La Chioma di Berenice - Discorsi e considerazioni (1913)/Discorso terzo - Di Conone e della costellazione berenicea

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Discorso terzo - Di Conone e della costellazione berenicea

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Discorso terzo - Di Conone e della costellazione berenicea
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DISCORSO TERZO

di conone e della costellazione berenicea

i. Dalla metamorfosi della chioma di Berenice in costellazione, a noi giunta con tanti documenti storici1 dalla men remota antichitá, acquista fondamento questa opinione: che i simboli fossero scrittura compendiosa della storia, la quale era trasferita dalla terra al cielo; onde piú si conoscerebbe l’etá del mondo chiamata «favolosa»2, se si potessero sapere tutti i simboli delle costellazioni. La quale lingua de’ simboli, usitata presso molte nazioni3, fu, inventati gli alfabeti, politicamente riserbata come ereditá propria a’ sacerdoti ed a’ principi, i quali nascondevano al volgo la filosofia della storia4. Varranno queste sentenze a confermare ciò che diremo intorno alle deificazioni5. Trovo l’astronomia negli antichi tempi utile alla navigazione6 [p. 254 modifica] ed alla agricoltura7, Lascerò a’ professori di questa madre delle scienze il disputare se quello fosse piú studio di stagioni e di meteore, che scienza di moti celesti. Affermo bensí che non senza disegno politico i savi ed i governi consegnavano all’ammirando e perpetuo corso degli astri la memoria delle gesta e delle arti piú chiare. Onde non mai uomo mi persuaderá che per odio o invidia di cittadini o per incuria di sacerdoti siesi perduta la chioma dal tempio. Era ella cosa sì preziosa da far affrontare la vendetta de’ principi ed il sacrilegio contro gli dèi? E sì agevole al furto era il luogo del tempio, ove si consecrò una chioma regale e di meravigliosa bellezza? Il re la fece egli stesso rapire, per maggiormente persuadere alle suddite genti la divina origine della famiglia de’ Tolomei8 e la possanza in cielo della prima Berenice, diva associata a Venere; e si valse della mano sacerdotale, della fama di Conone e dell’ingegno di Callimaco.

II. Conone fu samio9, e celebre matematico10 dell’etá sua, che viene a cadere verso l’olimpiade cxxx. Tolomeo Filadelfo lo ricettò con gli altri nobili ingegni, che con la scuola alessandrina restituirono all’Egitto l’astronomia; e da quel tempo questa scienza stese salde radici nella Grecia. Tranne Manctone, piuttosto astrologo, e Tolomeo, egiziani, tutti quasi gli astronomi illustri sono greci. Conone viaggiò in Italia11, ove fece le osservazioni su le fasi delle stelle fisse:

               Stellarum ortus comperit, alque obitus;

ed alludono i seguenti versi :

               Flammeus ut rapidi nitor Solis obscuretur,
                    ut cedant certis sidera temporibus

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a’ documenti ch’egli raccolse di tutte le eclissi12 sino allora conservate nelle memorie degli egizi. De’ suoi studi matematici resta il teorema della coclea, dimostrato poi con mirabile costruzione (ed applicato a grandi effetti utili anche a’ dì nostri), da Archimede13, che altamente reputava Conone e lo pianse14 con la riconoscenza del dotto e con la pietá dell’amico. Dagli encomi di Callimaco appare che Conone fosse familiare a questo principe delle lettere, e che si giovassero scambievolmente de’ propri studi.

III. E questi encomi gli procacciarono nell’aureo secolo della latinitá il canto di Properzio15 e di Virgilio16;

          In medio duo signa, Conon: et quis fuit?... alter
          descripsit radio totum qui gentibus orbem,
          tempora quae messor, quae curvus arator haberet.

Ma Servio, seguendo suo stile di gramatico, spiega «Conone, illustre ateniese, di cui scrisse a’ posteri Cornelio Nepote». Dal testo e dalla universale voce degli interpreti è chiaro che Virgilio parlava dell’astronomo. Non posso però consentire che l’«altro», il quale «descripsit orbem radio», fosse Archimede, come il Lacerda e tutta la schiera vorrebbero. Né gli espositori soltanto, ma Gioseffo Scaligero17 ed il Salmasio18, sebbene con diverse ragioni, sono nella stessa sentenza, seguita dal Pagnini19; e l’Heyne v’inclina20 ma piú volentieri intenderebbe, con Servio, di Arato, che, col poema de’ Fenomeni insegnava le stagioni. [p. 256 modifica] «quae messor, quae curvus arator haberet». Arato non determinò mai l’anno alle genti, che tanto suona «orbis» presso a Virgilio21; dizione, panni, tratta dalla voce astronomica κύκλος o piuttosto dal περίοδος de’ greci ; anzi i Fenomeni aratei riuscivano utili all’agricoltore appunto per la incertezza de' calendari. Archimede non applicò sovranamente le matematiche che alla meccanica, né dalla sfera citata da Pappo alessandrino si può desumere, come contende lo Scaligero, ch’ei le avesse rivolte all’astrononomia. Eratostene, suo coetaneo, sommo ingegno22, aveva incominciato a stabilire l’anno con piú felicitá di Numa23, di Solone e de’ geometri della scuola platonica: ma al solo Ipparco, che fiorì forse un secolo innanzi Virgilio, avvenne di determinare24 primo, e con piú esattezza, il giro ed il tempo dell’anno. Gli antichi aveano l’anno vago per la religione, l’anno civile per l’agricoltura25. Ora Virgilio né ad Archimede intese, né ad Arato, né a Tolomeo, come farneticano gl’interpreti, ignari (e, fra costoro, Servio ivi ed altrove26) che questi visse sotto Marco Aurelio27; bensí ad Ipparco, che, fissando il giro dell’anno,

          descripsit radio totum qui gentibus orbem,
          tempora quae messor, quae curvus arator haberet.

Ma il poeta cortigiano, sebbene delle scienze e delle loro storie dottissimo, tacque il nome d’Ipparco, non «perché la ragione del metro rifiutasse Archimede o tal altra voce»28, ma perché l’adulazione del senato e l’orgoglio della casa cesarea ritorcessero quell’encomio, coperto sotto colore di semplicitá pastorale, [p. 257 modifica] a Cesare, riformatore, con l’aiuto di Sosigene29, del calendario romano, di cui o per utilitá o per timore si valeano tutte le genti soggette all’impero. Il radius era uno stromento de’ matematici30 e degli astronomi31, o una verghetta per delineare le figure ed i numeri; di che puoi vedere in Salmasio32 e nel trattato del medico Frisio. Meritavano Ipparco, Virgilio e l’alta fama de’ suoi commentatori questa annotazione.

IV. Cita Servio, Nell’Eneide33, un altro Conone, investigatore d’antichitá italiche, non diverso forse da quello memorato autore di un libro sopra Eraclea dallo scoliaste antico d’Apollonio34. Anche Gioseffo35 attesta un Conone storico. Un Conone dedicò alcune narrazioni dell’etá favolose ed eroiche36 ad Archelao Filopatore, alleato a Marco Antonio37. Questi libri, essendo di non diversa materia, e sotto uno stesso nome, e citati tutti da autori che vissero molto dopo il re Archelao, parmi che s’abbiano ad ascrivere ad uno stesso scrittore, posteriore all’astronomo di forse dugentotrenta anni. Tanto corre dall’olimpiade cxxx alla guerra d’Ottaviano e d’Antonio.

V. Ma il nostro Conone, con quella sua adulazione della chioma, spacciata quando le discipline astronomiche prevalevano, somministra argomento per indagare le storie antichissime. Ben piú doveansi giovare di queste apoteosi e di questi simbolici monumenti i popoli, i quali, o fossero, siccome io penso, usciti appena della barbarie prodotta dal diluvio, dal foco e da siffatte universali rivoluzioni del globo, quando per la legge [p. 258 modifica] del perpetuo moto e cangiamento della natura, rapirono agli uomini le arti e le scienze, che, come oggi noi, essi allor possedevano; o fossero, secondo la comune tradizione, nella prima civiltá che l'umano genere abbia mai avuta dopo lo stato ferino; è certo che le loro fantasie, non ancora domate dall’esperienza e da’ vizi de’ popoli dotti, dovean essere percosse dalla meraviglia di que’ mondi celesti calcati dalle orme degli dèi, che dalla speranza e dal terrore sono posti nel cielo, donde ci benefica il sole e ci spaventano i fulmini. Questa ricerca delle costellazioni, ove fosse ostinata e d’uomo che alla dottrina di tutte le storie congiungesse sapienza politica ed altissima mente, potrebbe avverare le congetture del Vico sul ricorso de’ secoli e delle nazioni, e trarre dalla lunga notte le storie ignote del genere umano. E fu con grande ardimento e pari sapere tentata da un ingegno francese38, per provare, con troppo amor di sistema, l’origine di tutte le religioni: idea ch’egli (forse m’inganno) ricavò dalla Istoria universale di Francesco Bianchini39 veronese; libro massimo, indegnamente dimenticato [p. 259 modifica] da noi, settatori di ciò che viene da lontani paesi ed incuriosi de’ nostri tesori. Assai per avventura ne’ libri e ne’ monumenti rapiti dai lunghi secoli anteriori a Mosé parlavasi delle costellazioni, da poi che della berenicea tante memorie ci restano40. Né fu senza influsso su le fortune mortali, ed a’ tempi de’ dodici Cesari un tiro de’ tali chiamavasi41 «Berenice Εύπλόκαμος». Avremmo anche tradizioni teologiche, se quelle etá non fossero state addottrinate, e se la barbarie, che le seguì, non fosse stata occupata da nuove e diverse religioni. Non potendo Conone collocarla fra i segni giá celebrati del zodiaco, la pose nella parte del cielo piú nobilitata per le costellazioni cantate piú sovente da’ poeti. Ha la Vergine a mezzogiorno, all’oriente Boote, tocca all’occidente la coda del Leone. Nella fascia del zodiaco che «cinge il globo mondano», preposta dal Vico alla Scienza nuova, «compariscono in maestá» i soli due segni del Leone, simbolo de’ tempi erculei nell’etá del mondo eroico, e della Vergine, simbolo dell’aurea etá di Saturno, la prima celebrata nelle storie poetiche. Anzi le stelle della Chioma, pria che Conone le adornasse di questo nome, eran parte della Vergine, vicino a cui pone Arato la Giustizia, salita al cielo per l’abborrimento dell’umana schiatta42. La quale allegoria, sebbene abbia diversa applicazione da Dupuis, parmi una memoria di antichissime e generali rivoluzioni politiche, quando, per la sovversion di tutte le leggi, piú crudelmente l’umano genere usava della reciproca inimicizia, istinto primo ed eterno della nostra natura. Cosí è allegoria della violazione d’ogni religione nella comune calamitá [p. 260 modifica] degli Stati questa passionata sentenza di Teognide43;«Tutti i numi, salendo all’Olimpo, gl’infelici mortali abbandonano; la Speranza sola rimane buona dea». Ma delle costellazioni che circondano la Chioma vedrai alle note. Gli antichi annoveravano nell’asterismo bereniceo sette stelle; ma Flamsteedio, il piú perspicace astronomo del principio del secolo decimottavo, ne trovò 43; e 48 ne osservano le tavole dell’Accademia prussiana nell’anno 1776. Il catalogo di Bode, delle 17,240 stelle ridotte al primo anno di questo secolo, ne reca 216. Di quarta grandezza 6, di quinta 22, di sesta 31, di settima 45, di ottava 18, un gruppo, e 93 nuvolose. Le piú di queste ultime, intentate dagli altri astronomi, furono osservate dall’illustre Herschel, mediante i suoi telescopi. Questo difetto d’istrumenti contese agli antichi di avverare piú di sette stelle nella Chioma di Berenice; le sei di quarta grandezza, ed una forse piú splendida fra le altre, o piú veramente quel gruppo di stelle senza numero e nome. Piú numero di quello di Bode osserverá forse Lalande nel suo catalogo di 50,000 stelle, ch’io non posso recare, perché l’opera sua non è compiuta, e perché le sue osservazioni hanno d’uopo di piú maturi esperimenti. Abbandonando dunque i cataloghi compilati dopo le diverse osservazioni di diversi astronomi, ci atterremo alle tavole recenti della specola palermitana44. L’astronomo Piazzi, oltre le 43 del Flamsteedio, ne osserva 29, ommettendo le nuvolose e quelle di minima grandezza, perch’ei non curò di annoverare tutte le stelle dell’asterismo, alle quali non si può dare significazioni, bensí di accertare le piú cospicue, e con ripetuti esperimenti assegnarne le posizioni, per cui erano in lite i professori di questa scienza. Il pianeta di Cerere, scoperto nel principio del secolo da questo nobile astronomo, ed il pianeta di Pallade da Olbers, medico di Brema, nel marzo dell’anno 1802, sono dall’effemeridi della specola milanese, onore dell’astronomia italiana, notati nell’anno scorso vicino alla Chioma berenicea.


Note

  1. Vedili citati nel Disc. III, cap. v.
  2. Varrone divide gli annali degli uomini in incerti, favolosi ed istorici.
  3. Hieronymus, in Evangelio Matth., cap. 18. Pherecides (antichissimo autore), apud Clem. Alexand., lib. v.
  4. Diodoro siculo, lib. iii, cap. 3. * Le tribú emiariti, abitatrici di una parte dell’Arabia felice, aveano un dialetto lor proprio (gli ὁμηρίται di Tolomeo). Se s’ha a credere ad Albou-l-feda, geografo arabo, queste tribú regnarono quasi sopra tutta l’Arabia e la Persia sino da 1698 anni innanzi l’èra di Cristo. Sino all’etá di Maometto il dialetto degli emiariti fu per antichissime leggi vietato alla conoscenza del volgo e degli stranieri, ed i caratteri non erano scritti e letti se non dai primati delle tribú (Dècade égyptienne, num. 8, voi. 1, p. 275). Cosí oggi il dialetto comune de’ turchi è da lunga antichitá diverso da quello con cui scrivono i principi; e questo pure de’ principi ha nel serraglio molte dizioni e cifre recondite e riserbate a quei che tengono la somma del governo.*
  5. Considerazioni al verso 54 (Considerazione IX).
  6. Dionisio il geografo, versi 232 e sg. Virg., Georg., i, v. 137.
  7. Ovidio, all’etá di Saturno, Metam , lib. i, v. 136.
  8. Teocrito, idil. xvii, 16 e sg. Considerazioni nostre al verso 54 e sg. (Considerazione IX).
  9. Pappo, Collect. mathem., lib. iv. theor. 18.
  10. Archimede, in initio epistolae praefixae, lib. ii, De sphaera et cilindro.
  11. Ptolomaeus, De apparentiis inerrantium , in fine.
  12. «Conon postea diligens et ipse inquisitor, defectiones quidem Solis servatas ab Aegyptiis collegit». Seneca, Quaest. natural., lib. vii.
  13. Pappus Alex., Collectiones math., lib. iv, propos. 18.
  14. Epistola ad librium de quadratura parabolae : «Caro a noi viveva Conone... Eravamo soliti di scrivere assai sovente a Conone ... Abbiam perduto quell’uomo, grande geometra... Morì; e mi lasciò amarissimo desiderio di sé; ch’egli era amico mio, e d’intelletto negli studi ammirabile».
  15. Lib. iv, eleg. i, v. 77.
  16. Eglog. ii, v. 40.
  17. De emendatione temporum, lib. I, in periodo syracusana.
  18. Exercitationes plinianae, cap. xl.
  19. Annotazioni a Virg., loco citato.
  20. In egloga iii, v. 40.
  21. Aeneid., I, v. 273.
  22. Geminus, Elementa astronomiae, cap. vi, De mensibus.
  23. Livio, lib. i, cap. 19; Plutarco, in Romolo e Numa; Ovidio, Fast., I, v. 27; iii, v. 883; Macrob., Saturnal., i, cap. 14.
  24. Ptolomaeus, Almagest., lib. iii, cap. 2; Bouilliaud, Astron. filol., p. 73; Servius, Ad Aeneid. , v, v. 49.
  25. Vettius Valens, Antrolog., lib. i.
  26. Aeneid., V, v. 49.
  27. Suida, in Ptolomaeo.
  28. Salmasio, loco citat.
  29. Plinio, lib. xviii, cap. 25 — Sosigene ebbe Ipparco per guida. Vedi Montucla, parte i, lib. iv, cap. 10.
  30. «Humilem humunculum [Archimedem] a pulvere et radio excitabo». Cicer., Tuscul., lib. v.
  31. Aeneid., vi, v. 851.
  32. Plinianae exercit, cap. xl; Gemmae Frisii, De radio astronomico et geometrico libellum.
  33. Aeneid., vii, v. 738.
  34. Lib. I.
  35. Contro Appione, lib. I, cap. 23.
  36. Photius, cap. 186, 189.
  37. Vossius, De historicis graecis, lib. I, cap. ultimo.
  38. Dupuis, Origine de tous les cultes.
  39. Grand’uomo, astronomo ed antiquario, onorato altamente da’ re e dalle universitá dell’Europa. Nacque nel 1669, e morì d’anni 67. Vedi Maffei, Verona illustrata, verso la fine. Si dirá forse, contro al mio sospetto, che il Bianchini non è conosciuto in Francia per la sua storia. «Credat Iudaeus... non ego». Egli fu uno dell’Accademia delle scienze invece di Bernouilli, morto negli ultimi mesi del 1795 (vedi anche Fontenelle, Elogio del Bianchini ); e la seconda edizione dell’Istoria universale fu dedicata a Luigi decimoquinto. Ma moltissimi de’ nostri in Francia non si conoscono, molti non si vogliono conoscere; pari a’ benefattori temuti da’ beneficati. Ab uno disce multos. Delille, nella prefazione di certo suo poema georgico, L’homme des champs, espressamente asserisce (p. iv) che «les Géorgiques, et le poème de Lucrèce chez les anciens, sont les seuls monumens du second genre [il didattico]... Parmi les modernes nous ne connaissons guéres que les deux poèmes des Saisons (anglais et français), l’Art poétique de Boileau. et l'admirable Essai sur l’homme de Pope, qui aient obtenu et conservé une place distinguie parmi les ouvrages de poésie». Ed Esiodo, Teognide, Focillide, Oppiano, Manilio, per non dir di tant’altri antichi? E La sifilide del Fracastoro, La scaccheide e La poetica del Vida, La coltivazione dell’Alamanni, scritta e stampata in Francia e dedicata a Francesco 2, Le api del Rucellai, Il riso dello Spolverini, Le filosofie di monsignor Stay, dove domò con versi virgiliani il rigor matematico (taccio i minori), non hanno fama fra’ poemi didattici? Delille è il sommo verseggiatore fra i viventi francesi! Questo merito del guercio fra’ ciechi gli permette forse di giudicare di quel ch’ei non sa, o, se pur ha letto i poeti da noi rivendicati, presume che la «loro fama», giá celebrata da tante etá, debba cedere al suo privato decreto? Potea pur condannarli, e concedesi a «tant’uomo» il condannarli senza ragionare, ma non di dissimulare la voce universale che li esalta. Abbiansi questa nota non i francesi, poiché so che «sua cuique placet Helena», ma quegl’italiani che non sanno leggere se non francese.
  40. Eratostene, in Catasterismo Leonis, cap. 12; Igino, Astronom. poët., lib. ii, cap. 24, in Leone; Achille Tazio, Isagoges in Arati Phaenom., p. 134; Esterno; Teone (scoliaste arateo). Ad Phaenom., v. 146; lo scoliaste di Germanico, in Leone; Proclo, De sphera, cap. ult.; ed altri forse, a me ignoti.
  41. Meursio, De ludis Graecorum.
  42. In Catasteremo Virginis.
  43. Verso 317.
  44. Praecipuarum stellarum inerrantium positiones mediae ineunte saeculo XIX, Panormi, 1803.