Le nostre fanciulle/Parte Prima/L'amore della campagna

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L'amore della campagna

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Parte Prima - Serenità Parte Seconda
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L’AMORE DELLA CAMPAGNA

Quando arriva la primavera, alle prime foglioline che spuntano, al primo soffio d’aria tiepida, noi siamo prese da una smania infantile di verde. Il giorno in cui si ripone il manicotto per portare il parasole, camminiamo con una certa baldanza, quasi avessimo spiegata la vela ed il vento ci spingesse all’aperto, verso i giardini, verso le piazze dove ci sono alberi ed aiuole: e ce ne ritorniamo col mazzolino di violette comperato dalla bambina sudicia, dai piedi scalzi, che veniva proprio dalla campagna, lì fuor dei sobborghi. Ai primi caldi, quando su gli angoli delle strade le rose si vendono a panieri e sui terrazzi rimettiamo i tendoni, la nostalgia del verde segna sui nostri visi un’inquietudine malinconica.

Si direbbe che siamo creature nate in campagna e che ogni giorno dell’anno aspiriamo [p. 86 modifica]a tornarvi. I ragazzi fanno gli esami, le scuole si chiudono, i mariti — quelli che lo possono — si pigliano la loro vacanza e tutti prendono il volo, finalmente!

Chi mai al giorno d’oggi non va in campagna?

Una maestra, l’ottobre scorso, all’apertura delle scuole, domandò ai suoi scolarini:

— Chi di voi è stato in campagna? — Tutti alzarono la mano. Un bambino, figlio di operai, disse:

— Io sono stato quindici giorni a Greco! — che è a dieci minuti fuori di porta. E un’altro: — Io sono stato un mese al Cimitero! — Perchè il suo nonno n’è guardiano. E un terzo: — Io sono stato una settimana sul Corso, dal mio zio calzolaio! —

Vedete dunque che non c’è più alcuno che non vada in campagna, o almeno non abbia l’illusione d’andarvi...

Ogni alberghetto, ogni quartierino a un miglio dalla città ha la sua famigliola pigiata, che si delizia della campagna fra mosche e pulci, passeggiando sulle larghe strade accecanti di sole e di polvere. Oh, il divertimento di [p. 87 modifica]tornarsene a casa sfigurati dal caldo, molli di sudore, colle giacchette sul braccio, i colletti sbottonati, coi cappelli e le scarpe bianche come quelle dei mugnai! Questo si chiama sudare!

Tutti i malanni se ne vanno fuori dei pori, capite? Altro che bagni a vapore!

Un giorno dell’estate passata, ero in montagna e leggevo all’ombra di un magnifico bosco di castagni, quando fui disturbata dall’apparizione di uno strano alpinista. Indossava un largo e lucido impermeabile, sebbene a parecchi giorni di pioggia fosse succeduto il più splendido sereno; e le sue tasche erano così rigonfie da parer due sacchi appesi ai fianchi.

Era fermo con aria risoluta, un piede avanti: poi afferrò un binoccolo da teatro e si mise a guardare... Io chiusi il libro e mi rizzai: quelle due lenti s’erano puntate su me, almeno mi parve, e mi sentii tutta scossa da un brivido d’imbarazzo.

— C’è! — esclamò ad un tratto con un vocione rauco; e quello strano uomo s’arrampicò vivamente in su, verso di me, col suo nero impermeabile svolazzante che gli dava un’aria tragica. [p. 88 modifica]

Io indietreggiai. — Scusi, signora, ma c’è! — E l’uomo si chinò, s’allungò, e strappò, fra mezzo all’erica ed alle foglie secche che coprivano la terra, un grosso fungo. Io non potei trattenere un sorriso.

— Lei ride, signora! ride, è vero? — esclamò col suo vocione sempre più rauco, ma negli occhi scuri un lampo ridente che mi tranquillò.

— Vede, io mi godo la campagna davvero! sempre a caccia, vado. Senza fucile, intendiamoci, perchè non so tirare ed anche perchè ho il cuore tenero e far male ad una bestia mi mette sossopra le viscere. Ma vado a caccia di fragole, quand’è il tempo delle fragolette selvatiche; di more, quand’è il tempo delle more, ed ora di funghi. — E mi mostrò le tasche piene.

— Mia moglie, a casa, seguita tutto il giorno a far conserve, far seccar frutta e pelar funghi. La sera io l’aiuto; non abbiamo figlioli e in qualche modo bisogna bene impiegare il tempo. Se vedesse! come soldatini li metto là sul terrazzo. E’ un gusto vederli, gliel’assicuro.

— Scusi, — dissi — va a cercar funghi col [p. 89 modifica]cannocchiale?

— Certo, signora. Per non essere ingannato. Vede, io camminavo per delle ore. Si sa, le passioni sono passioni: vedessi un biglietto da cinque lire lì sull’erba, non mi darebbe il piacere che mi dà lo scorgervi a un tratto un fungo. Io andavo dunque, su, giù, come una capra, per certi posti che a pensarci dopo... basta! Finalmente ecco, lassù, non c’era dubbio, un fungo, e che fungo! presto, m’attacco ai rami, mi trascino, soffio, sudo e su! a momenti ci arrivo: ci sono! Corpo d’una saetta! il fungo non è fungo: è una foglia secca di castagno appoggiata con aria vezzosa su un’altra foglia ritta. Ah sì? Aspetta che te la faccio! mi porto il mio bravo cannocchiale e non c’è burla che tenga! tiro, guardo... Sei o no, un fungo? E’ un fungo. Su, coraggio, e non si sbaglia più... Oh, ma guardi, signora, come trovano ancora modo di burlarmi... Veda un po’, proprio qua, sotto il mio piede ne ho uno! Oh, pezzo d’asino! non potevi dirmi: guarda che son qua? — E lo raccolse delicatamente, tutto schiacciato, e se lo ripose in una tasca a parte, come se fosse una bestiola ferita. [p. 90 modifica]

—Ma, perdoni, che ne fa di tanti funghi?

— Gliel’ho detto: li faccio seccare. Ne ho già riempito un sacco. Capisce bene: s’arriva in città, viene un parente a trovarvi, se ne piglia tre, quattro manciate, se ne fa un cartoccio: «To’, sono i funghi della mia campagna! li ho proprio colti io, li abbiamo fatti seccare noi», si sa, è una cosa che fa piacere a lui e a me. —

Prima di lasciarmi, si credette in dovere di dirmi ch’era stato un negoziante all’ingrosso, e che ora lui e sua moglie si godevano i loro guadagni, e passavano quattro mesi all’anno nella loro villetta di montagna.

Ogni tanto io penso a quella donna, occupata per quattro mesi a sbucciare e seccar frutta e funghi, e rido di quello strano modo di goder la campagna. Ma posseder la villetta! qual’è quel bottegaio arricchito che non si lascia prendere dall’ambizione della villetta? Non v’è oste o salumaio, macellaio o sarto che, fatti denari, non si comperi o non si fabbrichi la villa, sui laghi o in collina.

Tutta gente che va a goder la campagna, ma non l’ama. [p. 91 modifica]

Siamo noi che l’amiamo? Forse. Noi vi arriviamo con le narici dilatate per aspirarne gli odori girando gli occhi su tutti gli alberi, e risalutiamo ogni cespuglio con un senso di commozione.

Oh, il delirio di felicità di quando eravamo bambine! Come subito si girava tutta la casa, dal granaio al torchio, dall’orto alla vigna: con che cordialità risalutavamo contadini, bestie e cose! La sera ci si addormentava felici coi pugni chiusi e ci si risvegliava il mattino con un grido di piacevole sorpresa ritrovandoci in campagna.

Anche ora, il primo mattino in campagna è delizioso, non è vero? Risentir scricchiolare i sassolini del viale sotto i nostri piedi, riveder l’ombra verde, aspirare i profumi dei tigli e riudire il gorgheggiar del capinero su nel folto degli alberi!

Mamme e signorine inaugurano beate la loro vacanza godendosi il fresco delle ampie stanze, dove ci son pochi gingilli da spolverare, grandi vasi in cui poter mettere i fiori a bracciate; cominciando ricami all’ombra del giardino, nei lunghi pomeriggi, cullate dal [p. 92 modifica]monotono frinire delle cicale.

La campagna per molti finisce però spesso al muricciolo del giardino. I campi di là dalla siepe della strada, questi antipatici campi inquadrati dalle varie coltivazioni non esistono per essi. Lì si lavora, lì si lotta, lì vive gente che ci procura il pane quotidiano, ma noi donne non ce ne interessiamo; noi visitiamo con un certo piacere un’officina, sorprese di veder lavorare le macchine, noi guardiamo con pietoso interesse gli operai; e quanto ci fa pensare, quasi fosse un essere vivente malato, una macchina arrestata improvvisamente da un guasto! Ma un campo di grano dalle foglie abbruciate dal brusore, ma una vite insecchita dalla peronospora, ma un oliveto guastato dalla mosca olearia, ma un prato invaso dalla gramigna, ma un gelso rovinato dalla brina non destano nessun’eco pietosa nel nostro cuore. Molte signore e signorine vanno al letto delle loro contadine malate e mandano brodo e vino alle puerpere, e prima di rientrare in città fanno il giro delle stalle a salutare i loro contadini, attraversando coraggiosamente i cortili nei quali corre l’acqua fetida che si porta via [p. 93 modifica]il sugo dei letamai e la spazzatura di sull’uscio delle stalle... Ma poi il nostro amore della campagna non arriva fino al punto di farci accorte ch’è nostro dovere di portare in una stanza più igienica quella famiglia annidata colle mucche e col maiale. Noi tratteniamo il respiro mente visitiamo un malato, ma di rado abbiamo il coraggio di spalancar le finestre. Noi sappiamo che gli uomini e i ragazzi che non vanno più a scuola, l’inverno fanno una vita da talpe lavorando poco e annoiandosi e dormendo molto, ma non pensiamo a iniziar nel paese qualche piccola industria che li tenga occupati e dia loro un po’ di guadagno nella stagione morta.

Noi pensiamo che i contadini sono in fondo gente felice, indipendente, che vive bene e non ha esigenze; che ha la fortuna di stare all’aperto e non sa star pulita. Noi mandiamo ad essi le nostre calze vecchie, i giubbini di lana peri bimbi; recitiamo e balliamo se occorre per fondar l’asilo infantile, ma occuparci veramente, seriamente, della loro educazione, sorvegliare che nelle scuole si dia un insegnamento pratico, sradicare i loro [p. 94 modifica]pregiudizi, procurare il modo di guadagnare nei lunghi mesi dell’inverno, questa è opera di poche donne, che appaiono agli occhi del pubblico delle innovatrici.

Così è: manca nella donna italiana l’amore della campagna per la campagna, essa è semplicemente un lusso per noi, il divertimento dei mesi di vacanza. Vengono le giornate piovose, le rose si sfogliano, fioriscono i crisantemi e le fanciulle cominciano — oh lo ricordo, sapete! — cominciano a guardare malinconicamente fuori dei vetri, alle foglie secche turbinate dal vento e s’avviluppano le spalle nello scialletto di lana, prese da un brivido profondo, molto più morale che fisico.

Il di fuori ha una così grande influenza su noi! È un bisogno della nostra natura l’allegria delle giornate serene, del verde, delle folate di vento tiepido. Nel nord, dove le giornate splendide sono l’eccezione, ci si fa un’abitudine del tempo piovoso e nebbioso, delle settimane bloccate dalla neve, e si sa vivere ed esser felici senza guardar fuori, al cielo. Noi abbiamo invece l’intolleranza delle nuvole, e tutto l’accompagnamento di un tempo [p. 95 modifica]melanconconico ci dà un senso d’uggia, un cattivo umore che soltanto il dovere di non lasciarsene sopraffare ci aiuta a vincere.

La campagna spoglia, gli alberi secchi, i giorni piovosi coi carrettieri imbacuccati e infangati, i cavalli stracchi e fumanti che tirano enormi barrocci sulle strade inghiaiate, i rossi ombrelli sgangherati e gocciolanti, non hanno poesia per noi. Il novembre ci fa anelare alla città colla stessa impazienza colla quale abbiamo anelato alla campagna nella primavera.

Ciò che soprattutto fa rabbrividire le fanciulle è il diradarsi di amiche e parenti, il pensare all’isolamento a cui le condannerebbe la neve. Certo, ne hanno colpa le nostre ville fatte per l’estate con le ampie stanze senza stufe, coi terrazzi e i portici aperti. Ne hanno colpa la scarsità e l’incomodità delle comunicazioni coi grandi centri, e i viaggi costosi che rendono impossibile l’andirivieni dei ragazzi dalle ville alle scuole di città e quello degli amici che vengono a visitarci. Lo stabilirsi in campagna è infatti da noi spesso sinonimo di ammuffire e fossilizzarsi; vuoi dire perdere a poco a poco conoscenze simpatiche e non essere più al [p. 96 modifica]corrente delle abitudini cittadine. Forse tutto questo ci apparirebbe meno grave se si avessero in campagna abitudini campagnole; Se, come in città ci dilettiamo di tutto quello che accade intorno: dei concerti, delle conferenze, delle esposizioni, delle feste, qui ci si occupasse della coltivazione dei bachi, così interessante, della semina, della mietitura, della vendemmia, delle scuole, dell’orto, del pollaio, dei fiori. Ma in Italia manca pur troppo la signora campagnola, vale a dire la persona istruita che sorvegli con l’intelligenza, che veda col cuore, che trovi nuove risorse e studi innovazioni, e arrivi là dove il marito occupato di altre cose, o delle faccende più importanti dell’agricoltura, non arriva anche volendo.

Che io sappia nessuna signorina ancora in Italia frequenta le scuole superiori d’agricoltura. Eppure pensiamo che bello, attraente, utile studio e adatto alle abitudini femminili sia questo più di molti altri che obbligano poi le fanciulle a una vita sedentaria fuor della loro casa a contatto continuo di soli uomini.

E per signorine che hanno il babbo che possiede o dirige campagne, e quindi probabilità [p. 97 modifica]di sposare un proprietario o un affittuario campagnolo, quale dote sarebbe un’istruzione agricola!

I collegi delle città dell’alta e media Italia sono ormai frequentati soltanto dalle figliole di agiate famiglie di campagna le quali ne escono generalmente con una visione di eleganze e di svaghi non mai sognati nell’infanzia e con un’istruzione superficiale che rende poi loro insopportabile l’isolamento nella campagna ove ritornano.

Nei primi mesi, questa fanciulla che sa suonare, il cui disegno o l’acquerello fatto in collegio è esposto nel salotto, questa signorina che sa vestirsi bene e incipriarsi con arte, dà delle compiacenze non tutte fini e nobili, al babbo, il quale se la porta fiero, in calesse quando se ne va ai mercati nelle piccole città o nelle borgate all’intorno. E la figliuola gode nei primi tempi di questi suoi piccoli trionfi, e della libertà e di non aver l’uggia degli studi; ma a poco a poco come si fa oziosa, vuota e scolorita la sua giornata, e come intristisce il fiore tutto fresco e fragrante arrivato poco prima dalla città! Che si fa dunque nella vita quando [p. 98 modifica]si ha vent’anni?

Si aspetta un maritino. Anche babbo e mamma cominciano a pensarci: «Già, le figliole non sono per noi: il loro destino è di andarsene». E fanno la rivista di tutti i conoscenti dei dintorni che hanno in casa un giovanotto. Ma come arriccia il naso la signorina! «O Dio, un Campagnolo!». Ella non intravvede possibilità d’esser felice che in una città. Ma le trattative s’iniziano. Oh, i tristi matrimoni combinati fra due che si videro appena! quali tragedie si preparano spesso in quelle allegre, rumorose e ricche feste di nozze da cui una fanciulla, che del mondo non conobbe che il collegio, e le vie splendenti di negozi eleganti nelle quali passeggiava una volta la settimana, va tutta spensierata e gaia incontro all’amore e alla vita!

Che cosa porta essa nella sua nuova casa a un compagno lavoratore, o allo spensierato che avrebbe tanto maggior bisogno di una donnina assennata? Capirà ella che cosa sacra e grande sia la maternità che le si prepara? Noi vediamo ogni giorno quante vanità, quante esigenze, quali malumori, quali scandali nelle case ove [p. 99 modifica]la sposa entra per trovarvi la libertà, gli svaghi, l’eleganza, non per compiere una missione sacra d’amore e di bene.

Le grandi città sono oggi invase da questi ricchi campagnoli presi dal disprezzo delle loro campagne, i quali vengono a far pompa, rumorosamente, del loro danaro e a spenderlo volgarmente. E la colpa è delle donne che non furono educate ad amare la terra, a comprendere la natura, a non apprezzare quella miniera di alte e simpatiche soddisfazioni che procura la campagna.

Una parte di colpa della scarsa produzione agricola dell’Italia in confronto delle altre nazioni, scrisse Aurelia Iosz, la valorosa fondatrice della prima scuola agraria femminile in Italia, è nell’inerzia delle donne campagnole, nella mancanza assoluta d’istruzione e d’educazione agraria.

Nella Prussia esistono 42 scuole agrarie femminili, frequentate da duemila alunne. Io non dimentico la commozione provata quando lessi il rapporto ufficiale tedesco più eloquente di qualunque discorso.

— Le scuole agrarie femminili mirano ad [p. 100 modifica]educare le figlie dei nostri coltivatori per modo che esercitino la pratica giustamente, e giustamente pensino e calcolino, e si facciano guidare dal retto giudizio nella loro missione. La donna non è solo la conservatrice dei beni che si possiedono e la educatrice dei bimbi; essa è anche chiamata ad adoperarsi perchè si aumenti la vitalità nell’azienda; essa ha perciò bisogno di un’istruzione bastevole, e di essere impratichita nel ben dirigere la cucina, la latteria, l’allevamento degli animali domestici, la pollicoltura, l’orticoltura.

Occorre poi soprattutto che l’educazione sia diretta a ben chiarire e determinare la missione sua futura, per guisa da farne, nei tempi difficili, una compagna fedele e una collaboratrice del suo uomo. Essa deve comprendere la necessità di sostenere materialmente e moralmente la posizione di questo».

Una compagna fedele e una collaboratrice del suo uomo! In queste parole così piane, vi è tutto un programma di educazione femminile nobilmente intesa, di lavoro gioioso, di sicura felicità.

Mi si risveglia un ricordo della mia [p. 101 modifica] giovinezza. Antonio Caccianiga, scrittore simpatico e appassionato agricoltore aveva scritto un articolo che fece a me, fanciulla, e alle mie sorelle una vivace e profonda impressione. Era, in fondo, l’apologia dei giovanotti laureati alla Scuola, allora nuova, di agronomia, e combatteva certe antipatie e certi pregiudizi, facendo un tal quadro della vita campagnola, di quei giovan scienziati in lotta colla filossera, col calcino, colle nebbie e coi geli; descriveva così caldo e gaio certo salottino nelle sere d’inverno, nell’ampia campagna coperta di neve, da far pensare che vita più simpatica e marito più ideale non era possibile trovare che nei campi e fra i laureati della Scuola d’agronomia.

Che fra gli agricoltori vi fossero uomini ideali, lo sapevo bene io. La mamma mi raccontava di un signore che a ventisett’anni, elegante e colto dottore in legge, passeggiando con suo padre, grande proprietario di terre lungo un sentiero fra i campi, credette di fargli cosa gradita ammirando il magnifico frumento che ondeggiava davanti a loro.

— Frumento! Ha il coraggio di chiamarlo [p. 102 modifica]frumento! ma è segale! —

Venti anni dopo quel giovane era uno dei più distinti agronomi di Lombardia e passeggiando con le sue figliole fra i campi, nelle serene e fredde giornate di novembre cercava dolcemente di far loro intravvedere quanto simpatico e interessante sarebbe stato un inverno in campagna. Una delle ragazze, la più vivace, gli si buttava contro il petto, alzando tutte e due le mani per chiudergli la bocca: «Ah, no! papà, papà! non dirlo! non dirlo!» e scoppiava in pianto mentre le sorelle ridevano e il babbo la stringeva sorridendo con una tenerezza indulgente. Si rammentava della sua gioventù? Certo quando confondeva il frumento con la segala, non avrebbe voluto passar l’inverno in campagna.

Passata la prima giovinezza piena di sogni, quella fanciulla comprese l’amore della campagna, e con che entusiasmo faceva per l’Italia Agricola i sunti delle conferenze che valenti professori, invitati dal babbo, venivano a tenere nella villa e nei dintorni! L’amicizia di un vecchio ed illustre professore d’agricoltura e di un giovane apprezzatissimo [p. 103 modifica]professore di chimica agraria, aiutarono a risvegliare in lei la curiosità di quella scienza così varia che si lega all’agricoltura. Come aveva già preordinato la sua vita, anche senza il laureato d’agronomia, nel grande studio di suo padre, pensando di mettersi seriamente a studiare tutto ciò che a lui interessava per poterlo aiutare nelle sue faccende!

Ma quando meno lo si aspetta, il sognato arriva... e quando si sogna un dottore in agronomia... arriva un artista. Se ciò non accadeva, vi sarebbe stata in Italia una Rivista per le Signorine di meno, e forse un Giornale d’agricoltura di più.

Ma la signorina fatta donna torna spesso col cuore alla campagna anche l’inverno, oggi più che mai pensa: «Oh, poter trasportare in campagna un po’ di questa attività così agglomerata nelle grandi città dove si muore d’anemia e ci si urta così duramente da provocare scintille livide di odio, di invidie, d’amarezze, di brutale egoismo».

Se si potesse trovar modo d’allargarsi, di far spazio, disperdendosi un poco nelle campagne, cercando in una vita più semplice, più [p. 104 modifica]libera, meno costosa, a contatto della natura quella pace che è quasi impossibile avere nella vita febbrile, affannata, strozzata della città! Quante questioni sociali ribollenti, quante tragiche situazioni famigliari, si scioglierebbero così, come un gonfio torrente ostruito da una frana, che trova finalmente un’uscita e s’acqueta dilagando in un nuovo più ampio letto!