Le paradosse (volgarizzamento anonimo)

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Marco Tullio _Cicerone

L Indice:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu Le paradosse Intestazione 12 dicembre 2017 25% Da definire

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DI MARCO TULLIO CICERONE

Spesse volte, o Bruto, io conobbi che quanto Catone, a te zio per madre, orava nel Senato, trattava luoghi gravi di filosofia, diversi dall'uso pubblico e della corte (1): e nientedimeno dicendo e’ conseguitava che quelle cose paressino al popolo ancora probabili. La quale cosa maggiore è a lui che a te o a me, perchè noi usiamo quella filosofia, la quale ha partorito la copia del dire, e nella quale si dicono quelle cose le quali non si differenziano dalla popolare opinione. Ma Catone, a mio parere stoico perfetto, tali sentenze ha, quali non sono approvate nel volgo; et è in quella elezione (2), la quale non segue alcuno fiore nel parlare, e non amplifica le ragioni, anzi con minute e piccole addimandite (3) e quasi punti dà in effetto quello che ha proposto. Ma niente è tanto incredibile, che dicendolo non si faccia probabile; niente è tanto aspro e rozzo, che pel parlare non risplenda e facciasi pu[p. 14 modifica]2 lito. La qual cosa conciò sia cosa che cosi io la stimassi, più arditamente l'ho fatta che colui, di chi io parlo. Imperocché Catone, come stoico, suole dire, aggiunti gli adornamenti della orazione, solamente della grandezza dell’animo, della continenza, della morte, d’ogni loda di virtù, degl’lddii immortali e della carità della patria. Ma io giocante in comuni argomenti ho allocato a te quelle medesime cose (4), le quali con difficoltà gli stoici appruovano nelle iscuole e nel loro ozio. Le quali perché ammirabili e fuori della opinione degli uomini da quello ancora paradosse sono chiamate, io ho voluto tentare, s’elle potessino essere date a luce et essere dette in modo ch’elle fussino approvate, o vero che più tosto altro fusse il parlare erudito et altro il populare: e per questo io più volentieri questi luoghi ho scrìtto, perchè questi che si chiamano paradosse, a me paiono essere secondo Socrate e verissime assai. Ricevi adunque la brieve et in queste piccole notti vegghiata operetta. Imperocché quel dono delle grandi vegghie apparì nel nome tuo, e gusterai il modo delle mie esercitazioni; le quali usare io soglio: conciò sia cosa che io trasferisco a questo mio modo del dire oratorio quelle cose, le quali nelle scuole chiamano positive (5). Ma da te io addimando che questa opera tu non publichi. Imperocché ella non è tale che quasi la Minerva di Fidia ella possa (6) essere allocata nel tempio: ma nientedimeno come se essa apparisse uscita della medesima bottega (7). [p. 15 modifica]PARADOSSO I.

Che quello che è onesto, quello sia il solo bene.

Io temo che ad alcuno di voi questo parlare non paia più tosto tratto dalle disputazioni degli Stoici che dal mio petto: nientedimeno io dirò il parere mio, e dirollo più brievemente che possa essere detta tanta cosa. Per Ercole io non mai stimai tra le cose buone e desiderabili le pecunie di costoro, né le case magnifiche, né l’abbondanze, né gl'imperii, né questi piaceri, da’ quali costoro sono massimamente legati: e spezialmente quando io vedessi, che gli uomini soprabondanti di tali cose desiderassino assai quelle cose, delle quali appresso a loro ne fusse grande copia. Imperocché la sete della cupidigia non mai si riempie o sazia: e non solamente gli uomini sono tormentati dalla voglia grande dello accrescere quelle cose, che essi hanno, ma ancora dalla paura del perderle. Nella qual cosa io sempre cerco la prudenza degli antichi nostri uomini continentissimi; i quali questi membri (1) della pecunia debili e commutabili stimavano dovere essere chiamati beni solo a parole: conciò sia cosa che alla pruova et a’ fatti molto altrimenti giudicassino (2). Or può essere bene ad alcuno tristo? o vero può alcuno nell’abbondanzia de’ beni essere altro che buono? Ma per certo noi veggiamo, che i tristi hanno ancora questi tali beni e che e’ nuocono a' buoni: per la quale cosa benché me dileggi chi vuole, nientedimeno di più pregio sarà appresso a me la vera ragione che l’opinione del volgo. [p. 16 modifica]4

E non mai io dirò colui avere perduto i beni, il quale arà perduto la pecunia o masserizie. Spesse volte io loderò quello Biante, come io penso, il quale è nel numero de’ sette savi; del quale conciò sia cosa che il nimico avesse presa la città piena di molte abbondanzie, e conciò sia cosa che tutti gli altri così si fuggissino, che molte delle loro abbondanzie se ne portavano (3), e benché esso fusse da alcuno ammonito, che esso come gli altri facesse, esso disse: Io lo fo, perché meco io porto tutte le cose mie. Colui non stimò essere sue queste cose» che sono giuochi della fortuna, le quali noi ancora chiamiamo beni. Domanderà adunque alcuno che sia bene? Se alcuna cosa è fatta rettamente e con onestà, et è con virtù, quella sola io stimo essere bene.

Ma queste cose possono parere senza esempli oscure: nientedimeno esse sono disputate leggiermente. Dalla vita e fatti di sommi uomini sono illuminate queste cose, le quali paiono a parole essere disputate più sottilemente che sia assai (4). Imperocchè io addimando da voi, se vi pare che coloro, i quali a noi hanno lasciato questa republica sì egregiamente fondata, avessino quella opinione o dell’oro o dell'ariento ad avarizia, o de' piacevoli luoghi a diletto, o di masserizie a dilicatezze, o di vivande a piaceri. Ponetevi innanzi agli occhi ciascuno de' re (5). Volete voi cominciare da Romulo? o volete, poiché la città fu libera, da coloro i quali la liberarono? Or con che gradi montò Romulo in cielo? Salse esso con questi, che costoro chiamano beni, o vero colle virtù et egregi fatti? Or che fece Numa Pompilio? Stimiamo noi che i suoi piattelli e’ vasi di terra [p. 17 modifica]5 fussino men grati agl’Iddii immortali, che le ricche e dilicate tazze degli altri? Io lascio a dietro tutti gli altri: imperocché tutti sono equali a loro, eccetto Tarquinio superbo. E se alcuno domandasse Bruto, quello che e' fece nel liberare la patria, e quello che aspettassino gli altri consapevoli del medesimo consiglio, e quello che poi acquistarono, or sarebbe alcuno, il quale paresse avere avuto in proposito o voluttà, o ricchezze, o alcuna altra cosa oltra l’ufficio dell’uomo forta e magno? Che cosa costrinse Quinto Mutio alla morte di Porsenna sanza speranza di sua salute? Che forza tenne Orazio Coclite solo nel ponte contro a tutto l’eserdito de' nimici? Che forza dette e mise il padre Decio et il figliuolo contro all’armate copie de' nimici? Che seguiva la continenzia di Gaio Fabrizio, o il povero vitto di Marco Curio? Che aspettavano i Gnei e Publii Scipioni, duo torre in battaglia: i quali noik dubitarono eb’j^ropri corpi irìterchiudene la impetuosa venuta de* Cartaginesi? Che Affricano maggiore? che il minore? che Catone tra’tempi di cosporo? che altri innumerabili? Imperocché noi soprabondiamo degli esempli de’nostri. Pensiamo noi che coloro stimassind che in questa vita fusse desiderato altro da loro, se non quello che laudabile fusse e paresse egregio? Vengano adunque coloro, che spregiano questo parlare e tale sentenzia, et essi giudichino se più tosto e’volessino essere simili o di costoro, i quali abbondano di case di marmo e d’avorio, e d’oro e di pitture e di sculture e di vasi d’oro e d’ariento; o di Gaio Fabrizio, il quale niente ebbe, niente volle avere di tali cose (s). E queste cose le quali or qua or la sono tra [p. 18 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/18 [p. 19 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/19 [p. 20 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/20 [p. 21 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/21 [p. 22 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/22 [p. 23 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/23 [p. 24 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/24 [p. 25 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/25 [p. 26 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/26 [p. 27 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/27 [p. 28 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/28 [p. 29 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/29 [p. 30 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/30 [p. 31 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/31 [p. 32 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/32 [p. 33 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/33 [p. 34 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/34 [p. 35 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/35 [p. 36 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/36 [p. 37 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/37 [p. 38 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/38 [p. 39 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/39 [p. 40 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/40 [p. 41 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/41 [p. 42 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/42 [p. 43 modifica]31 innumerabili cupidigie, in quanto brieve tempo potrebhono queste cose consumare grandissime ricchezze? Or quando chiamerò io costui ricco, quando esso medesimo cognosce se esso è bisognoso.

(5) Il testo latino delle moderne edizioni reca qui: de re loquar: ma il trecentista si avvenne ad un’antico manoscritto, che porgeva: de te loquar. Nondimeno la lezione moderna de re loquar debbe mettersi avanti all’antica: imperocché qui si parla di roba.

(6) Il latino: Haec profecto, quae sunt summarum virtutum, pluris aestimanda sunt, quam illa, quae sunt pecuniae. Onde il buon trecentista debbe avere qui letto summitatum, o summitates virtutum.

(7) Gli spazii di marmo, sono il sola marmorea, cioè il luogo che è di mezzo tra l’una e l’altra parete della camera, ovvero il pavimento.

(8) Il latino: ex meo tenui vectigali, detractis sumtibus cupiditatis, aliquid etiam redundabit.

(9) Il codice vaticano quando reca la lezione di questo verbo abbondare con una sola b, quando con due.

(10) Il latino: habuit enim aediculas in Carinis et fundum in Labicano. Labicano prese il nome da Labico, vecchio paesello vicino al Tusculo. [p. 44 modifica] [p. 45 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/45 [p. 46 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/46 [p. 47 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/47 [p. 48 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/48 [p. 49 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/49 [p. 50 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/50 [p. 51 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/51 [p. 52 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/52 [p. 53 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/53 [p. 54 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/54 [p. 55 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/55 [p. 56 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/56 [p. 57 modifica]Pagina:Cicerone, Paradoxa (volg. it).djvu/57 [p. 58 modifica] [p. 59 modifica] [p. 60 modifica] [p. 61 modifica] [p. 62 modifica] [p. 63 modifica] [p. 64 modifica].■•!-^ [p. 65 modifica] [p. 66 modifica] [p. 67 modifica] [p. 68 modifica]