Roma e lo Stato del Papa/Capitolo VI

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Capitolo VI

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Capitolo V Capitolo VII
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CAPITOLO VI.

L’aristocrazia.



Sommario: L’aristocrazia dopo la restaurazione. — Sacrifici imposti dai nuovi aggravi. — Patrimoni condannati all’immobilità. — Amministrazioni patriarcali. — I congressi. — I patrimoni dei principi fuori lo Stato. — I cadetti. — Orgoglio e pregiudizi. — Il duca di Sermoneta. — Il suo salone, i suoi studi danteschi e i suoi epigrammi. — Un pranzo in osteria. — Casa Borghese e casa Doria. — Villeggiature dei Doria a San Martino. — Beffe inverosimili. — Minaccia di duello. — Influenza delle principesse straniere nei costumi dell’aristocrazia. — Il principe Boncompagni e don Augusto Ruspoli. — Influenza dei confessori. — I principi romani aborrenti dalla politica. — Curiose contraddizioni. — Nobiltà antiche e recenti. — Diplomatici e cardinali sono i maggiori elementi decorativi dei saloni. — Le signore; loro carattere e cultura. — Particolari degni di nota. — I nobili rifuggivano dalle cospirazioni. — Loro disprezzo per la borghesia.



L’aristocrazia, travagliata per tre anni da convulsioni e paure, ed errante quasi tutta dopo l’assassinio del Rossi e la fuga del Papa, aveva riprese le vecchie abitudini. Dei principi, che avevano partecipato ai governi del 1847 e 1848, nessuno ebbe molestia. Furono ministri quasi effimeri, com’è noto, il duca di Sermoneta, il principe Doria, il principe Aldobrandini, e quel duca Mario Massimo, la cui condotta, nel giorno dell’uccisione del Rossi, fu oggetto di gravi censure. Egli, dopo il breve ministero, tornò ai vari impieghi nell’amministrazione dello Stato, sì perchè era tenuto in conto di uomo di talento, sì perchè egli stesso si attribuiva la parte di moderatore, quasi tramite, fra l’aristocrazia, la ricca borghesia, che liberaleggiava, e la maggior gerarchia ecclesiastica. Parve che per il patriziato fosse cancellata la storia, dall’amnistia di Pio IX alla fine della repubblica. Furono ripresi, come si è veduto, i pranzi e i balli, le cacce e i teatri. Ogni casa principesca cercava di conciliare la necessità dell’economia, richiesta dalle nuove imposte e dallo scompiglio di due anni di governo rivoluzionario, con le necessità e quasi le [p. 84 modifica]tirannie, che imponevano i pregiudizi della classe, e più l’ordinamento amministrativo di quei patrimoni condannati all’immobilità, oberati da passività, da obblighi e doveri di ogni genere, e amministrati da numerosi agenti, le cui competenze non erano mai definite, e neppur note allo stesso padrone. Fra viceprincipi e ministri, fra maestri di casa e architetti, agronomi e fattori, computisti e legulei, al signore rimaneva la minore disponibilità delle sue rendite. Il bilancio di casa non era fatto da lui, ma lo trovava già fatto; e data la ripugnanza, propria della classe, ad occuparsi di conti, o di qualunque cosa richiedesse studio o fastidio, il padrone finiva per essere quasi come un dipendente dei suoi amministratori, e per ignorare la reale situazione del proprio patrimonio. Se questo andava in fumo, c’era sempre la sicurezza di rifarlo con un ricco matrimonio all’estero, o con una rigida economia, come fece Michelangelo Caetani, il quale, liberata la cospicua sostanza da qualunque onere, ricordò l’avvenimento con questa lapide, che si legge sulla porta dell’archivio:


aes alienum
a majoribus suis
grande conflatum
m. cajetanus
quadriennio dissolvit
mdccclvii


Non eran rari difatti i casi di fortune andate a rotoli, e poi ricostituite con ricche doti, ed era così profonda la convinzione di aggiustar tutto col matrimonio, che il jus redimendi entrava quasi in ogni contratto di compravendita delle grandi tenute.


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Una o due volte al mese avevano luogo i «congressi», cioè le riunioni dei capi dell’azienda, alla presenza del principe, per discutere sulle maggiori cose del patrimonio: affitti di case e di terreni, restauri di fabbriche o fabbriche nuove; commercio di prodotti, e conti, rendiconti e liti, di cui il signore non capiva nulla, ma mostrava di capire per giustificare la frase di rito: «vado in computisteria». E seduto difatti sulla comoda seggiola a lui riservata, ascoltava quanto gli si riferiva, anche di tenute [p. 85 modifica]lontane non mai visitate, o di affitti compiuti, o rinnovati nel tempo in cui egli era in viaggio, o variamente distratto. Se chiedeva qualche schiarimento, si era solleciti a squadernargli dinanzi due o tre voluminosi registri legati all’antica, con le punte di metallo, chiodi dorati e stemmi di famiglia sul dorso; od al minimo fastidio, ch’ei mostrasse, gli si ponevano innanzi sommari e riepiloghi, consultati i quali, il principe ne sapeva meno di prima, pur mostrando d’esser chiaro di tutto. Era decoro della casa tenere una computisteria largamente fornita d’impiegati e di libri. Ed erano i signori più diligenti, che andavano in computisteria, perchè i più si annoiavano a trattare d’affari, e ai congressi assisteva il viceprincipe. Benchè regnasse il più patriarcale dei sistemi, fino a respingere come temerario qualunque sospetto d’illecito profitto, gli abusi erano innumerevoli, e comuni i casi di amministratori arricchiti, sopratutto quando una parte del patrimonio era lontana da Roma. I Doria, gli Orsini, i Boncompagni, i Colonna, possedevano nel reame di Napoli; i Salviati, i Borghese, gli Aldobrandini, i Rospigliosi, in Toscana e Romagna; i Santacroce e gli Altieri nelle Marche, e così via via. I mezzi di comunicazione non erano quelli di oggi, e per andare a Melfi, dove si trovavano i possedimenti dei Doria col magnifico castello di Carlo d’Angiò; od a Gravina, dove gli Orsini possedevano terreni a perdita d’occhio, con un palazzo ducale cinto da largo fossato, occorreva qualche settimana, attraverso non pochi pericoli e disagi. Era un avvenimento se, scortato dalle guardie della casa, vi andasse ogni cinque o sei anni il viceprincipe, il quale o perchè insofferente di quella interruzione nelle sue consuetudini romanesche, o’ perchè digiuno fin delle più elementari nozioni di agricoltura, rientrava a Roma senz’altro costrutto, fuori quello di larghi doni e degli omaggi mietuti. Il patrimonio, immobiliare quasi tutto, non più offriva, per i cresciuti bisogni e le nuove gravezze, la stessa disponibilità nelle rendite, destinate a precipitare, dopo il 1870, con l’inverosimile aumento dei tributi, e la morte dell’antico sistema doganale, come narrerà il futuro storico. Benchè il governo concorresse a mantenere l’equilibrio nelle grandi famiglie, favorendone i cadetti con impieghi e benefizi ecclesiastici, non pochi di quei cadetti non trovavano a far nulla di utile a sè, e al [p. 86 modifica]miglioramento del paese, e vivevano sul maggiorasco. A differenza degl’inglesi, i cadetti delle grandi famiglie romane abborrivano dalle armi come i loro antenati, anche perchè i tempi erano mutati, preferendo entrare nel personale dei rioni, o goder prelature, abbazie o prebende, o abbracciare la carriera ecclesiastica, dopo aver conosciuto il mondo in tutte le sue debolezze. Va da sè, che il cadetto era considerato dal fratello maggiore come uno dei tanti succhioni del patrimonio; e quegli considerava questo come un usurpatore, benchè le apparenze fossero le più rispettose e sottomesse.


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In un simile ambiente amministrativo non è difficile ricostruire l’ambiente morale. Abituato a non vedere ostacoli, e a non sentire consigli, cozzanti coi propri istinti; cresciuto fra adulatori e clienti, che gli ripetevano essere lui diverso dal resto degli uomini; educato da pedagoghi, che il Belli eternò nel famoso sonetto; discendente da Papi e da cardinali; imparentato con famiglie regnanti; partecipe della sovranità, perchè collocato in condizioni d’indiscusso privilegio, qual meraviglia che il patrizio romano assumesse nella vita forme sprezzanti, e si rendesse quasi invincibile in lui la ripugnanza a trattare con quelli, che reputava da meno, e che però erano i soli che, a suo avviso, dovessero obbedire alle leggi? Nei patrizi si rispecchiava ordinariamente l’indole dei loro educatori ecclesiastici, invasi da pregiudizi d’ogni genere. Non era possibile, anche per questo, che accettassero i mutamenti politici, i quali urtavano troppo con le loro tradizioni e tendenze, e che riconoscessero altre gerarchie, rassegnandosi a prendere in queste il secondo o il terzo posto. E di qui le antinomie stridenti, per cui si videro alcuni inclinare alla repubblica, o anche al socialismo; o preferire alla corte del Re laico quella del Papa; o abbandonare alti uffici in corte, per non stare in piedi dietro i sovrani, o seguirli quasi come primi camerieri; o non invitare ai loro balli, dopo il 1876, ministri di altro partito; o, come il duca di Sermoneta, deputato di Velletri, passar da destra a sinistra in seduta pubblica, e poi piantar la politica e ritirarsi a vita privata, mordace dispregiatore di quel nuovo ordine di cose, che, con l’autorità del suo [p. 87 modifica]nome, pur aveva contribuito ad accreditare nel mondo. Presidente della giunta di governo, istituita dal generale Cadorna, fu egli che portò il plebiscito di Roma a Vittorio Emanuele.


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Il Caetani era l’uomo di maggior cultura e di maggiore autorità dell’aristocrazia. La sua casa aveva dato due Papi alla Chiesa, e fra i due, quel Bonifazio, condannato ed eternato da Dante; ed oltre ai Papi, dei cardinali, e capitani dì guerra e di ventura. Un Caetani aveva combattuto a Lepanto con Marcantonio Colonna, suo cognato. La tradizione assegnava a questa famiglia un’origine anteriore al Mille, facendola discendere dal tribuno romano Anatolio, che Gregorio II fece duca di Gaeta. Il salone del Sermoneta fu, nel tempo di cui parlo, il ritrovo più geniale e universale di Roma. Ogni straniero, anche di mediocre cultura, riteneva di non aver conosciuta Roma, se non fosse passato da casa Caetani, dove si parlava, con indiscussa competenza, di arte, di lettere, e anche di politica; e dove due sole cose non erano tollerate, la volgarità e la scioccheza. Il duca aveva ereditato da suo padre l’amore per le lettere e le arti, e dall’avo materno, Gherardo de Rossi, il culto di Dante. Suo padre Enrico, vivendo nella villa dell’Esquilino, dove stanno ora i frati Redentoristi, riuniva presso di sè letterati ed artisti, ed avendo destinato il giovedì per ricevere i seccatori, diceva, celiando, che in quel giorno si poteva passeggiare per Roma liberamente. Michelangelo Caetani ebbe tre mogli; la prima fu la contessa Callista Rzewuska, appartenente a ricca famiglia polacca, donna di superiore intelligenza, di spirito squisito, musicista perfetta, e giuocatrice profonda di scacchi. Da lei, che morì due anni dopo, nacquero Ersilia ed Onorato. Il duca trovò conforto nell’educazione dei figliuoli, e nel riordinamento del suo patrimonio. Aveva studiato scultura col Tenerani, e aveva scolpita quell’elegante statua che chiamò Amore legato, il famoso tagliacarte rappresentante Minosse, con la coda attorcigliata e le ali in alto, e i bellissimi mobili del suo salone. Sapeva a mente la Divina Commedia e n’era commentatore originale, come attestano la sua corrispondenza con Carlo Troia, con Gaetano [p. 88 modifica]Trevisani, col Giuliani ed altri dantisti, pubblicata nel secondo volume del suo epistolario, un suo forte discorso sopra un punto rimasto oscuro del poema, e le copiose note che videro la luce nel 1857, col titolo: Tre chiose alla Divina Commedia di Dante Alighieri. In Orsammichele era stata eretta in suo onore una cattedra dantesca. Conosceva, come lingua propria, il francese e l’inglese, il latino e il greco. Il suo salone, che riproduceva, ripeto, il carattere universale della città, era stato chiuso nei dodici anni della prima vedovanza, e rifiorì nel 1854, quando il duca passò a seconde nozze con miss Margherita Knight, la quale, con la famiglia, per ragioni di salute, abitava Roma fin dal 1848, al palazzo Spina, all’Angelo Custode, ed alla quale scriveva lettere interessantissime da Firenze fin dall’agosto 1848: lettere, che sono un quadro della vita italiana di allora, da lui definita carnevale politico. Ne ho lette alcune, datemi da Onorato. Lo spettacolo di quell’immenso disordine morale lo faceva uscire in espressioni caratteristiche, e ne fece la diagnosi con sdegnosa, ma meravigliosa esattezza. Tutti i cattivi, scriveva egli a quella che doveva essere sua seconda moglie, cercano il ministero. Tutti i buoni lo temono... L’ignoranza degli italiani nelle cose politiche è al di là d’ogni credere... Tutti concorrono all’impedimento di ogni legalità. Libertà s’intende per abolizione di legge, perché i popoli ignoranti, e stati lungamente oppressi, hanno ogni legge per tirannia. La prega di ricordarlo all’amicizia di monsignor Pentini, mio antico complice di ministero. E in un’altra lettera, del 16 di quel mese, scriveva:

Se l’Inghilterra mandasse a Botan-bay tutti i nostri gazzettieri, e la Francia abbandonasse a Cavaignac i nostri molti Catilini moderni, forse noi potremmo sperare di apprendere, a poco a poco, a sostenere il giogo legale di una costituzione e divenir nazione, dopo aver molto operato a meritarlo. Altrimenti sarà un gran movimento avvenuto in faccia a tutto il mondo, per dichiarare la nostra immaturità ed inesperienza politica. Tutti gridano ora che son mancate le armi, ed io credo sia mancata la prudenza e le altre virtù sorelle...... La gelosia e qualche passione peggiore ancora......, in mezzo ad ignoranza e malvagità, hanno governato finora tutto il movimento politico con quella compagnia e con quella stessa pompa, che si fanno da noi i funerali, per condurre la nuova Italia al suo antico sepolcro.

Abitava in quei mesi coi figliuoli a Firenze in via della Fornace, ed era tornato da poco da Montecatini, che descrive [p. 89 modifica]con tocchi sobrii e felici, insieme alla Valdinievole. Il duca aveva conosciuto, prima e dopo il 1848, quasi tutto il mondo intellettuale del suo tempo, da Walter-Scott a Stendhal; da Nibby a Fea, in quel semplice appartamento alle Botteghe Oscure, ch’egli chiamava catacombe, o eremo delle Botteghe Oscure. Negli ultimi anni, il salone ebbe un colore più spiccatamente politico. Arnim, Odo Russell e De Canitz, prima che impazzisse, vi erano assidui; e con essi, i cardinali Pentini, D’Andrea, Di Pietro, De Silvestri, De Luca, e di giorno vi capitava, ma di rado, l’Antonelli. Nel 1859 fu per l’ultima volta visitato da Massimo d’Azeglio, venuto a Roma a portare il collare dell’Annunziata al principe di Galles, oggi re d’Inghilterra. Una consuetudine amichevole legava quei due insigni, tanto che il Sermoneta si fece assistere dal d’Azeglio in un duello, ch’ebbe nel 1848 col principe di Canino. Fu pure visitato dal principe di Galles e gli donò un piatto artistico, circostanza, che, tanti anni dopo, l’augusto personaggio ricordò ad Onorato Caetani, a Londra. Ricasoli, Minghetti, Massari, Bonfadini, Civinini e Bonghi, venendo a Roma, credevano loro dovere andare a salutare l’illustre patrizio, e furono suoi commensali. Dei principi regnanti, egli era legato da forte amicizia col duca di Saxe-Weimar, col quale ebbe un interessante carteggio. Gregorovius gli dedicò la Lucrezia Borgia; About parlò di lui nella Rome contempaoraine; Taine, nel suo Voyage en Italie; e tra i molti, che si onorarono della sua amicizia, basterà ricordare Ampère, sir David Brewster, Avy, Lafond e Despretz, Listz ed Hebert, Pietro Ercole Visconti, Giambattista De Rossi e Giuseppe Fiorelli.


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Nessun altro principe poteva paragonarsi a lui, e nessun salone al suo, onde non gli mancarono fastidi e gelosie, di cui sì vendicava con dei motti, che strappavano la pelle. Inesauribile la vena dei suoi epigrammi, molti dei quali sono rimasti nella memoria dei vecchi. Spesso erano bisticci di parole, ma di significante comicità. Egli non aveva passione per la politica, di cui non intendeva le esigenze, le doppiezze, le volgarità e le facili transazioni con la legge morale. Ricordava con terrore i [p. 90 modifica]pochi giorni che fu ministro di polizia nel 1848. Era un animo retto in sommo grado, e ribelle ad ogni soverchieria. Non era tenero del governo dei preti, e ne portava un giudizio ben severo, ma detestava ancora di più la falsa democrazia. Rideva dell’ingenuità di Pio IX e della ignoranza dei suoi ministri; prevedeva la fine di quel governo, ma era personalmente devoto al Papa. Riprovava i metodi dell’Antonelli, ma serbò con lui amichevoli rapporti anche dopo il 1870. Nessuno meglio di lui conosceva e valutava il suo mondo, colle sue mal celate magagne, e le inverosimili e comiche insulsaggini. Era la storia parlante, arguta e aneddotica di Roma, e perciò più temuto che amato. Il Caetani era un artista, con tutte le bizze e le eccentricità di artista e di principe romano; e amava, come gli artisti, i pranzi all’osteria, passione del resto comune nell’aristocrazia di Roma. L’osteria non urtava i pregiudizi del patriziato; e tutto ciò che piace, fa comodo e fa buon sangue, allora non si respingeva, come non si respinge oggi; ma allora i gusti erano più semplici. I grandi menus francesi servivano nelle occasioni eccezionali, mentre le fettuccine e il capretto, il fritto, la squisita ricotta, e la maravigliosa cicoria selvatica erano il pasto ordinario e preferito di ogni ceto. All’osteria, e singolarmente al Falcone e al Lepre, negli ultimi tempi, non era infrequente il caso di trovare dei signori all’ora di colazione, o dei grandi pique-niques di sera, come in Ghetto, nella stagione dei carciofi, era un’invasione della migliore società per fare onore a quell’appetitoso prodotto romanesco. Si può immaginare di quanta attenzione fossero fatti segno i signori, quando onoravano di loro presenza quei modesti locali, nei quali con trenta baiocchi si apprestava un desinare, che forse vinceva per gustosità quelli delle più signorili cucine.

Restò celebre un pranzo in un’osteria fuori porta del Popolo, dato dalla duchessa Castiglioni Aldobrandi ai suoi amici e ammiratori, tra i quali il Sermoneta. Mancava ogni servizio; si mangiò con posate di stagno in una sala terrena affumicata, ed illuminata da lucerne ad olio, a tre o quattro becchi; ma la cucina abbondante e saporita, condita dal buon umore e annaffiata dal vino bianco di Frascati, non poteva lasciar più soddisfatti i nobili banchettanti. La duchessa Adele Castiglioni era, [p. 91 modifica]com’è noto, la vedova di Carlo Colonna, figlio secondogenito del principe Aspreno Colonna Doria, giovane elegante e simpatico, che sposò nel 1856, contro la volontà dei parenti, e dopo essere uscito dall’accademia ecclesiastica, perchè non volle abbracciare il sacerdozio. Ella era figlia del conte d’Affry, e di lei, levatasi poi in fama nell’arte della scultura, avrò occasione di parlare più innanzi. I suoi nipoti Colonna la ricordano con affetto. Era una signora molto alta, non veramente bella, ma dal portamento assai distinto.

Tornando al duca di Sermoneta, non vuol esser taciuto che egli era accusato di avarizia, spiegata dal fatto che, affittato il grande appartamento del suo palazzo, si era adattato a vivere nel mezzanino; ma si debbono ricordare due cose, ch’egli era tutto inteso al rifiorimento del suo patrimonio, ed aveva personalmente gusti assai semplici. Preferiva passeggiare a piedi, ed io ricordo che, nel tempo che fu deputato, non usò mai del libretto di libera circolazione, ma per andare e venire da Frascati viaggiava in terza classe, pagando il biglietto. Della sua originalità è caratteristico segno quest’ultimo fatto: che quando vide, dopo il 1870, che il vecchio mondo era crollato, credette che fosse anche suonata l’ultima sua ora, e con grande filosofia, da paragonare a quella degli antichi eroi, si fece preparare le casse funebri, una di olmo e una di piombo, e vi fece incidere: Michael Angelus Cajetanus, mortem expectans, sepulcrum sibi paravit, e vi pose la data mdccclxx. Visse altri dodici anni, e sino agli ultimi giorni, insieme ai diletti suoi studi danteschi, seguitò ad occuparsi di arte, e di quella oreficeria che aveva fatta rivivere coi Castellani.


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Il principe Doria, il principe Borghese e Alessandro Torlonia, prima che rimanesse vedovo, erano coloro che nella vita mondana gareggiavano per sfarzo veramente regale. In casa Borghese, la numerosa figliuolanza concorreva a dare una maggiore galezza a quei conviti. I fratelli Filippo e Domenico Doria avevano avuta una gioventù romantica; il primo fu lungamente innamorato della signorina Saint Lorent, figliastra del conte [p. 92 modifica]Lutzow, ambasciatore d’Austria presso il Papa; e l’altro, chiamato per vezzeggiativo Cuccio, fu argomento di romanzi e di novelle, e segno di odii popolari per il suo amore con Vittoria Savorelli, lo sleale suo abbandono e la morte infelice di lei. L’About aveva scritto il romanzo Tolla, e Paolo Mazio la novella Sabina e Ruggero. La fede violata fece dare ai due fratelli il soprannome di abbruciapagliari, e il duca di Sermoneta, insieme al fratello Filippo, fece un disegno a colori, rappresentante due giovanotti in atto. di dar fuoco a due pagliericci. La caricatura, originalissima, era posseduta dal duca Massimo, e forse ancora esiste. Cuccio riparò a Genova, dove si die’ al commercio dei turaccioli di sughero, che gli portò via gran parte della sostanza; sposò una marchesa Spinola, ed entrambi passavano tristemente i loro giorni, raramente scambiandosi delle parole. Filippo sposò, nel 1839, una delle signorine Talbot, figlia del conte Dsrewsbury. La sorella Guendalina aveva sposato, quattro anni prima, il principe Marcantonio Borghese. Il vecchio Doria aveva una corte di adulatori e amici, tra i quali vanno ricordati il conte Andrea Alborghetti, morto da poco, il conte Sprega ed un marchese Capranica. Il principe Doria passava il maggio alla villa Pamphyli, e per attrarre visitatori, faceva partire, alle sette di sera, da piazza Venezia un omnibus che li riconduceva in città a mezzanotte, con ampio permesso del generale dell’armata d’occupazione, deferentissimo verso il principe, che aveva innalzato nella villa un monumento ai soldati francesi morti nelle giornate del 1849. E in autunno andava a San Martino, presso Viterbo, nel suo feudo, dove è sepolta donna Olimpia, e anche là convenivano ospiti graditi e numerosi, che si davano lo scambio ogni settimana. Fra questi si notava Giulio Vera, morto da poco, uomo di notevole cultura, e fonte copiosa di aneddoti della vita romana, nonchè delle baie, che solevansi dare nell’alta società, a coloro i quali più che ospiti erano considerati parassiti delle mense principesche. Mi narrava il Vera, che a San Martino, egli una sera fu sul punto di sfidare il conte Annibale Moroni e il conte Decio Bentivoglio, perchè in una loro improvvisazione poetica a uso trasteverino, gli avevano appioppati, tra le risa dei padroni di casa e dei cortigiani, questi versi tra stupidi e slombati:

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Me ne andavo a San Martino,
Vidi un rospo vicino, vicino,
Guardai bene, rospo non era,
Era sor Vera, vestito da sera.


*


L’abitudine di queste beffe era inveterata nella società di allora, e fu una conquista della civile educazione averle bandite, dopo il 1870. Quei poveri cortigiani, parassiti o buffoni, ecclesiastici o laici, eran fatti segno di burle umilianti, o addirittura bestiali. Toglier ad un di loro la sedia quando stava per sedere o spalmarla di pece per farvelo rimanere appiccicato; empirne le nari di tabacco forte, quando dormicchiava dopo un buon pranzo; attaccare una coda di carta alla loro marsina; fargli trovare nel letto rospi e topi morti; condirne con sale e pepe il caffè; deporre castagnole nella sua camera da letto e farle scoppiare nel primo sonno, o introdurvi una processione di bacherozzi con moccoli accesi, che poi bruciavano con fetore insopportabile, erano considerate come spiritosaggini nell’alta società di Roma, e anche di Napoli, anzi erano tradizionali nelle vecchie corti e nella società italiana, e descritte già dal Boccaccio e da Franco Sacchetti. Io narrai nella ''Fine di un Regno'' le villane burle del re Ferdinando II a don Raffaele Caracciolo, e quelle dei suoi figli, dopo il 1870, a don Raffaele Criscuolo, al palazzo Farnese.

Le signore straniere sposate a patrizi romani mal sopportavano queste indecorose abitudini, le quali rivelavano deficienza di civili costumi. Soffrivano, più di tutte, le inglesi, tanto che nelle case, dove queste erano entrate, tali scherzi furono via via banditi. Esse ebbero inoltre una grande influenza nella vita domestica delle nobili case. Quei grandi alloggi principeschi, le cui soffitte erano ricche di fregi e pitture preziose, e dalle cui pareti pendevano capolavori d’arte, mancavano affatto di ogni comfort. Quasi generale l’uso dello scaldino per difendersi dal freddo; raro il bagno; più rari i caloriferi, e antigienici, per non dir peggio, altri accessorii intimi. Le dame straniere esercitarono, nella prima metà del secolo scorso, un’influenza decisiva in questa, ch’era la parte men bella della vecchia educazione e della [p. 94 modifica]vecchia tradizione dei principi romani. La principessa Santacroce, per esempio, non tollerava la passione del marito per i cani e i gatti, passione addirittura frenetica, perchè egli non si contentava solo di averne parecchi, ma ne andava raccogliendo per via, e ad essi dava ricetto nell’appartamento nobile, rimesso a nuovo con ricche stoffe e ricchi tappeti, che la principessa aveva ricevuto dalla sua famiglia d’Inghilterra. E un po’ per volta, con grande garbo, la nobile signora ottenne che questa strana abitudine del marito fosse corretta, e Toto, come lo chiamavano i suoi amici, moderasse i suoi istinti. E anche il vecchio tipo del parassita, vittima di scherzi incivili, mutò col tempo. Il nuovo parassita doveva essere un uomo educato e non privo di spirito, che diventava, via via, il confidente della padrona, o il complice delle infedeltà del marito; un uomo che doveva saper divertire i bimbi e gli adulti, rifacendo nella voce e nelle mosse i personaggi più noti e più comici, che frequentavano la casa, il verso e la voce del prete, o del frate salmodiante, imitando il cane e il gatto, facendo il chiasso con i ragazzi, e corteggiando le vecchie di casa.


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Nell’estate il principe Doria viaggiava con la famiglia, la corte e i servi. Andava prima a Genova, e di là a Marsiglia, a Parigi e a Londra. Quando l’orario dei piroscafi non gli accomodava, noleggiava un vapore per conto suo; a Parigi e a Londra prendeva, tutto per sè, il primo piano di uno degli alberghi principali. Ma dopo la morte della principessa, avvenuta nel dicembre del 1858, tutto cambiò in quella casa. Ai grandi conviti successero i grandi funerali nella chiesa di Sant’Agnese al Circo Agonale, dove la buona signora fu sepolta, e dove tutte le mattine, alle dieci, il principe faceva dire una messa funebre, e vi assisteva. All’ingresso del giardino privato di villa Pamphyli fece comporre, con la mortella, il nome di Mary. Fu solo dopo dieci anni, nel 1868, che venne riaperto il salone da ballo, per il matrimonio di sua figlia Guendalina col conte Gian Luca della Somaglia. Vinto dagli scrupoli, si dimise, dopo il 1870, da prefetto di palazzo; e nominato senatore, chiese più volte se potesse dimettersi, nè in Senato mise mai il piede. In [p. 95 modifica]qualità di sindaco, aveva accompagnato Vittorio Emanuele a visitare Roma, dopo l’inondazione del Tevere, nel 1870; e dopo il 1872 in corte non si vide più. Nell’animo suo, mobile e debole, trionfarono gli scrupoli del confessore e quelli dei cortigiani. Seguitò a recitare il rosario in mezzo ai suoi figli, ginocchioni intorno a lui, e mai non volle gli si ricordasse, che una sera, al Tordinona, stando in piedi, dietro al Re, era stato obbligato ad alzare la tenda al passaggio dei ministri, nè volle mai ricordati i suoi rapporti, piuttosto intimi, col generale Lamarmora, luogotenente dopo il plebiscito, e al quale mancò ogni tatto nel governare la città. Il Doria morì nel 1876, e fu sepolto nella sua cappella di villa Pamphyli, largamente rimpianto come un gran galantuomo.

Quegli scrupoli religiosi, effetto di una educazione, di cui purtroppo permangono le tracce, erano del resto comuni a tutti i principi romani; e se qualcuno, finchè si sentiva sano e forte, mostrava spirito superiore, nulla nulla che s’infermasse un po’ gravemente, mandava immediatamente pel prete. Per citarne uno, don Filippo Barberini, morto a Parigi nel 1855, appena ammalatosi, fece chiamare da Roma il suo confessore, ch’era il padre oblato don Tommaso Mossi. L’azione del confessore e del curato era grandissima nelle famiglie patrizie, non solo come consiglio religioso, ma come guida nella vita pratica. Persino gli atti d’impazienza, cui le signore si lasciassero andare per le conversazioni noiose, per un cattivo pranzo, per una parola galante, per una premutina di piede sotto il tavolo, per una stretta di mano più forte del consueto, o per altri simili nonnulla, erano confidati al curato, onde giudicasse se fossero o non fossero colpe confessabili. Ed il curato conchiudeva quasi sempre per la confessione, che accomodava tutto, e colla quale i confidenti diventavano due, il parroco e il confessore. Nè era raro il caso, che di qualche segreto ricevuto fosse dall’uno o dall’altro informata la polizia, per qualche opportuno provvedimento, come accadde, nell’aprile del 1862, al conte Carlo Lovatelli, guardia nobile, il quale, perchè faceva la corte ad una bella ed innominata signora, fu punito con dieci giorni di esercizi spirituali, punizione che valse, naturalmente, a far scoprire il nome della peccatrice e ad accrescere lo scandalo.

[p. 96 modifica]L’intervento del confessore non era sempre opportuno, anzi, quanti casi d’imprudenze e di rovine morali produceva il confessionale! Gl’inconvenienti morali di questo sacramento in nessuna città apparivano così nefasti quanto a Roma, per il frequente esercizio in tutte le classi sociali del sacramento stesso, e per la confusione dei due poteri.


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La condizione di patrizio romano col diritto di alzare lo stemma proprio, nonché quelli di Napoli e di Spagna, perchè grande di Spagna e ciambellano della corte di Napoli ordinariamente; un’ostentata e incorreggibile indifferenza per tutte le cose del mondo, e un esagerato spirito religioso, non affezionavano i principi alla politica, nè per ragioni tutte politiche fu mandato in esilio nel 1860 il principe di Piombino. Si disse ch’egli volesse far troppo il suo comodo senza curar le apparenze, che rispondesse male ad alcuni avvertimenti del vicariato, e manifestasse sentimenti liberali. Il principe andò a Torino, e nel dicembre di quell’anno, egli col duca Sforza Cesarini, fu nominato senatore del regno d’Italia. Ma in Senaìi in una stazione termale nel 1883. Suo figlio Ignazio, oggi senatore del regno, era studente a Firenze nel 1866, e si arrolò garibaldino, e si trovò nel 1867 a Monterotondo e a Mentana. Il principe era un po’ in fama di stravagante; e una circostanza, che gli confermava tal fama, era questa, che, solo dei principi romani, non voleva che i suoi servi si radessero i baffi, dicendo che si seccava a vederseli innanzi pelati come tanti ecclesiastici; e quando morì l’antico suo precettore, don Filippo Nocchi, lo fece seppellire in Sant’Ignazio, con una iscrizione, che termina cosi:

ANTONIUS—BONCOMPAGNIUS—LUDOVISIUS
plumbini. princeps
magistro. desideratiss.
cum lacrimis


Durante la sua assenza da Roma, le grandezze della casa non diminuirono. Le scuderie in piazza Poli seguitarono ad esser fornite di sedici cavalli; ogni giorno uscivano quattro equipaggi [p. 97 modifica]per la passeggiata, e in una parte del palazzo seguitò ad alloggiare il fratello don Baldassarre, studioso di matematiche, bibliofilo, anzi bibliomane, nervosissimo e gran signore. Fece innalzare un monumento nel camposanto dell’Ariccia al matematico Tortolini. Apprezzava i giovani, e fu il protettore di Francesco Siacci. La sua ricca biblioteca, al pianterreno del palazzo Simonetti, fu venduta dopo la sua morte, e la sentimentale villa pinciana forma oggi il quartiere Ludovisi. Il duca Sforza Cesarini morì in esilio nel 1866, quando i suoi figli combattevano da volontari nell’esercito italiano. Dopo la morte del padre, questi chiesero udienza al Papa, che li ricevette alquanto aspramente, domandando a Francesco se a Custoza avesse perdute le scarpe, o il cappello. Fu più benevolo con Bosio, conte di Santafiora, pur egli partito tra i volontari. Al duca Lorenzo il Papa e i clericali non seppero perdonare il suo «italianismo», come si diceva ironicamente, e ricordavano la sentenza giudiziale, per cui era stato riconosciuto come figlio del duca Sforza Cesarini, per singolare bontà di Pio IX. E Augusto Ruspoli, che aveva sposata sua cugina, la contessa Agnese Esterhazy, visse, dopo il 1860, lontano da Roma. Era tenuto d’occhio dalla polizia per i suoi sentimenti liberali; e quando fu costretto nel 1864 a toglier via dal collegio Clementino i due suoi primi figliuoli, Galeazzo e Alfonso, li chiuse nella scuola militare di Modena, e il terzo, Mario, nell’accademia navale. Servirono tutti e tre nell’esercito italiano e nell’armata, e i due ultimi morirono giovanissimi. Galeazzo pervenne al grado di tenente colonnello di cavalleria, e poi lasciò volontariamente l’esercito, dopo il 1870, come lo lasciarono Fabrizio e Prospero Colonna, Francesco e Bosio Sforza, Emanuele Ruspoli, Augusto Sindici, il conte Negroni e altri romani, cui pareva avere sciolto il proprio obbligo verso Roma, ricongiunta all’Italia. Don Augusto Ruspoli fu uomo pieno di dignità e di modestia, non menò mai vanto dei servigi resi alla causa nazionale, durante il suo soggiorno in Ungheria, nel periodo fortunoso del 1860, quando Cavour strinse un vero patto di alleanza con Kossouth, nel caso che l’Austria avesse attaccato l’Italia durante la spedizione nelle Marche e nell’Umbria. Dei patrizi liberali romani, il Ruspoli fu il più equilibrato. Morì a 65 anni nel 1862, generalmente compianto.

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I signori, come tutti i romani de Roma, avevano un’aria di canzonatura e di sarcasmo verso i provinciali, rappresentati principalmente dalle guardie nobili del Papa, e dai patrizi venuti su di fresco. Erano presi di mira i marchegiani, ritenuti procaci e inframmettenti. Gli umbri, più discreti, eran trattati con maggiore urbanità; si diffidava dei romagnoli, ma si temevano, ed erano trattati da pari i signori di Bologna e di Ferrara. Ai provinciali solevano domandare: Ciavéte li lampioni e le chiese al paese vostro? I romagnoli, buoni e cattivi, avevano nel cardinale Bofondi di Forlì il loro protettore: uomo di molta bonarietà e pari debolezza, e il quale abitava una sua casa in via Cesarini, venduta più tardi. Anche i marchegiani e i ciociari avevano dalla loro i cardinali dei propri paesi. Gli antichi nobili non erano benevoli con la nobiltà recente, ma se questa abbondava in ricchezze, gli scrupoli erano più facilmente superati. Il marchese Bandini si era fatto riconoscere da Pio IX, nel marzo del 1863, come principe, ed aveva aggiunto al cognome l’altro di Giustiniani, spendendo 2500 scudi di tassa. Una somma maggiore spese il signor Kellermann di Parigi, per far riconoscere a Marino Caracciolo suo genero, allora duca di Atripalda, il titolo di principe Ginetti, e poi morto il padre, quello di principe d’Avellino: riconoscimento voluto perchè col nuovo titolo i giovani coniugi potessero intervenire alle grandi cerimonie papali, e prender posto nella tribuna dei principi romani. I riconoscimenti, nonchè le nuove concessioni di titoli di nobiltà, erano piuttosto frequenti. In segno di riconoscenza Pio IX elevava, ad alti titoli nobiliari, dei borghesi che gli avevano reso qualche servigio. A Raffaele de Ferrari di Genova concesse il titolo di duca di Galliera, appunto per il prestito fatto al governo pontificio.

Nei saloni dell’aristocrazia i membri del corpo diplomatico, senza distinzione di paese, ma pur con qualche preferenza per quelli dei paesi cattolici, furono, in ogni tempo, i personaggi meglio accolti e più graditi.

Il diplomatico e il cardinale rappresentavano gli elementi di [p. 99 modifica]più alto decoro di quei saloni, nei quali si viveva la gran vita internazionale, e dove le cose di Europa e singolarmente di Francia, così connesse a quelle di Roma, erano il principale argomento dei discorsi, ai quali, per attirare l’interesse delle signore, non erano estranei i romanzi e la moda. Le signore dell’aristocrazia romana parlavano, e parlano anche oggi, il francese come lingua propria, con le grazie, le finezze e le arguzie dei più spiritosi scrittori di Francia. La loro cultura era ed è rimasta essenzialmente francese, nè vi è romanzo di qualche notorietà, che non abbiano letto. Piene di acume e signorilmente garbate, di rado s’ingannano nel giudicare i loro conoscenti, anche se stranieri, nel rilevarne il lato comico, e il grado di educazione e di cultura, e nel saper misurare la larghezza o la ritrosia di ciascuno nello spendere. Si può dire che esse nascano diplomatiche, perchè non si appassionano veramente per nulla, nè perdono il senso della misura nel giudicare le cose, e di rado, il dominio di sè nelle passioni. Non si riscaldano per la politica; ritengono anzi che ciò sia volgare; non rifuggono dall’umana tendenza del pettegolezzo, ma nell’intimità; il pungolo della curiosità le vince talvolta, ma, questa appagata, non lascia tracce. Le gelosie e i rancori di rado son duraturi, quando non determinati da serie ragioni. Ed è per tutto questo, che nei saloni di Roma si viveva vita cosmopolita, e si fissavano anche de’ convegni per altri luoghi, come Parigi, Londra, Vienna, Lucerna, Montecarlo, Baden e Spa. Se i forestieri eran larghi di borsa, o portavano un gran nome, o avevan fama di persone culte, non v’era casa nella quale non si facesse a gara per accoglierli e onorarli. Alcuni ambasciatori e ministri lasciarono buona memoria per i loro pranzi, e la suntuosità delle loro feste. Odo Russell fu molto apprezzato per il suo spirito, ma anche per i cappellini di ultima moda, che faceva venire da Londra, e donava a parecchie signore dell’aristocrazia. Ebbe fortuna un giovane russo, certo Pavey, che si diceva figlio naturale dello Czar, e che spendeva come un Creso, facendo venire da Parigi magnifici savonard, che regalava alle signore. Fu anche festeggiato per le sue prodigalità un signor Des Loges, addetto all’ambasciata francese, e negli ultimi anni fu molto ricercato ne’ saloni il signor Sarfatti, capo del movimento delle ferrovie, per gli scompartimenti riservati [p. 100 modifica]che soleva offrire. Per avere accesso in quelle case occorreva essere qualche cosa: distinguersi o per la cultura, per lo spirito, per la ricchezza, per l’arte, per il potere; o per la suprema, ma elegante nullità, senza distinzione di paese o di credenze, onde, sotto tal rapporto, Roma era la città più comprensiva del mondo, la vera capitale morale della cristianità, come si vedrà via via nel corso di questo libro.


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Ho ricordato innanzi i pochi nobili, che mostrarono sentimenti liberali; per gli altri il professare quelle opinioni equivaleva ad «incanagliarsi», perchè li avrebbe costretti a far causa comune con quei borghesi, che essi profondamente disprezza vano. Il qual disprezzo si comunicava, pare incredibile, anche alla servitù. Una sera, a un ricevimento in casa Doria, il servo d’anticamera annunziò il signor Valerio Trocchi, ricco possidente di Aquila, da più anni domiciliato a Roma, ed uno de’ Conservatori della città, con queste parole: c’è un certo Trocchi. E tutti risero, nè il servo n’ebbe rimprovero, perchè, il Trocchi essendo un borghese, quel certo gli stava bene applicato.

Era quindi naturale che, pochissime eccezioni a parte, i nobili non potessero essere liberali; e se quasi tutti seguirono il movimento nazionale del 1848, iniziato dal Papa, non tardarono a ritrarsene con lui. Erano entrati in quel movimento in buona fede, senza la visione delle sue conseguenze, e furono felici di uscirne. Per la loro partecipazione alla sovranità, non potevano desiderare una condizione di cose, che quella compromettesse, o limitasse alcuno dei privilegi. Tra i quali, oltre agli stemmi sui portoni, o sul baldacchino, vi era quello della catena, che fin negli ultimi tempi conservarono i Borghese, e gli Antici-Mattei in via dei Funari. Non poteva, superata la catena, essere arrestato alcuno, senza il consenso della famiglia. Dispregiatori in segreto del governo pontificio, e particolarmente dell’Antonelli e dei suoi ciociari, elevati ad alti uffici, rifuggivano dalle cospirazioni. Queste nacquero e si alimentarono nella borghesia, singolarmente tra i professionisti e mercanti di campagna, e si diffusero a misura, che intorno a Roma si veniva formando quel cerchio di ferro, che la soffocò negli ultimi dieci anni di potere pontificio.

[p. 101 modifica]Il cattolicismo, nel modo com’era praticato, non poteva non esercitare un’influenza nefasta nei costumi di tutti i ceti della città. La religione era divenuta un fatto quasi interamente estrinseco. La frequenza alle messe ultime ed agli spettacoli teatrali nelle chiese, soprattutto in quaresima; alcune inverosimili penitenze ed elargizioni in punto di morte, per godere nella vita futura, così come si era goduto nella vita terrena, erano le più frequenti manifestazioni del culto; nelle cose più intime e più insulse, e negli scrupoli più tormentosi, si doveva ricorrere al curato o al confessore; e nei casi più gravi, al cardinale; ovvero, occorrendo, anche al Papa.