Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro IV/Capo VIII

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Capo VIII – Arti liberali

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Capo VIII.

Arti liberali.

I. Le memorie ne’ precedenti libri da noi raccolte ci hanno ae’evidenza mostrato che falsamente si è creduto e scritto da molti che le arti liberali, e la pittura singolarmente, fossero ne’ bassi tempi in Italia trascurate per modo, che non vi fosse alcuno che esercitar le sapesse. Or ci conviene continuarne le pruove, e ribattere insieme il più forte, o anzi l1 unico argomento a cui questa opinione era appoggiata. Anche in questi due secoli troviam pitture fatte in Italia, e le cronache de’ monasteri ce ne fanno certissima testimonianza. In quella del monastero di Cava pubblicata dal Pratillo (Hist. [p. 664 modifica]n. Esame del fflflre passo di Leone Oalieiue. C>£>4 LIBRO Princ. Langob. voi. 4, p, 449) si narra che la chiesa di esso l’anno 1082 per opera dell’abate fu rinnovata , e di musaici vagamente adornata. Di Grimoaldo abate del monastero di Casauria al principio del XII secolo leggiam nella Cronaca del medesimo monastero data alla luce dal Muratori (Script. rer. ital. t. 2 pars 2, p. 887), che ornò di molte pitture le stanze ov egli abitava. Verso il medesimo tempo Giovanni abate del monastero di Subiaco fece dipingere una chiesa in onor della Vergine Madre di Dio per comando di lui fabbricata (ib. vol. 24 , p. 937). Ma più che altrove frequente menzion di pitture troviamo nella Cronaca di Monte Casino scritta da Leon Ostiense detto ancor Marsicar.o, e continuata da Pietro Diacono , perciocchè ivi nominatamente si esprimono quelle di cui adornarono quel monastero e le pertinenze di esso nel secolo xi il monaco Liuzio (l. 2, c. 30), e gli abati Atenolfo (ib. c. 32), Teobaldo (ib. c. 51, 52), Desiderio (ib. l. 3 , c. 11, 20) e Oderisio (ib. l 4; c- 4)• E se la Cronaca del monastero medesimo fosse stata continuata ancora per tutto il secolo XII e ne’ seguenti, noi troveremmo certo altre pruove a convincerci che la pittura fu continuamente esercitata. II Ma ella è appunto la Cronaca di questo monastero che ha indotto molti a pensare che gl’Italiani avessero per più secoli trascurate interamente le arti liberali. Il passo su cui quest’opinione è fondata, appartiene a quest’epoca, e a questo luogo perciò dobbiam ragionarne. Leon Marsicano adunque, dopo avere descritto il [p. 665 modifica]QUARTO 665 vasto e magnifico tempio che l’abate Desiderio, che fu poi papa col nome di Vittore III, avea fatto innalzare in Monte Casino, così prosiegue: Legatos interea Constantinopolim ad locandos artifices destinat, peritos utique in arte musiaria et quadrataria, ex quibus videlicet alii absidam et arcum atque vestibulum majoris Basilicae musivo comerent, alii vero totius Ecclesiae pavimentum diversorum lapidum varietate consternerent (ib. l. 3, c. 29). Quindi dopo avere narrato con qual finezza e maestria di lavoro eseguissero i greci artefici l’incarico loro addossato, conchiude: Et quoniam artium istarum ingenium a quingentis et ultra jam annis magi sira latinitas intermiserat, et studio hujus, inspirante et cooperante Deo nostro, hoc tempore recuperare promeruit, ne sane id ultra Italiae deperiret, studuit vir totius prudentiae prelosque de monasterii pueris eiusdem artibus erudiri. Or che è ciò finalmente che qui ci narra Leone? Che Desiderio da Costantinopoli fece venire periti artefici: ma in qual arte periti? in arte musiaria et quadrataria.; cioè, come ognuno intende, nel lavorare i musaici e i pavimenti intarsiati a marmi di varj colori. Qui di pittura non si fa motto. Anzi al fine del capo medesimo Leone rammenta ancor le pitture di cui Desiderio ornò quel tempio , e non dice ch’esse parimente fosser lavoro de’ Greci. Quindi ancorchè le parole di questo storico si sogliano intendere nel senso più rigoroso, al più dovremo concedere che pe’ musaici e pavimenti intarsiati fossero da Costantinopoli chiamati i Greci; che quest’arte fosse interamente [p. 666 modifica]666 LIBRO da cinquecento e più anni dimenticata in Italia; e che essa vi risorgesse per opera di Desiderio, il quale volle che molti de’ suoi monaci ne fossero istruiti; ma non proverassi mai colle parole allegate, che di pitture non si avesse più idea alcuna in Italia III. Benché anche per riguardo a’ musaici, tanti ne abbiam veduti ne’ secoli scorsi, i quali non v’ ha indicio a provare che fosser opera di greci artefici, che io sospetto di qualche (*) In un tratto inedito della Conoscenza delle pitture di Giulio Mancini sanese, che si conserva nella libreria Nani in Venezia, e di cui ci ha dato un diligente estratto il ch. sig. c. Jacopo Morelli, mio amico, e a cui molto dee questa mia Storia, si fa menzione di una pittura di Guido e di Pietrolino pittori fatta tra’ l ino e) 1120, che vedesi nella Tribuna de’ Santi quattro Coronati di Roma , nuovo argomento a provare la non mai interrotta continuazione della pittura in Italia (Codici MSS. della Libr. Nani, p. 26, ec.). Alle congetture poi da me recate a provare che non tutti i musaici de’ bassi tempi furon lavoro de’ Greci, deesi aggiugnere l’iscrizion del mosaico fatto l’anno 1141 nella cattedral! di Trevigi da un certo Uberto, nome certamente non greco. Essa è stata pubblicata dal cardinale Furietti nella sua bell’opera dei Musaici, e poscia più correttamente del ch. sig. con. Rambaldo degli Azzoni Avogaro canonico della stessa chiesa (Mem, per servire aW Tstor. letter. t. 3, par. 5, p. 65, ec.). « A’ musaici dei bassi secoli debbonsi anche aggiugner quelli della cappella di S. Pietro nel real palazzo di Palermo, della chiesa della Martorana, e della cattedrale di Monreale in Sicilia, de’ quali come di opere d’insigne e maraviglioso lavoro e tuttor sussistenti parla l’eruditissimo sig. D. Francesco Daniele regio storiografo , il qual però inclina a credere che greci ne fusser gli artefici (I Regali Sepolcri del duomo di Palermo , p. 64) ». [p. 667 modifica]QUARTO 607 esagerazione nel passo arrecato; e che Leone non abbia steso anche ad essi senza giusta ragione ciò che forse de’ soli pavimenti intarsiati dovea affermare. Questi in fatti io penso che fosser comunemente lavoro de’ Greci, e il congetturo dal passo medesimo, che ho poc’anzi accennato, della Cronaca del monastero di Cava, ove dopo aver detto che quell’abate fece adornar la chiesa di musaici e di pitture, si aggiugne: et novum fecit pavimentum opere graecanico; colla qual espressione ognun vede volersi qui indicare il pavimento intarsiato a marmi di diversi colori; e il dirsi questo lavoro greco, sembra accennare che i Greci fossero 0 gli inventori, o gli artefici ordinarj di tali ornamenti. E in vero assai più frequente è nelle storie d’Italia de’ bassi secoli la menzion di musaici e di pitture, che non quella di cotai pavimenti; il che ancora ci rende probabile che stranieri fosser comunemente coloro che in tali opere s’impiegavano. Ma ancorchè ad ogni modo si volesse credere interamente a Leon Marsicano, non mai potrassi coll’autorità della sua Cronaca dimostrate che la pittura fosse del tutto dimenticata in Italia. IV. Se le Vite de’ romani pontefici di questi tempi fosser descritte con quella minutezza medesima che veggiamo in quelle de’ più antichi, in esse ancora noi troveremmo non poche pruove della pittura esercitata in Italia anche di questi tempi. Ma gli scrittori di esse, rivolti per lo più alle sole più importanti vicende del loro pontificato, non furon molto solleciti di tramandarci la memoria di tali cose, che troppo [p. 668 modifica]668 libro picciole saranno loro sembrate per esservi inserite. Non ce ne manca ciò non ostante qualche esempio. Alcune pitture fatte per comando di Callisto II, si accennano da Pandolfo pisano (Script. rer. ital. t. 3, pars 1,p. 419). E dello .stesso pontefice si racconta (Baluz. Misceli, t. 1 p. 417, ed. luc.) che avendo l’anno 1121 avuto nelle mani l’antipapa Bordino, volle che un tale avvenimento fosse dipinto in una delle camere del Vaticano. A’ tempi ancora di Federigo Barbarossa e di Adriano IV vedeasi dipinto nel palazzo lateranense Lottario imperadore (che era probabilmente il secondo di questo nome), e sotto esso due versi che esprimevano lui essersi soggettato al pontefice; di che Federigo fece grandi doglianze collo stesso Adriano (Radevic. Frising. l. 1, c. 10). Per ultimo di Clemente III leggiamo che avendo rifabbricato lo stesso palazzo lateranense, il fece ornar di pitture Ricubald. Ferrariens. in Hist. Pontif. Rom). Il che, benchè non appartenga propriamente a quest’epoca , essendo stato Clemente III sollevato alla santa sede l’anno 1187, l’ho io nondimeno voluto qui accennare, per unire insieme ciò che appartiene alle arti di questi due secoli. A questi pontefici aggiugniamo Guglielmo re di Sicilia , che verso la metà del xii secolo, come narra Romualdo arcivescovo di Salerno (Script. Rer. ital. vol. 6, p 207), adornò di maravigliosi musaici la cappella di S. Pietro che aveva nel suo palazzo; nè si legge ch’egli a tal fine si valesse di artefici greci. V. Abbiamo finora veduta esercitata di continuo la pittura nella estrema parte d’Italia. [p. 669 modifica]QUARTO G69 Nell1 altre provincie ancora ella non fn trascurata. Il march. Maffei fa menzione di una pittura fatta l’anno 1123 nel chiostro di S. Zenone in Verona (Ver. illustr. par. 3, c. 6), e di un’altra del Salvatore nella chiesa del Crocifisso, ch’ei crede dello stesso secolo XII, e di altre ancora che sembran fatte a questa medesima età. Un Luca per la sua pietà soprannomato il Santo dipinse nell’ xi secolo un’immagine della Beata A ergine, che conservasi nella chiesa di Santa Maria dell’Impruneta nella’ diocesi di Firenze, come raccogliesi da un’antica Relazione pubblicata dal celebre dottor Lami, e illustrata con due dissertazioni dal ch. sig. Domenico Maria Manni (Del vero pittore Luca Santo, Fir. 1764; Dell’errore che persiste nell attribuirsi le pitture al santo Evangelista, ivi, 1766). Questi due scrittori hanno congetturato che da ciò provenuta sia l’opinione che l’Evangelista s Luca facesse qualche ritratto in tela di Maria Vergine; ed essi perciò affermano che le immagini che credonsi opera di S. Luca, debbonsi creder lavoro di Luca pittor fiorentino nell’ xi secolo. Io non debbo qui entrare nella sì dibattuta quistione, se il santo Evangelista fosse pittore , e se conservinsi immagini della Vergine da lui dipinte. Solo io rifletto che l’opinion favorevole a tali immagini è assai più antica dal secolo xi; perciocchè, a lasciarne più altre pruove che si potrebbon recare, delle pitture di S. Luca fa espressa menzione Michele monaco greco nella Vita di S. Teodoro Studita, di cui era stato discepolo (V. Sirmond. Op. vol. 5, p. 34, ed. Ven.), e negli scritti pubblicati [p. 670 modifica]67O LIBRO all’occasione dell’eresia degli Iconoclasti veggonsi mentovate più volte. Nè io voglio qui diffinire se ciò basti a provar vera tale opinione; ma basta ciò certamente a mostrare cb’essa non ba avuta origine da un Luca pittor fiorentino che visse solo nell’ xi secolo, e di cui non poterono aver cognizione gli scrittori dell’ vm, o del IX. VI. Un’antica pittura di questi tempi medesimi , scoperta non ba moli’ anni nella chiesa abaziale di S. Michele in Borgo di Pisa , descrivesi dal cavalier Flaminio del Borgo (Diss. sull’Orig. dell’Univ. di Pisa, p. 74) (45). In Bologna ancora si conservavan non ha molto pitture del XII secolo, e ad alcune vedevasi aggiunto il nome del pittore di cui furon lavoro, che è quel Guido di cui diremo nel tomo seguente (Malvasia Felsina pittrice, p. 7). Nelle Storie venete, e in quella singolarmente di Marino Sanudo pubblicata dal Muratori , si fa menzion de’ musaici di cui il doge Domenico Silvio, eletto l’anno 1071, ornò il tempio di S. Marco (Script. Rer. ital. vol. 22, p. 477)• Questo doge, dice lo storico, fece compiere la detta chiesa, e fu il primo che cominciasse a farla lavorar di mosaico alla greca, come è al presente. Ma non dic’egli già che adoperasse a tal fine artefici greci. Il dottissimo P. abate Trombelli rammenta (Arte di conoscere l’età de’ Codici, p 72) (a) Il sig". Alessandro da Morrona , di cui diremo tra poco, crede (Pisa illlustr t. 1, p. 419) che assai più antica sia questa pittura. Ma si riserba a parlarne nel tomo secondo della sua opera non anuor pubblicalo. [p. 671 modifica]QUARTO 67I alcuni codici latini dell’ xi e del XII secolo, a cui si veggon aggiunte immagini e figure, rozze al certo, ma che pure ci sono indicio di pittura , per così dire, vivente. Ed io son certo che uno studio ancora più diligente delle cronache antiche mi avrebbe condotto allo scoprimento di molte altre pitture fatte di questi tempi in Italia (46). Il saggio però, che ne ho dato, basta , s* io non m’inganno , a distruggere finalmente la volgare opinione che per più secoli si rimanesse l’Italia senza pitture, e a mostrare che in ogni età ebbe essa pittori. Nè io credo che alcun vorrà ostinarsi nell* affermare che ditti i pittori de’ quali in questi secoli si trova menzione, furono greci, perciocchè in primo luogo alcuni di essi furono certamente italiani, come Luca fiorentino e Guido bolognese. In secondo luogo noi veggiamo pitture e pittori in ogni parte d’Italia. Or è egli possibile che, quando ancora si volesse concedere che la maggior parte fossero greci , è egli possibile, dico, che gl’italiani si stessero inutili spettatori , e che non si curassero di apprender quest’arte? Qual ragione poteva mai (a) Alcune antiche pitture sanesi che a lui sembrano anteriori al XI secolo, si descrivono minutamente dal ch. P. Guglielmo dalla Valle, una delle quali è nell’antica chiesa di S. Pietro in Banchi, l’altra presso le monache di Santa Petronilla, un’altra ancor più antica in S. Ansano, ec.j ed egli ancora dimostra eli esse non son lavori di artisti greci (Lettere sanesi, t. 1, p. 210, ec. j /. 2, p. 14, ec.). Ei ragiona poscia di altre pitture ivi pur conservate, le quali parimenti ei crede che debbano riferirsi al secolo XII (t. 1 , p. 221). [p. 672 modifica]672 LIBRO distoglierli dal coltivarla? Furon pure tra essi come fra poco vedremo, architetti e scultori: perchè non vi furono anche pittori? Dobbiam noi credere che veggendo ornate in ogni parte le case e i tempj di pitture, niun di essi pensasse a guadagnare il vitto con quest’arte medesima? A me sembra che il solo buon senso e il lume solo della ragione possa farci comprendere che ciò non potè in alcun modo avvenire. VII. Stabilito per tal maniera ciò clic pare;» più difficile a dimostrarsi, passiamo all’architettura e alla scultura, nelle quali incontrasi minore difficoltà. E per ciò che appartiene all’architettura, questi appunto furono i tempi in cui si vide la magnificenza ne’ pubblici edificj condotta a tal segno, che benchè non sempre vi si vegga una certa finezza di gusto e proporzione di parti, è nondimeno ancora al presente oggetto di maraviglia. Molti de’ più magnifici e vasti tempj che ancor ci rimangono , furon lavoro di questa età. Quel di S. Marco di Venezia fu compito, come sopra si è accennato, verso il fine dell’xi secolo. Il duomo di Pisa fu pure opera di questo secolo stesso, e fu cominciato l’anno 1063, e compito negli ultimi anni del secolo stesso (a). (a) Intorno al duomo di Pisa merita di esser letta l’opera recentemente pubblicata dal sig. Alessandro da Morrona patrizio pisano, e intitolata: Pisa Illustrata nell’Arte del Disegno. Egli esamina con somma esattezza tutto ciò che a quel gran tempio appartiene; e osservandone la magnificenza, il disegno, gli ornamenti , mostra che esso è il primo edificio italiano in cui si [p. 673 modifica]QUARTO G73 L’architetto fu un cotal Buschetto, come raccogliesi da un’iscrizione riferita dal cavaliere dal Borgo (Diss. sull’Orig. dell’Univ. di Pisa, p. 55), il quale giustamente confuta l’opinione del canonico Martini (Thealr. Basilic. pisan. c. 3), che il credette un Greco. Nella stessa città fu nel seguente secolo eretto il magnifico tempio di S. Giovanni del Battesimo, che fu cominciato l’anno Ii5a, e l’architetto ne fu Diotisalvi, probabilmente pisano, ma certamente italiano, come mostra lo stesso nome j e pisani ancor furono Cinetto Cinetti ed Arrigo Cancellieri , che ne diressero il gran lavoro, come vegga risorgere e ravvivarsi il buon gusto da tanti secoli dimenticato. Egli ci ha date fedelmente copiate tutte le iscrizioni che adornan quel tempio, e ha corretti molti errori da altri commessi nel pubblicarle. Non osa decidere se Buschetto fosse greco o italiano; ma le ragioni per la seconda opinione sono assai più forti che per la prima 4 e ad esse si può aggiugnere il nome stesso di Buschetto, che non sa punto di greco. È degna dJ osservazione una delle iscrizioni da lui pubblicate , la qual ci mostra che Buschetto non sol fu architetto valente, ma ancor macchinista ingegnoso; perciocchè in essa si narra che gli smisurati sassi a quella gran fabbrica necessarj, solo da dieci f anciulle erano con ammirabile facilità al luogo lor trasportati. Quindi esaminando ancora la magnifica fabbrica del battistero e la gran torre, amendue innalzate nel secol seguente, e le sculture di buon gusto del secolo XII e del XIII, e le pitture anteriori al Cimabue, delle quali Pisa è adorna, ne raccoglie giustamente la conseguenza a quella città gloriosissima, ch’essa deesi considerare come l’Atene d’Italia, in cui le belle arti prima che altrove tornarono ad incamminarsi felicemente alla lor perfezione. TlUABOSCHI, Vol. III. 43 [p. 674 modifica]G~ 4 LIDUO dalle antiche cronache prova il sopraccitato cavalicr dal Borgo (,l. c. p. 57). Abbiam rammentato poc’anzi il tempio di Monte Casino fabbricato per ordine dell’abate Desiderio, uno de’ più grandiosi edifizj , di cui si legga la descrizion nelle storie; ed è da avvertire ciò che narra Leon marsicano (Chron. Casin. l. 3, c. 28), cioè che Desiderio per avere i più eccellenti operai li fe’ venire da Amalfi e dalla Lombardia: conductis protinus peritissimis artificibus tam Amalphitanis quam Lombardis. La metropolitana di S, Pietro in Bologna, che fu consunta dalle fiamme l’anno 1141 fu rifabbricata prima dell’anno 1184, nel qual ella fu consecrata da Lucio III (De Griffon. Mern. lionon. ScriptRer. ital. vol. 18, p. 106, 107), benchè poscia ella sia stata recentemente a miglior forma ridotta. Il nostro duomo di Modena ancora fu opera di questi tempi, come pruova il Vedriani dalle iscrizioni che intorno ad esso ancor si conservano (Pittori, Scultori, ec. di Modena p. 14)? e come pure si narra negli Atti antichi della traslazione del corpo di S. Geminiano pubblicati dal Muratori (Script. Rer. ital. vol. 6, p. 89), ove si dice ch’esso fu cominciato l’anno 1099, che l’architetto ne fu un certo Lanfranco, e che nel 1106 era già in tale stato, che si potè celebrare solennemente la traslazione suddetta. Ma udiamo le parole dell’antico storico stesso, perchè si vegga quanto sembrasse questa a que’ tempi opera grande e magnifica: Erigitur itaque diversi operis machina: effodiuntur marmora insignia; [p. 675 modifica]QUARTO c*;5 sculpuntur arte mirifica; sublevantur et construuntur magno cum labore et artificum industria. Parlando dell’origine della poesia italiana abbiam veduto che il duomo di Ferrara fu innalzato l’anno 1135. Aggiungansi le molte chiese per ordine de’ pontefici fabbricate in Roma a questi tempi medesimi, delle quali si fa menzione nelle antiche lor Vite; e che io non rammento per amore di brevità, parendomi che ciò che se ne è detto finora, possa bastevolmente mostrarci quanto in questi secoli si amasse la magnificenza e il lusso ne’ pubblici sagri edificj. Aggiugnerò solamente, perchè non manchi a questa lode d’Italia anche la testimonianza degli stranieri, un passo di Radolfo Glabro scrittor tedesco dell’ xi secolo , il quale narra che sul principio del secol medesimo si accese nel mondo tutto, e singolarmente in Italia e nelle Gallie, una nobile emulazione nell’innalzare maestose basiliche: Infra millesimum tertio jam fere imminente anno contigit in universo pene terrarum orbe, praecipue tamen in Italia et in Galliis, innovari ecclesiarum basilicas, licet pleraeque decenter locatae minime indiguissent Æmulabatur tamen quaeque gens Chris tic olarum adversus alteram decentiore Jrui. E rat enim instar ac si mundus ipse excutiendo semet, rejecta vetustate, passim candidam ecclesiarum vestem indueret (Ap. Murat. Antiq. Ital. vol. 4; p- 828). VIII. La condizione in cui trovossi a questi medesimi tempi l’Italia, giovò essa pure a’ progressi dell’architettura. Le città italiane volendo vivere libere e indipendenti, dovean pensare a [p. 676 modifica]6;6 libro difendersi e contro gl’imperadori che volesser ridurle all’antica ubbidienza, e contro le vicine città, se nascesse fra loro discordia, o guerra , come spesso avveniva. Quindi veggiamo molte città nell’ xi e nel xii secolo cingersi di forti mura , e porsi in istato di sostenere qualunque assedio. La città di Milano distrutta l’anno 1162 da Federigo I, cinque anni dopo fu da’ Milanesi riedificata e cinta all’intorno di alte mura e di fosse e di altissime torri e di molte porte di marmo , di che veggasi la descrizione fatta dal Fiamma (Manipul. Flor. c. 201, vol. 9, Script. rer. ital.), e poscia assai più esattamente dal ch. conte. Giulini (Mem, di Mil. t. 6, ad hu. an.). Lo stesso fece ancora Cremona l’anno 1169 (Sicardi Chron. vol. 7, Script rer. ital. p. 601). L’anno 1087 intrapresero i Fiorentini ad innalzare intorno intorno le mura della loro città con assai più ampio giro di quel che fosse in addietro, secondo la descrizione che ce ne ha lasciata Giovanni Villani (Stor. l. 4- c. 7). Similmente i Pisani l’anno 1155 dierono cominciamento alle mura della loro città, il cui lavoro continuarono poscia per più anni seguenti (Cron. di Pisa vol. 15, Script. rer. ital. p. 976). Ferrara ancora l’anno 1140 fu posta in istato di non avere a temere improvvisi assalti (Chron. Ferr. vol. 8 , Script. rer. ital. p. 481)- Nelle antiche Storie genovesi del Caffaro abbiamo la descrizione delle ampie mura di cui fu circondata quella città l’an 1159 (Script. rer. ital. vol. 6, p. 272)5 e ciò che è più ammirabile, questo contemporaneo storico ci assicura che in meno [p. 677 modifica]QUARTO 677 (li due mesi esse furon compiute. E l’esempio di queste città è assai probabile che da più altre fosse seguito, perchè comune era a tutte il motivo di premunirsi contro i nimici che allora erano e frequenti e vicini troppo, per non tenersi di continuo sulle difese (a). IX. In questi due secoli finalmente si vider sorgere da ogni parte altissime torri, altre ai difesa, altre ad ornamento delle città. Sei sono, quelle che hanno maggior nome in Italia, e che1 si veggon tuttora, cioè quelle di S. Marco in Venezia, degli Asinelli in Bologna, delle cattedrali di Pisa, di Cremona, di Modena, e di Santa Maria del Fiore in Firenze. Or di queste le prime tre furon certamente opera di questi tempi. Quella di S. Marco fu innalzata a’ tempi del doge Domenico Morosini eletto l’anno 1148 (Danduli Chron. Script. rer. ital. vol. 22, p. 238), e in una carta del 1151 si trova menzione di alcuni della famiglia Basilio, che aveano del loro denaro contribuito al lavoro di essa (Script.Rer. ital. vol. 22, p. 4()5). L’architetto ne fu Buono, di cui s’ignora la patria, ma che fu celebre nel secolo XII per le molte fabbriche da lui designate in Napoli , in Pistoja, in Firenze e in Arezzo (Vasari Vite de’ Pittori, ec. t. 1, p. 245, ed. di Livorno). Quella degli Asinelli in Bologna fu terminata l’anno 1109, secondo la Cronaca (a) A queste magnifiche fabbriche in diverse parti d’Italia innalzate nell’epoca di cui scriviamo, si debbono aggiugnere molte altre non meno pregevoli e maraviglióse , che si videro sorgere ne’ regni di Napoli e di Sicilia , e che vengono accennate e descritte dal eh. sig. D. Pietro Napoli Siguorelli (Vicende della coltura nelle Due Sicilie, t. 3, p. 412, ec.). [p. 678 modifica]unno di Matteo Griffoni (Script. rer. ital. vol. 18, p. 105), o, secondo quella di F. Bartolommeo della Pugliola, l’anno 1 119 (ih. p. 241); il qual autore ne reca le misure, dicendo che ella è alta 316 piedi alla misura di Bologna, ovvero passa 94 braccia alla stessa misura. Egli aggiugne ancora che T anno 1120 fu compita in Bologna la torre de’ Ramponi, che e nel mercato di mezzo, e in quel tempo furono similmente compite alcune altre torri nella città di Bologna. Quella del duomo di Pisa fu cominciata l’anno 1174- Gli architetti ne furono Buonanno pisano e Guglielmo tedesco (Dal Borgo Orig. dell’Univ. di Pisa p. 57). Ella è famosa non solo per le 207 colonne di cui è ornata, ma più ancora pel pendere ch’ella fa, sei braccia e mezzo, secondo il Vasari (l. cit. p. 247); la quale inclinazione, come narra il medesimo autore, seguì prima che gli architetti fossero al mezzo di quella fabbrica (49). Nella Cronaca antica di questa città, pubblicata dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 15, p. 976), non solo si fa menzione di questa torre, ma di più altre antiche ancora da’ Pisani innalzate verso questo medesimo tempo. Nel 1157 fu fatta la torre della Melora. Nel 1158 furono fondate le torri di Porto Pisano. Nel 1165 fu fatta la seconda torre di Porto Pisano. La torre della catledral (*) Fra gli architetti che in Italia fiorirono nel secolo XII , deesi annoverare ancor (quel Macilo che è mentovato come direttore della fabbrica del duomo di Padova nella seguente iscrizione, riferita dal P. Salomoni (Inscript. Patav. p. 1): Anno Domini MCXX1 V. Ind. II. Arte Magistrali Macili me struxit ab imo Clerus: terrac primo motus subvertit ab imo. [p. 679 modifica]quarto G;g di Cremona vuoisi die fosse incominciala molli anni più lardi, cioè l’anno 1284; anzi negli antichi Annali di Cesena, pubblicati dal Muratori (Script. Iicr. ititi, voi. 1 \, d. 1112), essa dicesi fabbricata l’anno 1295. Ma, come confessa il Campi (Stor, di Crem. p. 81), non ve ne ha monumento sicuro 5 ed ei congettura che l’anno 1284 ella fosse solo compita, e chela parte quadrata della medesima già da molto tempo innanzi fosse stata innalzata, e non è perciò improbabile che ciò avvenisse ai tempi appunto di cui parliamo. Se vogliam credere al Vedriani (l cit), quella di Modena fu innalzata fin da’ tempi di Desiderio re de’ Longobardi; ed egli ne arreca in pruova un’iscrizione da cui pretende che ciò si affermi. Ma i Modenesi al dì d’oggi sono troppo colti per dargli fede; ed essi ben sanno che non v ha monumento alcuno onde sì grande antichità si possa provare; anzi si dolgono che non ci sia rimasta memoria del tempo in cui fu intrapreso il lavoro di questa vasta e magnifica mole. Negli Annali antichi de’ Modenesi (Script. Rer. ital. vol. 11, p. 58) e nella Cronaca di Giovanni di Bazzano (ib. vol. 15, p. 559) si narra che l’anno 1224 fu occupata da un de’ partiti, in cui era divisa la città di Modena, la torre di S. Geminiano, e che perciò tumulti e discordie grandi si accesero tra’ cittadini. Era dunque allor fabbricata questa gran torre almeno nella sua parte inferiore e quadrata; ed è verisimile che i Modenesi per una lodevole gara colle altre città verso questo tempo me-. desimo si accingessero a un tal lavoro. La più [p. 680 modifica]X. Slato della scultura, r G8o LIBRO recente di tutte è quella di Santa Maria del Fiore in Firenze, che solo l’anno 1334 col disegno del celebre Giotto cominciò ad innalzarsi (G. Villani Cron. l. 11, c. 12, Vasari Vite de’ Pittori, t. 1, p. 323). X. Io potrei a ciò aggiugnere ancora e parecchi canali d’acque scavati in questi secoli da’ Pisani, da’ Milanesi e da altri, e alcune città o fabbricate di nuovo, come Alessandria e Lodi, o ristorate dalle loro rovine, ed altri simili monumenti di una certa magnificenza, acni semina che tendessero a gara le repubbliche italiane. Ma non voglio stendermi troppo su un argomento che mi son prefisso di trattare sol leggermente. Conchiudiam dunque e il capo e il libro presente con qualche osservazione intorno alla scultura. Molte se ne conservano ancora fatte in questi due secoli. I tempj e le torri mentovate di sopra ne sono quai più, quai meno adorne. Il ch. conte. Giulini ci ha data la descrizione di quelle che veggonsi al sepolcro del B. Alberto da Pontida fatto l’anno 1 o<)5 (Mcm. di Mil. t. 4, p- 332), e di quelle onde i Milanesi abbellirono la Porta Romana, quando rifabbricarono la lor città l’anno 1167 (ib.c.6, p. 395). L’artefice di queste ha voluto lasciarci memoria del suo nome con questo verso che ancor vedesi in essa scolpito: Hoc opus Anselmus formavit Dedalus ale: nella qual ultima parola deesi probabilmente leggere alter, avendo voluto il bravo scultore paragonarsi nel suo lavoro a Dedalo, che secondo le favole era in tutte l’opere di mano [p. 681 modifica]QUARTO C8l sommamente ingegnoso. E forse a’ tempi di Anselmo potevan queste sembrare sculture eccellenti; ma a’ nostri occhj elle appajon sì rozze, che appena possiam tenere le risa al mirarle. In alcune però delle altre sculture di questi tempi vedesi qualche principio di miglior gusto; e il Vasari (t. 1, p. 248) loda singolarmente quelle di cui Lucio III e Urbano III al fine del xii secolo ornarono la basilica di S. Giovan Laterano. Nè solo in marmo, ma anche in bronzo si fecer lavori di questi tempi. Due soli io ne accenno; cioè la porta maggiore di bronzo del duomo di Pisa fatta da Buonanno pisano l’anno 1180, che fu poi consunta dalle fiamme l’anno 15<j(ì (Dal Borgo Orig. dell Univ. di Pisa, p. 57) secondo lo stile pisano, e il cavallo di bronzo che Clemente III fè porre per ornamento del palazzo lateranese (Ricobal. Ferrar. Ilist Ponti!’. Roman. Franc. Pipin. in Chron. c. 14) («)• (a) Il sig. ab. Fea mi accusa perchè ho preso letteralmente le parole di Riccobaldo: equum quoque aereum fieri fecit; e afferma che Clemente III non fece già fare un cavallo di bronzo , ma trasportò al Laterano il cavallo detto di Costantino (f Vinck. Slor. delle Arti, t. 3, p. 412, ec., ed. Rom.). Io non voglio cercare se sia veramente quello il cavallo che accennasi di Riccobaldo. Ma come poteva io pur sospettare che equum fieri fecit volesse dire: fece trasportare un cavallo? Se questa è la spiegazione di quel passo, converra compilare un nuovo vocabolario; che certo i pubblicati finora non ci insegnano che tale sia il senso di quelle parole. Quanto poi alla inverosimiglianza e quasi impossibilità di fare una statua equestre di bronzo in quel tempo di barbarie , ch’egli allega, io non so intendere come se nel 1180 fu fatta la porta di bronzo del duomo di Pisa, non si ■ potesse circa il tempo medesimo fare anche un cavallo di bronzo. [p. 682 modifica] Così le arti, se non fiorivano felicemente per finezza di gusto e per grazia di lavoro, non erano almeno dimenticate; e la magnificenza de’ principi e delle città d’Italia mantenendole in esercizio, le disponeva a risorgere un giorno all’antico splendore.



Fine del Tomo III.