Storia della letteratura italiana (Tiraboschi)/I-3/II/I

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Poesia

Storia della letteratura italiana (Tiraboschi)/Parte III/Libro II Storia della letteratura italiana (Tiraboschi)/I-3/II/II IncludiIntestazione 14 luglio 2014 25% Da definire

Parte III - Libro II I-3 - II

[p. 116 modifica]evidente, che a’ mentovati tre popoli Italiani, e non già a’ Greci, furon debitori i Romani del rivolgersi, che finalmente fecero agli studj. Non negherò già io, che il commercio co’ Greci giovasse poscia non poco a perfezionare la Romana letteratura; ma a me basta l’osservare, che, come gli antichi abitatori d’Italia al loro genio medesimo dovettero in gran parte il felice riuscimento lor nelle scienze e nelle arti, così i Romani da’ popoli d’Italia, e non da que’ della Grecia, appresero primieramente le scienze stesse. Ma è omai a vedere partitamente, quali fosser gli studj, che prima di tutti ricevuti furono in Roma, quali poscia vi si introducessero, e quale avanzamento in essi fecero i Romani


LIBRO SECONDO.

Letteratura de Romani dal fine della prima guerra Cartaginese fino alla distruzion di Cartagine.

Capo I


Poesia


I. Come di molte altre nazioni, così ancor de’ Romani avvenne, che la prima tralle belle arti, che tra loro ebbe ricetto, fu la Poesia. A che non solo dovette concorrere il piacere, che essa naturalmente arreca, ma il fiorire ancora ch’ella faceva allora nella Sicilia, e probabilmente anche nella Magna Grecia. Tra i diversi generi di Poesia, la Teatrale ebbe il vanto di esser prescelta. Io so bene, che qualche abbozzo, per così dire, di Teatral Poesia erasi già veduto in Roma, ma così rozzo, che appena ne merita il nome. Se ne è parlato di sopra trattando degli Etruschi, e si può vedere ciò, che ne dice il Quadrio1, e noi ancora vedrem frappoco, in che consistesse. Livio Andronico fu il primo, che in Roma la coltivasse, appena la prima guerra Cartaginese ebbe fine. Livio, dice Cicerone2, il quale il primo nel Consolato di C. Clodio figliuol di Appio Cieco, e di M. Tuditano, pose sulla sce[p. 117 modifica] na un’azion teatrale, l’anno innanzi alla nascita di Ennio, cioè l’anno 514 dopo la fondazion di Roma, come dice l’autore, che noi seguiamo (cioè Attico); perciocché intorno al numero degli anni vi ha controversia tragli Scrittori. In fatti ne’ Fasti Capitolini i due Consoli mentovati si veggon segnati l’anno precedente; e Cicerone stesso altrove più dubbiosamente ragiona di questa Epoca: Circa 510 anni, egli dice3, dopo la fondazion di Roma Livio rappresentar fece una favola Teatrale, essendo Consoli C. Claudio (che è lo stesso che Clodio) figliuol del Cieco, e M. Tuditano, un anno innanzi al nascer di Ennio. Il che per ultimo da Gellio ancor si conferma4: Essendo Consoli (C. Claudio) Centone figliuol di Appio Cieco, e M. Sempronio Tuditano, Livio prima d’ogni altro rappresentar fece in Roma una favola teatrale.

II. Noi abbiam dunque l’Autore della prima Azion Teatrale, che si vedesse in Roma, e l’Epoca ancora ne abbiamo, che noi coll’autorità de’ fasti Capitolini fisseremo all’anno 513. Piacemi a questo luogo di riportare il passo dello storico Livio, ove tutta l’origine del Teatro Romano, e ciò, che da Andronico vi fu primamente introdotto, diligentemente descrive: Poiché la violenza della peste, dic’egli all’anno di Roma 3895, né per uman consiglio, né per divino aiuto non rimetteva, dicesi, che tralle altre cose a placar lo sdegno de’ Numi adoperate, i giuochi scenici ancora s’introducessero; oggetto nuovo a quel popolo bellicoso, che gli spettacoli soli del Circo avea finallora veduti. Fu questa nondimeno allora, come esser sogliono tutti i principj, cosa tenue, e presa ancora dagli stranieri. Alcuni Giocolieri fatti venir dall’Etruria, senza versi di sorta alcuna, a suon di flauto saltando menavano alla maniera loro non isconce danze. La Gioventù Romana prese poscia ad imitarli, scherzando vicendevolmente tra loro con rozzi versi, e saltando in maniera alle cose, che essi dicevano, adattata. Ebbe plauso la cosa, e col frequente ripetersi venne in uso. Gli Attori detti furono Istrioni dall’Etrusca parola Ister, con cui appellavansi i Giocolieri, e non usavano già più essi i rozzi e mal tessuti versi Fescennini, ma una specie di satira composta a metro, e accompagnata da canto e da salto regolato a [p. 118 modifica]suono di flauto. Livio fu il primo alcuni anni dopo, che lasciate le satire osò di prendere un determinato argomento dell’azion teatrale, recitando egli stesso, come tutti allora solevano, i propj versi. Di lui raccontasi, che essendoglisi pel frequente venir sul teatro offuscata la voce, chiestane licenza al popolo, trasse sulla scena un servo, che accompagnato dal flauto cantasse i versi, a sé riserbando il gesto e l’atteggiamento. Il che riuscigli più felicemente ancora di prima, poiché non era occupato e distratto dal maneggiar della voce. Di là si prese il costume, che al gestire de’ Comici da altri si canti, e ch’essi colla lor voce recitino i diverbj solamente, ossia i Dialogi. Intorno alle quali ultime parole, che non son certo chiare di troppo, puossi vedere un’erudita Dissertazione di M. Du Clos Sull’Arte di dividere l’Azion teatrale, e di porre in nota la declamazione, che pretendesi essere stata in uso presso i Romani6.

III. Ed ecco in brevi parole la Storia dell’origine e de’ progressi del Romano Teatro. Ma del primo, per così dire, Autore di esso convien dire qualche cosa più distintamente. Dicesi dalla più parte degli Scrittori, che Livio Andronico fosse Greco di nascita, che Andronico fosse il solo vero suo nome, e che essendo schiavo di Livio Salinatore, i cui figliuoli istruiva, e da lui posto in libertà, per gratitudine al suo benefattore prendessene, come era ordinario costume, anche il nome, e fosse poi detto Livio Andronico. Ma queste asserzioni non sono senza qualche difficoltà, la qual per altro non so, se da altri sia stata ancora osservata. Che Andronico fosse Greco, facilmente il persuade lo stesso suo nome: lo conferma in qualche modo Svetonio, che Semigreci chiama7 Ennio e Livio, e più chiaramente Terenziano Mauro: Livius ille vetus Grajo cognomine8. Ma non si potrà facilmente spiegare, per qual maniera, se Greco veramente era Livio, venisse egli in poter de’ Romani, e fosse loro schiavo, perciocché niuna guerra e niun commercio aveano fin allora avuto i Romani co’ Greci. E’ dunque a dire, che nativo egli fosse della Magna Grecia, la cui conquista avendo terminata i Romani l’anno 487 come si è detto, egli è verisimile, [p. 119 modifica]che nelle guerre contra i Romani da que’ popoli sostenute e’ cadesse nelle loro mani1. Quindi non alla Grecia veramente, ma all’Italia appartiene il vanto di aver dato a Roma il primo Autor di Tragedie e di Commedie Latine. Che Andronico poi fosse schiavo di Livio Salinatore, benché da tutti i moderni Autori, e singolarmente 10 11 dal Daciere dal Quadrio costantemente si affermi, io non ne trovo indicio presso Autore antico, trattane la Cronaca Eusebiana; e quando pure ei fosse stato schiavo di un Livio, il che dal nome, ch’ei prese, rendesi verisimile, pare che non di Livio Salinatore ciò debba intendersi, perciocché questi non fu Console che l’anno 534, ma di alcun altro della stessa famiglia.2

IV Molte favole teatrali egli compose, la più parte Tragedie. Tredici sono quelle, i cui titoli sono stati dal Fabricio di [p. 120 modifica]ligentemente raccolti. Ma i soli titoli appunto ce ne sono rimasti, e alcuni pochi frammenti, che sono stati inseriti nella Raccolta degli antichi Poeti stampata in Ginevra l’anno 1611, poscia pubblicati di nuovo, e diligentemente illustrati dal Vossio. Le quali due edizioni sono comuni a tutti gli antichi Poeti, di cui solo ci son rimasti frammenti; e basti perciò l’averle qui rammentate, per non doverle accennare di nuovo, quando degli altri ragioneremo. Fu egli ancor destinato, come abbiamo dallo Storico Livio, a comporre un Inno, che l’anno di Roma 546 doveasi da ventisette Verginelle a placare lo sdegno degl’Iddii solennemente cantare. Inoltre l’Odissea di Omero tradusse egli in versi latini Jambici, di cui qualche picciol frammento abbiam avuto da Gellio. Cicerone delle Poesie di Livio ha portato poco favorevol giudizio; e certo i frammenti, che ce ne sono rimasti, non ce ne danno una troppo vantaggiosa idea. L’Odissea latina paragonata viene da Cicerone17 a una di quelle antiche statue, che a Dedalo venivano attribuite, le quali altro pregio non aveano finalmente che quello del loro creduto Autore; e de’ teatrali componimenti dice, che degni non erano di esser letti due volte. Ma ciò non ostante deesi ad Andronico gran lode come a primo inventor tra’ Latini di quel genere di Poesia, che poscia più facilmente da altri fu a maggior perfezione condotto. Orazio ancora ci attesta, che il severo suo Maestro Orbilio dettavagli i versi di questo Poeta, i quali, benché confessi esser rozzi ed incolti, non vuole però, che si sprezzino, e gettinsi come indegni d’esser conservati.

Non equidem insector, delendaque carmina Livi
Esse reor, memini plagosum quæ mihi parvo
Orbilium dictare; sed emendata videri,
Pulcraque, & exactis minimum distantia, miror

V. Benché a questi tempi non vi avesse in Roma alcuni di que’ Precettori, che detti furon Gramatici, come poscia vedremo, Livio cominciò nondimeno a dare un saggio, per così dire, di quest’arte. Perciocché di lui e di Ennio dice Svetonio, che [p. 121 modifica]Graece interpretabantur, e che essi e nell’una e nell’altra lingua ammaestravano e in Roma e fuori; parole non troppo facili a intendersi; poiché Svetonio non vuol certo dire, che essi fosser Gramatici di professione, soggiugnendo subito egli stesso, che il primo Gramatico fu Cratete di Mallo molti anni dopo. Sembra dunque, che così intender si debba, che ad alcuni Cittadini bramosi di avanzar negli studj sponessero essi or in Greco or in Latino, come quegli bramavano, i migliori autori tra’ Greci, che altri allora non ve n’avea degni d’esser proposti a modello di colto stile. Un altro vanto converrebbe accordar a Livio, se attener ci volessimo all’autorità di Diomede, o a dir meglio di alcune edizioni, che di questo antico Gramatico abbiamo. Epos Latinum, così leggesi nella edizion Veneta del 1495, e in quella di Giovanni Cesario20 , primus digne scripsit Livius, qui res Romanorum decem & octo complexus est libris, qui & Annales inscribuntur, quod singulorum fere annorum actus contineant. Ma, come ben osserva il Vossio21, nulla di ciò abbiamo presso gli antichi Scrittori, e i dieciotto libri di Annali da Ennio furono scritti, e non da Livio. Pare dunque, che Ennius debba ivi leggersi, e non Livius, ovvero che ommetter si debba la voce Livius, come è veramente nella edizion de’ Gramatici fatta da Putschio, ove leggesi solo scripsit is, qui res &c.

VI. Gneo Nevio nativo della Campania fu il secondo de’ Latini Poeti, che fiorisse in Roma. Egli visse a un di presso al tempo stesso di Livio, perciocché sappiamo per testimonianza di Varrone presso Gellio, che ei militò nella prima guerra Cartaginese. Ecco le parole di questo Autore22 : L’anno dopo la fondazion di Roma 519 Spurio Carvilio Ruga fu il primo in questa Città, che dalla moglie per divorzio si separasse... e nello stesso anno Gneo Nevio Poeta rappresentò al popolo le sue favole teatrali: di cui scrive Varrone nel primo libro de’ Poeti, che militato avea nella prima guerra Cartaginese, e che ciò da Nevio stesso diceasi nel Poema, che intorno a quella guerra egli scrisse. Il tempo ancor della morte coincide con quello della morte di Livio. Questi visse almeno fino all’anno 546, come si è detto; e Ne



(0 De 111. Gramm. e. I. (3) De hiftor. Latin. I. I. e. IL (2) Lib. III. (4) L XVII. e. ult. Digitized by Google [p. 122 modifica] vio morì essendo Consoli P. Sempronio Tuditano e M. Cornelio Cetego, cioè secondo i Fasti Capitolini l’anno 549. Ma Varrone vita ancora più lunga concede a Nevio. Tutto ciò abbiamo da Cicerone. Cetego, dic’egli23 , fu Console insieme con P. Sempronio Tuditano nella seconda guerra Cartaginese. Nel Consolato di questi, come si ha nelle antiche memorie, morì Nevio, benché Varrone diligentissimo ricercatore delle antichità a più lungo tempo ancora ne stende la vita.

VII. Fu dunque Nevio pressoché allo stesso tempo di Livio; ma più tardi di lui, cioè sei anni dopo, salì sul teatro, mosso probabilmente dall’esempio di Livio, e dal plauso, che a lui vedeva farsi dal popolo. Undici, parte Tragedie, parte Commedie, da lui composte annovera il Fabricio24 , e molte altre ancora se ne veggon citate negl’Indici nella sua Biblioteca inseriti. Ma fatali riuscirono al Poeta le sue stesse Commedie. Piacevasi egli all’usanza de’ Greci di mordere, e dileggiar co’ suoi versi or l’uno or l’altro de’ più possenti Cittadini di Roma. Ne abbiamo un saggio in un suo verso presso il Vossio25, in cui insultando Metello, che al Consolato in età assai giovanile era salito, dice, che per fatale sventura di Roma facevansi Consoli i Metelli: Fato Romæ fiunt Metelli Consules. Risposegli Metello con altro verso dallo stesso Vossio riferito:

Dabunt malum Metelli Nævio Poetæ. Ciò dovette accadere l’anno 547 di Roma, in cui appunto fu Console Q. Cecilio Metello. Ma questi non fu pago di aver renduto verso a verso, e secondato probabilmente da altri irritati essi pure dal satirico motteggiar di Nevio, fece per mezzo de’ Triumviri arrestare, e incarcerare l’infelice Poeta. Questi veggendo l’amaro frutto, che dal suo satireggiare gli era venuto, due altre Commedie compose in prigione, in cui ritrattò in qualche maniera le ingiurie, che contro di alcuni avea prima scagliate; e quindi tratto di carcere riebbe la libertà. Tutto ciò vien narrato da Gellio: Di Nevio ancor sappiamo, dice egli26 , che due Commedie compose in carcere, l’Ariolo, e il Leonte, essendo egli stato


(1) De Ci. Orat. n. 15. (3) De Hiftor. Lat. 1. I. e IL (2) Bibi. Lat. 1. IV. cap. I. (4) L. III. cap. III. [p. 123 modifica]da’ Triumviri incarcerato per la continua maldicenza, e per l’ingiurie dette contro i principali della Città, secondo il costume de’ Poeti Greci; donde poi da’ Tribuni della Plebe fu tratto, avendo colle due mentovate Commedie ritrattate le ingiurie e i motteggi, con cui avea per l’addietro offesi molti. Quindi io non so, onde abbia tratto il Quadrio27, che Scipione singolarmente fosse oltraggiato da Nevio, e ch’egli perciò fosse ancora il principale autore della sua prigionia; e non so pure, per qual ragione egli chiami favolosi Poemi28 le due Commedie da Nevio composte nella sua carcere; poiché chiamandosi esse da Gellio colla voce latina Fabulæ, con cui poco innanzi avea nominate ancora le Commedie di Plauto, sembra evidente, che di Commedie appunto voglia egli favellare a questo luogo ancora. 3

VIII. A questo incarceramento di Nevio pare che volesse alludere Plauto, il quale allora fioriva, in quei due versi della Commedia intitolata : Miles gloriosus nei quali egli dice

Nam os columnatum Poetaeinesse audire barbaro,
qui bini custodes semper satishoris accubans

.Q.2 II pn(*) [p. 124 modifica]Il nome di barbaro dato quì a Nevio non è già nome di dispregio e d'insulto, ma come Plauto a somiglianza di tutti gli antichi Poeti Latini da’ Poeti Greci traeva gli argomenti delle sue Commedie, e Greci personaggi introduceva sulla scena, così faceagli ancor parlare all’usanza de’ Greci, presso i quali il non esser Greco era lo stesso che esser barbaro. Quelle parole os columnatum vuolsi verisimilmente dagli interpreti, che usate fossero da Plauto a spiegare un cotale atteggiamento di Nevio, allor quando stavasi pensieroso, cioè il sostenere, e far colonna, per così dire, del braccio e della mano al mento. I due Custodi spiegansi da Jacopo de l’Oeuvre31 e da alcuni altri interpreti per due cani, che star solessero sempre a’ fianchi di Nevio: ma più probabile sembra l’opinion del Vossio32, che disegnino i due sgherri, che stavano a custodia del Poeta prigione. Egli ne fu poi tratto, come si è veduto di sopra; ma s’egli è vero, che morisse l’anno 549, convien dire, che e breve fosse la prigionia, e poco tempo dopo esserne uscito di nuovo incorresse l’indegnazione de’ Grandi; perciocché nella Cronaca Eusebiana all’Olimpiade CXLIV, che corrisponde al suddetto anno, abbiamo, che Nevio morì in Utica cacciato da Roma per la fazione de’ Nobili, e singolarmente di Metello.

IX. Le Tragedie e le Commedie non furon le sole, che celebre a’ suoi tempi rendessero questo Poeta. La Storia Romana ancora fu da lui illustrata, perciocché scrisse in versi la prima guerra Cartaginese. Pare, che Ennio della gloria di Nevio fosse invidioso rivale; perciocché ne’ suoi Annali recando la ragione, per cui della prima Punica guerra non prendeva egli a parlare, dice:

Scripsere alii rem
Versibus, quos olim Fauni vatesque canebant,
Cum neque Musarum scopulos quisquam superarat,
Nec dicti studiosus erat.

Così egli la rozzezza dello stile rimprovera a Nevio, e il men armonico Metro da lui usato, perciocché non avea già egli scritto in versi Esametri, ma in certi più rozzi versi, che detti eran


[p. 125 modifica] Saturnj33; e a sé attribuisce il vanto di aver prima d’ogni altro superato il Pindo, e poetato con eleganza. Ma è da udire in qual modo prenda Cicerone a ribatter l’accusa di Ennio, e a difender Nevio. La guerra Punica di Nevio, egli dice34 , il quale da Ennio vien posto tra’ Fauni e tra gli antichi Indovini, a me piace non altrimenti che una statua di Mirone. Sia pure Ennio, come è certamente, più perfetto Poeta: se egli, come mostra di fare, avesse Nevio in disprezzo, non avrebbe già, descrivendo le guerre tutte, ommessa la prima Cartaginese, che fu sì atroce. Ma egli stesso reca la ragione, che ebbe di così fare. Altri, dice, l’hanno descritta in versi. Sì, certo, e eloquentemente l’hanno descritta, benché con istile men colto di quello, che tu usasti, tu, dico, che

o dei confessare di avere prese molte cose da Nevio, o sarai convinto di avergliene rubate molte, se il nieghi. Anzi un altro Poema ancora egli scrisse intitolato: Iliados Cypriæ, il cui primo e secondo libro si veggon citati da Sosipatro Carisio e da Prisciano nella Raccolta de’ Gramatici latini del Putschio35. Dalle quali citazioni veggiamo, che questo Poema fu da Nevio scritto in versi Eroici; perciocché Sosipatro questo verso ne arreca: Collum marmoreum torquis gemmata coronat. E Prisciano quest’altro

Fæcundo penetrat penitus thalamoque potitur. Di questo Poema parla ancora il Quadrio36. Ma mi fa maraviglia ciò, che questo Autore altrove dice di Nevio37, cioè ch’egli fu nella sua arte Poetica da Orazio deriso, perché un Poema sulla guerra di Troja cominciato avea con questo verso:

Fortunam Priami cantabo & nobile bellum. Io non so certo, ove abbia trovato il Quadrio, che Nevio scrivesse un Poema sulla guerra di Troja, perciocché di tutt’altro argomento egli trattava nella sua Iliade Cipria, cioè delle guerre d’amore; e non so pure, ove abbia egli trovato, che Orazio a quel luogo parli di Nevio. Il Poeta, che Orazio deride, non con altro nome è da lui chiamato che con quello di Poeta da piazza: scriptor cyclicus; la qual espressione non vedo, come


Ne(1) V. Feftum in „ Saturnus,,. (4) T. VI. p. 472. (x). De CI. Orat. n. 19. (j) ib. p. 613. (3) Pag. 118. & 881. Digitized by Google [p. 126 modifica]a Nevio convenga. Ma somiglianti errori anche nelle Opere de’ più dotti uomini s’incontran talvolta.

X. A questi due Poeti fu contemporaneo Ennio. A qual anno ei nascesse, l’abbiam già veduto di sopra coll’autorità di Cicerone, cioè nell’anno di Roma 514. Morì, come lo stesso Tullio altrove afferma38, nel Consolato di Cepione e di Filippo in età d’anni settanta, e appunto furono questi Consoli l’anno 584. Fu egli nativo di Rudia in Calabria. Qual luogo precisamente sia questo, si è in questo secolo disputato assai39. A chi scrive la Storia della Letteratura Italiana poco importa il cercarne. Basta, ch’ei fosse Italiano, perché in quest’opera debba aver luogo. Non si sa, per qual ragione egli passasse all’Isola di Sardegna; ma vi fu certamente. Silio Italico cel rappresenta qual valoroso Capitano nella guerra, in cui T. Manlio soggiogò di nuovo quegl’Isolani, che contro la Repubblica eransi ribellati. Piacemi di qui riferire tutto il passo di questo Poeta, che alcune conghietture intorno alla vita di Ennio potrà somministrarci. Così dunque egli dice40 :

Ennius antiqua Messapi ab origine Regis
Miscebat primas acies, Latiæque superbum
Vitis adornabat dextram decus: hispida tellus
Miserunt Calabri: Rudiæ genuere vetustæ,
Nunc Rudiæ solo memorabile nomen alumno.
Is prima in pugna (Vates ut Thracius olim
Infestam bello quateret cum Cyzicus Argo
Spicula deposito Rhodopeia pectine torsit)
Spectandum se se non parva strage virorum
Fecerat; & dextræ gliscebat cædibus ardor.
Advolat, æternum sperans fore, pelleret Hostus
Si tantam labem, & perlibrat viribus hastam.
Risit nube sedens magni conanima cæpti,
Et telum procul in ventos demisit Apollo;
Ac super his: Nimium juvenis, nimiumque superba
Sperata hausisti. Sacer hic, ac magna Sororum
Aonidum Cura est, & dignus Apolline vates.

[p. 127 modifica]

Hic canet illustri primus bella Itala versu,
Artolletque Duce coelo; resonare docebit
Hic Latiis Helicona modis, nec cedet honore
Ascræo famave seni: sic Phoebus; & Hosto
Ultrix per geminum transcurrit tempus harundo.

Così Silio; il quale, benché con poetica finzione adorni questo racconto, non deesi credere nondimeno, che finto abbialo interamente; poiché veggiamo, che nel suo Poema egli si attiene fedelmente alla Storia. Egli dice, che Ennio discendeva Messapi ab origine Regis, perché come Servio afferma41, vantavasi Ennio di discendere da Messapo; ma non so, se facil cosa fosse per riuscirgli il provar questa sua genealogia con autentici documenti. Certo ei visse povero, come fra poco vedremo. Quelle parole: Latiæque superbum vitis adornabat dextram decus, ci mostrano, ch’egli era Centurione, ossia Capitano, perciocché insegna di questa dignità era appunto il ramo di vite42. Ma questo è ciò, che muove non picciola difficoltà. La guerra di sopra accennata accadde nell’anno di Roma 538; quando Ennio, nato l’anno 514, non contava che ventiquattro anni d’età. Or che uno straniero e povero, come era Ennio, salisse al grado di Capitano in età sì fresca, non pare che agevolmente si possa persuadere. Ma io rifletto, che Silio di lui dice, che da’ Calabresi era stato mandato: hispida tellus miserunt Calabri. Non par dunque improbabile, che Ennio fosse condottiero delle milizie, che i Calabresi per ordine de’ Romani costretti fossero a mandare in Sardegna; e se essi eran persuasi, ch’ei traesse da Messapo la sua origine, non è improbabile, che, benché giovane, il ponessero al comando delle lor truppe.

XI. Checchesia di ciò, pare, che Ennio finita la guerra continuasse a vivere in Sardegna. Aurelio Vittore racconta, che Catone soggiogò la Sardegna, di cui era Pretore; e che ivi fu da Ennio istruito nelle lettere Greche43 . Ma in primo luogo io trovo bensì, che Catone in Sardegna cacciò dall’Isola gli usurai44; ma che vi guerreggiasse, nol trovo. In secondo luogo, [p. 128 modifica]tutti i più antichi Scrittori affermano, che Catone nell’estrema vecchiezza soltanto si volse alla Greca letteratura4. Or egli fu Pretore in Sardegna nel Consolato di C. Cornelio Cetego e Q. Minuzio Rufo l’anno di Roma 5565, e quindi essendo egli nato, come Cicerone gli fa dire nel Dialogo della vecchiezza,6 l’anno innanzi al primo Consolato di Q. Fabio Massimo, cioè l’anno di Roma 519, non contava, quando fu Pretore in Sardegna, che trentasette anni di età; e troppo era lungi perciò da quell’estrema vecchiezza, in cui soltanto a’ Greci studj egli si volse. Più probabile è ciò, che racconta Cornelio Nipote7, cioè che Catone essendo Pretore ebbe a suo governo la provincia della Sardegna, della quale essendo in addietro Questore, avea partendone condotto seco il Poeta Ennio, il che non si sembra da pregiar meno di qualunque trionfo egli avesse da quell’Isola riportato. Catone fu Questore l’anno di Roma 5498. Io non trovo veramente in altro autore, ch’egli in quell’anno fosse in Sardegna; ma come ei fu coll’armata, che da Roma tragittò in Africa, non è improbabile, che gli si offerisse occasione di farvi una discesa, e che seco ne conducesse il Poeta, che allora doveva essere nell’anno trentesimo quinto di sua età.

XII. Così condotto Ennio a Roma continuò a mostrarvisi eccellente Poeta a un tempo e valoroso guerriero. Abbiamo da Cicerone9 , che fu egli insieme col Console M. Fulvio soprannomato Nobiliore alla guerra di Etolia, che accadde l’anno di Roma 564. Ciò che in questo vi ha di strano si è, che quel Catone medesimo, il quale in sì grande stima avea avuto Ennio, che degno avealo riputato di esser condotto a Roma, degno giudicò di rimprovero questo Console, perché seco condotto aveva qualche Poeta. Così ci assicura Cicerone, il quale di ciò si vale a provare, che in poco pregio erano allora i Poeti; che poco onore, dic’egli10 , si rendesse allora a’ Poeti, il mostra l’orazion di Catone, con cui rimproverò a Marco Nobiliore l’aver seco condotto nella sua Provincia qualche Poeta: or egli, come sappia [p. 129 modifica] mo, condotto avea Ennio nell’Etolia. Ma forse non il poetico ma il guerriero valore avea Catone onorato in Ennio, ovvero degni di onore riputava egli i Poeti, ma al tempo di guerra meno opportuni. Sopra tutti però fu Ennio caro al famoso Scipione Africano il Maggiore, di cui fu quasi in tutte le guerre indivisibil compagno. Fu Scipione uno de’ primi Eroi della Romana Repubblica, che alla gloria dell’armi quella ancor delle lettere felicemente congiunse; ed Ennio fu uno de’ dotti uomini, cui egli anche in mezzo al rumore dell’armi godeva di avere a’ fianchi. Quindi di lui disse Claudiano11 : Hærebat doctus lateri, castrisque solebat

Omnibus in medias Ennius ire tubas. Un altro Scipione ancora soprannomato Nasica fu confidentissimo amico di Ennio, e ne è pruova lo scherzevole proverbiarsi che fecero a vicenda, al dire di Cicerone12, in occasion di una visita fattasi scambievolmente, in cui finsero amendue di non essere in casa. Il fatto è troppo noto per essere qui riferito distesamente. Molto fu egli inoltre onorato da Q. Fulvio figliuol del Console M. Fulvio, di cui poc’anzi si è detto, come ben si raccoglie da ciò, che narra Cicerone, cioè che egli, essendo secondo il costume del Padre amator delle lettere, dié la Cittadinanza a Q. Ennio, che col Padre di lui militato avea nell’Etolia. 13

XIII. Questa amicizia co’ più ragguardevoli Cavalieri Romani, a cui ebbe Ennio l’onor di arrivare, ci fa vedere, che uomo ancora egli era di amabili maniere e di onorati costumi. Infatti Gellio, recando un passo tratto dal libro settimo degli Annali da lui composti, in cui il carattere e le virtù descrive d’un uomo onesto, dice14, essere sentimento di alcuni, che sé stesso ei descrivesse, in que’ versi. Pare nondimeno, che amasse il soverchio bere. Tale certo cel dipinge Orazio, fors’anche per discolpar sé medesimo:

Ennius ipse pater numquam nisi potus ad arma
Prosiluit dicenda. 15

E questa fu probabilmente l’origine della podagra, a cui fu egli [p. 130 modifica] soggetto, e che finalmente l’uccise.

Questa almeno è la ragione, che del suo male arreca un Medico antico57 :

Ennius ipse pater dum pocula siccat iniqua,

Hoc vitio tales fertur meruisse dolores. Di lui narra Cicerone58, che sul finir di sua vita così lietamente soffriva que’ due incomodi, che più di tutti son riputati molesti, la povertà e la vecchiezza, che pareva quasi goderne.

XIV. Scrivono alcuni, che nel sepolcro medesimo di Scipione ei fosse sepolto; ma pare, ch’essi si appoggino a un passo non ben inteso di Cicerone. Carus fuit, dic’egli59 , Africano superiori noster Ennius; itaque etiam in sepulchro Scipionum putatur is esse constitutus e marmore. Dove alcuni per avventura alla sola parola constitutus ponendo mente, pensarono, che del corpo di Ennio ivi sepolto si ragionasse. Ma chiaro è dalle parole di Tullio, che non si parla ivi che di una statua di marmo. Livio ancora dopo aver detto, che molte cose intorno a Scipione sono dubbiose, e singolarmente in qual anno egli sia morto (nel che però ella è opinione comune, che fosse verso il 566) e in qual luogo sepolto, se in Literno, ove egli sdegnato della ingratitudine de’ Romani si ritirò, ovvero in Roma, così soggiugne60 : Romæ extra portam Capenam in Scipionum monumento tres statuæ sunt, quarum duæ P. & L. Scipionum dicuntur esse, tertia Poetæ Q. Ennii61 . Così Cicerone e Livio più vicini di tempo ad Ennio ed a Scipione della statua di questo Poeta 62 63

favellano, come di cosa non abbastanza certa. Valerio Massimoe Plinio il vecchiodi questa statua medesima fanno menzione, come di cosa da non dubitarne. Così accade sovente, che una cosa dapprima appoggiata a dubbiosa popolar tradizione coll’andar del tempo,


(a) IF (eporcro degli Scipioi» qulac― ne ì ? giunta ancora uir effratto alla ricetmatofu pofeia felicemente feoperto 1 fhtmpa fatta in? Roma di quefto primo anno 1780. r e fé ne può vedere la de― Tòmo ; il quale qui da noi fi ommette fcrizione allor data nelP Antologia Ro― come cofà corr quefta Storia non abbacami [Ah. 1780. nunr. XLIX. p. 385― ftanza, connetta » afK 178 u num. XLVIIL p. 377. J r e fé (t) Serenur Sàmmom. de Medicina? (4? Libv XXXVIIL t. I VI. cap>. XXXVIL (5) Lib. VIIL. capi XIV. a. r* (i) De Seneff. n. y„ €*} I― VII. e XXX. 4jì Pto Afid&ia il. 5*. [p. 131 modifica] benché niun nuovo argomento di certezza se le aggiunga, si spacci nondimeno per certa.

XV. Quanto allo stile delle Poesie di Ennio tutti convengono, che il primo Padre egli fu della Poesia latina e del Poema Epico singolarmente; e quindi ne è venuto il nome di Padre, con cui suole egli esser chiamato, come ne’ passi di Orazio e di Sereno Sammonico si è di sopra veduto. Questa lode medesima da Lucrezio gli vien confermata: Qui primus amæna

Detulit ex Helicone perenni fronde coronam,

Per gentes Italas hominum quæ clara clueret64 Virgilio ancora faceane grande stima, benché usasse di dire, che dalle lordure di Ennio ei raccoglieva delle gemme. Di fatto molti versi di Ennio, che o interamente o in parte sono stati da Virgilio inseriti ne’ suoi Poemi, ha raccolto Macrobio65. Molto nondimeno risentono le Poesie di Ennio dell’antica rozzezza, come da’ frammenti rimastici si raccoglie. Quindi da niuno per avventura è stato meglio descritto il carattere di Ennio, che da Ovidio con quel celebre verso:

Ennius ingenio maximus, arte rudis66 . E saggiamente ancor Quintiliano67 : Noi dobbiamo venerare Ennio, come appunto que’ boschi per antichità venerandi, ne’ quali le alte annose quercie più per un cotal sacro rispetto che per bellezza sono ammirate. Piacemi per ultimo riferir l’elogio, che di Ennio abbiamo presso Vitruvio68 : Chiunque ha l’animo alla dolcezza degli ameni studj inclinato non può a meno, che, come appunto si fa degli Iddii, non porti seco l’immagine del Poeta Ennio scolpita profondamente nel cuore.

XVI. Le Opere da lui scritte sono in primo luogo gli Annali, ne’ quali le più ragguardevoli imprese de’ Romani, e quelle singolarmente del suo Scipione, egli descrisse. Non divise egli gli Annali in libri; ma questa divisione fu poscia fatta da un Gramatico detto Q. Varguntejo. Soleva questi, come narra Svetonio69 , in certi determinati giorni leggerli pubblicamente a numerosa



Ub. L v. 117* *c {4] U X* e I. [1} Satura. 1. VI. e. I. IL & IH, [s] Lib» IX. <:. UT. [j] L. II. Trift Ei. I. [ 6J De HI. Gramm. «. IL [p. 132 modifica]assemblea, che radunavasi a udirli. La qual costumanza pare, che per più secoli ancora durasse; poiché abbiamo da Gellio70, che a suo tempo era in Pozzuoli un cotale, che nel pubblico Teatro leggeva al popolo ad alta voce gli Annali di Ennio, e facevasi perciò chiamare Ennianista. Molte Tragedie ancora, molte Commedie, e molti Epigrammi, e molte Satire avea egli scritto, ed altre cose, i cui titoli si posson vedere presso il Fabricio71 . Sembra inoltre, ch’ei fosse il primo, che Poemi, come sogliam dir, Didascalici componesse in Roma; perciocché tra’ titoli delle opere da lui composte una ne abbiamo intitolata Phagetica, in cui sembra, che delle cose a mangiare ei favellasse; e due altri titoli, che sembrano di didascalico argomento, si rammentano dal Fabricio, cioè Protrepticus, e Præcepta. Osserva per ultimo il Quadrio72, che Ennio osò il primo di togliersi dagli argomenti Greci, che fin allora si eran presi da’ Poeti Latini a suggetto delle loro tragedie; e una ne scrisse di argomento preso dalla Storia Romana, intitolata Scipione. I frammenti, che di lui ci sono rimasti, sono stati varie volte posti alla luce, e singolarmente da Girolamo Colonna l’anno 1590, la qual edizione fu poscia più pulitamente di nuovo fatta in Amsterdam l’anno 1707. Vuolsi ancora qui ricordare, che Ennio giovò assai ad istruire i Romani negli ameni studj col leggere e interpretar loro i migliori Autori. Veggasi ciò, che su questo argomento si è detto poc’anzi di Livio Andronico.

XVII. Quindici anni prima della morte di Ennio, cioè l’anno di Roma 569, era morto M. Accio Plauto, essendo Consoli L. Porcio Licinio e P. Claudio, che in quell’anno appunto, secondo i 73 74

Fasti Capitolini, furono Consoli, e non nel 575, come scrivono il Vossioe il Quadrio. L’epoca della sua morte è chiaramente fissata da Cicerone75 : Plauto, dice egli, morì nel Consolato di P. Claudio e di L. Porcio, venti anni dopo il Consolato di quelli, che sopra ho nominati (cioè Sempronio Tuditano e Cornelio Cetego Consoli nel 549) essendo Catone Censore. Nacque egli in Sarsina nell’Umbria; ma come e quando




veCO lìb. XVIII. cay. V. (4) De Poet. La*. Kb. L (ai Bibl. £at. k IV. e 1> (5) T. V. p. 47. (j) T. IV. p. 4f. iéj De CL Qm. iu 1$. [p. 133 modifica]

venisse a Roma, qual vita vi conducesse, in quale stima vi fosse, tutto è incerto. Par nondimeno, che non solo onorevole, ma utile ancora gli fosse il poetare. Perciocché Gellio col testimonio di Varrone e di molti altri racconta76, che essendosi egli colle teatrali sue rappresentazioni arricchito assai, ed invogliato di crescere ancora in ricchezze, abbandonata la Poesia si volse alla mercatura, e partissi a tal fine da Roma. Ma troppo male riuscendogli i suoi disegni, tornossene a Roma in sì povero stato, che fu costretto a porsi in conto di famiglio presso un mugnajo, e coll’aggirare la macina guadagnarsi il vitto, nel qual penoso esercizio tre altre Commedie egli compose.

XVIII. A’ tempi di Gellio circa cento trenta erano le Commedie, che sotto il nome di Plauto correvano per le mani. Ma egli stesso avverte77, che molte falsamente gli venivano attribuite; e aggiugne, che un certo Lelio, cui egli chiama eruditissimo uomo, diceva, venticinque sole esser di Plauto; le altre esser di altri antichi Poeti, ma ritoccate e ripulite da Plauto, il quale perciò di esse ancora erasi creduto autore. Di tutte queste Commedie venti sole ci sono rimaste. Le lor diverse edizioni e i molti Comenti sopra esse fatti si posson vedere presso il Fabricio, che diligentemente secondo il suo costume gli ha raccolti78. Noi al fine di questo volume accenneremo e le migliori edizioni e i comenti più utili e le eleganti traduzioni, che ne abbiamo. Il che faremo di tutti gli Autori, de’ quali avverrà nel decorso di quest’opera di ragionare; perciocché ci è sembrato, che cosa troppo nojosa riuscirebbe, se ad ogni passo dovessimo, per così dire, arrestarci, e con lunga serie di editori, d’interpreti, di traduttori interrompere il corso di questa Storia.

XIX. Non tratterrommi io qui a riferire i diversi giudicj, che delle Commedie di Plauto si son portati. Che non siano in ciò concordi i moderni, non è maraviglia. Non vi ha quasi autore, intorno a cui non si trovino giudizj tra loro affatto contrarj non che diversi. Veggansi le opere di 79 80

Tommaso Pope Blounte di Adriano Baillet, in cui hanno raccolto i pareri de-



(1) L. IH» fc. HI. (4) Ceafura ceiebriorom Auéfonub. (»> Ibid. (3^ Jugement des Scavane eu (2) BibL hx. L L e* *. ; [p. 134 modifica] , in cui hanno raccolto i pareri degli uomini dotti su’  dotti Scrittori, e si conoscerà a pruova, che la medesima discordanza, che vi ha tra gli uomini nel  gusto, che dipende da’ sensi, avvi ancora nel gusto, che è proprio dell’intelletto. Maggior maraviglia  ci può recare il riflettere, che concordi in ciò non furono neppur gli antichi. Varrone soleva dire,  che, se le Muse volessero latinamente parlare, non altro stile userebbono che quel di Plauto81 . Cicerone chiama gli scherzi di Plauto eleganti, colti, ingegnosi e faceti82 . Orazio al contrario  riprende gli antichi Romani83 , che i motti e gli scherzi di Plauto troppo buonamente, per non dire  scioccamente, lodarono. Io penso, che l’uno e l’altro parere si possano di leggieri conciliare  insieme. Plauto ha certamente uno stile grazioso, naturale, e faceto; e i popolari costumi vi son  dipinti con colori vivi al sommo e leggiadri. Ma egli fa ancora talvolta dell’antica rozzezza, e, ciò  che è peggio, agli scherzi onesti ed urbani molti ne aggiugne spesso indecenti e vili. Ma di Plauto ci  tornerà occasione di ragionare, quando favellerem di Terenzio, e l’uno coll’altro di questi due  Comici confronteremo. 

XX. Più altri Poeti ancora compositori di Tragedie e di Commedie fiorirono al tempo stesso, cioè verso il fine del secol sesto di Roma. Ma il trattenermi a lungo in ciò, che a loro appartiene,  recherebbe per avventura noja a’ Lettori, e mi ritarderebbe di troppo il giugnere a tempi e ad uomini ancor più illustri. Mi basterà perciò l’accennare in breve alcuna cosa di quei, che tra essi giunsero a  maggior fama. Furon dunque a que’ tempi Cecilio Stazio scrittor di Commedie, e Pacuvio di Tragedie. Di Cecilio Stazio dice la Cronaca Eusebiana, che morì un anno dopo Ennio, che fu nativo della Gallia Insubrica, e che da alcuni si dice, che e’ fosse Milanese. Queste parole sono parute  84 85 bastevoli al Ch. Sassi e all’Argelati a poterlo dire accertatamente Milanese di patria. Il Quadrio  al contrario con ammirabile sicurezza, senza recarne pruova alcuna, il fa Comasco86. Non potrei io  dire ugualmente, ch’ei fu Cremonese o Pavese? Egli, come abbiamo da Gellio, fu schiavo in  Roma87. Pacuvio, co-









Quinti!, lib. X. e. L (5) Biblioth. Scrìp. MedioL (2) De Offic. lib. i; n. 29. (6) T. tV. p. 47. (3) De Art. f>oet. (7; L. IV. *. XX. (4; De Stud. Medici, cap. V. Digitized by Google [p. 135 modifica]Cronaca e da Plinio il vecchio88, nacque in Brindisi di una sorella di Ennio; e fu in Roma Pittore insieme e Poeta; quindi passato a Taranto in età di novant’anni finì di vivere. Non è troppo vantaggioso il giudizio, che di questi due Poeti ci ha dato Tullio, perciocché dice, che amendue usarono di uno stil rozzo ed incolto89 , benché altrove di qualche particolar passo di Pacuvio parli con lode90. Quintiliano nondimeno dice91, che Cecilio fu dagli antichi lodato assai, e che Pacuvio (come anche Accio, di cui or parleremo) per la gravità de’ sentimenti, per la forza dell’espressione, e per la dignità de’ suoi personaggi è degno di non ordinaria lode; e C. Lelio presso Cicerone92 rammenta il singolare applauso, che riportò la Tragedia di Pilade e di Oreste da lui composta. Una Dissertazione intorno alla Vita di Pacuvio ha pubblicata l’anno 1763 in Napoli il Canonico Annibale di Leo, di cui non ho potuto vedere che un brevissimo estratto nella Gazzetta Letteraria di Francia. 16

XXI. A questi ancora voglionsi aggiugnere L. Accio, ossia Azzio, di cui parla Cicerone94 affermando, ch’egli era di cinquant’anni più giovane di Pacuvio; e altrove95, che D. Bruto volle, che a’ tempj, a’ quali egli sospese avea le spoglie tolte a’ nemici, apponesse questo Poeta suoi versi. Di lui dicesi nel-


(tf De* Amie n;, 7(ó) Tom* VI*. p^78C7) De CU Orar.. (8^ Pro» Ardu nu ef* [p. 136 modifica]nella Cronaca Eusebiana, che fu figliuolo di padre stato già schiavo in Roma. Ma intorno ad Accio veggasi singolarmente il C. Mazzuchelli17 , che assai diligentemente ne ha favellato. Inoltre Afranio da Cicerone chiamato ingegnosissimo ed eloquente uomo18, e da Quintiliano ancora commendato assai19, benché a ragione il riprenda pe’ disonesti amori recati da lui sulla scena; e C. Tizio, che nello stesso luogo vien rammentato da Cicerone; Turpilio, M. Acutico, ed altri, che posson vedersi annoverati da que’, che han trattato de’ Poeti latini, e singolarmente dal Vossio e dal Quadrio; i quali Poeti tutti ho io voluti a questo luogo raccogliere, benché alcuni di essi toccassero l’età seguente, perché si vennero succedendo l’un l’altro, e nuova perfezione aggiunsero al Romano Teatro.

XXII. Ma non vuolsi così alla sfuggita nominare Terenzio, il quale, benché fosse Cartaginese di patria, ci sarà lecito nondimeno di aggiugnerlo a’ Comici Romani, tra’ quali ei visse, e da’ quali apprese il colto ed elegante suo stile. Abbiamo una vita di questo illustre Poeta, che va sotto il nome di Donato, il qual però sembra, che da Svetonio l’abbia presa in gran parte, poiché sappiamo, che questi aveane appunto scritta la Vita20 . Da questa trarremo alcune delle più importanti notizie, di cui potrà, chi il voglia, vedere ivi le pruove. Nacque egli in Cartagine circa l’anno 560, e fu schiavo per alcun tempo in Roma di un Terenzio, qualunque egli fosse (di che controvertesi tra gli Scrittori), da cui prese il nome. A molti Cavalieri Romani fu caro assai, singolarmente a C. Lelio e a P. Scipione Africano il giovane. Diessi a scriver Commedie, e poiché ebbe composta la prima intitolata Andria, l’anno 587 essendo Consoli M. Claudio Marcello e C. Sulpicio Gallo, recolla agli Edili, perché permesso gli fosse di porla sulla scena. Questi non sapendo, se degno di tale onore fosse Terenzio, gli ordinarono, che a Cecilio Stazio, di cui grande era allora la fama, recasse la sua Commedia, e ne chiedesse il parere. Andovvi egli mentre Cecilio si stava cenando, e a lui introdotto, poiché era in vile e povero arnese, [p. 137 modifica]

gli fu come a spregevol persona dato a sedere su di un picciolo sgabello appiè del letto, su cui cenava Cecilio. Ma questi uditine appena alcuni versi ne conobbe e ne ammirò il valore; e fattolo seder seco alla cena, ne udì poscia il rimanente con sua gran maraviglia. Così Donato, ossia Svetonio. Ma s’egli è vero, come sopra si è detto, che Cecilio Stazio morisse un anno dopo Ennio, cioè l’anno 585, egli è evidente, che non poté Terenzio l’anno 587 recargli la sua Commedia. Forse ciò, che qui narrasi di Cecilio, vuolsi intendere di qualche altro rinomato Poeta, che allor ci vivesse.

XXIII. Sei furono le Commedie, che Terenzio scrisse, e che sul Romano Teatro furono rappresentate dall’anno suddetto fino al 593 come chiaramente raccogliesi dagli antichi titoli alle Commedie stesse premessi. Furono esse ascoltate con grande applauso, singolarmente quella, che è intitolata, l’Eunuco, che due volte in un giorno solo si volle rappresentata; e per questa Commedia aggiugne Donato, ch’egli ebbe ottomila sesterzj, che corrispondono a un dipresso a ducento scudi Romani, prezzo, dice lo stesso Scrittore, a cui per Commedia alcuna non erasi ancor pagato l’uguale. Soggiugne però Donato, e il prova colla testimonianza di molti antichi Scrittori, essersi tenuta per cosa ferma e costante, che nelle Commedie di Terenzio gran parte avessero i suoi due amici Lelio e Scipione. Terenzio stesso non dissimula questa accusa, che contro di lui si spargeva; e la maniera, con cui si difende, sembra anzi opportuna a confermarla più che a ribatterla21 .

Nam quod isti dicunt malevoli, homines nobiles
Hunc adjutare, assidueque una scribere,
Quod illi maledictum vehemens existimant,
Eam laudem hic ducit maximam, cum illis placet,
Qui vobis universis & populo placent;
Quorum opera in bello, in otio, & negotio
Suo quisque tempore usus est sine superbia.

XXIV. Forse, come osserva Donato, queste invidiose voci, che contro di lui correvan per Roma, furon cagione, ch’egli, poiché ebbe composte le sei mentovate Commedie, se ne partisse per andarsene [p. 138 modifica] Andarsene in Grecia; ma forse ancora un tal consiglio egli prese per meglio conoscere le usanze Greche, e meglio ancora esprimerle ne’ suoi versi. Qualunque fosse la ragione della sua partenza da Roma, certo è, ch’egli più non vi fece ritorno. Reca Donato le diverse opinioni, che della morte di lui si divulgaron per Roma. Altri scrissero, che salito in nave più non fu veduto da alcuno, altri che nel tornare di Grecia portando seco cento otto Commedie, che dal Greco di Menandro avea volte in Latino, perì di naufragio; ma i più, ch’egli morì in Grecia l’anno 594 singolarmente per dolore, che il prese all’udire, che il suo bagaglio, cui insieme colle nuove sue Commedie avea spedito innanzi per mare, risoluto poi egli ancora di tornarsene a Roma, erasi affondato.

XXV. Diversi sono i pareri de’ moderni Precettori di Poesia intorno alle Commedie di Terenzio. Altri le innalzano fino alle stelle, altri ne sentono bassamente. Ma io penso, che tutti si arrenderan volentieri al parere di due de’ più grandi uomini di tutta l’antichità, e de’ più atti a giudicare in questo argomento, dico di Cicerone e di Giulio Cesare. Alcuni lor versi ci sono stati da Donato conservati, ne’ quali il carattere formano e l’elogio di questo Poeta. Cicerone ha così:

Tu quoque, qui solus lecto sermone, Terenti,
Conversum expressumque Latina voce Menandrum
In medio populi sedatis vocibus effers,
Quidquid come loquens, ac omnia dulcia dicens.


Cesare alle virtù di Terenzio aggiugne ancora i difetti:

Tu quoque tu in summis, o dimidiate Menander,
Poneris, & merito puri sermonis amator.
Levibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis
Comica, ut æquato virtus polleret honore
Cum Græcis, neque in hac despectus parte jaceres.
Unum hoc maceror & doleo tibi deesse, Terenti.

Noi veggiam dunque, che amendue esaltano sommamente Terenzio per la purezza del Latino linguaggio, per la dolcezza dello stile, per l’imitazion di Menandro. Ma Cesare desidera in lui maggior forza di sentimenti. In tal maniera sembra, che i biasimatori e i lodatori di Terenzio si possan accordare insieme; e tale è appunto il sentimento del P. Rapin nel parallelo, che’gli [p. 139 modifica]ha formato di Plauto e di Terenzio, con cui porrò fine alla serie finor tessuta de’ Latini Poeti di questa età. Plauto, dic’egli22 , è ingegnoso ne’ suoi disegni, felice nelle sue immaginazioni, fertile nell’invenzione; non lascia, è vero, di aver facezie, al parere di Orazio, grossolane e vili; e i suoi motti movevan talvolta alle risa il popolo, gli uomini colti a compassione; molti ne ha eleganti e graziosi, ma molti sciocchi ancora... non è così regolare nell’ordine delle sue Commedie, né nella distribuzion degli atti, come Terenzio; ma è più semplice ne’ suggetti, perciocché le Azioni di Terenzio sono ordinariamente composte, come si vede nell’Andria, che contiene doppio amore. E rimproveravasi appunto a Terenzio, che per più animare il Teatro di due Commedie Greche una ne componesse Latina. Ma gli scioglimenti di Terenzio sono più naturali di que’ di Plauto; come altresì que’ di Plauto più di que’ d’Aristofane. Benché Cesare appelli Terenzio un diminutivo di Menandro (dovea dire piuttosto un dimezzato Menandro), poiché ne ha la dolcezza e la dilicatezza, ma non ne ha la forza e il vigore, egli ha nondimeno scritto con uno stile così naturale e giusto, che di copia, che egli era, è divenuto originale; perciocché niun autore vi è stato, che un fino gusto della natura abbia avuto al par di Terenzio. Così egli, il cui testimonio ho qui volentieri addotto, come di uomo, che per sentimento dell’Ab. Goujet102 , che da niuno, io spero, crederassi pregiudicato, meglio forse di ogn’altro moderno ha trattato ciò, che all’Arte Poetica appartiene. Si può ancora vedere ciò, che di questi due Poeti e del loro diverso carattere dice lo stesso Abate Goujet103 .

XXVI. Così fra’ Romani si venne perfezionando la Latina lingua non meno che la Poesia nel sesto secol di Roma, e sul principio del settimo fino alla terza guerra Cartaginese, ch’ebbe cominciamento l’anno 604, e finì l’anno 607. E certo le Commedie di Plauto e di Terenzio ci fan conoscere, qual felice progresso facessero i Romani ne’ teatrali componimenti. Convien però confessare, che questi non uguagliaron giammai nelle Commedie il valore de’ Greci. Noi, dice Gellio104 , leggiam le Com-

2 me(0

^fi. Xì) Ih, T. IV. p. ^Jo.&jm,

(2) Biblioth. Frane T. ili. p. 111. (4) Lib. II. e. XXILL Digitized by Google [p. 140 modifica]le Commedie de’ nostri Poeti prese e tradotte da quelle de’ Greci, di Menandro cioè, di Posidio, di Apollodoro, di Alessi, e di altri. Or quando noi le leggiamo, non ci dispiacciono esse già, che anzi ci sembrano con lepore e con eleganza composte. Ma se tu prendi a paragonarle cogli originali Greci, da cui furono tratte, e ogni cosa di seguito e diligentemente tra lor confronti, comincian le Latine pur troppo a cadere di pregio, e a svanire al paragone; così sono esse oscurate dalle Commedie Greche, cui invano cercarono di emulare. Ma quale crederem noi che fosse la vera ragione di sì grande diversità? Non certo la dissomiglianza degl’ingegni, o la diversa indole delle lingue. Perciocché se in altre cose poterono i Romani uguagliar presto, e superare ancora i Greci, perché nol poterono in questa ancora? Io penso, che tutta estrinseca fosse la ragione di tal mancanza, e quella appunto, che Cicerone ne reca, cioè che in poco onore furono per lungo tempo i Poeti, e che perciò, quanto meno erano essi pregiati, tanto minore si fu lo studio della Poesia; perciocché, soggiugne lo stesso Tullio, l’onore è quello, che alimenta le arti, e sempre dimenticate si giacciono quelle cose, che non riscuotono lode105. Noi veggiamo di fatto, che tutti i più antichi Poeti, e la più parte ancora di quegli, che venner dopo, de’ quali abbiamo finora parlato, furono e di vil nascita, e stranieri; e se Lelio e Scipione non si sdegnarono di unirsi a Terenzio per comporre Commedie, non vollero però giammai, che cosa alcuna apparisse sotto il lor nome. Così piaceva in Roma la Poesia, piacevano i Poeti, ed eravi ancora chi gli amava, e gli proteggeva; ma ciò non ostante non era in quell’onore l’arte di poetare, che convenuto sarebbe, perché i Romani con impegno prendessero a coltivarla; ed era anzi considerata come un piacevol trastullo, che dagli stranieri proccurar si dovesse a’ Romani lor vincitori, che come un pregevole ornamento, di cui ad essi ancor convenisse mostrarsi vaghi. E questa probabilmente fu ancor la ragione, per cui in questo secolo la Teatral Poesia, cioè la più dilettevole, maggiormente fu coltivata. Ma venne tempo, in cui a maggior onore, e quindi a perfezione maggiore salì quest’arte. Prima però di venire a questo, [p. 141 modifica]è a vedere, in quale stato frattanto fossero le altre scienze in Roma, di che or ora ragioneremo.

XXVII. Potrebbe per avventura sembrare ad alcuno, ch’io qui dovessi trattare ancora della struttura, delle diverse parti, e degli ornamenti del Romano Teatro. Ma me non sembra, che ciò propriamente appartenga alla Storia della Letteratura. Chi brama essere in ciò istruito, può vedere ciò che ne hanno, per tacer di altri, il Quadrio23, e il Cavalier Carlo Fontana nel suo Anfiteatro Flavio stampato all’Haja l’anno 1725, in cui tutti i Teatri, che erano in Roma, accuratamente descrive.

C A P O II.


Gramatici, Retori, e Filosofi Greci in Roma; e studio della Filosofia tra’ Romani


I. Sembra cosa presso che incredibile, che per 500 e più anni niuno vi fosse in Roma, che tenesse pubblica scuola di lingua Latina non che di Greca, e insegnasse a conoscerne e ad usarne la proprietà e l’eleganza. E nondimeno egli è certo, che così fu. La Gramatica, dice Svetonio24, non che in onore, neppure in uso era anticamente in Roma, perciocché rozza ancora essendo e guerriera la Città tutta, poco attendevasi alle bell’arti. Plutarco scrive25, che tardi incominciossi in Roma ad aprire scuola, in cui si insegnasse a prezzo, e che il primo ad aprirla fu Sp. Carbilio liberto di quel Carbilio, che prima d’ogn’altro fe divorzio in Roma dalla propria Moglie. Il qual divorzio per testimonio di Gellio26 accadde l’anno di Roma 519. Più tardi ancora vuole Svetonio27, che lo studio della Gramatica avesse principio in Roma, perciocché egli afferma, che Cratete di Mallo fu il primo a tenerne scuola verso la fine del sesto secolo, come ora vedremo. Par nondimeno, che questi due autori si possano agevolmente conciliare insieme. Perciocché Plutarco parla solo, per quanto sembra, di una pubblica scuola, in cui

  1. Per mostrare che Livio Andronico non era veramente greco di nascita, ma italiano nato nella magna Grecia, ho affermato che se Livio era veramente greco, non si potrà facilmente spiegare come divenisse egli schiavo de' Romani che non aveano allor co' Greci nè guerra, nè commercio alcuno. Vi è stato chi mi ha opposto, che essendo allora universale il traffico degli schiavi, poteva Livio ancorchè greco, passar nelle mani de' Romani, comunque essi non avessero comunicazione co' Greci. Che ciò potesse accadere, io non ardirò di negarlo. Ma non so se si possa additare alcun Greco schiavo in Roma prima di questi tempi. Io ho usato di qualche diligenza per trovar menzione di qualcheduno di essi; ma inutilmente. Chi ha più agio di me, potrà esaminar questo punto più maturamente. E qualunque sia l'esito di tai ricerche, si proverà al più che Livio poteva essere greco, ma non si proverà che il fosse certamente; e il vedere che gli altri poeti suoi contemporanei erano comunemente o della Magna Grecia, o de' vicini paesi, sarà sempre una non leggera congettura a pensare che di quelle provincie medesime fosse natio ancor Livio.
  2. Il Ch. P. Eustachio d'Afflitto Domenicano, che una nuova Biblioteca degli Scrittori Napoletani scritta con erudizione e con esattezza non ordinaria ha cominciato a pubblicare, conferma e svolge più ampiamente la mia opinione che Andronico fosse natio della Magna Grecia, e inoltre a maggior gloria di quelle provincie osserva che esse entrano ancora a parte delle glorie degli Etruschi, perciocchè una parte almeno di esse era anticamente nell'Etruria compresa (Mem. Degli Scritt. Napol. t. 1, p. 324). Una nuova spiegazione ha egli data del passo di Svetonio intorno alle scuole tenute da Andronico e da Ennio, e vuole col Casaubuono che non Græce, ma Græca interpretabantur si debba ivi leggere. Veggasi l'opera stessa, poichè troppo a lungo mi condurrebbe l'entrare in sì minute ricerche.
  3. 6 Ho attribuita la prigionia di Nevio allo sdegno di Metello da lui provocato, e ho aggiunto ch'io non sapeva ove avesse trovato il Quadrio che Scipione singolarmente fosse da lui oltraggiato, e che questi perciò fosse il pricipale autore della disgrazia di questo poeta. Io ho poi trovato il fondamento dell'opinione del Quadrio, ch'è seguita ancora da altri. Gellio riferisce tre versi di Nevio (l. 6, c. 8), de' quali egli dice che fu quasi evidente ch'essi ferivano Scipion l'Africano il maggiore: propemodum constitusse hosce versus a Cn. Nævio poeta in eum scriptos esse. Ecco gli accennati versi: Etiam qui res magnas manu sæpe gessit gloriose, Cuius facta viva nunc vigent, qui apud gentes solus Præstat, eum suus pater cum pallio uno ab amica abduxit. Quindi può essere veramente che Scipione da Nevio offeso con questi versi ne punisce l'ardire col farlo chiudere in prigione. Ma come Gellio dice solo che fu quasi certo che il poeta volesse punger con questi Scipione, e dall'altra abbiamo i versi in cui lo stesso Nevio morde nominatamente Metello, non parmi che l'opinione del Quadrio sia ancora abbastanza provata. Qui pure doveansi accennare i versi pieni, come dice Gellio (l. 1, c. 24), di campana arroganza, che Nevio avea composti, perchè fossero incisi sul suo sepolcro; il qual autore ancor riferisce que' che da Plauto e da Pacuvio erano stati composti al fine medesimo, dal primo con non minore
  4. Cic. De Senect. n. 5 & 8Quintil. l. XII. c. XI. PLutarch. in Vit. Caton
  5. Livius l. XXXII. cap XXVII.
  6. num. 4
  7. In vita Caton
  8. Liv. l XXIX. c. XXV.
  9. Or. pro Archia n. 11
  10. Tusc. Quaest. l.I n.2
  11. De laud. Stilic.
  12. De Orat, lib, IL n. 68.
  13. De CI. Orar. n. 20.
  14. Lib.XH. cap. IV.
  15. Lib. I. Epit. XIX.
  16. 8 Il ch. sig. can. Annibale di Leo mi ha poi gentilmente trasmesso copia delle sue Memorie di M. Pacuvio qui da me accennate, e che sono scritte con molta erudizione e con uguale esattezza. Egli prova assai bene che la nascita di questo poeta dee fissarsi circa l'anno di Roma 534; osserva che Cicerone, benchè riprendesse talvolta lo stil di Pacuvio, parlò nondimeno più volte con molta lode delle tragedie da lui composte; nomina gl'illustri amici ch'egli ebbe in Roma, e riferisce l'elegante ma semplice iscrizione sepolcrale, ch'ei medesimo si compose e che ci è stata conservata da Gellio; mostra che non ha alcun fondamento ciò che narrano alcuni, cioè ch'egli avesse tre mogli, e che tutte e tre si appiccicassero a una medesima pianta: ci dà un estratto di catalogo di tutte le opere di Pacuvio, altre fino a noi pervenute, altre perite; e reca finalmente ed esamina il giudizio che delle poesie di Pacuvio han dato gli antichi scrittori.
  17. Scritt. Ital.T.1. Art, „ Accio,,
  18. De CI. Oraz. n. 45.
  19. L X. c. I
  20. V ― pitifci Comment. in Svet
  21. Aleph. Prolog.
  22. Reflex. Tur la Poetique n
  23. T. IV. p. 407. &c.
  24. De Ill. Gramm. c. I.
  25. Quaest. Rom. 59.
  26. Lib. XVII, c XXII.
  27. IB c.II