Storia d'Italia/Libro XVI/Capitolo V

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Libro sedicesimo
Capitolo quinto

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Come Cesare accoglie la notizia della vittoria sul nemico; convocazione del consiglio; parole del vescovo di Osma; parole del duca d’Alba. Cesare fa notificare al re di Francia a quali condizioni gli concederebbe la libertà; risposta del re.


Nel quale, per quello che si potette comprendere dalle dimostrazioni estrinseche, apparirono indizi grandi di animo molto moderato e atto a resistere facilmente alla prosperità della fortuna, e tale che non era da credere in uno principe sí potente, giovane e che mai aveva sentito altro che felicità. Perché avuto avviso di tanta vittoria, che gli pervenne il decimo dí di marzo, e con esso lettere di mano propria del re di Francia, scritte supplichevolmente e piú presto con animo di prigione che con animo di re, andò subito alla chiesa a rendere grazie a Dio, con molte solennità, di tanto successo, e con segni di somma devozione prese la mattina seguente il sagramento della eucarestia e andò in processione alla chiesa di Nostra Donna fuora di Madril, dove allora si trovava con la corte; né consentí che, secondo l’uso degli altri, si facessino, con campane o con fuochi o in altro modo, dimostrazioni di allegrezza, dicendo essere conveniente fare feste delle vittorie avute contro agl’infedeli non di quelle che si avevano contro a cristiani. E non mostrando ne’ gesti o nelle parole segno alcuno di troppa letizia o di animo gonfiato, rispose alle congratulazioni degli imbasciadori e uomini grandi che erano appresso a lui, che ne aveva preso piacere perché lo aiutarlo Dio sí manifestamente gli pareva pure indizio di essere, benché immeritamente, nella sua grazia; e perché sperava che ora sarebbe l’occasione di mettere la cristianità in pace, e di apparecchiare la guerra contro agli infedeli; e perché arebbe facoltà maggiore di fare beneficio agli amici e di perdonare agli inimici. Soggiugnendo che benché questa vittoria gli potesse parere giustamente tutta sua, per non essere stato seco ad acquistarla alcuno degli amici, voleva nondimeno che la fusse comune a tutti; anzi, avendo udito l’oratore viniziano che gli giustificava le cose fatte dalla sua republica, disse poi a’ circostanti, le scuse sue non essere vere ma che voleva accettarle e riputarle per vere. Nelle quali parole e dimostrazioni, significatrici di somma sapienza e bontà, poiché si fu continuato qualche dí, egli, per procedere maturamente come era consueto, chiamato uno giorno il consiglio, propose lo consigliassino in che modo fusse da governarsi col re di Francia e a che fine dovesse indirizzarsi questa vittoria; comandando che per ciascuno si consigliasse liberamente alla presenza sua. Dopo il quale comandamento il vescovo di Osma, che teneva la cura del confessarlo, parlò cosí:

- Se bene, gloriosissimo principe, tutte le cose che accaggiono in questo mondo inferiore procedono dalla providenza del sommo Dio e da quella hanno giornalmente il moto suo, pure questo talvolta in qualcuna si scorge piú chiaramente: ma se si vedde mai manifestamente in alcuna, si è veduto nella presente vittoria; perché, per la grandezza sua e per la facilità con la quale è stata acquistata, e per essersi vinti inimici potentissimi e molto piú abbondanti di noi delle provisioni necessarie alla guerra, non può negare alcuno che non sia stata espressa volontà di Dio e quasi miracolo. Però, quanto il beneficio suo è stato piú manifesto e maggiore tanto piú è obligata la Maestà vostra a riconoscerlo e a dimostrarne la debita gratitudine; il che principalmente consiste nello indirizzare la vittoria secondo che piú sia il servigio di Dio, e a quel fine per il quale si può credere che egli ve la abbia conceduta. E certamente, quando io considero in che grado sia ridotto lo stato della cristianità, non veggo che cosa alcuna sia né piú santa né piú necessaria né piú grata a Dio che la pace universale tra i príncipi cristiani: conciossiaché si tocchi con mano che senza questa la religione, la fede sua, il bene vivere degli uomini ne vanno in manifestissima ruina. Abbiamo da una parte i turchi, che per le nostre discordie hanno fatto contro a’ cristiani tanto progresso, e ora minacciano l’Ungheria, regno del marito della sorella vostra; e se pigliano l’Ungheria (come, se i príncipi cristiani non si uniscono, senza dubbio piglieranno) aranno aperta la strada alla Germania e alla Italia. Dall’altra parte, questa eresia luteriana, tanto inimica a Dio, tanto vituperosa a chi la può opprimere, tanto pericolosa a tutti i príncipi, ha già preso tale piede che se non si provede si empie il mondo di eretici, né si può provedere se non con l’autorità e potenza vostra; le quali mentre che voi siate impegnato in altre guerre non possono adoperarsi a estirpare questo perniciosissimo veleno. Dipoi, quando bene al presente né di turchi né di eretici si temesse, che cosa piú brutta piú scelerata piú pestifera, che tanto sangue de’ cristiani, che si potrebbe spendere gloriosamente per augumentare la fede di Cristo o almanco riserbare a tempi piú necessari, si spanda per le passioni nostre inutilmente, accompagnato da tanti stupri da tanti sacrilegi e opere nefande: mali che chi ne è cagione per volontà non può sperarne da Dio perdono alcuno, chi gli fa per necessità non merita di essere escusato, se almanco non ha determinata intenzione di rimediare come prima ne arà la facoltà. Debbe adunque essere il fine e la mira vostra la pace universale de’ cristiani, come cosa sopra tutte l’altre onorevole santa e necessaria. La quale vediamo ora in che modo si possa conseguire. Tre sono le deliberazioni che può prendere la Maestà vostra del re di Francia: l’una, di tenerlo perpetuamente prigione; l’altra, di liberarlo amorevolmente e fraternalmente, senza altre convenzioni che quelle che appartenghino a fermare tra voi perpetua pace e amicizia e a sanare i mali della cristianità; la terza, liberarlo ma cercando di trarne piú profitto che sia possibile: delle quali, se io non mi inganno, l’altre due prolungano e accrescono le guerre, la liberazione amorevole e fraterna è solo quella che le estirpa in eterno. Perché chi può dubitare che il re di Francia, usandosegli tanta generosità, sí singolare liberalità, non rimanga per tanto beneficio piú legato coll’animo e piú in potestà vostra che non è al presente col corpo? e se tra voi e lui sarà vera unione e concordia tutto il resto de’ cristiani andrà a quello cammino che da voi due sarà mostrato. Ma il risolversi a tenerlo sempre prigione, oltre che sarebbe pure con infamia troppo grande di crudeltà e segno di animo che non conoscesse la potestà della fortuna, non fa egli nascere guerre di guerre? perché presuppone volere acquistare o tutta o parte della Francia, che senza nuove e grandissime guerre non si può fare. Se si piglia il partito di mezzo, cioè liberarlo ma con piú vantaggiosi patti che si possa, credo che sia il piú implicato il piú pericoloso partito di tutti gli altri; perché, faccisi che parentado che capitoli che obligazioni si voglia, resterà sempre inimico, né gli mancherà mai la compagnia di tutti quegli che temano della grandezza vostra; in modo che ecco nuove guerre, e piú sanguinose e piú pericolose che le passate. Conosco quanto questa opinione sia diversa dal gusto degli uomini, quanto sia nuova e senza esempli; ma si convengono bene a Cesare deliberazioni estraordinarie e singolari. Né è da maravigliarsi che l’animo cesareo sia capacissimo di quello a che i concetti degli altri uomini non arrivano, i quali quanto avanza di degnità tanto debbe avanzare di magnanimità; e però conoscere, sopra tutti gli altri, quanto sia piena di vera gloria una tanta generosità, quanto sia piú officio di Cesare il perdonare e il beneficare che l’acquistare; che non invano Dio gli ha dato quasi miracolosamente la potestà di mettere la pace nel mondo; che a lui si appartiene, dopo tante vittorie, dopo tante grazie che Dio gli ha fatte, dopo il vedere inginocchiato a’ piedi suoi ognuno, procedere non piú come inimico di persona ma provedere come padre comune alla salute di tutti. Piú fece glorioso il nome di Alessandro magno, il nome di Giulio Cesare, la magnanimità di perdonare agli inimici, di restituire i regni a’ vinti, che tante vittorie e tanti trionfi; lo esempio de’ quali debbe molto piú seguitare chi, non avendo per fine unico la gloria, ancora che sia premio grandissimo, desidera principalmente di fare quel che è il proprio il vero ufficio di ciascuno principe cristiano. Ma consideriamo piú innanzi, per convincere coloro che misurano le cose umane solamente con fini umani, quale deliberazione sia piú conforme ancora a questi. Io certamente giudico che in tutta la grandezza della Maestà vostra non sia la piú maravigliosa la piú degna parte che questa gloria di essere stato insino a oggi invitto, di avere condotto a felicissimo fine, con tanta riputazione con tanta prosperità, tutte le imprese vostre. Questa è senza dubbio la piú preziosa gioia, il piú singolare tesoro che sia tra tutti i vostri tesori; adunque, come meglio si stabilisce come meglio si assicura come piú certamente si conserva che col posare le guerre con fine sí generoso e sí magnanimo, col levare la gloria acquistata dalla potestà della fortuna, e di mezzo il mare ridurre in sicuro porto questo navilio carico di mercie di inestimabile valore? Ma diciamo piú oltre: non è piú desiderabile quella grandezza che si conserva volontariamente che quella che si mantiene con violenza? Niuno ne dubita, perché è piú stabile piú facile piú piacevole piú onorevole. Se Cesare si obliga il re di Francia con tanta liberalità, con tanto beneficio, non sarà egli sempre padrone di lui e del regno suo? se e’ dà sí manifesta certezza al papa e agli altri príncipi di contentarsi dello stato che ha, né avere altro pensiero che della salute universale, non resteranno eglino senza sospetto? e non avendo piú né da temere né da contendere con lui, non solo ameranno ma adoreranno tanta bontà. Cosí con volontà di tutti darà le leggi a tutti, e senza comparazione disporrà piú de’ cristiani con la benivolenza e con l’autorità che non farebbe con le forze e con l’imperio. Arà facoltà, aiutato e seguitato da tutti, voltare le armi contro a luterani e contro agl’infedeli, con piú gloria e con piú occasione di maggiori acquisti; i quali non so perché non si debbino anche desiderare nella Affrica o nella Grecia o nel levante, quando bene lo ampliare il dominio fra i cristiani avesse quella facilità che molti, a giudizio mio, vanamente si immaginano. Perché la potenza della Maestà vostra è augumentata tanto che è troppo formidabile a ciascuno; e come si vegga che si disegni maggiore progresso tutti di necessità si uniranno contro a voi. Ne teme il papa, ne temono i viniziani, ne teme Italia tutta; e, per i segni che spesso si sono veduti, è da credere che abbia a essere molesta al re d’Inghilterra. Potrannosi intrattenere qualche mese, con speranze e pratiche vane, i franzesi, ma bisognerà in ultimo che il re si liberi o che si disperino; disperati, si uniranno con tutti questi altri. Se il re si libera con condizioni per la Maestà vostra di poca utilità, e che guadagno si sarà fatto a perdere l’occasione di usare tanta magnanimità? la quale se non si mostra in questo principio, ancora che si mostrasse poi, non arà seco piú né laude né gloria né grazia pari; se con condizioni che vi sieno utili, non le osserverà, perché nessuna sicurtà che vi abbia data gli potrà importare tanto che non gli importi molto piú che lo inimico suo non diventi sí grande che poi lo possi opprimere: cosí aremo o una inutile pace o una pericolosa guerra, i fini delle quali sono incerti; ed [è] da temere piú da chi ha avuto sí lunga felicità la mutazione della fortuna, e da dispiacere piú quando le cose succedono male a chi ha avuto potestà di stabilirle tutte bene. Penso, Cesare, avere sodisfatto al comandamento vostro, se non con la prudenza almanco con l’affezione e con la fede; né mi resta altro che pregare Dio che vi dia mente e facoltà di fare quella deliberazione che sia piú secondo la sua volontà, sia piú secondo la vostra gloria, piú, finalmente, secondo il bene della republica cristiana: della quale, e per la degnità suprema che voi avete e perché si vede essere cosí la volontà divina, a voi conviene esserne padre e protettore. - Fu udito questo consiglio da Cesare con grande attenzione, e senza fare segno alcuno di dispiacergli o di approvarlo; ma, poi che stato alquanto tacito ebbe accennato che gli altri seguitassino di parlare, [Federico duca d'Alva, uomo] e appresso a Cesare di grande autorità, disse cosí:

- Io sarò scusato, invittissimo imperadore, se io confesserò che in me non sia giudizio diverso dal giudizio comune, né capacità di aggiugnere con lo intelletto a quello a che gl’intelletti degli altri uomini non arrivano; anzi sarò forse piú lodato se consiglierò che si proceda per quelle vie medesime che sono proceduti sempre i padri e gli avoli vostri, perché i consigli nuovi e inusitati possono al primo aspetto parere forse piú gloriosi e piú magnanimi ma riescono poi senza dubbio piú pericolosi e piú fallaci di quegli che in ogni tempo ha, appresso a tutti gli uomini, approvato la ragione e l’esperienza. La volontà di Dio principalmente, e dipoi la virtú de’ vostri capitani e del vostro esercito, vi ha data la maggiore vittoria che avesse, già sono molte età, alcuno principe cristiano; ma tutto il frutto dello avere vinto consiste nello usare la vittoria bene, e il non fare questo è tanto maggiore infamia che il non vincere, quanto è piú colpa lo essere ingannato da quelle cose che sono in potestà di chi si inganna che da quelle che dependono dalla fortuna: dunque, tanto piú è da avvertire di non fare deliberazione che vi abbia alla fine a dare appresso agli altri vergogna, appresso a voi medesimo penitenza; e quanto piú grave è la importanza di quello che si tratta tanto si debbe procedere piú circospetto, e fare maturamente quelle deliberazioni che, errate una volta, non si possano piú ricorreggere: e ricordarsi che se il re si libera non si può piú ritenere, ma mentre che è in prigione è sempre in potestà vostra il liberarlo: né doverrebbe la tardità dargli ammirazione, perché, se io non mi inganno, è conscio a se medesimo quel che farebbe se Cesare fusse suo prigione. È stata certo cosa grandissima a pigliare il re di Francia, ma chi considererà bene la troverà senza comparazione maggiore a lasciarlo; né sarà mai tenuto prudenza il fare una deliberazione di tanto momento senza lunghissime consulte e senza rivoltarsela infinite volte per la mente. Né sarei forse in questa sentenza se io mi persuadessi che il re, liberato al presente, riconoscesse tanto benefizio con la debita gratitudine; e che il papa e gli altri d’Italia deponessino insieme col sospetto la cupidità e l’ambizione: ma chi non conosce quanto sia pericoloso fondare una risoluzione tanto importante in su uno presupposito tanto fallace e tanto incerto? anzi, chi considera bene la condizione e costumi degli uomini ha piú presto a giudicare il contrario, perché di sua natura niuna cosa è piú breve niuna ha vita minore che la memoria de’ benefici; e quanto sono maggiori tanto piú, come è in proverbio, si pagano con la ingratitudine: perché chi non può o non vuole scancellargli con la remunerazione, cerca spesso di scancellargli o col dimenticarsegli o col persuadere a se medesimo che e’ non sieno stati sí grandi; e quegli che si vergognano di essersi ridotti in luogo che abbino avuto bisogno del benefizio si sdegnano ancora di averlo ricevuto, in modo che può piú in loro l’odio, per la memoria della necessità nella quale sono caduti, che l’obligazione per la considerazione della benignità che a loro è stata usata. Dipoi, di chi è piú naturale la insolenza piú propria la leggerezza, che de’ franzesi? dove è la insolenza è la cecità; dove è la leggerezza non è cognizione di virtú, non giudizio di discernere le azioni d’altri, non gravità da misurare quello che convenga a se stesso. Che adunque si può sperare di uno re di Francia, enfiato di tanto fasto quanto ne può capere in uno re de’ franzesi, se non che arda di sdegno e di rabbia di essere prigione di Cesare, nel tempo che e’ pensava di avere a trionfare di lui? sempre gli sarà innanzi agli occhi la memoria di questa infamia né, liberato, crederà mai che il mezzo di spegnerla sia la gratitudine, anzi il cercare sempre di esservi superiore: persuaderà a se medesimo che voi lo abbiate lasciato per le difficoltà del ritenerlo, non per bontà o per magnanimità. Cosí è quasi sempre la natura di tutti gli uomini, cosí sempre quella de’ franzesi, da’ quali chi aspetta gravità o magnanimità aspetta ordine e regola nuova nelle cose umane. In luogo adunque di pace e di riordinare il mondo sorgeranno guerre maggiori e piú pericolose che le passate, perché la vostra riputazione sarà minore e lo esercito vostro che aspetta il frutto debito di tanta vittoria, ingannato delle speranze sue, non arà piú la medesima virtú e vigore, né le cose vostre la medesima fortuna, la quale difficilmente sta con chi la ritiene non che con chi la scaccia. Né sarà di altra sorte la bontà del papa e de’ viniziani; anzi, pentiti di avervi lasciato conseguire la passata vittoria, cercheranno di impedirvi le future, e la paura che hanno ora di voi gli sforzerà a fare ogni opera di non avere a ritornare in nuova paura; e, dove è in potestà vostra di tenere legato e attonito ognuno, voi medesimo con una dissoluta bontà sarete quello che gli farete sciolti e arditi. Non so quale sia la volontà di Dio, né credo la sappino gli altri; perché e’ si suole pure dire che i giudíci suoi sono occulti e profondi. Ma, se si può congetturare da quello che tanto chiaramente si dimostra, credo che sia favorevole alla vostra grandezza; non credo già che abbondino tante sue grazie a fine che voi le dissipiate da voi medesimo ma per farvi superiore agli altri, cosí in effetto come siete in titolo e in ragione: però, perdere sí rara occasione che Dio vi manda non è altro che tentarlo, e farvi indegno della sua grazia. Ha sempre dimostrato l’esperienza, e lo dimostra la ragione, che mai succedino bene le cose che dependano da molti; però, chi crede con l’unione di molti príncipi spegnere gli eretici o domare gl’infedeli non so se misura bene la natura del mondo. Sono imprese che hanno bisogno di uno principe sí grande che dia la regola agli altri; senza questo, se ne tratterà e farà per l’innanzi con quello successo che se ne è trattato e fatto per l’addietro. Per questo credo che Dio vi mandi tante vittorie, per questo credo che Dio vi apra la via alla monarchia, con la quale sola si possono fare sí santi effetti; e meglio è che si tardi a dare loro principio per fargli con migliori e piú certi fondamenti. Né vi alieni da questa deliberazione il timore di tante unioni che si minacciano, perché troppo grande è l’occasione che avete in mano; né mai, se le cose saranno bene negoziate, la madre del re, per la pietà materna e per la necessità di ricuperare il figliuolo, si spiccherà dalle speranze di riaverlo da voi per accordo; né mai i príncipi d’Italia si unirarno col governo di Francia, conoscendo che sempre sia in potestà vostra, col liberare il re, separarlo anzi voltarlo contro a loro. Bisogna stieno attoniti e sospesi, e alla fine faccino a gara di ricevere le leggi da voi: a quali sarà glorioso usare la clemenza, e la magnanimità quando le cose restino in grado che e non possino mancare di riconoscervi per superiore. Cosí la usorono Alessandro e Cesare, che furno liberali a perdonare le ingiurie, non inconsiderati a rimettersi da se stessi in quelle difficoltà e pericoli che avevano già superati. È laudabile chi fa cosí perché fa cosa che ha pochi esempli, ma per avventura imprudente chi fa quello che non ha alcuno esempio. Però, Cesare, il parere mio è che di questa vittoria si tragga piú frutto che si può; e che perciò il re, trattandolo sempre con onori convenienti a re, sia condotto, se non si può in Spagna, almeno a Napoli. In risposta della lettera sua si mandi a lui uno uomo con benignissime parole, per il quale si proponghino le condizioni della sua liberazione; tali che, come particolarmente si potrà consultare, sieno premi degni di tanta vittoria. Cosí, fermati questi fondamenti e questi fini del vostro procedere, la giornata e gli accidenti che si scopriranno, farà piú presta o piú tarda la liberazione del re, lo stare in guerra o in pace con gl’italiani; a’ quali si diano per ora buone speranze: e si augumenti quanto si può il favore e la riputazione dell’armi con l’arte e con la industria, per non avere a tentare ogni dí di nuovo la fortuna; e stiamo parati ad accordare con questo o con quello o con tutti insieme o con nessuno, secondo che le occasioni consiglieranno. Queste sono le vie per le quali sempre sono camminati i savi príncipi, e particolarmente quegli che vi hanno fondato tanta grandezza; i quali non hanno mai gittato via gli instrumenti del crescere né allentato, quando l’hanno avuto propizio, il favore della fortuna. Cosí dovete fare voi, al quale appartiene per giustizia quello che in qualcuno di loro poteva parere ambizione. Ricordatevi, Cesare, che voi siete principe e che è ufficio vostro di procedere per la via de’ príncipi; e che nessuna ragione, o divina o umana, vi conforta a omettere l’opportunità di fare risorgere l’autorità usurpata e oppressa dello imperio, ma vi obliga solamente ad avere animo e intenzione di usarla rettamente. E ricordatevi sopra tutto quanto sia facile a perdere l’occasioni grandi e quanto sia difficile ad acquistarle; e però, mentre che si hanno, essere necessario di fare ogni opera per ritenerle né fondarsi in su la bontà o in su la prudenza de’ vinti, poi che il mondo è pieno di imprudenza e di malignità, e giudicando che o dalla grandezza vostra o da nessuno altro mezzo si ha a difendere la religione cristiana, accrescerla quanto si può, non piú per interesse della autorità e gloria vostra che per servigio di Dio e per zelo del bene universale. -

Impossibile sarebbe esprimere con quanto favore di tutto il consiglio fusse udito [il duca d'Alva], avendosi già ciascuno proposto nell’animo lo imperio di quasi tutti i cristiani: però, non fu alcuno degli altri che senza replica non confermasse la medesima sentenza; approvandola ancora Cesare, piú presto sotto specie di non volere discostarsi dal consiglio de’ suoi che con dichiarare quale fusse per se stessa la sua inclinazione. Espedí adunque, Beuren, cameriere intimo e molto accetto, a notificare a’ capitani la sua deliberazione e a visitare in suo nome il re di Francia, e a proporre le condizioni con le quali poteva ottenere la liberazione. Il quale, fatto il cammino per terra (perché la madre del re, acciò che piú comodamente si potessino trattare le cose del figliuolo, non impediva piú il transito agli uomini e a’ corrieri che andassino e venissino da Cesare), andò insieme col Borbone e col viceré a Pizzichitone, dove era ancora il re, [e] gli offerse la liberazione; ma con condizioni tanto gravi che dal re furono udite con grandissima molestia: perché, oltre alla cessione delle ragioni quali pretendeva avere in Italia, gli dimandava la restituzione del ducato di Borgogna come cosa propria, che al duca di Borbone desse la Provenza, e per il re di Inghilterra e per sé altre condizioni di grandissimo momento. Alle quali dimande rispose il re, costantemente, avere deliberato piú presto morire prigione che di privare i figliuoli di parte alcuna del reame di Francia; ma, che quando bene avesse deliberato altrimenti, che in potestà sua non sarebbe di eseguirlo, non comportando l’antiche costituzioni di Francia che si alienasse cosa alcuna appartenente alla corona senza il consentimento de’ parlamenti, e degli altri appresso a’ quali risedeva l’autorità di tutto il reame; i quali erano consueti, in casi simiglianti, anteporre la salute universale allo interesse particolare delle persone de’ re. Dimandassingli condizioni che gli fussino possibili, perché non potrebbono trovare in lui maggiore prontezza e a congiugnersi con Cesare e a favorire la sua grandezza: né cessò di proporre condizioni diverse, non facendo difficoltà di concedere larghissimamente degli stati di altri pure che ottenesse la liberazione, senza promettere de’ suoi. La somma fu: offerirsi a pigliare per moglie la sorella di Cesare che era restata vedova del re di Portogallo, confessando di avere la Borgogna in nome di sua dote, nella quale succedessino i figliuoli che nascerebbono di questo matrimonio; restituire al duca di Borbone il ducato che gli era stato confiscato e aggiugnergli qualche altro stato, e in ricompenso della sorella di Cesare che gli era stata promessa dargli la sorella sua, restata nuovamente vedova per la morte di Alanson: sodisfare al re d’Inghilterra con danari, e a Cesare pagarne per la taglia sua grandissima quantità; cedergli le ragioni del regno di Napoli e del ducato di Milano; promettere di farlo accompagnare con armata di mare e con esercito per terra quando andasse a Roma a pigliare la corona dello imperio, che era come promettere di dargli in preda tutta Italia. Con la quale forma di capitoli Beuren ritornò a Cesare: e vi andò con lui monsignore di Memoransí, persona insino allora accettissima al re, e il quale fu dipoi promosso da lui prima all’uficio del gran maestro e poi alla degnità del gran conestabile di Francia.