Le Mille ed una Notti/Storia del terzo calendero figlio di re

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Storia del terzo calendero figlio di re

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Storia del terzo calendero figlio di re
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STORIA

DEL TERZO CALENDERO FIGLIO DI RE


«Onorevolissima dama, quanto ho a raccontarvi differisce assai da ciò che finora udiste, dacchè i due principi, i quali hanno parlato prima di me, perdettero ciascuno un occhio per effetto del loro destino, mentr’io in vece l’ho perduto per mia colpa, prevedendo io stesso e cercando la mia propria disgrazia, come conoscerete in seguito.

[p. 179 modifica]«Io ho nome Agib, e sono figlio d’un re che si chiamava Cassib. Dopo la sua morte presi possesso de’ suoi stati, e fissai dimora nella stessa città, in cui egli aveva la sua residenza, e ch’è posta sulla spiaggia del mare. Possedeva essa un porto de’ più belli e sicuri, con un arsenale grande abbastanza da provvedere all’armamento di centocinquanta vascelli da guerra, sempre pronti ad ogni occasione; da allestirne cinquanta di mercanzie, ed altrettante picciole fregate leggiere per le passeggiate ed i divertimenti sull’acqua. Parecchie belle province componevano il mio regno in terra ferma, con un buon numero di grandi isole quasi tutte situate in vista della mia capitale.

« Visitai in primo luogo le province; feci poscia equipaggiare tutta la flotta, e andai a sbarcare nelle isole, per conciliarmi colla mia presenza il cuore de’ sudditi, e raffermarli nel dovere. Non molto dopo il mio ritorno, ripresi questi viaggi, volendo acquistar qualche idea della navigazione, e n’ebbi tanto piacere, che risolsi di tentar scoperte al di là delle mie isole. A tal uopo, fatti allestire dieci vascelli, m’imbarcai e sciogliemmo le vele.

«Per quaranta giorni la nostra navigazione fu felice, ma la notte del quarantesimoprimo il vento si scatenò con tal furia, che, sbattuti da violentissima tempesta, poco mancò non naufragassimo tutti. Sull’alba abbonacciò il vento, le nubi si dissiparono, e sorto il sole, approdammo ad un’isola, ove ci fermammo due giorni per prendere rinfreschi. Rimessici poi in mare, dopo dieci giorni di navigazione speravamo di veder terra, poichè la burrasca da noi sofferta avevami distolto dal mio disegno, e fatto drizzar le prue verso i miei stati, quando m’accorsi che il nocchiero non sapeva ove fossimo. In fatti, il decimo giorno un marinaio, posto alla vedetta in cima dell’albero maestro, riferì che a destra ed a manca non [p. 180 modifica]si vedeva che cielo ed acqua; ma che davanti a lui, dalla parte ov’era vôlta la prora, aveva notato un punto nero.

«Cangiò il pilota di colore a tal annunzio, e gettato sul ponte il turbante, e percuotendosi il volto: — Ahi! sire,» sclamò, «siamo perduti! Niuno di noi può sfuggire al pericolo che ne sovrasta, e con tutta la mia sperienza, non è in mio potere di guarentirvene.» Sì dicendo, posesi a piangere come uomo che crede inevitabile la propria perdita, e quella sua disperazione mise lo spavento in tutto il vascello. Gli chiesi qual ragione avesse di disperare in tal modo. — Aimè! sire,» rispose, «la tempesta ci ha talmente deviati dalla nostra strada, che domani a mezzodì ci troveremo vicini a quella macchia, la quale è la famosa Montagna Nera; questa montagna è una miniera di calamita, la quale fin d’ora attrae tutta la vostra flotta a motivo dei chiodi ed altre ferramenta ch’entrano nella struttura dei vascelli. Quando domani ne saremo a certa distanza, la forza magnetica sarà sì violenta, che tutti i chiodi, staccandosi, andranno a figgersi nella montagna, sicché scomposti i vostri vascelli dovranno affondare. Siccome la calamita ha la virtù di attrarre il ferro, e rinforzarsi mediante tal attrazione, quella montagna trovasi coperta dalla parte del mare di chiodi d’una infinita di vascelli ch’essa ha fatto perire; il che conserva, e nel medesimo tempo aumenta la sua virtù. Scoscesissimo,» proseguì il nocchiero, «è quel monte, ed ha in cima una cupola di bronzo, sostenuta da colonne del medesimo metallo; e sopra alla stessa vedesi un cavallo pure di bronzo, che porta un cavaliere, col petto coperto da una piastra di piombo, sulla quale sono incisi caratteri talismanici. La tradizione, o sire, porta che quella statua sia la cagione principale della perdita di tanti vascelli ed uomini sommersi in questi luoghi, e [p. 181 modifica]che non cesserà di essere funesta a tutti quelli, cui toccherà la sventura di avvicinarvisi, finchè non venga rovesciata.

«Ciò detto, il pilota si rimise a piangere, e le sue lagrime eccitarono quelle di tutto l’equipaggio, talchè neppur io dubitai non fosse giunto il termine de’ miei giorni. Nessuno intanto tralasciò di pensare alla propria conservazione, prendendo a tal uopo tutte le misure possibili; e nell’incertezza dell’evento, si dichiararono tutti eredi gli uni degli altri, con un testamento in favore dei superstiti.

«La mattina seguente scorgemmo ad occhio nudo la Montagna Nera, e l’idea che ne avevamo concepita, ce la fece comparire più terribile. Verso mezzogiorno ci trovammo tanto vicini, che provammo quanto ne aveva prodotto il pilota: vedemmo, cioè, volare i chiodi e gli altri oggetti di ferro della flotta verso la montagna, a cui, per la violenza dell’attrazione, si attaccarono con orrendo fragore. Aprironsi i vascelli, ed affondarono nel mare, il quale era tant’alto in quel sito, che non ne avremmo potuto collo scandaglio conoscere la profondità. Tutta la mia gente rimase annegata, ma il cielo ebbe pietà di me, e permise che mi salvassi, afferrando una tavola che fu dal vento sospinta al piè dello scoglio. Non mi feci alcun male, avendomi la mia buona sorte fatto approdare in un luogo ov’erano gradini per salire alla cima....»

Voleva Scheherazade continuare, ma il giorno che spuntata le impose silenzio.


NOTTE LIV


— In nome del cielo, sorella,» sclamò l’indomani Dinarzade, «continua, te ne scongiuro, la storia del [p. 182 modifica]terzo calendero. — Cara sorella,» rispose Scheherazade, «ecco come quel principe la ripigliò:

«Alla vista di quei gradini, » diss’egli, «(non essendovi a destra nè a sinistra terra su cui mettere il piede, e per conseguenza salvarsi) ringraziai Iddio, ed invocato il suo santo nome, cominciai l’ascesa. Era quella scala sì stretta, ripida e difficile, che per poco fosse stato forte il vento, mi avrebbe precipitato in mare; infine giunsi in cima senz’alcun sinistro, ed entrato sotto la cupola, prostratomi a terra, ringraziai il cielo del concessomi favore.

«Passai colà la notte; mentre dormiva, m’apparve un vecchio venerabile, il quale mi disse: — Ascolta, Agib: quando sarai desto, scava sotto ai tuoi piedi la terra; vi troverai un arco di bronzo e tre frecce di piombo, fabbricate sotto certe costellazioni, per liberare il genere umano di tanti mali che lo minacciano. Scaglia le tre frecce contro la statua: cadrà il cavaliere in mare, ed il cavallo dalla tua parte, che tu seppellirai nel luogo, donde avrai tratto l’arco e le frecce. Il mare allora si gonfierà, e salirà fino appiè della cupola, all’altezza della montagna. Quando vi sarà salito, vedrai approdare una scialuppa, guidata da un sol uomo con un remo per mano. Sarà di bronzo quell’uomo, ma diverso da quello che avrai rovesciato. Imbarcati con lui senza pronunciare il nome di Dio, e lascialo fare, ch’ei ti condurrà in dieci giorni in un altro pelago, ove troverai il mezzo di tornar a casa tua sano e salvo, purchè, come ti ho già detto, in tutto il viaggio tu non profferisca il nome di Dio.

«Tale fu il discorso del vecchio. Quando fui desto, mi alzai sommamente consolato della visione, ed eseguito il comando impostomi, dissotterrai l’arco e le frecce, e le scagliai contro il cavaliero. Al terzo colpo lo rovesciai in mare, ed il cavallo cadde dalla mia parte; seppellii questo nel luogo dell’arco e delle frecce, [p. 183 modifica]e frattanto le onde, gonfiandosi, s’innalzarono a poco a poco. Giunte al piede della cupola, all’altezza della montagna, vidi da lontano venire una scialuppa alla mia volta, e benedissi Iddio, vedendo che le cose succedevano conforme al sogno.

«Approdò infine la scialuppa, e vi scorsi l’uomo di bronzo qual m’era stato dipinto. M’imbarcai dunque, e mi guardai bene dal pronunciare il nome di Dio; anzi non dissi sillaba. Sedetti, e l’uomo di bronzo tornò a remigare allontanandosi dalla montagna, e vogando di continuo fino al giorno nono, in cui vidi alcune isole, le quali mi fecero sperare che ben presto sarei fuori di pericolo. L’eccesso della gioia mi fe’ dimenticare la fattami proibizione, e sclamai: — Sia benedetto Iddio! Dio sia lodato!

«Non ebbi appena finite tali parole, che la scialuppa sprofondò coll’uomo di bronzo, ed io, rimasto sull’acqua, nuotai il resto del giorno verso la terra che mi parve più vicina. Susseguì una notte oscurissima, e non sapendo più ove mi fossi, nuotai a caso. Spossato infine, cominciava a disperare della vita, quando, rinforzato il vento, un’onda alta come una montagna mi scagliò sur una spiaggia, dove, ritirandosi, m’abbandonò. Mi affrettai subito a prender terra nel timore che una nuova ondata mi ripigliasse; e la prima cosa che feci, fu di spogliarmi, di spremere l’acqua dalle vesti, e distenderle per asciugarle sulla sabbia, ch’era ancor calda del diurno ardore.

«L’indomani, il sole finì di asciugare i miei abiti, e vestitomi, m’inoltrai per riconoscere i luoghi, né camminai molto tempo che m’accorsi di trovarmi sur un’amenissima isoletta deserta, piena di parecchie sorta di alberi fruttiferi ed agresti. Notai però ch’era lontanissima dal continente; il che diminuì assai la mia gioia d’essere sfuggito alla morte. Nondimeno rimetteva a Dio la cura di disporre della mia sorte [p. 184 modifica]secondo la sua volontà, quando vidi un piccolo bastimento venire a piene vele dalla terra ferma alla volta dell’isola.

«Siccome non dubitava che non venisse a gettarvi l’ancora, e d’altronde ignorava se la gente che v’era a bordo fosse amica o nemica, credetti di non dover sulle prime farmi vedere, e salii sur un fronzuto albero, d’onde poteva impunemente osservare il loro contegno. Venne dunque il bastimento a fermarsi in una piccola cala, ove sbarcarono dieci schiavi, i quali, portando una vanga ed altri attrezzi atti a smuovere la terra, s’inoltrarono nell’interno dell’isola; ivi li vidi fermarsi e scavare qualche tempo il terreno e mi parve, dai loro movimenti, che sollevassero una botola. Tornarono poscia al bastimento, ne sbarcarono varie specie di provvisioni e di mobiglie, che portarono al luogo ove avevano scavato, vi discesero, e ciò mi fe’ comprendere che là vi fosse un sotterraneo. Li vidi avviarsi di nuovo al vascello, e tornarne poco dopo con un vecchio, il quale seco conduceva un giovane di quattordici o quindici anni, di belle forme. Discesero tutti insieme dove avevano sollevata la botola, e quando ne uscirono, la chiusero, e ricopertala di terra, tornarono alla nave. Notai che non trovavasi più con loro il giovane, e ne conclusi ch’esso fosse rimasto nel sotterraneo, circostanza che mi cagionò estremo stupore.

«Imbarcatisi il vecchio e gli schiavi, e spiegate le vele, la nave ripigliò la strada della terra ferma. Quando la vidi sì lontana da non poter essere osservato dalla ciurma, scesi dall’albero, e corsi al luogo in cui aveva veduto scavare la terra. Ivi scavai anch’io, sinchè trovata una pietra di due o tre piedi quadrati, l’alzai, e vidi che turava l’ingresso d’una scala parimente costrutta di pietra. Discesi, e mi trovai in un’ampia stanza coperta di tappeti; sopra [p. 185 modifica]un sofà guernito d’altro tappeto e di cuscini di preziosa stoffa, vidi il giovane seduto con un ventaglio in mano. Distinsi tutte queste cose al chiarore di due fiaccole, come vidi ancora frutta e vasi di fiori che avea vicini. Si spaventò il giovane al vedermi, ma per rassicurarlo, gli dissi nell’entrare: — Chiunque siate, o signore, non temete di nulla, un re e figlio di re, qual io sono, non è capace di recarvi oltraggio; anzi è probabilmente la vostra buona sorte, che mi fece trovar qui per estrarvi da questa tomba, in cui parmi vi abbiano seppellito vivo per ragioni ch’io ignoro. Ma quello che non posso comprendere (poichè vi dirò che fui testimonio di tutto, da quando siete sbarcato in quest’isola), è che mi parve vi lasciaste trascinare in questo luogo senza resistenza...»

Scheherazade tacque a questo passo, e il sultano si alzò impazientissimo di sapere perchè quel giovane fosse stato abbandonato in quell’isola deserta: cosa ch’ei si propose d’udire la notte seguente.


NOTTE LV


Quando fu tempo, Dinarzade chiamò la sultana, e Scheherazade, senza farsi pregare, proseguì di tal guisa la storia del terzo calendero:

— «Il giovane,» continuò il terzo calendero, «rassicuratosi alle mie parole, mi pregò in aria ridente di sedergli vicino, e seduto che fui: — Principe,» mi disse, «sono per dirvi cosa che vi farà maraviglia per la sua singolarità. Mio padre è un gioielliere il quale, arricchitosi col lavoro e l’abilità sua nella propria professione, ora possiede gran numero di schiavi e di commessi, che viaggiano per mare su’ suoi vascelli, onde mantenere le corrispondenze ch’egli ha [p. 186 modifica]in più corti, cui somministra le pietre preziose delle quali hanno bisogno. Egli era già da molto tempo ammogliato senza aver prole, quando sognò avrebbe un figlio, la cui vita non sarebbe però di lunga durata; tal sogno lo afflisse oltremodo. Qualche giorno dopo, mia madre gli annunciò d’essere incinta, ed il tempo, in cui credeva d’aver concepito, accordavasi col giorno del sogno di mio padre. Scorsi nove mesi, mi diede alla luce, e gran gioia produsse in tutta la famiglia. Mio padre intanto, che aveva osservato esattamente il momento della mia nascita, consultò gli astrologi, i quali gli dissero: — Vostro figliuolo vivrà senza alcun sinistro fino all’età di quindici anni, ma allora arrischierà di perdere la vita, e sarà difficile che la scampi. Se tuttavia la sua buona sorte vuole che non perisca, allora vivrà a lungo. E ciò dipende che in quel tempo,» soggiunsero, «la statua equestre di bronzo, che sta sull’alto della montagna di calamità, verrà rovesciata in mare dal principe Agib, figliuolo del re Cassib, e gli astri annunciano che cinquanta giorni dopo vostro figlio sarà da quel principe ucciso.» Ora, siccome codesta predizione accordavasi col sogno di mio padre, ne rimase egli al sommo colpito e dolente; ma non lasciò per questo di prendersi cura della mia educazione fino al presente anno, decimoquinto dell’età mia. Seppe ieri, che da dieci giorni era stato il cavaliere di bronzo rovesciato in mare dal principe summenzionato, e tal nuova gli cagionò tanto terrore, che non è più riconoscibile. Sulla predizione degli astrologi, ha cercati i mezzi di deludere l’oroscopo e conservarmi in vita, ed è molto tempo che prese la precauzione di far costruire questo soggiorno, per tenermi qui nascosto cinquanta giorni quand’avesse inteso che fosse la statua rovesciata. È per ciò, che venuto in cognizione, come vi dissi, tal cosa essere già [p. 187 modifica]accaduta da dieci giorni, s’affrettò subito a celarmi qui, e mi promise che tra quaranta giorni verrebbe a riprendermi. Io poi,» soggiunse, «ho buona speranza, e non credo che il principe Agib voglia venire a cercarmi sotto terra, in mezzo ad un’isola deserta. Ecco, o signore, quanto aveva da dirvi.

«Mentre il figlio del gioielliere mi raccontava la sua storia, io rideva tra me degli astrologi, i quali avevano predetto che gli avrei tolta la vita, e tanto mi sentiva lontano dal verificare la loro predizione, che appena ebb’egli finito di parlare, gli dissi con trasporto: — Mio caro signore, abbiate fiducia nella bontà di Dio, e non temete di nulla. Io sono beato, dopo il mio naufragio, di trovarmi fortunatamente qui per difendervi contro chi volesse attentare alla vostra vita, e non vi abbandonerò per tutti i quaranta giorni che le vane congetture degli astrologi vi fanno paventare. Io vi renderò in questo tempo tutti i servigi che da me dipenderanno, profitterò quindi dell’occasione per imbarcarmi con voi col permesso di vostro padre, e di ritorno nel mio regno, non mi dimenticherò di voi, e prometto di dimostrarvene tutta la mia riconoscenza.

«Rassicurato con tale discorso il figlio del gioielliere, seppi guadagnarmene l’affetto. Mi guardai però bene, onde non ispaventarlo, dal dirgli che io era il tanto temuto Agib, e presi cura di non dargliene alcun sospetto. Discorremmo fino a notte, e conobbi che il giovane aveva molto spirito; poi mangiammo insieme delle sue provvisioni, delle quali aveva sì gran copia, che ne avrebbe avuto di sopravanzo pei quaranta giorni, quand’anche avesse trattato altri ospiti; dopo cena, trattenutici ancora alcun tempo conversando, andammo finalmente a dormire.

«La mattina appresso, quando si destò, gli presentai il bacino e l’acqua: si lavò, ed io preparai il pranzo, [p. 188 modifica]e lo servii allorchè fu tempo. Poscia inventai un giuoco per sollevarci dalla noia, non solo quel giorno, ma i susseguenti eziandio. Allestii quindi la cena nella stessa guisa onde aveva apprestato il pranzo, cenammo e andammo a letto come il giorno precedente. Frattanto crebbe la nostra amicizia, ed avvistomi ch’egli aveva inclinazione per me, da parte mia ne concepii una sì forte per lui, che spesso diceva fra me, che quegli astrologi i quali predetto avevano al padre, dovess’essergli il figliuolo ucciso dalle mie mani, erano tanti impostori, essendo impossibile che io potessi commettere sì perfida azione. Insomma, o signora, noi passammo in quel sotterraneo trentanove giorni nel modo più dilettevole.

«Sorse il quarantesimo giorno. Alla mattina, svegliandosi, il giovine mi disse con un giubilo che non seppe contenere: — Principe, eccomi al quarantesimo giorno, e non sono morto, grazie a Dio ed alla vostra buona compagnia. Mio padre non mancherà in breve di attestarvene la sua riconoscenza, e somministrarvi tutti i mezzi ed i comodi necessari per ritornare nel vostro regno. Ma frattanto,» soggiunse, «vi prego a voler far scaldare un po’ d’acqua, acciò mi possa lavar tutto nel bagno portatile, poichè voglio ripulirmi e cangiar d’abito onde ricevere meglio mio padre.» Posi dunque al fuoco dell’acqua, e quando fu tepida, ne empii il bagno, ed entratovi il giovine, lo lavai io medesimo. Uscitone, si coricò nel letto, ch’io aveva preparato, e lo copersi poi colla solita coltre. Riposato ch’ebbe e dormito qualche tempo. — Principe,» disse, «fatemi il favore di portarmi un popone e zuccaro, che voglio mangiarne per rinfrescarmi.

«Scelsi il miglior popone che ci rimaneva, lo posi sur un piatto, e non trovando coltelli da tagliarlo, chiesi al giovane se sapesse indicarmene. — Eccone là uno,» mi rispose, «su quella cornice, sopra la mia testa.» [p. 189 modifica]In fatti lo vidi, ma mi diedi tanta fretta per prenderlo, che mentre lo teneva in mano, intricatomi un piede nella coperta, sdrucciolai, e caddi in sì malo modo sul giovane, che gli piantai il coltello nel cuore: spirò l’infelice all’istante.

«A tale spettacolo gettai spaventevoli grida: mi percossi il capo, il volto ed il petto: mi lacerai le vesti, buttandomi per terra con un dolore ed un rammarico inesprimibili. — Aimè,» sclamai, «gli rimanevano poche ore per essere fuor del pericolo, ad evitar il quale aveva qui cercato un asilo; e quand’io medesimo contava essere passato l’istante fatale, allora appunto ne divengo l’assassino, avverando così la predizione. Ma, Signore,» soggiunsi alzando gli occhi e le mani al cielo, «ve ne chiedo perdono, e se son reo della sua morte, non mi lasciate vivere più oltre...»

Scheherazade, vedendo spuntare il giorno, fu obbligata ad interrompere il funesto racconto. Il soldano delle Indie n’era commosso, e sentendosi inquieto per ciò che dopo sarebbe accaduto al calendero, astenne dal far morire Scheherazade, che sola poteva soddisfare alla sua curiosità.


NOTTE LVI


La sultana, sollecitata dalla sorella a narrare quanto accadde dopo la morte del giovane, continuò nel modo seguente:

— «Signora,» proseguì il terzo calendero, dirigendosi a Zobeide, «dopo la disgrazia accadutami, avrei senza spavento ricevuta la morte, se mi si fosse presentata. Ma il male al par del bene non ci vien sempre quando lo desideriamo. Intanto riflettendo che nè le mie lagrime, nè il mio dolore avrebbero tornato in vita il misero [p. 190 modifica]giovane, e che stando per finire i quaranta giorni, io poteva essere sorpreso da suo padre, uscii dal sotterraneo, e salita la scala, ne abbassai sull’ingresso la grossa pietra, e la copersi di terra.

«Ebbi appena terminato, che fissando lo sguardo sul mare dalla parte di terra ferma, scopersi il bastimento che veniva a ripigliare il giovine. Consultando allora tra me sul partito da prendere, dissi: — Se mi fo vedere, il vecchio non mancherà di farmi arrestare, e fors’anche uccidere da’ suoi schiavi quando avrà veduto il cadavere del figliuolo, e tutte le mie giustificazioni non lo persuaderanno certo della mia innocenza. È dunque meglio, avendone il mezzo, di fuggire piuttosto che espormi al suo risentimento.» Era presso al sotterraneo un alto albero, il cui folto fogliame mi parve opportuno per nascondermi: vi salii, ed appena mi fui collocato in guisa da non essere scoperto, vidi approdare il bastimento nello stesso luogo della prima volta.

«Ne sbarcarono tosto il vecchio e gli schiavi, ed inoltraronsi verso il sotterraneo in un’aria indicante come avessero qualche speranza; ma quando videro la terra smossa di fresco, cangiarono colore, il vecchio particolarmente. Alzata la pietra, discesero. Chiamano il giovane a nome; ei non risponde; raddoppia il loro timore; lo cercano, e lo trovano alla fine disteso sul letto col coltello fitto nel cuore, giacchè io non aveva avuto il coraggio di ritrarnelo. A quella vista misero acute strida che rinnovarono il mio dolore: il vecchio cadde svenuto; i suoi schiavi, per fargli prender aria, lo portarono in alto sulle braccia, e lo adagiarono appiè dell’albero sul quale io mi trovava. Malgrado però tutte le loro cure, lo sventuratissimo padre rimase a lungo in quel deplorabile stato, e li fece disperare più d’una volta della sua vita.

«Rinvenuto alfine da quel lungo svenimento, gli [p. 191 modifica]schiavi portarono di sopra il corpo del figlio, vestito degli abiti più sfarzosi, e finita di scavare la fossa che gli preparavano, ve lo riposero. Il vecchio, sostenuto da due schiavi, col volto irrigato di lagrime, gli buttò addosso prima degli altri un po’ di terra, quindi gli schiavi colmarono la fossa.

«Ciò fatto, s’imbarcarono le mobiglie del sotterraneo col resto delle provvisioni, ed il vecchio, oppresso dal dolore, non potendo sostenersi, fu posto sopra una specie di barella, e trasportato al vascello che tosto salpò, ed allontanatosi in breve dall’isola, lo perdetti di vista....»

Il giorno, che già rischiarava l’appartamento, obbligò Scheherazade a fermarsi.


NOTTE LVII


Il giorno seguente, Scheherazade, continuando le avventure del terzo calendero, soggiunse: — Sorella, devi sapere che quel principe proseguì il suo racconto a Zobeide ed alla compagnia nel modo seguente:

«Dopo la partenza,» diss’egli, «del vecchio, dei suoi schiavi e della nave, rimasi solo nell’isola: passai la notte nel sotterraneo che non avevano turato, e di giorno andava passeggiando per l’isola, fermandomi ne’ luoghi più acconci a riposare.

«Condussi tal noiosa vita per un mese, scorso il quale mi avvidi che il mare si abbassava notabilmente, e che l’isola diventava più grande, talchè pareva la terra ferma si avvicinasse. In fatti, tanto calarono le acque, che non eravi più se non un piccolo canale per passare alla terra ferma; m’accinsi a traversarlo, e l’acqua non mi giunse a mezza gamba. Camminai molto tempo sulla spiaggia e sulla rena, tanto che ne sentii estrema stanchezza. In fine, [p. 192 modifica]raggiunsi un suolo più solido, ed era già molto lontano dal mare, quando vidi a me davanti, ma però assai da lungi, come un gran fuoco, cosa che mi rallegrò non poco. — Troverò qualcuno,» diceva fra me, «non essendo possibile che quel fuoco siasi acceso da sè.» Ma mano mano ch’io mi avvicinava, svanì il mio orrore, e riconobbi in breve che quanto aveva preso per fuoco, era un castello di rame rosso, cui i raggi del sole facevano sembrar da lontano come infiammato.

«Mi fermai vicino a quel castello, e sedetti, tanto per considerarne la stupenda architettura, quanto per rimettermi dalla mia stanchezza. Non aveva però ancora ammirata a sufficenza quella magnifica casa, lorchè vidi dieci giovani di belle forme, che parevano tornar dal passeggio; ma quello che mi parve sorprendente, fu ch’erano tutti guerci dell’occhio destro. Accompagnavano costoro un vecchio d’alta statura e di venerando aspetto.

«Maravigliato al sommo di vedere tanti guerci in una volta, e tutti privi dello stesso occhio, mentre andava fra me fantasticando per qual avventura potessero essi trovarsi insieme, si avvicinarono, e dimostraronsi contentissimi al vedermi. Dopo i primi complimenti, mi chiesero che cosa mi avesse là condotto; risposi che la mia storia era un po’ lunga, ma che se volevano darsi la pena di sedere, avrei soddisfatto alle loro brame. Sedettero tutti, ed io raccontai loro quanto m’era accaduto, dall’uscita dal mio regno fino a quel momento; se ne dimostrarono essi grandemente sorpresi.

«Terminato il mio discorso, mi pregarono que’ giovani di entrar seco nel castello; accettai l’offerta, ed attraversata una fila di sale, d’anticamere, di camere e di gabinetti sfarzosamente addobbati, giungemmo in un salone, ove trovavansi disposti in cerchio dieci [p. 193 modifica]piccoli sofà cilestri, servibili tanto per sedere e riposarvi il giorno, quanto per dormire la notte. In mezzo al cerchio stava un undecimo sofà meno alto, ma dello stesso colore, sul quale si adagiò il vecchio di cui ho parlato; ed i giovani signori sedettero sui dieci altri.

«Siccome ogni sofà conteneva una sola persona, uno di que’ giovani mi disse: — Camerata, sedete sul tappeto di mezzo, e non vogliate informarvi di checchessia ci risguardi, e nemmeno del motivo per cui siamo tutti guerci dell’occhio destro: contentatevi di vedere, e non ispingete più oltre la vostra curiosità.

«Non istette il vecchio a lungo seduto, ma alzatosi, uscì, e tornò pochi momenti dopo, recando da cena ai dieci signori, a ciascuno dei quali distribuì la sua porzione; io pure fui servito, e mangiai da solo ad esempio degli altri; al finire del pasto, lo stesso vecchio ci presentò una tazza di vino per ciascuno.

«La mia storia intanto era parsa loro sì straordinaria, che dopo la cena me la fecero ripetere, ed essa diè luogo ad un colloquio che durò gran parte della notte. Uno di loro, riflettendo ch’era tardi, disse al vecchio: — Voi vedete ch’è tempo di dormire, e non ci portate da soddisfare al nostro dovere?» A tai detti il vecchio si alzò, ed entrato in un gabinetto, ne riportò sul capo, un dopo l’altro, dieci catini tutti coperti di stoffa turchina, e ne pose uno davanti a ciascuno di que’ giovani insieme ad una fiaccola.

«Scoprirono essi i catini, nei quali eravi un pugno di cenere, carbone in polvere e nero di fumo, e mescolate tutte queste cose insieme, cominciarono a fregarsi ed impiastrarsene il volto, diventando così orribili a vedersi. Anneriti di tal guisa, si misero a piangere, a lamentarsi, a battere la testa ed il petto, gridando di continuo: — Ecco il frutto del nostro ozio e de’ nostri stravizzi.

[p. 194 modifica]« Trascorsero quasi tutta la notte in quella strana occupazione, e quando cessarono, il vecchio recò loro acqua, con cui si lavarono volto e mani; e, lasciati pure gli abiti imbrattati, ne presero altri, e così rivestiti, pareva non avessero mai fatto quelle singolari cose, delle quali era stato spettatore.

« Giudicate, signora, della inquietudine che provai durante tutto quel tempo, e mille volte mi era venuta la tentazione di rompere il silenzio impostomi da quei signori, per interrogarli; coricatomi, mi fu impossibile dormire per tutto il resto della notte.

« Il giorno appresso, alzatici, uscimmo per prender aria, e allora dissi: — Signori, vi dichiaro che rinunzio alla legge da voi prescrittami ier sera: non posso osservarla. Siete persone sagge, e avete tutti molto spirito, com’ebbi occasione di provarlo: tuttavia, vi vidi fare certi atti de’ quali, tranne gl’insensati, niun altro potrebbe essere capace. Qualunque sciagura ne possa venire, non saprei trattenermi dal domandarvi perchè vi siete lordati il volto di cenere, di carbone e di nero di fumo, e da ultimo perchè abbiate tutti un occhio solo; bisogna che qualche cosa di singolare ne sia la cagione, e vi scongiuro di soddisfare alla mia curiosità. » A sì pressanti istanze, essi risposero, che quelle domande non mi risguardavano menomamente, che non ci aveva niun interesse, e che me ne stessi zitto.

« Passammo il giorno conversando di cose indifferenti, e giunta la notte, dopo aver cenato tutti separatamente, il vecchio portò di nuovo i bacini cilestri; quei giovani signori s’impiastrarono, piansero, si percossero, e gridarono: — Ecco il frutto del nostro ozio e de’ nostri stravizzi. » I giorni seguenti fecero sempre la medesima cosa.

« Alla fine non potei più resistere alla mia curiosità, e li pregai con tutta serietà a soddisfarla, od [p. 195 modifica]insegnarmi per qual via potessi tornare al mio regno, essendomi impossibile rimaner colà più a lungo, e vedere ogni notte sì straordinario spettacolo, senza che mi fosse lecito di saperne il motivo.

« Mi rispose uno di quei signori per tutti gli altri: — Non vi sorprendete della nostra condotta verso di voi, se finora non abbiamo ceduto alle vostre preghiere; ciò fu per semplice riguardo per voi, onde risparmiarvi il dispiacere di vedervi ridotto alla medesima nostra condizione. Se volete partecipare al nostro infelice destino, parlate, e vi daremo subito la soddisfazione che chiedete. » Risposi ch’era preparato ad ogni evento. — Per l’ultima volta, » ripigliò lo stesso, « vi consigliamo a moderare la vostra curiosità; ci perderete l’occhio destro. — Non importa, » soggiunsi; « vi dichiaro che se questa disgrazia m’accade, non ve ne darò colpa, e l’imputerò solo a me medesimo. » Mi rappresentò egli ancora, che quando avessi perduto un occhio, non doveva perciò sperare di restar con essi nel caso che tale fosse il mio divisamento, poiché compiuto era il loro numero, nè poteva venir accresciuto. Gli dissi che mi sarei fatto un piacere di non mai separarmi da buona gente com’essi parevano; ma che se tal era la necessità, mi vi sarei subito sottomesso, bramando io, a qualunque costo, di essere esaudito.

« I dieci signori, vedendomi irremovibile nella mia risoluzione, presero un castrato, e scannatolo, dopo averne tolta la pelle, mi presentarono il coltello di cui eransi serviti, e dissero: — Prendete questo coltello che vi servira nell’occasione che fra poco diremo. Ora vi cuciremo in questa pelle, nella quale fa duopo che vi avvolgiate; poi vi lasceremo qui solo. Allora comparirà nell’aria un uccello di enorme grossezza chiamato roc (1), e prendendovi per un montone, [p. 196 modifica]vi piomberà addosso, e vi solleverà fino alle nuvole; ma ciò non vi spaventi, ch’ei dirigerà poi il volo verso terra, e vi deporrà sulla cima di un monte. Appena toccherete il suolo, tagliate la pelle col coltello e sbarazzatevene; il roc, al vedervi, tosto s’involerà per la sorpresa, e vi lascerà libero. Allora non fermatevi, e camminate finchè giungerete ad un castello di prodigiosa grandezza, tutto coperto di lamine d’oro, di grossi smeraldi ed altre pietre preziose, presentatevi alla porta, ch’è sempre aperta, ed entrate. Tutti noi siamo stati in quel castello, ma non vi diremo nulla di quanto vi abbiam veduto, nè di ciò che ci accadde; lo imparerete da per voi. Ciò che possiamo dirvi è che ci costò a tutti l’occhio destro, e la penitenza di cui foste testimonio, è cosa che dobbiamo fare per esservi stati. La storia di ciascheduno di noi in particolare è piena di avventure sì straordinarie, che se ne comporrebbe un grosso volume, ma non possiamo dirvi di più. »

Scheherazade interruppe a questo passo la novella, e disse al sultano delle Indie: — Sire, siccome mia sorella mi ha oggi svegliata un po’ prima del solito, cominciava a temer di annoiare vostra maestà; ma ecco che il giorno comparisce a proposito ad impormi silenzio. » La curiosità di Schahriar la vinse di nuovo sul crudel giuramento da lui fatto.


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NOTTE LVIII


Non fu Dinarzade questa notte sollecita quanto la precedente, ma non tralasciò di chiamare prima di giorno la Sultana, e pregarla di continuare la storia del terzo calendero. Scheherazade la proseguì, facendo sempre parlare il calendero a Zobeide:

— « Signora, avendomi uno dei dieci giovani guerci tenuto il discorso che riferii, m’avvolsi nella pelle del montone munito del coltello, e quando si furono data la pena di cucirmi dentro, mi lasciarono colà, e ritiraronsi dal salone. Non istette lungo tempo il roc a farsi vedere; piombò su di me, ed afferratomi fra gli artigli credendomi un montone, mi trasportò sulla vetta d’un monte.

« Sentitomi a terra, non mancai di servirmi del coltello; tagliai la pelle, e sbarazzatomene, comparvi al roc, il quale, appena mi vide, volò via. È il roc un uccello bianco, di grandezza e grossezza mostruosa: la sua forza è tale che rapisce gli elefanti nelle pianure, e li porta sulla cima delle montagne, ove li divora.

« Nell’impazienza di giungere al castello, non perdei tempo, ed affrettai sì bene il passo, che in men di mezza giornata vi giunsi; e posso dire di averlo trovato ancora più bello che non mi venne dipinto. Veduta aperta la porta, entrai in un vasto cortile quadrato, ov’eranvi intorno novantanove porte di legno di sandalo e d’aloè, ed una d’oro, senza contare quelle di parecchie scale magnifiche che conducevano agli appartamenti superiori, ed altre ancora che io non vedeva. Quelle cento porte davano ingresso in giardini, in camere piene di ricchezze, od in luoghi racchiudenti cose stupende.

[p. 198 modifica]« In faccia scorsi una porta aperta, varcata la quale entrai in una gran sala ove stavano sedute quaranta giovani dame di sì incantevole beltà, da superare quanto di meglio sapesse creare l’immaginazione. Esse erano sfarzosamente abbigliate; s’alzarono insieme appena mi videro, e senza aspettare i miei complimenti, mi dissero con grandi dimostrazioni di allegrezza: — Valoroso signore, siate il ben venuto; » ed una fra l’altre, prendendo a parlare per tutte: — È molto tempo, » disse, « che attendevamo un cavaliere come voi. Il vostro aspetto dimostra che avete tutte le buone qualità desiderabili, e speriamo non troverete la nostra compagnia disaggradevole, nè indegna di voi.

« Dopo molta resistenza da parte mia, mi astrinsero a sedere in un posto alquanto più alto dei loro, ed avendone esternato io qualche dispiacere: — È il vostro posto, » dissero esse; « siete da questo momento il nostro signore, padrone e giudice, e noi siamo tutte vostre schiave, pronte ad eseguire i vostri comandi.

« Niuna cosa al mondo, o signora, più mi sorprese della premura e sollecitudine di quelle giovani a rendermi tutti gl’immaginabili servigi. Una recò acqua calda e mi lavò i piedi; un’altra mi verso sulle mani acque odorose; queste portarono il necessario per farmi cangiar abiti; quelle ammannirono una colazione magnifica; altre finalmente si presentarono col bicchiere in mano per mescermi uno squisito vino; e tutto veniva eseguito senza confusione, con un ordine, un’unione mirabili, e maniere incantevoli. Bevvi e mangiai; essendosi quindi le dame disposte intorno a me, mi chiesero relazione del mio viaggio. Raccontai allora le mie avventure, che durarono fino al cader della notte. »

Essendosi Scheherazade fermata, sua sorella gliene chiese la ragione. — Non vedi ch’è giorno?» rispose [p. 199 modifica]la sultana. « Perchè non mi destasti più presto? » Il soldano, cui l’arrivo del calendero al palazzo delle quaranta belle dame prometteva assai cose, non volendo privarsi del diletto di udirle, differì nuovamente la morte della sposa.


NOTTE LIX


Dinarzade non fu più diligente della scorsa notte, ed era quasi giorno quando pregò la sultana a continuare. — Sono ad esaudirti, » rispose Scheherazade, e volgendo la parola al sultano: « Sire, » disse, « il principe calendero riprese la sua narrazione in questi sensi:

« Quand’ebbi finito di raccontare alle quaranta dame la mia storia, alcune che mi stavano sedute più vicino, rimasero per conversar meco, mentre altre, scorgendo ch’era notte, alzaronsi per andar a prendere i lumi; e ne recarono in tal numero, disponendoli con tanta abilità, che maravigliosamente surrogarono la luce del giorno.

« Altre dame coprirono una tavola di frutta secche, confetti ed altri cibi atti ad eccitare la sete, ed empirono una credenza di varie sorta di vini e liquori; altre infine comparvero con musicali strumenti. Quando tutto fu pronto, m’invitarono a tavola, vi sedettero anch’esse con me, e favellammo a lungo. Quelle che dovevano suonare gli strumenti, si alzarono, ed accompagnandosi col canto, fecero un delizioso concerto. Cominciarono le altre una specie di ballo, danzando a vicenda a due a due con grazia infinita.

« Era oltre mezzanotte, quando tutti quei divertimenti finirono. Allora una delle dame prese a dirmi: [p. 200 modifica]— Voi dovete essere stanco del viaggio; è tempo di riposare. Il vostro appartamento è preparato; ma prima di ritirarvi, scegliete fra noi quella che più vi piace, e conducetevela insieme. » Risposi mi guarderei bene dal far la propostami scelta; ch’erano tutte egualmente belle, spiritose, degne del mio rispetto e de’ miei servigi, e ch’io non avrei mai commessa l’ inciviltà di preferire una alle altre.

« La stessa dama che aveva parlato, ripigliò: — Siamo persuase della vostra civiltà, e ben vediamo che vi trattiene il timore di far nascere fra noi gelose gare; ma non vi trattenga questa discrezione: vi avvertiamo che la felicità di quella che sceglierete non farà invidia al resto, poichè abbiamo convenuto, che tutti i giorni avremo una dopo l’altra il medesimo onore, e che dopo quaranta giorni ricominceremo. Scegliete dunque liberamente, e non perdete un tempo sì prezioso al vostro riposo.

« Fu duopo cedere alle loro istanze; offrii la mano alla dama che parlava per le altre, mi diè essa la sua, e fummo condotti in un magnifico appartamento, ove le altre dame, ritirandosi, ci lasciarono soli....

— Ma è giorno, sire, » disse Scheherazade al sultano, « e vostra maestà vorrà permettermi di lasciare il principe calendero colla sua dama. »


NOTTE LX


L’indomani la sultana, allo svegliarsi, disse a Dinarzade: — Ecco in qual modo ripigliò il terzo calendero il filo della maravigliosa sua storia:

« Il giorno appresso, » diss’ egli, « aveva appena finito di vestirmi che le trentanove altre dame vennero a trovarmi tutte abbigliate in diversa guisa dal dì [p. 201 modifica]precedente, ed auguratomi il buon giorno, e chieste nuove della mia salute, mi condussero al bagno, ove mi lavarono esse medesime, rendendomi, mio malgrado, tutti i servigi dei quali abbisognava; uscitone, mi fecero vestire un altro abito più magnifico del primo. « Passammo il giorno a tavola, e venuta l’ora di coricarsi, mi pregarono di nuovo a scegliere tra esse una compagna. Insomma, o signora, per non annoiarvi ripetendovi sempre la stessa cosa, vi dirò che passai un anno intero colle quaranta dame, e per tutto cotal tempo, quella voluttuosa vita non fu interrotta dal minimo dispiacere. « In capo all'anno (nulla poteva più sorprendermi) le quaranta dame, invece di presentarmisi colla solita allegria, e domandarmi come stessi, entrarono la mattina nel mio appartamento, colle guance bagnate di lagrime, e vennero ad abbracciami tutte teneramente, dicendo: — Addio, caro principe, addio; è d’uopo che vi lasciamo. » Le loro lagrime m’intenerirono; le supplicai a dirmi il soggetto della loro afflizione e della separazione di cui mi parlavano. — In nome del cielo, » soggiunsi, « mie belle dame, ditemi se è in poter mio di consolarvi, o se inutile vi sia il mio soccorso. » In vece di rispondere categoricamente: — Piacesse a Dio, » mi dissero, « che non vi avessimo mai veduto, nè conosciuto. Parecchi cavalieri, prima di voi, ci han fatto l’onore di visitarci; ma nessuno aveva la grazia, la dolcezza, l’allegria, il merito vostro: non sappiamo come potremo vivere senza di voi. » Sì dicendo, ricominciarono i piagnistei. — Amabilissime mie dame, » ripigliai, « di grazia, non mi fate languire di più; ditemi la cagione del vostro affanno. — Ahi! » risposero; « qual altro argomento sarebbe capace di affliggerci fuor della necessità di separarci da voi? Forse non ci vedremo mai più! Ma se però voleste aver [p. 202 modifica]potere bastante su voi medesimo, non sarebbe impossibile il raggiungerci. — Signore,» soggiunsi, «non comprendo nulla di ciò che mi dite; vi prego dunque di parlarmi più chiaramente. — Ebbene, per compiacervi, vi diremo che noi siamo tutte principesse, figliuole di re. Viviamo qui insieme nella gradevole maniera che vedeste; ma a capo d’ogni anno siamo costrette ad assentarci quaranta giorni per doveri indispensabili, cui non n’è lecito palesare; poi ce ne torniamo in questo castello. L’anno è finito ieri, ond’è mestieri oggi lasciarvi, e quest’è il soggetto della nostra afflizione. Prima di partire vi lasceremo le chiavi di tutto, specialmente quelle delle cento porte, ove troverete di che contentare la vostra curiosità ed addolcire la solitudine durante la nostra assenza. Ma per vostro bene e nostro particolare interesse, vi raccomandiamo di astenervi dallo schiudere la porta d’oro. Se l’apriste, non vi rivedremmo mai più, ed il timore che ne abbiamo, aumenta il nostro dolore. Speriamo però approfitterete dell’avviso; ci va del vostro riposo e della felicità della vostra vita. Se cedeste ad un’indiscreta curiosità, gravissimo danno a noi ne verrebbe. Vi scongiuriamo adunque a non commettere questo fallo, e darci la consolazione di trovarvi qui fra quaranta giorni. Porteremmo volentieri con noi la chiave della porta d’oro, ma il dubitare della discrezione e moderazione vostra sarebbe un’offesa ad un principe qual voi siete....»

Voleva Scheherazade continuare, ma tacque vedendo l’aurora.


NOTTE LXI


Svegliatasi l’officiosa Dinarzade molto prima di giorno, chiamò la sultana. Scheherazade allora, volgendosi a [p. 203 modifica]Schahriar, gli disse: — Sire, ha da sapere la maestà vostra che il calendero proseguì come segue la sua storia:

«Signora,» diss’egli, «il discorso delle leggiadre principesse mi cagionò un vero dolore. Non lasciai di assicurarle che la loro assenza mi recherebbe grave pena, e le ringraziai de’ buoni consigli, assicurandole che ne approfitterei, pronto a far anche cose più difficili per procurarmi il piacere di passar il resto della vita con dame di merito sì raro. Furono affettuosi i nostri saluti; io le abbracciai tutte ad una ad una, e quindi partirono, ed io rimasi solo nel castello.

«La grata compagnia, la buona tavola, la musica ed i svariati piaceri avevanmi tanto occupato tutto l’anno, che non mi era mai sorto in mente il desiderio di vedere le maraviglie che dovevano trovarsi in quel palazzo incantevole; anzi, non aveva neppur l’alta attenzione a mille oggetti maravigliosi che stavanmi sempre sott’occhio, tanto era ammaliato dall’avvenenza delle dame e dal diletto di vederle unicamente occupate nella cura di piacermi. Fui sensibilmente afflitto della loro partenza, e benchè la loro assenza dovesse durare quaranta soli giorni, mi parve dover passare un secolo senza di esse.

«Mi proposi di non dimenticare l’avviso importante datomi, di non aprire la porta d’oro, ma siccome, fuor di quella, m’era lecito soddisfare alla mia curiosità, presi la chiave della prima delle cento porte ch’erano disposte per ordine.

«Aprii dunque la prima porta, ed entrai in un orto, al quale non credo esservene di paragonabili in tutto l’universo. Penso anzi che neppur quello promessoci dalla nostra religione dopo la morte, sia per superarlo. La simmetria, la pulitezza, la disposizione mirabile degli alberi, l’abbondanza e la diversità dei lumi di mille ignote specie, la loro freschezza e [p. 204 modifica]bellezza, tutto mi rapiva la vista. Non trascurerò, o signora, di farvi notare che quel delizioso giardino era irrigato in modo singolare; rigagnoletti, scavati con arte e simmetria, portavano acqua in abbondanza alle radici delle piante, che ne avevano bisogno per far isbucciare le prime foglie ed i fiori; altri ne distribuivano meno a quelle, le cui frutta erano già spuntate; altri meno ancora a quelle, su cui erano già grosse; altri non ne recavano se non quanta precisamente bastava a quelle, il cui frutto aveva convenevole grossezza, e più non attendeva che la maturanza, grossezza però che superava d’assai quella dei frutti comuni de’ nostri giardini. Gli altri rigagnoli finalmente, i quali metteano capo alle piante dal frutto maturo, avevano la sola umidità necessaria onde conservarlo in tale stato senza corrompersi. Io non poteva stancarmi dall’ammirare un sì bel luogo, e non ne sarei uscito, se non avessi concepito più alta idea delle altre cose che mi rimanevano a vedere. Ne sortii pertanto coll’animo pieno di tante maraviglie, chiusi la porta, ed apersi quella che seguiva.

«In vece d’un orto, trovai un giardino non meno singolare nel suo genere; rinchiudeva esso aiuole spaziose inaffiate non colla medesima profusione del precedente, ma con maggior economia per non somministrare a ciascun fiore più acqua che non abbisognasse. La rosa, il gelsomino, la viola, il narciso, il giacinto, l’anemone, il tulipano, il ranuncolo, il giglio, ed un’infinità d’altri fiori che negli altri luoghi sbucciano in tempi diversi, colà schiudevano i loro calici tutti in una volta; non v’era cosa più balsamica dell’aria che si respirava in quel giardino.

«Aperta la terza porta, trovai una vastissima uccelliera, lastricata di marmo a vari colori, del più fino e meno comune, colla gabbia di sandalo e di legno d’aloè, che racchiudeva un’infinità di usignuoli, [p. 205 modifica]di cardellini, di canarini, di lodolette ed altri augelli canori, dei quali non aveva in mia vita udito parlare. I vasi, ove stavano i granelli e l’acqua erano di diaspro o d’agata preziosa. Regnava inoltre in quell’uccelliera la massima pulitezza; a vederne l’estensione, pareva non ci volessero meno di cento persone per tenerla così netta; pure non vi si vedeva alcuno, come anche ne’ giardini nei quali era stato prima, e dove non avea notato un solo sterpo, nè la menoma superfluità che mi avesse offeso la vista. Intanto il sole era già tramontata e mi ritirai sorpreso dal garrito di quella moltitudine d’uccelli, che cercavano appollaiarsi nel sito più comodo per godere del notturno riposo. Tornai anch’io alle mie stanze, risoluto di aprire le altre porte il giorno appresso, tranne la centesima.

«Non mancai al domani di andar ad aprire la quarta porta. Se quanto avea veduto il giorno precedente eccitommi a sorpresa, ciò che vidi allora mi rese estatico. Posi il piede in un ampio cortile, circondato d’un edificio di maravigliosa architettura, di cui, per evitare la prolissità, non farò, o signora, la descrizione. Eranvi quaranta porte spalancate ciascuna delle quali metteva ad un tesoro; ne vidi parecchi che valevano meglio dei più grandi imperi; il primo conteneva mucchi di perle, e, cosa che supera ogni credere, le più preziose, grosse come ova di piccione eccedevano in numero le mediocri; il secondo era pieno di diamanti, di carbonchi e di rubini; il terzo di smeraldi, il quarto d’oro in verghe, il quinto d’oro monetato; nel sesto vedevasi argento in verghe, nei due seguenti monete d’argento. Gli altri poi contenevano amatiste, crisoliti, topazzi, opali, turchesi, giacinti e tutte le altre pietre preziose che conosciamo, senza parlare delle agate, de’ diaspri, delle corniole; questo stesso tesoro conteneva inoltre un magazzino [p. 206 modifica]intiero, non solo di ramoscelli, ma d’intiere piante di corallo.

«Pieno di sorpresa e d’ammirazione al vedere tante ricchezze, sclamai: — No, quando pure si raccogliessero in un medesimo luogo i tesori di tutti i re dell’universo, non pareggerebbero questo. Qual è la mia felicità di possedere, con tante amabili principesse, tutti questi beni!...

«Non mi fermerò, o signora, a farvi il minuto racconto di tutte le cose rare e preziose che vidi i giorni successivi. Solo vi dirò che non ci vollero meno di trentanove giorni per aprire le novantanove porte, ed ammirare quanto racchiudevano. Non restava dunque più che la centesima porta, il cui ingresso erami vietato....»

Il giorno, che venne ad illuminare l’appartamento del sultano delle Indie, impose qui silenzio a Scheherazade.


NOTTE LXII


L’indomani, di buon mattino, la sultana ripigliò in questi sensi la sorprendente storia del terzo calendero:

— «Mi trovava,» continuò egli, «al quarantesimo dì dalla partenza delle care principesse. Se avessi potuto in tal giorno conservare su me il potere che aver doveva, sarei oggi il più felice di tutti gli uomini, mentre invece ne sono il più sfortunato. Esse dovevano giungere il dì dopo, ed il piacere di rivederle aveva a raffrenare la mia curiosità; ma per una debolezza della quale non cesserò mai di pentirmi, soccombetti alla tentazione del demonio, che non mi diè tregua, finchè non mi fossi da me medesimo dato in braccio al castigo che poscia n’ebbi.

[p. 207 modifica]«Schiusi la fatal porta, e non v’ebbi appena poste il piede, che un odore, grato in verità, ma contrario al mio temperamento, mi fe’ cadere svenuto. Tornato in me, in, vece di approfittare di tale avvertimento, rinchiudere la porta, e perdere per sempre la voglia di soddisfare alla mia curiosità, entrai, ed aspettato alcun tempo che l’aria aperta avesse moderato quell’odore, non ne provai più incomodo.

«Trovai un luogo ampio, a volta, ed il cui suolo era sparso di zafferano. Parecchi candelabri d’oro massiccio, con faci accese che spandevano odore di aloè e d’ambra grigia, servivano di lumiere, e quella illuminazione era accresciuta da lampade d’oro e d’argento, piene d’un olio di varie essenze. Fra un gran numero d’oggetti che attrassero la mia attenzione, vidi un cavallo nero, il più bello che si potesse immaginare, al quale appressatomi per considerarlo da vicino, trovai che aveva sella e briglie d’oro massiccio, di squisito lavoro, e che la sua mangiatoia era per metà piena d’orzo mondo e di sesamo (2), e dall’altra d’acqua di rose. Lo presi per la briglia, e lo tirai fuori per meglio vederlo; lo montai, e volea farlo camminare, ma siccome non si moveva, lo percossi con una bacchettina da me raccolta nella magnifica sua scuderia. Appena sentì esso il colpo, si mise a nitrire con orribile strepito; poi, spiegando due ali, di cui non m’era avveduto, si alzò nell’aria ad immensa altezza. Non pensai più [p. 208 modifica]allora che a tenermi franco in sella, e malgrado lo spavento, non mi ci tenni male. Diresse quindi il volo verso terra, e si fermò sul terrazzo d’un castello, dove, senza darmi tempo di scendere, mi scosse dalla schiena con tal violenza, che mi fe’ cadere all’indietro, e coll’estremità della coda mi cavò l’occhio destro.

«Ecco in qual maniera divenni guercio; mi ricordai allora di ciò che mi avevano predetto i dieci giovani signori. Intanto il cavallo, ripigliato il volo, disparve, ed io mi rialzai afflittissimo della disgrazia da me stesso cercata. Camminai pel terrazzo, colla mano sull’occhio che mi cagionava grave dolore; discesi, e mi trovai in una sala, che mi diè a conoscere, pe’ dieci sofà disposti in cerchio, ed un altro meno alto nel mezzo, essere quel castello il medesimo dal quale era stato rapito dal roc.

«I dieci signori guerci non trovavansi nella sala: li aspettai, ed essi giunsero poco dopo col vecchio; ma non parvero sorpresi nè di rivedermi, nè della perdita del mio occhio. — Assai ne duole,» mi dissero, «di non potervi felicitare sul vostro ritorno come avremmo desiderato, ma non siamo noi cagione della vostra sventura. — Avrei torto di accusarvene,» risposi; «me la procurai da per me, e me ne do tutta la colpa. — Se la consolazione degl’infelici,» ripigliarono quelli, «è d’aver compagni, il nostro esempio può somministrarvene argomento. Tutto ciò che v’è accaduto, a noi pure accadde. Avevamo gustato ogni sorta di diletti per un anno intero, ed avremmo continuato a godere della medesima felicità, se durante l’assenza delle principesse la curiosità non ci avesse spinti a dischiudere la porta d’oro. Voi non siete stato di noi più saggio, ed incontraste egual sorte. Vorremmo ricevervi con noi per fare la nostra penitenza, cui non [p. 209 modifica]sappiamo quanto debba durare; ma vi abbiamo già manifestato le ragioni che ce lo vietano. Perciò allontanatevi ed andate alla corte di Bagdad, ove troverete quello che deve decidere del vostro destino.

«Insegnatami quindi la strada che doveva tenere; m’accommiatai da loro, e per via mi feci radere barba e sopracciglia, e presi l’abito di calendero. È molto tempo che viaggio. Finalmente giunsi in questa città al cader della notte; incontrai alla porta questi calenderi miei confratelli, tutti, al par di me, forestieri, e restammo sorpresi di vederci guerci del medesimo occhio. Ma non ci fu possibile intrattenerci di questa comune disgrazia, avendo avuto appena il tempo, o signora, di venir ad implorare il soccorso che generosamente ci accordaste.

«Finito così il terzo calendero di raccontare la sua storia, Zobeide si accinse a parlare, e volgendosi a lui ed a’ suoi confratelli: — Andate,» disse loro, «siete liberi tutti e tre; ritiratevi dove più vi piace.» Ma uno di essi rispose: — Signora, vi supplichiamo di perdonare alla nostra curiosità, e permetterci di udire la storia di questi signori che non hanno ancora parlato.» Allora la dama, voltasi al califfo, al visir Giafar ed a Mesrur, non conoscendo chi fossero, disse: — Ora tocca a voi a raccontarela vostra storia; parlate.

«Il gran visir Giafar, che aveva sempre presa la parola, rispose di nuovo a Zobeide: — Signora, per obbedirvi non abbiamo a far altro che ripetere quanto già dicemmo prima d’entrare in casa vostra. Noi siamo mercanti di Mussul, e veniamo a Bagdad per ispacciare le nostre mercanzie, che trovansi in un caravanserraglio nel quale siamo alloggiati. Oggi abbiamo pranzato, con parecchi altri della nostra professione, da un negoziante di questa città, il quale, dopo averci trattati con dilicati cibi e vini squisiti, [p. 210 modifica]fece venire ballerini e ballerine, con cantanti e suonatori. Il fracasso che facevamo, attirò la pattuglia, la quale arrestò parte della nostra compagnia. Noi, per buona fortuna, riuscimmo a fuggire; ma essendo già tardi, e chiusa la porta del caravanserraglio, non sapevamo ove rifugiarci. Il caso fe’ che passassimo per la vostra strada, ed udendo che vi si stava allegri, ci determinammo di bussare alla porta. Ecco, o signora, il conto che abbiamo a rendervi per obbedire agli ordini vostri.

«Zobeide, ascoltato quel discorso, sembrava esitante su quanto doveva fare. Del che accorgendosi i calendari, la supplicarono di avere pei tre mercanti di Mussul la medesima bontà per essi avuta. — Or bene,» disse la donna, «vi acconsento; voglio che tutti m’abbiate la medesima obbligazione. Vi fo grazia, ma colla condizione che uscirete subito da questa casa, andandovene ove più vi piacerà.» Dato da Zobeide tal ordine con accento che dinotava voler essere obbedita, il califfo, il visir, Mesrur, i tre calenderi ed il facchino uscirono senza fiatare, tenuti com’erano in freno dalla presenza dei sette schiavi armati. Quando furono fuori della casa, il califfo, senza darsi loro a conoscere, disse ai calenderi: — E voi, signori, che siete forestieri giunti da poco in questa città, da qual parte andrete adesso che non è ancora giorno? — Signore,» risposero, «è appunto quello che c’imbarazza. — Seguiteci,» ripigliò il califfo, «noi vi trarremo d’imbroglio.» Ciò detto, parlò così sottovoce al visir: «Conduceteli a casa vostra, e domattina me li presenterete; voglio far scrivere le loro storie, meritando esse di aver posto negli annali del mio regno.» Giafar condusse con lui i tre calenderi; il facchino se ne andò a casa sua, ed il califfo, accompagnato da Mesrur, tornò al palazzo, e coricatosi, non potè chiuder occhio, tanto aveva l’animo agitato dalle straordinarie cose vedute ed [p. 211 modifica]udite. Sopra tutto stavagli a cuore di sapere chi fosse Zobeide, qual motivo la spingesse a maltrattare le due cagne nere, e perchè avesse Amina il seno a cicatrici. Comparve il giorno, ed egli era ancora assorto in quei pensieri; alzatosi, si recò nella sala di udienza e sedè sul trono.

«Poco dopo arrivò il gran visir, e resegli omaggio secondo il solito. — Visir,» il re gli disse, «gli affari che dovremmo discutere al presente non sono molto urgenti; quello delle tre dame e delle due cagne nere lo è di più. Non m’acqueterò se non sono pienamente edotto di tante cose che m’hanno sorpreso. Partite, e ricordatevi che aspetto con ansietà il vostro ritorno.

«Il visir, che conosceva il carattere vivo ed ardente del suo signore, s’affrettò ad obbedirgli. Corse dalle dame, ed espose civilmente l’ordine che aveva di condurle dal califfo, senza per altro far motto di quanto era accaduto la notte in casa loro. Coprironsi le dame dei veli e partirono col visir, il quale, passando da casa sua, prese i tre calenderi, che intanto erano venuti in cognizione d’aver parlato col califfo senza conoscerlo. Il visir li condusse a palazzo, ed eseguì il suo incarico con tanta sollecitudine, che il monarca ne fu soddisfattissimo. Per salvare le convenienze davanti a tutti gli ufficiali della casa, colà presenti, fe’ il principe situare le tre dame dietro alla portiera della sala che conduceva al suo appartamento, e trattenne presso di sè i tre calenderi, i quali, col loro rispetto, fecero ben conoscere di non ignorare davanti a chi avessero l’onore di comparire.

«Quando le dame furono sedute, il califfo si volse a loro e disse: — Signore, dicendovi che stanotte io m’introdussi in casa vostra travestito da mercante, senza dubbio vi spaventerò; temerete di avermi offeso, e crederete forse che non v’abbia fatto [p. 212 modifica]venir qui se non per esternarvi il mio risentimento; ma rassicuratevi, e siate persuase che ho dimenticato il passato, e che anzi sono contentissimo della vostra condotta. Bramerei che tutte le dame di Bagdad avessero tanta saggezza pari alla vostra. Mi ricorderò sempre della moderazione usataci dopo l’inciviltà da noi commessa. Io era allora mercante di Mussul; ora sono Aaron-al-Raschid, quinto califfo della gloriosa casa di Abbas, e vicario del nostro gran profeta. Vi feci chiamare per sapere chi siete, e domandarvi per qual motivo una di voi, dopo aver maltrattato le cagne, ha pianto con esse. Nè sono men curioso di conoscere perchè un’altra abbia il seno tutto a cicatrici.

— «Benchè il califfo avesse pronunciato tali parole distintamente, e le tre dame le avessero intese, il visir Giafar non tralasciò, per etichetta, di ripeterle.

— Ma, sire,» disse Scheherazade, «è omai giorno. Se vostra maestà vuole che continui, bisogna che abbia la bontà di prolungarmi la vita fino a domani.» Il sultano acconsentì, stimando che Scheherazade racconterebbe la storia di Zobeide, cui egli era assai desideroso di udire.


NOTTE LXIII


— Mia cara sorella,» sclamò Dinarzade sul finire della notte, «narraci, te ne prego, la storia di Zobeide, essendo io certa che quella dama la raccontò al califfo.

— Appunto,» rispose Scheherazade. «Quando l’ebbe quel principe rassicurata colle parole che le volse, essa gli narrò di tal guisa le sue vicende:

Note

  1. Il roc è un uccello maraviglioso che non ha mai esistito, a quanto pare, se non nella mente de’ novellieri arabi, i quali lo citano ne’ loro racconti. Il roc, al dir loro, ha la forma d’un’aquila; ma egli è assai grande ed abbastanza forte per alzare anche un elefante. Giunto ad immensa altezza, l’uccello gigante abbandona il sollevato animale, che, precipitando, si fracassa, ed allora cala di nuovo per approfittare della preda. Il roc fu da Buffon assomigliato al condor, ma però mal a proposito, perché il condor è uccello delle regioni meridionali dell’America, e non trovasi nell’Arabia.
  2. Pianta il cui stelo rassomiglia a quella del miglio. Il sesamo orientale è originario delle Indie, ma da tempo immemorabile vien coltivato in tutto l’Oriente. Se ne mangiano i semi cotti nel latte come il miglio: si mangiano pure abbrustolite nel forno od in focacce impastate con burro od olio. È un alimento nutritivo e grato, che i fanciulli amano molto. Dalle sue sementi si estrae pure, colla pressione o coll’acqua bollente, un olio buono quasi quanto quello d’ulivo, di cui si suol servirsi per condimente e per ardere.