Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Benvenuto Garofalo e Girolamo da Carpi e altri lombardi

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Benvenuto Garofalo e Girolamo da Carpi e altri lombardi

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Bastiano detto Aristotile da San Gallo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Ridolfo, Davit e Benedetto Grillandai IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Bastiano detto Aristotile da San Gallo Ridolfo, Davit e Benedetto Grillandai
Girolamo da Carpi

VITA DI BENVENUTO GAROFALO E DI GIROLAMO DA CARPI PITTORI FERRARESI E D’ALTRI LOMBARDI

In questa parte delle Vite, che noi ora scriviamo, si farà brievemente un raccolto di tutti i migliori e più eccellenti pittori, scultori et architetti che sono stati a’ tempi nostri in Lombardia, dopo il Mantegna, il Costa, Boccaccino da Cremona et il Francia bolognese, non potendo fare la vita di ciascuno in particolare, e parendomi a bastanza raccontare l’opere loro; la qual cosa io non mi sarei messo a fare, né a dar di quelle giudizio se io non l’avessi prima vedute. E perché dall’anno 1542 insino a questo presente 1566 io non aveva, come già feci, scorsa quasi tutta l’Italia, né veduto le dette et altre opere, che in questo spazio di ventiquattro anni sono molto cresciute, io ho voluto, essendo quasi al fine di questa mia fatica, prima che io le scriva, vederle e con l’occhio farne giudizio. Per che, finite le già dette nozze dell’illustrissimo signor don Francesco Medici, prencipe di Fiorenza e di Siena, mio signore, e della serenissima reina Giovanna d’Austria, per le quali io era stato due anni occupatissimo nel palco della principale sala del loro palazzo, ho voluto senza perdonare a spesa o fatica veruna, rivedere Roma, la Toscana, parte della Marca, l’Umbria, la Romagna, la Lombardia e Vinezia, con tutto il suo dominio, per rivedere le cose vecchie e molte che sono state fatte dal detto anno 1542 in poi. Avendo io dunque fatto memoria delle cose più notabili e degne d’esser poste in iscrittura, per non far torto alla virtù di molti, né a quella sincera verità che si aspetta a coloro che scrivono istorie di qualunche maniera, senza passione d’animo verrò scrivendo quelle cose che in alcuna parte mancano alle già dette, senza partirmi dall’ordine della storia, e poi darò notizia dell’opere d’alcuni che ancora son vivi e che hanno cose eccellenti operato et operano, parendomi che così richieggia il merito di molti rari e nobili artefici. Cominciandomi dunque dai ferraresi, nacque Benvenuto Garofalo in Ferrara l’anno 1481 di Piero Tisi, i cui maggiori erano stati per origine padoani. Nacque, dico, di maniera inclinato alla pittura, che ancor piccolo fanciulletto, mentre andava alla scuola di leggere, non faceva altro che disegnare, dal quale esercizio, ancor che crescesse, il padre, che avea la pittura per una baia, di distorlo non fu mai possibile. Per che, veduto il padre che bisognava secondare la natura di questo suo figliuolo, il quale non faceva altro giorno e notte che disegnare, finalmente l’acconciò in Ferrara con Domenico Laneto, pittore in quel tempo di qualche nome, se bene avea la maniera secca e stentata; col quale Domenico, essendo stato Benvenuto alcun tempo, nell’andare una volta a Cremona gli venne veduto nella cappella maggiore del Duomo di quella città, fra l’altre cose di mano di Boccaccino Boccacci pittore cremonese, che avea lavorata quella tribuna a fresco, un Cristo, che sedendo in trono et in mezzo a quattro Santi, dà la benedizione. Per che, piaciutagli quell’opera, si acconciò, per mezzo d’alcuni amici, con esso Boccaccino, il quale allora lavorava nella medesima chiesa pur a fresco alcune storie della Madonna, come si è detto nella sua vita, a concorrenza di Altobello pittore, il quale lavorava nella medesima chiesa dirimpetto a Boccaccino alcune storie di Gesù Cristo, che sono molto belle e veramente degne di essere lodate. Essendo dunque Benvenuto stato due anni in Cremona et avendo molto acquistato sotto la disciplina di Boccaccino, se n’andò d’anni diciannove a Roma l’anno 1500, dove postosi con Giovanni Baldini pittor fiorentino, assai pratico, et il quale aveva molti bellissimi disegni di diversi maestri eccellenti, sopra quelli, quando tempo gl’avanzava e massimamente la notte, si andava continuamente esercitando. Dopo, essendo stato con costui quindici mesi et avendo veduto con molto suo piacere le cose di Roma, scorso che ebbe un pezzo per molti luoghi d’Italia, si condusse finalmente a Mantova, dove appresso Lorenzo Costa pittore stette due anni, servendolo con tanta amorevolezza, che colui per rimunerarlo lo acconciò in capo a due anni con Francesco Gonzaga marchese di Mantoa, col quale anco stava esso Lorenzo. Ma non vi fu stato molto Benvenuto, che amalando Piero suo padre in Ferrara, fu forzato tornarsene là, dove stette poi del continuo quattro anni lavorando molte cose da sé solo et alcune in compagnia de’ Dossi. Mandando poi l’anno 1505 per lui Messer Ieronimo Sagrato, gentiluomo ferrarese, il quale stava in Roma, Benvenuto vi tornò di bonissima voglia e massimamente per vedere i miracoli che si predicavano di Raffaello da Urbino e della cappella di Giulio stata dipinta dal Buonarroto. Ma giunto Benvenuto in Roma, restò quasi disperato, non che stupito nel vedere la grazia e la vivezza che avevano le pitture di Raffaello e la profondità del disegno di Michelagnolo, onde malediva le maniere di Lombardia e quella che avea con tanto studio e stento imparato in Mantoa, e volentieri, se avesse potuto, se ne sarebbe smorbato. Ma poi che altro non si poteva, si risolvé a volere disimparare e, dopo la perdita di tanti anni, di maestro divenire discepolo. Per che, cominciato a disegnare di quelle cose che erano migliori e più difficili, et a studiare con ogni possibile diligenza quelle maniere tanto lodate, non attese quasi ad altro per ispazio di due anni continui. Per lo che mutò in tanto la pratica e la maniera cattiva in buona, che n’era tenuto dagl’artefici conto; e, che fu più, tanto adoperò col sottomettersi e con ogni qualità d’amorevole ufficio, che divenne amico di Raffaello da Urbino, il quale, come gentilissimo e non ingrato, insegnò molte cose, aiutò e favorì sempre Benvenuto; il quale, se avesse seguitato la pratica di Roma, senz’alcun dubbio arebbe fatto cose degne del bell’ingegno suo. Ma perché fu costretto, non so per qual accidente, tornare alla patria, nel pigliare licenza da Raffaello gli promise, secondo che egli il consigliava, di tornare a Roma, dove l’assicurava Raffaello che gli darebbe più che non volesse da lavorare et in opere onorevoli. Arrivato dunque Benvenuto in Ferrara, assettato che egli ebbe le cose e spedito la bisogna che ve l’aveva fatto venire, si metteva in ordine per tornarsene a Roma, quando il signor Alfonso duca di Ferrara lo mise a lavorare nel castello, in compagnia d’altri pittori ferraresi, una cappelletta; la quale finita gli fu di nuovo interrotto il partirsi dalla molta cortesia di Messer Antonio Costabili, gentiluomo ferrarese di molta autorità, il quale gli diede a dipignere nella chiesa di Santo Andrea all’altar maggiore una tavola a olio. La quale finita, fu forzato farne un’altra in San Bertolo, convento de’ monaci cistercensi, nella quale fece l’adorazione de’ Magi, che fu bella e molto lodata. Dopo ne fece un’altra in Duomo piena di varie e molte figure, e due altre, che furono poste nella chiesa di Santo Spirito, in una delle quali è la Vergine in aria col Figliuolo in collo e di sotto alcun’altre figure, e nell’altra la Natività di Gesù Cristo. Nel fare delle quali opere, ricordandosi alcuna volta d’avere lasciato Roma, ne sentiva dolore estremo et era risoluto per ogni modo di tornarvi, quando sopravenendo la morte di Piero suo padre, gli fu rotto ogni disegno. Perciò che, trovandosi alle spalle una sorella da marito et un fratello di quattordici anni e le sue cose in disordine, fu forzato a posare l’animo et accomodarsi ad abitare la patria. E così, avendo partita la compagnia con i Dossi, i quali avevano insino allora con esso lui lavorato, dipinse da sé nella chiesa di San Francesco in una cappella la ressurezione di Lazzero, piena di varie e buone figure, colorita vagamente e con attitudini proprie e vivaci che molto gli furono comendate. In un’altra cappella della medesima chiesa dipinse l’uccisione de’ fanciulli innocenti fatti crudelmente morire da Erode, tanto bene e con sì fiere movenze de’ soldati e d’altre figure, che fu una maraviglia. Vi sono oltre ciò molto bene espressi nella varietà delle teste diversi affetti, come nelle madre e balie la paura, ne’ fanciulli la morte, negl’uccisori la crudeltà et altre cose molte che piacquero infinitamente; ma egli è ben vero che in facendo quest’opera, fece Benvenuto quello che insin allora non era mai stato usato in Lombardia: cioè fece modelli di terra per veder meglio l’ombre et i lumi e si servì d’un modello di figura fatto di legname, gangherato in modo che si snodava per tutte le bande et il quale accomodava a suo modo, con panni addosso et in varie attitudini. Ma quello che importa più, ritrasse dal vivo e naturale ogni minuzia, come quelli che conosceva la diritta essere imitare et osservare il naturale. Finì per la medesima chiesa la tavola d’una cappella, et in una facciata dipinse a fresco Cristo preso dalle turbe nell’orto. In S. Domenico della medesima città dipinse a olio due tavole: in una è il miracolo della croce e Santa Elena, e nell’altra è San Piero martire con buon numero di bellissime figure; et in questa pare che Benvenuto variasse assai dalla sua prima maniera, essendo più fiera e fatta con manco affettazione. Fece alle monache di S. Salvestro in una tavola Cristo che in sul monte ora al Padre mentre i tre Apostoli più abbasso si stanno dormendo. Alle monache di San Gabriello fece una Nunziata, et a quelle di Santo Antonio, nella tavola dell’altare maggiore, la Ressurezione di Cristo. Ai frati ingesuati, nella chiesa di San Girolamo all’altare maggiore, Gesù Cristo nel presepio con un coro d’Angeli in una nuvola, tenuto bellissimo. In Santa Maria del Vado è di mano del medesimo, in una tavola molto bene intesa e colorita, Cristo ascendente in cielo e gli Apostoli che lo stanno mirando; nella chiesa di San Giorgio, luogo fuor della città de’ monaci di Monte Oliveto, dipinse in una tavola a olio i Magi che adorano Cristo e gl’offeriscono mirra, incenso et oro. E questa è delle migliori opere che facesse costui in tutta sua vita, le quali tutte cose molto piacquero ai ferraresi e furono cagione che lavorò quadri per le case loro quasi senza numero e molti altri a’ monasterii e fuori della città, per le castella e ville all’intorno, e fra l’altre al Bondeno dipinse in una tavola la Ressurezione di Cristo. E finalmente lavorò a fresco nel refettorio di Santo Andrea, con bella e capricciosa invenzione, molte figure che accordano le cose del Vecchio Testamento col Nuovo; ma perché l’opere di costui furono infinite, basti avere favellato di queste, che sono le migliori. Avendo da Benvenuto avuto i primi principii della pittura Girolamo da Carpi, come si dirà nella sua vita, dipinsero insieme la facciata della casa de’ Muzzarelli nel borgo nuovo, parte di chiaro scuro, parte di colori, con alcune cose finte di bronzo; dipinsero parimente insieme fuori e dentro il palazzo di Copara, luogo da diporto del Duca di Ferrara, al quale signore fece molte altre cose Benvenuto e solo et in compagnia d’altri pittori. Essendo poi stato lungo tempo in proposito di non voler pigliar donna, per essersi in ultimo diviso dal fratello e venutogli a fastidio lo star solo, la prese di quarantotto anni, né l’ebbe affatica tenuta un anno, che amalatosi gravemente perdé la vista dell’occhio ritto e venne in dubbio e pericolo dell’altro. Pure, raccomandandosi a Dio, e fatto voto di vestire, come poi fece sempre, di bigio, si conservò per la grazia di Dio in modo la vista dell’altr’occhio, che l’opere sue fatte nell’età di sessantacinque anni erano tanto ben fatte e con pulitezza e diligenza, che è una maraviglia; di maniera che mostrando una volta il Duca di Ferrara a papa Paulo Terzo un trionfo di Bacco a olio lungo cinque braccia e la calunnia d’Apelle, fatti da Benvenuto in detta età con i disegni di Raffaello da Urbino, i quali quadri sono sopra certi camini di sua eccellenza, restò stupefatto quel Pontefice che un vecchio di quell’età con un occhio solo avesse condotti lavori così grandi e così begli. Lavorò Benvenuto venti anni continui, tutti i giorni di festa, per l’amor di Dio, nel monasterio delle monache di San Bernardino, dove fece molti lavori d’importanza a olio, a tempera et a fresco; il che fu certo maraviglia e gran segno della sincera e sua buona natura, non avendo in quel luogo concorrenza et avendovi nondimeno messo non manco studio e diligenza di quello che arebbe fatto in qualsivoglia altro più frequentato luogo. Sono le dette opere di ragionevole componimento, con bell’arie di teste, non intrigate e fatte certo con dolce e buona maniera. A molti discepoli che ebbe Benvenuto, ancor che insegnasse tutto quello che sapeva più che volentieri per farne alcuno eccellente, non fece mai in loro frutto veruno, et in cambio di essere da loro della sua amorevolezza ristorato, almeno con gratitudine d’animo, non ebbe mai da essi se non dispiaceri, onde usava dire non avere mai avuto altri nemici che i suoi discepoli e garzoni. L’anno 1550, essendo già vecchio, ritornatogli il suo male degli occhi, rimase cieco del tutto, e così visse nove anni, la quale disaventura sopportò con paziente animo, rimettendosi al tutto nella volontà di Dio. Finalmente pervenuto all’età di 78 anni, parendogli pur troppo essere in quelle tenebre vivuto, e rallegrandosi della morte con speranza d’aver a godere la luce eterna, finì il corso della vita l’anno 1559, a dì 6 di settembre, laciando un figliuolo maschio chiamato Girolamo, che è persona molto gentile, et una femmina. Fu Benvenuto persona molto da bene, burlevole, dolce nella conversazione e paziente e quieto in tutte le sue avversità; si dilettò in giovanezza della scherma e di sonare il liuto, e fu nell’amicizie ufficiosissimo et amorevole oltre misura; fu amico di Giorgione da Castel Franco pittore, di Tiziano da Cador e di Giulio Romano, et in generale affezionatissimo a tutti gl’uomini dell’arte, et io ne posso far fede, il quale due volte ch’io fui al suo tempo a Ferrara, ricevei da lui infinite amorevolezze e cortesie. Fu sepolto onorevolmente nella chiesa di Santa Maria del Vado, e da molti virtuosi con versi e prose, quanto la sua virtù meritava, onorato; e perché non si è potuto avere il ritratto di esso Benvenuto, si è messo nel principio di queste vite di pittori lombardi quello di Girolamo da Carpi, la cui vita sotto questa scriveremo. Girolamo dunque, detto da Carpi, il quale fu ferrarese e discepolo di Benvenuto, fu a principio da Tommaso suo padre, il quale era pittore di scuderia, adoperato in bottega a dipignere forzieri, scabelli, cornicioni et altri sì fatti lavori di dozzina. Avendo poi Girolamo sotto la disciplina di Benvenuto fatto alcun frutto, pensava d’avere dal padre essere levato da que’ lavori meccanici, ma non ne facendo Tommaso altro, come quegli che aveva bisogno di guadagnare, si risolvé Girolamo partirsi da lui ad ogni modo. E così, andato a Bologna, ebbe appresso i gentiluomini di quella città assai buona grazia, perciò che, avendo fatto alcuni ritratti che somigliarono assai, si acquistò tanto credito, che guadagnando bene, aiutava più il padre stando in Bologna che non avea fatto dimorando a Ferrara. In quel tempo, essendo stato portato a Bologna in casa de’ signori conti Ercolani un quadro di man d’Antonio da Coreggio, nel quale Cristo in forma d’ortolano appare a Maria Maddalena, lavorato tanto bene e morbidamente quanto più non si può credere, entrò di modo nel cuore a Girolamo quella maniera, che non bastandogli avere ritratto quel quadro, andò a Modana per vedere l’altre opere di mano del Coreggio, là dove arrivato, oltre all’essere restato nel vederle tutto pieno di maraviglia, una fra l’altre lo fece rimanere stupefatto, e questa fu quel gran quadro, che è cosa divina, nel quale è una Nostra Donna che ha un Putto in collo, il quale sposa Santa Caterina, un San Bastiano, et altre figure con arie di teste tanto belle, che paiono fatte in paradiso; né è possibile vedere i più bei capegli, né le più belle mani o altro colorito più vago e naturale. Essendo stato dunque da Messer Francesco Grilenzoni dottore e padrone del quadro, il quale fu amicissimo del Coreggio, conceduto a Girolamo poterlo ritrarre, egli il ritrasse con tutta quella diligenza che maggiore si può imaginare; dopo fece il simile della tavola di San Piero martire, la quale avea dipinta il Coreggio a una compagnia di secolari che la tengono, sì come ella merita, in pregio grandissimo, essendo massimamente in quella, oltre all’altre figure, un Cristo fanciullo in grembo alla madre che pare che spiri, et un S. Piero martire bellissimo et un’altra tavoletta di mano del medesimo fatta alla Compagnia di San Bastiano, non men bella di questa. Le quali tutte opere essendo state ritratte da Girolamo, furono cagione che egli migliorò tanto la sua prima maniera, ch’ella non pareva più dessa, né quella di prima. Da Modana andato Girolamo a Parma, dove avea inteso esser alcune opere del medesimo Coreggio, ritrasse alcuna delle pitture della tribuna del Duomo, parendogli lavoro straordinario, cioè il bellissimo scorto d’una Madonna che saglie in cielo circondata da una multitudine d’Angeli, gl’Apostoli che stanno a vederla salire, e quattro Santi protettori di quella città che sono nelle nicchie: San Giovanni Battista che ha un agnello in mano, San Ioseffo sposo della Nostra Donna, San Bernardo degl’Uberti fiorentino, cardinale e vescovo di quella città, et un altro vescovo. Studiò similmente Girolamo in San Giovanni Evangelista le figure della cappella maggiore nella nicchia di mano del medesimo Coreggio, cioè la incoronazione di Nostra Donna, San Giovanni Evangelista, il Battista, San Benedetto, San Placido et una moltitudine d’Angeli che a questi sono intorno, e le maravigliose figure che sono nella chiesa di San Sepolcro, alla cappella di San Ioseffo, tavola di pittura divina. E perché è forza che coloro ai quali piace fare alcuna maniera e la studiano con amore, la imparino, almeno in qualche parte, onde aviene ancora che molti divengono più eccellenti che i loro maestri non sono stati, Girolamo prese assai della maniera del Coreggio. Onde, tornato a Bologna, l’imitò sempre, non studiando altro che quella e la tavola, che in quella città dicemo essere di mano di Raffaello da Urbino. E tutti questi particolari seppi io dallo stesso Girolamo, che fu molto mio amico, l’anno 1550 in Roma et il quale meco si dolse più volte d’aver consumato la sua giovanezza et i migliori anni in Ferrara e Bologna e non in Roma o altro luogo, dove averebbe fatto senza dubbio molto maggiore acquisto. Fece anco non piccol danno a Girolamo nelle cose dell’arte l’avere atteso troppo a’ suoi amorosi et a sonare il liuto in quel tempo che arebbe potuto fare acquisto nella pittura. Tornato dunque a Bologna, oltre a molti altri, ritrasse Messer Onofrio Bartolini fiorentino che allora era in quella città a studio, et il quale fu poi arcivescovo di Pisa, la quale testa, che è oggi appresso gli eredi di detto Messer Noferi, è molto bella e di graziosa maniera. Lavorando in quel tempo a Bologna un maestro Biagio pittore, cominciò costui, vedendo Girolamo venire in buon credito, a temere che non gli passasse inanzi e gli levasse tutto il guadagno. Per che, fatto seco amicizia con buona occasione, per ritardarlo dall’operare, gli divenne compagno e dimestico di maniera, che cominciarono a lavorare di compagnia e così continuarono un pezzo. La qual cosa, come fu di danno a Girolamo nel guadagno, così gli fu parimente nelle cose dell’arte: perciò che seguitando le pedate di maestro Biagio che lavorava di pratica e cavava ogni cosa dai disegni di questo e di quello, non metteva anch’egli più alcuna diligenza nelle sue pitture. Ora, avendo nel monasterio di San Michele in Bosco, fuor di Bologna, un frate Antonio, monaco di quel luogo, fatto un San Bastiano grande quanto il vivo, a Scaricalasino in un convento del medesimo ordine di Monte Oliveto una tavola a olio et a Monte Oliveto Maggiore alcune figure in fresco nella cappella dell’Orto di Santa Scolastica, voleva l’abate Ghiaccino, che l’aveva fatto fermare quell’anno in Bologna, che egli dipignesse la sagrestia nuova di quella lor chiesa. Ma frate Antonio, che non si sentiva da fare sì grande opera et al quale forse non molto piaceva durare tanta fatica, come bene spesso fanno certi di così fatti uomini, operò di maniera, che quell’opera fu allogata a Girolamo et a maestro Biagio, i quali la dipinsero tutta a fresco, facendo negli spartimenti della volta alcuni putti et Angeli e nella testa, di figure grandi, la storia della Trasfigurazione di Cristo, servendosi del disegno di quella che fece in Roma a S. Pietro a Montorio Raffaello da Urbino, e nelle facciate feciono alcuni Santi, nei quali è pur qualche cosa di buono. Ma Girolamo, accortosi che lo stare in compagnia di maestro Biagio non faceva per lui, anzi, che era la sua espressa rovina, finita quell’opera disfece la compagnia e cominciò a far da sé. E la prima opera che fece da sé solo fu nella chiesa di San Salvadore, nella cappella di S. Bastiano, una tavola nella quale si portò molto bene; ma dopo, intesa da Girolamo la morte del padre, se ne tornò a Ferrara, dove per allora non fece altro che alcuni ritratti et opere di poca importanza. Intanto venendo Tiziano Vecellio a Ferrara a lavorare, come si dirà nella sua vita, alcune cose al duca Alfonso, in uno stanzino o vero studio, dove avea prima lavorato Gian Bellino alcune cose et il Dosso una baccanaria d’uomini tanto buona, che quando non avesse mai fatto altro, per questa merita lode e nome di pittore eccellente; Girolamo, mediante Tiziano et altri, cominciò a praticare in corte del Duca, dove ricavò, quasi per dar saggio di sé prima che altro facesse, la testa del duca Ercole di Ferrara da una di mano di Tiziano, e questa contrafece tanto bene, ch’ella pareva la medesima che l’originale, onde fu mandata come opera lodevole in Francia. Dopo, avendo Girolamo tolto moglie et avuto figliuoli, forse troppo prima che non doveva, dipinse in S. Francesco di Ferrara negl’angoli delle volte a fresco i quattro Evangelisti, che furono assai buone figure. Nel medesimo luogo fece un fregio intorno intorno alla chiesa, che fu copiosa e molto grande opera, essendo pieno di mezze figure e di puttini intrecciati insieme assai vagamente. Nella medesima chiesa fece in una tavola un Santo Antonio in Padoa con altre figure et in un’altra la Nostra Donna in aria con due Angeli, che fu posta all’altare della signora Giulia Muzzerella, che fu ritratta in essa da Girolamo molto bene. In Rovigo nella chiesa di S. Francesco dipinse il medesimo l’apparizione dello Spirito Santo in lingue di fuoco, che fu opera lodevole per lo componimento e bellezza delle teste; et in Bologna dipinse nella chiesa di S. Martino in una tavola i tre Magi con bellissime teste e figure, et a Ferrara, in compagnia di Benvenuto Garofalo, come si è detto, la facciata della casa del signor Battista Muzzarelli, e parimente il palazzo di Coppara, villa del Duca, appresso a Ferrara dodici miglia, et in Ferrara similmente la facciata di Piero Soncini nella piazza di verso le pescherie, facendovi la presa della Goletta da Carlo Quinto imperadore. Dipinse il medesimo Girolamo in San Polo, chiesa de’ frati Carmelitani nella medesima città, in una tavoletta a olio un San Girolamo con due altri Santi grandi quanto il naturale, e nel palazzo del Duca un quadro grande con una figura quanto il vivo, finta, per una Occasione, con bella vivezza, movenza, grazia e buon rilievo. Fece anco una Venere ignuda a giacere e grande quanto il vivo, con Amore appresso, la quale fu mandata al re Francesco di Francia a Parigi, et io, che la vidi in Ferrara l’anno 1540, posso con verità affermare ch’ella fusse bellissima. Diede anco principio, e ne fece gran parte, agl’ornamenti del reffettorio di San Giorgio, luogo in Ferrara de’ monaci di Monte Oliveto; ma perché lasciò imperfetta quell’opera, l’ha oggi finita Pellegrino Pellegrini, dipintore bolognese. Ma chi volesse far menzione di quadri particolari che Girolamo fece a molti signori e gentiluomini, farebbe troppo maggiore di quello che è il disiderio nostro la storia, però dico di due solamente, che sono bellissimi: da uno dunque che n’ha il cavalier Boiardo in Parma, bello a maraviglia, di mano del Correggio, nel quale la Nostra Donna mette una camicia indosso a Cristo fanciulletto, ne ritrasse Girolamo uno a quello tanto simile che pare desso veramente, et un altro ne ritrasse da uno del Parmigiano, il quale è nella Certosa di Pavia, nella cella del vicario, così bene e con tanta diligenza, che non si può veder minio più sottilmente lavorato et altri infiniti lavorati con molta diligenza. E perché si dilettò Girolamo e diede anco opera all’architettura, oltre molti disegni di fabriche che fece per servigio di molti privati, servì in questo particolarmente Ippolito cardinale di Ferrara, il quale avendo comperato in Roma a Monte Cavallo il giardino che fu già del cardinale di Napoli, con molte vigne di particolari all’intorno, condusse Girolamo a Roma, acciò lo servisse non solo nelle fabriche, ma negl’acconcimi di legname veramente regii del detto giardino. Nel che si portò tanto bene che ne restò ognuno stupefatto, e nel vero non so chi altri si fusse potuto portare meglio di lui in fare di legnami (che poi sono stati coperti di bellissime verzure) tante bell’opere e sì vagamente ridotte in diverse forme et in diverse maniere di tempii, nei quali si veggiono oggi accommodate le più belle e ricche statue antiche che sieno in Roma: parte intere e parte state restaurate da Valerio Cioli scultore fiorentino e da altri. Per le quali opere essendo in Roma venuto Girolamo in bonissimo credito, fu dal detto cardinale suo signore, che molto l’amava, messo l’anno 1550 al servizio di papa Giulio III, il quale lo fece architetto sopra le cose di Belvedere, dandogli stanze in quel luogo e buona provisione. Ma perché quel Pontefice non si poteva mai in simili cose contentare, e massimamente quando a principio s’intendeva pochissimo del disegno e non voleva la sera quello che gl’era piacciuto la mattina, e perché Girolamo avea sempre a contrastare con certi architetti vecchi, ai quali parea strano vedere un uomo nuovo e di poca fama essere stato preposto a loro, si risolvé, conosciuta l’invidia e forse malignità di quelli, essendo anco di natura più tosto freddo che altrimenti, a ritirarsi; e così per lo meglio se ne tornò a Monte Cavallo al servizio del cardinale. Della qual cosa fu Girolamo da molti lodato, essendo vita troppo disperata aver tutto il giorno e per ogni minima cosa a star a contendere con questo e quello; e come diceva egli, è tal volta meglio godere la quiete dell’animo con l’acqua e col pane, che stentare nelle grandezze e negl’onori. Fatto dunque che ebbe Girolamo al cardinale suo signore un molto bel quadro che a me, il quale il vidi, piacque sommamente, essendo già stracco se ne tornò con esso lui a Ferrara a godersi la quiete di casa sua con la moglie e con i figliuoli, lasciando le speranze e le cose della fortuna nelle mani de’ suoi avversarii, che da quel Papa cavarono il medesimo che egli e non altro. Dimorandosi dunque in Ferrara, per non so che accidente essendo abruciata una parte del castello, il duca Ercole diede cura di rifarlo a Girolamo, il quale l’accomodò molto bene e l’adornò secondo che si può in quel paese, che ha gran mancamento di pietre da far conci et ornamenti, onde meritò esser sempre caro a quel signore, che liberalmente riconobbe le sue fatiche. Finalmente dopo aver fatto Girolamo queste e molte altre opere si morì d’anni 55 l’anno 1556 e fu sepolto nella chiesa degl’Angeli a canto alla sua donna. Lasciò due figliuole femine e tre maschi, cioè Giulio, Annibale et un altro. Fu Girolamo lieto uomo e nella conversazione molto dolce e piacevole, nel lavorare alquanto agiato e lungo; fu di mezzana statura e si dilettò oltre modo della musica e de’ piaceri amorosi più forse che non conviene. Ha seguitato dopo lui le fabriche di que’ signori Galasso ferrarese architetto, uomo di bellissimo ingegno, e di tanto giudizio nelle cose d’architettura, che per quanto si vede nell’ordine de’ suoi disegni averebbe mostro molto più che non ha il suo valore, se in cose grandi fusse stato adoperato. È stato parimente ferrarese e scultore eccellente, maestro Girolamo, il quale abitando in Ricanati ha, dopo Andrea Contucci suo maestro, lavorato molte cose di marmo a Loreto e fatti molti ornamenti intorno a quella cappella e casa della Madonna. Costui dico, dopo che di là si partì il Tribolo che fu l’ultimo, avendo finito la maggiore storia di marmo, che è dietro alla detta cappella, dove gl’Angeli portano di Schiavonia quella casa nella selva di Loreto, ha in quel luogo continuamente dal 1534 insino all’anno 1560 lavorato, e vi ha fatto di molte opere; la prima delle quali fu un profeta di braccia tre e mezzo a sedere, il quale fu messo, essendo bella e buona figura, in una nicchia che è volta verso ponente; la quale statua essendo piaciuta, fu cagione che egli fece poi tutti gl’altri profeti, da uno in fuori che è verso levante e dalla banda di fuori verso l’altare, il quale è di mano di Simone Cioli da Settignano, discepolo anch’egli d’Andrea Sansovino. Il restante dico de’ detti profeti sono di mano di maestro Girolamo e sono fatti con molta diligenza, studio e buona pratica. Alla cappella del Sagramento ha fatto il medesimo li candelieri di bronzo, alti tre braccia in circa, pieni di fogliami, figure tonde di getto, tanto ben fatte che sono cosa maravigliosa. Et un suo fratello, che in simili cose di getto è valentuomo, ha fatto in compagnia di maestro Girolamo in Roma molte altre cose, e particolarmente un tabernacolo grandissimo di bronzo per papa Paulo Terzo, il quale doveva essere posto nella cappella del palazzo di Vaticano, detta la Paulina. Fra i modanesi ancora sono stati in ogni tempo artefici eccellenti nelle nostre arti, come si è detto in altri luoghi e come si vede in quattro tavole, delle quali non si è fatto al suo luogo menzione per non sapersi il maestro, le quali, cento anni sono, furono fatte a tempera in quella città e sono secondo que’ tempi bellissime e lavorate con diligenza; la prima è all’altare maggiore di San Domenico, e l’altre alle cappelle, che sono nel tramezzo di quella chiesa. Et oggi vive della medesima patria un pittore chiamato Niccolò, il quale fece in sua giovanezza molti lavori a fresco intorno alle beccherie, che sono assai belli, et in S. Piero luogo de’ monaci Neri, all’altar maggiore in una tavola, la decollazione di San Piero e San Paulo, imitando nel soldato che taglia loro la testa una figura simile che è in Parma di mano d’Antonio da Coreggio, in San Giovanni Evangelista, lodatissima. E perché Niccolò è stato più raro nelle cose a fresco che nell’altre maniere di pittura, oltre a molte opere che ha fatto in Modana et in Bologna, intendo che ha fatto in Francia, dove ancora vive, pitture rarissime, sotto Messer Francesco Primaticcio abbate di San Martino, con i disegni del quale ha fatto Niccolò in quelle parti molte opere, come si dirà nella vita di esso Primaticcio. Giovambattista, parimente emulo di detto Niccolò, ha molte cose lavorato in Roma et altrove, ma particolarmente in Perugia, dove ha fatto in San Francesco, alla cappella del signor Ascanio della Cornia, molte pitture della vita di Santo Andrea Apostolo, nelle quali si è portato benissimo. A concorrenza del quale Niccolò, Arrigo fiamingo, maestro di finestre di vetro, ha fatto nel medesimo luogo una tavola a olio, dentrovi la storia de’ Magi, che sarebbe assai bella se non fusse alquanto confusa e troppo carica di colori, che s’azuffano insieme e non la fanno sfuggire; ma meglio si è portato costui in una finestra di vetro disegnata e dipinta, da lui fatta in San Lorenzo della medesima città alla cappella di San Bernardino. Ma tornando a Battista, essendo ritornato dopo queste opere a Modana, ha fatto nel medesimo San Piero, dove Niccolò fece la tavola, due grandi storie dalle bande de’ fatti di San Piero e San Paulo, nelle quali si è portato bene oltre modo. Nella medesima città di Modana sono anco stati alcuni scultori degni d’essere fra i buoni artefici annoverati, perciò che oltre al Modanino, del quale si è in altro luogo ragionato, vi è stato un maestro chiamato il Modana, il quale in figure di terra cotta, grandi quanto il vivo e maggiori, ha fatto bellissime opere e fra l’altre una cappella in San Domenico di Modana, et in mezzo del dormentorio di San Piero a’ monaci Neri pure in Modana, una Nostra Donna, San Benedetto, Santa Iustina et un altro Santo, alle quali tutte figure ha dato tanto bene il colore di marmo, che paiono proprio di quella pietra, senzaché tutte hanno bell’aria di teste, bei panni et una proporzione mirabile. Il medesimo ha fatto in San Giovanni Vangelista di Parma nel dormentorio le medesime figure, et in San Benedetto di Mantova ha fatto buon numero di figure tutte tonde e grandi quanto il naturale, fuor della chiesa, per la facciata e sotto il portico in molte nicchie, tanto belle, che paiono di marmo. Similmente Prospero Clemente, scultore modanese, è stato ed è valentuomo nel suo esercizio, come si può vedere nel Duomo di Reggio nella sepoltura del vescovo Rangone di mano di costui, nella quale è la statua di quel prelato, grande quanto il naturale, a sedere con due putti molto ben condotti, la quale sepoltura gli fece fare il signor Ercole Rangone. Parimente in Parma nel Duomo sotto le volte è di mano di Prospero la sepoltura del beato Bernardo degl’Uberti fiorentino, cardinale e vescovo di quella città, che fu finita l’anno 1548 e molto lodata. Parma similmente ha avuto in diversi tempi molti eccellenti artefici e begl’ingegni come si è detto di sopra, perciò che oltre a un Cristofano Castelli, il quale fece una bellissima tavola in Duomo l’anno 1499, et oltre a Francesco Mazzuoli del quale si è scritto la vita, vi sono stati molti altri valentuomini. Il quale avendo fatto come si è detto alcune cose nella Madonna della Steccata e lasciato alla morte sua quell’opera imperfetta, Giulio Romano, fatto un disegno colorito in carta, il quale in quel luogo si vede per ognuno, ordinò che un Michelagnolo Anselmi sanese per origine, ma fatto parmigiano, essendo buon pittore, mettesse in opera quel cartone, nel quale è la coronazione di Nostra Donna: il che fece colui certo ottimamente, onde meritò che gli fusse allogata una nicchia grande di quattro grandissime che ne sono in quel tempio, dirimpetto a quella dove avea fatto la sopra detta opera col disegno di Giulio; per che, messovi mano, vi condusse a buon termine l’adorazione de’ Magi con buon numero di belle figure, facendo nel medesimo arco piano, come si disse nella vita del Mazzuoli, e le vergini prudenti e lo spartimento de’ rosoni di rame. Ma restandogli anche a fare quasi un terzo di quel lavoro, si morì, onde fu fornito da Bernardo Soiaro cremonese, come diremo poco appresso. Di mano del detto Michelagnolo è nella medesima città in San Francesco la capella della Concezzione, et in San Pier martire alla capella della croce una gloria celeste. Ieronimo Mazzuoli, cugino di Francesco, come s’è detto, seguitando l’opera nella detta chiesa della Madonna, stata lasciata dal suo parente imperfetta, dipinse un arco con le vergini prudenti e l’ornamento de’ rosoni; e dopo nella nicchia di testa, dirimpetto alla porta principale, dipinse lo Spirito Santo discendente in lingue di fuoco sopra gl’Apostoli, e nell’altro arco piano et ultimo la Natività di Gesù Cristo, la quale, non essendo ancor scoperta, ha mostrata a noi questo anno 1566 con molto nostro piacere, essendo per opera a fresco bellissima veramente. La tribuna grande di mezzo della medesima Madonna della Steccata, la quale dipigne Bernardo Soiaro pittore cremonese, sarà anch’ella, quando sarà finita, opera rara e da poter star con l’altre che sono in quel luogo; delle quali non si può dire che altri sia stato cagione, che Francesco Mazzuola, il quale fu il primo che cominciasse con bel giudizio il magnifico ornamento di quella chiesa stata fatta, come si dice, con disegno et ordine di Bramante. Quanto agl’artefici delle nostre arti mantoani, oltre quello che se n’è detto insino a Giulio Romano, dico che egli seminò in guisa la sua virtù in Mantoa e per tutta Lombardia, che sempre poi vi sono stati di valentuomini e l’opere sue sono più l’un giorno che l’altro conosciute per buone e laudabili. E se bene Giovambattista Bertano, principale architetto delle fabriche del Duca di Mantoa, ha fabricato nel castello, sopra dove son l’acque et il corridore molti appartamenti magnifici e molto ornati di stucchi e di pitture, fatte per la maggior parte da Fermo Guisoni, discepolo di Giulio e da altri, come si dirà, non però paragonano quelle fatte da esso Giulio. Il medesimo Giovambattista in Santa Barbara, chiesa del castello del Duca, ha fatto fare col suo disegno a Domenico Brusasorzi una tavola a olio nella quale, che è veramente da essere lodata, è il martirio di quella Santa; costui, oltre ciò, avendo studiato Vitruvio, ha sopra la voluta ionica, secondo quell’autore, scritta e mandata fuori un’opera come ella si volta; et alla casa sua di Mantoa nella porta principale ha fatto una colonna di pietra intera, et il modano dell’altra in piano con tutte le misure segnate di detto ordine ionico, e così il palmo, l’once, il piede et il braccio antichi, acciò chi vuole possa vedere se le dette misure son giuste o no. Il medesimo, nella chiesa di San Piero, Duomo di Mantoa, che fu opera et architettura di detto Giulio Romano, perché rinovandolo gli diede forma nuova e moderna, ha fatto fare una tavola per ciascuna capella di mano di diversi pittori, e due n’ha fatte fare con suo disegno al detto Fermo Guisoni: cioè una a Santa Lucia, dentrovi la detta Santa con due putti, et un’altra a San Giovanni Evangelista. Un’altra simile ne fece fare a Ippolito Costa mantoano, nella quale è Sant’Agata con le mani legate et in mezzo a due soldati che le tagliano e lievano le mammelle. Battista d’Agnolo del Moro veronese fece, come s’è detto, nel medesimo Duomo la tavola che è all’altare di Santa Maria Maddalena; e Ieronimo parmigiano quella di Santa Tecla. A Paulo Farinato veronese fece fare quella di San Martino, et al detto Domenico Brusasorzi quella di Santa Margherita; Giulio Campo cremonese fece quella di San Ieronimo. Et una, che fu la migliore dell’altre, come che tutte siano bellissime, nella quale è Santo Antonio abbate battuto dal demonio in vece di femina che lo tenta, è di mano di Paulo Veronese. Ma quanto ai mantovani, non ha mai avuto quella città il più valentuomo nella pittura di Rinaldo, il quale fu discepolo di Giulio, di mano del quale è una tavola in Santa Agnese di quella città, nella quale è una Nostra Donna in aria, Sant’Agostino e San Girolamo, che sono bonissime figure, il quale troppo presto la morte lo levò del mondo. In un bellissimo antiquario e studio, che ha fatto il signore Cesare Gonzaga, pieno di statue e di teste antiche di marmo, ha fatto dipignere per onorarlo a Fermo Guiscioni la geneologia di casa Gonzaga, che si è portato benissimo in ogni cosa e specialmente nell’aria delle teste; vi ha messo, oltre di questo il detto signore, alcuni quadri che certo son rari: come quello della Madonna, dove è la gatta che già fece Raffaello da Urbino, et un altro, nel quale la Nostra Donna con grazia maravigliosa lava Gesù putto. In un altro studiuolo fatto per le medaglie, il quale ha ottimamente d’ebano e d’avorio lavorato un Francesco da Volterra, che in simili opere non ha pari, ha alcune figure di bronzo antiche, che non potrieno essere più belle di quel che sono. Insomma, da che io vidi altra volta Mantoa a questo anno 1566 che l’ho riveduta, ell’è tanto più adornata e più bella, che se io non l’avessi veduta nol crederei; e, che è più, vi sono multiplicati gl’artefici e vi vanno tuttavia multiplicando. Conciò sia che di Giovambattista mantoano, intagliator di stampe e scultore eccellente, del quale abbiam favellato nella vita di Giulio Romano et in quella di Marcantonio Bolognese, sono nati due figliuoli che intagliano stampe di rame divinamente; e, che è cosa più maravigliosa, una figliuola, chiamata Diana, intaglia anch’ella tanto bene, che è cosa maravigliosa, et io che ho veduto lei, che è molto gentile e graziosa fanciulla, e l’opere sue che sono bellissime, ne sono restato stupefatto. Non tacerò ancora che in San Benedetto di Mantoa, celebratissimo monasterio de’ monaci Neri, stato rinovato da Giulio Romano con bellissimo ordine, hanno fatto molte opere i sopra detti artefici mantoani et altri lombardi; oltre quello che si è detto nella vita del detto Giulio. Vi sono adunque opere di Fermo Guiscioni, cioè una Natività di Cristo, due tavole di Girolamo Mazzuola, tre di Latanzio Gambaro da Brescia et altre tre di Paulo Veronese, che sono le migliori. Nel medesimo luogo è di mano d’un frate Girolamo, converso di S. Domenico, nel reffetorio in testa, come altrove s’è ragionato, in un quadro a olio ritratto il bellissimo cenacolo che fece in Milano a Santa Maria delle Grazie Lionardo da Vinci, ritratto dico tanto bene, che io ne stupii; della qual cosa fo volentieri di nuovo memoria avendo veduto questo anno 1566 in Milano l’originale di Lionardo tanto male condotto, che non si scorge più se non una macchia abbagliata; onde la pietà di questo buon padre rendea sempre testimonianza di questa parte della virtù di Lionardo. Di mano del medesimo frate ho veduto nella medesima casa della Zecca di Milano un quadro ritratto da un di Lionardo, nel quale è una femina che ride et un San Giovanni Battista giovinetto molto bene imitato. Cremona altresì, come si disse nella vita di Lorenzo di Credi et in altri luoghi, ha avuto in diversi tempi uomini che hanno fatto nella pittura opere lodatissime; e già abbiam detto che quando Boccaccino Boccacci dipigneva la nicchia del Duomo di Cremona e per la chiesa le storie di Nostra Donna, che Bonifazio Bembi fu buon pittore e che Altobello fece molte storie a fresco di Gesù Cristo con molto più disegno che non sono quelle del Boccaccino. Dopo le quali dipinse Altobello in Santo Agostino della medesima città una cappella a fresco con graziosa e bella maniera, come si può vedere da ognuno. In Milano in corte vecchia, cioè nel cortile o vero piazza del palazzo, fece una figura in piedi armata all’antica, migliore di tutte l’altre che da molti vi furono fatte quasi ne’ medesimi tempi. Morto Bonifazio, il quale lasciò imperfette nel Duomo di Cremona le dette storie di Cristo, Giovan Antonio Licino da Pordenone, detto in Cremona de’ Sacchi, finì le dette storie state cominciate da Bonifazio, facendovi in fresco cinque storie della Passione di Cristo, con una maniera di figure grandi, colorito terribile e scorti che hanno forza e vivacità, le quali tutte cose insegnarono il buon modo di dipignere ai cremonesi, e non solo in fresco, ma a olio parimente, conciò sia che nel medesimo Duomo appoggiata a un pilastro è una tavola a mezzo la chiesa di mano del Pordenone, bellissima. La quale maniera imitando poi Cammillo figliuolo del Boccaccino nel fare in San Gismondo fuori della città la cappella maggiore in fresco et altre opere, riuscì da molto più che non era stato suo padre; ma perché fu costui largo et alquanto agiato nel lavorare, non fece molte opere, se non piccole e di poca importanza. Ma quegli che più imitò le buone maniere et a cui più giovarono le concorrenze di costoro, fu Bernardo de’ Gatti, cognominato di Soiaro, di chi s’è ragionato, di Parma, il quale dicono alcuni esser stato da Verzelli et altri cremonese; ma sia stato donde si voglia, egli dipinse una tavola molto bella all’altare maggiore di San Piero, chiesa de’ canonici regolari e nel refettorio la storia o vero miracolo che fé Gesù Cristo de’ cinque pani e due pesci, saziando moltitudine infinita; ma egli la ritoccò tanto a secco, ch’ell’ha poi perduta tutta la sua bellezza. Fece anco costui in San Gismondo fuor di Cremona sotto una volta, l’Ascensione di Gesù Cristo in cielo, che fu cosa vaga e di molto bel colorito. In Piacenza nella chiesa di Santa Maria di Campagna, a concorrenza del Pordenone e dirimpetto al Sant’Agostino che s’è detto, dipinse a fresco un San Giorgio armato a cavallo che ammazza il serpente, con prontezza, movenza et ottimo rilievo. E ciò fatto, gli fu dato a finire la tribuna di quella chiesa che avea lasciata imperfetta il Pordenone, dove dipinse a fresco tutta la vita della Madonna. E se bene i profeti e le sibille che vi fece il Pordenone con alcuni putti son belli a maraviglia, si è portato nondimeno tanto bene il Soiaro, che pare tutta quell’opera d’una stessa mano. Similmente alcune tavolette d’altari che ha fatte in Vigevano sono da essere per la bontà loro assai lodate. Finalmente ridottosi in Parma a lavorare nella Madonna della Steccata, [fu] finita la nicchia e l’arco, che lassò imperfetta per la morte Michelagnolo sanese, per le mani del Soiaro; al quale, per essersi portato bene, hanno poi dato a dipignere i parmigiani la tribuna maggiore che è in mezzo di detta chiesa, nella quale egli va tuttavia lavorando a fresco l’Assunzione di Nostra Donna, che si spera debba essere opera lodatissima. Essendo anco vivo Roccaccino, ma vecchio, ebbe Cremona un altro pittore, chiamato Galeazzo Campo, il quale nella chiesa di San Domenico, in una cappella grande dipinse il rosario della Madonna e la facciata di dietro di San Francesco con altre tavole, opere che sono di mano di costui in Cremona ragionevoli. Di costui nacquero tre figliuoli, Giulio, Antonio e Vincenzio; ma Giulio, se bene imparò i primi principi dell’arte di Galeazzo suo padre, seguitò poi, nondimeno, come migliore, la maniera del Soiaro e studiò assai alcune tele colorite fatte in Roma di mano di Francesco Salviati, che furono dipinte per fare arazzi e mandate a Piacenza al duca Pier Luigi Farnese. Le prime opere che costui fece in sua giovanezza in Cremona furono nel coro della chiesa di Santa Agata quattro storie grandi del martirio di quella vergine, che riuscirono tali, che sì fatte non l’arebbe per aventura fatte un maestro ben pratico. Dopo, fatte alcune cose in Santa Margherita, dipinse molte facciate di palazzi di chiaro scuro con buon disegno. Nella chiesa di San Gismondo fuor di Cremona fece la tavola dell’altar maggiore a olio, che fu molto bella per la moltitudine e diversità delle figure, che vi dipinse a paragone di tanti pittori che innanzi a lui avevano in quel luogo lavorato. Dopo la tavola vi lavorò in fresco molte cose nelle volte, e particolarmente la venuta dello Spirito Santo sopra gl’Apostoli, i quali scortano al di sotto in su con buona grazia e molto artifizio. In Milano dipinse nella chiesa della Passione, convento de’ canonici regolari, un Crucifisso in tavola a olio con certi Angeli, la Madonna, San Giovanni Evangelista e l’altre Marie. Nelle monache di San Paulo converso, pur di Milano, fece in quattro storie la conversione et altri fatti di quel Santo, nella quale opera fu aiutato da Antonio Campo suo fratello, il quale dipinse similmente in Milano alle monache di Santa Caterina alla porta Ticinese, in una capella della chiesa nuova, la quale è architettura del Lombardino, Santa Elena, a olio che fa cercare la croce di Cristo, che è assai buon’opera. E Vincenzio anch’egli, terzo dei detti tre fratelli, avendo assai imparato da Giulio, come anco ha fatto Antonio, è giovane d’ottima aspettazione. Del medesimo Giulio Campo sono stati discepoli non solo i detti suoi due fratelli, ma ancora Latanzio Gambaro bresciano et altri. Ma sopra tutti gli ha fatto onore et è stata eccellentissima nella pittura Sofonisba Angusciola cremonese con tre sue sorelle, le quali virtuosissime giovani sono nate del signor Amilcare Angusciola e della signora Bianca Punzona, ambe nobilissime famiglie in Cremona. Parlando dunque di essa signora Sofonisba, della quale dicemmo alcune poche cose nella vita di Properzia bolognese, per non saperne allora più oltre, dico aver veduto quest’anno in Cremona di mano di lei in casa di suo padre, et in un quadro fatto con molta diligenza, ritratte tre sue sorelle in atto di giocare a scacchi, e con esso loro una vecchia donna di casa, con tanta diligenza e prontezza, che paiono veramente vive e che non manchi loro altro che la parola. In un altro quadro si vede ritratto dalla medesima Sofonisba il signor Amilcare suo padre, che ha da un lato una figliuola di lui, sua sorella, chiamata Minerva, che in pitture et in lettere fu rara, e dall’altro Asdrubale figliuolo del medesimo et a loro fratello, et anche questi sono tanto ben fatti, che pare che spirino e sieno vivissimi. In Piacenza sono di mano della medesima in casa del signor Arcidiacono della chiesa maggiore, due quadri bellissimi: in uno è ritratto esso signore e nell’altro Sofonisba; l’una e l’altra delle quali figure non hanno se non a favellare. Costei essendo poi stata condotta, come si disse di sopra, dal signor duca d’Alva al servigio della reina di Spagna, dove si truova al presente con bonissima provisione e molto onorata, ha fatto assai ritratti e pitture che sono cosa maravigliosa. Dalla fama delle quali opere mosso papa Pio IIII, fece sapere a Sofonisba che disiderava avere di sua mano il ritratto della detta serenissima reina di Spagna. Per che, avendolo ella fatto con tutta quella diligenza che maggiore le fu possibile, glielo mandò a presentare in Roma, scrivendo a Sua Santità una lettera di questo preciso tenore: "Padre Santo, dal reverendissimo Nunzio di Vostra Santità intesi ch’ella disiderava un ritratto di mia mano della maestà della reina mia signora. E come che io accettassi questa impresa in singolare grazia e favore, avendo a servire alla Beatitudine Vostra, ne dimandai licenza a sua maestà, la quale se ne contentò molto volentieri, riconoscendo in ciò la paterna affezione che Vostra Santità le dimostra, et io con l’occasione di questo cavaliero gliene mando. E se in questo averò sodisfatto al disiderio di Vostra Santità, io ne riceverò infinita consolazione, non restando però di dirle che se col pennello si potesse così rappresentare agl’occhi di Vostra Beatitudine le bellezze dell’animo di questa serenissima reina, non potria veder cosa più maravigliosa. Ma in quelle parti, le quali con l’arte si sono potute figurare, non ho mancato di usare tutta quella diligenza che ho saputo maggiore, per rappresentare alla Santità Vostra il vero. E con questo fine, con ogni reverenza et umiltà le bacio i santissimi piedi. Di Madrid, alli XVI di settembre 1561. Di Vostra Beatitudine umilissima serva, Sofonisba Angosciola". Alla quale lettera rispose Sua Santità con l’infrascritta, la quale, essendogli paruto il ritratto bellissimo e maraviglioso, accompagnò con doni degni della molta virtù di Sofonisba. "Pius papa III. Dilecta in Cristo filia, avemo ricevuto il ritratto della serenissima reina di Spagna, nostra carissima figliuola, che ci avete mandato e ci è stato gratissimo, sì per la persona che si rappresenta, la quale noi amiamo paternamente, oltre agl’altri rispetti, per la buona religione et altre bellissime parti dell’animo suo, e sì ancora per essere fatto di man vostra molto bene e diligentemente. Ve ne ringraziamo, certificandovi che lo terremo fra le nostre cose più care, comendando questa vostra virtù, la quale ancora che sia maravigliosa, intendiamo però ch’ell’è la più piccola tra molte che sono in voi. E con tal fine vi mandiano di nuovo la nostra benedizione. Che Nostro Signore Dio vi conservi. Data Romae, die XV octobris 1561." E questa testimonianza basti a mostrare quanta sia la virtù di Sofonisba. Una sorella della quale, chiamata Lucia, morendo ha lasciato di sé non minor fama che si sia quella di Sofonisba, mediante alcune pitture di sua mano, non men belle e pregiate che le già dette della sorella, come si può vedere in Cremona in un ritratto ch’ella fece del signor Pietro Maria, medico eccellente, ma molto più in un altro ritratto, fatto da questa virtuosa vergine, del duca di Sessa, da lei stato tanto ben contrafatto, che pare che non si possa far meglio, né fare che con maggior vivacità alcun ritratto rassomigli. La terza sorella Angosciola, chiamata Europa, che ancora è in età puerile et alla quale, che è tutta grazia e virtù, ho parlato questo anno, non sarà, per quello che si vede nelle sue opere e disegni, inferiore né a Sofonisba, né a Lucia sue sorelle. Ha costei fatto molti ritratti di gentiluomini in Cremona, che sono naturali e belli affatto, et uno ne mandò in Ispagna della signora Bianca sua madre, che piacque sommamente a Sofonisba et a chiunche lo vide di quella corte. E perché Anna, quarta sorella, ancora piccola fanciulletta, attende anch’ella con molto profitto al disegno, non so che altro mi dire, se non che bisogna avere da natura inclinazione alla virtù, e poi a quella aggiugnere l’esercizio e lo studio come hanno fatto queste quattro nobili e virtuose sorelle, tanto innamorate d’ogni più rara virtù et in particolare delle cose del disegno, che la casa del signor Amilcare Angosciuola (perciò felicissimo padre d’onesta et onorata famiglia) mi parve l’albergo della pittura, anzi di tutte le virtù. Ma se le donne sì bene sanno fare gl’uomini vivi, che maraviglia che quelle che vogliono sappiano anco fargli sì bene dipinti? Ma tornando a Giulio Campo, del quale ho detto che queste giovani donne sono discepole, oltre all’altre cose, una tela che ha fatto per coprimento dell’organo della chiesa cattedrale, è lavorata con molto studio e gran numero di figure a tempera delle storie d’Ester e Assuero, con la crocifissione d’Aman. E nella medesima chiesa è di sua mano all’altare di San Michele una graziosa tavola; ma perché esso Giulio ancor vive, non dirò al presente altro dell’opere sue. Furono cremonesi parimente Geremia scultore, del quale facemmo menzione nella vita del Filareto, et il quale ha fatto una grande opera di marmo in San Lorenzo, luogo de’ monaci di Monte Oliveto, e Giovanni Pedoni, che ha fatto molte cose in Cremona et in Brescia, e particolarmente, in casa del signor Eliseo Raimondo, molte cose che sono belle e laudabili. In Brescia ancora sono stati e sono persone eccellentissime nelle cose del disegno, e fra gl’altri Ieronimo Romanino ha fatte in quella città infinite opere e la tavola che è in San Francesco all’altar maggiore che, assai buona pittura, è di sua mano; e parimente i portegli che la chiudono, i quali sono dipinti a tempera di dentro e di fuori. È similmente sua opera un’altra tavola lavorata a olio, che è molto bella e vi si veggiono forte imitate le cose naturali. Ma più valente di costui fu Alessandro Moretto, il quale dipinse a fresco, sotto l’arco di porta Brusciata, la traslazione de’ corpi di San Faustino et Iuvita con alcune macchie di figure, che accompagnano que’ corpi molto bene. In San Nazzaro pur di Brescia fece alcun’opere et altre in San Celso, che sono ragionevoli, et una tavola in San Piero in Oliveto, che è molto vaga; in Milano nelle case della Zecca è di mano del detto Alessandro in un quadro la conversione di San Paulo, et altre teste molto naturali e molto bene abbigliati di drappi e vestimenti; perciò che si dilettò molto costui di contrafare drappi d’oro, i quali usò di porre con molta diligenza addosso alle figure. Le teste di mano di costui sono vivissime e tengono della maniera di Raffaello da Urbino, e più ne terrebbono, se non fusse da lui stato tanto lontano. Fu genero d’Alessandro, Lattanzio Gambaro pittore bresciano, il quale avendo imparato, come s’è detto, l’arte sotto Giulio Campo veronese, è oggi il miglior pittore che sia in Brescia. È di sua mano ne’ monaci Neri di San Faustino la tavola dell’altar maggiore e la volta e le facce lavorate a fresco, con altre pitture che sono in detta chiesa. Nella chiesa ancora di San Lorenzo è di sua mano la tavola dell’altar maggiore, due storie che sono nelle facciate e la volta, dipinte a fresco quasi tutte di maniera. Ha dipinta ancora oltre a molte altre, la facciata della sua casa con bellissime invenzioni, e similmente il didentro; nella qual casa, che è da San Benedetto al Vescovado, vidi, quando fui ultimamente a Brescia, due bellissimi ritratti di sua mano, cioè quello d’Alessandro Moretto suo suocero, che è una bellissima testa di vecchio, e quello della figliuola di detto Alessandro, sua moglie. E se simili a questi ritratti fussero l’altre opere di Lattanzio, egli potrebbe andar al pari de’ maggiori di quest’arte; ma perché infinite son l’opere di man di costui, essendo ancor vivo basti per ora aver di queste fatto menzione. Di mano di Giangirolamo bresciano si veggiono molte opere in Vinezia et in Milano, e nelle dette case della Zecca sono quattro quadri di notte e di fuochi, molto belli. Et in casa Tomaso da Empoli in Vinezia è una Natività di Cristo finta di notte molto bella, e sono alcune altre cose di simili fantasie delle quali era maestro. Ma perché costui si adoperò solamente in simili cose e non fece cose grandi, non si può dire altro di lui, se non che fu capriccioso e sofistico, e che quello che fece merita di essere molto comendato. Girolamo Mosciano da Brescia, avendo consumato la sua giovanezza in Roma, ha fatto di molte bell’opere di figure e paesi, et in Orvieto nella principal chiesa di Santa Maria ha fatto due tavole a olio et alcuni Profeti a fresco, che son buon’opere; e le carte, che son fuori di sua mano stampate, son fatte con buon disegno. E perché anco costui vive e serve il cardinale Ippolito da Este nelle sue fabriche et acconcimmi che fa a Roma, a Tigoli et in altri luoghi, non dirò in questo luogo altro di lui. Ultimamente è tornato di Lamagna Francesco Richino, anch’egli pittor bresciano, il quale, oltre a molte altre pitture fatte in diversi luoghi, ha lavorato alcune cose di pittura a olio nel detto San Piero Oliveto di Brescia, che sono fatte con studio e molta diligenza. Cristofano e Stefano fratelli e pittori bresciani hanno appresso gl’artefici gran nome nella facilità del tirare di prospettiva, avendo fra l’altre cose in Vinezia, nel palco piano di Santa Maria dell’Orto, finto di pittura un corridore di colonne doppie atorte e simili a quelle della porta santa di Roma in San Piero, le quali, posando sopra certi mensoloni che sportano in fuori, vanno facendo in quella chiesa un superbo corridore con volte a crocera intorno intorno, et ha quest’opera la sua veduta nel mezzo della chiesa con bellissimi scorti, che fanno restar chiunche la vede maravigliato e parere che il palco, che è piano, sia sfondato, essendo massimamente accompagnata con bella varietà di cornici, maschere, festoni et alcuna figura, che fanno ricchissimo ornamento a tutta l’opera, che merita d’essere da ognuno infinitamente lodata per la novità e per essere stata condotta con molta diligenza ottimamente a fine. E perché questo modo piacque assai a quel serenissimo senato, fu dato a fare ai medesimi un altro palco simile, ma piccolo, nella libreria di San Marco, che per opera di simili andari fu lodatissimo; et i medesimi finalmente sono stati chiamati alla patria loro Brescia a fare il medesimo a una magnifica sala, che già molti anni sono fu cominciata in piazza con grandissima spesa e fatta condurre sopra un teatro di colonne grandi, sotto il quale si passeggia. È lunga questa sala a sessantadue passi andanti, larga trentacinque et alta similmente nel colmo della sua maggiore altezza braccia trentacinque, ancor ch’ella paia molto maggiore, essendo per tutti i versi isolata e senza alcuna stanza o altro edifizio intorno. Nel palco adunque di questa magnifica et onoratissima sala si sono i detti due fratelli molto adoperati e con loro grandissima lode, avendo a’ cavagli di legname che son di pezzi con spranghe di ferri i quali sono grandissimi e bene armati, e fatto centina al tetto che è coperto di piombo, e fatto tornare il palco con bell’artifizio a uso di volta a schifo, che è opera ricca; ma è ben vero che in sì gran spazio non vanno se non tre quadri di pitture a olio di braccia dieci l’uno, i quali dipigné Tiziano vecchio, dove ne sarebbono potuti andar molti più con più bello e proporzionato e ricco spartimento, che arebbono fatto molto più bella, ricca e lieta la detta sala, che è in tutte l’altre parti stata fatta con molto giudizio. Ora, essendosi in questa parte favellato insin qui degl’artefici del disegno delle città di Lombardia, non fia se non bene, ancor che se ne sia in molti altri luoghi di questa nostr’opera favellato, dire alcuna cosa di quelli della città di Milano, capo di quella provincia, de’ quali non si è fatta menzione. Adunque, per cominciarmi da Bramantino, del quale si è ragionato nella vita di Piero della Francesca dal Borgo, io truovo che egli ha molte più cose lavorato di quelle che abbiamo raccontato di sopra; e nel vero, non mi pareva possibile che un artefice tanto nominato et il quale mise in Milano il buon disegno, avesse fatto sì poche opere quante quelle erano che mi erano venute a notizia. Poi, dunque, che ebbe dipinto in Roma, come s’è detto, per papa Nicola Quinto alcune camere e finito in Milano sopra la porta di San Sepolcro il Cristo in iscorto, la Nostra Donna che l’ha in grembo, la Maddalena e San Giovanni, che fu opera rarissima, dipinse nel cortile della Zecca di Milano a fresco in una facciata la Natività di Cristo nostro Salvatore e nella chiesa di Santa Maria di Bara, nel tramezzo, la natività della Madonna et alcuni Profeti negli sportelli dell’organo che scortano al di sotto in su molto bene, et una prospettiva che sfugge con bell’ordine ottimamente; di che non mi fo maraviglia, essendosi costui dilettato et avendo sempre molto ben posseduto le cose d’architettura. Onde mi ricordo aver già veduto in mano di Valerio Vicentino un molto bel libro d’antichità, disegnato e misurato di mano di Bramantino, nel quale erano le cose di Lombardia e le piante di molti edifizii notabili, le quali io disegnai da quel libro essendo giovinetto. Eravi il tempio di Santo Ambrogio di Milano, fatto da’ longobardi e tutto pieno di sculture e pitture di maniera greca, con una tribuna tonda assai grande, ma non bene intesa quanto all’architettura, il qual tempio fu poi al tempo di Bramantino rifatto col suo disegno con un portico di pietra da un de’ lati e con colonne a tronconi a uso d’alberi tagliati che hanno del nuovo e del vario. Vi era parimente disegnato il portico antico della chiesa di San Lorenzo della medesima città, stato fatto dai romani, che è grand’opera, bella e molto notabile, ma il tempio che vi è della detta chiesa è della maniera de’ Gotti. Nel medesimo libro era disegnato il tempio di Santo Ercolino, che è antichissimo e pieno d’incrostature di marmi e di stucchi molto ben conservatisi, et alcune sepolture grandi di granito. Similmente il tempio di San Piero in Ciel d’Oro di Pavia, nel qual luogo è il corpo di Santo Agostino in una sepoltura che è in sagrestia piena di figure piccole, la quale è di mano, secondo che a me pare, d’Agnolo e d’Agostino scultori sanesi. Vi era similmente disegnata la torre di pietre cotte, fatta dai Gotti, che è cosa bella, veggendosi in quella, oltre l’altre cose, formate di terra cotta e dall’antico, alcune figure di sei braccia l’una che si sono insino a oggi assai bene mantenute. Et in questa torre si dice che morì Boezio, il quale fu sotterrato in detto San Piero in Ciel d’Oro, chiamato oggi Santo Agostino, dove si vede insino a oggi la sepoltura di quel sant’uomo con la inscrizione che vi fece Aliprando, il quale la riedificò e restaurò l’anno 1222. Et oltre questi, nel detto libro era disegnato di mano dell’istesso Bramantino l’antichissimo tempio di Santa Maria in Pertica, di forma tonda e fatto di spoglie dai longobardi, nel qual sono oggi l’ossa della mortalità de’ franzesi e d’altri che furono rotti e morti sotto Pavia, quando vi fu preso il re Francesco Primo di Francia dagl’eserciti di Carlo Quinto imperatore. Lasciando ora da parte i disegni, dipinse Bramantino in Milano la facciata della casa del signor Giovambattista Latuate, con una bellissima Madonna, messa in mezzo da’ duoi Profeti, e nella facciata del signor Bernardo Scacalarozzo dipinse quattro giganti che son finti di bronzo e sono ragionevoli, con altre opere che sono in Milano, le quali gl’apportarono lode per essere stato egli il primo lume della pittura che si vedesse di buona maniera in Milano e cagione che dopo lui Bramante divenisse, per la buona maniera che diede a’ suoi casamenti e prospettive, eccellente nelle cose d’architettura, essendo che le prime cose che studiò Bramante furono quelle di Bramantino. Con ordine del quale fu fatto il tempio di San Satiro, che a me piace sommamente per essere opera ricchissima e dentro e fuori ornata di colonne, corridori doppii et altri ornamenti et accompagnata da una bellissima sagrestia tutta piena di statue. Ma sopratutto merita lode la tribuna del mezzo di questo luogo, la bellezza della quale fu cagione, come s’è detto nella vita di Bramante, che Bernardino da Trevio seguitasse quel modo di fare nel Duomo di Milano et attendesse all’architettura, se bene la sua prima e principal arte fu la pittura, avendo fatto, come s’è detto, a fresco nel monasterio delle Grazie quattro storie della Passione in un chiostro et alcun’altre di chiaro scuro. Da costui fu tirato innanzi e molto aiutato Agostino Busto scultore, cognominato Bambaia, del quale si è favellato nella vita di Baccio da Monte Lupo, et il quale ha fatto alcun’opere in Santa Marta, monasterio di donne in Milano. Fra le quali ho veduto io, ancor che si abbia con difficultà licenza d’entrare in quel luogo, la sepoltura di monsignor di Fois, che morì a Pavia, in più pezzi di marmo; nei quali sono da dieci storie di figure piccole sculpite con molta diligenza de’ fatti, battaglie, vittorie et espugnazioni di torre, fatte da quel signore, e finalmente la morte e sepoltura sua. E per dirlo brevemente, ell’è tale quest’opera che mirandola con stupore stetti un pezzo pensando se è possibile che si facciano con mano e con ferri sì sottili e maravigliose opere, veggendosi in questa sepoltura, fatti con stupendissimo intaglio, fregiature di trofei, d’arme di tutte le sorti, carri, artiglierie e molti altri instrumenti da guerra, e finalmente il corpo di quel signore armato e grande quanto il vivo, quasi tutto lieto nel sembiante così morto, per le vittorie avute. E certo è un peccato che quest’opera, la quale è degnissima di essere annoverata fra le più stupende dell’arte, sia imperfetta e lasciata stare per terra in pezzi, senza essere in alcun luogo murata, onde non mi maraviglio che ne siano state rubate alcune figure e poi vendute e poste in altri luoghi. E pur è vero che tanta poca umanità o più tosto pietà oggi fra gl’uomini si ritruova che a niun, di tanti che furono da lui beneficati et amati, è mai incresciuto della memoria di Fois, né della bontà et eccellenza dell’opera. Di mano del medesimo Agostino Busto sono alcun’opere nel Duomo, et in San Francesco, come si disse, la sepoltura de’ Biraghi, et alla Certosa di Pavia molte altre che son bellissime. Concorrente di costui fu un Cristofano Gobbo, che lavorò anch’egli molte cose nella facciata della detta Certosa et in chiesa tanto bene, che si può mettere fra i migliori architettori che fussero in quel tempo in Lombardia. E l’Adamo et Eva che sono nella facciata del Duomo di Milano verso levante, che sono di mano di costui, sono tenute opere rare e tali che possono stare a paragone di quante ne sieno state fatte in quelle parti da altri maestri. Quasi ne’ medesimi tempi fu in Milano un altro scultore, chiamato Angelo e per sopranome il Ciciliano, il quale fece dalla medesima banda e della medesima grandezza, una Santa Maria Maddalena elevata in aria da quattro putti, che è opera bellissima e non punto meno che quelle di Cristofano, il quale attese anco all’architettura e fece fra l’altre cose il portico di San Celso in Milano, che dopo la morte sua fu finito da Tofano detto il Lombardino, il quale come si disse nella vita di Giulio Romano, fece molte chiese e palazzi per tutto Milano et in particolare il monasterio, facciata e chiesa delle monache di Santa Caterina alla porta Ticinese, e molte altre fabriche a queste somiglianti. Per opera di costui, lavorando Silvio da Fiesole nell’opera di quel Duomo, fece nell’ornamento d’una porta che è volta fra ponente e tramontana, dove sono più storie della vita di Nostra Donna, quella dove ell’è sposata, che è molto bella, e dirimpetto a questa, quella di simile grandezza, in cui sono le nozze di Cana Galilea, è di mano di Marco da Gra assai pratico scultore. Nelle quali storie seguita ora di lavorare un molto studioso giovane, chiamato Francesco Brambilari, il quale ne ha quasi che a fine condotta una, nella quale gl’Apostoli ricevono lo Spirito Santo, che è cosa bellissima. Ha oltre ciò fatto una gocciola di marmo tutta traforata e con un gruppo di putti e fogliami stupendi, sopra la quale (che ha da essere posta in Duomo) va una statua di marmo di papa Pio IIII de’ Medici milanese. Ma se in quel luogo fusse lo studio di quest’arti che è in Roma et in Firenze, arebbono fatto e farebbono tuttavia questi valentuomini cose stupende. E nel vero hanno al presente grand’obligo al cavaliere Leone Leoni aretino, il quale, come si dirà, ha speso assai danari a tempo in condurre a Milano molte cose antiche, formate di gesso per servizio suo e degl’altri artefici. Ma tornando ai pittori milanesi, poiché Lionardo da Vinci vi ebbe lavorato il cenacolo sopra detto, molti cercarono d’imitarlo, e questi furono Marco Uggioni et altri, de’ quali si è ragionato nella vita di lui. Et oltre quelli lo imitò molto bene Cesare da Sesto, anch’egli milanese, e fece, più di quel che s’è detto nella vita di Dosso, un gran quadro che è nelle case della Zecca di Milano, dentro al quale, che è veramente copioso e bellissimo, Cristo è battezzato da Giovanni. È anco di mano del medesimo del detto luogo una testa d’una Erodiade con quella di San Giovanni Battista in un bacino fatte con bellissimo artificio; e finalmente dipinse costui in San Rocco fuor di porta Romana una tavola, dentrovi quel santo, molto giovane, et alcuni quadri che son molto lodati. Gaudenzio pittor milanese, il quale mentre visse si tenne valentuomo, dipinse in San Celso la tavola dell’altar maggiore, et a fresco, in Santa Maria delle Grazie in una capella, la Passione di Gesù Cristo in figure quanto il vivo, con strane attitudini, e dopo fece sotto questa capella una tavola a concorrenza di Tiziano, nella quale, ancor che egli molto si persuadesse, non passò l’opere degl’altri che avevano in quel luogo lavorato. Bernardino del Lupino, di cui si disse alcuna cosa poco di sopra, dipinse già in Milano vicino a San Sepolcro la casa del signor Gianfrancesco Rabbia, cioè la facciata, le loge, sale e camere, facendovi molte trasformazioni d’Ovidio et altre favole con belle e buone figure e lavorate dilicatamente; et al munisterio maggiore dipinse tutta la facciata grande dell’altare con diverse storie, e similmente in una capella Cristo battuto alla colonna e molte altre opere che tutte sono ragionevoli. E questo sia il fine delle sopradette vite di diversi artefici lombardi.