Le Mille ed una Notti/Storia del Dormiente Svegliato

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Storia del Dormiente Svegliato
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NOTTE CCLXXXVII

STORIA


DEL DORMIENTE SVEGLIATO.


— Sotto il regno del califfo Aaron-al-Raschid viveva in Bagdad un facoltoso mercante, la cui moglie era già vecchia. Avevano un unico figliuolo, chiamato Abu Hassan, dell’età circa di trent’anni, stato allevato nella massima astinenza di tutto.

«Il mercante morì, ed Abu Hassan, trovatosi solo erede, andò al possesso delle immense dovizie dal padre accumulate durante la sua vita con molta economia e tenacità negli affari. Il figlio, di viste ed inclinazioni diverse, ne fece anche un uso affatto diverso. Siccome il genitore non avevagli, durante la sua gioventù, dato altro denaro fuor di quanto precisamente bastava al giornaliero vitto, ed avendo egli perciò sempre invidiato quei giovani dell’età sua che non ne mancavano, nè astenevansi da alcuno de’ piaceri ai quali la gioventù pur troppo facilmente si abbandona, risolse di segnalarsi a sua volta, facendo spese proporzionate ai beni di cui fortuna avevalo allora favorito; divise, a tal uopo, le sue facoltà in due parti: impiegò l’una nell’acquisto di terre e di case in città, colle quali si costituì una rendita bastante per vivere comodamente, proponendosi di non toccare le somme che ne deriverebbero, ma bensì di accumularle mano mano che le riceveva; l’altra metà, che consisteva in una ragguardevol somma in contanti, venne da lui destinata a riparare il tempo che egli credeva aver perduto sotto il duro regime nel quale avevalo il padre tenuto fino alla morte; ma si [p. 299 modifica] fece una legge indispensabile, cui promise d’osservare inviolabilmente, di nulla spendere al di là di detta somma, nel licenzioso tenore di vita ch’erasi proposto.

«Con tale idea, Abu Hassan si fece in pochi giorni una compagnia di persone all’incirca dell’età e della sua condizione, e più non pensò se non a passar piacevolmente seco loro il tempo. A tal uopo, non si contentava di convitarli giorno e notte, e dar loro splendidi banchetti, ne’ quali i cibi più deliziosi ed i più squisiti vini erano serviti in copia; ma vi univa ancora la musica, facendo venire i migliori soggetti d’ambo i sessi. La giovane brigata, da parte propria, col bicchiere in mano, mescolava talvolta le sue canzoni a quelle de’ musici, e pareva che tutti assieme si accordassero cogli stromenti de’ quali accompagnavansi. Di solito quelle feste univano in balli, dove i migliori danzatori ed istrioni d’ambo i sessi della città di Bagdad facevano la loro comparsa. Tutti que’ divertimenti, rinnovati ogni giorno da nuovi piaceri, travolsero Abu Hassan in ispese sì prodigiose, che non potè continuare oltre l’anno tanto scialacquo: l’anno e la grossa somma, a quella prodigalità consecrata, terminarono insieme. Cessato ch’ebbe di tener tavola aperta, gli amici disparvero; il giovane non li incontrava nemmeno in qualunque luogo andasse: infatti, lo cansavano appena lo scoprivano, e se per caso ne raggiungeva qualcuno o volea fermarlo, costui se ne scusava sotto vari pretesti.

«Abu Hassan fu più sensibile per la strana condotta degli amici, i quali, dopo tante dimostrazioni e proteste d’amicizia, abbandonavanlo con tanta indegnità ed ingratitudine, che non per tutto il denaro scialacquato seco loro sì male a proposito. Tristo, pensieroso, a testa bassa e col volto sul quale stava dipinto in tetro dispetto, entrò nelle stanze della madre, e sedè sul sofà, assai lontano da lei.

[p. 300 modifica]«— Che cos’avete mai, figlio mio?» gli chiese la madre, vedendolo in quello stato. «Perchè siete sì abbattuto e diverso del solito? Quand’anche perduto aveste tutto ciò che possedete, non potrei vedervi peggio di così. So l’enorme spesa che faceste, e dacchè vi ci abbandonaste, voglio credere che più non vi resti molto denaro. Siete padrone dei vostri beni, e se io non mi sono opposta alla vostra sregolata condotta, fu perchè sapeva la savia precauzione da voi presa di conservare la metà del vostro patrimonio. Ora, non so cosa vi possa aver immerso in tal profonda melanconia. —

«Abu Hassan, a quelle parole, proruppe in un disperato pianto, ed in mezzo alle lagrime ed ai sospiri: — Madre,» sclamò, «conosco finalmente, per un’esperienza ben dolorosa, quanto sia insopportabile la povertà. Sì, sento vivamente che come il tramonto del sole ci priva dello splendore di quell’astro, così pure la povertà ne toglie ogni sorta di allegria. È dessa che fa dimenticare affatto tutte le lodi che ci si prodigavano, e tutto il bene che di noi si diceva prima che vi fossimo caduti; dessa che ci riduce a non uscire per le vie se non prendendo le opportune misure onde non essere notati, e passarle notti versando lagrime di sangue. In una parola, chi è povero, non è più riguardato, nemmeno dai parenti e dagli amici, se non come uno straniero. Voi sapete, madre mia,» proseguì egli, «in qual maniera ho da un anno trattati i miei amici. Li convitai il più lautamente che seppi, spendendo tutto fino a cadere nella miseria; ed oggi, che non ho più i mezzi di continuare, mi veggo abbandonato da tutti. Quando dico che non ho i mezzi di continuare a trattarli nel medesimo modo, intendo parlare del denaro da me posto a parte per servirmene nell’uso che ne feci; chè quanto alla mia rendita, ringrazio Iddio [p. 301 modifica] d’avermi ispirato di conservarla, sotto la condizione e col giuramento di non porvi mano per dissiparla così follemente. L’osserverò questo giuramento, e so il buon uso che devo fare del resto delle mie sostanze, cui per fortuna ancor posseggo. Ma prima voglio esperimentare fino a qual punto i miei amici, se meritano d’essere con tal nome chiamati, vorranno spingere l’ingratitudine. Voglio andarli a trovare tutti ad uno ad uno, e quando avrò loro di mostrati gli sforzi da me fatti per compiacerli, li solleciterò a raccogliere fra essi una somma che serva in qualche modo a sollevarmi dallo stato infelice, nel quale sono caduto onde procurar loro graditi momenti. Ma non voglio fare, come vi dissi, questi passi se non per vedere se troverò in essi qualche sentimento di riconoscenza.

«— Figlio mio,» riprese la madre di Abu Hassan, «non pretendo dissuadervi dall’eseguire il vostro proposito; ma posso dirvi anticipatamente che mal fondate sono le vostre speranze. Credete a me: checchè possiate fare, è inutile che tentiate questa prova: non troverete soccorso se non in ciò che vi siete riservato da per voi medesimo. Ben veggo che non conoscete peranco codesti amici, che chiamansi volgarmente con tal nome fra la gente della vostra specie; ma ora siete per conoscerli. Iddio permetta che ciò sia nel modo che desidero, cioè pel vostro bene! — Madre mia,» rispose Abu Hassan, «sono persuasissimo della verità di ciò che mi dite; ma sarò più certo di un fatto che tanto da vicino mi riguarda, quando mi sia da me stesso illuminato della loro viltà ed insensibilità. —

«Partì Abu Hassan nel medesimo istante, e prese tanto bene le sue misure, che trovò tutti gli amici in casa. Espose loro il gran bisogno nel quale si trovava, e li pregò di aprirgli la borsa onde [p. 302 modifica] soccorrerlo efficacemente. Promise anche d’impegnarsi verso ciascuno, in particolare, a restituirgli le somme cui gli avessero prestato, appena fossero ristabiliti gli affari suoi, senza nondimeno far loro conoscere d’essersi in gran parte rovinato a loro riguardo, onde stimolarne viemaggiormente la generosità. Nè dimenticò di blandirli pure della speranza di ricominciare un giorno con essi la bella vita di prima.

«Nessuno de’ suoi compagni di bottiglia rimase commosso dai vivi colori, de’ quali l’afflitto Abu Hassan si servì per cercar di persuaderli. Ebbe anzi la mortificazione di sentirsi dire da taluni netto e schietto, che non lo conoscevano, nè ricordavansi d’averlo nemmeno mai veduto. Tornò pertanto a casa col cuore oppresso di dolore e d’indignazione. Ah, madre,» sclamò, rientrando nel di lei appartamento, «me l’avevate ben detto: invece d’amici non ho trovato che perfidi, ingrati, iniqui, indegni della mia amicizia! È finita: rinunzio alla loro, e vi prometto di non rivederli mai più. —

«Rimase fermo Abu Hassan nella risoluzione di mantenere la sua parola; e prese le opportune precauzioni per evitare le occasioni di mancarvi, giurò, onde non più cadere nel medesimo inconveniente, di non dar a mangiare in vita sua ad alcuno di Bagdad. Trasse poi fuori lo scrigno, nel quale metteva il denaro delle sue rendite, dal luogo ove tenevate in serbo, e lo mise al sito di quello che aveva votato, risoluto di non cavarne, per la spesa giornaliera, se non una somma regolata e bastante ad onestamente trattare una sola persona con lui a cena. Fece inoltre giuramento che quella persona non sarebbe di Bagdad, ma uno straniero, e che lo congederebbe alla mattina, dopo averlo ricoverato per una sola notte.

«Secondo tal proponimento, Abu Hassan davasi egli medesimo il pensiero di far ogni mattina le [p. 303 modifica] provvigioni per simile trattamento, e verso sera andava a sedere in capo al ponte di Bagdad, dove appena vedea un forestiero, di qualunque stato o condizione fosse, gli si accostava civilmente, invitandolo a fargli l’onore di venir a cena ed alloggiare in casa sua per la prima notte del suo arrivo; e dopo averlo informato della condizione, impostasi alla propria cortesia, conducevalo a casa.

«Non era sontuoso il pasto del quale Abu Hassan regalava l’ospite, ma c’era di che contentarsi, e soprattutto il buon vino non mancava (1). Faceasi durare la tavola sino a notte inoltrata, ed invece d’intertenere l’ospite d’affari di stato, di famiglia o di negozio, come spesso accade, allettava per lo contrario di non parlare se non di cose indifferenti, piacevoli e ricreanti. Era per indole lepido e di buon umore, e su qualunque argomento si trattasse, sapeva condire il discorso con certi frizzi capaci d’ispirar allegria ne’ più melanconici.

«La mattina seguente, nell’accommiatar l’ospite: — In qualsiasi luogo possiate andare,» gli diceva Abu Hassan, «Dio vi preservi da ogni motivo di dispiacere! Quando ieri v’invitai a cena da me, v’informai della legge che mi sono imposta; laonde non vi dispiaccia se vi dico che non beremo più insieme, ed anzi che non ci vedremo mai più, nè in casa mia, nè altrove: ho le mie ragioni per agire così. Dio v’accompagni! —

«Abu Hassan era esaltissimo nell’osservanza di quella regola, e non guardava più gli stranieri ricevuti una volta in sua casa, nè più parlava secoloro. Quando li incontrava per via, o nelle piazze, od [p. 304 modifica] alle pubbliche riunioni, fingea di non vederli; cambiava persino strada per evitare che lo tentassero; insomma non teneva più con essi verun commercio. Era già molto tempo che agiva di tal guisa, quando un dì, un po’ prima del tramonto, mentre stava, secondo il solito, seduto in capo al ponte, venne a comparire il califfo Aaron-al-Raschid, ma travestito in modo da non potersi riconoscere.

«Sebbene quel monarca avesse ministri ed officiali capi di giustizia d’esattezza grandissima a ben adempire il loro dovere, pure ei voleva prendere da sè cognizione di tutto. Con tale disegno, come obbimo già altre volte occasione di vedere, andava di sovente travestito in varie fogge per la città di Bagdad; nè trascurava i dintorni, ed a tal riguardo soleva andare il primo giorno d’ogni mese sulle strade maestre, per le quali giungesi a Bagdad, ora da una parte, ora dall’altra; quel giorno, primo del mese, comparve travestito da mercatante di Mussul, che veniva a sbarcare dall’altra parte del ponte, seguito da uno schiavo alto e robusto.»

Scheherazade, vedendo spuntar l’aurora, cessò il racconto; e la domane lo ripigliò di tal guisa:


NOTTE CCLXXXVIII


— Sire, siccome il califfo aveva nel suo travestimento un contegno grave e rispettabile, Abu Hassan, credendolo mercante appunto di Mussul, si alzò dal sito ove stava seduto, e salutatolo in aria graziosa, e baciatagli la mano: — Signore,» gli disse, «mi congratulo del vostro prospero arrivo! vi supplico di farmi l’onore di venir a cena da me, e passare in [p. 305 modifica] casa mia questa notte onde procurar di rimettervi dalla stanchezza del viaggio.» E all’uopo di viemaggiormente obbligarlo a non negargli la grazia cui domandava, gli spiegò in poche parole l’uso preso di ricevere ogni giorno in casa sua, per quanto gli fosse possibile, e per una notte soltanto, il primo forestiere che capitasse.

«Trovò il califfo alcun che di così singolare nella bizzarria del gusto di Abu Hassan, che s’invogliò di conoscerlo a fondo; e senza uscire dal carattere di mercante, gli esternò che non saprebbe meglio corrispondere a tanta gentilezza, alla quale non aspettavasi al suo arrivo in Bagdad, se non accettando la cortese offerta, e che non avea se non a mostrargli la via, essendo disposto a seguirlo.

«Abu Hassan, ignorando che l’ospite, cui il caso aveagli presentato, fosse tanto al di sopra di lui, trattò il califfo come suo eguale; lo condusse in propria casa, ed introdottolo in una stanza decentemente addobbata, lo fece sedere sul sofà al posto d’onore. La cena era pronta e la tavola ammannita. La madre di Abu Hassan, che assai bene s’intendeva di cucina, servì tre piatti: uno in mezzo, con un buon cappone, fiancheggiato da quattro grossi polli, e due altri dai lati, che servivano di tramesso, contenenti l’uno un’oca grassa, il secondo piccioncini in ragù. Non c’era altro, ma quelle vivande erano scelte e di gusto squisito.

«Abu Hassan si pose a mensa rimpetto all’ospite, ed amendue cominciarono a mangiar di buon appetito, prendendo ciascuno ciò che più gli talentava senza parlare e senza bere, secondo l’uso del paese. Finito ch’ebbero di mangiare, lo schiavo del califfo presentò loro da lavarsi, e frattanto la madre del giovane avendo sparecchiato, recò varie sorta di frutta della stagione, come uva, pesche, mele, pere e varie specie [p. 306 modifica] di paste di mandorle secche. Verso sera, accesero i lumi; quindi Abu Hassan fecesi mettere accanto tazze e bottiglie, e pregò la madre che facesse cenare lo schiavo del califfo.

«Quando il finto mercante, vale a dire il califfo, ed Abu Hassan si furono rimessi a tavola, questi, prima di toccare la frutta, prese una tazza, si versò da bere pel primo, e tenendola in mano: — Signore,» disse al califfo, il quale era, secondo lui, un mercante di Mussul, «voi sapete, al par di me, che il gallo non beve mai se non chiama le galline per venir a bere con lui; v’invito dunque a seguire il mio esempio. Non so cosa ne pensiate; quanto a me, mi sembra che un uomo il quale abborri il vino e voglia fare il saggio, non lo sia altrimenti. Lasciamo dunque da parte tal sorta di gente col loro umore tetro e dispettoso, e cerchiamo l’allegria; essa sta nella tazza, e questa la comunica a coloro che la votano. —

«Mentre Abu Hassan beveva: — Ciò mi piace,» disse il califfo, prendendo la tazza a lui destinata, «ed ecco quello che si chiama un brav’uomo. Vi amo per codesto umore e quest’allegria, ed aspetto che ne versiate anche a me. —

«Non ebbe l’altro appena bevuto, che riempiendo la tazza presentatagli dal califfo: — Assaggiatelo, signore,» gli disse, «lo troverete buono.

«— Ne sono persuaso,» rispose il califfo ridendo; «è impossibile che un uomo par vostro, non sappia scegliere le cose migliori. —

«Mentre il califfo beveva: — Non fa d’uopo se non appena guardarvi,» riprese Abu Hassan, «per avvedersi a prima vista, che siete di quelli che hanno veduto il mondo e sanno vivere.

«Se la mia casa,» soggiunse in versi arabi, «fosse capace di sentimento, e sensibile al motivo di gioia ch’ella ha di possedervi, lo manifesterebbe [p. 307 modifica] altamente, e prosternandovisi davanti, sclamerebbe: — Ah! qual piacere, qual ventura di vedermi onorata dalla presenza d’una persona sì civile e compiacente, che non isdegna di sedere da me a mensa!

«Finalmente, o signore, sono al colmo della gioia d’aver oggi fatto l’incontro d’un uomo del vostro merito. —

«Queste lepidezze divertivano assai il califfo, il quale aveva naturalmente lo spirito gioviale, e facevasi un piacere di eccitar il giovane a bere, domandando anch’egli spesse volte vino, all’uopo di meglio conoscerlo nel discorso dalla vivacità che il vino gl’ispirava. Per entrare in conversazione, gli domandò come si chiamasse, di che si occupasse, ed in qual guisa passasse la vita. — Signore,» rispose l’altro, «Abu Hassan è il mio nome. Ho perduto mio padre, ch’era mercante, non già, a vero dire, de’ più ricchi, ma almeno di quelli che vivevano con maggior agiatezza a Bagdad. Morendo, mi lasciò una facoltà più che sufficiente per vivere senz’ambizione secondo il mio stato. Siccome la sua condotta a mio riguardo era stata severissima, e sino alla di lui morte io aveva passata la miglior parte della gioventù in grande ritenutezza, volli cercar di riparare il buon tempo, che credeva aver perduto. Ma anche in ciò,» proseguì Abu Hassan, «io mi governai nel modo che non fanno di solito tutti i giovani; essi abbandonatisi sconsideratamente al disordine, e vi durano finchè, ridotti all’ultima miseria, ne abbiano a fare poi resto dei loro giorni una forzata penitenza. Onde non cadere in tal disgrazia, io divisi le mie sostanze in due parti: l’una in fondi, in danaro sonante l’altra, questo destinando per le spose che meditava, e nella ferma risoluzione di non toccar le rendite. Formata poi una società d’amici all’incirca dell’età mia, con quel [p. 308 modifica] denaro che andava spendendo a piene mani, li trattava splendidamente ogni giorno in modo che nulla mandava ai nostri divertimenti. Ma la durata non ne fu lunga. Non trovai più nulla nello scrigno quando fummo alla fine dell’anno, e nel tempo medesimo tutti i miei amici di tavola scomparvero. Andai a trovarli ad uno ad uno, rappresentando loro il misero stato in cui era caduto; ma nessuno si offerse di aiutarmi. Rinunciai dunque alla loro amicizia, e ridottomi a non più ispendere che le sole mie rendite, giurai di non aver più società fuorchè col primo straniero che incontrassi ogni giorno al suo arrivo in Bagdad, sotto condizione di non trattarlo che quel giorno solo. V’ho già informato del resto, e ringrazio la mia buona fortuna d’avermi oggi fatto capitare un forastiero del vostro merito. —

«Il califfo, soddisfattissimo di quegli schiarimenti, disse all’ospite: — Non so lodarvi abbastanza del buon partito, cui vi appigliaste con tanta prudenza, prima di gettarvi allo stravizzo ed esservi condotto in guisa sì poco comune alla gioventù, e vi stimo eziandio per essere stato fedele a voi medesimo al punto che lo foste. Il passo era assai lubrico, e non potrei abbastanza ammirare come, dopo aver sciacquato tutto il vostro denaro, abbiate avuta sufficiente fermezza per non dissipare la rendita ed i vostri fondi ancora. Per dirvi quello che ne penso, sostengo che siete il primo e solo spensierato al quale sia accaduta simile cosa, ed a cui accadrà forse mai. Vi confesso, infine, che invidio la vostra felicità. Siete il più felice mortale che v’abbia sulla terra, avendo ogni giorno la compagnia d’un uomo onesto, col quale potete gradevolmente conversare, dandogli così motivo di pubblicare dovunque la buona accoglienza che gli fate. Ma nè voi, ned io ci avvediamo di aver parlato troppo senza bere: bevete, e poscia [p. 309 modifica] versatemene.» Il califfo ed Abu Hassan continuarono a bere ancora a lungo, conversando di cose piacevolissime.

«Era già molto inoltrata la notte, ed il califfo, fingendo d’essere assai stanco del percorso cammino, disse all’ospite che aveva d’uopo di riposo. — Neppur io voglio, da parte mia,» soggiunse, «che per amor mio perdiate nulla del vostro. Prima di separarci (poichè forse domani io sarò già uscito di casa vostra prima che vi destiate), mi compiaccio dichiararvi quanto sia sensibile alla vostra gentilezza, alla tavola ed all’ospitalità che cortesemente mi usaste. La sola cosa che mi dà pena è di non saper in qual modo dimostrarvene la mia riconoscenza. Vi supplico di farmelo conoscere, e vedrete che non sono un ingrato. Non può darsi che un uomo come voi non abbia qualche affare, qualche bisogno, o non desideri infino alcuna cosa che gli facesse piacere. Apritemi il vostro cuore, e parlate schiettamente. Mercante qual sono, non lascio d’essere in grado di poter prestare servigio per me medesimo, o per mezzo de’ miei amici.»

Dinarzade aveva destata troppo tardi la sorella, e l’alba, che sorse in breve, costrinse il sultano ad alzarsi per andar a fare la sua preghiera. L’indomani, Scheherazade, volgendosi a Schahriar, ripigliò la narrazione in codesti sensi:


NOTTE CCLXXXIX


— A simili proferte del califfo, che Abu Hassan prendeva sempre per un semplice mercadante: — Mio buon signore,» rispos’egli, «sono persuasissimo non essere per complimento che mi fate sì [p. 310 modifica] generose esibizioni. Ma, in fede di galantuomo, posso assicurarvi che non ho nò dispiaceri, nè affari, nè desiderii, e che nulla domando ad alcuno. Non ho la minima ambizione, come già vi dissi, e sono contentissimo della mia sorte. Perciò non mi resta che ringraziarvi, non solo delle vostre gentili offerte, ma eziandio della compiacenza avuta di farmi l’onore di venir ad assistere ad una cattiva cena in casa mia. Vi dirò tuttavia,» continuò Abu Hassan, «che una cosa sola mi reca disturbo, senza però che giunga a turbare la mia quiete. Saprete che la città di Bagdad è divisa in rioni, e che in ciascuno di questi v’ha un imano per fare all’ore solite la preghiera, alla testa di tutto il quartiere che vi si raduna. Il nostro imano è un gran vecchione, di faccia austera ed ipocrita perfetto, se mai ve ne furono al mondo. Si è associato, per consiglieri, quattro altri barboni, miei vicini, gente all’incirca del suo valore, che si riuniscono presso di lui regolarmente ogni giorno; e nei loro conciliaboli non v’è maldicenza, calunnia e malizia che non mettano in opra contro di me e tutto il quartiere, per turbarne la pace e farvi regnare la discordia. Rendonsi temuti a questi, minacciano quelli; vogliono infino farsi i padroni, e che ciascuno si regga secondo il capriccio di costoro, che non sanno governar sè medesimi. Per dir la verità, duolmi assai di vedere che si mescolino di tutt’altra cosa fuorchè del loro Corano, e che non lascino vivere la gente in pace.

«— Or bene,» riprese il califfo, «voi vorreste probabilmente trovar un mezzo onde arrestare il corso di tal disordine? — L’avete detto,» rispose Abu Hassan; «la sola cosa che a tal uopo chiederei a Dio, sarebbe di essere califfo in luogo del Commendatore de’ credenti, Aaron-al-Raschid, nostro sovrano signore e padrone, per un solo giorno. — E che cosa [p. 311 modifica] fareste se ciò accadesse?» chiese il califfo. — Darei un grande esempio, che sarebbe di soddisfazione a tutti i galantuomini. Farei dare cento bastonate sotto la pianta de’ piedi a ciascuno de’ quattro vecchi, e quattrocento all’imano, per insegnar loro a turbare e molestare così i vicini (2). —

«Il califfo trovò assai piacevole il pensiero di Abu Hassan, e siccome era nato per le avventure straordinarie, lo invogliò di farsene un singolar divertimento. — Mi piace assai il vostro desiderio,» disse dunque, «perchè veggo che parte da un cuor retto, e da un uomo, il quale non può soffrire che la malizia dei malvagi rimanga impunita. Avrei gran piacere di vederne l’effetto, e forse non è tanto impossibile che ciò accada, come ve lo potreste immaginare. Son persuaso che il califfo si spoglierebbe volentieri della sua dignità per ventiquattr’ore in vostro favore, se fosse informato della vostra buona intenzione e del buon uso che ne fareste. Benchè straniero, ho però credito bastante per contribuirvi in qualche cosa.

«— Veggo bene,» rispose Hassan, «che vi beffate della pazza mia immaginazione, ed il califfo se ne burlerebbe anch’egli, se venisse a cognizione di simile stravaganza. Ciò che tal cosa produr potrebbe, è che informerebbesi della condotta dell’imano e de’ suoi consiglieri, e li farebbe castigare.

«— Io non mi piglio beffe di voi,» replicò il califfo. «Dio mi guardi dal pensare sì irragionevolmente d’una persona pari vostra, che così bene mi trattaste benchè vi sia sconosciuto; e vi assicuro che [p. 312 modifica] il califfo neppur egli ne riderà. Ma lasciamo questi discorsi: non è lontana la mezzanotte, ed è tempo di andar a letto.

«— Cessiamo dunque dalle ciance,» disse Abu Hassan; «non voglio metter ostacolo al vostro riposo. Ma siccome ne resta ancora un po’ di vino nella bottiglia, bisogna, se non vi spiace, che prima la votiamo, e poi ce ne andremo a letto. La sola cosa che vi raccomando, è di non lasciar la porta aperta, uscendo domattina, nel caso ch’io non sia svegliato, ma vi diate l’incomodo di rinchiuderla.» Il califfo gli promise d’eseguirlo fedelmente.

«Mentre Abu Hassan parlava, il califfo erasi impossessato della bottiglia e di due tazze; si versò quindi il vino pel primo, facendo conoscere all’ospite ch’era per ringraziarlo. Quand’ebbe bevuto, gettò destramente nell’altra tazza un pizzico d’una certa polvere che portava seco, e vi versò sopra il resto della bottiglia; presentatala quindi ad Abu Hassan: — Voi vi prendeste il disturbo di versarmi da bere tutta la sera; è ben la minima cosa che posso fare per voi il risparmiarvene l’incomodo per l’ultima volta; vi prego di prendere questa tazza di mia mano, e berne un sorso per amor mio. —

«Abu Hassan prese la tazza, e per mostrar vie maggiormente all’ospite con quanto piacere ricevesse l’onore che gli faceva, la tracannò quasi tutta in un sorso. Ma appena ebbe deposta la tazza sulla tavola, la polvere fece il suo effetto, e fu còlto da sì profondo sopore, che la testa gli cadde quasi sulle ginocchia in modo tanto repentino, che il califfo non potè trattenersi dal riderne. Lo schiavo, dal quale erasi fatto seguire, essendo tornato subito dopo cena, trovavasi presente già da qualche tempo, pronto a riceverne i comandi. — Prendi sulle spalle quest’uomo,» gli disse il califfo; «ma bada di notar bene il sito dove si trova [p. 313 modifica] codesta casa, per potervelo riportare quando te lo comanderò.»

Il sultano si alzò allo spuntar dell’aurora, per recarsi a presiedere al consiglio, ma impaziente di sapere che cosa farebbe Abu Hassan nel palazzo del califfo, poichè ben dubitava che veniva colà trasportato durante il di lui sonno, e promettevasene grande divertimento.


NOTTE CCXC


— Sire, il califfo, seguito dallo schiavo carico di Abu Hassan, uscì dalla casa, ma senza chiuderne la porta come questi ne lo aveva pregato, facendolo a bella posta. Giunto al palazzo, vi entrò da una porticella segreta, e fattosi sempre seguire dallo schiavo fino al proprio appartamento, dove tutti gli officiali di camera lo aspettavano: — Spogliate quell’uomo,» disse loro, «ed adagiatelo nel mio letto; vi manifesterò poscia le mie intenzioni. —

«Gli ufficiali spogliarono Abu Hassan, lo rivestirono dell’abito da notte del califfo e lo misero in letto, secondo i di lui ordini. Niuno era coricato nel palazzo: Aaron si fece venire davanti tutti gli altri ufficiali e tutte le dame, e giunti che furono alla sua presenza: — Voglio,» disse loro, «che tutti quelli, i quali sono soliti assistere al mio alzarsi, non manchino di venire domattina presso quest’uomo che vedete coricato sul mio letto, e che ciascuno faccia con lui, quando si sveglierà, le stesse cerimonie che osservanti ordinariamente con me. Voglio inoltre che gli si usino i medesimi riguardi come per la mia propria [p. 314 modifica] persona, e che sia obbedito in tutto ciò che comanderà. Non gli si neghi nulla di quanto possa chiedere, e non lo si contraddica in checchessia di ciò che potesse dire o desiderare. In tutte le occasioni nelle quali farà d’uopo di parlargli o rispondere, non si manchi di trattarlo da Commendatore de’ credenti. In una parola, esigo che non si pensi più alla mia persona in tutto il tempo che si starà presso di lui, come s’egli fosse veramente quello che son io, cioè il califfo ed il Commendatore de’ credenti. Soprattutto abbiasi cura di non isbagliare nella minima circostanza. —

«Gli officiali e le dame, i quali compresero alla prima che il califfo voleva divertirsi, non risposero se non con un profondo inchino; e da quel punto ciascuno si preparò a contribuire con ogni potere, in tutto ciò ch’era di sua attribuzione, a ben rappresentare la propria parte.

«Rientrando nel palazzo, il califfo aveva mandato a chiamare il gran visir Giafar per mezzo del primo officiale in cui erasi incontrato, e quel primo ministro essendo comparso, egli gli disse: — Giafar, ti ho fatto chiamare per avvertirti di non sorprenderti quando, domani vedrai, entrando nella sala d’udienza, l’uomo che vedi coricato sul mio letto, seduto sul mio trono co’ miei abiti di cerimonia. Presentati coi medesimi riguardi e col rispetto stesso che suoli aver per me, trattandolo pure da Commendatore de’ credenti. Ascolta ed eseguisci puntualmente tutto quello ch’ei ti comanderà, come se io medesimo te lo imponessi. Non mancherà di far liberalità e d’incaricarti della distribuzione: fa pure tutto ciò che ti ordinerà, quand’anche si trattasse di esaurire tutto il mio tesoro. Ricordati inoltre di avvertire i miei emiri, gli uscieri e tutti gli altri officiali esterni del palazzo, di rendergli domani, alla pubblica udienza, i medesimi onori come alla mia [p. 315 modifica] persona, e dissimulare così bene, ch’ei non si accorga della menoma cosa che turbar possa il divertimento che intendo prendermi. Va, ritirati; non ho più nulla a prescriverti, e dammi la soddisfazione che ti chieggo. —

«Ritiratosi il gran visir, il califfo passò in un altro appartamento, e coricatosi, diede a Mesrur, capo degli eunuchi, gli ordini da eseguirsi da parte sua, affinchè tutto riuscisse nel modo ch’ei l’intendeva, per incarnare il desiderio di Abu Hassan, e vedere come userebbe del potere e dell’autorità del califfo, nel poco tempo pel quale avevali bramati. Soprattutto gl’ingiunse di non mancar di venire a destarlo all’ora solita, e prima che si svegliasse il giovane, perchè voleva esservi presente.

«Non mancò Mesrur di destare il califfo nel tempo ingiuntogli. Ed appena questi fu entrato nella camera dove Abu Hassan dormiva, si collocò in un piccolo gabinetto elevato d’onde poteva vedere, per una gelosia, tutto ciò che vi accadeva senza essere veduto. Tutti gli officiali e tutte le dame che dovevano assistere al levarsi di Abu Hassan, entrarono nel medesimo tempo, e si disposero ciascuno al solito posto, secondo il proprio grado, ed in gran silenzio, come se fosse stato il califfo quello che doveva alzarsi, e pronti ad adempire alle funzioni cui erano destinati.

«Siccome gli albori del giorno già cominciavano ad apparire, ed era tempo di alzarsi per fare la preghiera precedente lo spuntar del sole, l’officiale che trovavasi più vicino al capezzale del letto, accostò al naso del dormiente una piccola spugna bagnata d’aceto.

«Sternutò subito Hassan volgendo la testa senza aprire gli occhi, e con un piccolo sforzo rigettò un po’ di pituita, che tosto fu raccolta in un baciletto d’oro onde impedire che cadendo sul tappeto, lo guastasse. Era il solito effetto della polvere che avevagli fatto [p. 316 modifica] prendere il califfo, allorquando, in proporzione della dose, cessa, in maggiore o minor tempo, dal produrre il sopore pel quale veniva somministrato.

«Riponendo il capo sul guanciale, Abu Hassan aprì gli occhi, e per quanto glielo permise la fioca luce, si vide in mezzo d’un’ampia camera, magnifica e superbamente addobbata, colla soffitta a più scompartimenti di figure diverse, dipinti alla moresca, ornata di grandi vasi d’oro massiccio, di portiere, e d’un tappeto d’oro e di seta; e circondato da giovani dame, parecchie delle quali portavano varie sorta di musicali strumenti, pronte a suonarli, tutte d’incantevole bellezza, o da eunuchi negri, riccamente vestiti e ritti in piedi con molta modestia. Volgendo lo sguardo sulla coperta del letto, vide ch’era di broccato d’oro col fondo rosso, ricamata di perle e diamanti; vicino al letto, scorse un abito della medesima stoffa e dell’ornato stesso, ed accanto a questo, sopra un cuscino, un berretto da califfo...»

A tali parole, Schcherazade cessò dal racconto; e l’indomani, volgendosi al sultano dell’Indie:


NOTTE CCXCI


— Sire, a tali splendidi oggetti, Abu Hassan trovossi in uno stupore ed in una confusione inesprimibili. Li rimirava tutti come in un sogno: sogno tanto vero a suo riguardo, che desiderava così non fosse. — Buono!» diceva fra sè; «eccomi califfo; ma,» soggiungeva poco dopo, interrompendosi, «non mi devo ingannare: è questo un sogno, effetto del desiderio onde discorreva poco fa col mio ospite.» E rinchiudeva gli occhi come per tornar a dormire.

[p. 317 modifica]«In quel punto se gli avvicinò un eunuco. — Commendatore de’ credenti,» gli disse rispettosamente; «non si riaddormenti vostra maestà; è tempo di alzarsi per far la preghiera; l’aurora già comincia ad apparire. —

«A tali parole, che produssero grande sorpresa in Abu Hassan, tornò egli ancora a dire frase: — Son desto o dormo? Ma dormo,» continuava, tenendo sempre gli occhi chiusi, «non posso dubitarne. —

«Pochi momenti dopo: — Commendatore de’credenti,» ripigliò l’eunuco, il quale vide che non rispondeva nulla, e non dava alcun segno di volersi alzare, «permetta vostra maestà che le ripeta esser tempo di alzarsi, ove non voglia lasciar trascorrere il momento di fare la sua preghiera del mattino; il sole sta per sorgere, ed ella non è solita mancarvi.

«— M’ingannava,» disse subito Abu Hassan; «non dormo, son desto; quelli che dormono non sentono, ed io odo che mi si parla.» Aprì di nuovo gli occhi, e siccome era pieno giorno, vide distintamente tutto ciò che non aveva se non in confuso percepito. Si levò a sedere in aria ridente, come uomo pieno di giubilo di trovarsi in uno stato tanto superiore alla sua condizione; ed il califfo, che l’osservava, penetrò con molto diletto nel di lui pensiero.

«Allora le giovani dame del palazzo prosternaronsi col volto contro terra davanti ad Abu Hassan, e quelle che portavano gl’istrumenti, gli diedero il buon giorno con un concerto di flauti, di oboe, di tiorbe ed altri armonici strumenti, dei quali fu in cantato e rapito in tal estasi, che non sapeva dove fosse, e non capiva più in sè medesimo. Tornò nullameno alla primiera idea, e dubitando ancora se quanto vedeva ed udiva fosse sogno o realtà, si mise le mani davanti agli occhi, e chinata la testa: — Che vuol dire tutto ciò?» chiedeva fra sè. «Dove [p. 318 modifica] sono? Che m’è accaduto? Cos’è questo palazzo? Cosa significano questi eunuchi, questi officiali sì leggiadri e ben voltiti; ques’e dame sì belle o questa musica che m’inebbria? È mai possibile che non possa distinguere se io sogno o se abbia il mio buon senso?» Toglie infine le mani dagli occhi, li apre, ed alzando la testa, vede che il sole già dardeggiava i primi suoi raggi attraverso la finestra della stanza dove trovavasi.

«In quel punto entrò Mesrur, il capo degli eunuchi, si prosternò profondamente davanti ad Hassan, e rialzandosi: — Commendatore de’ credenti,» gli disse, «mi permetta vostra maestà di farle osservare non esser ella solita alzarsi così tardi, e che ha lasciato trascorrere il tempo di dire la sua preghiera. A meno che non abbia passato una cattiva notte e non sia indisposta, non ha più se non quello di salire sul trono, per presiedere il consiglio e farsi vedere secondo il consueto. I generali de’ suoi eserciti, i governatori delle province, e gli altri grandi officiali della corte aspettano il momento che venga loro aperta la porta della sala del consiglio. —

«Al discorso di Mesrur, Abu fu persuaso di non dormire, e che lo stato nel quale trovavasi, non fosse un sogno; e non si trovò meno imbarazzato che confuso nell’incertezza del partito che doveva prendere. In fine, guardò Mesrur fiso negli occhi, e con serio accento gli chiese: — A chi parlate adunque, e chi è quello che chiamate Commendatore de’ credenti, voi ch’io non conosco? Bisogna che mi prendiate per un altro. —

«Tutt’altri, fuor di Mesrur, sarebbesi forse sconcertato alla domanda di Hassan; ma istruito dal califfo, rappresentò a maraviglia il proprio personaggio. — Mio rispettabile signore e padrone,» sclamò, «vostra maestà mi parla così oggi probabilmente per [p. 319 modifica] provarmi: non è vostra maestà il Commendatore de’ credenti, il monarca del mondo, dall’oriente all’occidente, ed il vicario sulla terra del profeta, inviato da Dio, padrone di questo mondo terrestre e del celeste? Mesrur, vostro umile schiavo, non l’ha dimenticato in tanti anni che ha l’onore e la fortuna di renderle omaggio, e prestare i suoi servigi a vostra maestà. Egli stimerebbesi il più sventurato degli uomini se avesse incorso nella vostra disgrazia: vi supplica dunque umilmente d’aver la bontà di rassicurarlo: egli preferisce credere che un sogno molesto abbia questa notte turbato il suo riposo.

«Abu Hassan, a queste parole di Mesrur, proruppe in una tale risata, che si lasciò cadere a rovescio sul capezzale, con gran diletto del califfo, il quale avrebbe riso in egual modo, se non avesse temuto di metter fine, sul bel principio, alla piacevole scena che aveva risoluto di procurarsi.

«Abu Hassan, dopo aver riso a lungo in quella posizione, si rimise a sedere, e voltosi ad un piccolo eunuco negro come Mesrur; — Senti,» gli disse, «dimmi chi sono. — Signore,» rispose il piccolo eunuco in aria modesta, «vostra maestà è il Commendatore de’ credenti ed il vicario in terra del padrone de’ due mondi. - Sei un piccolo mentitore, faccia di color di pece,» ripigliò Hassan.

«Chiamata poscia una dama che gli stava più vicina dell’altre: — Avvicinatevi, mia bella,» le disse, presentandole la mano; «prendete, morsicatemi la punta del dito: che senta se dormo o son desto. —

«La dama, non ignorando che il califfo vedeva quanto accadeva nella camera, fu lieta d’aver occasione di far conoscere di che fosse capace quando trattavasi di divertirlo; accostatasi dunque con tutta la possibile serietà ad Abu Hassan, e stringendosi lievemente fra’ denti la punta del dito che quegli avevate presentato, gli fe’ sentire un po’ di dolore. [p. 320 modifica] «Ritirando prontamente la mano: — Non dormo, no,» disse subito Hassan, «non dormo certo. Per qual miracolo dunque son io divenuto califfo in una notte? Ecco la cosa più sorprendente e maravigliosa del mondo!» Rivolgendosi poscia alla stessa dama: «Non mi celate la verità,» soggiunse, «ve ne scongiuro per la protezione di Dio, nel quale avete fiducia al par di me. È proprio vero ch’io sia il Commendatore de’ credenti? — È tanto vero,» rispose la dama, «che vostra maestà è il Commendatore dei credenti, che noi abbiam motivo, quanti siamo qui vostri schiavi, di maravigliarci ch’ella voglia credere di non esserla. — Siete una bugiarda,» riprese Abu Hassan; «ben so io quello che sono. —

«Accortosi il capo degli eunuchi che Hassan voleva alzarsi, gli presentò la mano, e lo aiutò a scendere dal letto. Appena fu in piedi, la stanza eccheggiò del saluto che tutti gli ufficiali e le dame gli fecero nello stesso tempo con un’acclamazione in questi termini: — Commendatore de’ credenti, conceda Iddio il buon giorno a vostra maestà.

«— Ah cielo, qual maraviglia!» sciamò allora il mistificato. «Iersera era Abu Hassan, e questa mattina sono il Commendatore de’ credenti. Non comprendo nulla d’un cangiamento sì repentino e sorprendente!» I cortigiani, destinati a tal ministero, lo vestirono subito, e quand’ebbero finito, siccome gli altri officiali, le dame e gli eunuchi eransi disposti in due file sino alla porta per la quale doveva entrare nella sala del consiglio, Mesrur procede innanzi, ed Abu Hassan lo seguì. Sollevata la portiera, ed aperta da un usciere la porta, Mesrur entrò nella camera del consiglio, camminando sempre davanti a lui sino appiè del trono, dove, fermatosi, lo aiutò a salire, prendendolo sotto all’ascella da un lato, mentre un secondo officiale, che lo seguiva, aiutavalo nella stessa guisa dall’altro.»

[p. 321 modifica]L’alba, comparsa in quel punto, interruppe il racconto della sultana, con gran dispiacere di Schahriar, il quale dilettavasi oltremodo udendo la storia del Dormiente svegliato.



Note

  1. Benchè il Corano vieti il vino, molti musulmani, d’ogni condizione, non si fanno scrupolo di trasgredire questa legge formale del Profeta.
  2. Per infliggere questo supplizio, usatissimo in Oriente, si fa coricare il paziente sul dorso, se ne legano i piedi con una corda che va a finire intorno ad una lunga pertica, si alzano questi poi in modo che presentino la pianta, e quattro uomini robusti battono con forza.