Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo V/Libro I/Capo I

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Capo I – Idea generale dello stato civile d’Italia in questo secolo

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Capo I – Idea generale dello stato civile d’Italia in questo secolo
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Capo I.

Idea generale dello stato civile d’Italia in questo secolo.

i. 1. L'amore di libertà e d’indipendenza, che a tante città italiane avea nel secolo precedente poste le armi in mano per sostenerla, avea già cominciato a produrre un effetto totalmente contrario a’ lor desiderii. Esse per far fronte ai nemici, avean dovuto affidare il comando dell’armi ad alcuni de’ più potenti lor cittadini; e questi dopo aver cominciato a godere di autorità e d’impero fra lo strepito della guerra, non sapeano sì facilmente deporlo nel sen della pace. Se voleasi costringerli colla forza a ritornare alla condizion di privati, conveniva scegliere un altro capo, del cui consiglio valersi a combatterli e a soggettarli: e quindi avveniva non rare volte che in vece di un sol signore, due ne avea una stessa città, incerta a cui ubbidire, e divisa perciò in contrarii e ostinati partiti. Al principio di questo secolo i Torriani e i Visconti si disputavano la signoria di Milano e di altre città della Lombardia [p. 5 modifica]Azzo VIII d’Este era signore di Ferrara, di Modena, di Reggio, di Rovigo, e di più altre castella) gli Scotti in Piacenza, i Fisiraga in Lodi, i Rusca in Como, i Langoschi in Pavia, gli Avvocati in Vercelli, i Brusati in Novara, i Maggi in Brescia, i Correggeschi in Parma, gli Scaligeri in Verona, i Bonacossi in Mantova, o per elezione de’ cittadini, o per forza di armi, si eran renduti padroni delle città; e or collegati insieme, or nimici, cercavano di confermare e di stendere vie maggiormente il loro comando. Ampio dominio avea ancora Giovanni marchese di Monferrato. Nella Romagna cominciavano similmente ad aver signoria i Polentani in Ravenna, gli Ordelaffi in Forlì, i Malatesta in Rimini, ed altri in altre città. Firenze frattanto e più altre città di Toscana divise nelle famose fazioni de’ Bianchi e de’ Neri si andavano lacerando funestamente; e appena vi era parte d’Italia che non si vedesse sconvolta da fazioni e da guerre.

II. A queste continue turbolenze un altro colpo n. si aggiunse, che fu all’Italia sommamente fatale. Morto l’anno 1303 il pontefice Bonifacio VIII ed eletto a succedergli Niccolò cardinale e vescovo d’Ostia dell’Ordine de’ Predicatori, che prese il nome di Benedetto XI, poichè questi ancora dopo nove soli mesi di pontificato finì di vivere, i cardinali elessero l’anuo 1305 Bertrando del Gotto arcivescovo di Bourdeaux, che fu detto Clemente V. Era egli allora in Francia; e avendo colà chiamato il collegio de’ cardinali, fissò in Avignone la sede; il cui esempio seguito poscia da Giovanni XXII, da [p. 6 modifica]Benedetto XII, da Clemente VI, l’Italia rimase priva della presenza de’ romani pontefici sino all’anno 1367 in cui Urbano V venuto a Roma , le fece sperare di risorgere finalmente all’antico splendore 1. Ma ella si vide presto delusa nelle sue speranze; perciocchè tre anni dopo ei tornossene ad Avignone. Appena eravi giunto, che vi morì l’anno 1370. Il cardinale Pietro Ruggieri, che gli succedette col nome di Gregorio XI, l’anno 1376 ricondusse finalmente e ristabilì in Roma la sede apostolica. De’ pontefici che sederono in Avignone, non è di questa mia opera il ragionare, se non ove ci si offrirà qualche cosa da essi operata a vantaggio dell’italiana letteratura. Ma quali danni avesse l’Italia da questa sì lunga assenza dei romani pontefici, e quanto per essa si facessero più crudeli e più ostinate le estere non meno che le domestiche guerre, non fa bisogno ch’io mi trattenga a mostrarlo.

III. Frattanto Arrigo VII tra’ re di Germania, che l’anno 1308 era succeduto ad Alberto Austriaco nella dignità di re de’ Romani, si determinò di scendere in Italia, e vi si condusse [p. 7 modifica]l’anno 1311. La venuta di questo principe fornito di tutte quelle virtù che conciliano ad un sovrano l’amore insieme e il rispetto de’ popoli, pareva che dovesse render finalmente la pace e la tranquillità all’Italia. Ma come ottenerla nell’agitazione e nello sconvolgimento in cui essa allor ritrovavasi? Egli credette che opportuno mezzo a tal fine fosse lo stabilire vicarj imperiali che a una o più città presiedessero in suo nome; e molti in fatti egli ne stabilì; ma alcuni di essi non furono riconosciuti, altri poco appresso furono cacciati. Nel correr ch’ei fece tutta l’Italia, si vede da alcune città ricevuto come sovrano con feste ed applausi; da altre si vide escluso come nimico. Egli usando ove della dolcezza, ove della severità, si sforzò di acchetar le discordie, e di farsi riconoscere e ubbidire da tutti. Ma dopo aver trovati più ostacoli che non avrebbe pensato, venuto assai presto a morte l’anno 1313, lasciò l’Italia più ancor che prima sconcertata e sconvolta. Lodovico il Bavaro e Federigo d’Austria eletti e sostenuti da diversi partiti alla successione di Arrigo, si contesero il regno fino all’anno 1313, in cui Federigo caduto nelle mani di Lodovico dovette cedergli ogni diritto. Il nuovo sovrano, sceso in Italia l’anno 1327, vi diede assai diversa mostra di se medesimo di quello che fatto avea il suo predecessore; perciocchè, oltre le somme gravissime di denaro che da ogni parte raccolse, ei giunse l’anno 1328 a deporre di sua propria autorità il pontefice Giovanni XXII. e a sollevar sulla cattedra di S. Pietro l’antipapa F. Pietro di Corvara, che [p. 8 modifica]prese il nome ili Niccolò V. Ma l’anno seguente fu costretto ad abbandonare l’Italia, dove, dice il ch. Muratori, lasciò uri abbominevol memoria di sè presso i Guelfi, e forse non minore presso degli stessi Ghibellini (Ann. d’Ital. ad h. an.). Pochi anni appresso un altro straniero principe scese in Italia, cioè Giovanni re di Boemia figliuolo di Arrigo VII; e perchè gl’italiani, stanchi di combattersi continuamente, avrebbon pur voluto in qualche modo ottenere respiro e pace, ei fu ricevuto dapprima come un angiolo sceso a lor vantaggio dal cielo. Brescia prima d’ogni altra città il prese a signore l’an 1330, e poscia nel seguente Bergamo, Crema, Cremona, Pavia, Vercelli, Novara, Parma, Reggio, Modena, Mantova e Verona, e più altre città il vollero a padrone e protettore. Ma presto si vide ch’egli ancora non era troppo opportuno a render felice l’Italia; e l’an 1333 se ne tornò deluso in Germania insieme con Carlo suo figlio che fu poscia imperadore IV di questo nome, di cui parleremo fra poco.

IV. Mentre gl’imperadori e i principi di Allemagna sforzavansi di acchetare i tumulti continui e le sanguinose discordie delle città italiane, si andavano successivamente formando e stendendo vie maggiormente que’ diversi dominj ne’ quali ella fu poi divisa. Il più potente tra’ principi italiani di questo secolo fu Roberto re di Napoli, che, succeduto l’an 1309 a Carlo II suo padre, tenne quel regno fino all’anno 1343. Ma assai più oltre egli stese il suo dominio; perciocchè, oltre la Provenza, di cui era sovrano, egli ebbe ancora per qualche

IV. Re di Napoli e di Sicilia. [p. 9 modifica]tempo la signoria di gran parte della Romagna, di Firenze, di Lucca, di Ferrara, di Pavia, di Alessandria, di Bergamo, di Brescia, di Genova, d’Asti e di più altre città del Piemonte. Egli cercò ancora più volte di ricuperare il regno della Sicilia, ove allora regnava Federigo III d’Aragona; il quale però seppe costantemente difendersi e respinse sempre l’assalitore, sinchè, morendo l’anno 1337, lasciò quell1 isola a Pietro II suo figliuolo, che ne tenne il dominio fino all’anno 1342. Roberto, se traggasene l’ambizione di stendere ampiamente l’impero e di divenir signore di tutta l’Italia, e l’avarizia di cui’ su gli ultimi anni fu da molti tacciato, fu uno de’ più saldi principi che sedesser sul trono, e in cui tutte quelle virtù si videro mirabilmente congiunte, che rendon dolce a’ sudditi, rispettabile agli stranieri e venerabile alla posterità il nome di un sovrano. Noi dovremo parlarne più a lungo nel capo seguente, ove vedremo quanto magnifico protettore ei si mostrasse delle scienze e delle arti. Colla morte del re Roberto sembrò interamente oscurarsi la gloria e la splendore di quella corte. Carlo duca di Calabria e figliuol di Roberto, ma morto innanzi al padre, avea lasciate due sole figlie; la prima delle quali detta Giovanna, maritata con Andrea fratello di Lodovico re d’Ungheria, succedette a Roberto. La barbara morte di Andrea strozzato da’ congiurati l’anno 1345 fu una troppo grave taccia al nome di questa reina, che per comune testimonianza di quasi tutti gli storici ne fu rea. Io non mi tratterrò a riferir le vicende del lungo suo regno, i più [p. 10 modifica]mariti ch’ella ebbe, le guerre da lei fatte contro Lodovico re di Sicilia succeduto a Pietro II suo padre, e poi contro Federigo IV di lui fratello, succedutogli l’anno 1355, cui l’anno 1372 ella costrinse a dichiararsi suo tributario; la parte ch’ella ebbe nello scisma d’Occidente, di cui parleremo tra poco, e finalmente la funesta sua morte, quando Carlo di Durazzo, a cui Urbano VI avea conferito il regno di Napoli da lui tolto a Giovanna, avutala nelle mani la fece chiudere in prigione e poscia uccidere l’anno 1382. Poco tempo godè Carlo del regno in tal maniera ottenuto, perciocché l’anno i38(> recatosi in Ungheria per avere quella corona che a sè credeva dovuta, e ottenutala di fatto, pochi giorni dopo vi fu ucciso. Gli succedette nel regno di Napoli Ladislao suo figliuolo, a cui venne fatto felicemente di difendere il regno contro di Lodovico duca d’Angiò, che dall’antipapa Clemente VII avea l’anno 1390 ricevuta la corona reale: ma che nove anni dopo dovette far ritorno alla sua Provenza, lasciando a Ladislao il pacifico possesso di tutto il regno, mentre frattanto regnavano in Sicilia Maria figlia dell’ultimo re Federigo IV, e Martino d’Aragona da lei preso a marito,

V. Le altre provincie d’Italia non furono meno di Cola da soggette a rivoluzioni e a cambiamenti di principi e di governo. Roma nell’assenza de’ papi ìuziuni altro, lacerata continuamente da dissensioni sanguinosissime tra le più potenti famiglie, vide sorgere dentro le sue mura medesime un uom singolare, che dapprima fu avuto in conto di eroe, poscia fu rimirato qual pazzo e frenetico. [p. 11 modifica]PRIMO I I Parlo del celebre Cola di Rienzo ossia Niccolò di Lorenzo, che nato da padre di profession taverniere, e giunto collo studio all1 impiego di notaio, l’an 1347 prese improvvisamente l’onorevol titolo di Tribuno, e, secondato dal favor popolare, ardì di cacciare i magistrati dal Campidoglio, di esiliare, d’imprigionare, d’uccidere i capi de’ più forti partiti, di citare al suo tribunale T imperadore e il papa, di spedir l’ambasciate a’ principi, e di vantarsi in somma liberator di Roma e riformatore del mondo. La fortuna per qualche tempo gli fu favorevole; molti principi attoniti a sì strepitosi successi T onorarono colle lor lettere e co’ loro ambasciadori, e il Petrarca non potè trattenersi dalT esaltare con somme lodi ed animare ad imprese sempre maggiori questo eroe di teatro. Ma ei non giunse a sostenere la sua dignità e il suo credito sino al terminare di quest’anno medesimo; e nel dicembre costretto a fuggir da Roma, dopo essere stato per qualche tempo nascosto nel regno di Napoli, rifugiossi nella corte di Carlo IV. Clemente VI volle averlo nelle mani, e il tenne per alcuni anni prigione. Nondimeno sotto Innocenzo VI tornato l’an 1354 a Roma, pareva che ricuperato avesse l’antico nome; ma la seconda scena gli fu più fatal della prima; poichè avendo colle sue pazzie irritato il popolo, in un tumulto perciò sollevatosi fu ucciso (a). Chi potrebbe ridire quanti (./) La storia di Cola di Rienzo e de’ torbidi da lui eccitati è stata diligentemente illustrata anche dal conte Antonio Vendettini, patrizio romano , nella erudita sua [p. 12 modifica]12 LIBRO altri impostori fanatici a lui somiglianti si vedessero di questi tempi levar il capo in altre città d’Italia? e ottenere per qualche tempo autorità e potere? In mezzo a popoli per le continue turbolenze domestiche inquieti e sconvolti, chiunque fosse fornito di fervida immaginazione , di eloquenza patetica, di animo franco ed ardito, era sicuro di aver seguaci in gran numero, e di condurgli a qualunque risoluzioni gli piacesse. Quindi il sì frequente cambiar signore in molte città di Romagna, di Toscana, di Lombardia; quindi le sì diverse fazioni che in esse si contrastavano e si laceravano l’una l’altra, or vinte, or vincitrici a vicenda, de’ Visconti e de’ Torriani di Milano, dei Correggeschi e de’ Rossi in Parma, dei Langoschi e de’ Beccheria in Pavia, de’ Rangoni, de’ Boschetti e de’ Savignani in Modena, de’ Pepoli e de’ Gozzardini in Bologna, e di tante altre famiglie in altre città, che troppo lungo sarebbe il voler riferire. Aggiungansi alle guerre interne le esterne de’ Fiorentini contro altre città di Toscana, delle città di Lombardia le une coll’altre, de’ Genovesi coi Veneziani, de’ Visconti contro altri più piccoli principi di Lombardia, degli Scaligeri contro de’ Carraresi, e veggiasi qual dovesse essere di questi tempi lo stato della misera Italia. Io mi ristringo per amore di brevità ad accenar solo la serie di alcuni de’ più potenti signori ch’ebber più lungo Storia del Senato romano, dopo la morte di esso pubblicata in Homa l’anno 1783 dal conte Giuseppe Maria di lui figliuolo. [p. 13 modifica]PRIMO 13 e più stabil dominio, e di cui ci avverrà di ragionare più spesso nel decorso di questo tomo , cioè degli Estensi, de’ Visconti, de1 marchesi di Monferrato, degli Scaligeri, dei Carraresi e de’ Gonzaghi. VI. Azzo VIII d’Este, che venne a morte 1Jl-l. . •! 1* • 1* 1‘ M-ivIimi nel 1308, avea avuto il dispiacere di vedersi d’E.te.igoo. tolto il dominio di Modena e di Reggio per le in- H,d,ecKrra terne fazioni di queste città. Le discordie che dopo la morte di lui si accesero tra’ principi di questa casa, le furono ancor più funeste, poichè per esse si vide priva per più anni della signoria di Ferrara. Gli Estensi la ricuperarono l’an 1317 e Rinaldo ed Obizzo nipoti del suddetto Azzo ne conservarono sempre il dominio, e il difesero coraggiosamente contro i nemici, e riacquistarono nel 1325 la signoria di Comacchio, e Obizzo quella di Modena nel 1336. Morto Rinaldo nel 1335 e Obizzo nel 1352, Aldovrandino III, figliuol di Obizzo, prese il governo degli Stati, e il tenne sino al 1361, in cui morendo, Niccolò II, di lui fratello, gli succedette, principe glorioso e magnanimo che seppe sostenersi contro il poter formidabile de’ Visconti, e stese ancor maggiormente il dominio ricevuto dai suoi maggiori. A lui si dovette singolarmente il ritorno di Urbano V in Italia, il quale fra gli altri onori a queste principe conceduti, con una sua Bolla del 1358 conferì a lui e a que’ che da lui discendessero , il confalonierato di Santa Chiesa. Egli morì nel 1388, ed ebbe a successore Alberto suo fratello, che per soli cinque anni* resse lo Stato, e lasciollo morendo nel 1393 a Niccolò III, suo figliuolo, fanciullo [p. 14 modifica]14 LIBRO allora di nove anni , e poscia uno de’ più gran principi di questa famiglia feconda in ogni tempo di eroi. Noi avremo a parlarne assai , ove tratteremo della protezione da lui accordata alle scienze; ma come ciò avvenne solo nel secolo seguente, così al seguente tomo ne riserberemo il discorso. VII. Al principio di questo secolo medesimo Matteo Visconti, dopo avere per molti anni contrastato per la signoria di Milano co’ Torriani, finalmente l’anno i3i i all’occasione della venuta in Italia di Arrigo VII, quando pareva eli’ ei fosse ridotto all’estremo, raggirò le cose per modo, che abbattuto il partito de’ suoi nimici , ottenne il titolo di vicario imperiale in Milano, a cui poscia sostituì quel di signore. Egli ebbe ancora per qualche tempo il dominio di Piacenza, di Como, di Bergamo e di Vercelli , e seppe sostenersi contro gli sforzi di molti principi italiani e stranieri insiem congiunti ad opprimerlo. Morì l’anno 1322, e lasciò la signoria di Milano a Galeazzo suo primogenito, il quale però dopo varie traversie che e dalle forze de’ potenti nimici e da’ suoi fratelli e parenti medesimi ebbe a soffrire, l’anno 1327 fu imprigionato da Lodovico il Bavaro, e chiuso nel castello di Monza, e liberato poscia l’anno seguente finì in Brescia i suoi giorni. Azzo di lui figliuolo ottenne dal Bavaro la signoria di Milano col titolo di vicario imperiale, e stese ampiamente il suo dominio, soggettandosi le città di Bergamo, di Pavia, di Cremona, di Como, di Lodi, di Vercelli, di Piacenza, di Borgo S. Donnino, di Brescia e [p. 15 modifica]PRIMO 15 più altri luoghi. Principe valoroso in guerra al pari che amabile in pace , facea sperare a’ suoi popoli un lungo e felice governo; ma proprio dalla morte l’anno 1329 in età di soli 37 anni, non avendo figliuoli, lasciò erede degli ampj suoi Stati Luchino suo zio, che gli stese ancor maggiormente; perciocchè morendo l’anno 1349) lasciò a Giovanni Visconti suo fratello e arcivescovo di Milano il dominio di Milano, Lodi, Piacenza, Borgo S. Donnino, Pavia, Crema Brescia , Bergamo , Novara , Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli, Asti ed altri luoghi in Piemonte. Giovanni ebbe ancora l’anno 1350 quello di Genova. Poichè egli finì di vivere l’anno seguente, Matteo, Bernabò e Galeazzo di lui nipoti divisero amichevolmente tra loro l’ampio dominio; ma Matteo cedette, morendo dopo un anno solo, la sua parte a’ fratelli. Essi coraggiosi in guerra si renderono per la lor crudeltà e per altri lor vizj odiosi ai sudditi. Di Galeazzo però noi dovrem parlar con più lode nel capo seguente, ove tratterem del favore da lui prestato alle lettere. Egli morì l’anno 1378 e lasciò erede degli Stati de’ quali era signore, Gian Galeazzo suo figlio, il quale l’anno 1385, chiuso nel castello di Trezzo Bernabò suo zio, tenne egli solo il governo di tutto quell’ampio Stato. Sotto Gian Galeazzo la famiglia de’ Visconti giunse al più alto segno di sua grandezza. Egli avea già avuta a moglie Isabella figliuola di Giovanni re di Francia, che morì in età giovanile l’anno 1372. Egli prima d’ogni altro ebbe in Italia il titol di duca concedutogli da Venceslao re de’ Romani [p. 16 modifica]Vili. Manliesi Hi Monferrato e rollìi Hi Savoia. 16 LIBRO Fanno 1395. Egli stese il dominio assai più oltre che non avesse fatto alcun altro de’ suoi antecessori; perciocchè in un Diploma di Venceslao dell’anno i3t)6, accennato dal Muratori (Ann. di tal. ad h. an.), si nominano come a lui soggette tutte queste città, Milano, Pavia, Brescia, Bergamo, Como, Novara, Vercelli, Alessandria, Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi, Crema, Soncino, Borgo S. Donnino, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno, Bassano, Sarzana, Carrara, e più altre terre e castella. Egli finalmente giunse a farsi ancora padrone della Lunigiana. di Pisa, di Siena, di Perugia, di Padova e di Bologna; e pareva che avesse rivolte le mire a prendere il titolo di re d’Italia. Ma la morte troncò il corso de’ suoi vasti disegni, e il rapì l’an 1402, contandone egli solo 55 di età. Vili. Fra i più potenti nimici con cui ebbero quasi continua guerra i Visconti, furono i marchesi di Monferrato, signori di quella provincia che anche al presente ritien questo nome. Era antichissima e nobilissima la loro stirpe, ma la linea diritta di essa finì al principio di questo secolo, cioè F anno 13o5, in Giovanni che morì senza figliuoli. Teodoro figliuolo di Andronico Comneno imperador greco e di Violanta, ossia Irene, sorella di Giovanni, fu da lui nominato erede; e questi venne l’anno seguente in Italia per impadronirsi di quegli Stati.. Ma trovolli in gran parte occupati dal marchese di Saluzzo e da Carlo II, e poi da Roberto re di Napoli. Ei nondimeno e col valore nell’armi e colla sua unione con Arrigo VII ottenne di [p. 17 modifica]r PRIMO 17 ricuperarne gran parte. Morì l’anno 1336, e lasciò quegli Stati a Giovanni suo unico figlio , che superò ancora in valor guerriero il suo padre. Secondotto, che gli succedette l’anno 1372, non tenne che per sei anni il governo? e rendutosi per la sua crudeltà odioso ai suoi, Fu ucciso l anno 1378. Giovanni III, di lui fratello, gli succedette; ma per tempo ancora più breve, poichè fu ucciso in battaglia l’anno 1381. Teodoro II, suo minor fratello, e che non fu inferiore in coraggio e in senno ad alcuno dei suoi antecessori, ebbe assai più lungo impero, essendo morto solo nel 1418. Io non parlo dell’antichissima famiglia de’ conti di Savoia; perciocchè, benchè essi già da alcuni secoli addietro avessero cominciato ad avere ampio dominio in Italia , e in questo singolarmente più lo stendessero pel valore e pel senno di Amedeo VI, uno de’ più gran principi che a questi tempi vivessero, essi nondimeno, troppo occupati nelle continue guerre, non poterono rivolger l’animo alla protezion delle scienze, e di essi però non ci avverrà di dover ragionare per ora. Ma verrà tempo in cui vedremo quanto ad essi ancora sia debitrice l’italiana letteratura. IX. Mentre i principi de’ quali abbiam finora ix. parlato, si dividevan tra loro e signoreggiavano ScaiiJSrt^l’ una gran parte d’Italia, altre città aveano i Veronaparticolari loro signori, tra’ quali però io mi restringerò, come ho detto, a tre sole famiglie che in potere e in fama superarono le altre. Mastino e Alberto della Scala fratelli aveano sin dallo scorso secolo avuto il dominio di Verona, il quale, ucciso Mastino l’anno 1277, Tiraboscuij Voi. V. v 2 [p. 18 modifica]l8 LIBRO e morto Alberto l’an 1301, passò a Bartolomeo di lui primogenito, e quindi tre anni dopo ad Alboino altro figliuolo del medesimo Alberto. Questi ancora morì dopo breve impero l’an 1311? e lasciò il dominio di Verona a Can Grande suo fratello, con cui già avea diviso il dominio, e che avea già tolta a’ Padovani la signoria di Vicenza. Egli giunse ancora ad esser padrone di Padova, di Trevigi, di Feltre, di Cividal del Friuli e di altri luoghi, e assai più oltre avrebbe steso il suo potere, se la morte non T avesse sorpreso in età di soli 41 anni l’an 1329; principe magnanimo e generoso , di cui più volte dovrem parlare nel decorso di questo tomo. Ebbe a successori Alberto e Mastino suoi nipoti, tra’ quali Mastino valoroso nell’armi, ma per l’alterigia e crudeltà sua odioso a molti, conquistò ancora più altre città. Finirono amendue con poco intervallo T uno dalT altro, morto essendo Mastino nel 1351, e Alberto l’anno seguente. Can Grande figliuol di Mastino, che lor succedette, e che avea per moglie una figlia di Lodovico il Bavaro, principe crudele e dissoluto, fu ucciso l’an 1359) da Can Signore suo fratello, che insieme con Paolo Alboino altro suo fratello fu proclamato signor di Verona. Il secondo di questi, pochi anni dopo chiuso in prigione dal suo stesso fratello, fu poscia per ordine del medesimo ucciso l’an 1375 in cui pure morì Can Signore, lasciando eredi Bartolommeo ed Antonio suoi figliuoli illegittimi. In questi finì la potenza di questa illustre famiglia, perciocchè Antonio, ucciso barbaramente il fratello [p. 19 modifica]PRIMO l’anno i38i? e perduta poscia la signoria di Verona, morì miseramente l’anno i388. X. Confinanti e perciò quasi sempre rivali de- } gli Scaligeri erano i Carraresi (*) signori di„„e, Padova. Jacopo da Carrara fu il primo ad avere dova’ la signoria di quella città, concedutagli dal popolo stesso l’anno i3i8, ma la dovette cedere fra non molto a Federigo duca d’Austria. Poiché egli fu morto l’anno ì324, Marsiglio da Carrara ottenne destramente che il dominio di Padova fosse dato l’anno i328 a Can dalla Scala, e poscia non men destramente il tolse a’ nipoti dello stesso Cane l’anno 133*y, e se ne fece signore; ma poco ei ne godette; perciocché l’anno seguente, venuto a morte, lasciò quel dominio a Ubertino suo cugino. Questi ancora ne godette pochi anni, e lasciando (*) Alcune più esatte notizie intorno a’ Carraresi mi ha cortesemente trasmesse S. E. il sig. Giovanni Roberto Pappafava patrizio veneto, che mi ha ancora additato qualche errore da me commesso, ed altri lumi mi ha somministrati concernenti diversi passi della mia Storia. Deesi dunque avvertire primieramente che quel Marsiglietto Pappafava qui nominato era egli pure dalla famiglia de’ Carraresi, intorno alla quale diramazione è degna di esser letta un’erudita dissertazione, e ben corredata di autentici documenti , intorno a quella illustre famiglia , del sopraddetto sig. Giovanni Roberto Pappafava, stampata pochi anni addietro. Inoltre non si può dire che nel 1406 rimanesse estinta la famiglia de’ Carraresi, perciocchè, oltre il ramo de’ Pappafava, che tuttora sussiste. rimasero ancora Ubertino e Marsiglio figli di Francesco Novello; e il secondo di essi, avendo tentato di recuperare il dominio di Padova, nell’anno 1435 perdette infelicemente la vita (V. Murai. Ann. d’Ital. ad h. an.). Currain Pa[p. 20 modifica]XL De’ Gonlaghi in Mautova. 30 LIBRO di se stesso non troppo onorevol memoria, morì l’an 1345. Jacopo II, di lui nipote, ucciso Marsiglietto Pappafava che da Ubertino era stato nominato suo successore, si fe’ proclamare signor di Padova. Ma egli ancora, benchè le sue virtù il rendesser grato a quei popoli, ebbe l’an 1350 una morte somigliante, ucciso da Guglielmo suo parente illegittimo..Jacopino fratello e Francesco figliuolo di Jacopo gli succederono in quel dominio. Ma Francesco, dopo pochi anni, imprigionato il zio, volle esser solo signore di Padova. Dopo molte guerre da lui sostenute contro i Visconti, gli Scaligeri e i Veneziani, ei si vide finalmente costretto l’an 1388 a cedere il dominio di Padova a Francesco Novello suo figlio, e a ritirarsi a Trevigi; ma poco appresso costretti amendue a cedere, Francesco la signoria di Trevigi e Francesco Novello quella di Padova, a Gian Galeazzo Visconti, quegli chiuso in prigione prima in Como, poscia in Monza, vi morì Tanno i3c)3. A Francesco Novello riuscì di ricuperare Padova Tanno i3()o, o parve al principio che volesse dilatare felicemente il suo potere: ma venuto a guerra co’ Veneziani, e perduta ogni cosa, l’an 1406 per ordine del Consiglio de’ Dieci fu ucciso con due figlioli; e questa illustre famiglia fu spenta miseramente. XI. In questo secolo finalmente ebbe principio il dominio de’ Gonzaghi in Mantova. Ucciso l’an 1328 Passerino de’ Bonacossi, che n’era signore, per opera singolarmente de’ tre figliuoli di Luigi da Gonzaga, Guido, Filippino e Feltrino, ne fu data la signoria allo stesso [p. 21 modifica]PRIMO 21 Luigi, il quale però ne lasciò il governo a’ suoi figli. Essi ebbero ancora per qualche tempo la signoria di Reggio, ma con indipendenza dagli Scaligeri, la quel città fu poi da Feltrino l’an 1371 venduta a Barnabò Visconti. Carlo IV confermò l’an 1354 a Luigi e a’ suoi discendenti la signoria di Mantova e di Reggio, e di altri luoghi che allor possedeva; e Luigi, dopo avere esaltata gloriosamente la sua famiglia, morì l’an 1360 in età di «)3 anni. Filippino era già morto due anni prima. Guido, ch’era il primogenito di Luigi, si associò nel governo di Mantova Ugolino il primo de’ suoi figliuoli; ma di ciò sdegnati Luigi e Francesco, figliuoli essi pure di Guido, uccisero barbaramente il fratello l’an 1362, e occuparono la signoria della città. Guido morì l’an 1369, e Luigi, reo già della uccision di Ugolino, rivolse pure le mani contro l’altro suo fratello Francesco e lo uccise, benchè poscia colla dolcezza del suo governo cercasse di abolir la memoria di sì gravi delitti. Egli morì l’an 1382, ed ebbe a successore Francesco suo figlio che seppe difendere valorosamente i suoi Stati contro il poter de’ Visconti e di altri suoi nemici, e finì di vivere Tanno 14°7* XII. Veduta in tal maniera l’origine e la successione dei diversi dominj che nel corso di questo secolo si venner formando in Italia, ripigliamo in breve la serie delle universali vicende delT impero e del sacerdozio, che renderon più memorabile questo secolo stesso. Carlo IV, che per opera di Clemente VI era stato eletto e coronato re de’ Romani Tanno 13^6 XII. Continuazione della serie degli ùii|icradori. [p. 22 modifica]22 LIBRO contro Lodovico il Bavaro, non ebbe a contrastare con lui che per lo spazio di un anno; perciocchè Lodovico, morendo l’anno seguente, lasciò libero e pacifico il trono a Carlo. Due volte ei venne in Italia, prima l’an 1354 » poscia l’an 1368. Ma in vece di stabilirvi la sua autorità e la pace, ei dovette amendue le volte partirne presto mal soddisfatto delle accoglienze che gli erano state fatte, e lieto solo dell’oro che seco portavane. Egli morì l’an 1378; e Venceslao suo figlio, che due anni prima era stato eletto re de’ Romani, gli succedette nelT impero. Ma rendutosi agli occhi del mondo tutto spregevole e odioso pe’ suoi rei costumi e pe’ suoi gravi delitti, ei fu costretto a sostenere l’infamia, di cui non erasi ancora veduto esempio, cioè di essere per comun consenso degli elettori solennemente deposto l’ultimo anno di questo secolo, e divedere assiso sul suo proprio trono Roberto conte palatino e duca di Baviera, xin. XIII. Alle sciagure da cui giaceva oppressa Scisma di... i u ° • Occidente. TItalia, unaltra assai più grave se ne aggiunse nel funestissimo scisma che per tanti anni divise e desolò miseramente la Chiesa. Morto l’an 1378 il pontefice Gregorio XI che avea ricondotta a Roma la sede apostolica, ed eletto a succedergli, non senza qualche tumulto, Bartolommeo Prignani arcivescovo di Bari che prese il nome di Urbano VI, questi colla eccessiva sua severità fece ben presto pentire più cardinali, e i Francesi singolarmente, della elezione che aveano fatta. Essi pertanto radunatisi in Anagni, e presa a pretesto della loro [p. 23 modifica]primo a3 risoluzione la violenza che diceano seguita nella elezione di Urbano, il dichiararono usurpai or della sede; ed elessero antipapa il cardinale Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII. Questo principio ebbe il luttuoso scisma che fu poi sì fatale alla Chiesa. Tutti i principi e il mondo tutto si vider presto divisi in due contrarj partiti che renderono sempre più ostinate le dissensioni e le discordie ond’era travagliata l’Italia. Ad Urbano VI succedette l’anno 1389 il Cardinal Pietro Tomicelli col nome di Bonifacio IX, che tenne la sede fino all’anno 1404 L’antipapa Clemente, morto l’anno 1394 ebbe a successore il celebre cardinale di Luna, che prese il nome di Benedetto XIII. Tutti gli sforzi e tutte le industrie usate dall’università di Parigi e da parecchi sovrani per dar pace alla Chiesa furono per tutto il corso degli ultimi anni di questo secolo, e per parecchi ancor del seguente, del tutto inutili. A terminare lo scisma, era necessario che uno de’ due partiti in qualche modo cedesse; quando singolarmente la cosa giunse a tal segno, che chiunque dall’una parte e dall’altra era sollevato alla cattedra di S. Pietro, giurava di scenderne, ove il ben della Chiesa così chiedesse. Ma cotai giuramenti sotto diversi pretesti non si conducevano mai ad effetto; e la Chiesa frattanto, infelicemente lacerata e divisa, piangeva gl’irreparabili danni da cui vedeasi oppressa.

  1. Se Urbano V avesse fatto più lungo soggiorno in Roma. essa potea sperare di vedere in lui un dei più splendidi protettori delle scienze. Nella Vita di esso scritta da autore contemporaneo, e pubblicata dal Muratori. si legge (Script. Rer. ital. t. 3, pars 2 , p. 627), ch’egli amò assai gli uomini letterati, e molti di essi promosse e sollevò a ragguardevoli onori; e che per eccitar lutti allo studio, mentre fu papa, fino a mille studenti mantenne a sue spese in diverse scuole; e che ad essi e ad altri ancora che ne abbisognavano, somministrava i libri lor necessari.