Istorie dello Stato di Urbino/Libro Secondo/Trattato Primo/Capitolo Primo

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Libro Secondo, Trattato Primo, Capitolo Primo

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Libro Secondo Libro Secondo - Capitolo Secondo

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CAPITOLO PRIMO.

Dell’origine di Rimino, e suoi progressi per sino à questi nostri tempi.


Sopra ogni altra, da gli Antichi Scrittori vien la Città d’Arimino celebrata: secondo che racconta Leandro Alberti, nella descrittion d'Italia, e nell’Historie di quella Cesare Clementini. Mà in questo pìcciol Trattato de’ luoghi, che nella Terra Senonia stan situati, allo stile Laconico appigliandomi non mi tratterrò à numerarli, e da gli encomi di Rimino, della sua Origine, e de gli suoi primi Autori à favellar passaremo: i quali non è dubbio (secondo Catone, ed altri, che di quelli scrissero) fù il Libico Hercole con gli suoi Compagni Egittij; Però che havendo Hercole Re de’ Geti, saputa l’ingiusta, e cruda morte d’Osiride suo caro Genitore, che [p. 78 modifica]fù di Mezraim figliuolo, e di Noè nipote, datali dall'empio Tifeo, per farsi egli padrone del Regno di Egitto, pietosamente sdegnato, risolse farne quella rigorosa vendetta, che chiedeva un si enorme eccesso. Laonde tosto da' Geti con Ilea sua moglia partito, entrò in Egitto, dove di sua mano scannò il micidiale Tifeo, co' gli suoi principali seguaci. E parendoli di non haver sodisfatto bastevolmente alla vendicativa giustitia, se anco à tutti i Congiurati non toglieva la vita; navigò in Fenicia, ove con l'ingiusto Bosiride incontrandosi, ben degnamente l'uccise, come nella Licia Tifeo il giovine, e nelle spiaggie di Creta il Ladrone Milino, levando à questo dal busto infame il superbo teschio. Nella Libia da Creta navigando, ritrovò Anteo, e dalla sua Madre terra spiccandolo, in mezo all'aria li fece essalar lo spirito. Indi trasferitosi à Cadice, combattè à corpo à corpo co i trè Gerioni, che ivi con fraterno amore concordevomente regnavano; & essendo gli sventurati dal medesimo estinti, donò ad Hispalo suo generoso figlio tutti li Regni Hispani: di dove poscia, con la sua Madre Iside, sopra di grossa armata, verso Italia indrizzò il camino, per cacciare da i paesi Veneti i Listrigoni; havendo anch'eglino cooperato nella paterna morte: & havendoli nella giornata rotti, con la morte del superbo Ligurgo loro Duce, da si perfidi habitatori liberò quei paesi. Celebrato della gloriosa vittoria solenne il Trionfo, per non lasciar vuoti così ameni campi, alcune Colonie dedussevi. E costeggiando con l'armata medesima gli Adriatici lidi, approdò verso l'Ostro, dove hoggi situata si trova la bella, e nobile Città di Rimino: Ivi da lui ben meditato il vago sito, l'amenità de' campi, e la clemenza del Cielo, impose tosto ch'ivi si dasse à nova Città principio, quella volendo, che dal suo vessimento di Leone, Arimini si chiamasse; tanto ne scrisse il Cerro nella Satira 80. dicendo: At verò Arimini nomine, causa ex etymo, & origine elicitur: Ariminin enim Syriace est Leonis comitatus. Herculem vero, quod Leonino exuvio, (ut inquit Plutarcus,) insterneretur, Leonem dictum, huc Coloniam deduxisse.

E Catone sopra accennato, nell'origine delle Cittadi, assai prima di Cerro quasi notò il medesimo con queste parole; Gallia Flaminia à Ravenna ad Ariminum, à comitibus Herculis conditum, à quo cognominatur. Questo (secondo i veri computi, che da Beroso Caldeo si raccolgono) successe l'Anno del Diluvio 591. & inanti al parto della Vergine M.D.CCXX. & avendo Hercole alle mura di questa nuova Cittade assicurato un porto, vi lasciò l'armata, e più à dentro in quelle vicine Regioni penetrando, molte Città vi eresse: à ciascheduna il suo nome, ò de gli suoi compagni lasciando. Inteso poi, dopò alcuni anni, che si fermò in Italia, & c'hebbe infiniti beneficij à i popoli di essa usati, come nelle Spagne mancato era Hispalo, l'Anno del Diluvio 639. con [p. 79 modifica]l'armata, che tenea in Rimino tosto vi navigò per pigliarne il possesso; dove già divenuto, in breve morì; de gli suoi heroici fatti, e delle memorande imprese, lasciando immortal memoria: Per lo che da quegli Antichi gli furono eretti Tempij, consacrati Altari, e come Dio riverito, & adorato. Vissero da gli suoi natali, sino all'Anno 827. del Diluvio, in gran felicitade i Cittadini di Rimino; nel qual tempo, essendo eglino, per la bellezza, e grassezza de i campi loro, invidiati da' Toschi, venne, con Ravenna la Città loro travagliata non poco: Mà con l'aiuto de gli Umbri, alle rive del Tevere, frà la Sabina, e la Toscana soggiornanti, à cui ricorsero, da i travagli presto si liberarono. Et acciò che per l'avvenire non tornassero più quelli à danneggiarli, gran moltitudine di Umbri, per custodia delle lor mura accolsero. Dalche i medesimi, per l'accrescimento del popolo, astretti furono ad accrescer in breve alla Città, quattro Borghi, i quali, più che in parte, sino à questo giorno conservansi. Quindi alcuni mal'accorti Scrittori, presero l'equivoco, affermando, che da gli Umbri fosse Rimino edificato. Dal possesso di queste due ricche, e populose Città, divennero in tal guisa potenti gli Umbri, che molti popoli dalla Contrada, cacciati (qual fù poi de' Senoni) e della feconda valle, che hoggi si dice Ducato di Spoleto; di tutto questo grande spatio di terreno, divennero assoluti padroni, come riferisce Strabone, Catone, Petrocle, ed altri, che in più antichi codici lasciarono impresse le memorande attioni di quei primieri tempi. Quantunque i Regi di questi popoli, nella Metropoli Inginia risedessero per l'evidenza, che ne danno i Mausolei, i Teatri, e le Tavole di bronzo, che in quelli si trovarono scritte, ne i medesimi caratteri, che tal natione, in quei più vecchi secoli poneva in uso tuttavolta (come si raccoglie da i sopradetti Autori) Rimino, venne da essi favorito molto, habitandovi i principali del Regno, non men per la salubrità dell'aria, e per le spiaggie delitiose, che per i traffichi maritimi, e per le commodità di mercantare con le Nationi straniere. Per tutto il lungo spatio di tempo, che questa Città fù posseduta da gli Umbri, non si hà che venesse mai da verun molestata; mà ben sì che gli suoi Cittadini vivessero in somma felicità, e pace, godendosi l'abbondanza de i saporiti frutti, & il commercio civile, non tanto de gli Compatriotti, quanto de' forastieri amici, soggiornantivi per l'occasione de' traffichi. A là divenuti poscia numerosi, e potenti i Toscani à gli Umbri crudelissime guerre mossero in più luoghi; & à questi prevalendo quelli, di trecento luoghi murati s'impadroniron'à forza; e gli avanzati dal Toscano furore, abbandonaro con la fuga, non che le proprie case, anco il paese, come ne scrisse Livio nel quinto Libro della Seconda Deca, Plinio nel terzo al Capitolo desimoquarto. Marsilio Lesbio dell'origine d'Italia, ed altri, che lascio per brevità di nomare. In queste rovine fu Rimino [p. 80 modifica]primo ad esser'abbattuto, come ch'egli fosse più d'ogni altra piazza commodo à gli acquisti della vasta pianura del Pò, che oggi Lombardia s'appella; situato essendo nelle sue prime frontiere, della quale, si come aspiravano, s'insignorirono in breve: Onde al pari delle Città fabricate in questa Regione da loro, ne tennero conto, ampliandola di strutture magnifiche, e di edificij degni, come i sopracitati Autori lasciarono scritto. Vissero i Riminesi sotto la potenza Toscana giocondi molto, non ritrovandosi chi molestarli tentasse, ò chi dasse alle lor cose il guasto.

Nella cui felicità, sino all'Anno dell'edificatione di Roma 157. & inanti al parto della Vergine l'Anno 595. perseverarono. In questo tempo inondando da i Taurini Monti i Galli Celti, di cui fù Duce Belloveso di Ambigato nipote, co la virtù dell'armi, cacciarono à forza i Toscani (come dicemmo) da tutta l'accennata pianura; sì come già questi cacciarono gli Umbri; e di Rimino presero la Signoria, la quale (nella divisione, che si fece trà Galli, dell'acquistato paese) toccò à i Senoni: da cui non essendo la grandezza, & magnificenza di detta Città conosciuta, non fù ponto apprezzata: Onde benche ne i Borgi habitassero, quanto fra il recinto de' muri si conteneva, derelitto lasciarono; e conseguentemente il dishabitato; per lo corso d'Anni trecento, de gl'ingiurie del tempo fatto bersaglio, divenne horrido bosco. Debellati finalmente i Senoni da' Romani, dopò la successione del tempo accennato, questa ritornò all'essere di Città: peròche i Romani considerando bene, quanto una piazza forte in quel sito fosse di conseguenza, per à freno gli altri Galli tenere, che in quella vicinanza soggiornavano; tosto che ne divennero padroni, si diedero efficaci alla riedificazione di essa. E l'Anno di Roma 481. che fù inanti al parto della Vergine 282. si dedosse in Colonia, come racconta Livio nel quintodecimo Libro ab Urbe condita, insieme con Benevento ne i Sanniti, essendo in Roma Consoli con Appio Claudio Publio Sempronio, il quale assai gloriavasi, che al suo tempo fosse questo à favore di Rimino succeduto, per l'affettione, che al medesimo portava: Onde nel suo Consolato, fece à quello infiniti bonificamenti; specialmente rialzando le sue mura, che per la trascuragine de' Senoni stavano giacenti; come un superbissimo Anfiteatro, che già da' Toscani eretto, con le mura stato era della medema sciagura partecipe; di cui gli vestigij, che fin'al presente, in un'angolo della Città, alle rive del fiume Ausa si scorgono, sono di questa verità mallevadori, Capo di questa Colonia fù (come leggesi dentro un marmo, che in Rimino si conserva) Lucio Aspanio, il quale tiensi che fosse Cittadino Romano, di somma prudenza: essendo che un dì tal sorte ricercasse impresa si egregia. Però che il mantener questa piazza ben fortificata à divotion de' Romani, era l'assicuramento di Roma. Quindi Annibale Cartaginese, venuto essendo in [p. 81 modifica]Italia per distruggere de i medesimi Romani l'Imperio; per facilitarsi l'impresa, grande studio pose d'impossessarsene, mà inteso poscia, ch'ella di molte legioni de' Soldati guardata era (come racconta Livio nel quinto Libro della 3 Deca, e Polibio nel terzo delle sue Historie) temè d'accostarvisi, & altrove col suo numeroso Essercito ritorse i passi. E se bene il detto Annibale, dopò la rotta, che diede à Romani à Canne, tirò all'obedienza sua quasi tutta l'Italia; non potè però già mai impadronirsi di Rimino: Anzi quei Cittadini, come pietosi figli di quella giustissima Republica, raccolsero non men dalla nobiltà, che dalla plebe un'Essercito di 20. milla combattenti, col danaro del publico stipendiati, e tosto alla difesa di Roma l'inviavano, offrendosi anco di volerle dare altri aiuti maggiori, quando il Senato ne facesse instanza. Onde liberatasi Roma dal pericolo, molto i Romani celebrarono de' Riminesi la fede, confessandosi perciò loro obligati molto. Il simile (non gran tempo dopò) avvenne all'istessa Roma, la qual'essendo ridotta dal nemico medesimo in maggior pericolo, fù da Riminesi di nuovo, con dieci milla combattenti soccorsa, col qual'aiuto i Romani valorosamente pugnando, ne riportarono gloriosa vittoria; per la quale assicuraronsi nell'Imperio, (se fede prestar si deve à Silio Italico, & altri Scrittori di simil classe, che lo raccontano.) Riconosciuta la salvezza di Roma dalla fede, & valore de' Riminesi, fù loro dal Senato infiniti Privilegij conferiti, e specialmente quel tanto ambito da ogni popolo d'Italia, di esser connumerati frà gli altri Cittadini Romani, e de' Romani poter'i beni hereditare; il che per à dietro à niun'altra gente fù mai concesso, come nota Cicerone pro Cicinna in queste seguenti parole:


Silla ipse tulit de Civitate, ut non sustulerit horum nexa, atque hæreditates. Iubet enim eodem iure esse, quo fuerint Ariminenses, quos quis ignorat duodecim Coloniarum fuisse; atq; non à populo Romano, ut in vulgatis codicibus, sed à Civibus Romanis, ut in antiquis manuscriptis, hæreditates capere potuissent.

Non si mostrarono i Riminesi, à si sublimi favori ingrati, al tempo della guerra sociale, soccorrendo con i medesimi aiuti i Romani Esserciti; onde poi celebrati della ricevuta vittoria i Trionfi, Rimino fù da i medesimi, trà le Colonie fedeli connumerato, & gli suoi Cittadini, (come riferisce Appiano Aless.) confermati nella Cittadinanza Romana. Anco nelle guerre, che Silla mosse alla istessa Republica, conservossi al Senato in fede; come parimente à Consoli, e per quelli si tenne un tempo mà traditi poscia i Difensori, dalla mentita fede di Albinovano, il quale congiurato con Silla in secreto, mostrò con mentite parole essere dalla parte de i Coasoli: Onde nella Città entrato amichevolmente con molti [p. 82 modifica]armati, all'improvviso, crudelmente la saccheggiarono, ed arsero. Il che successe l'Anno di Roma 598. Cessate poscia le guerre di Silla, e da gli suoi Cittadini fù questa riedificata, e come prima habitata; e nella medesima divotione de' Romani perseverando, visse per sino alla guerra Civile di Cesare, e di Pompeo, felice. Nel cui tempo, havendo il sudetto Cesare passato il Rubicone, contro i Decreti del Senato; all'improvviso, una mattina per tempo la sorprese: indi munitala di genti, e di vettovaglie se ne passò a Roma, la quale di tutti li tesori spogliata, che ritrovò nell'Erario publico, tosto ritornossi à Rimino, dove ingrossando con le genti di quello (come accenna Lucanio) il suo Essercito, se ne passò in Marsilia, & ivi con l'aiuto de i medesimi Ariminesi, si fè tanto grande, che ascese alla Monarchia del Mondo. Dopò la morte di Cesare, alla cui divotione in vita sua la medesima Città sempre mantennesi, essendo cascata sotto la Tirannide fiera del Triumvirato, cioè, di Marco Antonio, di Lepido, e di Ottaviano, quelli non havendo pecunia da pagare gli Esserciti, circa l'Anno 720. dell'edificatione di Roma, la diedero con altre dieci sette Città, delle più ricche d'Italia, in poter de' Soldati, che la saccheggiassero. Mà di questa empietà i Riminesi avisati, alla difesa si posero in fuga, & la Città salvarono: così testifica Appiano, e Dione, e Cesare Clementini l'approva nel primo Libro delle sue Historie.

Ritrovandosi tutta la Terra in pace, sotto la Monarchia del sudetto Ottaviano Augusto, nell'Anno 43. del suo Imperio, che fù il 757. dell'edificatione di Roma, à punto quando la VERGINE MARIA figlia di Gioachino, della casa di Davide, della Tribù di Giuda, partorì con infinita meraviglia della Natura, e stupore de' credenti in Betlem, il Figlio di Dio, fatto Huomo; il medesimo Ottaviano edificò in Rimino un superbissimo Arco di Marmo, nella via Flaminia, alla Porta Romana assai vicino, di tal sodezza, che sino al presente, poco men che intiero conservasi, quantunque da' Barbari siasi procurato più volte di rovinarlo, insin col fuoco, per estinguere in questo edificio, la memoria della generosità Romana. Et dall'altra parte della Città, nella via Emilia, sopra la Marechia, inarcò sopra gran pilastri quel famosissimo Ponte, di fortissime pietre fabricato, non men di cento vinti piedi lungo, & di quindeci largo. Non solo questo invitto Heroe fece in Rimino questi due stupendissimi edificij fondare; mà insieme riedificare il desolato Borgo frà le mura di essa, & il descritto Ponte. Dentro le mura poi eresse Torri, Palagi, e Tempij, degni di essere habitati dalla sua Imperiale grandezza: Onde un tempo, per dar calore al resarcimento delle vie Consolari, Flaminia, & Emilia, quasi dal tempo, e da' passaggieri destrutte, volle tenervi della sua residenza il seggio. Da questi favori [p. 83 modifica]à Rimino fatti da Ottaviano Augusto, presero il motivo alcuni Scrittori di lasciar scritto, dal medesimo esser'egli stato eretto. L'inganno de' quali, dalle cose quì di soprascritte, apertamente si scorge: Onde ragionevolmente da Leandro, e da molti altri vengono ripresi.

Essendosi fatto Huomo il Verbo Eterno per mezo di MARIA Vergine, (come s'è detto) la notizia di questo segnalatissimo favore fatto alla Generatione Humana, venne all'orecchie de gli Ariminesi, per mezo de Discepoli de gli Apostoli, i quali con favore, e spirito, nella Città loro predicarono il Sacrosanto Evangelo; Si che molti credenti riceverono al Sacro Fonte il Battesimo della Salute: E ciò principalmente successe al tempo di Fabiano Pontefice Sommo, e di Filippo Imperatore; però ch'essendo questi vero fedele di Christo, con molta liberalità concesse alla scoperta, che gli Christiani alle Divine fontioni si essercitassero, & al Sommo Dio rendessero i dovuti honori. Essendo quasi ogni Ariminese da questa libertà invitato, e divenuto fedele, fuor delle mura su'l marino lido unitamente eresse un Tempio devoto, in cui congregavansi à recitare gli Officij, alla frequenza de' Santi Sacramenti, & à fare tutto ch'era ispediente per la salute loro. Mancato il buon Filippo, successe nell'Imperio Decio empio idolatra, e crudelissimo Tiranno, il quale (come di Dio nemico) col ferro, e col fuoco diedesi à perseguitare la fedele Città di Rimino, & ad affliggere con varie sorti di crudelissimi tormenti i poveri Cittadini: Onde nel martirio, di essi fece morire infiniti, de' cui li cadaveri con li troncati membri, & con il sangue, che per Iddio sparsero volontariamente, in testimonianza della sua santa Fede, furono da gli avanzati Cattolici raccolti, e posto in un pezzo ne i Cimiteri della descritta Chiesa. In luogo de i Cittadini morti per Christo dallo scelerato Imperatore, vi furono mandati ad habitare molti Idolatri, i quali con le sozze loro sporcitie contaminavano la Città, che dal sangue di tanti Martiri lavata, purissima si rendeva nel cospetto di Dio à gli Spiriti Beati. Da che il medesimo Dio sdegnato, l'Anno del parto della VERGINE 266. mosse come flagello del suo giusto furore Demostene Rè di Liburnia, à venir con potente armata da gli suoi lidi alle spiaggie di Rimino, & una mattina sù l'aurora fieramente assaltandolo, nè trovando alcuno, che facesse à lui, & alle sue genti contrasto, lo prese, lo saccheggiò, ed arse. Indi partendo carico di spoglie, lasciollo nelle proprie ceneri sepolto. Tanto leggesi nella Vita di San Leone, e di San Marino nell'orationi del Torsani, dal Clementini nelle sue Historie di Rimino allegate. Non potendo sofferire i Romani di essere privi rimasti di si ricca, e di si nobil Città, per ordine di Diocletiano fatti venire da ogni parte di Europa i Maestri [p. 84 modifica]de gli edificij, nella medesima grandezza, e bellezza di prima fù riedificata. Da che gran lode n'haverebbe questo Imperatore havuta, quando incrudelito anch'egli contro la S. Religione, fatto non havesse in quel Territorio de' Christiani fiera, & incredibile strage: Peròche (come racconta San Leone Papa) in ogni parte le strade colme di sangue de' Santi Martiri si vedevano, de' quali, non essendosi trovato in quei calamitosi tempi chi di tutti scrivesse, benche assai, non à pieno però ragiona il Martirologio. Cessata finalmente contro la Chiesa la persecutione de' Tiranni, ogni habitatore di Rimino, e suo Territorio, dichiarossi Cattolico. Perloche di esso fece Liberio Pontefice Romano elettione, come luogo più idoneo d'ogni altro à celebrarvi contro i perversi dogmi de i perfidi Arriani un general Concilio, principalmente sopra un ponto concernente ad una delle Persone della Santissima Triade. I Padri Cattolici da Costanzo Imperatore impediti, che favoriva gli Arriani, senza nulla di conclusione si dissolvè il Concilio; non senza speciale ramarico del Sommo Pontefice, e de' Padri, i quali per non rendere in tutto inutile la lor venuta in Rimino, congregandosi nel luogo, che hoggi si dice la Cattolica; ove con i fedeli (che infiniti eran'ivi concorsi) per alcuni giorni à molte sante operazioni attesero. Quindi per l'inanzi quel luogo è stato sempre Cattolica chiamato.

Ritrovandosi Alarico de' Baltei Rè di Visigoti in Italia, con Essercito di ducento milla combattenti, fù da Stilicone Capitano generale dell'Imperatore Honorio gravemente ingiuriato: non tanto perche non li furono i patti osservati, che con l'Imperatore sudetto capitolato haveva; quanto che da Saolo Hebreo Duce del Romano Essercito, per commission particolare di detto Stilicone fù tirato il giorno di Pasqua, da lui tenuto in riverenza, fuori delli steccati, e forzato per sua salvezza combattere. Et essendo in questa giornata rimasto superiore, l'Essercito suo vittorioso verso Rimino spinse, con disegno impadronito di quello, presidiato per sua difesa tenerlo, ne' futuri acquisti d'Italia. Giunto ch'ei fù di questa Cittade alle mura, benche assai ben guardata, e molto forte la ritrovasse, tuttavia con il gran numero de' combattenti l'astrinse in guisa, che li Difensori non potendo più resistere, di cedere astretti furono, e di lasciare in mano del vincitore la piazza. Mà essendo questo un superbissimo, e crudelissimo Barbaro, pigliò à gran scorno l'ardire de' Difensori, che con lui havevan si coraggiosamente mostrato: Onde acceso d'ingiusto furore, non fece più stima di quella; & accioche altri di essa impadroniti à gli suoi danni non la custodissero, dopò haverla saccheggiata, totalmente rovinolla, ed arse: solo in piedi quegli edificij lasciando, che dal fuoco, e dalla militare violenza non potero atterrarsi affatto. Questa disaventura successe à Rimino [p. 85 modifica]l'Anno della nostra salute 408. E se ben'egli dal disastro non sentì lungamente nel sepolcro delle sue rovine; dopò la morte di Alarico riedificato da quei pochi Cittadini essendo, che dal conflitto con la fuga scamparono; sentillo però nella propria diminutione un tempo, non essendo stato rilevato in quella grandezza, e nobiltà primiera. Odoacre Re de gli Heruli, mosso dall'esempio di Alarico, anch'egli desideroso impadronirsi d'Italia, passò i Monti, e con infinito numero di Barbari entrò nell'ampla, e delitiosa pianura di Lombardia, ove incontrandosi con le Romane legioni, da Oreste, padre di Augustolo Imperatore guidate, nella giornata che si fece in Pavia le ruppe, e tagliò à pezzi, ne trovando altro impedimento gli fù assai facile di tosto di quella Provincia, ed'ogni altra in Italia impadronirsi. E venendo alla volta di Roma, senza contrasto prese Rimino, il qual non volle, che dall'esercito suo ponto molestato fosse: mà co' gli suoi habitatori generoso Prencipe mostrandosi, nella sua libertà lasciollo: contento di sol'essere da quei Cittadini come supremo Signore tenuto. I medesimi atti di benignità usò con ogni altro luogo, che non ardì farli resistenza, & à gli suoi progressi opporsi, sino con l'istessa Roma. Onde avvenne, che durando l'Imperio in Italia de gli Heruli, questa Città visse gioconda, e molto sotto questo pacifico Dominio accrebbe in numero d'habitatori, di fabriche sontuose, e di ricchezze. Invidiando Zenone Imperatore dell'Oriente la felicità di Odoacre in Italia, essendosene quello senz'autorità sua impadronito, & di essa intitolato Rege, l'Anno del Signore 491. mandò contro lui Theodorico di Vindimere, con Essercito numerosissimo de' Goti; à finche da questa Region lo cacciasse, ed egli ne rimanesse in sua vece legitimo Possessore: il che secondo gli ordini Imperiali esseguito Rimino, dopò haver sofferto un duro, ed aspro assedio, più resistere non potendo, volontariamente al detto Theodorico si rese, con patto, che solo all'obedienza di lui soggetto restasse.

Quindi avvenne, che per sua non ordinaria sorte, sopra di essa non tenne il Dominio alcun Prencipe particolare di quella Gotica Natione, il che fù stimato segnalato favore, non ad altro luogo di quel paese compartito, secondo che riferiscono gli Scrittori, singolarmente il Bugati nel secondo Libro delle sue Historie. Compiacendosi Theodorico essere per supremo Prencipe da i Riminesi conosciuto, in libertà lasciolli, come fatto haveva Odoacre: Onde con gran quiete vivevano governandosi à loro modo, con le proprie Leggi: cosi riferisce Gio:Magno, e Bernardo Giustiniano nell'origine di Venetia, & altri veridici Scrittori.

Theodorico mancato à i popoli d'Italia, da Gothi fù molto à Cittadini d'Arimini la sudetta libertate astretta, in modo, che non potendo più sopportare la Tirannide di Vitige Re loro, si dichiararono, [p. 86 modifica](richiesti da Vitalliano) dalla parte dell'Imperatore Giustiniano, e cacciando dalla Città loro i Gothi, spontaneamente v'introdussero gli Imperiali Soldati. Et essendo perciò l'Anno 539. dal sudetti Vitige strettamente assediati, valorosamente si difesero, sin che soccorsi da Belisario dell'Essercito Imperiale general Capitano, con la fuga vergognosa de gli assedianti, gloriosamente pugnando, si liberarono. E se bene dieci Anni dopò, questa Città fù a forza ripresa da Totila, e difesa da Teia, contro l'impetuoso sforzo di Giovanni Faga Capitano della gente Imperiale, che tentò più volte per assalti pigliarla: tutta volta, scemata la potenza de' Goti, per il caso di Teia presso à Nocera di Campagna, di nuovo si riscosse dalla servitù de i medesimi, e si ripose all'obedienza del Sacro Impero, à cui fù sempre, (si come per lo passato) con l'animo almen fedele. Dopò le gloriose vittorie, che ottennero gl'Imperiali, cacciando fuor d'Italia i Goti, furono da Narsete, contro l'Imperatore sdegnato, introdotti l'Anno 568. i Longobardi, i quali sotto la scorta di Alboino, chi resistesse loro non trovando, facilmente di tutte le Città, e luoghi di questa Regione s'impadronirono: sì che à man salva Rimino preseto, e dopò la morte di Clefi Rè loro fù dato in poter di Ursaccino, il qual'ottimo Christiano essendo, molti Anni, in somma pietà, e dolcezza lo governò, col titolo di Duca, come ferono i suoi Posteri, i quali seguendo l'orme paterne, non si discostarono mai dall'obedienza dell'Apostolica Sede. In questa Città durò la Signoria de' Longobardi sino all'Anno 754. nel cui tempo, astretto essendo Aristulfo da Pipino Re di Francia ad osservarli i patti fù reso Rimino alla Chiesa, essendo Pontefice Stefano; sotto l'obedienza di cui molti Anni visse felice, trà gli suoi Cittadini regnandovi sempre l'abbondanza, e la pace. Mà per sua disaventura, l'Anno 1155. non volendo egli adherire alle crudelissime sceleraggini di Federico Primo Imperatore, e nelle sue empie determinationi seguirlo, fù da Vitelsparti ridotto, con duro assedio, alle necessità estreme; onde non essendo punto dal Sommo Pontefice Adriano Quarto soccorso, si rese à patti. Partito poscia l'empio Imperatore da questa Provincia, i Cittadini suoi cacciate le guardie tedesche, volontariamente sotto il dominio Ecclesiastico si riposero. Fù di tal ramarico questa risolutione à Federico de i Riminesi, che ritornato in Italia, non potendo quelli dentro la Città offendere, per esser ben muniti, e pronti ad ogni hostile assalto, diede al Territorio il guasto, non lasciandovi albero, che non sbarbasse, & edificio, che non ardesse, & atterrasse. Da questi giorni sino all'Anno 1295. fù questa povera Città molto agitata, per le infinite mutationi, hor sotto gl'Imperatori Tiranni, hora dall'Apostolica Sede; e tal volta reggendosi come Republica, con le proprie Leggi. [p. 87 modifica]In quel tempo essendo in gran discordia i Cittadini di essa, fù occupata da Malatesta da Verucchio, huomo di molto valore, il quale si come era capo della fattione Guelfa, così fù gran fautore dell'autorità Pontificia, da cui, e da gli suoi posteri sino all'Anno 1522. fù signoreggiata; come attesta Cesare Clementini nel terzo libro dell'Historie di Rimino, e da diversi altri Scrittori si raccoglie. Quantunque la Sede Apostolica, più volte dalle mani di questi habbia con efficaci sforzi tentato recuperarla; nulladimeno essendo i Malatesti da gli altri Prencipi aiutati, non hà potuto mai colpire; come specialmente nell'esperienza si vide, quando morì Gismondo, il quale non havendo heredi legitimi (benche nel suo Testamento, dal possesso di questo Prencipato esludesse Roberto suo figlio naturale, con laciarlo alla Chiesa) fù nulladimeno quello da Federico Feltrio, per ordine de' Prencipi collegati, non solo rimesso à forza nella Signoria; mà in tutto l'Essercito di Paolo Secondo sconfitto, che strettamente assediava la Città, e le faceva perciò violente contrasto, come racconta il Giustinelli Libro sesto della Vita del detto Federico.

E se bene Roberto fù nell'armi glorioso, si come dalle penne de gli Scrittori vien celebrato; non seguì perciò l'orme di lui Pandolfo suo figlio, e successore nella Signoria: Onde per la sua poca virtù, non essendo per loro Prencipe da i Riminesi raccolto, vendè à Venetiani le ragioni, che sopra di quel Dominio teneva. Il quale da essi fù posseduto, e la Città ben presidiata, per timore, che dalla Sede Apostolica, loro non fosse ritolta. Mà essendo rotto l'Essercito di quei Signori à Rivolta secca da Lodovico Decimosecondo Re di Francia, da i medesimi per gli Ecclesiastici acquitare, fù Rimino à Giulio Secondo Sommo Pontefice restituito. E quantunque dopò la morte di questo Papa, Sigismondo figlio di Pandolfo, da i suoi partiali Cittadini fosse nella Signoria richiamato; tutta volta venuto in Roma dalla Spagna il nuovo Pontefice Adriano Sesto li convenne à forza uscire di Rimino, e con suo vergognoso danno lasciarne il mal'acquistato possesso. Munì Adriano assai bene la Città, e con buon presidio di Soldati quadravala: Onde le speranze di Sigismondo, e de gli suoi fautori intepidirno in modo, che non osarono mai, sin ch'egli visse, tentare più il ritorno. Mà nel Castello Sant'Angelo assediato essendo Clementino Settimo Sommo Pontefice, vedendo il sudetto Sigismondo le cose temporali dell'Apostolica Sede tutte in iscompiglio, di nuovo tentò l'impresa, e riuscilli. Poi liberato Clemente, & aggiustate le cose più urgenti, applicò i pensieri alla liberazione di Rimino: Onde scacciatone il possessore, ne rihebbe il Dominio. Si ritirò, come in essilio, il disaventurato Sigismondo à Ferrara, ove in gran povertà visse alcuni anni, & in tal stato infelicemente morì. [p. 88 modifica]Tal fine hebbe la casa Malatesta in Rimino, che tanti anni signoreggilla con tal splendore, e grandezza, che gli suoi figli, trà i primi Prencipi dell’italia, e frà i più valorosi Capitani del Mondo erano annoverati. Dall’hora in poi, Rimino è sempre stato sotto il Dominio dell’Apostolica Sede, alla quale in ogni tempo mostrossi ubedientissimo, da cui viene generosamente ricambiato, essendo dalli Sommi Pontefici di favoritissimi privilegij, e di prerogative insolite arricchito. Passano al governo di quei Cittadini Soggetti eminenti, e Prelati di grande stima, iquali non osano derogar le ragioni, & i privilegi, che il Magistrato loro, intorno à molte cause tiene. Questa Illustre Città, situata quasi nel principio della Terra Senonia, ne i lidi dell’Adriatico Mare, trà due celebri Fiumi, cioè, trà la Marecchia, che dalla parte di Ponente la bagna, e trà l’Ausa, che dalla parte di Oriente, alle sue mura, nel seno di un’amplissima, e fecondissima pianura, trascorre. Verso l’Ostro, spalleggiata viene da una vaghissima serie di Coli, pieni di ricchi habitatori, e producevoli d’ogni bene, all’humano sostentamento necessario non solo, ma di più soprabondante al vivere molle, e delitioso. onde i Riminesi da gli avanzi de’ campi loro, con la commodità del Porto, che (come di disse) alle mura della Città fa Marecchia, ne tramandano in molta copia ad altri lidi; facendo in uno ricca la povertà di quegli habitatori, e soprabondante la ricchezza propria. Quindi è, chegran numero di Cittadini, soggiornano dentro à quella, non men nobili, che potenti, i quali con grandissimo decoro, in ogni apparenza, la loro nobiltade sostentano; speciamente ne gli atti virtuosi di generosità, tanto verso i forastieri, come à beneficio de’ poveri, singolarmente de’ Religiosi, & de’ Luoghi Pij, vedendosi quivi gran numero de Conventi magnifici d’ogni sorte: sicome parimente di Monache; Monti di Pietà, di Hospitali, di Luoghi, che raccolgono gli esposti bambini, di Confraternita, & di simili, che avanzano ogni altra sua pari Città d’Italia: oltre l’altezza, e mirabile architettura de i Palazzi, e superbissimi Tempij, ampiezza, e dirittiura di strade: nel mio passaggio per queste parti, considerai con meraviglia una Fontana bellissima, in mezzo al Foro, da cui sgorgava saluberrime, e limpidissime acque, che (per quanto mi fù riferito) da lungo spatio di paese per sotterranei meati, da gli Antichi fatti, vengono ivi tramandate, non meno per l’utilità commune, che per commodo particolare de’ Cittadini; pigliandone ciascheduno dentro le proprie case un rivolo per servirsene ne gli suoi bisogni. Alle grandezz della Città, corrisponde in fertilità, e bellezza il Territorio ancora, in cui si trovano situate nobili Terre, e grosse Castella, piene d’habitatori, non men Civili, e ricchi, che che gli ordinarij delle mediocri Città. Quindi usciti sono in ogni honorata professione infiniti soggetti, come de gli Scrittori [p. 89 modifica]le penne veridiche ne fanno fede; e molti hoggi di tali ne conosco Io, che nelle Corti di varij Prencipi con honorata carica impiegano i lor talenti. De gli Heroi, che in varij tempi hà prodotto Rimino, io non potendo in questo breve compandio, fare la grandezza de i loro fatti meravigliosi capire, non oso à favellare. Onde rimettendomi a’ bronzi, & a i marmi, che di essi parlano, e più de gli Scrittori alle carte; singolarmente al Cavaglier Clementini, che ne compose un grosso Volume; quì fermando la penna, che è della mia mano la lingua, non favellerò più oltre de gli successi di lui.