Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro secondo - Capo III

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Libro secondo - Capo III

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Capo III.


Secondo stile egiziano... nel disegno del nudo... e del panneggiamento — Manto... d’Iside — Altro indizio del secondo stile — Stile d’imitazione... esaminato nelle statue... ne’ bassi-rilievi... ne’ canopi... e nelle gemme — Panneggiamento di questo stile.


Secondo stile egiziano ... All’antico stile egiziano un altro ne sostituirono col tratto di tempo gli artisti, e questo, sì riguardo al nudo che ai panneggiamenti, può vedersi in due statue di basalte nel Campidoglio, e in un’altra della villa Albani del medesimo sasso, la qual però ha una testa non sua (Vedi la Tav. X.).

... nel disegno del nudo... §. 1. Il volto di una delle due prime statue1 sembra allontanarsi alquanto dalle usate forme egiziane, tranne la bocca ripiegata all’insù e ’l mento assai corto, indizj dello stile antico. Gli occhi sono incavati, e pare che [p. 108 modifica]contenessero occhi commessivi d’altra materia. Il volto2 dell’altra statua avvicinasi ancor maggiormente alla forma greca; mal disegnato però è il complesso della figura che tozza riesce: le mani son meglio fatte che quelle delle più antiche figure egiziane; ma ne’piedi a quelle s’assomiglia, se non che gli ha alquanto voltati in fuori. Nella positura e nell’atteggiamento la prima e la terza statua sono interamente simili alle antiche figure: sì l’una che l’altra ha le braccia pendenti e aderenti al fianco, fuorché vedesi una piccola apertura tra il braccio e il corpo della terza3: amendue hanno il dorso appoggiato ad un pilastro angolare, come tutte le più antiche figure d’Egitto. La feconda non è appoggiata ed ha le braccia più libere, sebbene non distaccate affatto, tenendo in una mano un cornucopia pieno di frutta.

§. 2. Queste figure sono lavoro d’egiziani artefici, ma sotto il dominio de’ Greci che colà i loro dei e le arti loro apportarono, adottando al tempo stesso le costumanze egiziane. E ben è naturale che gli Egizj attaccatissimi alla loro religione esercitassero le arti per rappresentare gli oggetti del loro culto fotto i Tolomei, come faceano anche dianzi, al riferir di Platone, quando di tempo in tempo scuotevano il giogo de’ Persi4.

[p. 109 modifica]... e del panneggiamento §. 3. Esaminiamone ora il vestito. Nelle tre summentovate figure muliebri del secondo stile vedesi una sottoveste, una veste, e un manto: né ciò contraddice all’asserzione d'Erodoto5, secondo cui le donne in Egitto una sola veste portavano, dovendo lo storico intendersi della veste soltanto ossia della sopravveste6. La veste di sotto nelle due statue del Campidoglio forma delle piccole pieghe, e pende sin sulle dita de’ piedi, anzi dai lati fin sulla base: nella terza statua, cioè in quella della villa Albani, non vedesi punto, poiché le mancano le gambe antiche. Quella parte del vestito, la quale, a giudicarne dalle molte piccole pieghe che forma, sembra essere di lino, cominciava dal collo, e non solamente il petto, ma il corpo tutto sino ai piè ricopriva; corte però le maniche avea, che non oltrepassavano la metà superiore del braccio. Sul petto della terza statua quella veste è quasi liscia, se non che forma delle pieghettine impercettibili, le quali partendo dal capezzolo diramansi all’intorno come tanti raggi, siccome già osservammo.

Manto. §. 4. Nella prima e nella terza figura la vede è affatto simile, eccetto alcune piccole pieghe che tendono all’insù, e sta molto erettamente accodata alle membra. In tutte e tre tal veste giugne solo al di sotto del petto, ove la strigne e la tiene il manto.

[p. 110 modifica]....d’Iside. §. 5. Questo manto o pallio passa sopra le spalle colle due estremità, colle quali vien poi tenuta la veste al di sotto delle mammelle; e ivi resta pendente ciò che sopravanza dal formato nodo. In questa guisa legata colle estremità del manto hanno la veste e la bella Iside greca del museo Capitolino, e un’altra più grande dello stesso stile nel palazzo Barberini. Quindi è che la veste vien tirata all’insù, e all'alto pur tendono le pieghe leggiere che forma sulle cosce e sulle gambe: fra quelle v’ha una piega sola che va diritta dal petto ai piedi.

§. 6. Nella terza statua, in quella cioè della villa Albani, havvi qualche differenza; una delle due estremità del manto passa sopra la spalla destra, e l’altra fotto la mammella sinistra; onde vengono i due capi a far nodo, e a legar la veste sul petto, come vedesi nella figura. In oltre non le si vede il manto, il quale, siccome pendere posteriormente dovrebbe, figurasi coperto dal pilastro a cui questa è appoggiata, come la prima. La seconda, che ha il dorso libero, ha il manto intorno ai lombi ravvolto. La veste delle due summentovate Isidi greche è ornata di frange, come i manti delle statue dei re prigionieri; e con ciò forse indicar vollero gli artisti esser quella una divinità, il di cui culto da straniero paese era venuto. Il panno, onde formate erano le vesti, chiamavasi gausapum: era peloso e come a dire vellutato; e quando fu introdotto in Roma, lo portavano le donne nell’inverno7.

[p. 111 modifica]§. 7. Ho osservato che tutte le figure d’Iside, niuna eccettuatane, portano il manto a un modo stesso, ond’è da inserirsi, che quella maniera fosse di tal divinità un distintivo. A questo segno ho riconosciuto per un’Iside il tronco d’una statua colossale appoggiata al palazzo di Venezia in Roma, e chiamata volgarmente Donna Lucrezia. Così pure nel museo d’Ercolano vedesi vestita l’Iside in una bella figura di terra alta un palmo, e similmente in due o tre altre piccole figure della medesima dea, le quali, siccome la prima, hanno gli attributi della Fortuna.

Altro indizio del secondo stile §. 8. Le figure egiziane di questo fecondo stile distinguonsi eziandio, perchè non hanno punto que’ geroglifici, che nelle più antiche, or sulla base or sul pilastro che serve loro di sostegno8, veggonsi incisi9. Più allo stile però, che alla mancanza de’ geroglifici, denno tali figure riconoscersi; imperciocché, sebbene quelli non si ravvisino su nessuna delle opere fatte ne’ tempi posteriori ad imitazione delle [p. 112 modifica]antiche, di cui parlerò più sotto; pur interamente mancano talora ad alcune che fono fuor di dubbio antiche egiziane, e tali fono i due obelischi collocati l’uno innanzi s. Pietro, e l’altro presso santa Maria Maggiore. Fa Plinio10 la stessa osservazione riguardo a due altri. Non hanno geroglifici né i due leoni che sono all’ingresso del Campidoglio, né il celebre Osiride del palazzo Barberini, né molte altre simili opere o figure che qui potrei rammemorare.

le d’imitazione... §. 9. Oltre i due stili che abbiamo fin qui esaminati ne’ monumenti egiziani, un terzo se ne ravvisa in quelle figure, le quali sebbene più simili delle teste mentovate alle antiche, pure né in Egitto lavorate furono né da egiziano artefice, e fono imitazioni di quelle opere che in Roma vennero in ufo, quando il culto vi s’introdusse delle divinità d’Egitto. I più vetusti fra simili lavori sono, per quanto io so, due Isidi in basso-rilievo di gesso, che veggonsi in una piccola cappella nell’atrio (περίβολος) d’un tempio d’Iside recentemente scoperto nelle ruine di Pompeja. E siccome questa infelice città perì sotto l’impero di Tito, è probabile che tali figure più antiche siano di quelle statue di simil [p. 113 modifica]maniera, che sono state disotterrate nella villa d’Adriano a Tivoli. Sotto questo Cesare, che malgrado tutt’i suoi lumi era sommamente superstizioso, sembra essersi vieppiù esteso pel romano impero il culto delle divinità egiziane avvalorato dal suo esempio. Ei fece nella villa tiburtina erigere un tempio, cui chiamò Canopo, le statue collocandovi dei numi d’Egitto; e nelle rovine di questo tempio, se non tutti, almeno per la maggior parte fono stati scavati i lavori d’imitazione delle antiche egiziane figure che veggonsi in Roma. In alcune egli fece esattamente imitare il più vetusto lavoro, e in altre l’arte degli Egizj accoppiò con quella de’ Greci. In amendue le maniere trovansi alcune statue, le quali nella politura e nell’atteggiamento alle più antiche egiziane figure somigliano, vale a dire, fono affatto ritte e senza azione, hanno le braccia distese, pendenti, e strettamente attaccate ai fianchi e alle cosce, ne son paralleli i piedi, e stanno esse ad un pilastro appoggiate. Altre sono nella stessa attitudine, se non che libere hanno le mani, portando con effe o indicando qualche cosa. E’ gran danno che queste figure non abbiano tutte le loro teste originarie; poiché dalla testa, piucchè dalle altre parti, traggonsi le migliori prove per riconoscere i diversi stili.

...esaminato nelle statue... §. 10. Tra le statue hanno principalmente ad osservarsi quelle due di granito rosso collocate alla porta del palazzo vescovile di Tivoli11, e ’l celebre Antinoo di marmo del museo Capitolino: questa è alquanto maggiore della grandezza naturale, e le altre due ne fon quafi il doppio. Non solo hanno l’attitudine delle antiche statue egiziane, ma a somiglianza di queste appoggiate sono ad un pilastro, il quale però non è segnato da geroglifici12: un grembiule [p. 114 modifica]copre loro le anche e ’l basso ventre, e in capo hanno una cuffia con due lisce bende che loro pendono dinanzi: portano in oltre sulla testa alla maniera delle cariatidi un canestro, che è d’un pezzo solo colla figura. Siccome quelle statue e nell’attitudine e nella forma a quelle del primo stile interamente somigliano, alcuno fra gli scrittori de’ secoli scorsi le ha riputate tali, senza però ben esaminare la forma d’ogni parte, la qual cosa disingannato l’avrebbe agevolmente. Imperocché il petto, che è piatto nelle più antiche figure egiziane, qui è alquanto rialzato come negli uomini robusti e negli eroi: le coste sotto il petto, che in quelle non iscorgonsi, son qui assai ben espresse e rilevate: il corpo al di sopra de’ lombi, che in quelle è molto minuto e stretto, è in quelle assai pieno: è qui più distintamente scolpita la giuntura e la rotella del ginocchio, come più ben espressi sono i musculi delle braccia e degli altri membri. Le omoplate ossia scapule, che in quelle appena sono indicate, qui si alzano e s’incurvano assai visibilmente, e i piedi molto alle greche forme s’avvicinano.

§. 11. Ma la differenza maggiore, a cui distinguerle fra di loro, consiste nel volto, che né alla maniera degli Egizj è lavorato, né alle antiche loro teste somiglia. Gli occhi non sono, come il sono nella natura e nelle antiche teste egiziane, sollevati quasi a uno stesso livello colla palla13, ma bensì, secondo il sistema dell’arte greca, profondamente incavati, onde dare del risalto alla palla dell’occhio, e formare cosi il chiaro-scuro. Oltre questi tratti di greco stile, vedesi nei volti di quelle statue una si piena somiglianza con altre teste d’Antinoo di greco lavoro, ch’io son [p. 115 modifica]persuaso esser quelle un’immagine di quel famoso garzone fatta all’egiziana14. Più chiaramente ancora mostrasi misto l’uno all’altro stile nel summentovato Antinoo del museo Capitolino, il quale è pur senza l’appoggio del pilastro.

§. 12. Alle statue di questo genere appartengono diverse sfingi, e quattro ve n’ha di granito nero nella villa Albani, le quali hanno nel capo tali sembianze, che non poterono dagli Egizj essere lavorate né disegnate. Se ne vedrà un appresso in fronte del capo quarto. Non è qui il luogo di parlare delle statue marmoree d’Iside: esse sono interamente dello stile greco, e non prima del tempo de’ Cesari furono scolpite, poiché ai giorni di Cicerone il culto d’Iside non erasi in Roma introdotto ancora15.

[p. 116 modifica].... ne’ bassi-rilievi... $. 13. Fra i bassi-rilievi che a quelle imitazioni appartengono è principalmente da rammemorarsi quello di bafalte verde, che sta nel cortile del palazzo Mattei16, e rappresenta l’apparato d’una processione. Un’altr’opera di questa maniera vedesill alla fine del capitolo presente17.

§. 14. Warburton18 pensa che un lavoro di questo stile d’imitazione fatto a Roma sia la torinese Tavola Isiaca di bronzo, in cui sono intarsiate delle figure d’argento; ma l’opinion sua manca d’ogni fondamento; e pare che per altro fine egli non abbia preso a sostenerla, se non perchè favorisce il suo sistema19; troppo son chiari in questo monumento gl’indizj del più antico stile egiziano.

... ne' canopi... §. 15. Dopo le statue e i lavori di rilievo parleremo de’ canopi che generalmente fon lavorati in basalte20, e quindi delle gemme che al par di quelli presentano geroglifici e figure egiziane. De’ primi uno ve n’ha nel museo [p. Tav. modifica] [p. Tav. modifica] [p. - modifica] [p. 117 modifica]Capitolino21 trovato nella villa d’Adriano a Tivoli; ma bellssimi fra tutti sono que’ due che veggonsi fra i rari Antichi della villa Albani, il più bello de’ quali fu trovato sul promontorio Circeo, fra Terracina e Nettuno, e già è stato pubblicato22: tutti e tre son di basalte verde. Al disegno, al lavoro, e alla mancanza de’ geroglifici riconoscer possiamo la vera età di queste opere: il disegno principalmente delle teste è interamente dello stile greco; ma le figure di rilievo sul ventre sono imitate dalle egiziane: altronde il rilievo s’alza dal fondo e sporge in fuori, onde esser non dee lavoro d’egiziani artisti, i quali faceano i bassi-rilievi dopo d’aver incavato il piano della pietra che scolpivano.

... e nelle gemme. §. 16. Fra le gemme tutti gli scarabei, quelle pietre cioè che dalia parte convessa rappresentano uno scarabeo o scarafaggio, e dalla parte piana una divinità egiziana incavata, sono lavori de’ tempi posteriori. Coloro che hanno credute antichissime tali pietre23, non ebbero altro fondamento dell’opinion loro fuorché la rozzezza del lavoro; poiché ivi non vedesi alcun carattere di quello stile. Lavori pur sono del tempo de’ Romani tutte le pietre dure più ordinarie che presentano le figure o le teste di Anubi, o di Serapi. Questo dio non ha alcun rapporto coll’antico Egitto, e altro egli non è che il Plutone de’ Greci, siccome dimostrerò più sotto: si vuole eziandio che il culto di questa divinità passato sia dalla Tracia in Egitto, e dal primo de’ Tolomei apportatovi24. Il museo Stoschiano contiene [p. 118 modifica]ben quindici figure d’Anubi, e sono tutte de’ tempi posteriori. Le gemme chiamate Abraxas oggimai generalmente si riconoscono per lavoro de’ Gnostici e de’ Basilidiani ne’ primi secoli del cristianesimo25; e lavoro tale che riguardo all’arte non merita nessuna considerazione26.

Panneggiamento di questo stile. §. 17. Quel rapporto che abbiamo osservato riguardo al disegno del nudo tra le più antiche opere egiziane, e le imitazioni posteriormente fattene, possiamo pure osservarlo riguardo al panneggiamento. Alcune figure virili, simili in ciò alle vere egiziane, altro vestito non hanno fuorché un grembiule, tranne quella però superiormente rammentata, che ha fui capo calvo una sola ciocca di capelli pendente alla destra tempia, e che è affatto ignuda, della qual cosa non havvi altro esempio fra le antiche figure degli Egizj27. Le figure femminili sono interamente vestite, e alcune lo sono secondo il più antico stile, in guisa cioè che la veste n’è soltanto indicata per gli orli rialzati ai piedi, al collo, e alle braccia; e in alcune v’è sotto il ventre una piega sola che pende fra le due gambe. altre figure hanno fu tal veste o tunica un manto legato fui petto, nella maniera da me superiormente esposta. Osservasi come una particolarità nella villa Albani una figura virile di marmo nero, il cui capo s’è perduto, vestita alla maniera delle femmine: altronde il fesso virile chiaramente si manifesta per una certa [p. 119 modifica]elevazione che scorgesi attraverso il panneggiamento28. Vedasi la Tav. XIV.


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Note

  1. Museo Capitol. Tom. iiI. tav. 79.
  2. Ibid. tav. 80.
  3. Che le figure egiziane siano costantemente rappresentate colle gambe giunte e colle braccia pendenti a’ fianchi, non devesi già ad alcuna legge che ciò ordinasse, dice il sig. Paw Recherch. &c. sec. part. sect. IV. p. 260., poiché tal legge risguardava soltanro le immagini delle divinità [si vegga sopra pag. 83 n. 1.]; ma ad una costumanza, di cui questa fu a suo avviso l’origine.
    „ Gli Egizj hanno presa l’arte d’imbalsamare dagli Etiopi, i quali aveano certa gomma, di cui coprivano interamente i cadaveri; e siccome questa era diafana, cosicchè Erodoto, Diodoro, Strabone, e Luciano l’hanno creduta un vetro, l'intero corpo ben conservato vedeasi, come anche oggidì noi vediamo nell'ambra gl’insetti che vi sono stati rinchiusi, allor quando era una gomma che colava dalla pianta. Mancando agli Egizj la gomma etiopica, mettevano i corpi imbalsamati entro casse, che qualche volta furono di vetro, come quella d’Alessandro il Grande, ma generalmente erano di legno o di pietra. E siccome in tal maniera non vi si vedea il cadavere, vi supplirono con lo scolpirne al di fuori la figura fasciata a somiglianza del cadavere rinchiuso. Qualor però voleano darle un po’ più di vita, levate le fasce, imitavano il nudo cadavere. Quindi ebbe origine la forma delle statue egiziane, la quale fu da’ sacerdoti consecrata per la religione„.
    Della verosimiglianza di questa origine lasceremo che altri ne giudichi.
  4. Vedi sopra pag. 71. not. c.
  5. lib. 2. cap. 36. pag. 120.
  6. Il confronto, e distinzione, che fa Erodoto dagli uomini alle donne, scrivendo che quelle portavano una veste sola, e quelli due, non ci permette di adottare la spiegazione del nostro Autore. Il signor Lens Le Costume ec. liv. I. chap. I. pag. 4. crede che possa parlare delle donne volgari, considerando, che la pretesa Iside in marmo bianco del Campidoglio, di cui parla Winkelmann qui appresso §. 5., ha il manto, e la sottoveste. Ma qui potrebbe rispondersi, che essendo di maniera greca questa statua isiaca, sarà anche vestita con due vesti all’uso de ’Gteci. Il clima della Grecia, e di Roma era più freddo; e perciò si usava dalle donne una veste di più, che non era necessaria nel clima caldo dell’Egitto; e a quella necessità fisica si saranno accomodati i riti isiaci. All’incontro quel che dice Erodoto e confermato da tanti monumenti, e tra gli altri dalle altre statue di donne isiache del Campidoglio, delle quali ha parlato Winkelmann sopra pag. 97. §. 18. Oltre Erodoto, per le due vesti degli uomini ne abbiamo la prova nel patriarca Giuseppe, che due ne portava stando in casa di Putifare, Genes. cap. 39. v. 22.; e essendo viceré due ne mandò ai fratelli, ivi c. 45. v. 22.
  7. Per maggior chiarezza si deve avvertire, che altro è il gausapo, o drappo peloso, e quasi vellutato; altro le frange, che dai Latini cirri, e fimbrie; e θύσσανοι, e χροσσοί chiamansi da Greci: che pare vengano confuse dal signor Lens Le Costume, ec. liv. V p. 291. Il gausapo era una veste propriamente usata dai popoli settentrionali, e barbari, grossa, fatta con arte per difendere nell’inverno dal freddo. Veggasi il Ferrarlo De Re vest. par. iI. cap. 6. 7. e 8., Buonarroti Osserv. istor. sopra alc. med. Tav. VII pag. 90. Scrive Plinio lib. 8. cap. 48. sect. 73. che se ne introducesse l’uso in Roma ai tempi di suo padre. Le frange erano ornamenti soliti riportarsi all'estremità dei panni, sì presso i Greci, e i Romani; come risulta dalle pitture, e sculture antiche; e l’osserva diffusamente il lodato Buonarroti alla Tav. XIV. pag. 258.
  8. Veggasi pag. 16. nota a.
  9. Nello scrivere questo passo 1! nostro Autore non si è più ricordato, che le statue isiache del Museo Capitolino Tom. iiI. tav. 76. e 77., credute anche da lui qui avanti per lavoro del fecondo stile, hanno geroglifici alla base, e al pilastro, cui sono appoggiate. Se ne avvide però in appresso nello scrivere il Trattato preliminare ai Monumenti antichi nella serie di questo medesimo discorso; e col fondamento appunto di quelle statue stabilisce il contrario, e confuta il P. Kirchero, che da’ tempi di Cambise volea perduto l’uso dei geroglifici. Ecco le di lui parole nella p. XXI.
    "Se le ragioni fin qui addotte in prova che le due Isidi nominate poc’anzi per le prime furono scolpite dopo che l’Egitto era stato sottoposto alla potenza de’ Greci, sono bastevoli, come non ne dubito; non vuò tralasciar di notare, che con ciò viene ad essere smentita l’opinione, in prima del Padre Kirchero Œdip. Ægyp. Tom. iiI. synt. 18. carp. 3 pag. 515. che la scienza de’ geroglifici fosse stata abolita per l’empietà, e le gozzoviglie, come e" dice, di Cambise, allorché costui invase il regno dell’Egitto; e in secondo luogo di coloro, i quali suppongono, che tale scienza si perdesse all’incominciare del governo de’ Greci; imperciocché ognuna di coteste statue col pilastro, al quale si sta appoggiata, e d’un sol pezzo, e in ambedue i pilastri si veggono scolpiti i geroglifici. Il credere sì fatta cosa è lo stesso dell’asserire, che i Greci abolissero, tostochè si furono impadroniti dell’Egitto, la religion del paese, la quale ognun sa quanta parte aveva nelle ceremonie sepolcrali; or noi al contrario veggiamo, e ’l P. Kirchero è uno di coloro che ce ne da la relazione, e ce ne mostra il disegno loc cit. p. 405., cioè una mummia trovata in Egitto ornata, e così custodita come facevano gli Egiziani prima d’esser dominati dagli stranieri, sur una delle quali leggesi in greco la parola ΕΥΨΥΧΙ, acclamazione solita farsi a’ defunti, come ne fan vedere diverse iscrizioni presso il Grutero pag. 661. num. 6., pag. 783. n. 3., [ e una cristiana presso il Buonarroti Osserv. sopra alc. framm. di vetri, Tav. XXIV. pag. 2. p. 168.]; per cui certamente ci vien significato, che la mummia è di que’ Greci, che si stabiliron colà al tempo de’ Tolomei. Laonde dirasi piuttosto, che la scienza de’ geroglifici si andò mantenendo sì, ma a poco a poco diminuendo sino ad essersi poi estinta, per avere in quelle parti preso col tempo sempre più piede la religione de’ Greci, e la costoro mitologia, molto differente da quella degli Egiziani „.
    È qui da osservarsi un’altra cosa, cioè che Winkelmann ritratta insieme tacitamente quello che ha detto sopra pag. 70.. intorno alla parola scritta sulla mummia; prendendo qui la lettera in forma di croce greca -|-, per un Ψ, e leggendo ΕΥΨΥΧΙ, come in fatti si usava nelle iscrizioni sepolcrali per un’acclamazione, o saluto, che facevano i viventi a quel morto: bono animo esto: sta di buon animo: o come solevano mettere i Latini: VALE, e AVE, secondo l’osservazione di Servio ad Aen. l. XI. v. 97., Buonarroti l. c. Tav. 28. p. 191., Horsley Britannia Rom. book iI. ch. 3. p. 288., e si vede in tante iscrizioni. I Monumenti antichi, col Trattato preliminare, furono stampati da! nostro Autore nel 1767., tre anni dopo la prima edizione della Storia dell’Arte, e un anno prima di morire; onde non avrà forse avuto tempo dì emendar questo passo nella nuova edizione, che ne preparava.
  10. lib. 36. cap. 8. sect. 14. §. 3. [I due obelischi, de’ quali parla Plinio, uno eretto da Smarre, l’altro da Erasio, dell’altezza di quarantotto cubiti, sono appunto l’obelisco di Santa Maria Maggiore, e l’altro quello trovato nelle fondamenta della fabbrica di San Rocco, di cui si è parlato nelle annotazioni all’elogio del sig. Heyne sopra pag. lxxviij, not. 13.; e amendue ornavano il Mausoleo di Augusto. Il P. Kirchero Œd. Ægyp. T. iiI. synt. 11. cap. 1 pag. 368., il Mercati nel suo trattato degli Oóbelischi, cap. 27., Orlandi nelle annotazioni al Nardini Roma antica, l. VI., cap. VI. pag. 307., e gli altri eruditi comunemente li credono fatti venire in Roma, e collocati nel detto luogo dall’imperator Claudio. Io non saprei che me ne dire. Dico solamente, che pare che Plinio, il quale visse dopo Claudio, li nomini come esistenti ancora in Egitto quando scriveva.
  11. Maffei Raccolta di Stat. fol. 148. [ Ora nel Museo Pio-Clementino, come già si è avvertito alla pag. 71. b.
  12. Nella seconda edizione tedesca, e quindi nella traduzione italiana, e francese di Huber, è stata omessa la negativa non in questo luogo; senza badare, che così Winkelmann si contraddiceva apertamente con ciò che avea scritto poc’anzi §. 8. Io l’ho rimessa in testo, perchè mi sono accertato, che veramente, queste due statue non hanno geroglifici.
  13. Veggasi pag. 83. nota a.
  14. Comunque siano comparse queste due statue all’occhio del nostro Autore, generalmente gl’intendenti non vi fanno trovare una sì piena somiglianza colle vere teste d’Antinoo; e neppure ve l’ho saputa scorgere io, per quanto le abbia esaminate. Sono in forma di due Atlanti architettonici, o Talamoni, e come volgarmente si suol dire, Cariatidi; e perciò hanno sul capo un canestro, o vaso, che forma il capitello. Non è improbabile il sospetto del sig. abate Raffei Osserv. sopra alc. ant. mon. Tav. VI. pag. 60., che sostenessero l’architrave della porta del tempio della villa Adriana, probabilmente a somiglianza di quei colossi alti 12. cubiti, che in vece di colonne sostenevano l’atrio del nuovo tempio eretto in Egitto al dio Api dal re Psammetico, Diodoro lib. 1. §. 66. pag. 77. E questo sarebbe un argomento di credere, che l’imperatore Adriano, il quale, come bene scrive il nostro Autore pag. 72., volendo far onorare in tutto l'impero romano, e principalmente in Egitto, il suo diletto qual divinità, dovea presentarlo in quella forma, che era più venerabile, ed accetta, non volesse collocarlo a regger pesi in guisa di Cariatide.
  15. De Nat. Deor. lib. 3. cap. 19. [Cicerone scrisse quest’opera nell’anno di Roma 711., e dell’età sua 63., come osserva Francesco Fabricio Marcodurano nella di lui vita tessuta per serie di consoli, al detto anno 711. n. 227., in fronte di tutte le opere, edizione di Amsterdam 1718. Tom. I. pag. 30., o come vuole il signor Middleton parimente nella di lui vita Tom. iiI. p. 324., l’anno 709). Prima di tal anno il culto isiaco non solamcnte era stato introdotto in questa dominante; ma vi era stato più volte solennemente proscritto, e demoliti i tcmpj d’Iside, e di Osiride. Tertulliano Apolog. cap. 6., e Arnobio Advers. Gentes lib. 2. p. 95. ripetono tali leggi proibitive dal consolato di Pisone, e Gabinio l’anno di Roma 696.; e ne parlano come di una cosa sì accertata, e sicura, che non dubitano di rinfacciarla ai Romani de’ tempi loro, ne’ quali il culto isiaco era in maggior voga. Furono ripetute per testimonianza di Dione lib. 40. cap. 47. pag. 252. sotto il consolato di Gneo Domizio Calvino, e Marco Valerio Messalla nell’anno 701.; quindi sotto il consolato di un Lucio Emilio Paolo, al dire di Valerio Massimo lib. 1. cap. 3., che si crede esser quello dell’anno 703.; e finalmente essendo consoli Giulio Cesare per la seconda volta, e Publio Servilio Varia Isaurico nell’anno 706. ad istanza del collegio degli aruspici furono anche di nuovo atterrati i tempj d’Iside, come narra lo stesso Dione lib. 42. cap. 26. pag. 321. Veggasi monsig. Foggini Museo Capitol. Tom. IV. Tav. X. pag. 44., ove a lungo ne tesse la storia; e Bynkershock De cultu Relig. peregr. Dissenat. iI. oper. Tom. I. pag. 415. col. 1. Avranno corsa la medesima sorte le immagini delle divinità egiziane, se vi erano in quei tcmpj, come è probabile; ma non già quelle, che erano presso gl’iniziati a quel culto, contro de' quali non fu proceduto. E convien dire che vi fossero molti, e de’ potenti ancora; poiché non ostante l’impegno del collegio dei Sacerdoti Romani, e de’ Consoli, non fu possibile impedire, che non andasse apertamente ripullulando dopo ciascuna proibizione. A queste dunque alludeva Cicerone, e non possono intendersi altrimenti le di lui parole: Si dii sunt illi, quos colimus & accipimus: cur non eodem in genere Serapim, Isimque numeremus? Quod si facimus, cur barbarorum deos repudiemus? Boves igitur & equos, ibes, accipitres, aspides, crocodilos, pisces, canes, lupos, feles, multas præterea belluas, in deorum numerum reponemus. Quæ fi rejicimus, illa quoque unde hæc nata sunt rejiciemus. 11 primo pubblico segno di approvazione in Roma delle egiziane divinità, pare che lo desse Augusto, il quale avendo aggiunto l’Egitto all’impero romano, decretò, come scrive Dione lib. 47. cap. 15. pag. 501., un tempio a Serapide, e a Iside; per lo che Properzio lib. 3. eleg. 9. v.41., e Lucano Pharsal. lib. 8. v. 831. parlano del loro culto come se da poco tempo fosse introdotto, o reso almeno pubblico, e comune. Ciò non ostante ebbe in appresso delle vicende. Sotto Tiberio fu demolito il tempio d’Iside, gettata nel tevere la di lei statua, e giustiziati quei sacerdoti, che aveano dato mano a Decio Mando per istuprare in quel tempio, sotto le sembianze d’Anubi, Paulina moglie di Saturnino. Col favore dell’imperatore Ottone risorse il culto di esse, e di nuovo fu proscritto sotto Tito, e furono incendiati i tempj; ma poi si ristabilì glorioso mediante la protezione straordinaria degl’imperatori Adriano, Comodo, Caracalla, e Settimio Severo. Leggasi Foggini loc. cit. pag. 45.
  16. Monum. Matthæj. T. iiI. Tab. XXVI. fig. 2. È di marmo bianco, come ivi pag. 45. osserva anche il sig. abate Amaduzzi.
  17. L’Autore aveva in pensiere di sostituire la figura d’un basso-rilievo in terra cotta a questa che v’era già nella prima edizione; ma non avendolo potuto eseguire, si è ritenuta la prima, tratta da un disegno del museo del signor cardinale Albani, che rappresenta w basso-rilievo dello stile d’imitazione.
  18. Essai sur les hiérogl. Tom. I. p. 294.
  19. Lo stesso dicasi di Paw [Recherch. philof. sur les Egypt. & les Chin. Tom. I. liv. I. sect. I. p. 45. La vuole un calendario all’egiziana fatto in Italia nel iI., o iiI. secolo, sull’autorità del signor Jablonski Specimen novæ interpr. Tab. Bemb. num. 1. §. 4. e 5. Miscell. Berolin. Tom. VI. pag. 141. e 142., che lo asserisce senza darne buone ragioni. Il conte di Caylus, che la crede egizia, non la fa più antica dell’era cristiana, Rec. d’Antiq. Tom. V. Tab. XIV. pag.44.
  20. Di uno in alabastro, che può credersi del primo stile, si riparlerà al cap. IV. §. 19.
  21. Museo Capit. Tom. iiI. Tav. 85.
  22. Borioni Collect. Ant. Rom. c. 3. [ Questo canopo esiste veramente nel casino della villa Albani; ma l’altro, che io sappia, non v’è stato mai.
  23. Natter Pierr. grav. fig. 3.
  24. Macrob. Sat. lìb. 1. cap. 7. [ Vedi sopra pag. 14. not. A., Hist. univ. lib. iI. chap. iI. sect. X. Tom. VI. pag. 433. segg., a Bennettis Chronol. & crit. hist. prof. & sacr, Par. I. Tom. iI. prol. iiI. §. XXXI. segg., pag. 66. segg., ove a lungo discute l’opinione di queli che credono nella persona di Serapide simboleggiato il Patriarca Giuseppe, o Mosè; e Dissertation sur le dieu Serapis, ou l’on examine l’origine, les attributs, & le culte de cette divinité. A Paris 1780.
  25. Beausobre Histoir. du Manich. T. iI. l. IV. chap. IV pag. 50. sostiene robustamente che nol siano, fondandosi principalmente sopra il silenzio di tanti antichi scrittori, e de’ Santi Padri in ispecie, i quali non avrebbero al certo tralasciato di ricavarne un forte argomento, onde abbattere l’empietà di quegli eretici: e il sig. conte di Caylus, in vista delle di lui ragioni, Rec. d’Antiq. Tom. VI. Ant. Egypt. pl. XIX. n. IV. p. 64. protesta di ritrattarsi da quella opinione, che aveva ammessa nel Tom. iI. pl. X. pag. 40. Egli crede pertanto che siano di gente addetta al culto egiziano, e della più pura idolatria. Si vegga il P. a Bennettis l. c. p. 96. segg., e il Passeri Diatriba de Gemmis Basilidianis, che li crede invenzione di maghi, medici, e astrologi antichi. Il P. Martin Explic. de plus. mon. sing. ec. du dieu Mithras, in fine, p. 291. pretende che debba dirsi Abrafax.
  26. Se ne possono vedere molti presso il P. Mantfaucon Antiq. Expl. Tom. iI. sec. par. pl. CXLIV. e segg.
  27. Vi è la statua di Mennone anch’essa nuda affatto, e senza grembiule, come lo sono le figure, che ha intorno. Vedi la Tav. IV. Molte fra le piccole figure si hanno nella Raccolta di Caylus.
  28. Dovrebbe essere la figura d’uno di quei sacerdoti della processione isiaca, de’ quali appunto scrive Apulejo Metam. lib. XI. pag. 372. che andassero vestiti di candido velo stretto dal petto fino ai piedi: e dall’atteggiamento potrebbe sospettarsi, che fosse, quello, che portava un lume. Antistites sacrorum, proceres illi, qui candido linteamine cinctum pectorale adusque vestigia strictim injecti; potentissimorum Deûm præferebant insignes exuvias. Quorum primus lucernam præmicantem claro porrigebat lumine.