Le donne di casa Savoia/XXX. Maria Teresa d'Asburgo

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XXX. Maria Teresa d'Asburgo

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XXXIX. Maria Clotilde di Borbone XXXI. Cristina Albertina di Curlandia

[p. - modifica] Maria Teresa d’Asburgo
moglie di Vittorio Emanuele I
1773-1832.
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XXX.

MARIA TERESA D’ASBURGO

Regina di Sardegna

n. 1773 — m. 1832



Come insensato e cieco
E il mondo! ad ogni giorno
Divien più assurdo; e come ingiusto è teco!

Heine



Carlo Emanuele, Principe ereditario, era ammogliato da dodici anni senza prole; e disperando oramai di avere per quella parte successione, Vittorio Amedeo III pensò di ammogliare il suo secondogenito, Vittorio Emanuele duca d’Aosta.

Correva l’anno 1789; l’uragano politico rumoreggiava dal lato di Francia; grossi nuvoloni si addensavano minacciosi sul nostro cielo, e il Re piemontese, memore dei consigli del padre, che sempre gli aveva raccomandato di tenersi amiche del pari Francia ed Austria, si rivolse alla Corte di Vienna onde averne la sposa pel suo secondogenito. E l’Imperatore Giuseppe II acconsentì alla domanda, e si trattò il matrimonio per una sua nipote. Era dessa Maria Teresa Giuseppina, figlia del di lui fratello l’arciduca Ferdinando Carlo di Lorena, governatore di Lombar[p. 356 modifica]dia, e di Beatrice, ultima discendente degli Estensi e dei Cibo, erede del ducato di Modena e dei principati di Massa e Carrara.

La giovinetta, che portava il nome della sua grande ava l’Imperatrice Maria Teresa, e ne aveva anche qualche rassomiglianza nell’animo, era nata il 1° novembre 1773, a Milano. Non aveva dunque che sedici anni allorché fu fidanzata al duca d’Aosta e quindi subito sposata il 25 aprile 1789. Il regale imeneo ebbe luogo a Novara; e vuolsi che con la grazia, lo spirito e la bellezza, essa incatenasse subito il cuor dello sposo, e che il loro resultasse addirittura un matrimonio d’amore.

La bellezza di Maria Teresa era una bellezza severa e dignitosa e in quei leggiadri lineamenti si leggeva chiaramente il forte carattere e l’animo mite, qualità necessarie a colei che era destinata ad essere l’ultima Regina storica, dirò cosi, del ramo primogenito di Casa Savoia e la pronuba, checché se ne dica, del ringiovanimento della dinastia, basata sul ramo secondogenito. Soltanto essa ebbe la sventura di non essere né secondata in famiglia, né compresa dai più, e risultò forse una delle donne più sventurate della stirpe, per causa dei tempi in cui visse, e degli avvenimenti in cui fu coinvolta. Ma non anticipiamo i fatti.

Quando la giovine duchessa d’Aosta giunse sposa a Torino, acclamata e festeggiata da tutti, trovò che la famiglia Reale conduceva una vita monotona oltre ogni dire, quella monotonia e quell’etichetta portate [p. 357 modifica]ivi di Spagna dalla Regina Antonietta Ferdinanda, che cozzavano fra loro tutte a danno dei figli minori, giacchè per il Principe ereditario si faceva eccezione nel trattamento, nell’istruzione, nelle distrazioni, in tutto. E siccome i quattro minori avevano fatto lega fra loro, Carlo Emanuele se ne era spaventato, e aveva pensato di guadagnarsi il duca d’Aosta, affaticandosi pel di lui matrimonio prima, ed accogliendo poi, egli e la moglie, con grande tenerezza la sposa novella. Maria Teresa però, ed anche il marito, non si staccarono per questo dagli altri principi; anzi, profittando della libertà loro concessa, fecero della propria residenza una piccola Corte meno arcigna, che divenne il centro di riunione di tutti i fratelli minori; e vissero così in affettuosa intimità, fino che alla Corte di Torino non giunse l’eco dei rivolgimenti francesi, risentendone acerbo contraccolpo per la replicata parentela con la casa di Francia, e per avere accolte le figlie del Re, coi mariti e coi figli, fuggiti di Francia ai primi rumori 1.

Scoppiata poi la rivoluzione a Parigi, uccisa la principessa di Lamballe, nata di Savoia Carignano, e [p. 358 modifica]Nizza e Savoia invase dai rivoluzionari, Vittorio Amedeo chiese aiuto ai suoi ausiliari a Vienna, e ottomila austriaci entrarono in Piemonte per dargli man forte. Il Re sessantasettenne, e tutti i principi, tranne l’ereditario, furono allora di fronte al nemico, e Maria Teresa, già madre della sua primogenita, dovè temere per la vita dello sposo e di tanti suoi cari.

In seguito, precipitando sempre più le cose, morto il Re, salito sul trono il cognato, Maria Teresa dovè subire tutti i rovesci a cui il Piemonte, sotto quella debole mano, andò incontro, e soffrire di tutte quelle piccinerie, praticando le quali le due Regine credevano di porre un riparo a tanti guai, mentre essa conosceva e sapeva che suo marito consigliava, inascoltato, altrimenti, ed altrimenti avrebbe agito.

Il carattere energico di Vittorio Emanuele spiaceva tanto a Parigi, che si voleva il baldo principe colà in ostaggio, al momento della rinunzia al trono di Carlo Emanuele IV, per avere una garanzia di quel trattato di rinunzia, e perchè egli inspirava molte inquietudini. Maria Teresa, e con essa tutta la famiglia reale, eran perciò nella massima desolazione, allorché tornati inutili tutti gli sforzi del Re, la dolcezza della Regina Clotilde ottenne l’abbandono di quella pretesa, e il duca d’Aosta seguì i suoi nell’esilio.

Anche in esilio, quando il Re e la Regina erano più oppressi, Maria Teresa, rassegnata, ma non abbattuta, non cessava di dare suggerimenti, e di seguire quelli che le erano diretti, e quantunque avesse oramai quat[p. 359 modifica]tro figliuoletti (tre bambine, due delle quali gemelle, ed un maschio), seguì sempre il marito nelle sue spedizioni, nei suoi viaggi, allorché esso di ciò la richiese.

Quando nel 1799, cacciati i francesi, il Piemonte venne occupato dagli austriaci, che vi usarono tante vessazioni, Maria Teresa, che allora nessuno aveva ancora pensato a chiamare l’austriaca, e che divideva tutti gli affetti e tutti gli interessi della Casa nella quale era entrata, fu tra i primi a lamentarsi di quegli alleati invasori. Essa si trovava allora col marito a Vercelli, venuti dalla Sardegna per recarsi al quartiere generale russo, ed ivi fermati e consigliati a trattenersi dagli austriaci, che la facevano soli da padroni. Di quella soverchieria la giovine Duchessa si risentì altamente, e scrivendo al cognato Carlo Felice, ebbe a dire: «Infine noi siamo spettatori di tutto questo, e lo conto per la prima anticamera del nostro purgatorio, perchè il mio amor proprio vi soffre l’impossibile.» E dieci mesi appresso scriveva ancora al medesimo: «Noi siamo sempre qui come Griselda in casa sua servendo la nuova padrona, e questa idea mi è sopratutto presente ai balli, dove vi sono sempre degli austriaci che, quantunque cortesi, m’imbarazzano oltre ogni dire.»

Ritornata in Sardegna, Maria Teresa ebbe colà a subire il dolore più forte che sia riserbato di provare ad una donna. Il suo grazioso bambino, un amorino di tre anni, l’unico rampollo maschio su cui pavidi e irrequieti si posavano gli sguardi della desolata fa[p. 360 modifica]miglia, il piccolo Carlo Emanuele, colpito da vaiuolo, moriva il 9 agosto del 1799, seguito il mese appresso dallo zio, il duca di Monferrato, morto d’insolazione.

Questi due avvenimenti gettavano l’esule famiglia nel più opprimente abbattimento, che solo valsero più tardi a squarciare le notizie politiche del continente, che pareva volessero volgere a meglio per essa. Ma furono vane speranze, tanto che alla fine, Carlo Emanuele, vedovo e malaticcio, risolvè abdicare, e l’atto suo di rinunzia al fratello fu steso a Roma il 4 giugno 1802. Il duca d’Aosta ratificò quell’atto a Napoli, e prese il nome di Vittorio Emanuele I; ma sul principio tutto il suo potere si limitò a far reclami pei suoi diritti sugli Stati di terra ferma, di cui la Francia si era impadronita, e che Napoleone non voleva rendere a nessun costo, malgrado che egli e la consorte si fossero recati sino dal Papa per interessarlo in loro favore. Salendo al trono, Vittorio Emanuele aveva preso un atteggiamento che al Bonaparte non piaceva punto, tanto che non lo volle a Roma, e lo fece consigliare a ritornare nella sua isola, ove era reggente Carlo Felice. Ma Vittorio Emanuele non si mosse, e stava anzi per cedere ai suggerimenti di Maria Teresa, e recarsi con essa a Vienna per ottenere l’appoggio dell’Imperatore, che era adesso il suo cognato, contro il prepotente usurpatore, allorché l’Imperatore stesso fece loro capire che ciò sarebbe stato inutile, perchè Napoleone non avrebbe mai restituito il Piemonte. Ed infatti esso era tanto prezioso per il conquistatore che, impaziente [p. 361 modifica]di avere un atto di cessione che giustificasse la sua invasione, fece offrire al Re enormi somme, se glielo rilasciava. Ma Vittorio Emanuele fu sordo ad ogni lusinga, e si rassegnò ad aspettare. Intanto nel 1804 gli fu ripetuto invito di tornare in Sardegna, ed egli, dicendo che la Regina aveva bisogno dei bagni d’Ischia, si trasferì a Gaeta, donde scrisse nuove proteste, dirette specialmente a Londra e a Pietroburgo; poi, siccome le sorti erano tutt’altro che favorevoli agli alleati, decise finalmente di rientrare nella sua isola, e tutto dedicandosi al bene dei sardi.... aspettare!

Egli stette colla moglie e la famiglia in Sardegna otto anni, durante i quali le angustie dell’erario, la scarsità delle raccolte, il pericolo di malattie contagiose, le scorrerie dei barbareschi, e tante e tante altre piccole miserie, fecero di quel lasso di tempo un’odissea dolorosissima, specie per la Regina, nobile animo cui la povertà materiale che la circondava non era nulla per lei, di fronte alla povertà morale dei Ministri e Consiglieri del Re, e delle piccinerie loro, nelle quali essa vedeva ogni giorno naufragare le forti risoluzioni, gli abili calcoli, le volontà incrollabili che essa sentiva in se, e che credeva di avere suggerito e trasmesso a chi, secondo lei, avrebbe potuto effettuarli pel bene della loro causa. Maria Teresa era una tempra virile; ciò che ella bramava era che suo marito fosse Re veramente, e le sue figliuole dilette regine o imperatrici, desiderio che soltanto in parte doveva essere appagato. [p. 362 modifica]Dopo quattordici anni di esilio, anche in lei cominciava a svanire ogni speranza di ricuperare il Regno, e di conservarlo, nel caso, al ramo primogenito di Savoia, allorché si riconobbe nuovamente madre. Esultò a questa scoperta, sperando che il cielo volesse finalmente concederle un erede!

Intanto, fino dal maggio 1811, era giunto a Cagliari per salutarla, il fratello di lei Francesco Ferdinando arciduca d’Austria, e duca di Modena per eredità della madre, che, rimasta vedova, erasi stabilita a Vienna, ove l’altra sua figlia, Maria Luisa, era divenuta Imperatrice e terza moglie dell’Imperatore Francesco I. Il giovane e brillante arciduca giungeva nella famiglia della sorella, allorché erano in corso diverse richieste di matrimonio per la primogenita di lei, Beatrice, e vi veniva con serie proposte di matrimonio anch’egli, patrocinato dai suoi alti parenti; ma ebbe la velleità, prima di presentarle, di conquistare la giovinetta nipote. E siccome non aveva che trentadue anni ed era bellissimo, l’impresa non gli riuscì difficile punto, onde quando Maria Teresa disse alla figlia di scegliere fra il duca di Berry, il principe Leopoldo di Napoli, e lo zio, essa non esitò a dichiararsi per quest’ultimo, sorridendole anche la vita divertente di Vienna, che egli le aveva più volte descritta. Gradita dunque la domanda, si attesero però assai le dispense da Roma onde poter celebrare il matrimonio. Fu in questo intervallo che la, Regina si riconobbe madre e tutti sperarono un maschio. Francesco solo, [p. 363 modifica]che col matrimonio mirava specialmente ad assicurarsi la successione ad un trono, e lì sperava almeno quello della Sardegna, ove ancora si supponeva non vigesse la legge salica, fu contrariato da quella novità. Nondimeno il 19 giugno 1812 ebbe luogo questo famoso matrimonio, che ha fatto tanto scrivere e discutere, e al quale si vogliono collegare tanti secondi fini: e il 14 novembre Maria Teresa ebbe una femmina! Dopo di che il 15 luglio 1813 Francesco lasciò con la sposa la Sardegna, e se ne ritornò a Vienna pieno il cuore di rinascenti speranze.

Nel 1814, le segnalate vittorie delle potenze alleate, portarono alla capitolazione di Parigi e all’abdicazione di Napoleone, vinto e domo; e ciò riconduceva Luigi XVIII a Parigi e Vittorio Emanuele I a Torino. Infatti la Russia, che era a capo dell’alleanza degli Stati europei, invitò Vittorio Emanuele I a rientrare nei suoi Stati, ed egli il 25 aprile affidò in Cagliari la reggenza alla moglie, e partì. Veleggiando verso gli Stati dai quali la Francia aveva cacciato suo fratello, s’incontrava con un’altra nave che, solcando gli stessi mari portava Napoleone in esilio! Mihi heri, et tibi hodie.

Il 20 maggio 1814 Vittorio Emanuele I rientrava acclamato in Torino, e spediva subito alla moglie notizie del suo trionfo.

Maria Teresa rimase in Cagliari fino al 16 agosto 1815, ed in questo tempo, rivestita dell’autorità di Reggente, tenne un’amministrazione così saggia e mo[p. 364 modifica]derata, che rimase come una novella prova che l’arte di regnare non è estranea alle donne.

Durante l’esilio in Sardegna era morto anche l’altro fratello del Re, il conte di Moriana, e siccome il solo superstite, Carlo Felice, era ammogliato senza prole, così Vittorio Emanuele, che aveva sempre mirato al giovinetto principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano, come erede presuntivo del regno, aveva più volte cercato sottrarlo all’educazione che riceveva a Ginevra dalla vedova madre, educazione troppo dissimile dalle tradizioni della famiglia, ma invano.

Finalmente nel 1814 il Re e la Principessa giunsero ad intendersi, Carlo Alberto andò presso il Re a Torino, vi si stabilì in modo conforme alla sua condizione, e fu da Vittorio Emanuele fatto segno di ogni cura e premura. Maria Teresa, che già lo chiamava il suo figlio adottivo, lo vide per la prima volta a Genova, ove egli era venuto ad incontrarla, a bordo della nave che la riconduceva dalla Sardegna, nel settembre del 1815. Essa in una sua lettera così narra quest’incontro, «Alle cinque e mezzo, dopo aver pranazato, sempre a bordo, ci vestimmo in abito di Corte e diamanti, e venne il principe di Carignano. Somiglia assai a suo padre, ma molto in bello, ed è molto più alto di Francesco» — - suo fratello e genero. — «Quanto ai modi, parla bene francese, ma con tutta la contenenza essi sono gli stessi del fu suo padre, e deve averne lo stesso carattere, che in fondo è buono.»

L’ingresso di Maria Teresa, Regina, a Torino, ebbe [p. 365 modifica]luogo il 23 settembre 1815; e qui, a benefizio delle signore lettrici, e come segno dei tempi, riporto, tolta da un giornale genovese dell’epoca, la descrizione dell’abbigliamento della Regina e delle principesse, in quell’occasione.

«Era uno spettacolo incantevole veder la sovrana col suo vestito di casimiro nankino, guarnito di velluto turchino, con un cappellino nero tutto piume, e tutta risplendente di quella celeste bellezza formata dalla gioia di un popolo. Accanto a lei la duchessa di Modena vestita di stoffa bigia, di Firenze, con un cappellino di fiori. Le altre giovanette principesse si aggruppavano intorno al Re, vestite di merinos chiaro guarnito di nero, con cappelli bianchi.»

La gioia era al colmo, perchè pochissimi vedevano il gioco dell’Austria, che per mezzo di matrimoni, cambi, cessioni, occupazioni, voleva fare del Piemonte e del suo Re, un Re travicello, di quel Piemonte che aveva sempre esercitato un’autorità in Italia, e che difendeva egli solo il passaggio delle Alpi!

Vittorio Emanuele a tempo e luogo se ne risentì, ma nessuna delle potenze firmatarie del trattato di pace gli diè ascolto, pur troppo! Ed egli, allorché l’ultimo giorno del 1815 l’Imperatore d’Austria andò a Milano, e avrebbe voluto conoscerlo, non si mosse, non volendo essere sospettato austriaco. La Regina, quantunque con l’Imperatore ci fosse la moglie, che era sua sorella, e la madre di entrambe, che essa non aveva più rivedute da venti anni, dovè sottostare e sotto[p. 366 modifica]stette, riconoscendo giusta la suscettibilità del marito e il malcontento dei piemontesi.

Venuta l’annessione di Genova al Piemonte, per compensarlo di perdite dell’antico territorio subite nel generale rimaneggiamento, si stabilì anche, nel Congresso delle potenze tenutosi a Vienna, chiaramente la successione della Casa di Savoia, i cui diritti, all’estinzione della linea primogenita, che sembrava imminente, dovevano integralmente passare al ramo secondogenito, dei Carignano, di cui il rappresentante era Carlo Alberto. — Tutto ciò per tagliar corto anche alle pretese dell’Austria, e per iniziativa di Luigi XVIII.

Da allora Carlo Alberto prese stanza definitiva alla Corte di Torino, e fu riguardato e riconosciuto ufficialmente erede presuntivo della corona.

Col trattato del 1815 cessò il dominio francese in Italia; ma fatalmente, per un verso o per l’altro, vi si stabilì l’austriaco, che pur troppo non doveva esser rovesciato se non dal figlio di quel Principe di Carignano, allora imberbe giovinetto, e soltanto erede pesuntivo del Piemonte.

Intanto Maria Teresa, pochi giorni dopo essersi stabilita nella sua capitale, così continuava a descrivere a Carlo Felice il giovane Carlo Alberto: «Il Principe di Carignano ha spirito e buon cuore, congiunti ad una prudenza e ad una pazienza più che angeliche, giacché lo tengono come un bambino di sette anni; e il peggio è che non gli insegnano nulla che valga; e non hanno neppure la carità d’insegnargli a ballare. [p. 367 modifica]«A me dimostra un’estrema deferenza, e mi fa una terribile pena, perchè il suo governatore Grimaldi ha preso con lui un tono da maestro di novizi, e vi assicuro che non vi è allievo trappista che possa essere più sottomesso di lui, mentre non fanno che accusarlo di ogni specie di cattive inclinazioni.»

E in seguito, continuando ad occuparsi del principe con sollecitudine materna, tanto che nessuno della famiglia lo conobbe e desiderò il suo bene più di lei, il 4 ottobre scriveva ancora in proposito al cognato: «Tento di guadagnarmi la confidenza del Principe di Carignano.... Egli ha uno spirito ed un cuore eccellenti, uniti ad una prudenza di cui dovè e deve fare ancora un lungo esercizio. Avrebbe bisogno di studiare: I.° la Religione, di cui non sa che il catechismo; 2.° la Storia; 3.° la Legge e il Diritto civile e canonico; cose indispensabili per un principe, mentre gli insegnano le matematiche, la fisica, la fortificazione e niente altro.»

E più tardi, giustamente preoccupata, scriveva: «E’ troppo sfidato, e non accorderà mai a nessuno la sua confidenza, e questo è un effetto del disprezzo e dei cattivi trattamenti che ha sempre subiti dalla sua nascita. Non e cattivo addirittura, ma tal quale è, resterà sempre, e diverrà ne più ne meno, non avendo abbastanza sensibilità per far qualcosa per amor di qualcuno, quantunque abbia molta probità e fierezza di carattere, e che sia giusto e caritatevole nella sua casa, dove non passa a nessuno la più lieve pic[p. 368 modifica]colezza, ma fa molte elemosine.» — E quando si trattò di ammogliare il suo figlio di adozione, non solo non gli propose o fece proporre nessuna delle sue figlie, che del resto allora erano bambine, ma consigliò di lasciarlo libero nella scelta, dopo la quale scrisse in proposito a Carlo Felice: «Per me desidero che esso riesca — il matrimonio — perchè sarà una fortuna per lui e per la nostra famiglia; ma ringrazio Dio di non doverci contribuire, perchè tranne nel caso che sia una creatura leggerissima, non posso credere che la sposa sarà molto felice, malgrado sia convinta che il principe non sarà mai vizioso né disonesto.»

Maria Teresa era colta e seria, e conoscendo il Principe di Carignano fino nelle ossa, sovente s’intratteneva con lui, dimostrandogli questa sua penetrazione, della qual cosa egli sorrideva, come colui che si sente compreso. — Quando egli partì per Firenze e Roma, onde conoscere tutti i membri della sua famiglia, e l’arciduchessa di Toscana sua futura, la Regina, che l’aveva anche munito di una lettera per Carlo Felice, scriveva particolarmente a quest’ultimo: «Il Principe di Carignano è partito ieri mattina per Firenze e Roma; era tutto commosso e pieno di timore di non piacere (sola cosa che resti a vedere). Se sarà come era ieri, piacerà senza dubbio, ma se avrà il suo spleen, non piacerà davvero, e l’ho consigliato, nel caso, di non mostrarsi prima che sia passato.»

Ella desiderò vivamente, appena concluso il matri[p. 369 modifica]monio, che gli sposi avessero figli, e se l’augurò subito appena le fu fatto il ritratto della sposa, e compreso che Carlo Alberto l’amava davvero.

Però, siccome Carlo Alberto era il Dio dei liberali, questi che mal giudicavano la Regina soltanto perchè era di origine austriaca, senza tener conto che gli anni passati in Piemonte, le affezioni ivi incontrate e nate per lei, e lo stesso suo animo nobile e altero, capace di sacrifizi e di sdegni, l’avevano fatta vera e buona piemontese, forse anche italiana, cercarono sempre, pei loro fini, di metterla in diffidenza del principe, riuscendovi a meraviglia, tanto che le ombre, ad onta di tutto, non svanirono mai completamente in lui. Essa ne fu ferita dolorosamente, ma non per questo gli si alienò.

Anzi, ella era così premurosa verso di lui, e lo giudicava tanto meglio del Re, che questi, ad insignirlo nel 1817 del Collare dell’Ordine supremo dell’Annunziata aspettò il giorno di Ognissanti, natalizio di lei, certo di farle così un grato regalo.

Trattenutici forse troppo in queste piccolezze, che però dipingono a perfezione la donna, e gettano un lampo di luce su certi particolari di cui dovrà tener conto la storia, passiamo ora al punto più importante della vita di Maria Teresa, all’abdicazione del Re suo marito.

La Regina, come austriaca, era il capro espiatorio di tutto: per riguardo a Casa Savoia non si voleva attaccare il Re, e di tutto si dava colpa a lei, an[p. 370 modifica]che quando proprio non ci aveva che vedere, ma solo perchè oramai si voleva il nuovo. Questa povera donna fu dunque una vittima degli avvenimenti che andavano a precipizio, e siccome non era una stupida da mettersi in un canto, la si calunniava.

Così si venne all’abdicazione. La rivoluzione militare piemontese dei trenta giorni (1821), eco di quelle di Spagna, Portogallo e Napoli, troncò il regno di Vittorio Emanuele I, buono, accessibile ed amato, ma che le nuove idee e le nuove convinzioni non persuadevano, e che preferì abdicare, invece di dare una Costituzione che gli sembrava di non dover concedere. Fu rimpianto; ma non volle promettere ciò che non sentiva di non poter mantenere. Ciò avvenne la notte del 12 marzo. La Regina ed alcuni Ministri consigliavano la Costituzione spagnuola: erano stati colti alla sprovvista e consultavansi con animo turbato. Ma Vittorio Emanuele assolutamente e sotto qualunque forma la negò, non per servilismo all’Austria, ciò di cui sappiamo troppo bene che non era capace, ma per proprio convincimento, sembrandogli che in certe circostanze essa poteva tornare dannosa allo Stato, come già era avvenuto ed avveniva altrove, facendo infatti cattiva prova; perchè, secondo lui, in un paese uscito da poco dalla dominazione straniera, e non ancora libero dalle passioni rivoluzionarie e dalle sette, e per tante altre consimili ragioni, il principio monarchico doveva accrescersi di forza e di autorità, e non già menomarsela.

In questo caso il contegno della Regina fu nobile. [p. 371 modifica]e partì spodestata, alle quattro della mattina del 13, col marito e le figlie, per Racconigi prima, poi per Nizza, lieta, diceva, di non aver consigliato cosa disapprovata dalla coscienza di colui che essa aveva sempre rispettato ed amato. Perchè se al fianco di lui s’intromesse talora negli affari di Stato, lo fece sempre con gran deferenza pel Re, e più per amore ed ambizione di madre che per sete di comando. Essa il 25 ottobre 1821, così scriveva dal suo ritiro alla cognata Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, che le era succeduta sul trono:

«Sento con piacere che il baciamano è stato numeroso assai, e che tutto il pubblico vi abbia dimostrato sincero attaccamento. Vedo che avete fatto esattamente come noi il giorno della mia entrata in Torino il 23 settembre 1815, che, fra gli applausi continui del pubblico, io mi sentivo morire, pensando che dal’osanna si sarebbe passati al crucifige, come fu in effetto; ma non avrei creduto tanto, e mi resta solo la consolazione di non aver rimorsi relativamente alla mia condotta sopra un trono su cui salii versando molte lacrime, e dal quale discesi senza versarne una sola.»

Ammesso anche che in queste parole ci sia un tantino di affettazione, a me parmi che la storia debba tener conto a Maria Teresa dell’abnegazione con cui secondò le mire del marito; rassegnazione mirabile se davvero erasi disingannata delle grandezze passate, e più mirabile ancora se così non era, perchè il sa[p. 372 modifica]crifizio fatto alla pace domestica, sarebbe così maggiore.

Anche spodestata, Maria Teresa rimase, si può dire, l’anima della famiglia, e scriveva fino a Carlo Alberto per consolarlo nell’esilio, tanto che Carlo Felice le fece dire per mezzo della moglie, di non impacciarsi altrimenti negli affari di Stato.

Ritirata a Nizza, visse alcuni anni non occupandosi che dell’educazione delle sue figlie, di cui in breve una delle gemelle, Maria Teresa anch’essa, si sposò al duca di Lucca. Poi nel 1824 fece appunto una gita colà, in un col marito e le due figlie rimastele, e vi era in progetto una lunga dimora a quella Corte, se non che Vittorio Emanuele, sentendosi molto ammalato, volle tornare improvvisamente nel suo Piemonte. Ritiratosi allora nel Castello di Moncalieri, ivi ad onta delle affettuose cure della moglie, morì il 10 gennaio 1825.

Spezzata così la dolce catena che l’aveva soavemente avvinta per tanti anni, Maria Teresa si sentì sola e desolata, e le ci volle tutto l’affetto delle figlie per sorreggerla, e andò con esse volonterosa a Genova per passarvi la vedovanza nel silenzio e nel raccoglimento. Del resto la di lei salute risentivasi oramai di tante scosse, ed un regime di quiete e di ritiro era quello che più le si con faceva per conservare una vita che, per lei, non aveva adesso che uno scopo, la sistemazione delle due figlie rimastele. Le fu perciò di una gioia immensa la richiesta [p. 373 modifica]della mano di Maria Anna, fatta da Ferdinando I Re di Ungheria ed erede dell’Impero d’Austria. Con nuovo zelo e trasporto giovanile presiedè ai preparativi, e accompagnò la giovine sposa a Milano, ove al momento della separazione, fu forte e gioviale, ritornando la Maria Teresa della sua giovinezza.

Indi colla sua figlia minore, Cristina, tornò a Genova, a rinchiudersi in quell’immenso e silenzioso palazzo Tursi, dove una breve e fiera malattia, venuta ad aggiungersi a tutti gli altri suoi incomodi, la spense a cinquantotto anni, nella primavera del 1832.

E alla sua Cristina, ultimo suo pensiero ed unico suo rammarico nel lasciare questa terra, ove non aveva trovate che poche rose in un fascio di spine, fu da allora padre colui al quale ella era stata affettuosa madre di adozione.



  1. Maria Teresa, figlia di Vittorio Amedeo III e sposa al conte di Artois, fratello di Luigi XVI, buona e gentile principessa, trascurata atrocemente dal marito, era in Francia amatissima. Quando nel settembre 1789, alle prime avvisaglie di rivoluzione, suo marito si rifugiò in Piemonte coi figli, essa stimò opportuno raggiungervelo. Quando a ciò determinata, parti da Versaglia, tutti gli abitanti, e specie le donne, vennero sulla gran piazza per vederla e salutarla. E appena comparve, le donne si gettarono ginocchioni, pregando Dio che le desse buon viaggio, e la facesse tornar presto, tanto essa era cara e grata a tutto il popolo, che, anche in fermento, sapeva fare le sue distinzioni.