Il problema dei diritti della donna/Parte prima/I

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Parte prima Parte prima - II
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I

La civiltà greca, seguitando le tradizioni dell’Oriente,1 voleva la donna in perpetua tutela, più serva che compagna dell’uomo; chiusa nel gineceo, occupata soltanto nel governo della casa, senza alcuna cultura. L’uomo invece prediligeva la vita pubblica, le feste della sua religione gaia e gioconda, il fascino della eloquenza, della poesia e delle arti; le lotte della politica, le espansioni della vita libera. Ma un popolo così squisitamente [p. 4 modifica] artista, di spirito sveglio come il greco, doveva sentire tutto il vuoto di questo sistema di educazione e di trattamento del sesso gentile. E perciò accanto alla donna ignorante del gineceo vediamo sorgere la donna libera, la elegante etèra che aveva saputo assimilarsi ciò che di più squisito e di più raffinato aveva la cultura ellenica; la briosa etèra che ragionava di poesia e d’arte, che ispirava gl’inni di Pindaro, le conversazioni di Socrate, la politica di Pericle. Quel popolo libero non aveva concepito la libertà delle donne altro che nell’amor libero e fuori del matrimonio. Anzi domandate alla civiltà ellenica che cosa sia la donna, e vi risponderà con le sue maraviglie dell’arte plastica; ma scendete addentro e interrogatene l’anima, e ne avrete le più bizzarre e contradittorie risposte: nelle rapsodie omeriche, nel teatro tragico, nel dramma satirico, nelle opere dei filosofi.

Nella civiltà romana la donna aspira all’eguaglianza e alla potenza. La legislazione la vuol serva? Essa vince la legislazione, perchè il costume la vuol libera. Il costume faceva sentire ai Romani che dove la donna non sia partecipe della cultura e della libertà del marito, ivi la famiglia non può esser tenuta in onoranza. I Romani non vollero relegare le loro donne nel gineceo, o esse, ammaestrate dall’esempio di Grecia, non vollero rimanervi. Le donne avevano alti ufficii religiosi; nei teatri, nei conviti, nelle feste, era loro serbato un posto d’onore. Esse erano le regine dell’atrium, il salotto della famiglia, il drawing room; ivi le onoravano gli amici e i clienti del marito. Le più nobili matrone si occupavano di filosofia, di storia e di politica; coltivavano la letteratura patria e la greca che era allora [p. 5 modifica] la letteratura della high life.2 La donna presiedeva al lavoro degli schiavi, dirigeva l’educazione dei figli. I Romani ebbero poi un concetto così elevato del matrimonio, che le civiltà e legislazioni posteriori poterono ripetere, non superare. Forse ha del ricercato e del rettorico, ma certamente è una bella definizione quella che ne fu data nell’epoca classica del diritto romano: «Il matrimonio è l’unione dell’uomo e della donna, il consorzio di tutta la vita, la comunicazione di ogni diritto divino ed umano». Coi costumi di Roma, era naturale che da una legislazione che non concedeva alle donne se non pochi diritti, si venisse a poco a poco a una legislazione che faceva loro quasi la stessa parte che agli uomini; tanto che certe leggi, alcune delle quali conservate fino a noi, ebbero il carattere di freno ad una capacità e ad una libertà stimate eccessive. La legge Voconia, per esempio, vietò e in alcuni casi limitò la facoltà d’istituire eredi le donne. Legge improvvida, secondo alcuni, perchè vietare alle donne di ereditare [p. 6 modifica] dai morti era un incoraggiarle forse a spogliare i vivi. Augusto l’abolì nella sua legislazione intesa a favorire i matrimoni e a conservare le doti. Il senatoconsulto Velleiano, che ha durato per tanti secoli, dichiarò nulle le malleverie prestate dalle donne. Nonostante questi freni si giunse però alle costituzioni di Giustiniano, che parificarono le donne agli uomini nelle successioni, e concedettero loro altri preziosi diritti.

Ma alla fierezza delle Romane non bastò mai quello che la legislazione concesse. Regine del focolare domestico, ambirono esercitare la loro potenza nella vita pubblica; in mancanza di un potere legale, con la galanteria, con le congiure, coi raggiri e per fino coi meetings di donne, tra i quali quello cosi drammatico, descrittoci da Tito Livio, contro la legge Oppia che voleva impedir loro di vestir riccamente e di andare in cocchio per Roma.3 Pare che una mania speciale delle Romane fosse, chi lo crederebbe? di far da avvocato. Ma fecero di quel ministerio tale un abuso, e [p. 7 modifica] davano luogo a tanti scandali nei tribunali che i Romani persero la pazienza e un editto del Pretore non le volle più pei tribunali. C’ebbe molto che fare una certa Afrania (a. 48 di G. C.) improbissima foemina quae inverecunde postulans, et magistratum inquietans causam dedit edicto. E benché a questa proibizione tenessero dietro altre consimili, nel diritto romano vediamo la condizione della donna immensamente migliorata.

Il Cristianesimo interruppe il movimento di emancipazione civile che la cultura latina portava; ma se proclamò che la donna deve rimaner soggetta all’uomo, ne elevò la dignità purificandone il costume, e ispirandole virtù non ignote certamente agli antichi, ma meno pregiate. Però benché San Paolo proclamasse che davanti a Dio l’uomo e la donna, il libero e lo schiavo, il Greco e il Barbaro erano eguali e tutti dovevano amarsi in Dio, è innegabile che ripigliando le tradizioni orientali proclamava la inferiorità della donna e [p. 8 modifica] la sua soggezione all’uomo. Eppoi vennero le esagerazioni ascetiche che allontanarono dalla purezza ed elevatezza morale dei precetti evangelici, e parvero intese, più che a migliorare il cuore dell’uomo, a spaventarlo noi dommi terribili dell’Oriente semitico. La donna si disse destinata ad espiare in perpetuo sulla terra la gran colpa d’Èva, destinata a vivere in perpetuo lutto, col capo coperto come misera penitente. Un padre della Chiesa dice che le donne sono peggiori di Satana, un altro le paragona tutte al basilisco, un altro le chiama porte dell’inferno e cosi via di questo gusto.

Poi gli stessi padri e santi, quasi sentissero nel loro spirito agitarsi il problema che oggi ci affatica, in altri [p. 9 modifica] luoghi le benedicono, ne esaltano la pietà e si rivolgono con cura speciale alla mente e al cuore delle donne per la diffusione delle dottrine e dei sentimenti cristiani. Ce ne dà un esempio S. Agostino. Ci voleva forse la levatura di mente e d’animo di S. Agostino per scrivere sopra la madre le pagine ch’egli scrisse; egli che pur tanto affetto doveva aver sentito verso la misera amante. Egli, benché fatto cristiano, la rammenta sempre con un senso di amore, e ricorda che quando la rinviò in patria, nell’abbandonare lui e il figlio, la povera fanciulla, come la Federica Brion del Goethe, fece voto di non appartenere ad altr’uomo. Ma a S. Agostino, che in altri punti non risparmia nè il carattere nè la [p. 10 modifica] dignità della donna, dev’essere forse sembrato proclamare un paradosso quando ai suoi tempi scriveva che il nascer donna era natura e non vizio.

A poco a poco si formò il diritto canonico, e se i canoni favoriscono talvolta la condizione giuridica della donna, non esitano un momento a proclamare che l’uomo solo fu creato ad immagine di Dio, ma la donna no; che essa deve rimanere quasi schiava di lui. Quando il diritto canonico si associa al diritto romano, ne rincara la incapacità e le proibizioni.4 Con l’accrescersi della pompa dei riti e dell’affettazione delle opere esteriori, scema la fede dei cuori, viene la corruzione ecclesiastica, ed è facile concepire qual poteva essere lo spirito di una casta mal sofferente il celibato e per la sua corruzione messa nel bivio di fuggire le donne o di contaminarle. La legislazione e la casistica di certi volumi ce lo rivelano.

Si affacciano i popoli germanici nella scena della storia? Per essi la famiglia non è istituzione politica come a Roma, ma istituzione naturale, fondata [p. 11 modifica] sull’affetto reciproco, sull’eguaglianza e sul rispetto della donna, vera compagna dell’uomo in pace ed in guerra, laborum periculorumque socia, religiosamente venerata, perchè reputata avere in sè qualche cosa di divino e di profetico. Sono barbari i Germani, ma le loro leggi, dice uno scrittore, vigilano al pudore della donna come farebbe un amante; la proteggono contro la sua debolezza fisica da ogni specie di ingiuria nella persona e nei beni.

Forse vi è dell’esagerazione, e, giudicandone oggi, si fa come il Racine che ai rozzi personaggi dell’antichità prestava le raffinatezze della Corte di Luigi XIV; forse coteste leggi non contenevano se non un desiderio e un’aspirazione. Ma qualunque fosse la efficacia pratica di coteste leggi, è certo che la primitiva civiltà germanica non poteva neppure avvicinarsi ad una soluzione, perchè in una società guerriera le donne sono necessariamente sacrificate. Poi viene il feudalismo che ordina a gerarchia militare la società tutta quanta e a fondamento dei diritti civili pone gli ufficii militari. Le donne sono quindi escluse; sono soltanto posposte, quando convertiti i feudi in patrimonii, esse giungono ad avere tutte le prerogative feudali e perfino la sovranità. Allora amministrano la giustizia, levano eserciti, governano, fanno anche la guerra. La storia ricorda celebri nomi di donne; ma in esse non troviamo se non le sovrane: erano splendidi esempi, ma il problema non progrediva di un passo.

Benché la barbarie dei tempi, la durezza degli ordinamenti feudali e il diritto romano e canonico tenessero compresso ogni problema sociale, si preparava nei costumi, nelle aspirazioni almeno, la cavalleria, splendida [p. 12 modifica] reazione dello spirito germanico, primo albore del Risorgimento. In cotest’epoca, i cui costumi reali appena intravediamo a traverso tanti racconti fantastici e tanta poesia, è costume che ogni fanciullo nobile sia inviato al castello del signore vicino perchè facendovi da paggio si educhi alla vita del cavaliere. Ei diviene scudiero del signore, serve le dame del castello, cresce in compagnia delle figlie del Barone. Le dame del castello gli insegnano il codice d’amore, lo bramano bello e gentile. Egli sente tutto l’ascendente femminile e nel desiderio di piacere alle gentildonne trova lo stimolo più potente a farsi ammirare nelle battaglie. In una società governata dalla forza egli dev’essere il difensore delle vittime: dei sentimenti germanici egli deve custodire il fiore, il rispetto per la donna: egli deve portare omaggio alla bellezza, aborrire da ogni atto ingeneroso. Ecco l’ideale della cavalleria.

Niente di più elevato e fecondo della cavalleria risguardata come aspirazione; ma niente di più povero come istituzione pratica.

Frattanto un altro gran seme è posto, e il Rinascimento lo feconda. L’umanità si risveglia alla coscienza di se stessa, le scienze, le arti tornano a fiorire, e in questi tempi nuovi anche l’ideale della donna è mutato com’è mutato l’ideale dell’amore.

La donna che le età nuove vagheggiano non è più la povera ignorante del gineceo greco; non è l’etèra briosa e culta, ma lasciva; non è la romana fiera e piena d’insidie. Ha la pietà della cristiana, ma non è neppure la donna dell’ascetismo dei primi tempi che si tormenta nel cordoglio, che vive sempre in gramaglie, a cui è conteso ogni sentimento che abbellì la vita. [p. 13 modifica] Non è neppure la oziosa gentildonna dei castelli feudali. E un tipo nuovo che li compendia tutti nella parte migliore, che la poesia e l’arte irradiano di nuova luce.

Questo nuovo ideale della donna fu salutato dal più grande dei nostri poeti; ed egli lo incarnò in quella gentile, che come molte di voi, cortesi uditrici, fu battezzata al fonte di S. Giovanni.

Volete udire, o signore, tutta la bellezza e sentire, voi che avete intelletto d’amore, la dolcezza e la potenza del nuovo sentimento? Basteranno poche paroledelia Vita Nuova, quando Dante ci spiega come componesse quel maraviglioso sonetto: Tanto gentile ecc. La prosa che lo precede è anche più bella del sonetto. «Questa gentilissima donna, egli dice, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti che quando passava per via le persone correano per vederla; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso ad alcuno, tanta onestà venia nel cuore di quello, ch’egli non ardiva levare gli occhi nè rispondere al suo saluto; e di questo molti come esperti mi potrebbero testimoniare a chi noi credesse.

«Ella coronata e vestita di umiltà si andava, nulla « gloria mostrando di ciò che ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poiché passata era: questa non è femmina, anzi è uno dei bellissimi angioli del cielo. Ed altri dicevano: Questa è una maraviglia: che benedetto sia lo Signore che sì mirabilmente sa operare! Io dico che ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti i piaceri, che quelli che la miravano comprende devano in loro una dolcezza onesta e soave tanto che ridire non la sapevano; nè alcuno era, il quale [p. 14 modifica] potesse mirar lei che nel principio non gli convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei procedevano mirabilmente e virtuosamente».

Dopo Dante una corona di artisti, di filosofi e di poeti custodì ed accrebbe questo ideale; da Raffaello allo Skahespeare, al Goethe, al Byron, al Tennyson, al Leopardi; e a quei pochi grandi che ancora mantengono in noi quel po’ di poetico, quel po’ d’ideale, che ci consente questa età nostra di dare e avere, di vie ferrate e di tariffe doganali.

Finita la notte del medio evo, si entra in pieno Rinascimento, e col diffondersi generale della cultura del paganesimo la società si emancipa dal clero e pur le donne si appassionano per la poesia e per le lettere; vengono i secoli di Lorenzo il Magnifico e Leone X, di Elisabetta e di Luigi XIV. Vi furono in questo periodo storico donne illustri nelle lettere e nelle scienze; fra le italiane la Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Tarquinia Molza ed altre. Le Corti d’Italia erano tanti focolari di vita letteraria, nei quali le donne cantate in mille modi dai poeti avevano gran parte ed ascendente. Lo spirito della cavalleria continuava, ma aveva perduto della freschezza nativa e si tramutava in galanteria raffinata o in pedanteria. La Fronda che è così gran parte della storia e del carattere della Francia, diè una gran parte alla donna in quella guerra di sangue, di satire, di epigrammi e di raggiri. Dame dell’aristocrazia spiritose ed eleganti, galanti per politica e politiche per galanteria, mescolate tra le turbolenze civili, circondate da corti di giovani leggieri e licenziosi, se acquistavano momentaneamente potenza, non accrescevano favore e dignità al loro sesso. In Inghilterra si [p. 15 modifica] passa per la severità del puritanismo e poi per la reazione opposta, la corruttela del tempo della Restaurazione degli Stuardi : autori drammatici, poeti ed uomini di Stato si studiano di mettere in ridicolo ogni specie di onestà, e ci riescono. Gli uomini divengono epicurei per sistema, seduttori per professione. Basta esaminare il teatro di quel tempo per avere un’idea dei costumi: le donzelle raccomandano ai futuri sposi di non esser nè troppo saggi nè troppo onesti: i due sposi, esse dicono, debbono essere due buoni amici, ma senza soverchia famigliarità, e lasciandosi libertà pienissima; il marito giuri di non entrar nell’appartamento della moglie senza prima essersi fatto annunziare ed averne chiesto ed ottenuto il permesso in tutta regola.

Un pervertimento anche peggiore peggiorava la Francia; e il Molière lo flagellava a buon diritto nelle sue commedie, e il Boileau non aveva tutti i torti nelle sue satire. In Francia pure e più che in Inghilterra, la cultura delle donne era divenuta raffinamento di galanteria e nulla più.

Épouser une sotte c’ est pour n’ ótre point sot....
Mais une femme habile est un mauvais présage;
Et je sais ce qu’il coute à des certains gens
Pour avoir pris les leurs avec trop de talents.

Arnolfo argomentava dalle donne dei suoi tempi, e l’École des Femmes colpiva nel vero.

E non men giuste erano le satire delle Femmes savantes e delle Precieuses ridicules. La cultura, piuttosto che destinata ad educare il sentimento della moralità, pareva vòlta a deprimerlo; vòlta in gran parte [p. 16 modifica]Pagina:Luchini - Il problema dei diritti della donna, Sansoni, Firenze, 1877.djvu/30 [p. 17 modifica]Pagina:Luchini - Il problema dei diritti della donna, Sansoni, Firenze, 1877.djvu/31 [p. 18 modifica]Pagina:Luchini - Il problema dei diritti della donna, Sansoni, Firenze, 1877.djvu/32 [p. 19 modifica]Pagina:Luchini - Il problema dei diritti della donna, Sansoni, Firenze, 1877.djvu/33 [p. 20 modifica]Pagina:Luchini - Il problema dei diritti della donna, Sansoni, Firenze, 1877.djvu/34 [p. 21 modifica]Pagina:Luchini - Il problema dei diritti della donna, Sansoni, Firenze, 1877.djvu/35 [p. 22 modifica] venuta la donna affarista; al Rimario del Ruscelli si è sostituito il listino della borsa; alla donna arcadica la donna che disserta sul rincaro dei petrolii, sul ribasso della rendita. Da un eccesso si va nell’altro.

Checchessia della giustizia del lamento, bisogna riconoscere che la pratica degli affari generalmente più diffusa ha accresciuto d’assai la potenza della donna.

L’ha accresciuta più che mai il diffondersi delle istituzioni rappresentative; nelle sale di ricevimento ha perciò un campo più vasto. Male o bene che sia, la storia dei salons è divenuta gran parte della storia politica delle nazioni. Ivi si preparano le candidature politiche, ivi i vecchi uomini di Stato incontrano i giovani, e sentono l’influenza delle nuove generazioni; ivi si formano le idee di moda e gli uomini di moda. E di quasi tutti i salons l’anima è quasi sempre una donna.

È quindi naturale che il problema sia non solo oggi studiato, ma si ponga come problema popolare e che la lotta sia viva fra emancipatrici e non emancipatrici, conservatori e innovatori. La rendono più viva la malattia del nostro secolo, il quale non trova riposo e si sente trascinato a tutto innovare ; la filosofìa odierna che solleva tutte le questioni, benché tutte lasci insolute; la democrazia che eccita tutte le ambizioni, benché le lasci tutte insoddisfatte. Non poteva non avvenire che un problema di più si ponesse nella presente vita sociale: la donna che domanda gli stessi diritti dell’uomo, che non chiede soltanto fiori e corone, ma vuol esser sua collaboratrice riconosciuta nella intera vita sociale.5 [p. 23 modifica]

Non potendo esaminare il problema dappertutto, ne esamineremo lo stato presente nei popoli di schiatta inglese, presso i quali ha preso un maggiore incremento ed è a un tempo problema filosofico, giuridico, parlamentare e popolare.

  1. «D’un but à l’autre de l’Asie, la femme est considérée comme un étre de nature inférieure, tenant à la foi de l’enfant et de l’esclave.... Nos missionnaires ne peuvent parvenir à faire comprendre aux Chinois qu’une femme a une àme immortelle comme l’homme» (Paul Gide; Histoire de la condition privée de la femme dans le droit ancien et moderne). Presso le famiglie ariane dell’Asia la condizione delle donne è un poco migliore. Attingo con compiacenza, per la storia giuridica, dal libro del Gide, che è un sapientissimo lavoro degnamente, come quello del Laboulaye, premiato dall’Istituto di Francia.
  2. Tra le famiglie romane più illustri del tempo della Repubblica pare che la casa degli Scipioni fosse quella che aveva un’ educazione più squisita e più fashionable. Le abitudini da gentleman di quella casa davano sui nervi a Catone il Censore. Catone non si tagliava mai i capelli; la storia non dice se li pettinasse, ma dobbiamo onestamente supporlo, per la venerazione che la figura dell’austero giureconsulto c’ispira.

    Sallustio ci dipinge mirabilmente in pochi tratti una signora dell’aristocrazia romana, Sempronia. Era di stirpe nobilissima e versata nella letteratura greca e romana. Nella musica e nella danza esercitata più che a donna onesta non convenisse. Era adorna di molte altre qualità atte ad ispirare negli uomini sentimenti lascivi. E dopo aver detto che era disonesta, aggiunge: ma l’ingegno di lei era elegante ; scriveva in poesia, aveva moltissimo brio; la sua conversazione era modesta, ardita, sentimentale, secondo i casi. Prorsus multae facetiae, multnsque lepor inerat.
  3. Non posso resistere alla tentazione di riprodurre con molta libertà da Tito Livio questo episodio della storia romana. Tito Livio ci trasporta in piena Inghilterra della seconda metà del secolo xix.

    Una legge promossa da C. Oppio al tempo della prima guerra punica e quando Roma si trovava nelle maggiori strettezze, portava che niuna donna potesse avere in ornamenti più di una mezz’oncia d’oro, nè potesse portar vesti ricamate a varii colori, nè potesse andare in cocchio a Roma o a 1000 passi di distanza se non per causa di pubblica cerimonia. Quando dopo la seconda guerra punica due tribuni della plebe proposero (ann. 559) l’abrogazione della legge, fu un gran sottosopra per Roma. Allorché l’abrogazione andò in discussione, fu fissato un meeting di donne. Ne accorsero dalle campagne e dai vicini villaggi. Occuparono tutte le vie adiacenti al Foro, gridando che essendo la repubblica tornata fiorente e le private fortune accresciute, si rendessero alle donne gli antichi loro ornamenti. Mandarono deputazioni ai consoli, ai pretori, agli altri magistrati. Ebbero per avversario, com’era da aspettarselo, il severo Catone; egli che quando non poteva proibire il lusso delle donne tirava a caricarlo di tasse. Tito Livio ci riporta l’orazione di lui. Sia pure stata composta da Tito Livio, ci basta per esprimere il sentimento dei tempi e l’animo probabile e l’impeto del grande avversario delle donne.

    Catone corse subito al Foro, e prese subito a parlare. Cominciò dal pigliarsela coi mariti. Se ognuno di voi, o Romani, egli disse, avesse pensato a tenere a dovere la sua donna, non avremmo che fare qui con tutte messe insieme. Non contente di governarci in casa, esse vogliono governare anche nel Foro! Credeva che fosse una favola il racconto che in una certa isola una congiura di donne avesse distrutto dalle barbe ogni stirpe di sesso virile ; comincio a persuadermi che anche a Roma c’è da aspettarsi un tiro di questo genere. Non ci sono persone tanto da poco, dalle quali tu non possa aver pericolo se le lasci liberamente far congrega. Quest’agitazione di donne ( costernatìo muliebris), o sia nata da sé o siastata eccitata da voi, Fundunio e Valerio, deve dar luogo a un processo criminale e dev’esser punita. Ora noi dovremmo da quest’agitazione di donne esser costretti a mutar leggi? Quanto a me, ho avuto una gran vergogna a passare nel Foro a traverso a tutte quelle donne, e se non avessi avuto rispetto alla dignità di ciascuna donna (si noti questa dichiarazione molto eloquente in bocca di Catone), non l’avrei avuto di tutte messe insieme (Quod nisi me verecundia singularum magis majestatis et pndoris quam universarum me tenuisset, ne compellatae a Consule viderentur etc.). E se non mi fosse doluto di sentir dire che il Console le aveva trattate villanamente, io avrei saputo dir loro due parole: «E che maniera è questa, avrei detto, di venir per le strade e di sollecitar cosi gli altrui mariti? Non potevate chiedere in casa ciascuna al proprio marito quello che volevate ? Avete forse qualche modo per esser più persuasive coi mariti degli altri che coi propri? Se un po’ più di verecondia avesse potuto dar freno alle matrone, non ci sarebbe stato bisogno di queste leggi. I nostri antichi non volevano, e avevano ragione, che le donne disponessero di cosa alcuna nè privata nè pubblica, e noi ci lasceremo toglier di mano anche il governo della repubblica? E badate bene, non l’ho soltanto con quelle che si danno moto perchè la legge sia abrogata, ma anche con quelle che si danno moto perchè sia mantenuta. Le donne non debbono immischiarsi in cose simili.

    Eppoi questa legge è un pretesto ; quello che le donne vogliono è libertà in tutto, una sfrenata larghezza. E che cosa non tenteranno esse, se ci levano la mano in questa questione? I freni delle leggi valgon poco, ma che avverrà se li toglieremo? Se voi lasciate che esse ottengano la desiderata eguaglianza, credete che si fermeranno li? Ve ne avvedrete; lasciatele esser vostre uguali, diverranno vostre padrone.

    Valerio rispose con maggior calma, secondo Tito Livio, dacché ei sentiva di avere per sé l’opinione pubblica. Ricordò che la legge era stata fatta in momento di pubblica calamità, quando Annibale aveva ridotto agli estremi la repubblica e tutte le forze e i mezzi dei cittadini dovevano essere intesi a salvarla. Ma ora le condizioni della repubblica erano mutate. È ingiusto, egli diceva, che mentre la repubblica è fiorente, mentre gli uomini si adornano, le nostre donne sieno prive di ornamenti. Eppure esse non hanno come noi le magistrature, non i trionfi, non le insegne onorate. Esse, romane, sono costrette a vedere le mogli dei sudditi e degli alleati nostri piene di ornamenti; ed esse andarne prive ! Tale stato di cose non può non offendere il nostro amor proprio, la dignità delle nostre famiglie. Confutava alcune asserzioni di Catone e ricordava ai Romani che essi erano padri e mariti, non signori e padroni.

    La legge Oppia fu abrogata. Oltre questo meeting femminile la storia ricorda quello tenuto contro i triumviri Antonio, Lepido e Ottavio che volevano levare un prestito obbligatorio, o come elegantemente si direbbe adesso, forzoso, dalle più ricche matrone di Roma. Arringò Quinta Ortensia, la figlia del celebre oratore.
  4. Potremmo rimandare il lettore al Corpus juris canonici, Decreti, II Pars, Causa xxviii passim e specialmente Quaest. v: «È ingiusto che il maggior serva al minore, perciò le donne debbono v. servire agli uomini (cap. xii). L’uomo è fatto ad immagine di Dio, ma non la donna; onde l’apostolo dice che l’uomo non deve velare il suo capo, perchè è immagine e gloria di Dio; la donna deve velarlo, perchè non è nè immagine nè gloria di Dio (cap. xiii). Onde apparisce che le leggi vollero la subiezione delle donne agli uomini e le donne quasi serve (poene famulas) dei mariti (cap. xiv). La donna deve star subordinata al dominio del marito, non può avere autorità alcuna, nè può pretendere d’insegnare, nè dar malleveria; e tanto meno imperare (cap. xvii). Fu Èva che ingannò Adamo, non Adamo che ingannò Eva (cap. xvm). La donna deve tenere il capo coperto da un velo, perchè essa non è l’immagine di Dio ecc. (cap. xix)».
  5. Vedi in questo argomento il libro di Lorenzo Von Stein (Die Frau in die national Oekonomie). Lo Stein però non esamina che alcuni lati del problema domestico economico. (Vedi anche Leroy Beaulieu, Le travail des femmes an XIX siede, ouvrage couronnè par l'Académie des sciences morales et politiques. Paris 1873).