Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro quinto - Capo IV

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Libro quinto - Capo IV

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C a p o   IV.


Della proporzione - Errore di Vitruvio intorno alla proporzione delle colonne - Proporzioni nell'uomo... e principalmente riguardo alla misura de' piedi - Della composizione.

Della proporzione Dopo d'aver parlato della bellezza in generale l'ordin vuole, che trattiamo della proporzione, riserbandoci a parlare ne' Capi seguenti della beltà particolare e propria alle diverse parti del corpo umano. Non può immaginarsi bellezza senza la proporzione che n'è sempre il fondamento; ma siccome possono formarsi tutte belle le parti del corpo umano senza che una bella figura perciò ne risulti, così possiamo considerare la proporzione particolarmente, anche facendo astrazione dalla essenza della bellezza. Siccome l'uomo col solo godere d'un'esistenza sana, senz'altri piaceri, non si crede felice; così bella non compare una figura soltanto perchè sia disegnata nelle dovute proporzioni; e come la scienza dell'arte può stare, e trovasi sovente disgiunta dal buon gusto e dalla sensibilità; così le proporzioni, che nascono dalla sola scienza, possono trovarsi esattissime in una figura, senza che quella perciò sia bella. Molti sono gli artisti versati nelle regole delle proporzioni, ma pochi sanno rappresentar la bellezza, in cui deve aver più parte il genio e 'l sentimento che la scienza. Gli antichi, siccome faceano del bello ideale il loro principale studio, così ne aveano determinati i rapporti e le proporzioni, dalle quali però, quando ne aveano una giusta ragione, s'allontanavano, lasciandosi guidare dal loro genio. Il busto per esempio che dalla cavità del collo fino alla cavità del petto dovrebbe avere una lunghezza di volto, pur è sovente più [p. 346 modifica]lungo d'un buon pollice, affin di dargli un nobile rialzamento: lo stesso succede nella parte tra la cavità del petto e l'umbilico, che si tien più lunga d'un volto per rendere la figura più svelta; e tali proporzioni hanno diffatti le più. ben formate persone.

§. 1. La struttura del corpo umano risulta dal numero tre, che è il primo numero dispari, e il primo di proporzione; in sé contiene il primo numero pari, e un altro numero, che tutti due insieme li unisce. Due cose, per avviso di Platone1, sussistere non possono senza una terza: il miglior legame quello è, che fa coll'oggetto unito la più perfetta unità, per modo che il primo sia per rapporto al secondo come quello è rapporto a quello di mezzo. Quindi è che nel tre, il quale dagli antichi teneasi come il più perfetto tra i numeri2, si esprime il principio, il mezzo, e 'l fine; e come i Pittagorici determinavan con esso le cose tutte3, così noi vi potremo scorgere un rapporto colle proporzioni della nostra statura. E' già stato osservato che l'uomo a tre anni ha generalmente acquistata la metà dell'altezza, a cui dovrà crescere4.

§. 2. Il corpo intero dividesi in tre parti; e in tre pur si dividono i membri principali. Le parti del corpo sono il tronco, le cosce, e le gambe: le parti inferiori sono le cosce, le gambe, e i piedi; così dividonsi in tre il braccio, [p. 347 modifica]la mano, e ’l piede; e così di alcune altre parti, che tanto distintamente composte non sono di queste tre divisioni. La proporzione di queste tre parti è la stessa nel tutto insieme, che nelle differenti parti. In un uomo ben formato il tronco unitamente alla testa farà proporzionato alle cosce, alle gambe, ed ai piedi; come a questi sono proporzionate le gambe, e le cosce; o come alla mano proporzionate sono le due parti del braccio. Così tre parti ha il volto, cioè tre lunghezze di naso; la testa però non ha quattro lunghezze di naso, siccome alcuni pretendono5. La parte superiore della testa, cioè dai primi capelli al vertice, presa perpendicolarmente, non ha che tre quarti della lunghezza del naso, vale a dire, che ha col naso la proporzione di 9. a 12.6.

Errore di Vitruvio. §. 3. Quando leggiamo in Vitruvio, che in architettura le proporzioni delle colonne sono prese da quelle del corpo umano, e che il diametro della parte inferiore della colonna ha alla sua altezza la stessa proporzione, che ha il piede all’intero corpo, dobbiamo tenere per fermo, che in ciò Vitruvio non ebbe già di mira la natura, ma bensì alcune figure ideali formate dagli artefici.

§. 4. Affine di pur trovare in qualche maniera verosimile la sua asserzione, ho pensato, come dissi poc'anzi, ch’ei la fondasse nelle proporzioni di alcune antiche figure, nelle quali la testa è più grande che esser non suole naturalmente, siccome ho fatto notare7, fra gli altri monumenti, nella gemma rappresentante i cinque eroi tebani8; ho [p. 348 modifica]osservato però al tempo stesso, che non par troppo ragionevole ch’egli prendesse per norma quelle figure antiche; poiché la pratica non ne era sì generale, e meno abbracciata si trova quanto più agli antichi tempi uno si avanza; essendovi alcune figure di bronzo etrusche del più antico stile, nelle quali il capo ha appena un decimo di tutta la loro altezza. Altronde se questo architetto Romano avesse posto mente alle colonne doriche più vetuste, ch’ei neppur nomina, avrebbe da sé medesimo veduto che era senza nessun fondamento la da lui supposta somiglianza fra l’umana struttura e le colonne. Le più antiche colonne, che ancora esistono, sì della Magna Grecia che della Sicilia e della Grecia stessa, non hanno tale proporzione, ma hanno appena un’altezza uguale a cinque diametri presi nella parte inferiore9.

§. 5. Più fondata non è a mio parere l’osservazione dell'immortale signor conte di Caylus, il quale pretende esser le teste delle antiche figure generalmente assai grandi e grosse. Egli ciò asserisce appoggiandosi al giudizio di Plinio10, secondo cui nelle opere di Seusi e d’Eufranore si vedeano grandi teste, e articolazioni fortemente espresse. Ma un uomo sì illuminato non avrebbe dovuto far caso del giudizio di quel celebre naturalista, troppo frivolo per non meritare una seria discussione, e facilissimo a confutarsi da [p. 349 modifica]ogni osservatore intelligente dì antichità, che per poco vi’ rifletta. E’ stato detto insulsamente, e da più d’un autore ripetuto, che la testa dell’Ercole di Farnese siasi trovata alcune miglia distante dal resto della statua: quest’asserzione non da altro è nata se non dall’essere quel capo agli occhi del volgo troppo piccolo per un Ercole, secondo l’idea che se ne ha generalmente; questi critici però dovrebbero aver osservato lo stesso in più d’un Ercole, e principalmente sulle gemme. E certamente dobbiamo piuttosto credere che siasi ingannato Plinio11 ; perocché gli antichi, e particolarmente gli artisti di quella perizia che aveva Seusi, meglio di noi conoscevano le proporzioni tra la testa e ’l collo e ’l resto del corpo umano: tanto più che aveano questa cognizione non solo gli artisti, ma anche il volgo, come si rileva da Catullo nell’epitalamio di Peleo e Teti ove dice:

Non potrà la nutrice al nuovo giorno
Più tutto il collo cingerle col filo,
Che tutto per lo circondava intorno.12

I commentatori hanno spiegati questi versi a contro-senso; ma una vecchia costumanza, che non è ancora affatto dimenticata in Italia, può servire a ben intendere il poeta. Ai giovanetti sì dell’uno che dell’altro sesso, quando son giunti all’età atta all’amoroso piacere, misurasi il collo con un filo o nastro; quindi tal misura raddoppiasi, e se ne prende il mezzo fra i denti: se i due capi tirati sopra la tefta arrivano a toccarli esattamente nel mezzo di essa, ciò si ha per un indizio di virginità.

Proporzioni nell'uomo ... §. 6. E’ probabile che i greci artisti, ad imitazione degli egizj, abbiano fu ben determinate regole siffate non solo le più grandi, ma eziandio le più piccole proporzioni, e la [p. 350 modifica]misura della lunghezza e larghezza propria ad ogni età e ad ogni qualità di contorni; e tutte queste leggi verosimilmente s'imparavan dai giovani sui libri, che trattavano della simmetria13. Dalle così determinate proporzioni nasce nel sistema dell’arte quella somiglianza, che si ravvisa costantemente presso gli antichi, eziandio nelle figure mediocri; ed infatti, malgrado la differenza osservata già anticamente nelle opere di Mirone, di Policleto, e di Lisippo, tutte sembrano uscite dalla stessa scuola, vedendosi in tutte, sì in grande che in piccolo, osservate le medesime leggi fondamentali; e di ciò s’accorge un conoscitore, come un abile suonator di violino riconosce gli scolari d’uno stesso maestro, quantunque in molte cose tra di loro differiscano. Che se talora s’incontrano differenti proporzioni in qualche figura, come, a cagion d’esempio, in un bel torso d’una figurina muliebre ignuda presso il signor Cavaceppi in Roma, in cui dall’umbilico alle parti sessuali passa una distanza non comune, allora deggiam credere che simili figure siano state copiate dal naturale, cioè da persone così formate. Non pretendo però di scusare in tal maniera tutti gli errori di disegno, che nelle antiche opere per avventura s’incontrano; e se l’orecchia per esempio non è porta nella stessa linea del naso, come esser dovrebbe, ma è collocata più sotto, qual vedesi nel busto d’un Bacco indiano nella villa Albani, convengo allora esser quello un difetto che non ha scusa.

... principalmente riguardo alla misura de piedi. §. 7. Le regole d’ogni proporzione per uso dell’arte essendo state prese dalle proporzioni del corpo umano, saranno verosimilmente state determinate dagli scultori prima che dagli altri; e denno pur quindi essere derivate le regole dell’architettura. Il piede, che presso tutti gli antichi prendeasi per norma nelle misure d’ogni grandezza, coficchè con [p. 351 modifica]questo nome chiamavasi anche una data misura de’ fluidi14, era di molt’uso agli statuarj per fissare le proporzioni del corpo, e con ragione; poiché il piede ha una misura più determinata che non ha la testa o ’l volto, di cui si valgono generalmente i moderni. Gli antichi artisti dalla lunghezza del piede determinavano la grandezza delle loro statue, e davan loro, secondo il testimonio di Vitruvio15, sei lunghezze di piede. Su quello principio Pittagora determinò la grandezza d’Ercole dalla misura de’ piedi coi quali avea misurato lo stadio olimpico in Elide16. Non deesi pertanto credere al Lomazzi ove dice che il piè d’Ercole era un settimo della sua lunghezza17, e francamente determina, quali stato ne fosse testimonio di vista, le proporzioni tenute dagli antichi nel rappresentare le altre divinità, cioè di dieci volti per Venere, di nove per Giunone, di otto per Nettuno, e di sette per Ercole18. Tutto ciò con tal confidenza è scritto, che ad un leggitore di buona fede può imporre; ma a ben esaminarlo altro non comparisce che una bella invenzione.

§. 8. Tale proporzione di sei ad uno tra ’l piede e ’l corpo, che parve strana e incomprensibile all’Huezio19, e fu pienamente rigettata da Perrault20, fondasi sulla sperienza naturale, eziandio nelle figure svelte: si ravvisa esatta non solamente nelle statue egiziane, ma ben anche sulle greche; e troverebbesi nella maggior parte delle antiche sigure, se loro si fossero conservati i piedi. Può aversi di ciò un argomento su alcune figure di deità più lunghe in alcune loro parti che esser non sogliono naturalmente. Così l’Apollo, [p. 352 modifica]che ha sette teste d’altezza, ha il piede fu cui sostiensi più lungo del capo di ben tre pollici di palmo romano; e Alberto Durer ha dato alle sue figure otto lunghezze della testa, e sei lunghezze del piede; cioè ha fatta tra la testa e ’l piede la proporzione di 3. a 4. La Venere de’ Medici è una figura sommamente svelta, e quantunque assai piccola ne sia la testa, pur tutta la sua altezza non è che sette teste e mezza, il piede è un palmo e mezzo pollice, e di sei palmi e mezzo è l’intera figura.

§. 9. Potrei qui agevolmente dare un minuto ragguaglio delle proporzioni del corpo umano, traendole dai greci disegni del nudo; ma le ometto, essendo persuaso che di nessun’utilità sarebbe una semplice teoria senza le istruzioni pratiche, siccome inutili sono quelle opere nelle quali, senza nemmeno aggiugnervi il corredo delle opportune figure, di ciò si tratta diffusamente. Così un inutile sforzo d’ingegno farebbe, e di nessun vantaggio a’ disegnatori, né ai conoscitori, il voler rapportare le proporzioni del corpo umano alle regole dell’armonia generale e della musica. Le ricerche aritmetiche sono per la pratica del disegno come la scuola di scherma per battersi in una battaglia campale, cioè di nessun uso.

Della composizione. §. 10. Non sarà qui luogo il parlare di quella proporzione, che serbar si vuole nell’insieme delle figure, ossia nella composizione. Le principali regole degli antichi artisti intorno a ciò erano la parsimonia nelle figure, e la quiete nell’azione. Riguardo alla prima, sembra da’ medesimi monumenti rimastici che eziandio nelle opere dell’arte siasi osservata la regola introdotta da Sofocle21 sul teatro, di non mettere sulla scena più di tre persone allo stesso tempo22; anzi veggiamo che gli antichi artisti si sono sovente [p. 353 modifica]studiati di esprimere molto, e di rappresentare tutta un’azione con una sola figura23. Così il pittore Teone espresse colla sola figura d’un guerriero uno che rispingeva il suo nimico, senza che quello si vedessa24. Ciò per avventura pur nacque dall’avere gli antichi artisti presi gli argomenti de’ loro lavori da una sola sorgente, cioè da Omero, presso di cui molti fatti si leggono fra due o tre persone avvenuti. Tale è, a cagion d’esempio, il celebre e più volte dagli antichi rappresentato cangiamento d’armi tra Glauco e Diomede: tale l’impresa di Ulisse e Diomede medesimo dopo la morte di Dolone, ed altri simili già mentovati soggetti d’antichi lavori. Lo stesso può dirsi della storia eroica avanti la guerra di Troja, ove ogni avvenimento in due o tre figure era compreso.

§. 11. Riguardo alla quiete, nella composizione degli antichi artisti non trovasi mai ciò che frequentemente si vede nelle opere de’ moderni, cioè una compagnia di persone che l’una l’altra al tempo stesso si parlino, o una folla di gente quasi in tumulto, e ove parche l’uno salir voglia sull’altro25. Le rappresentazioni degli antichi maestri somigliano ad un’assemblea di persone che mostrino agli altri rispetto, e per sé lo esigano. Intendevan essi molto bene ciò che noi chiamiamo aggruppare; ma intorno a ciò, quale fosse il loro gusto e la loro abilità, non dobbiamo cercarlo ne’ bassi[p. 354 modifica]riievi di molte figure, che generalmente son presi dalle urne, ove la poca altezza non sempre lo permetteva; ciò nonostante si trovano alcuni di questi monumenti, ove la composizione è ricca, e le figure aggruppate, siccome vedesi, fra gli altri, nella morte di Meleagro26. Ove però il luogo richiedeva gran copia di figure, posson ugualmente gli antichi esserci maestri, siccome appare dalle pitture antiche riportate ne' miei Monumenti27, e da molte fra quelle d'Ercolano28.

§. 12. Non parlerò qui di ciò, che i nostri artisti chiamar sogliono contrapposto, potendo ognuno agevolmente scorgere, che agli antichi non men che a' moderni era noto, come pur ben sapeano i poeti e gli oratori l'uso dell’antitesi: voce che, nell'arte di ben dire, corrisponde al vocabolo contrapposto nell'arte del disegno. Per tanto, siccome quella, così questo esser deve naturale e non ricercato o stiracchiato, né deve l'artista proporselo per uno de’ principali oggetti del suo sapere, come succede nei moderni artisti, i quali vogliono che tutto sagrificarsi possa al contrapposto. Con questa massima è venuto Chambray che pretese di giustificare Raffaello nel suo disegno della strage degl'Innocenti incisa da Marc’Antonio, ove son grasse e piene le figure delle donne, e macilenti all’opposto ne sono i carnefici, avvertendo ciò essere stato fatto pel contrapposto, affin di render questi più odiosi e abbominevoli29.

Note

  1. Plat. in Timæo, op. Tom. iiI. p. 31. C. [Fieri autem non potest ut duo cohæreant sine tertio: ac proinde tertium aliquod requirunt, & quasi nodum vinculumque desiderant, quod inter duo illa intermedium concinne ea jungat atque conciliet. Sed vinculorum adest aptissimum, atque pulcherrimum, quod ex se atque de his qui astringit, quammaxime unum efficit. Id optime assequitur ea quae ἀναλογία, idest comparatio, proportiove dicitur. Quando enim in tribus aut numeris, aut molibus, aut viribus, medium ita se habet ad postremum, ut primum ad medium: vicissimque ut postremum cum medio, ita medium cum primo congruit: tunc quoque id quod medium est, & primum fit, & postremum: postremum quoque, & primum, tunc utrumque media fiunt. Ita necessitas cogit, ut omnia quæ sic devincta fuerint eadem inter se sint, eadem vero quum facta sint, efficitur ut omnia sint unum.
  2. Plut. Fab. Max. op. Tom. I. p. 176. D.
  3. Arist. de Coelo & mund. lib. 1. cap. 1. oper. Tom, I. pag. 610. C.
  4. Plin. lib. 7. cap. 16. sect. 16.
  5. Watelet Refl. sur la peint. pag. 65.
  6. Con questo gergo, dice l’Autore de la Philosophie de la Nature a proposito degl’insegnamenti di Winkelmann che qui il Traduttore ha abbreviati [ma in questa edizione si sono reintegrati esattamente], può uno bensì divenir Pittagorico, ma non mai amatore della bella natura; e farebbe un gran prodigio, se la posterità dovesse a questa fredda aritmetica il Genio alato della villa Borghese, e il gruppo di Laocoonte. Aggiugneremo che la distribuzione e la divisone di tutte le parti in tre non è punto fondata sulla natura, nè sulla verità.
  7. Descript. des pierr. grav. ec. cl. 3. sect. 2. princ. pag. 346.
  8. Vedi la fig. a pag. 162. Così si vede anche ad altre figure etrusche, principalmente sulle urne, delle quali sono alcune nella biblioteca Vaticana.
  9. Winkelmann discorre a lungo intorno all’architettura del tempio antichissimo della Concordia a Girgenti in Sicilia nelle sue osservazioni su di esso inserite già nella Biblioteca delle scienze, e belle arti, che si stampa in Germania, e ripetute in fine del primo Tomo della raccolta delle sue lettere familiari. Ivi pag. 274. scrive, che l’altezza delle colonne di quel tempio non arriva all’altezza di cinque diametri compresovi il capitello, come in quelle di Pesto. Secondo la carta datane dal P. Pancrazj, le prime, senza il capitello, sono di 4. diametri. Per le colonne di Pesto, il ch. P. Paoli colle Tavole esattissime, che ha pubblicate nella sua opera, dimostra, che quelle del più piccolo tempio hanno di altezza quattro diametri, o siano moduli otto e parti cinque fino al collarino; quelle del primo sono di moduli sette, parti cinque, e un quarto; cosicchè tutta la colonna col capitello è poco più alta di quattro diametri. Le colonne della terza fabbrica sono di fette moduli, o palmi diecinove, e tre quarti sino al collarino senza il capitello. L’inglese Major nella sua opera, non troppo esatta, Les Ruines de Paestum, ou de Possidonie ec., le fa tutte alquanto più alte; oltre l’abbaglio preso di palmi 40. e più in lunghezza, e 10. in larghezza del tempio piccolo.
  10. lib. 35. cap. 9. sect. 36. §. 2., cap. 11. sect. 40. §. 25.
  11. Vedi in appresso al libro IX, cap, iiI. §. 18.

  12. Non illam nutrix orienti luce revisens
    Hesterno collum poterit circumdere filo,
    Carm. 62. vers. 376.
  13. Philostr. Jun. Proœm. Icon. pag. 862. lin. 18.
  14. Plin. lib. 18. cap. 31. sect. 74.
  15. lib. 3. cap. 1.
  16. Aul. Gel. Noct. Att. lib. 1. cap. 1.
  17. Tratt. della Pitt. lib. 1. cap. 10.
  18. Idem ibid. lib. 6. cap. 3.
  19. In Huetiana. [ Non ho potuto trovare in che capo l’Huezio dica tal cosa; solamente ho veduto nel capo 125. che riporta l’osservazione di Pittagora, di cui ha parlato qui Winkelmann.
  20. ad Vitruv. lib. 3. cap. 1. pag. 57. not. 3.
  21. Arist. Poet. cap. 4. opcr. Tom. IV. pag. 5. C.
  22. ... Nec quarta loqui persona laboret. Hor. de Arte poet. v. 192.
  23. Se qualche volta gli antichi pittori hanno il loro studio impiegato nella parsimonia delle figure, altre volte l’hanno posto nell’accrescerne il numero. Tra le molte tavole della galleria descrittaci da Filostrato in Iconib. varie ve n’erano copiose di figure. Le due tavole di Polignoto, per tacer delle altre, rappresentante l'una l’imbarcamento de’ Greci dopo l’espugnazione di Troja, e l’altra la discesa d’Ulisse ai campi elisj, erano amendue ricchissime di figure, come si può raccogliere da Pausania, che ce ne ha data una minuta descrizione lib. 10. cap. 25. segg. pag. 859. segg.
  24. Ælian. Var. histor. lib. 2. cap. ult.
  25. Pare, che una parte di questi difetti si trovi su di un lato dell’ara del Museo Capitolino riportata nel Tomo IV. Tav. 5 - 8., all’intorno della quale si vede scolpita la nascita, e ’educazione di Giove, e la sua prima comparsa da re degli dei. Siede egli nella citata Tav. 8., e intorno gli stanno dieci altre divinità in piedi, in atto quasi tutte di parlare o con lui, o fra di loro; e sono in uno spazio sì angusto, che, sebbene compariscano con degnità, e decenza, e sieno nel tutto insieme molto ben disposte, pure sembra che siano quasi addosso l’una all’altra.
  26. Monum. ant. num. 88.
  27. num. 197. 198.
  28. Si potrà vedere Tom. I. Tav. 5. 6. 11., Tom. iI. Tav. 12. 59. 68.
  29. Chambray Idée de la peint. pag. 46.