Roveto ardente/Parte terza/VI

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VI

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Parte terza - V

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Le voci mormoranti nel salotto, concitate e sommesse quali strumenti in sordina, tacquero immediatamente all apparire di Flora. Il silenzio divenne così assoluto che si udiva lo stridore del girarrosto in funzione nella cucina.

I capelli ili disordine per l'accaniinento della lotta sostenuta con Germano, l'atteggiamento di paura e di sfida, lo sguardo pieno d'implorazione umile e dove, in pari tempo, lampeggiava un de siderio di rivolta, tutto il contegno incerto fra la spavalderia aggressiva di chi voglia insorgere e la docilità irosa di chi insorgere non sappia, fa cevano somigliare Flora a un uccello selvaggio, che, impigliato nelle reti di una pania, minacci col becco spalancato e l'arruffio delle penne, mentre il corpo trema e i lunghi gemiti striduli invocano la pietà.

Nessuno si mosse ad incontrarla; nessuno trovò per lei una parola. Si sarebbe detto che la pre senza di quella misera creatura avesse fatto en[p. 370 modifica]trare nel tepore della stanza l'aria gelida del di fuori e che tutti fossero rimasti irrigiditi in una posa diffidente ed ostile.

Germano e il colonnello Frezzati stavano in piedi nel fondo della stanza presso la stufa di ot tone; Adriana, augusta e placida nell'abito violetto di velluto, era seduta sul divano con Balbina, che, si teneva al fianco Reginetta, quasi per sottrarla ad un pericolo; Giorgio, in piedi nel mezzo della stanza, dominava con l'alta pinguedine della sua persona e con la maestà della sua collera. La grossa testa canuta pareva quella di un molosso e gli occhi assonnati, sotto il peso delle palpebre troppo spesse, facevano supporre che egli si fosse concentrato nel pensiero di una meditata ven detta.

Flora lo guardò e abbassò subito il viso com prendendo che egli sarebbe stato inesorabile.

Marito e moglie si trovavano ai due lati op posti della tavola oblunga, scintillante di cristalli e di argenteria. L'elegante trofeo di fiori e di frutta spandeva intorno un profumo acuto, che si mesceva all'odore delle vivande ben cucinate. Una fruttiera, carica di aranci, chiazzava d'oro lo sfondo bruno della credenza, su cui da un lato si accatastavano i torroni avvolti in carta argentata, e dall'altro troneggiava un pangiallo incrostato di zucchero a bizzarri rabeschi. Otto bottiglie, dai colli fasciati, si aggruppavano in fondo, quali bat terie pronte a lanciare intorno lo scoppiettio dei frizzi e ad accendere nei cuori la gioia fervida.

Il tappeto diffondeva nei piedi di Flora un ca lore dolce; odori sostanziosi le accarezzavan le nari; ella non vedeva che indizi di agiatezza, e sentivasi nonpertanto cosi tapina e squallida, cosi [p. 371 modifica]abbandonata e miserabile che la più cenciosa men dicante pensava dovesse essere una regina al suo confronto.

Il cavaliere, quantunque avesse già narrati gli episodi dell'inverosimile avvenimento, li ripetè a sua moglie con parola lenta e prolissa.

— Io stavo tranquillo, sicuramente stavo tran quillo. Un galantuomo non ha forse il diritto di sentirsi tranquillo a casa sua? Io mi sentivo dunque tranquillo, allorché venne la portinaia, la complice di mia moglie; sissignori, la sua complice, perchè non è forse delitto legarsi ai danni di una persona rispettabile per trascinarla alla gogna? Ebbene, la complice di mia moglie si è presentata con la collezione dei francobolli in una mano e una cam biale nell'altra.

La cambiale, tenuta per un angolo con ribrezzo, tra la punta dell'indice e del pollice, veniva agitata in aria, quale sinistro vessillo di distruzione.

Il colonnello chinava il capo come sotto l'im peto di una raffica, e a Germano un brivido cor reva lungo la schiena. La parola cambiale era sempre giunta al suo orecchio accompagnata dalle parole terribili di protesto e sequestro.

Egli conosceva molti piccoli proprietari rimasti annichiliti sotto il peso di quelle striscioline di carta più che sotto i colpi furiosi di una mazza.

— Vedi a che genere di pericoli sei sfuggito? — dicevano le pupille sporgenti di Balbina; ed egli, irritato anche per gl'insulti testé ricevuti da Flora, fissava con occhio umido di riconoscenza la mo glie, che lo aveva trattenuto sull'orlo di un simile abisso.

Adriana aveva assunta una posa di rassegnato annichilimento sotto il peso della vergogna di sua [p. 372 modifica]figlia; Anna Maria faceva capolino ad ogni poco; ma si ritirava subito, martoriata dal terrore di venire accusata dalla signora di complicità. Il ca valiere l'avrebbe cacciata senz'altro con ignominia.

Flora appoggiava le mani, ancora nascoste nel manicotto, sopra la spalliera di una seggiola e provava una specie di gioia tumultuosa nel con statare che la disperazione saliva dentro di sè, incitandole il cuore all'eroismo.

Si udi suonare il campanello e ci fu una pa rentesi breve. Renato mandava, per mezzo di un fattorino, un laconico biglietto di scusa a suo padre. Affari imperiosi l'obbligavano a rimanere assente per tutta la serata.

Il cavaliere ebbe, movendo appena le labbra, una risata chioccia di raddoppiata amarezza; si pose la lettera in tasca e proseguì:

--· Io non volevo credere a quanto colei mi raccontava. Una storia incredibile di prestiti, in trighi, pegni, cambiali, roba degna della pazza fantasia di un romanziere. Ma si lotta forse contro l'evidenza? Ho dovuto credere, ho dovuto arren dermi, ho dovuto pagare, ho dovuto tollerare la petulanza di colei, che alle mie minacce di farla cacciar via dal padrone di casa, ha risposto che la vergogna ricadrebbe tutta sopra di me. E ora devo andarmene, devo fuggire. Posso io passare ogni giorno davanti al viso beffardo di quella donna? E anche quando, a costo di spese e di sagi, avrò cambiato di casa, vivrò forse tranquillo? Si mette il catenaccio alla porta perchè i ladri non entrino a derubarci; e i ladri stanno intanto vicino a noi, mangiano il nostro pane, ci dor mono accanto, ci svaligiano impunemente sotto l'egida della legge. E' mostruoso. A tale stregua [p. 373 modifica]non si avrà più il coraggio di dormire, non si avrà più il coraggio di mangiare. Tutto è lecito supporre, tutto è lecito temere.

E Giorgio chiamava le posate d'argento, i bic chieri di cristallo, la stufa, i mobili, la giacca stessa della moglie a testimoniare della sua in contaminata agiatezza e a dire se egli fosse me ritevole di un simile fato.

Nell'impeto della perorazione si rivolse a Flora direttamente:

— Ti ho forse lasciato mancare qualche cosa? In oltre undici anni che ti ho sposata, per mio castigo, non hai sempre avuto una casa comoda, una buona tavola, vestiti nuovi a ogni variare di stagione?

Flora esalò un lungo sospiro e non rispose. A che prò dire che non le era mancato nulla e che le era mancato tutto? D'altronde ella non accu sava nessuno. Capiva, in un momento di perfetta lucidità, che la logica della vita le stava di con tro, stringendola ne' suoi freddi tentacoli di ac ciaio.

Era inutile divincolarsi; la logica riesce vitto riosa sempre nei conflitti con l'utopia.

Giorgio la investì: — I sospiri sono forse una risposta? Andiamo; accusami. Dimmi che ti ho misurato il cibo, che ti ho fatto battere i denti dal freddo, che ti ho lesinato il necessario, che ti ho maltrattata, ingiu riata, tiranneggiata. Andiamo, dichiara questo in presenza di tua madré e così la riconoscenza, che avresti dovuto avere verso di me, sarà completa. Flora strinse al petto il manicotto come per riscaldarsi il cuore, e con voce incolore, quasi una voce d'oltre tomba, disse: [p. 374 modifica]Tu mi hai dato il necessario sempre, anche il superfluo, e non sarebbe giusto che io mi la mentassi di te.

— Lo confessa! — esclamò Giorgio, esasperato fino al parossismo dalla tranquilla impassibilità di Flora. — Lo confessa, ha persino la spudora tezza di confessarlo! Ma allora, disgraziata, quel danaro come lo hai speso? Ti sei divertita a ta gliuzzare i biglietti di banca? Li hai buttati dalla finestra per distrazione? Almeno parla; che io sappia almeno se tu sei pazza o malvagia.

Flora fu sul punto di narrare la verità; ma una stanchezza indicibile l'aveva vinta. Parlare? A quale scopo? Accusare Renato; accusare Anna Maria? Con quale vantaggio? Preferì chiudersi in un mutismo assoluto. Il viso affilato era così bianco e così rigido da parere una maschera di gesso, effigiata sui lineamenti di un cadavere. Ella attendeva passiva che Giorgio avesse finito, mentre le dita delle mani si contorcevano e si aggrovigliavano nel manicotto, simili a lombrici dentro una buca.

Giorgio lasciò cadérsi sopra una seggiola. Di fronte all'ostinazione di Flora, egli era preso dalla rabbia impotente di chi martelli e rimartelli sopra i battenti di una porta di ferro, dietro cui siasi rifugiato qualcuno, deciso a non rispondere e a non aprire.

Il silenzio era di nuovo assoluto nella stanza, quando Adriana parlò:

— Questa sciagurata figliuola corre verso un precipizio. Bisogna trattenerla. Una settimana fa, venne a chiedermi duecento lire che io le ho dato. Domandale, Giorgio, che cosa ne ha fatto. [p. 375 modifica]Un bisbiglio sommesso di meravigliata indi gnazione corse fra gli astanti.

Balbina medesima, che rimaneva estranea per principio ai fatti altrui, non potè rattenere un moto fuggevole di protesta.

Evidentemente quella somma doveva servire per Penelope; ma, evidentemente, Penelope non l'aveva avuta. Ecco dunque altre duecento lire sperperate nel corso di una settimana. Il mistero diventava impressionante nella sua impenetrabi lità.

Flora ebbe un grido impulsivo di protesta. — Le duecento lire le ho date a Renato! — ma, appena pronunziate quelle parole, comprese che un nuovo, incommensurabile abisso le si spa lancava sotto i piedi; Germano ebbe un sorriso fugacissimo di gelosia beffarda; Adriana e Bal bina scambiarono uno sguardo inorridito, e Flora sentì salir dall'abisso il soffio terrorizzante di un sospetto innominabile. A questa nuova rivelazione Giorgio abbandonò il capo sul petto. Era annichilito. Fece cenno a Flora, con la mano, ch'ella poteva andare o re stare a suo piacimento, e Flora uscì' dalla stanza con passo di automa. Aveva accusato Renato per salvarsi, e l'accusa cadeva schiacciante sopra il suo capo. Passando dalla luce e il tepore del salotto da pranzo al buio gelido della sua camera nuziale, le parve di entrare nel regno vacuo delle ombre e ne provò infinito sollievo. A tentoni cercò la finestra e l'aprì senza far rumore; ma l'aria ta gliente le mozzò il respiro, onde si affrettò a ri chiudere le imposte e rimase con la fronte ap poggiata ai cristalli, senza pensare a togliersi [p. 376 modifica]giacca, ne cappello. I denti le battevano con vio lenza e tremava tutta come fronda scossa dal vento, mentre nell'interno dello stomaco sentiva un bruciore scottante, quasi di vampa che salisse a inaridirle la gola e ad essicarle il palato. Vo leva acquistare dominio di sè per meditare fred damente, ma intanto le idee guizzavano turbinose pei entro il caos del suo cervello, senza lasciarsi fissare. Appena un pensiero era iniziato, esso ri maneva disperso da altri pensieri, che si sparpa gliavano subito a lembi, per addensarsi in grande massa nebbiosa, dove peraltro un punto si faceva sempre più consistente. A ben discerner quel punto convergevano le sue forze, intuendo che esso era. il centro di attrazione, intorno a cui le altre idee avrebbero finito col raggrupparsi. Ciò avveniva indipendentemente dalla sua volontà e le procurava un misto di gioia e terrore. Si rassegnò ad attendere che il proposito si determinasse in lei e alzò gli occhi a contemplare il cielo.

L'azzurro intensamente cupo era disseminato da miriadi di stelle, alcune più vicine e incoro nate di raggi, altre remote, quasi inaccessibili: ma da tutto quello scintillìo non le pioveva al cuore nessun lenimento.

Le stelle sembravano di acciaio sullo sfondo del freddo cielo e somigliavano ad occhi di per sone crudeli che, nascoste nel manto della notte, si divertissero a contemplar le sue pene.

Ella ebbe un breve riso di scherno, a sfida degl'innumeri occhi malvagi, e il riso suonò stri dulo nel silenzio buio della stanza. Si volse con un sussulto.

Chi rideva dietro le sue spalle? [p. 377 modifica]Una folle paura la strinse. Comprese che l'idea unica del suo cervello diventava sempre più so lida, riconoscendone il peso sulle pareti del cra nio indolenzito. Si compresse la testa con le mani. Aveva paura sempre di più. Si riconosceva in balìa di una forza, che, tra poco, le avrebbe im posto di agire e, mentre una parte di sè gioiva nel presentimento del comando imminente, un'al tra parte di sè, la più viva, la più sensibile, re calcitrava e s'impennava simile a cavallo quando ombra.

Udì tramestìo di seggiole nel salotto da pranzo, che un semplice corridoio di passaggio separava dalla sua camera.

Il desinare era pronto e si mettevano a tavola. Sarebbero venuti, forse, a chiamarla, ed ella si buttò sul letto, cosi come si trovava, per fare le viste di dormire.

Infatti, dopo un momento, la porta che dava sul corridoio si aprì e Anna Maria disse ruvida mente:

— La minestra è in tavola.

Flora non rispose. Desiderava con ansia che Anna Maria venisse ad afferrarla per una mano e la trascinasse, magari con la violenza, nella luce e nel tepore del salotto da pranzo; ma Anna Maria, non udendo parola, soggiunse:

— Rimanga, se non vuol venire — e richiuse con mal garbo l'uscio, resa feroce dall'idea che la signora avesse avuto il coraggio di accusare quel povero Renato.

Flora scivolò dal letto e tese l'orecchio avida mente. Forse sua madre sarebbe venuta, forseavrebbero mandato Reginetta.

Il cuore le pulsava a grandi eolpi ineguali, ed [p. 378 modifica]ella si comprimeva il petto colle braccia incro ciate, mentre una pioggia di lacrime le grondava dagli occhi.

— Mamma, Reginetta — chiamatemi, oh! chia matemi 1 Liberatemi, venitemi a prendere — in vocava a bassa voce con accento di supplica di sperata, giudicando lucidamente come la sua vita e la sua morte stessero in quel momento sospese al filo di una parola pietosa che ancora avrebbe potuto salvarla, debellando il pensiero, già formi dabile nella sua mente.

Vedendo che i vivi erano implacabili, si rivolse ai morti:

— Papà, Romolo, salvatemi! Parve che il padre ed il figlio si muovessero veramente a pietà di lei e la chiamassero, infatti, con suoni incerti, arrivanti di lontano: — Vieni, Flora — rispondeva la voce di Leone, emergente di sotto l'ondeggiare di una mobile distesa verdastra. — Mamma, vieni — rispondeva la dolce vocina di Romolo, saliente di sotto uno strato di foglie di rose. Flora si gettò bocconi sul letto e si assopì. Era decisa, ma doveva aspettare che il pensiero do minante fosse sempre più lucido e preciso. Quando si destò era scomparso ogni dissidio, completo essendo oramai l'accordo ira l'idea vit toriosa e la volontà sottomessa. Il pranzo doveva essere al suo termine. Giungeva a lei un bisbiglio di voci animate, ma sommesse, quasi nel rispetto di un grande dolore. Stava per alzarsi, quando udì qualcuno entrare dalla porta che metteva nel corridoio. Riconobbe l'andatura pesante e il grosso respiro di suo marito. [p. 379 modifica]Il cavaliere, dopo avere illuminata la stanza con la luce elettrica, si diresse a un cofano, dove ser bava la sua provvista di sigari di Avana.

Flora, a cui egli volgeva il dorso, ne seguiva ogni moto con occhi spalancati e vedeva la faccia di lui, turgida e rossa, nel grande specchio ap poggiato sul cassettone.

Giorgio si mosse per uscire, e Flora chiuse gli occhi, volendo lasciar supporre di essere addor mentata.

E questo suppose Giorgio; questo disse agli altri con iroso disprezzo.

Sua moglie dormiva, poteva dormire dopo aver gli per sempre avvelenata 1'esistenza!

Adriana interloquì, in difesa di sua figlia, os servando che gl'incoscienti vanno compatiti!

Flora rimase alcun tempo immobile, a seguire ogni rumore partente dal salotto. Udì le seggiole muoversi, udì Anna Maria andare e venire per l'angusto corridoio, e comprese, finalmente, che tutti sedevano di nuovo intorno alla tavola per giuocare a tombola.

Scese dal letto determinatamente, aprì una credenzina contenente medicinali di pronto soccorso, scelse la bottiglia del cognac, cui attaccò la bocca, bevendo il liquore a lunghi sorsi; poi si avvicinò allo specchio, si accomodò il cappello, si allacciò la giacca, ed agendo sicura e pacata, sotto l'im pero della sua lucida pazzia, inchiavò, per di den tro, la porta comunicante col corridoio, uscì pian piano, dall'altra porta, per cui si accedeva diret tamente neH'anticamera, e chiusa anche questa dal di fuori, ne tolse la chiave. Voleva così acqui star tempo, nel caso l'avessero cercata troppo presto. [p. 380 modifica]Rideva, a denti stretti, fra sè e provava una gioia cattiva all'idea dello scompiglio di quella gente fra poche ore. Strisciando con cautela lungo il muro, accioc ché Anna Maria, dalla cucina, situata in fondo al corridoio, non potesse scorgere l'ombra di lei sulla parete, Flora arrivò alla porta di casa, l'a prì, la richiuse, senza fare il menomo rumore, e si trovò sul pianerottolo, mentre le giungeva al l'orecchio la voce di Balbina, la quale gridava tombola trionfalmente.

Flora si sentiva allegra e leggera,-in una esal tazione inebbriante di tutte le sue facoltà.

Anche dal portinaio si faceva baldoria, ed ella, passando, udì la voce di Penelope, gridare con esplosione:

— Ho fatto tombola! L'allegria di Flora aumentò. Benissimo! Dal momento che tutti facevano tombola, voleva fare tombola anche lei. Era giusto. Prima di varcare il portone guardò l'orologio. Le sfere del piccolo quadrante segnavano le nove e tre minuti. Appena in istrada, barcollò un momento e do vette appoggiarsi al muro. Il freddo era tanto acuto che la stordiva, ser randola alla gola; ma l'alcool che le metteva il sangue in combustione, e i nervi tesi straordi nariamente, le trasfusero vigore, ond'ella scom parve, di corsa, dalla parte di via San Basilio. Aveva fretta di arrivare ed era per lei un tri pudio ubbidire alla forza ignota che la sospingeva. Roma, per il freddo eccezionale e per la con suetudine che riserba le feste natalizie alla dol cezza dei ritrovi familiari, appariva deserta quale [p. 381 modifica]una città abbandonata, dimodoché Flora attra versò piazza Barberini e percorse via Sistina, in contrando appena qualche raro passante in lite coll'impeto della tramontana.

Anche Flora doveva accanirsi contro il vento, che la investiva, le tagliava la faccia, le impediva il passo, facendole attorcigliare le vesti intorno alle gambe; ma quella lotta con la prepotenza degli elementi la inorgogliva, centuplicando le sue forze.

Le pareva che qualcuno si ostinasse a respin gerla e l'ostinazione avversa aumentava l'ostina zione sua propria.

Il discendere la gradinata della Trinità dei Menti fu addirittura una gesta. A un certo punto Flora non comprendeva più se le ondate furiose che le percotevano il petto fossero di aria o di acqua; se ella si trovasse sulla terra o sul mare. Procedeva a testa bassa, coi pugni chiusi spinti in avanti, mentre un riso convulso le scuoteva il petto.

A piazza di Spagna sostò per riprendere fiato. Il vento quivi taceva, e solo in alto si sbizzar riva, contorcendo gli alberi del Pincio. L'orologio della Trinità suonò il quarto delle nove. Nella barcaccia del Bernini l'acqua cadeva sommessa; la colonna dell'Immacolata segnava appena una lista d'ombra più cupa nell'ombra avvolgente; le fiammelle dei lampioni oscillavano; le innumeri stelle del cielo, sempre più crudeli, sempre più beffarde, guatavano curiosamente, simili a occhi perversi di spettatori intenti allo spettacolo feroce di un circo.

Flora vide il salotto da pranzo, dove la fami glia e gli ospiti stavano convenuti, ignari che [p. 382 modifica]ella avesse osato schiantare le catene, di cui l'ave vano inceppata.

Un flutto amaro di nausea le sollevò il cuore e, ripresa la sua via, si figurò la scena postuma, che seguirebbe la rivelazione della morte. Il ma rito si lamenterebbe prolissamente, che ella gli avesse inflitto un ultimo affronto, trascinando il nome di lui per i giornali; Renato non manche rebbe di mettere al cappello una fascia di crespo nero; sua madre cadrebbe in deliquio con posa leggiadra; Germano, passato il primo istante di ·smarrimento, penserebbe che una simile catastrofe avrebbe potuto cadere sopra di lui e tale pen siero lo avrebbe attaccato più docilmente a Balbina.

Erano vili e malvagi tutti! Ella sola era co raggiosa, ella sola era buona!

Flora esultava, senza discernere se l'esultanza traesse origine dal piacere della vendetta o dalla gioia per la imminente liberazione.

A piazza Nicosia, una coppia di giovani popo lani le passò accanto, strettamente avvinti.

L'uomo, alto, incurvava la persona; la donna, piccolina, sollevava il viso. Ridevano misteriosi, e andarono oltre, senz'accorgersi di Flora, che li guardò con disprezzo. L'amore? Menzogna; turpe menzogna! La solitudine assoluta del ponte Umberto e del lungo Tevere le fece paura. Paura di che, dal momento che ella andava a morire? Non avrebbe saputo spiegare, ma il pa lazzo di Giustizia le produceva l'effetto di una fortezza, dove qualcuno, che le stava a lato invi sibile, meditasse d'imprigionarla per l'eternità.

Accelerò il passo e respirò liberamente solo afl'apparire del ponte di ferro. [p. 383 modifica] Un carrozzone elettrico, completamente vuoto, passò davanti a lei con la rapidità del fulmine. Ella aspettò che sparisse, poi entrò nel ponte, dalla parte di sinistra destinato ai pedoni. Giunta a metà, scrutò da ogni lato per assicurarsi che nessuno passasse. Il silenzio imperava. A destra, la mole Adriana, rischiarata dai lumi del ponte Sant'Angelo, si delineava nitida dalla base qua drata, all'Angelo librato in alto sulla torre cen trale; a sinistra, il fiume turgido per le recenti piogge, formava una immensa chiazza scura.

Flora gettò il manicotto e, senza un attimo di esitazione, scavalcò il basso parapetto a ringhiera, restando a braccia spalancate, con l una e l'altra mano aggrappata alle opposte traverse della gab bia di ferro.

I piccoli piedi posavano appena' sulla sporgenza esteriore del ponte, ed ella, curva in avanti, in terrogava con occhio fisso la sua tomba.

II vuoto che la circondava, per ogni lato, si era già impadronito di lei.

Una raffica di vento, scatenandosi dai prati di Castello e ingolfandosi verso San Pietro, lanciò nella notte un urlo di minacciosa imprecazione, cui rispose lo stridore della gabbia di ferro, bru talmente squassata. L'urlo e lo strido richiama rono Flora in sè, sconvolgendola di terrore. No, non voleva morire! Voleva piuttosto fuggire e salvarsi.

Le apparve la sua casa, già abbellita dal rim pianto; le apparve la faccia atterrita di suo ma rito. Giorgio l'aveva amata, dopo tutto. Ebbe pietà di sè, pietà di lui. Fece per volgersi con moto brusco; i piedi, intirizziti, scivolarono; le [p. 384 modifica] mani, intirizzite, si apersero, ed ella precipita nella gonfia onda del fiume.

Un grido supremo di angoscia, un tonfo, un rumore affrettato di spruzzi e Flora toccò il fondo melmoso. Le mani cercarono, spasmodiche, qual cosa cui afferrarsi: ma tra le dita l'acqua cor reva instabile. Tornò a galla per due volte e, per due volte, vide balenare il denso folgorio delle innumeri stelle.

Una invocazione disperata di soccorso le morì nella strozza, poi l'onda si chiuse e travolse la misera spoglia nella sua corsa fatale verso la foce- Requiescat in pace