Orlando innamorato/Libro secondo/Canto ottavo

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Libro secondo

Canto ottavo

../Canto settimo ../Canto nono IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro secondo - Canto settimo Libro secondo - Canto nono

 
1   Quando la terra più verde è fiorita,
     E più sereno il cielo e grazïoso,
     Alor cantando il rosignol se aita
     La notte e il giorno a l’arboscello ombroso;
     Così lieta stagione ora me invita
     A seguitare il canto dilettoso,
     E racontare il pregio e ’l grand’onore
     Che donan l’arme gionte con amore.

2   Dame legiadre e cavallier pregiati,
     Che onorati la corte e gentilezza,
     Tiratevi davanti ed ascoltati
     Delli antiqui baron l’alta prodezza,
     Che seran sempre in terra nominati:
     Tristano e Isotta dalla bionda trezza,
     Genevra e Lancilotto del re Bando;
     Ma sopra tutti il franco conte Orlando,

3   Qual per amor de Angelica la bella
     Fece prodezze e meraviglie tante,
     Che ’l mondo sol di lui canta e favella.
     E pur mo vi narrai poco davante
     Come abracciato alla battaglia fella
     Con Aridano, il perfido gigante,
     Cadde in quel lago nel profondo seno;
     Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.

4   Cadendo della ripa a gran fraccasso
     Callarno entrambi per quella acqua scura,
     Dico Aridano e lui tutti in un fasso.
     Già giuso erano un miglio per misura,
     E, roïnando tutta fiata a basso,
     Cominciò l’acqua a farsi chiara e pura,
     E cominciarno di vedersi intorno:
     Un altro sol trovarno e un altro giorno.

5   Come nasciuto fosse un novo mondo,
     Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato,
     E sopra sé vedean del lago il fondo,
     Il qual, dal sol di suso aluminato,
     Facea parere il luogo più iocondo;
     Ed era poi d’intorno circondato
     Quel loco d’una grotta marmorina
     Tutta di pietra relucente e fina.

6   Era la bella grotta a piede al monte:
     Tre miglia circondava questo spaccio.
     Ora torniamo a ragionar del conte,
     Ch’è qui caduto col gigante in braccio,
     Seco sempre ristretto a fronte a fronte,
     E ben se aiuta per uscir de impaccio,
     Ma pur se sbatte e se dimena invano:
     Sei tanto è più de lui forte Aridano.

7   Né l’un da l’altro si potean spiccare,
     Sin che fur gionti in sul campo fiorito.
     Quivi Aridano il volse disarmare,
     Credendo averlo tanto sbigotito,
     Che più diffesa non dovesse fare;
     A benché tal pensier li andò fallito,
     Però che non l’avea lasciato a pena,
     Che ’l conte imbraccia il scudo e il brando mena.

8   Alor se incominciò l’aspra tencione
     E l’assalto crudele e dispietato.
     Il saracino adopra quel bastone
     Che avrebbe a un colpo un monte dissipato.
     Da l’altra parte il fio di Melone
     Avea quel brando ad arte fabricato,
     Che cosa non fu mai cotanto fina,
     E ciò che trova taglia con roina.

9   Orlando a lui ferì primeramente,
     Come li uscitte a ponto delle braccia,
     E roppe avanti l’elmo relucente,
     Benché non gionse il colpo nella faccia.
     Diceva il saracin tra dente e dente:
     - A questo modo la mosca se caccia,
     A questo modo al naso si fa vento;
     Ma ben ti pagarò, s’io non mi pento. -

10 Tra le parole un gran colpo disserra,
     Ma già non gionse il conte a suo talento,
     Ché ben lo avria disteso morto a terra,
     E tutto rotto con grave tormento.
     Or se rinforza la stupenda guerra:
     Quello ha possa maggior, questo ardimento,
     E ciascadun de vincer se procura:
     Battaglia non fu mai più orrenda e scura.

11 Benché gran colpi menasse Aridano,
     Non avea ponto Orlando danneggiato,
     E giva sempre il suo bastone invano.
     Ma il conte, che è di guerra amaestrato,
     Menava bene il gioco d’altra mano,
     E già l’aveva in tre parte impiagato,
     Nel ventre, nella testa, nel gallone:
     Fuora uscia il sangue a grande effusïone.

12 E, per non vi tenire a notte scura,
     L’ultimo colpo che Orlando li dona,
     Tutto lo parte, insino alla centura,
     Onde la vita e il spirto lo abandona,
     E cadde morto sopra a la pianura.
     Quivi d’intorno non era persona;
     Altro che il monte e il sasso non appare,
     Pur guarda il conte e non sa che si fare.

13 La bianca ripa che girava intorno,
     Non lasciava salire al monticello,
     Quale era verde e de arboscelli adorno,
     Tutto fiorito a meraviglia e bello.
     E dalla parte ove apparisce il giorno,
     Era tagliata a punta di scarpello
     Una porta patente, alta e reale:
     Più mai ne vidde il mondo un’altra tale.

14 Guardando, come ho detto, intorno Orlando
     Scorse nel sasso la porta tagliata,
     E verso quella a piede caminando
     Vien prestamente e gionse su l’intrata;
     E de ogni lato quella remirando,
     Vide una istoria in quella lavorata
     Tutta di pietre precïose e d’oro,
     Con perle e smalti di sotil lavoro.

15 Vedeasi un loco cento volte cinto
     De una muraglia smisurata e forte;
     Chiamavasi quel cerchio il Labirinto,
     Che avea cento serraglie e cento porte;
     Così scritto era in quel smalto e depinto.
     E tutto parea pieno a gente morte,
     Ché ogni persona che è d’intrare ardita,
     Vi more errando e non trova la uscita.

16 Mai non tornava alcuno ove era entrato,
     E, come è detto, errando si moria;
     O ver, dalla fortuna al fin guidato,
     Dopo l’affanno della mala via,
     Era nel fondo occiso e divorato
     Dal Minotauro, bestia orrenda e ria,
     Che avea sembianza d’un bove cornuto:
     Più crudel mostro mai non fu veduto.

17 Ritratta era in disparte una donzella,
     Che era ferita nel petto de amore
     De un giovanetto, e l’arte gli rivella
     Come potesse uscir di tanto errore.
     Tutta depinta vi è questa novella,
     Ma il conte, che a tal cosa non ha il core,
     Alle sue spalle quella porta lassa,
     E per la tomba caminando passa.

18 Via per la grotta va senza paura,
     Ed era gito avante da tre miglia
     Senza alcun lume per la strata oscura,
     Alor che gl’incontrò gran meraviglia;
     Perché una pietra relucente e pura,
     Che drittamente a foco se assimiglia,
     Gli fece luce mostrandoli intorno,
     Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.

19 Questa davanti gli scoperse un fiume
     Largo da vinte braccia, o poco meno;
     Di là da lui rendea la pietra il lume,
     In mezo a un campo sì de zoie pieno,
     Che solo a dir di lor serìa un volume;
     E non ha tante stelle il cel sereno,
     Né primavera tanti fiori e rose,
     Quante ivi ha perle e pietre precïose.

20 Avea quel fiume ch’è sopra contato,
     Di sopra un ponte di poca largura,
     Che non è mezo palmo misurato.
     Da ciascun lato stava una figura
     Tutta di ferro, a guisa d’omo armato.
     Di là dal fiume aponto è la pianura,
     Ove posto il tesoro è di Morgana;
     Ora ascoltati questa cosa strana.

21 Non avea posto il piede su la intrata
     Del ponticello il figlio di Melone,
     Che la figura ad arte fabricata
     Levò da l’alto capo un gran bastone.
     Bene avea il conte sua spata fatata
     Per incontrare il colpo di ragione;
     Ma non bisogna che a questo risponda,
     Che dà nel ponte e tutto lo profonda.

22 A questa cosa riguardava il conte
     Meravigliando assai nel suo pensiero,
     Ed ecco a poco a poco uno altro ponte
     Nasce nel loco dove era il primiero.
     Su vi entra Orlando con ardita fronte,
     Ma de quindi varcar non è mistiero,
     Ché la figura mai passar non lassa
     Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.

23 Il conte avea de ciò gran meraviglia,
     Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare?
     Se il fiume fusse largo diece miglia,
     In ogni modo voglio oltra passare."
     Al fin delle parole un salto piglia:
     Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare
     A prender corso; e, come avesse piume,
     D’un salto armato andò di là dal fiume.

24 Come fu gionto alla ripa nel prato
     Ove Morgana ha posto il gran tesoro,
     A sé davante vidde edificato
     Un re con molta gente a concistoro.
     Ciascun sta in piede, ed esso era assettato;
     Tutte le membre avean formato d’oro,
     Ma sopra eran coperti tutti quanti
     Di perle, de robini e de diamanti.

25 Parea quel re da tutti riverito;
     Avanti avea la mensa apparecchiata
     Con più vivande, a mostra di convito,
     Ma ciascadun di smalto è fabricata.
     Sopra al suo capo avea un brando forbito,
     Che morte li minaccia tutta fiata;
     Ed al sinistro fianco, a men d’un varco,
     Un che avea posto la saetta a l’arco.

26 Avea da lato un altro suo germano,
     Che lo rasomigliava di figura,
     E tenea un breve scritto nella mano.
     Così diceva a ponto la scrittura:
     ’ Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano
     Qual se possede con tanta paura;
     Né la possanza giova, né il diletto,
     Quando se tiene o prende con sospetto.’

27 Però stava quel re con trista ciera,
     Guardando intorno per suspizïone.
     A lui davanti, ne la mensa altiera,
     Sopra de un ziglio d’oro era il carbone,
     Che dava luce a guisa de lumiera,
     Facendo lume per ogni cantone;
     Ed era il quadro di quella gran piaccia
     Per ciascun lato cinquecento braccia.

28 Tutta coperta de una pietra viva
     Era la piazza e d’intorno serrata;
     Per quattro porte di quella se usciva,
     Ciascuna riccamente lavorata.
     Non vi ha fenestra e d’ogni luce è priva,
     Se non che è dal carbone aluminata,
     Qual rendeva là giù tanto splendore,
     Che a pena il sole al giorno l’ha maggiore.

29 Il conte, che di questo non ha cura,
     Verso una porta prese il suo camino,
     Ma quella nella entrata è tanto scura,
     Che non sa dove andare il paladino.
     Ritorna adietro e d’intorno procura
     De l’altre uscite per ogni confino;
     Tutte le cerca senza alcuna posa:
     Ciascuna è più dolente e tenebrosa.

30 Mentre che pensa e sta tutto suspeso,
     Andogli il core a quella pietra eletta,
     Che nella mente parea foco acceso,
     Onde a pigliarla corse con gran fretta;
     Ma la figura che avea l’arco teso,
     Subitamente scocca la saetta,
     E gionse drittamente nel carbone,
     Spargendo il lume a gran confusïone.

31 Cominciò incontinente un terremoto,
     Scotendo intorno con molto rumore.
     Mugiava in ogni lato il sasso voto:
     Odita non fu mai voce maggiore.
     Fermosse il conte stabile ed immoto,
     Come colui che fu senza terrore:
     Ecco il carbone al ziglio torna in cima,
     E rende il lume adorno come in prima.

32 Orlando per pigliarlo torna ancora,
     Ma, come a ponto con la mano il tocca,
     Lo arcier che è a lato al re, senza dimora
     Una saetta d’oro a l’arco scocca;
     E durò il terremoto più d’un’ora,
     Squassando con rumor tutta la rocca;
     Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio
     Tornò come era avanti in cima al ziglio.

33 Or fa pensiero il bon conte de Anglante
     Avere al tutto quella pietra fina.
     Trasse a sé il scudo e quel pose davante
     Ove l’arciero il suo colpo destina;
     Poi prese il bel carbone, e ’n quello istante
     Gionse la frizza al scudo con roina,
     Ma non puote passarlo il colpo vano:
     Via ne va Orlando col carbone in mano.

34 E come lo guidava la fortuna,
     Non prese a destra mano il suo vïaggio,
     Che serìa uscito de la grotta bruna
     Salendo sempre suso, il baron saggio.
     Là gioso ove non splende sol né luna,
     Né se può ritornar senza dannaggio,
     Callava il conte, verso la pregione
     Ove Ranaldo stava con Dudone.

35 Fôr questi presi sopra la rivera,
     Sì come già davanti io vi contai,
     E Brandimarte ancora con questi era,
     Ed altri cavallieri e dame assai,
     Ch’eran più de settanta in una schiera,
     Che non avean speranza uscir giamai
     Di quello incanto orribile e diverso,
     Ma ciascadun si tiene al tutto perso.

36 E sappiati che il franco Brandimarte
     Non fu per forza, come gli altri, preso;
     Ma Morgana la fata con mala arte
     L’avea d’amor con falsa vista acceso;
     E seguendola lui per molte parte,
     Non fu da alcun giamai con arme offeso,
     Ma con carezze e con viso iocondo
     Fu trabuccato a quel dolente fondo.

37 Or, come io dissi, il bon conte di Brava
     Giù nella tomba alla sinistra mano
     Per una scala di marmo callava
     Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano;
     E col carbone avanti alluminava,
     Perché altramente serìa gito invano,
     Ché quel camino è sì malvaggio e torto,
     Che mille fiate errando serìa morto.

38 Poi che fu gionto in su la terra piana
     Il conte, che a quel lume si governa,
     Parbe vedere a lui molto lontana
     Una fissura in capo alla caverna;
     E, caminando per la strata strana,
     A poco a poco pur par che discerna,
     Che quella era una porta al fin del sasso,
     Qual dava uscita al tenebroso passo.

39 L’aspra cornice di quel sasso altiero
     Con tal parole a lettre era tagliata:
     ’ Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero,
     Sappi che quivi facile è la entrata,
     Ma il risalir da poi non è legiero
     A cui non prende quella bona fata,
     Qual sempre fugge intorno e mai non resta,
     E dietro ha il calvo alla crinuta testa.’

40 Il conte le parole non intese,
     Ma passa dentro quella anima ardita,
     E, come a ponto nel prato discese,
     Voltando gli occhi per l’erba fiorita
     Alto diletto riguardando prese;
     Perché mai non se intese per odita,
     Né pNr veduta in tutto quanto il mondo
     Più vago loco, nobile e iocondo.

41 Splendeva quivi il ciel tanto sereno,
     Che nul zaffiro a quel termino ariva,
     Ed era d’arboscelli il prato pieno,
     Che ciascun avea frutti e ancor fioriva.
     Longe alla porta un miglio, o poco meno,
     Uno alto muro il campo dipartiva,
     De pietre trasparente e tanto chiare,
     Che oltra di quello il bel giardino appare.

42 Orlando dalla porta se alontana,
     E mentre che per l’erba via camina,
     Vidde da lato adorna una fontana
     D’oro e di perle e de ogni pietra fina.
     Quivi distesa stavasi Morgana
     Col viso al cielo e dormiva supina,
     Tanto suave e con sì bella vista
     Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.

43 Le sue fattezze riguardava il conte
     Per non svegliarla, e sta tacitamente.
     Lei tutti etcrini avea sopra la fronte,
     E faccia lieta, mobile e ridente;
     Atte a fuggire avea le membre pronte,
     Poca trezza di dietro, anzi nïente;
     Il vestimento candido e vermiglio,
     Che sempre scappa a cui li dà de piglio.

44 - Se tu non prendi chi te giace avante,
     Prima che la se sveglia, o paladino,
     Frustarai a’ tuoi piedi ambe le piante
     Seguendola da poi per mal camino;
     E portarai fatiche e pene tante,
     Prima che tu la tenghi per il crino,
     Che serai reputato un santo in terra
     Se in pace soffrirai cotanta guerra. -

45 Queste parole fur dette ad Orlando,
     Mentre che attento alla fata mirava,
     Onde se volse adietro, ed ascoltando
     Verso la voce tacito ne andava;
     E forse trenta passi caminando
     A piè de l’alto mur presto arivava,
     Qual tutto di cristallo è tanto chiaro,
     Che oltra si vede senza alcun divaro.

46 Così cognobbe lo ardito barone
     Come colui che avanti avea parlato,
     Di là da quel cristallo era pregione,
     E prestamente l’ha rafigurato,
     Perché quello era il suo franco Dudone;
     Ed ora l’un da l’altro è separato
     Forse tre piedi, o poco meno, o tanto:
     Pensati che ciascun facea gran pianto.

47 Ben distendevan l’una e l’altra mano
     Per abracciarse insieme ad ogni parte.
     Dice a Dudone: - Io me affatico invano,
     Ché in nulla forma mai potria toccarte. -
     In quello giunse il sir de Montealbano,
     Che a braccio ne venìa con Brandimarte,
     E non sapevan del conte nïente;
     Ciascun di lor piangendo fu dolente.

48 Disse Ranaldo: - Egli ha pur l’armi in dosso,
     E tiene al fianco ancor la spata cinta:
     Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso,
     Ché sua prodezza non serà mai vinta;
     Abenché rallegrar pur non mi posso,
     Perché io non so se l’ira ancora è estinta,
     Quando per colpa mia quasi fui morto,
     Alor che seco combatteva a torto.

49 Ch’io non doveva per nulla cagione
     Prender con seco alcuna differenza;
     Egli è di me maggiore, e di ragione
     Lo debbo sempre avere in riverenza. -
     Diceva Brandimarte al fio d’Amone:
     - Di questo ditto non aver temenza;
     Così quindi te tragga Dio verace,
     Come tra voi farò presto la pace. -

50 E così l’un con l’altro ragionando,
     Come vi dico, assai pietosamente,
     Per caso allor se volse il conte Orlando,
     Ed ambi li cognobbe incontinente;
     E piangendo di doglia e sospirando,
     Con parlar basso e con voce dolente
     Li adimandava con qual modo e quanto
     Fusser già stati presi a quello incanto.

51 E poi che intese la fortuna loro,
     Che ciascadun piangendo la dicia,
     Prese dentro dal core alto martoro,
     Perché forza né ingegno non valìa
     A romper quel castello e il gran lavoro,
     Qual chiudea intorno quella pregionia;
     E tanto più se turba il conte arguto,
     Che gli ha davanti e non può darli aiuto.

52 Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo
     E gli altri tutti che cotanto amava,
     Onde di doglia e di grande ira caldo
     Per dar nel mur col brando il braccio alzava;
     Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo!
     Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava,
     - Ché, come ponto si spezzasse il muro,
     Giù nella grotta caderemo al scuro. -

53 Seguiva poi parlando una donzella,
     La qual di doglia in viso parea morta,
     E così scolorita era ancor bella;
     Costei parlava al conte in voce scorta:
     - Se trar ce vuoi di questa pregion fella,
     Conviente gir, baron, a quella porta
     Che de smiraldi e de diamanti pare;
     Per altro loco non potresti entrare.

54 Ma non per senno, forza, o per ardire,
     Non per minaccie, o per parlar soave
     Potresti quella pietra fare aprire,
     Se non te dona Morgana la chiave;
     Ma prima se farà tanto seguire,
     Che ti parrebbe ogni pena men grave
     Che seguir quella fata nel deserto
     Con speranza fallace e dolor certo.

55 Ogni cosa virtute vince al fine:
     Chi segue vince, pur che abbia virtute;
     Vedi qua tante gente peregrine,
     Che speran per te solo aver salute.
     Tutte noi altre misere, tapine,
     Prese per forza al fondo siàn cadute:
     Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato,
     In questo loco sei venuto armato.

56 Sì che bona speranza ce conforta
     Che avrai di questa impresa ancor l’onore,
     Ed aprirai quella dolente porta,
     Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore.
     Or più non indugiar, ché forse accorta
     Non se è di te la fata, bel segnore;
     Volgite presto e torna alla fontana,
     Ché forse ancor vi trovarai Morgana. -

57 Il conte, che d’entrare avea gran voglia,
     Subitamente al fonte ritornava;
     Quivi trovò Morgana, che con zoglia
     Danzava intorno e danzando cantava.
     Né più legier se move al vento foglia,
     Come ella senza sosta si voltava,
     Mirando ora alla terra ed ora al sole,
     Ed al suo canto usava tal parole:

58 - Qualunche cerca al mondo aver tesoro,
     O ver diletto, o segue onore e stato,
     Ponga la mano a questa chioma d’oro
     Ch’io porto in fronte, e quel farò beato;
     Ma quando ha il destro a far cotal lavoro,
     Non prenda indugia, ché il tempo passato
     Più non ritorna e non se ariva mai,
     Ed io mi volto, e lui lascio con guai. -

59 Così cantava de intorno girando
     La bella fata a quella fresca fonte,
     Ma come gionto vidde il conte Orlando,
     Subitamente rivoltò la fronte.
     Il prato e la fontana abandonando,
     Prese il vïaggio suo verso de un monte,
     Qual chiudea la valletta piccolina;
     Quivi fuggendo Morgana camina.

60 Oltra quel monte Orlando la seguia,
     Ché al tutto di pigliarla è destinato,
     Ed essendoli dietro tutta via,
     Se avidde in un deserto essere entrato,
     Che strata non fu mai cotanto ria,
     Però che era sassosa in ogni lato;
     Ora alta, or bassa è nelle sue confine,
     Piena de bronchi e de malvaggie spine.

61 Del rio vïaggio Orlando non se cura,
     Ché la fatica è pasto a l’animoso.
     Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura,
     E levasi un gran vento furïoso;
     Pioggia mischiata di grandine dura
     Batte per tutto il campo doloroso;
     Perito è il sole e non si vede il giorno,
     Se il ciel non s’apre fulgorando intorno.

62 Tuoni e saette e fùlgori e baleni
     E nebbia e pioggia e vento con tempesta
     Aveano il cielo e i piani e i monti pieni:
     Sempre cresce il furore e mai non resta.
     Quivi la serpe e tutti i suoi veleni
     Son dal mal tempo occisi alla foresta,
     Volpe e colombi ed ogni altro animale:
     Contra a fortuna alcun schermo non vale.

63 Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio,
     Né ve impacciati de sua mala sorte,
     Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio:
     Fuggir se vôle il mal sino alla morte;
     Abenché lui tornasse in bon vïaggio,
     Perché ogni cosa vince l’omo forte;
     Ma chi può, scampar debbe al tempo rio.
     Bella brigata, io ve acomando a Dio.