatto. Oh mastro! Questo è quello che me dette li quatrini:

nch vero, quell’uomo?

Prudenzio. Taci, se non che tu me farai convertire la ultrapelia in ira.

Malfatto. E me disse ancora che voi séte un poltrone.

Prudenzio. Vade ad furcas, prosuntuoso.

Curzio. Oh che piacer è questo!

Prudenzio. Io multum miror che la Eccellenzia Vostra abbi machinato contro di noi alcune parole ingiuriose come un seminario di mali.

Curzio. Io non so che cosa ve abbiate.

Prudenzio. Dico che non convenit ad uno experto viro laniare el prossimo.

Curzio. Voi mi parete un pazzo. Che dite?

Prudenzio. Benché, noi non le stimiamo; perché «esto forti animo cum sis damnatus inique».

Curzio. Voi fate un gran sgranellare di latini, oggi!

Malfatto. O quello! Dame un altro quatrino: vói?

Prudenzio. Basta. Non è questo el rigore de l’onestá.

Malfatto. Vo’ melo dare, che te raccusarò lo mastro?

Prudenzio. Metue magistrum tu et fac ut sis sermone raodestus.

Malfatto. Parlate, parlate con lui che ve responde rá.

Prudenzio. Non se fa cosi, bone vir.

Curzio. Io credo che ve sognate. Con chi l’avete?

Prudenzio. Questo nostro famulo ne ha referto che voi avete detto contro a l’onor nostro molta ingiuria. Ma ambula cum bonis et cetera.

Curzio. Che ambula? che ambula? Non ve vergognate, voi, che fate el savio, el grave, e andate tutta notte cantando, facendo le mattinate, come se fossi vo un giovane de venti anni? [p. 121 modifica]

Malfatto. È vero, si, e ce porta lo...

Prudenzio. Non lo credi, no, che te farò cedere locum maiori?

Malfatto. Misser no, che non lo credo.

Prudenzio. Bone vir, io credo che la Magnificenzia Vostra in tutto e per tutto e al tutto...

Rufino. State a udire.

Prudenzio... sia da bene, savia e morigerosa e che la Spettabilitá Sua non cogitet ch’un paro nostro, disciplinato nelle liberale arti, incumba a simile vanitá: quia «vanitas vanitatum et omnia vanitas»; che sapete bene che, nocturno tempore, vanno li vespertilioni.

Curzio. Ve possino venire a voi queste biasteme!

Malfatto. Amenne. El cancaro ancora!

Prudenzio. Odite. «Nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum».

Curzio. Oh! che bestia è questa?

Prudenzio. E si ve dico che «litem ferre cave».

Curzio. Che volete che cavi? che volete che cavi?

Malfatto. Dice lo vero. Non ce è da cavare qua.

Curzio. Sapete che dico a voi? che, se non séte savio, ve farò vedere che voi non sapete la santa croce.

Malfatto. Non è vero, misser. La sa; e me ha imparato a me sino al «be a ba, be e be».

Curzio. Voi non respondete? Molto state si cheto.

Prudenzio. Non rispondo quia «contra verbosus noli contendere verbis». Ma non crediate ch’io sia tanto aspernato o reietto perché portamo la toga, che me resolvo che non me farete fuori del debito della iustizia e di quanto comandano le municipali leggi sacrosante iustiniane imperatorie per ciò che siamo in una delle inclite cittá del mondo.

Curzio. Voi fate un gran bravare.

Prudenzio. Et in casu necessitatis me ne andarò ad osculare i piedi al clavigero ponitore cellicolo, idest del beatissimo pontifex maximus, in nel suo proprio solio, quando pur me farete fuori del debito; bench’io non multi facio le parole vostre degne di reprensione. [p. 122 modifica]

Malfatto. O quello! Addio. Fit! Prudenzio. Che noi non siamo per comportarci alcun dedeco, idest mancamento.

Malfatto. Mastro, volete far alle pugna con lui, che ve terrò la cappa? Voi me guardate? Dico da vero, alla fé.

Curzio. De grazia, mastro, avertite ai casi vostri.

Prudenzio. Non bisogna minarci per essere catrafatto con l’ense ferreo e col pugione e col famulo satellito. Ma voi non sapete ancora quanto conato abino le umane lettere appresso i buoni discipuli concivi e munifici che sono copiosi di famuli e di gladiatori.

Curzio. Questa pecora gridare tutt’oggi.

Malfatto. O quello delli quatrini! che fai?

Prudenzio. Testor Deum ch’io voglio andare nunc nunc al tribunale della Reverenzia dil Monsignor Governatore e dechiarargli pedetentim tutte le superfluitá che se fanno in questa terra alli omini del Gimnasio romano.

Rufino. Leviamocelli dinanzi, patrone.

Malfatto. Olá! Ve ne andate? non volete che venga, ch?

Curzio. Si: che non camini?

Prudenzio. Per corpum meum...

Malfatto. Che non dite a misser che me lassi venire?

Prudenzio. Ah lingue viperee, defloratore de l’onor nostro!

Curzio. Non li respondere. Lassalo gridare.

Prudenzio. Vien qua tu, sciagurato, insolentissimo. Vattene un poco dereto a coloro e vedi ove entrano e viennimelo subito a referire e guarda che tu non gli sperda.

Malfatto. Non me sperderò, no. Ma dove dite che vanno?

Prudenzio. Lá giú per quel trivio.

Malfatto. Non erano se non doi, recordatevene bene, e non tre.

Prudenzio. L’è vero. O camina, adunque; e torna tosto.

Malfatto. Quanto tosto volete ch’io venga? com’un sasso?

Prudenzio. E camina, poltronee! ch’in questo mezzo voglio andare ad informandum curiam.

Malfatto. Oh mastro! oh mastro! Io non li veggio. [p. 123 modifica]

Prudenzio. Va’ correndo giú per quella via.

Malfatto. Per quale? per questa?

Prudenzio. Per quella, si.

Malfatto. Be’, io voglio andar da quest’altra, io.

Prudenzio. S’io vengo lá, te farò... Aspetta!

Malfatto. Ecco ch’io vo, sii.

Prudenzio. Corri, che te rompi el collo!

Malfatto. Olá! Aspettateme, che lo mastro vole che ve venga dereto. Mastro, caminano troppo forte. Io non li posso agiognere.

Prudenzio. E va’, sciagurato! E io partim andarò al bibliotecario ancora a riscuotere un chirografo, idest un libellulo scritto de nostra mano repleto d’ingeniosi e acuti e morali detti.

SCENA V

Minio, Repetitore, Luzio.

Minio. Valete.

Repetitore. Andate savi.

Luzio. Valete.

Repetitore. Non fate stultizie.

Luzio. Alla fé, che lo mastro m’ha fatto molto male.

Minio. E che vo’ dire che non me ha dato a mi?

Luzio. Non te ha dato: che ne so io?

Minio. Te vorria dir una cosa; ma non vorria che me raccusassi.

Luzio. Non te raccuso, alla fé.

Minio. Si! si! Non te lo credo.

Luzio. E dimmelo, de grazia: vói?

Minio. O giurarne prima, per la croce de Dio benedetta, de non me raccusare.

Luzio. Vedi, per questa croce, che non dirò niente.

Minio. Sai che me ha ditto lo mastro? che dica a mia sorella che lui li vole essere marito.

Luzio. E halla vista sòreta, esso? [p. 124 modifica]

Minio. Si, che l’ha vista. E che li voi dare certe cose bone, ch’esso ce vorria venir a dormire stanotte.

Luzio. E tu vo’ gnelo dire?

Minio. Ma se gnello voglio dire? Lo credo! che m’ha promesso de non me dar delli cavalli, se io gnello dico, vch!

Luzio. Ed è bella sòreta?

Minio. Si, ch’è bella; e tutta notte ioca con meco.

Luzio. E a che iocate?

Minio. locamo alle sculacciate. E madonna grida.

Luzio. Quanto vói stare a tornare alla scola, tu?

Minio. Come averò pranzato. Non me vói venir a chiamare?

Luzio. Si, voglio. Aspettarne, sai?

Minio. Son contento. Addio.

Luzio. Addio. Bon di.