Le donne di casa Savoia/XXXI. Cristina Albertina di Curlandia

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XXXI. Cristina Albertina di Curlandia

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XXXI. Cristina Albertina di Curlandia
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XXXI.

CRISTINA ALBERTINA DI CURLANDIA

Principessa di Savoia-Carignano

n. 1779 — m. 1851



La dove ferve numerosa schiera
Di costumi diversa e di consiglio,
Lieve non è periglio.

Pindaro



Nasceva Cristina Albertina il 7 dicembre 1779, dal principe Carlo Cristiano di Sassonia, duca di Curlandia, figlio minore del Re Federigo Augusto di Polonia, e dalla gentildonna Francesca di Cervine Krasinska, polacca di rara bellezza, di virtù preclara, di nobile, illustre e distintissima famiglia, ma non di sangue reale.

Il matrimonio del principe Carlo con Francesca Cervine, era stato un vero matrimonio di amore, legittimo e benedetto; a causa però del peccato originale del sangue non regio, egli, conoscendo i sentimenti del padre, lo tenne celato fino che quegli visse. Ma appena morto il Re Federigo Augusto, il principe lo dichiarò, e lo regolarizzò in faccia al pubblico. Ad [p. 376 modifica]onta di ciò, la famiglia, seguendo le opinioni del Re, non volle riconoscere quella unione, neppure quando Carlo Cristiano, spogliato dalla Russia del suo ducato, tornò a vivere a Dresda colla moglie e la fìgliuoletta.

Nel 1796, alla distanza di un mese e mezzo fra loro, Cristina Albertina perde prima la madre indi il padre; e rimasta orfana fu chiesto invano per lei all’Elettore che la riconoscesse come appartenente alla famiglia. Come l’Elettore, tutta la famiglia di Sassonia continuò a considerarla quale un’estranea, ad eccezione di sua zia, la principessa Elisabetta, che a dispetto dell’etichetta e di tutte le formalità della Corte, corse presso la fanciulla, appena la seppe orfana, se la prese a cuore, volle rimpiazzare presso di lei i genitori, e seco la condusse per qualche tempo nella sua villa di Bad Tepliz. Tranne però lei, niuno mai l’avvicinò dei suoi, mai fu invitata a Corte, mai né l’Elettore né l’Elettrice vollero vederla; così visse addirittura da privata, nel suo palazzo solitario, con un’aia ed una dama di compagnia, lontana dal concorso e dalle distrazioni di società, facendo della lettura la sua passione, e dei libri la sua compagnia e la sua delizia. Tutto ciò produsse in essa l’effetto naturale a tutti coloro che guardano le cose ed il mondo attraverso i libri, quello cioè di crearsi un mondo tutto ideale, ed in quello concentrarsi esclusivamente, con pericolo, scendendo nel reale, di non raccapezzarsi e di commettere errori madornali ad ogni passo. Ma [p. 377 modifica]di ciò essa non aveva colpa, poiché, abbandonata come trovavasi a sé stessa, era anzi quanto di meglio poteva fare; e ciò può e deve valerle di scusa se nel seguito della sua vita commise qualche sbaglio.

Fu su questa principessa solitaria, che Giuseppina di Carignano mise gli occhi per farne la sposa di suo figlio, dopo che il Re Vittorio Amedeo III si mostrò contrario all’unione di Carlo Emanuele con la sorella della duchessa d’Aosta. Però le trattative di matrimonio si arenarono appena incominciate, di fronte all’ostinazione della Corte di Sassonia di non voler riconoscere, ad onta dei buoni uffici del principe Antonio, vedovo di Maria Carolina di Savoia, Cristina Albertina come principessa della famiglia. Ma finalmente la Corte di Torino, per non dare alla languente principessa di Carignano il colpo mortale, osteggiando quel da lei desideratissimo matrimonio, passò sopra al puntiglio del riconoscimento, ed accettò la sposa col titolo di Principessa di Curlandia, che l’Elettore le confermò, assegnandole anche una dote.

Albertina era molto colta ed istruita, di carattere piuttosto serio, d’animo buono e generoso, di mente riflessiva. Alta più che l’ordinario per una donna, snella, di lineamenti regolari se non perfetti, aveva un certo fascino nel suo insieme che fermava l’attenzione e piaceva.

Quando Carlo Emanuele, allora in età di ventisei anni, mandò a Dresda il suo ritratto, la sposa nel riceverlo disse che essa non avrebbe dato il consenso [p. 378 modifica]a quel matrimonio prima di vedere l’originale. La zia le fece osservare che ciò non era nelle regole, ma Albertina fu inesorabile; solo promise alla principessa Elisabetta che non avrebbe esposto il principe ad un rifiuto, ma che nondimeno, prima di legarsi, voleva vederlo in persona. E Carlo Emanuele dovè derogare dall’uso e decise intraprendere quel viaggio.

Stavano a questo punto le cose, quando nel febbraio 1797 la principessa di Carignano morì; e quella morte, ed una susseguente malattia del fidanzato, procrastinarono il viaggio e il matrimonio.

Finalmente nel settembre dello stesso anno, egli partì per Dresda con un seguito conveniente al suo grado, e vi giunse il 30. Appena arrivato, mercè un cortesissimo invito della principessa Elisabetta, egli potè, nel quartiere di lei, fare una visita alla sposa, dalla quale visita i due giovani risultarono scambievolmente soddisfatti.

L’8 di ottobre, sempre nel quartiere della principessa Elisabetta, che concentrava in sé tutta la famiglia dell’orfana, ebbe luogo la scritta matrimoniale; poi, otto giorni più tardi, la zia partì con la fanciulla e col seguito per Augusta, ove si doveva benedire il matrimonio. Carlo Emanuele si trattenne ancora qualche giorno a Dresda, ed allora, così solo, fu ricevuto alla Corte, ove si diè un pranzo in suo onore e quindi raggiunse ad Augusta le signore.

Il 24 di ottobre essi furono colà sposati con molta solennità da S. A. Elettorale l’arcivescovo di Treves, [p. 379 modifica]zio della sposa, ivi residente, il quale per due giorni li trattò con grande magnificenza, onde far loro dimenticare l’ingiustizia della Corte; indi si disposero alla partenza per l’Italia, e precipua cura di Albertina fu di dare ordine che la seguisse a Torino e facesse parte del corredo, la sua svariata e numerosa biblioteca.

L’ingresso degli sposi a Torino avvenne il 20 novembre 1797. L’impressione che la principessa fece al popolo e alla Corte fu di una brutta bella. Alta, bruna, con occhi neri, maniere distinte, bel modo di porgere e senza imbarazzo, non poteva non piacere.

Le idee liberali risvegliate dalla guerra d’America, avevano messo addosso la febbre a tutta la gioventù dell’epoca, e Carlo Emanuele di Carignano era uscito dal suo collegio di Sorèze addirittura un filantropo, ciò che aveva fatto torcere il naso ai fedeloni piemontesi per i quali, al tempo di Giuseppina, la residenza di Racconigi era qualcosa di scomunicato. La sposa, che doveva supplire presso il marito la madre allora allora perduta, era troppo giovane, ed aveva altra educazione della suocera, per potergli riuscire guida efficace e moderatrice. Con gli sposi entrò nel palazzo di Carignano il fasto e l’allegria. Le conversazioni, i balli, i pranzi, si seguivano l’uno all’altro con l’intervento della più scelta società, alla quale piaceva quella libertà senza sussiego, che Cristina, non abituata all’etichetta e alla soggezione della Corte, aveva introdotta in casa sua, e vi si mostrava assiduo fino quello stesso [p. 380 modifica]Carlo Felice, figlio del Re, a cui pur dava tanto ai nervi, e lo ha lasciato scritto nelle sue lettere, il modo di vestire della principessa, sempre assai bizzarro. Era proprio vero che il fàscino di Albertina aveva vinto a poco a poco i più restii, e la sua grazia i più feroci, come ha detto uno storico della Casa di Savoia, e nella sua residenza andavano a prendersi un bagno di buon umore tutti quelli che erano soffocati dalla pesante atmosfera di Corte, dove si temevano forse troppo i rivoluzionari francesi, lombardi e piemontesi, senza far nulla per prevenire il pericolo.

Cristina inclinava al pari del marito verso le idee dei novatori, onde il palazzo Carignano di Torino, e il castello di Racconigi, furono aperti anche a taluni che professavano le stesse massime, ma che pur troppo non erano amici del trono. Costoro con bell’arte dimostravano che la monarchia più non poteva reggere alla tempesta che le batteva i fianchi, e che il primo intento dei buoni doveva oggimai mirare a preservare la vita del Re e della famiglia reale. Parole che molto potevano sull’animo dei giovani coniugi e lo snervavano, attinenze che non erano davvero gradite né al Re, ne ai buoni realisti, ed anche a qualcuno più condiscendente, ma che vedeva come i due sposi fossero illusi.

Tra i frequentatori della casa di Carignano eravi Leopoldo Cicognara, inviato della Cisalpina a Torino, che più di ogni altro insinuava essere la monarchia spacciata senza rimedio, dopo la consegna della cit[p. 381 modifica]tadella di Torino. Egli dicevasi impensierito per la sorte del Re, e ripeteva che unica via di salute era oramai l’abdicazione. E questi discorsi gli faceva più particolarmente a Cristina Albertina, la quale col suo fino accorgimento gli riconosceva in parte giusti, ma in parte la sgomentavano, essendo essa affezionatissima alla famiglia.

Sicché quando la mattina del 6 dicembre essa ricevè, per mezzo di un fìdatissimo del Cicognara stesso, un biglietto in cui intimavasi a Carlo Emanuele IV, in nome della Francia, di abdicare senza più, o sarebbe trucidato con tutta la famiglia, promettendosi a lei ogni vantaggio, se avesse procurato di condurlo a quell’atto, indignata dall’ingiuriosa proposta, e presa da terrore per le minaccie, senza stare troppo a riflettere, così in abito succinto come era, ed a piedi, corse al palazzo Reale e lo mostrò al Re, riunito in quel momento a Consiglio privato. Fattane lettura, si deliberò di non cedere alle minaccie, fino a che il resistere non fosse impossibile, e intanto la condotta della principessa fu disapprovata.

Pur troppo la vecchia monarchia Sabauda rantolava sotto i colpi sanguinosi della rivoluzione; ma come la fenice che rinasce dalle sue ceneri, mentre Carlo Emanuele IV vedeva sfuggirsi il potere, e nel dicembre 1798 era costretto ad abdicare, era già nato colui nel quale doveva trasfondersi rinnovellata l’anima della vecchia dinastia, e perpetuarne il genio avventuroso. Carlo Alberto, il primogenito di Carlo Ema[p. 382 modifica]nuele di Carignano e di Cristina Albertina, era nato il 2 ottobre 1798. Così, mentre i cannoni francesi rivolti contro Torino strappavano al Re quella lamentevole abdicazione, il fanciullino vagiva e si agitava nella sua culla, e mentre il ramo primogenito andavasene lacrimoso da Torino, Carlo Emanuele di Carignano faceva adesione al nuovo ordine di cose.

Ma ai rivoluzionari che non si contentavano dell’onesto, lo slancio del principe, e quello più ardito della moglie, la cui indole indipendente la portava ad appoggiare accentuatamente le tendenze democratiche del marito, parvero una stonatura, ed essi furono ben presto presi in sospetto di tradimento. Vacillando poi sempre più l’edifìzio repubblicano, colla fortuna delle armi francesi, Carlo Emanuele di Carignano fu designato fra gli ostaggi da deportarsi in Francia, ed egli, che non aveva seguito la famiglia Reale nell’esilio, il 2 maggio 1799 dovè partirsene colla moglie e il figliuoletto da Torino, e andarsene relegato a Chaillot presso Parigi, dove fu loro dato godere una libertà relativa. Colà s’incontrarono con gli altri esuli piemontesi; e di quella libertà vuoisi che Carlo Emanuele abusasse fisicamente e moralmente. Quello che veramente risulta si è che il Re Carlo Emanuele IV, desideroso di vedere il suo parente, e più ancora il principino, presunto erede, fuori da quell’ambiente di corruzione, aveva fatto pratiche con la famiglia Reale di Sassonia, perchè il principe potesse colà stabilirsi con la famiglia, e già egli stava per partire a quella volta, al[p. 383 modifica]lorchè un attacco di paralisi lo colse, e lo uccise in breve il 16 agosto 1800.

La principessa rimasta vedova, con Carlo Alberto di due anni, ed una bambina, Maria Elisabetta, di pochi mesi, essendo nata il 13 aprile 1800, trovavasi in quanto a mezzi nella situazione più deplorevole. Fortunatamente essa incontrò un amico, nella folla d’indifferenti che li guardava ben da lungi, perchè la loro stella erasi offuscata, e questo fu il conte Alessandro di Saluzzo, un lontano parente, che fu prodigo a lei di ogni premura, si fece tutore dei bambini, e intentò causa al governo francese per la restituzione dei beni confiscati ai suoi pupilli; e allora Albertina, riprendendo il progetto interrotto dalla morte di suo marito, andò coi figliuoletti a stabilirsi a Lipsia, tenendovi una vita esemplarissima, divisa fra l’educazione dei figli e la favorita lettura, divertimento questo che non sacrificava se non per la conversazione dei letterati, come le accadeva di fare nel suo soggiorno a Torino, durante il quale aveva voluto conoscere tutti quelli che colà vivevano, o vi soggiornavano temporariamente.

Albertina aveva studiato con passione l’italiano col professore Molineri, e si era specialmente innamorata dell’Ossian del Cesarotti, avendo essa molta tendenza al fantastico. Con ciò è facile credere quanto la soggezione e l’etichetta le fossero gravose, e come si sentisse felice nell’oscurità di quella vita. Ma Lipsia, col suo attivo commercio, non le offriva il ritiro tranquillo [p. 384 modifica]che ella sognava, e le troppo frequenti visite delle zie, che a lei sapevano di spionaggio, riuscivano insopportabili a quell’indole focosa ed altera, sicché, colto il primo pretesto, di provvedere agli interessi dei figliuoli, minacciati dai parenti dell’altro ramo Carignano, lasciò nel 1803 quella città, e tornò a Parigi, alternando da allora il suo soggiorno nella romorosa metropoli, e la solitaria Ginevra, ove a suo tempo mise in collegio il figlio. Ma intanto in famiglia e dal labbro di lei, amantissima della Polonia, patria di sua madre, e dei polacchi che amò con entusiasmo, ed alla sorte dei quali tanto s’interessò, Carlo Alberto apprendeva e comprendeva il valore delle parole libertà e indipendenza, e ne faceva tesoro per l’avvenire.

Ad onta delle premure, delle pressioni, delle calde raccomandazioni, con cui Albertina cercava far rendere giustizia ai suoi figli circa i beni paterni, soltanto nel 1810 la buona grazia imperiale si rivolse in favore di Carlo Alberto, che fu così ben provvisto di mezzi. Certi maligni, che hanno odiata sempre la principessa, dissero allora che ciò era avvenuto perchè essa era piaciuta all’Imperatore Napoleone I, il quale voleva rimaritarla a qualcuno della sua famiglia. Oltre che tale parentado sarebbe stato contrarissimo ai gusti e alle tendenze di lei, è giusto proclamare che Cristina Albertina, ad onta di qualche stonatura di contegno, perdonabile al suo carattere e alla sua educazione, fu, e si mantenne sempre, esemplarmente onesta. Essa fantasticava anzi di un certo inafferrabile sogno che ba[p. 385 modifica]stava a preservarla dalle volgari tentazioni della vita, e sempre più si assorbiva nelle sue astruse letture. Dalle acque di Saint-Sauveur, in quell’anno, scriveva ad un amico, che stava rileggendo il suo preferito Ossian, e diceva: «L’Ossian compendia tutto il mio piacere. Questi pensieri sono così eguali ai miei, che non mi posso liberare dalle stesse visioni. E non tarderò, se rimango ancora per qualche tempo in questa solitudine, a diventare ancora più fantastica.»

E lo provò ben presto, col rimaritarsi al visconte Giulio Massimiliano Thibaud di Montléart, appena auditore al Consiglio di Stato. Ei la sposò per ambizione dell’alto parentado, ma la cosa per allora gli riuscì una delusione, poiché tale matrimonio spiacque assaissimo alla Corte di Dresda, e più a quella di Sardegna; anche perchè la madre di lui era stata dama di palazzo della contessa di Provenza, sorella del Re; perciò quel matrimonio non fu per allora pubblicato.

Le speciali condizioni della famiglia di Carignano e l’esilio dei Savoia, aveva reso impossibile fino allora al Re di Sardegna di ritirare presso di se Carlo Alberto, divenuto l’unico giovine rampollo della famiglia; ma il desiderio di Vittorio Emanuele I era ornai quello, diviso anche dalla principessa Albertina, lusingata dal pensiero di vedere il figlio al posto che infine gli spettava. La Restaurazione venne in buon punto per sistemare la cosa. Radunatosi nel 1814 a Parigi il Congresso delle potenze alleate, la Principessa di Carignano pregò il rappresentante del Re di Sarde[p. 386 modifica]gna a volere interessarsi perchè fosse restituito l’appannaggio a suo figlio. Quegli rispose che non spettava nè al Congresso nè a lui, ma che il principe stesso scrivesse direttamente al Re, pregandolo a fargli conoscere le sue intenzioni al di lui riguardo. E allora Vittorio Emanuele, comprendendo che tutto il Piemonte considerava il giovinetto come suo erede, lo invitò ad andare a Torino, ove lo accolse amorevolmente, e gli si affezionò assai, spiacendogli solo le idee liberali di cui l’aveva imbevuto l’educazione materna (idee però che dovevano poi essere la fortuna d’Italia), e deliberato a trattenerlo oramai per sempre al suo fianco, pensò a ritirare seco anche la di lui sorella.

A questa notizia, recatale dall’ambasciatore del Re in Francia, Cristina Albertina che da qualche tempo era cagionevole di salute, e minacciata di etisia, scoppiò in pianto, però con parola accorta e temperata, non creduta possibile al suo focoso carattere, rispose:

— Sono dolente che S. M. abbia potuto credere per un momento ch’io non abbia per Essa tutti quei sentimenti che devo avere, e non nutra la volontà di compiacerlo sempre. E sono sensibilissima per la bontà da lui dimostrata a mio figlio, e per quella che si dispone ad avere per la figliuola; ma chiedendomi il maggior sacrifizio che si possa imporre ad una madre, desidererei che si mostrasse qualche riguardo anche per questa, lusingando un poco il suo amor proprio, ed evitando, nel tempo stesso, tutto ciò che potrebbe umiliarla, e ricadere da lei sui figli, che ne porterebbero [p. 387 modifica]la pena. So che il posto di mia figlia è presso S. M., ma io gli chiedo due grazie: Prima, di attendere l’arrivo della Regina, a volerla, perchè sotto la protezione della quale soltanto mi sembra che una giovinetta principessa debba esser posta, eppoi perchè sarebbe facile che il Re, o per andare appunto a prendere la Regina, o per recarsi a Vienna, o per qualunque altro caso, dovesse lasciare il Piemonte, ove mia figlia si troverebbe sola, isolata, senza nessuna parente che potesse vegliare su lei, sebbene abbia la più gran fiducia delle persone a cui egli potrebbe affidarla. Seconda: Arrivata la Regina, chiedo di condurle io stessa mia figlia, e di non separarmene fino al momento in cui ella possa occuparsene: la decenza per una giovinetta, i riguardi per una madre e per la Casa di Savoia stessa, devono farmi sperare che il Re, la cui bontà è conosciuta, si degnerà approvare queste modificazioni, facendomi una grazia che ricadrà principalmente sui miei figli e sulla famiglia di cui ho l’onore di far parte.

Il Re, sul primo, non sembrava disposto a cedere, e benché riconoscesse giuste le espressioni della Principessa, e temesse violentandola qualche sua scappata, pure insisteva per avere la giovinetta a Torino. Pel momento però attese il ritorno della Regina. Intanto, queste emozioni e queste incertezze furono un terribile colpo per Cristina Albertina, la cui salute, come ho detto, non era florida, ed una fiera malattia mise in pericolo i suoi giorni. Più che al figlio, alla separazione dal quale ella era da lungo tempo preparata, essa era [p. 388 modifica]attaccatissima a questa fanciulla, e ciò fece riflettere assai Vittorio Emanuele, tanto più che, entrata la Principessa in convalescenza, la sola lettura di un articolo di un giornale che annunziava il ritorno a Torino di Maria Teresa, le cagionò una pericolosa ricaduta. Allora fu pensato di venire ad un temperamento, che serbando a lei i dovuti riguardi, offrisse alla figliuola un’educazione ed un collocamento convenienti alla sua nascita e alla sua posizione.

Così si effettuò lo stabilirsi della madre e della figlia alla Corte di Dresda, con un tenore di vita non più da semplici private, ma col decoro e coll’etichetta convenienti alla famiglia del futuro Re di Piemonte. Fu questo un sacrifizio che Cristina Albertina compiè per sua figlia, e non fu il solo, perchè Vittorio Emanuele la teneva a catena, e sempre doveva chiedere il permesso a lui quando voleva fare un viaggio! Però l’accoglienza ricevuta questa volta a Dresda la calmò, poiché tutta la famiglia e la Corte la trattarono con amorevole delicatezza, di cui rimase contenta e incantata. Ciò avveniva nel 1815, e di là la Principessa scriveva al suo antico maestro, col quale era sempre rimasta in corrispondenza: «Sono qui con mia figlia, carezzata, accolta dall’amicizia di tutta la mia famiglia».

Però essa pensava, a sbalzi, anche a suo figlio, e già occupavasi per ammogliarlo con una principessa di Sassonia, allorché quegli le fece sapere che la moglie voleva scegliersela a suo piacimento. Quella ri[p. 389 modifica]sposta di un figlio che lei ben conosceva, e che molto le rassomigliava in certe stranezze di carattere, la misero in pace su tale proposito; e senza più pensarvi sopra lo rivide poi con viva gioia allorché, sapendola ammalata, ei si recò, poco dopo il suo matrimonio con Maria Teresa di Toscana, solo, a Dresda, per visitarla.

Ristabilita in salute, assodata la sua fortuna, e regolata la sua posizione, la principessa di Carignano pensò allora al collocamento di sua figlia, che non aveva, in proposito, le idee assolutorie del fratello. Elisabetta era bellissima come la nonna materna, soltanto era troppo alta per una donna, ma aveva un magnifico personale. Non era però cosa facile trovare per questa fanciulla un marito che avesse i voti di tutti i parenti, e tutte le prerogative da essi richieste. Albertina aveva posto un occhio soltanto sull’arciduca Ranieri, Viceré di Lombardia, quando Elisabetta venne chiesta direttamente dal Re di Wurtemberg. Il cuore di Cristina Albertina esultò a tale alto collocamento che si presentava alla figlia, ma il matrimonio spiaceva a Torino perchè lo sposo era protestante, spiaceva a Vienna perchè esso era parente della Casa di Russia, di cui non si voleva l’influenza in Italia, e si favorì invece quello coll’Arciduca, inviso alle popolazioni italiane e specialmente manipolato dall’Austria, con la quale Vittorio Emanuele I era imparentato. E ciò con gran dolore e stizza di Cristina Albertina, e con ripugnanza assoluta di Carlo Alberto.

La cerimonia ebbe luogo a Praga, presente l’Impe[p. 390 modifica]ratore, fratello dello sposo (uomo questi piuttosto maturo), e l’Imperatrice, e senza nessuna procura, giacché la principessa di Carignano e la sposina, invitate dall’Imperatore, vi si recarono personalmente. La benedizione nuziale fu impartita alla nuova coppia il 28 maggio 1820, e la soddisfazione della Principessa per la sistemazione della figlia, veniva seconda alla gioia a lei procurata due mesi avanti dalla nascita del suo nipotino, il figlio di suo figlio, Vittorio Emanuele II, che forse più del padre, ritrasse da lei quella naturale disinvoltura, e quell’ostracismo per ogni ridicola etichetta, che dovevano distinguere la cara e simpatica figura del primo Re d’Italia.

Dopo il matrimonio della figliuola, e certo per influenza di lei, Cristina Albertina potè finalmente avere la soddisfazione di vedere il suo secondo marito fatto principe di Montléart, dall’Austria, nel 1822, e così il di lei matrimonio venne dichiarato e riconosciuto.

D’allora e fino al 1849 ella si ritrasse a vivere più specialmente a Vienna, ma nell’agosto di quell’anno, dopo la morte del figlio esule ad Oporto, essa si recò a Torino, e si stabilì a Moncalieri presso la nuora. Quivi la madre e la moglie del primo martire del risorgimento italico confusero insieme lacrime e sospiri, unite nell’affetto pel caro perduto, esse così dissimili nel carattere e nelle idee.

Ma l’età e le sventure avevano oramai abbattuta quell’energica natura, ed un giorno dell’ottobre, recandosi Cristina Albertina a Superga, dove era stata tra[p. 391 modifica]sportata la salma di suo figlio, sola con un servo, nel più stretto lutto, discesa a pregare sulla tomba lacrimata, vi cadde sopra svenuta e con gran fatica si potè farla ritornare in sensi e trasportare a Moncalieri.

Due anni appresso, il 24 novembre 1851, essa si ricongiungeva a quel figlio, la cui perdita tanto l’aveva scossa ed abbattuta.