Istoria della città di Benevento dalla sua origine fino al 1894/Parte II/Capitolo V

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Capitolo V

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CAPITOLO V.


Romoaldo cessò di vivere nell’anno 678, dopo di aver governato la duchea per anni sedici, e lasciò tre figli Grimoaldo, Gisulfo ed Arechi. Il primo nato tolse a moglie Vigilanda figlia del re Bertarido da cui ebbe un figlio, al quale pose nome Romoaldo, e tenne con molta gloria lo Stato nei tre anni del suo governo, (687-689). Egli come era affatto simile al padre nell’aspetto, così lo uguagliava nel valore e negli altri pregi dell’animo, per modo che in quel triennnio lo Stato toccò l’apogeo della sua prosperità e grandezza, per essersi alle terre del ducato aggiunta l’intera Puglia, che era in quel tempo lo Stato più esteso del mezzodì d’Italia, e certamente maggiori cose avrebbe operato se più a lungo gli fosse durata la vita. E si ritenne pure che sotto il suo governo i longobardi si fossero del tutto fusi coi nazionali da non potersi più distinguere dai paesani, tranne poche illustri famiglie, di cui non ignoravasi l’origine longobarda. Gli successe nel ducato il giovinetto [p. 224 modifica]Gisulfo, suo germano, che fu l’ottavo duca di Benevento, e in prova del suo ardimento adducono gli storici locali il seguente fatto. Un giorno, mentre tutto solo percorreva i viali del giardino annesso al palazzo ducale, cadde ivi dal cielo una saetta con tanto fragore, che parve l’intero palagio ne andasse in ruina. Trassero allora nel giardino in traccia del duca, per secondare le premure della madre, tutti i cavalieri e cortigiani che erano in corte, paurosi di un qualche disastro; ma Gisulfo, fattosi loro incontro con la sua solita aria giuliva, disse sorridendo: «riferite a mia madre che non sono le saette del cielo tanto indiscrete da ferire i principi». Durante l’età minore di questo duca, assunse il governo degli stati beneventani la madre Teodorata con la qualità di reggente, e questa ebbe molte propizie occasioni per compiere assai cose in favore della Chiesa. Infatti fu essa che primamente introdusse tra i longobardi la vita monastica e il culto dei santi, e oltre del mentovato monastero di S. Pietro, sondato negli ultimi anni del governo del duca Romoaldo, edisicò due altri monasteri di monache detti amendue di S. Maria, l’uno in Colesano e l'altro in Castanieto. L’impulso da lei dato si comunicò a tutti i più distinti beneventani, e tre nobilissimi giovani di nome Paldo, Tato e Taso, che, ostando alla volontà dei genitori, eransi dati a vita monastica, quantunque si fossero decisi a vivere in Francia, pure dissuasi dall’abate Tommaso di Farva, da essi visitato nel loro passaggio per Roma, si determinarono di far ritorno in patria; e nel principio dell’ottavo secolo sondarono a loro spese, alle foci del fiume Volturno, il celebre monastero di S. Vincenzo.

Gisulfo nell’anno 702, non si sa bene se per sola avidità di conquiste, o per reprimere i moti sediziosi suscitati in quel tempo in Roma e in altre provincie greche, si avanzò con un forte esercito nella Campania romana, e, dopo avere interamente devastata quell’ampio tratto di paese, conquistò le città di Sora, Arpino, Arce e Aquino. Egli erasi inoltrato sino ad Orrea, per cui gli era aperta davanti la via di Roma, allorché gli usci incontro una numerosa [p. 225 modifica]deputazione di preti romani, speditigli dal pontefice con ricchissimi doni, per esortarlo a desistere dal proposito di ulteriori conquiste. Gisulfo, piissimo com’era, diede benigno ascolto alle parole mandategli a dire dal pontefice, e non indugiò a far ritorno in Pavia, rimettendo in libertà tutti i prigionieri; però le città conquistate, troppo ricca preda pei vincitori, soggiacquero al dominio dei longobardi, e in tal modo il confine del ducato da quella banda si estese sino al Garigliano.

In quel torno di tempo il regno di Pavia fu invaso da Alai duca di Bergamo, e, volgendo assai dubbiose le sorti della guerra, tanto il re Cuniperto, quanto il duca di Bergamo, mandarono ambasciadori a Gisulfo, per chiederne l’alleanza e indurlo a secondare i loro disegni. Ma egli, abborrendo di prender parte in quella impresa, addusse a pretesto del suo risiuto che, mentre i greci si apprestavano a invadere il ducato di Benevento, avrebbe messo in pericolo la sicurezza de’ suoi sudditi col l’assottigliare la sua armata in una spedizione, da cui niuno vantaggio potea ridondare a’ suoi stati. Nè un tal pericolo era poi del tutto immaginario, poichè infatti il greco imperadore intendea romperla interamente coi beneventani, e, condensando in Italia tutte le sue truppe, tentare uno sforzo per investire da più lati il ducato; locchè non potè poi mandare ad effetto per le gravi discordie insorte tra i soldati greci.

Gisulfo, negli ultimi anni del suo governo, mosso dalla gran fama di santità di Paldo, abate dell’insigne monastero di S. Vincenzo sul Volturno, imprese un viaggio a quella volta, per sincerarsi se la fama uguagliasse i meriti d’un sì preclaro cittadino di Benevento, o fosse stata in parte menzognera. Ma, appena vi giunse, ebbe a rimanere ammirato degli austeri e santi costumi che scorse non solo nell’abate, ma in tutti gli altri monaci che abitavano quel monastero. E per questo, volendo in qualche modo cooperare al bene di quella pia congregazione, largì al monastero di S. Vincenzo molta estensione di paese, affinchè i monaci [p. 226 modifica]avessero potuto colà trarre una vita non pure tranquilla, ma agiata. Una tale donazione fu confermata in appresso da Carlo re di Francia, che vi aggiunse altri beni, come risulta dalla cronaca di quel monastero, in cui leggesi pure che, recatosi il Re Carlo in Roma per visitare il corpo di S. Pietro, trasse per sua devozione a questo monastero, eccitato dalla fama della mirabile santità che vi fioriva.

Gisulfo morì nel 706, dopo 17 anni di ottimo governo, e gli successe il figlio Romoaldo II, che in età ancora assai tenera assunse il governo dei suoi stati. Egli eia dotato, non meno di Gisulfo, di spirito guerriero e di molto zelo religioso. Nei primi anni del suo governo donò molte terre e possessioni a diversi monasteri, e in ispecial guisa a quello di S. Sofia, fondato non molto prima dall’abate Zaccaria fuori di Benevento nella contrada che si domanda Ponticello; e nel suo tempo fu pure restaurata la celebre badia di Montecassino rimasta presso a poco nelle stesse condizioni in cui fu lasciata da Zotone. E in ciò fu secondato dagli sforzi dei tre predetti fratelli Paldo, Toto e Taso, sondatori del monastero di S. Vincenzo, come rilevasi dall’epitome dell’istoria cassinense, che si conserva manoscritta nella biblioteca vaticana.

Ma anche Romoaldo II, come gli altri duchi di Benevento, avea in mira di accrescere lo Stato, e però, seguendo l’esempio del padre, tentò nuove conquiste nella Campania, mettendo a suo profitto i nuovi subugli e le dissenzioni insorte nelle provincie greche. Nell’anno 717 o 718 prese di assalto la forte rocca di Cuma; senonchè il pontefice Gregorio II, cui dolse oltremodo una tale conquista, mise in opera ogni mezzo per indurre il duca a cedergli l’espugnato castello, ma vedendo riuscir vane tutte le sue pratiche, e che il duca non gli dava ascolto, si volse ai napoletani, ed esibì loro settanta libbre d’oro con questo che avessero per forza d’armi ripresa la rocca. La proposta del pontefice fu bene accolta, e, mediante un assalto assai vigoroso eseguito a notte profonda, di cui non ebbero sospetto i longobardi, riuscì ai napoletani [p. 227 modifica]d’insignorirsene. In questo fatto d’armi vennero trucidati più di trecento longobardi insieme ai loro castaidi, e furono tratti in Napoli da oltre cinquecento prigionieri. Pare che a Romoaldo II, dopo un tale disastro, fosse mancato l’animo di tentare novelle imprese, poiché non si ha contezza di altri suoi fatti guerreschi.

Nell’anno 712 fu eletto re di Pavia il celebre Liutprando. Questo principe, dotato di alta mente, non fu men prode che savio, e gli riuscì non pure di rinnovare il prestigio della dignità reale, umiliata dai suoi precessori, ma di estendere di molto le relazioni politiche del suo regno. Egli concepì l’ardimentoso disegno di congiungere sotto il suo scettro l’Italia intera, e, per venirne a capo, si propose non solo di conquistare tutte le contrade che si teneano tuttora per l’impero, ma di sottoporre al suo giogo i ducati divenuti omai liberi di Benevento e di Spoleto. Però non volgendo ancora i tempi favorevoli a porre in effetto compiutamente i suoi disegni, perchè la sua potenza non potea dirsi bori assodata, comprese che sarebbe stata follia cimentarsi allora con quei potentissimi duchi, e quindi li tenne per più anni a bada, infingendosi loro amico, mentre spiava accortamente l’occasione propizia per mandare a fine i suoi divisamenti. E ruminando tali cose strinse parentado col duca Romoaldo, facendolo sposo di Guntberga, figlia della sua germana Aurona, seguendo in ciò l’esempio di Bertarido che nello stesso modo contrasse parentela con Romoaldo I.

Non fu che nello scorcio dell’anno 729 che Liutprando cominciò a dar segno delle sue ostili intenzioni verso quei ducati; ma, prima di narrare gli avvenimenti ulteriori, mi studierò, a base dei pochi documenti tramandatici dal duca Romoaldo, d’investigare brevemente qual modo tennero i duchi di Benevento per venire in tanta potenza, tenendosi quasi indipendenti dal regno di Pavia, ed estranei alle vicende politiche degli altri ducati.

Egli è vero che si è più volte accennato all’indipendenza dei duchi beneventani, ma ora fa bisogno trattare più di proposito una tale questione.

[p. 228 modifica]La potenza dei duchi riteneasi di gran momento anche ne’ più piccoli stati dell’Italia superiore. La loro dignità non era temporanea, ed essi assumeano il comando militare e il potere giudiziario; regolavano ciò che ora dicesi pubblica sicurezza nel loro ducato; e riscotevano laute entrate dai Demanii loro aggiudicati, oltre i diritti che ad essi competevano sulle condanne alle ammende. Il numero dei servi, e delle persone addette al loro servizio sarebbe stato dicevole anche ad un sovrano, e tutti i familiari erano legati ai duchi da uno speciale giuramento di fedeltà che d’ordinario osservavano con molto zelo. Quei duchi erano gelosi della loro indipendenza, e la storia longobarda ci porge frequenti esempi degli sforzi adoperati da taluni di essi per sottrarsi compiutamente alla dipendenza dei re longobardi, i quali poteano far uso di tre mezzi a render vane cotali aspirazioni, e sottoporre al loro giogo i duchi più riottosi. Il primo mezzo consisteva nella facoltà di nominarli, e di questo diritto i re longobardi avvaleansi con assai prudenza, eleggendo sempre a tali cariche persone devote alla corona, e per lo più preferivano gli stranieri, o per lo meno persone che non fossero native di quei luoghi. Ma siccome un tale dritto di nomina non parve sempre sufficiente a reprimere i moti sediziosi di quei duchi, così i sovrani longobardi si adoperavano ancora a controporre un altro ostacolo all’abuso della autorità dei duchi, traendo profitto dei molti privilegi siscali, e dei ricchi demanii che possedevano nei singoli ducati. E perciò affidavano l’esercizio di quei dritti, nonchè la riscossione delle loro entrate e delle ammende pecuniarie ai così detti Gastaldi o Castaldi, i quali erano indipendenti dai duchi, e nominati dal re per un breve tempo, e a questi si permetteva di sopravvegliare alle Finanze, alle contese giudiziarie, e ai provvedimenti di polizia; per guisa che erano in grado di poter bilanciare tra certi limiti l’autorità del duca. Queste Gastaldie col volgere del tempo acquistarono sempre più importanza, sinchè da Rotari in poi prevalse il sistema che i re nominavano solo i Gastaldi nelle terre conquistate, e quando i duchi [p. 229 modifica]tentavano di sottrarsi alla loro dipendenza, essi sopprimevano la dignità ducale, sostituendo al duca il Gastaldo. E in appresso anche nei ducati, retti come innanzi dai duchi, si ruppe ogni legame tra essi e i Gastaldi, e i territori sui quali costoro esercitavano la loro giurisdizione si serbarono autonomi e indipendenti da quelli.

Al tempo del re Liutprando ciascuna delle due autorità avea un potere speciale e limiti certi, e si svolgeva in una cerchia determinata. Il regno consisteva in un certo numero di ducati e di Gastaldie, e sembra che in numero prevalessero queste. Dopo tali innovazioni si resero i duchi nei loro stati liberi affatto da qualsiasi ingerenza dei Gastaldi, ma i loro territorii furono nella massima parte meno estesi, e quindi la potenza del re crebbe di molto, perchè avvalorata dall’opera dei Gastaldi nelle contrade rette da essi. E infine i re conservarono il loro potere sui duchi nei singoli territorii mercè la nomina, che eransi riservata, agli ufficii minori, salvo assai pochi che conferivansi direttamente dai duchi.

Ma il ducato di Benevento trovavasi in ben altre condizioni. In primo luogo ivi il duca non era nominato dal re, per esser divenuta ereditaria la sua dignità, e infatti dopo la morte di Arechi al padre successe il figlio, al fratello il fratello. E benchè sia vero che gli scrittori facciano menzione di una elezione popolare, pur tuttavia è innegabile che il popolo si attenne sempre al sistema di conservare il dritto ereditario, e anche quando occorse che il prossimo erede o fosse minore, o assai giovane di anni, o pure scemo di mente, come si verificò in Aione, essi conferirono sempre la corona al legittimo successore del duca estinto, senza dar luogo a veruna eccezione. Nè vi furono mai contese ed opposizioni per la elezione di questi principi, nè si avverò mai che il popolo, dopo eletto un duca, si fosse dato pensiero di chiederne la conferma dal re, e fa specie come mai, in tale condizion di cose, i re longobardi avessero potuto nutrire lusinga che i duchi di Benevento si fossero creduti vassalli della corona.

Secondariamente non erano in Benevento i così detti [p. 230 modifica]demanii reali, poiché niuno scrittore ne fece mai menzione; nè se ne ha vestigio nelle tradizioni e nelle leggi locali; e pare evidente che in generale i re non ritraessero dal ducato alcuna entrata, e che il duca fosse subentrato senza contesa a tutti i dritti fiscali. Nei documenti beneventani si fa parola unicamente sacrorum palatium del duca, e giammai di quello del re, d’onde deriva la conseguenza che in Benevento mancavano ufficiali regii per esercitare dei dritti in suo nome, nè esisteva alcuna Gastaldia, come carica regia, e neanche gl’impiegati inferiori erano nominati dal re, ma sibbene dal duca. I detti impiegati, senza tener conto di quelli della corte, di cui si farà parola in appresso, consistevano nei conti, gastaldi, sculdasci e actionarii. In quanto ai primi, essi, come nel resto del regno, esercitavano in fondo la stessa autorità dei Gastaldi nominati dal re nell’Italia superiore, e costituivano il più saldo sostegno dei duchi di Benevento. L’intero ducato fu diviso in varii distretti che si aggruppavano intorno ad una città capoluogo, e i quali coll’andare del tempo presero pure il nomo di Gastaldie. Qual fosse il lor numero non è dato acquistarne certezza; poiché i soli che vediamo mentovati dagli scrittori di quell’epoca sono i distretti di Canosa, Siponto, Cassano ed Isernia, e nei tempi successivi si fa menzione di quelli unicamente della parte occidentale del ducato. Quando poi il principato di Salerno fu segregato da Benevento gli furono assegnati i distretti o le Gastaldie di Taranto, Larino, Conza, Montello, Rota, Salerno, Sarno, Nola, Furcale, Capua, Teano, Sora, e la metà di quella di Acerenza. Ma in quanto ai distretti della parte orientale del ducato, non sarebbe possibile di enumerarli. Negli ultimi tempi poi, oltre dei distretti già indicati, sono nominate anche le Gastaldie di Lucera, Larino e Quinto decimo. A capo di questi distretti era il Gastaldo che presiedeva all’amministrazione delle entrate del duca, dei demanii e degli schiavi, e che di più esercitava il supremo comando militare, ed era considerato come un ufficiale giudiziario. Alcuni Gastaldi furono investiti dei primarii ufficii di Corte, ed altri vennero deputati a straordinarie missioni.

[p. 231 modifica]Sono ancora indicati quali impiegati gli sculdasci e gli actionarii. I primi sopravvegliavano le singole località dei più rilevanti distretti, e agli ultimi era affidata l’amministrazione dei demanii, e da ciò si deduce che gli uni e gli altri erano impiegati subalterni dei Gastaldi, e addetti al servizio del duca che li nominava, e ognuno di essi nella cerchia delle sue attribuzioni era astretto a eseguirne gli ordinamenti.

All’autorità dei duchi in Benevento non era frapposto alcun limite, e la dignità ducale si rese ivi ereditaria, appunto per sottrarre il ducato a qualsivoglia ingerenza della monarchia. Gli impiegati erano tutti devoti al duca, il patrimonio pubblico era suo, e le pubbliche entrate versavansi esclusivamente nelle sue casse. I duchi esercitavano la. suprema giurisdizione nella periferia del loro territorio, i minori, le donne, le chiese e i monasteri sottostavano alla potestà ducale, e la loro influenza preponderava anche nella elezione dei vescovi. Insomma i duchi di Benevento erano del tutto indipendenti, e quasi autocrati nell’interno; e tali si mantennero anche nelle esterne relazioni dello Stato. Infatti essi erano gli arbitri della guerra e della pace, e solo un vincolo apparente di dipendenza riannodava il duca di Benevento e lo Stato alla monarchia longobarda, e ne fa prova che anche nelle più solenni assemblee non soleano intervenire nè i duchi nè i loro delegati.

Adunque pei duchi di Benevento la loro primitiva carica era addivenuta col tempo una dignità da sovrano, e degna di un sovrano era per certo la sua corte. Il duca Romoaldo, come risulta dai più autentici documenti, si denominava in tal guisa. «Noi gloriosissimo signore, sommo duca del popolo longobardo». E similmente, o presso a poco, usarono i suoi successori. I duchi di Benevento, per serbare il prestigio del loro grado, si davan cura di contrarre nozze con donne per lo più di regii natali, e le loro mogli erano sempre o principesse reali, o figlie di altri duchi egualmente potenti, e fu il solo Grimoaldo I, assunto poscia al regno d’Italia, che fece sua moglie una propria schiava, [p. 232 modifica]sua prigioniera di guerra, ma di alti natali, e che poi, chiamato a più alti destini, repudiava per impalmare la figlia di un sovrano.

Come tutti gli altri duchi, anche quelli di Benevento si pregiavano di avere un seguito di uomini liberi, per lo più di distinta condizione e di non oscura prosapia, i quali erano ad essi legati da vincoli di dipendenza, dal giuramento di fedeltà, e dalla memoria anche d’impetrati beneficii, e tra essi eleggeansi, almeno in parte, gli ufficiali della corte ducale. E questi erano il Ciamberlano (cubicularius), il Maresciallo (Marepais), il Cancelliere (referendarius), il Guardaroba (vestararius), il Tesoriere (thesaurarius), e in ultimo il Duddus, lo Slolesais, e il Vicedominus, nomi la cui significazione ci è ignota, e i quali, non si è certo, se denotavano particolari dignità. Nulla poi si conosce delle attribuzioni di quei dignitarii, e solo rileviamo da copiosi documenti che a una stessa persona soventi volte si conferivano alternativamente diverse dignità, e non era neanche vietato l’esercizio simultaneo di ufficii diversi, e troviamo anzi che qualcuno di essi dignitarii, oltre una distinta carica di corte, conservava anche quella di Gastaldo, con cui esercitava ampissimi poteri su un determinato distretto.

Questi titoli e cariche non differivano da quelli della Corte regia, e di rado accadea che istituitasi presso di questa una dignità, non vi fosse stata l’eguale in Benevento; per cui fa d’uopo ritenere che i nostri duchi avessero una corte esemplata su quella reale, e che si studiassero in tutti i modi di gareggiare coi re longobardi residenti in Pavia, per tutto ciò che concerneva il lusso e la pompa esterna.

A tale grado di splendore era venuta la potenza del ducato di Benevento, allorchè il re Liutprando si accinse a ridurlo sotto la sua dominazione. E se ci facciamo a scrutare la causa principale per cui potette godere di tanta floridezza, dobbiamo convenire che vi contribuì anzitutto la lontananza di queste contrade dal centro del regno. E invero per la distanza di quei luoghi, che furono più volte teatro di lunghe e importanti guerre, furono astretti i re, [p. 233 modifica]sui primi tempi, a concedere ai duchi un comando supremo e indipendente, pel quale i longobardi acquistarono quivi una nuova patria, e la riordinarono come meglio ad essi talentava, e ciò spiega la fiducia e l’affetto che i longobardi di Benevento nutrirono pei primi duchi e pei loro successori; e perchè la tendenza a costituire uno Stato indipendente dal regno con leggi proprie non si palesò soltanto nei duchi, ma anche nel popolo beneventano.

Nell’anno 726 l’imperadore Leone emanò il suo funesto editto contro la venerazione delle immagini, e il re Liutprando credette di scorgere nei tumulti ed interni commovimenti prodotti da quel divieto la migliore occasione per mettere in atto i suoi divisamenti. Laonde appena si diffuse la nuova che un esercito greco da Ravenna muoveva verso Roma, i longobardi trassero in aiuto dei romani, e Liutprando (probabilmente nel 728) s’inoltrò nell’esarcato e nella Pentapoli, e gli venne fatto di conquistare le più importanti città di quelle provincie, non esclusa la stessa Ravenna che per tradimento cadde in suo potere. E, seguendo il suo esempio, un’altra armata di longobardi irruppe nel territorio romano, ed occupò Sutri, sicché da due lati era aperta ad essi la via di Roma. Però Liutprando non prosegui le sue conquiste, ma anzi, annuendo alle preghiere del pontefice, restituì Sutri non già all’impero greco, ma allo stesso pontefice. Questi allora, che paventava assai più le conquiste longobarde che le greche violenze, incitò il duca di Venezia a trarre in aiuto dell’Esarca che in quella città erasi refugiato, e a tentare l’acquisto di Ravenna. Al duca andò molto a genio la proposta, e con un assalto vigorosissimo ed impreveduto riuscì d’insignorirsene, facendo prigione lo stesso nepote del re; e dopo un tal fatto la massima parte delle altre città furono nuovamente sottoposte al dominio greco. Né debbo tacere che la politica adottata in quell’occasione da Gregorio II fu seguita in avvenire da tutti i pontefici, i quali, per serbare indipendente il papato, e procacciarsi un dominio territoriale, stimarono indispensabile d’impedire in Italia la formazione d’un regno forte ed [p. 234 modifica]unito. Il pontefice erasi levato contro l’imperadore, perchè questi arrogavasi la suprema autorità nelle cose spirituali, e non seppe contenere la sua gioia vedendo che le città greche, ribellatesi all’impero, avean fatto capo in lui; ma quando scorse che il re longobardo mirava a cogliere i frutti di quella rivolta, si ritrasse da tale impresa, e, persistendo nel proposito di tener duro rispetto alle questioni religiose, si cooperò a impedire che il longobardo avesse potuto dilatare le sue conquiste in danno dell’impero greco.

Nel seguente anno 729 ebbe luogo in Italia una nuova guerra che si estese anche al ducato di Benevento. Il re Liutprando, non potendo occupare le provincie greche, si alleò invece con lo stesso esarca Eutichio, e mosse contro i duchi di Spoleto e di Benevento; mentre l’esarca si accinse a combattere contro il papa. La causa di una tal guerra pare che fosse stata la seguente. Quei duchi eransi nella campagna precedente alleati col papa, e probabilmente erano stati da questi, egualmente che i veneziani, eccitati a dare aiuto ai greci affinchè ricuperassero l’esarcato, ed è a ritenere che tenessero l’invito. Ciò posto Liutprando indignato di un tal fatto, nonché del modo con cui fu colto nelle reti che gli tese la sottile politica del papa, divisò di prenderne vendetta; senonchè seppe dissimulare a lungo il suo risentimento

«Come chi a nuocer luogo e tempo aspetta»

E infine indusse l’esarca–quando gli parve maturo il momento— a romperla col Pontefice, e a collegarsi con lui nella campagna che intendeva aprire contro i duchi di Spoleto e di Benevento. Egli è vero che molti scrittori durano fatica a persuadersi come sì tosto l’esarca mettesse in non cale che per opera del papa e di quei duchi principalmente gli era riuscito di riprendere i perduti stati, ma chi ignora che le alleanze politiche variaron sempre a seconda dei mutati interessi? Laonde non è a stupire se l’esarca, non potendo nutrire lusinga di poter disfarsi del longobardo, ove si fosse affidato alle sole sue forze, traesse buon [p. 235 modifica]partito dal giusto corruccio di Liutprando, non disdegnando di allearsi col suo antico avversario contro quegli che era ritenuto da amendue come l’autore dei loro vicendevoli infortunii, e che avea deluse in ogni tempo tutte le loro speranze.

Mercè questa contratta alleanza potè alla fine il re Liutprando muovere sicuramente la sua armata contro i duchi di Spoleto e di Benevento, e non ebbe a vincere alcuno ostacolo, imperocché i duchi di Benevento e di Spoleto, vuoi per essere stati colti alla sprovveduta, vuoi perchè abborrissero di guerreggiare contro i loro naturali signori, gli si arresero a discrezione, atteggiandosi a suoi tributarii, e non dubitando di sottomettersi a un giuramento di fedeltà, e a dargli, per mallevare l’adempimento della promessa, non pochi ostaggi. Indi Liutprando si volse contro Roma, e, a poca distanza da essa, congiunse le sue schiere a quelle dell’Esarca. Il papa vedendo venirgli addosso tanta ruina, conobbe il mal frutto della sua politica, e sulle prime si vide perduto, ma poi, fattosi animo, si attenne a un partito che avea dell’audace insieme e del prudente. Egli, preceduto e seguito da numeroso clero, si recò con gran pompa in mezzo al campo nemico, e pregò il re di levare l’assedio. Liutprando, che aveva l’animo pio, fu tocco dalle parole del pontefice, la cui virtù avea in grande stima, e anteponendo ad ogni mira ambiziosa

«La riverenzia delle somme chiasi»


gli si profferse servo ed amico, e, condottosi con lui nella chiesa di S. Pietro, depose ai piedi della tomba dell’Apostolo le sue armi e le insegne reali, e, ad esaudire ogni desiderio del pontefice, spese tutta la sua autorità per istabilire una pace durevole tra il papa e l’Esarca.

In tal guisa fu ridata all’Italia la pace, ma Liutprando non aveva ancora mandati a fine tutti i suoi disegni, quantunque avesse conseguito dei serii vantaggi coll’astringere quei duchi di Benevento e di Spoleto a riconoscere l’autorità reale e la loro dipendenza dal regno, nonché [p. 236 modifica]coll’averne scemato il prestigio e la potenza: per cui non andò molto che trovò il destro d’ingerirsi assai più che per lo innanzi nelle loro faccende.

Nell’anno 731 trapassò Romoaldo II, e, benchè avesse avuto due mogli, non lasciò superstite che un unico figlio di età minore chiamato Gisulfo, natogli dalla sua prima consorte. E fu in questa occasione che ebbe luogo in Benevento il primo rivolgimento civile nel fine di attentare alla vita di quel fanciullo, al quale niuno avrebbe potuto contendere il dritto di succedere al padre. Si compose un potente partito che risolvette di metterlo a morte, ma furono i cospiratori delusi nelle loro speranze, perchè coloro che vegliavano alla sicurezza del fanciullo, lo posero in salvo. Ciò non ostante i suoi nemici trovarono modo di eleggere un altro duca per nome Audelao, il quale seppe sostenersi per il corso di due anni, ma pare che il suo governo si tosse limitato ad una parte sola del ducato. Di questa condizione di cose si giovò Liutprando per signoreggiare Benevento.

Egli vi trasse con molta mano di armati, e, deposto Audelao, nominò duca di Benevento, in cambio del giovinetto Gisulfo, a lui congiunto di sangue, il proprio nepote che avea nome Gregorio. A questo fu indotto non solo dall’acerba età di Gisulfo, ma soprattutto perchè intendeva di esercitare su quel ducato, come sugli altri, una potestà illimitata. E fece cadere la scelta sul suo nepote Gregorio, non solo perchè, stante la parentela, non gli era lecito dubitare della sua fedeltà e devozione, ma anche perchè, nato esso in lontana contrada, non erasi imbevuto delle tradizioni del ducato beneventano. E dopo avere ordinato a modo suo le cose del ducato, tornò in Pavia, menando seco il giovine Gisulfo, che fece splendidamente educare nella sua corte in Pavia, al quale fu poi sposa una longobarda di alto lignaggio di nome Coniberga.

Del duca Gregorio sappiamo solo che regnò sette anni (732-739), e che negli ultimi tempi del suo governo accaddero gravi agitazioni in Italia. Il duca di Spoleto Trasimondo erasi nel 729, insieme a Romoaldo II, di cui avea tolto in [p. 237 modifica]moglie la sorella Isaura, sottomesso a Liutprando, ma in seguito, per causa ignota, gli si era nuovamente dichiarato nemico, aspirando alla indipendenza. Liutprando allora si accampò sotto Spoleto, e ciò accadde probabilmente nel 738, e il ducato ne andò sossopra. Trasimondo prese la fuga, e gli fu sostituito Uderico, e Liutprando chiese al pontefice la consegna del ribelle, il quale erasi refugiato in Roma, ma gli fu dinegata. E per questo, mal sapendo reprimere l’ira, Liutprando invase di nuovo le terre romane, e conquistò in poco d’ora le città di Ameria, Orta, e Brera, e per conseguenza tutto l’esteso lembo di terra, che sino a quel tempo era servito di veicolo di unione tra Roma e le provincie greche, e neppure si tenne a tanto, ma all’Est interruppe la comunicazione tra la Tuscia e Spoleto, e devastò interamente i dintorni di Roma. Il pontefice, avvedendosi che pericolava lo stato, s’ingegnò di contrarre alleanza coi principi franchi, avversi sempre ai longobardi, e mandò al celebre Carlo Martello, insieme a ricchi doni, anche le chiavi della tomba di S. Pietro, nominandolo protettore della romana chiesa; ma le sue reiterate preghiere, per invocarne l’aiuto, non pare che produssero altro effetto, se non d’infondere un certo sgomento nell’animo di Liutprando, che indi a poco si tolse dal disegno di cingere d’assedio Roma e fece ritorno a’ suoi stati.

In quel tempo, cioè sullo scorcio dell’anno 739, sembra che passasse di vita il duca Gregorio, e allora assai visibilmente si manifestò nel ducato di Benevento la tendenza di serbarsi estranei ai casi prosperi o avversi del reame longobardo tendenza resa ornai tradizionale per la lunga autonomia del ducato, a cui niuno osò mai di attentare prima di Liutprando.