Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro secondo - Capo IV

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Libro secondo - Capo IV

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Capo IV.


Maniera in cui gli Egizj lavoravano le statue... et bassi-rilievi — Esercitarono l’arte loro sulla terra cotta... sul legno... e fu varie specie di pietre, cioè granito... basalte... porfido... di cui si cerca la formazione... e s’indica la maniera di lavorarlo... breccia egiziana... marmo... alabastro... e plasma di smeraldo — Seppero anche adoperare il bronzo — Osservazioni sulle monete loro — Lor maniera di dipingere... le mummie... e gli edifizj — Conclusione.


Maniera in cui gli Egizj lavoravano le statue Narra Diodoro1 che gli statuarj d’Egitto, dopo d’aver prese le misure e delineato il disegno sull’informe legno o sasso, lo segavano per mezzo; onde così talora lavoravano in due, l’uno dall’altro divisi, a una statua sola2. In [p. 121 modifica]questa guisa Telecle e Teodoro di Samo, stando quegli in Efeso e questi nella propria patria, formarono in legno una statua d’Apollo, collocata poi a Samo in Grecia. Tale statua era stata divisa a metà sotto i lombi presso alle parti sessuali, e quindi a quel luogo riunita, talché amendue i pezzi perfettamente combaciavansi3. Così certamente intender si dee l'espressione di Diodoro, non essendo punto credibile, siccome alcuni traduttori l’intesero, che quella statua fosse stata divisa per mezzo dalla testa fino alle parti naturali, appunto come Giove secondo la favola partì in due i primi uomini che aveano doppio sesso4. Gli Egiziani avrebbono tanto poco apprezzate quelle statue, quanto quegli uomini mezzo bianchi e mezzo neri che loro fece vedere in Alessandria il primo de’ Tolomei5. Né al solo testimonio di Diodoro io m’appoggio, ma un più sicuro e visibile argomento additarne posso nel mentovato Antinoo del museo Capitolino, il quale, sebbene non sia che un’imitazione dell’antico stile, pur anch’esso è composto di due pezzi giunti insieme presso i lombi e sotto il nodo della fascia6. È però probabile che questa maniera di lavorare si usasse soltanto nelle statue colossali, [p. 122 modifica]poiché d’un sol pezzo sono tutte le altre statue egiziane; anzi de’ colossi medesimi molti erano d’un sol masso, come [p. 123 modifica]rileviamo da Diodoro7, e come pur vediamo in alcuni che sino a noi si sono conservati8. Tale fra le altre era la statua del re Osimante, i cui piedi aveano sette cubiti di lunghezza9.

§. 1. Tutte le statue egiziane rimateci sono con somma diligenza finite, e poscia ben pulite e lustrate; né alcuna ve n’ha che sia stata finita col solo scarpello, siccome lo sono alcune delle migliori statue greche di marmo, atteso che con tale stromento non poteva darsi il lustro al granito e al bafalte, pietre composte di molte parti eterogenee. Le figure collocate sulla cima degli obelischi son finite quasi dovessero vedersi dappresso, come ne fanno fede l’obelisco Barberini e quello del sole che sono stesi per terra. In questo è particolarmente con somma finezza e diligenza lavorata l’orecchia della sfinge, in guisa che non ve n’ha niun’altra sì ben finita fra i più bei bassi-rilievi del greco stile10. Questa medesima diligenza si ravvisa in una gemma veramente antica egiziana del museo Stosch11, la quale pel lavoro non la cede punto alle più belle dell’arte greca. E’ quella una pregevolissima agat’onice; rappresenta un’Iside sedente, ed è incisa alla stessa maniera che i lavori degli obelischi. E poiché sotto uno strato sottile di color cupo e proprio della pietra havvi uno strato bianco, perciò l’artista volendo avere di quello colore il viso, le braccia, le mani > e la sedia, tali parti incavò più profondamente.

§. 2. Gli scultori egiziani incavavano talora gli occhi per commettervi dentro la pupilla d’altra materia, siccome vedesi in un’Iside del secondo stile nel museo Capitolino12, e [p. 124 modifica]in una testa della villa Albani. Ivi è pure un’altra testa d'un granito rossiccio bellissimo e di minuta grana, le cui pupille sono state finite colla punta d’uno scarpello, e non già lustrate, siccome il resto del corpo.

...e i bassi-rilievi. §. 3. Le altre opere della scultura egiziana, che a noi pervennero, sono figure incavate al medesimo tempo e rilevate; vale a dire fono rilevate in sé stesse, ma non riguardo al pezzo a cui servon di fregio, poiché il loro rilievo resta in esso internato e più basso della superficie13. Quegli artisti non facevano se non in bronzo de’ bassi-rilievi propriamente detti, cioè che sporgessero in fuori, e li gettavano nelle forme a ciò preparate. Lavorato in tal maniera è un secchio con manico che serviva ne’ sagrificj, e che da’ romani scrittori, ove parlano di quest’uso egiziano, chiamasi situla; onde prese abbaglio chi primo pubblicò tal monumento credendolo un vannus Jacchi14. Il signor conte di Caylus, che in seguito ne fece l’acquisto, ce ne ha data una descrizione15, di cui più sotto avrò occasione di parlare.

[p. 125 modifica] §. 4. Quando però sostengo che solamente in bronzo facevan gli Egizj de’ bassi-rilievi propriamente detti, non nego esservi delle pietre da loro lavorate a rilievo, quali sono, a cagion d’esempio, i canopi di bafalte verdognolo; ma ben deve sovvenirsi il leggitore, che io tal maniera di figure annoverai fra le imitazioni dell’antico stile posteriormente introdottesi in Roma16. Mi si vorrà forse opporre una testa muliebre in marmo bianco del più antico stile egiziano, incastrata nel muro dell’abitazione del Senatore di Roma in Campidoglio, e che è di rilievo alla maniera greca; ma, ove quella testa si consideri con un buon cannocchialetto, si vedrà essere una piccola parte rimastaci d’un’opera grande, ed essere stata poscia adattata fu una tavola di marmo: onde è probabile che appartenesse anticamente ad un pezzo, entro cui fosse rilevata alla maniera d’altre simili opere egiziane17.

Esercitarono l'arte loro sulla terra cotta. §. 5. Passiamo ora ad esaminar la materia fu cui lavoravano gli artisti d’Egitto. Al riferire di Caylus18 v’ha copia grande di figurine in terra cotta nell’isola di Cipro, le quali sono probabilmente lavori delle colonie egiziane mandate colà dai Tolomei che a quell’isola dominarono. Parecchie figure di tal maniera, lavorate nell’antico stile e fregiate di geroglifici, si sono scoperte nel tempio d’Iside a Pompeja. Posseggo io stesso cinque piccole figure di alcuni sacerdoti [p. 126 modifica]Isiaci, e molto maggior numero ne contiene il museo Hamiltoniano, le quali tutte si rassomigliano, e ricoperte sono d’un colore o piuttosto d’una vernice verde19. Tengono queste figure le mani incrocicchiate sul petto, ed hanno nella sinistra un bastone, e nella destra, oltre il solito staffile, un nastro, a cui è attaccata una tavoletta che loro pende sulla spalla sinistra. Questa tavoletta, in due più grandi figure di tal genere esistenti nel museo d’Ercolano, scorgesi chiaramente segnata a geroglifici.

...sul legno... §. 6. Serbansi in varj musei delle figure egiziane di legno a maniera di mummie; e tre fra le altre ne fono nel museo del Collegio Romano, una delle quali è anche dipinta20.

Pietre.
Granito.
§. 7. V’ha di molte specie di pietre egiziane, siccome ognuno sa, e sono quelle principalmente il granito, il basalte, il porfido, ed altre. Il granito è di due specie, uno cioè bianco e nero, l’altro rosso e bianchiccio21. Sebbene del primo trovisi gran copia in molti paesi, e specialmente in Ispagna, non ve n’ha però in niun luogo che e pel colore e per la durezza pareggi quello d’Egitto; del secondo non ve n’ha che in Egitto, o di colà portatovi22. E’ inutile qui [p. 127 modifica]l’avvertire l’abbaglio preso dallo Scaligero23 e dal la Motraye24, i quali crederono esser il granito una pietra artefatta25. Di granito rosso e bianchiccio son fatti gli obelischi e molte statue, tra le quali computar si denno tre delle più grandi, esistenti nel museo Capitolino. Di granito nero è la grand’Iside ivi pur collocata26, e dopo questa la figura più grande è l’Anubi della villa Albani (Tav. VIII. ), di cui già abbiamo parlato27.

§. 8. Il bafalte ordinario è una pietra che può paragonarsi alla lava del Vesuvio, di cui tutta Napoli è lastricata, e di cui pure lastricate erano le antiche strade romane 28; [p. 128 modifica]anzi a propriamente parlare il basalte è una specie di lava d’un colore uniforme29, qual’è generalmente anche al dì d’oggi quella del Vesuvio. Due specie di basalte vi sono, il nero che è il più comune, ed il verdognolo. In quello scolpivansi principalmente le bestie; e ne son fatti i leoni all’ingresso del Campidoglio, e la sfinge nella villa Borghese. Le due grandissime sfingi però, quella cioè del Vaticano e l’altra della villa di Papa Giulio30, lunghe amendue ben dieci palmi, sono di granito rossiccio. Sono di basalte nero, fra le altre, le due summentovate statue del secondo stile egiziano in Campidoglio, e alcune più piccole figure.

§. 9. Riguardo al basalte verde ve n’ha di varie degradazioni nel colore, come pur di varia durezza; e in tal sasso hanno lavorato non meno gli egiziani che i greci scultori. Opera egiziana sono un piccolo Anubi assiso nel museo Capitolino31, e le cosce colle gambe sotto ripiegatevi di un’altra figura nella villa Altieri. V’ha pure di tal basalte [p. 129 modifica]formata nel Collegio romano una bella base di geroglifici ornata, su cui posano i piedi d’una figura femminile. Veggonsi delle teste di questa specie di bafalte nelle ville Albani ed Altieri, ed io stesso ne posseggo una mitrata. Sono anche lavorate in questo sasso alcune imitazioni dello stile egiziano fatte ne’ tempi posteriori, quali sono i canopi. Fra le opere greche in bafalte v’ha una testa di Giove Serapide nella villa Albani, a cui manca il mento che non se gli è mai potuto rimettere, perchè non s’è ancor trovata la pietra d’un colore perfettamente simile32, ed una testa di lottatore con orecchie da pancraziaste, cioè con orecchie contuse, posseduta dall’Inviato di Malta a Roma. Di bafalte nero ho io stesso una bella testa, se non che è mutilata: ed esporrò nel seguito di questa Storia le congetture mie intorno ad essa e all’altra mentovata poc’anzi33.

... porfido... §. 10. Col basalte e col granito, come vedremo più sotto, un’origine comune ha il porfido. Ve n’ha di due specie, rosso l’uno, e verdiccio l’altro che è più raro, e talora sprizzato d’oro34: il primo vien detto da Plinio pyropoecilon35, [p. 130 modifica]e ’l secondo36 sasso tebano. Di quello non restaci nessuna figura, e solo abbiamo alcune colonne, che pur sono rarissime. In Roma due ve n’ha assai grandi nella chiesa detta alle tre fontane presso s. Paolo37; due ne sono nella chiesa di s. Lorenzo fuor di città, le quali però sono talmente incassate nel muro che poca parte sen vede38; e due altre più piccole ne portò seco al principio di questo secolo il signor Fuentes Ambasciadore di Portogallo presso la santa Sede. V’erano altre volte nel palazzo Verospi due vasi di lavoro moderno e mal conformati, fatti cogli avanzi di simili colonne infrante.

...sua origine... §. 11. Può nascer dubbio, se questa pietra sia originaria d’Egitto, dachè niun viaggiatore, ch’io sappia, parla di cave di porfido che colà si ritrovino. Tal dubbio mi obbliga ad entrare in qualche disamina fu questo punto, e spero che le cognizioni da me acquistate riguardo al granito serviranno a spargere de’ lumi anche sul porfido.

§. 12. Si fa che in molti paesi d’Europa trovansi grandi montagne di granito, cosicchè di tal pietra fabbricate sono molte case in Francia; e in Ispagna sulla pubblica via da Alicante fino presso a Madrid sempre sul granito si cammina39. Or poiché sotto la lava del Vesuvio trovansi de’ pezzi di [p. 131 modifica]granito bianco friabile, come quelle parti della gran colonna d’Antonino Pio, che sono state esposte all’azione del fuoco, dobbiamo conchiudere che il mentovato granito del Vesuvio o non è compiutamente formato ancora, oppure, come è più verosimile, ha perduta la sua durezza per l’azione del fuoco uscito a diverse riprese da quel monte. E siccome sappiamo altresì dalla storia, e veggiamo dagl’indizj ancor esistenti, che nella Spagna molte eruzioni fecero negli antichissimi tempi i volcani de’ Pirenei, dai quali supponsi che siano colati torrenti di fuso argento40, si può inferire, che il granito di quelle contrade, come degli altri paesi, debba l’origine sua ai volcani41. Questa osservazione ci [p. 132 modifica]conduce a trovare l’origine del porfido, che dev’essersi formato alla maniera stessa del granito. Il signor Desmarets abile naturalista ed ispettore delle manifatture in Francia, in alcune montagne di quel regno, nominatamente in un monte non lungi da Aix nella Provenza, ha scoperto del porfido rosso che a piccoli pezzi stava rinchiuso nel granito come nella sua matrice: trovansi pure in molti pezzi di lava del Vesuvio alcuni frammenti di porfido finissimo d’un color verdecupo; e abbiamo dal celebre Wallerio, che v’è del porfido rosso ne’ monti della Delacarlia in Isvezia42.

§. 13. Ove per tanto concedasi che il granito si formi come la lava, ne segue che trovandosi il porfido entro il granito ed entro la lava, alla stessa maniera siasi esso pure formato, e che per conseguenza, ove si ha un bel granito, colà pure il porfido cercar si debba e trovare. E siccome veggiamo sovente nel porfido rosso macchie e degradazioni verdognole, cosi possiamo credere che il porfido d’amendue i colori formisi in un medesimo luogo e nella maniera medesima.

§. 14. Or ritorniamo al dubbio che può nascere, se il porfido sia propriamente una pietra d’Egitto; dubbio che non è senza fondamento. Nei dodici anni che io ho passati in Roma non vidi mai altro che una piccola figura di porfido rosso segnata con geroglifici fra le mani d’uno scarpellino. S’accrebbe ancora quello mio dubbio per una notizia comunicatami da milord Wortley-Montaigu, il quale asserisce che nell’Egitto inferiore (giacché nel superiore non avea potuto penetrare a cagione delle ostilità degli Arabi) rarissimi si ritrovano i pezzi di porfido, e pochissimi pur ne vide sparsi qua e là nelle molte ruine di città distrutte, che furono da lui visitate43. Scrive in oltre che nel suo viaggio dal Cairo [p. 133 modifica]fino al monte Sinai non ha scoperta alcuna traccia di porfido, e che sebbene ve n’abbia nel monte di santa Caterina distante solo un’ora di cammino dal Sinai, e tanto più bello sia quanto più alla vetta del monte s’avvicina, pur non si scorge alcun indizio per inferire che ve ne fossero colà anticamente gli scavi44. Per ultimo vien confermata questa conghiettura dalla testimonianza d’Aristide45, il quale espressamente ci dice che il porfido veniva dall’Arabia; onde possiamo conchiudere, che tanto gli Egizj quanto i Romani, presso i quali maggior n’era l’uso, traessero quella specie di pietra dai monti dell’Arabia46.

§. 15. Le statue che ancor ci restano di porfido rosso devono riguardarsi o come lavori di greci artisti fatti in Egitto sotto i Tolomei (siccome dimostrerò più sotto), [p. 134 modifica]... maniera di lavorarlo... ovvero come opere dei tempi de’ Cesari, conciosiachè esse rappresentino per lo più de’ re prigionieri, le statue de’ quali soleansi collocare per ornamento su gli archi trionfali o su altri pubblici edificj47.

§. 16. Il porfido a cagion della somma sua durezza non lavorasi, come il marmo, collo scarpello o con altro stromento tagliente, ma bensì con punte d’acciajo ben aguzze, a forti colpi di pesante martello, a ognun de’ quali saltano scintille di fuoco, e l’opera avanza lentissimamente. Richiedesi un anno almeno a scolpir una statua vestita, e quando pur alla fine, dopo aver rotte e rintuzzate innumerevoli punte, si è data così all’ingrosso una certa forma a ciò che in essa v’ha d’incavato o di rilevato, resta che si termini e si pulisca collo smeriglio, per la qual operazione un altr’anno intero forse non basta, non potendo più artisti lavorare insieme sulla medesima statua. Dee per tanto parerci strano come siansi trovati artefici greci atti a sì penoso e lento lavoro, i quali imprendessero un’opera propria ad opprimere lo spirito e stancar la mano, senza che l’occhio compiacer si potesse almeno a vederne il progresso. E perchè ciò meglio comprendasi, descriverò qui la maniera con cui si lavora il porfido. Se gli dà la prima mano con alcuni lunghi e duri paletti di ferro, che finiscono in punta quadrangolare, chiamati subbie, con cui si vanno staccando dal sasso scheggiuzze pressochè impercettibili. Fatto il primo sbozzo si adoperano pesanti stromenti a foggia di martelli aguzzati dai due lati per incavare ove abbisogna; e questo si finisce poi e si perfeziona con altri martelli di simile forma, se non che, in vece di essere appuntati, sono taglienti; con questi l’opera si riduce a segno che nulla più [p. 135 modifica]manca fuorché pulirla e darle il lustro. Così lavorate sono le statue e le colonne48. Gli artisti sogliono usare una specie d’occhiali per difendersi dalla finissima polve che si solleva; e la stessa cautela usano lavorando la breccia egiziana, la quale però non ha in tutte le sue parti una durezza uniforme49.

...breccia egiziana... §. 17. Merita pur questa breccia d’essere qui considerata comechè di essa non altro ci resti che il torso d’una statua. E’ tal sasso un aggregato d’innumerevoli specie di pietre, e fra le altre di pezzi di porfido d’amendue i colori, dal che si può conghietturare che sia originario d’Egitto o d’Arabia. Vien esso presso di noi volgarmente indicato col nome generico di breccia, vocabolo di cui né il dizionario della Crusca né quello di Baldinucci danno la spiegazione, che pur non doveano omettere. Chiamasi breccia una pietra comporta di molti pezzi o piuttosto rottami di pietre diverse, e quindi, siccome osserva giudiziosamente Menagio, ben traesi l’etimologia del suo nome dalla voce tedesca brechen (rompere)50. Or siccome nella composizione di questo sasso v’entrano principalmente molte pietre egiziane, ho perciò creduto convenirle il nome di breccia d’Egitto. Il suo color principale è il verde, ma ve se ne scorgono tante degradazioni e varietà, che certamente simili non ne adoprò mai, né mai seppe comporne pittore o tintore; e la [p. 136 modifica]combinazione di tali colori sembrar dee maravigliosa agli occhi degl’intelligenti che attentamente considerino questo lavoro della natura. Il mentovato torso rappresenta un re prigioniere (Tav. XV.) sedente, vestito all’uso barbaro, a cui si fono ora rifatte le mani e ’1 capo, che probabilmente in origine erano di marmo bianco. Sta questa statua nella villa Albani in una piccola fabbrica particolare, ornata con altri lavori della pietra medesima, di cui pur sono le due colonne poste ai fianchi della statua, e la gran tazza rotonda che ha ben dieci palmi romani di diametro collocatavi nel mezzo51. Nella Cattedrale di Capoa v’è un antico recipiente di questo sasso fatto pe’ bagni, che ora serve di fonte battesimale.

... marmo... §. 18. Che in Egitto, oltre il granito e ’l porfido, si lavorassero varie altre specie di marmi, lo dimostrano le opere che ancor rimangono di marmo bianco, nero, e giallo52, delle quali fanno menzione i viaggiatori di quelle contrade. I lunghi e angusti corridori della piramide più grande intonacati sono d’un marmo bianco53, che però non è pario, siccome fu dato a credere a Plinio54. Evvi nel Collegio romano una tavola di marmo in basso-rilievo55 lavorata nel più antico stile egiziano. Se della stessa epoca sia un piccolo busto virile con barba, esistente nel museo d’Ercolano, diligentemente lavorato in bellissimo marmo bianco, detto palombino56, alto a un di presso un mezzo [p. 137 modifica]palmo romano, io ne dubito, poiché tutte le statue virili degli Egizj hanno le guance lisce, laddove questa statua ha una barba simile a quella degli Ermi greci.

alabastro §. 19. Abbiamo pur delle figure in alabastro, il quale scavavasi a gran massi in più luoghi, e specialmente a Tebe57. Nel museo del Collegio romano v’è d’alabastro un’Iside sedente con Oro su i ginocchi, alta circa due palmi, e un’altra più piccola figura pur sedente. Oltre quelle la sola statua egiziana d’alabastro rimastaci è quella della villa Albani58, la cui parte superiore essendo guasta fu restaurata con alabastro nazionale, e che dai fianchi in giù è d’un alabastro bianchiccio, macchiato e venato a strati ondosi e serpeggianti59. Quest’alabastro però non deve confonderli con un altro che scavavasi pur a Tebe in Egitto e a Damasco in Siria, il quale serviva a principio per far de’ vasi di pompa, e quindi s’adoperò eziandio per formarne colonne. Questo da Plinio60 vien chiamato onice, prendendone probabilmente il nome dall’agat’onice, nota gemma, a cui per gli strati o piuttosto ondeggiamenti s’assomiglia. De’ vasi preziosi di [p. 138 modifica]questa pietra ve n’ha parecchi di varia grandezza nella villa Albani, e uno d’essi è ampio poco men d’un’anfora61; ampiezza di cui a’ tempi di Cornelio Nepote non s’era veduta la maggiore62. Un lungo e bellissimo vaso di questa specie appartiene al signor principe Altieri, e fu disotterrato nella di lui villa presso Albano. Il più gran vaso d’alabastro della figura d’una pera, non d’onice-alabastro, ma d’alabastro bianco della prima specie, vedefi nella villa Borghese, e servì già per contener delle ceneri, siccome appare dalla seguente iscrizione:

P. CLAVDIVS. P. F
AP. N. AP. PRON
PVLCHER. Q. QVAESTOR
PR. AVGVR


Tale iscrizione non è stata mai pubblicata, o almeno non si trova nella collezione Gruteriana. Colui, le cui ceneri conteneansi in questo bel vaso, fu probabilmente il figlio del celebre P. Clodio o Claudio, come si ricava dalla genealogia della famiglia Claudia.

...e plasma di smeraldo. §. 20. Di plasma di smeraldo non esiste, che io sappia, altro che una piccola figura nella villa Albani, alta circa un palmo e mezzo, il cui zoccolo come pur la colonna, a cui s’appoggia, sono segnati a geroglifici. Questa rara specie di sasso credesi generalmente essere la matrice dello smeraldo, e come a dire un utero, in cui esso suole trovarsi63. [p. 139 modifica]Notisi però ch’egli è assai più duro dello smeraldo medesimo, il che sembra contrario a ciò che generalmente osservasi nelle pietre, nelle quali, come ne’ frutti, il nocciolo è più duro della sostanza che lo circonda; è però vero che talor si trova l’opposto, essendovi delle grosse piriti che rinchiudono conchiglie impietrite, e per conseguenza circondano un corpo di lor men duro64.

Bronzo. §.21. Ci restano pure delle opere egiziane in bronzo, e consistono quelle in piccole figure, eccetto però la tavola Isiaca già del cardinal Bembo, ora del R.. Museo di Torino, il summentovato vaso pe’ sagrifizj, ed una piccola base quadrangolare alta un palmo e mezzo con lavori incavati, [p. 140 modifica]esistente nel museo d’Ercolano. Trovossi gran copia di tali figurine nel tempio d’Iside disepolto a Pompeja; e da una di queste appartenente al signor Hamilton si vede che solevano gli antichi talora riempierle internamente di piombo, onde renderle più ferme e sode. La più grande di queste è un’Iside, che tien Oro in grembo, nel museo del signor conte di Caylus65, il quale ha pur fatto incidere in rame un piccolo Osiride di bronzo, da cui si comprende, che alle volte davano il gesso alle statue, e poi le indoravano66. La mentovata base, che ha la vera forma egiziana e quella semplicità negli ornamenti, che è propria di tutte le basi, anzi di tutti gli edifizj di quella nazione, nel mezzo del lato anteriore rappresenta una zattera legata con’ giunchi egiziani, in mezzo alla quale fta un grand’uccello: nel dinanzi siede sull’orlo una figura, e nella parte posteriore sta un Anubi con testa di cane, che dirige la zattera. Ai due lati siedono due figure muliebri con a' fianchi due ale, che vengono innanzi a ricoprir loro i piedi, quali pur veggonsi alle figure delle monete maltesi e della tavola Isiaca.


[p. 141 modifica] Osservazioni sulle monete loro §. 22. Qualche lume maggiore intorno all’arte degli Egizj dato avrebbonsi le antiche loro monete o medaglie, se alcuna mai se ne fosse scoperta; ma tutte quelle, che abbiamo appartenenti all’Egitto, sono posteriori ad Alessandro; e dubitar quindi potrebbesi se avessero essi avute mai monete coniate, se non che ne troviamo degl’indizj presso gli scrittori, principalmente riguardo all’obolo, che solea metterli in bocca a’ morti, per ricercare il quale è stata poscia guastata la bocca a parecchie mummie, e principalmente alle dipinte67. Così avvenne a quella di Bologna; e le fu fatto tal danno alla presenza del signor card. Albani dal missionario medesimo che gliela offriva in dono, il quale, dopo d’avergliela presentata e lasciatagliela alcun poco considerare, le squarciò brutalmente la bocca, prima che i circostanti trattener lo potessero, senza però trovarvi ciò che cercava. Pococke68 parla di tre monete, ma non ne indica l’epoca: dal loro impronto peraltro sembra che non sieno state coniate prima della conquista de’ Persi69.

[p. 142 modifica]Pittura degli Egizj... §. 23. Nel terminare questo Capo, dopo d’aver considerato il meccanismo della statuaria presso gli Egizj, ci resta da osservare la maniera loro di dipingere, per quanto ci è nota; e perciò tratteremo delle dipinte lor mummie70. Rapporterommi intorno a ciò al testè menzionato conte di Caylus ...sulle mummie... 71, il quale su tal pittura, e principalmente fu i colori in essa adoperati, ha fatte delle giudiziosissime osservazioni, che io ho sempre trovate giuste ogni volta che sulle mummie ho potuto verificarle. I colori sono tutti macinati coll’acqua, tutti più o meno temperati con gomma, e adoperati separatamente senza mescolanza. Se ne noverano sei: il bianco, il nero, l’azzurro, il rosso, il giallo, e’ l verde: il rosso e l’azzurro son quei che più degli altri risaltano, e sono assai grossolanamente macinati. Il bianco, che altro non è se non la cerusa o biacca ordinaria72, ha servito a dar la prima mano alle tele, e tien luogo di quel che i nostri pittori chiamano imprimitura. I contorni delle figure sono segnati sul bianco col nero, e ove deve aver luogo il bianco, serve il fondo medesimo.

...e su gli edifizj. § 24. Tali pitture però sono una ben misera cosa in confronto di quelle che, al riferir di Norden, nell’Egitto superiore coprono e adornano intieri palazzi, e le colonne loro che hanno ben venti e fin trenta piedi di circonferenza, e le loro smisurate pareti alte ben ottanta piedi, dipinte tutte a figure colossali. I colori di queste pitture, siccome quei delle mummie, aon puri senza frammischiamento alcuno, e separatamente adoperati: il fondo però è diverso e [p. 143 modifica]formato d’un mordente a cui deesi la durevolezza de’ colori, cosicchè sì questi che le indorature, ancorchè abbiano più di mille anni, freschi e intieri serbaronsi, e non v’ha mezzo con cui staccarsi possano dalle pareti o dalle colonne73.

Conclusione. §. 25. In somma la storia dell’arte presso gli Egizj è, come il paese loro oggidì, una vasta deserta pianura che da due o tre alte torri tutta si domina. L’antica arte loro ha due periodi: di amendue tali monumenti ci restano, pei quali giudicar fondatamente possiamo dello stato in cui ella era; ed io mi lusingo d’aver sin quì colla necessaria chiarezza esposte le nozioni che sperar se ne poteano. All’opposto avviene dell’arte de’ Greci e degli Etruschi come del loro paese, che ingombro da monti non ha gli opportuni punti di vista, da cui con un colpo d’occhio tutto si possa dominare.



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Note

  1. lib. I. ad fin.
  2. Non solamente due, ma più artisti distribuiti in luoghi diversi racconta Diodoro loc cit. essere concorsi a lavorare ciascheduno la porzione d’una statua, composta talora sono di quaranta pezzi. Quest’arte maravigliosa fu ignota a’ Greci, e praticata dai soli Egizj, o quali, come avverte il citato Autore, non già cogli occhi, ma colle misure pigliavano le proporzioni per la composizione di tutta la statua. [ Si vegga appresso nota a.
  3. Ivi dee leggersi κατὰ τὴν ὀσφύν in luogo di κατὰ τὴν ὀροφὴν come presso Aristotele De Hist. onim. l. 1. par. 14. edit. Sylbur Ἐχόμενα τούτων γαστὴρ καὶ ὀσφύς, καὶ αἰδοῖον καὶ ἰσχίον Conser Herod lib. 2. c. 40. pag. 122. l. 78. È pur da osservarsi che la preposizione κατά non s'adopera mai da’ Greci per indicare un principio di movimento, ma bensì il seguito, o il rapporto. [ Si adopra in questo senso, e in molti altri; ma ancora per indicare principio di movimento; come può vedersi dagli esempi che riporta Enrico Stefano nel suo lessico. ] Nè può qui aver luogo l'opinione di Rodmanno e di Wesselingio intorno alla voce κορυφὴν più lontana dal vero senso che l’antica lezione ὀροφὴν [ Veggasi la nota seguente.
  4. Plato Conv. pag. 190. D. op. Tom. I.
  5. Lucian. Promet. cs §. 4. p. 28. Tom. I.
  6. L’essere di due pezzi l’Antinoo del Campidoglio può attribuirsi, anziché all’imitazione di stile egiziano, alla natura del marmo pario, di cui scrivono Plinio lib. 36. c. 8. sect. 13., S. Isidoro Etym. lib. 16. c. 5. non trovarsi pezzi molto grandi; come crede il sig. abate Visconti della statua di Giunone Lanivina, dal palazzo Mattei passata ora al Museo Pio-Clementino, anch’essa di finissimo marmo parlo, e formata originariamente dallo scultore in più pezzi dell’altezza di 13. palmi. Perciò che riguarda il luogo di Diodoro, io credo che vada inteso come s’intende comunemente, non come vuole il nostro Autore; non parendomi che fosse questo un ritrovato, o un lavorio tale, per cui dovesse farne Diodoro sì alte maraviglie. Il sig. Goguet Della Orig. delle leggi, ec. Part. iiI. lib. iI. c. iI. p. 57. Tom. iiI. ammettendo la comune opinione, crede che fosse utilissima, e molto praticata una tal maniera di lavorare, per una pronta esecuzione; e s’immagina, che gli artisti potessero regolarli in questo modo; cioè, che cominciassero dal fare un modello di gesso, o di terra, come usano alla giornata i nostri scultori; e questo poi lo dividessero in molte parti, onde potesse ciascun artefice lavorare fu di una parte assegnatagli. L’idea pare giusta; ma resta un poco oscura. Il signor conte di Caylus nella sua dissertazione, intitolata: Eclaircissemens sur quelques passages de Pline, qui concernent les arts dependans du dessein, nel Tom. XIX. Acad. des Inscript. ec. Mém. p. 284.. segg.: pare che possa dirsi dello stesso sentimento; e poiché si spiega molto chiaramente, sebbene con un giro soverchio, noi riporteremo quì le di lui parole.
    „ Si dura fatica a intendere ciò, che Diodoro riferisce degli scultori egiziani. Come mai degli artisti, lavorando separatamente, e in luoghi distanti uno dall’altro, e senza communicarsi le loro operazioni, potevano ciascuno fare una metà di statua, che unita poi ad un’altra veniva a formare un tutto perfetto? Se la cosa lì giudica eseguibile, convien supporre un fatto, che Diodoro ha passato sotto silenzio; ed è, che in primo luogo dovea esservi un modello determinato, sul quale ciascuno si regolasse. E non è quello infatti, che ha preteso di farci intendere, dicendo, che gli scultori egiziani, nel prendere le loro misure, riportavano le proporzioni del piccolo al grande, come lo fanno anche a’ dì nostri gli scultori? I Greci, all’opposto, scrive Diodoro, giudicano d’una figura a occhio: il che vuol dire, che lavorano senza modello; cosa difficile, ma possibile. Del resto, il lavoro, di cui si tratta, diveniva tanto più facile a eseguirsi, quanto che la statua dell’Apollo Pitio, che in tal modo essi aveano lavorata, era, al dire dello stesso Diodoro, sul gusto delle statue egiziane, aveva cioè le mani stese. e attaccate ai fianchi, le gambe una avanti l’altra nell’atteggiamento di uno, che si dispone a camminare; come sono la maggior parte delle statue egiziane, che non variano quasi niente nella loro disposizione. Gli artisti avendo una volta convenuto fra di loro intorno alle misure, e proporzioni generali, potevano in qualche modo lavorare a colpo sicuro, e anche disporre le differenti pietre, che dovevano comporre una statua colossale. Aggiungo quest’epiteto, perchè sarebbe ridicolo il pensare, che le statue, delle quali si parla, fossero di grandezza naturale. Un solo masso, e un solo operajo dovea bastare per ciascuna; ove che per una statua fuor di proporzione, era naturale di distribuire a differenti artisti le differenti parti, ond’era composta. Ecco il vantaggio, che gli artisti egiziani ritraevano da queste regole, che non possono intendersi di giuste proporzioni del corpo umano; perocché i Greci le conoscevano egualmente, e sapevano anche metterle in opera con più esattezza. Tutta la differenza pertanto, che v’era tra di loro, si riduceva colla maniera di operare. I Greci lavoravano senza obbligarsi a prender misure sopra alcun modello; gli Egiziani al contrario si formavano de’ piccoli modelli, che loro servivano a fare le statue in grande. Quindi è, dice Diodoro, che gli scultori, i quali devono lavorare ad una medesima opera, essendo accordati della grandezza, che deve avere, si dividono, e senza difficoltà, come io credo di poter aggiugnere, portano seco una copia del modello; e dopo aver lavorato separatamente, riportano ciascuno i pezzi, che hanno fatti, i quali uniti insieme, formano un tutto esatto egualmente, e perfetto: Il che può sorprendere, e far maraviglia a quelli, che non sono al fatto di queste operazioni. Io non so dunque trovare in tutto questo racconto cosa alcuna, che non sia più che fattibile, e verisimilissima. Aggiugnerò un’osservazione, che ognuno può fare sulle statue egiziane, che ci restano; ed è, che esse sono tutte d’un sol masso; parlando delle statue di grandezza naturale, almeno per quante io ne abbia vedute. Non possono essere, che l’opera d’un solo artista; e per conseguenza la pratica, di cui parla Diodoro, non era generale; ma soltanto per le statue colossali. Di queste ne restano ancora qualcune nell’alto Egitto, che sono infatti composte di più pezzi di marmo, fecondo che compariscono nei disegni, che ne ho veduti. Possono essere lavorate parte per parte in differenti luoghi, e nella maniera, che racconta Diodoro. Restringendo così alle statue colossali questa usanza, mi pare che sia facile a comprendere il discorso di quello storico; e che svanisca insieme quel maraviglioso, che mostra di avere „.
  7. lib. 1. §. 47. c. 48. pag. 57. e 58.
  8. Pococke Descript. ec. Tom. I. book iI. chap. iiI. pag. 106.
  9. Diodoro loc. cit. §. 47. pag. 57. Ma Pococke nella descrizione, che ne da liv. iI. ch. 4, Tom. I. pag. 289, la dice composta di cinque pezzi, quale si può osservare nel disegno, che ne diamo, Tav. IV.
  10. Esagerazione troppo grande.
  11. Descript. des pierres grav. au Cab. de Stosch. cl. 1. sect. 2. num. 50. pag. 13.
  12. Vedi sopra pag. 107. §. 1.
  13. Le osservazioni fatte dal signor duca di Chaulnes, Rozier Journal de phyfique, mai 1777., su i geroglifici scoperti presso Saccara, non solo confermano l’asserzione di Winkelmann intorno la maniera in cui furono lavorati i bassi-rilievi egiziani; ma possono eziandio darci de’ nuovi lumi incorno i medesimi. Essendo egli al Cairo portossi al luogo delle piramidi, e penetrò nel sotterraneo della più vicina a Saccara, della quale dà la pianta. Ivi trovò il pozzo, altronde già noto, che serviva di cimiterio agli animali sacri. Ai lati di questo pozzo vide dieci file perpendicolari di geroglifici scolpiti fu pietre candide e finissime. La particolarità e il pregio di questi geroglifici nasce dall’essere scolpiti in basso-rilievo. Il loro contorno somiglia perfettamente a quello de’ geroglifici incavati che veggonsi ordinariamente su gli egiziani lavori; ma laddove questi non hanno che il contorno, quelli hanno in rilievo l’oggetto intero: onde si può agevolmente comprendere la loro significazione, mentre abbisogna d’un Edipo per intendere i geroglifici ordinarj. Que’ geroglifici possono dare anche una più giusta idea dell’arte egiziana, essendo lavorati sì perfettamente e con tal precisione, che sembra di vedere l’oggetto medesimo, e sì finiti da poter gareggiare coi migliori cammei. Rappresentasi una penna o un quadrupede? In quella si distinguono tutte le barbe, in questo si veggono distintamente i peli. Il signor duca di Chaulnes osserva che questi bassi-rilievi potrebbero esattamente copiarsi col gesso, in cui formerebbesi sul luogo l’impronto concavo, per ritrarne poi de’ bassi-rilievi consimili, e addita tutt’i mezzi e tutte le precauzioni che dovrebbero mettersi in opera per ben riuscirvi. Siccome milord Wortley Montaigu ha staccato dall’interno della medesima piramide un pezzo scolpito (quantunque di minor pregio de’ mentovati geroglifici) che credesi ora collocato nel museo Brittannico, si potrà pur da quello avere qualche lume.
  14. Martin Explic. de div. mon. sing. Relig. des Egypt. §. IV. pag. 150.
  15. Recueil d’Antiq. Tom. VI. Ant. Egyp. pl. XIV. pag. 40.
  16. Non può dirsi dello stile d’imitazione un piccolo obelisco colli geroglifici parte incavati, e parte a rilievo, presso il sig. conte di Caylus Rec. d’Ant. Tom. iI. Ant. Egypt. pl XII. Il signor Byres qui in Roma possiede un avanzo di basso-rilievo dell’altezza incirca di tre dita, e largo poco più, e grosso un mezzo dito, in un pezzo di alabastro d'Egitto, fui quale lo scultore, profittando di due macchie gialle, vi ha scolpite a basso-rilievo due scimie, come dice Winkelmann dell’agat’onice qui avanti §. 1.: nel resto vi fono geroglifici, che mi paiono simili a quelli degli Abraxas. Creda che possa esser vero lavoro egiziano, probabilmente de’ bassi tempi, o vogliam dire dei quarto stile, giusta il mio sistema recato innanzi pag. 79.
  17. Sembra che ciò si possa rilevare da un residuo del marmo, che gli si vede sotto al mento, e pare indichi un poco di concavo, come appunto dev’essere in un basso-rilievo incavato. Ma si potrebbe dubitare, che il pezzo sia di tanta antichità. Non è incassato in tavola di marmo, come dice Winkelmann. È soltanto accompagnato intorno con un poco di lavoro di stucco.
  18. Recueil d’Ant. Tom. IV. pl. XIV. n. 3. pag. 43.
  19. O sono coperte semplicemente, o sono tutte intiere di questa vernice, che si considera per una porcellana, simile presso a poco a quella della Cina, come osserva il conte di Caylus Rec. d’Antiq. Tom. IV. pl. VIII. num. V. pag. 24., Tom. V. pl. XIV. p. 39. segg. Nell’Egitto è in uso anche al presente; e dicono di averla dalle Indie; ma dalla grandezza di certi lavori, che fono fatti di essa, ne dubita Belon Observ. liv. 2. ch. 71. p. 134.
  20. Se ne trovano in tanti altri musei, e sono le casse delle mummie. Vedi pag. 108. n. 1.
  21. I graniti non sono di queste due specie solamente. Ve n’ha di molte altre. V'ha il granito verde fiorito, o mischio; e il verde quasi di un sol colore. Di quello sono gli specchi del piedistallo della statua di S. Pietro in bronzo nella Basilica Vaticana, chiamati dal volgo di porfido verde, da cui si distinguono per essere il granito verde meno compatto, e avere le macchie bianche meno decise. Di granito verde senza queste macchie bianche ve n'è un bel piede acquistato dal signor abate Visconti per il Museo Pio-Clementino, il quale è di tal bellezza in qualche sua parte, che emula l’istessa plasma di smeraldo. Vi è poi anche il granito, detto vajolato, di cui oltre i pezzi acquistati pel suddetto Museo, il signor abate Visconti ha osservato essere le due gran colonne all’altare di S. Gregorio in detta Basilica, che si rapportano all’architettura di tutto il tempio. Vi sono altri molti graniti più fini, e più compatti, che si chiamano dagli artisti marmi egizj, e sono per lo più i graniti statuarj adoprati per le statue; e finalmente vi è un granito rarissimo di colore giallognolo tra i più compatti, con punti neri, Gio. di S. Lorenzo Dissert. sopra le pietre, ec. cap. V. §. 35. dice, che nel museo di Baillou v’erano 30. sorti di graniti.
  22. Lasceremo ai naturalisti, che hanno comodo e cognizioni bastevoli per esaminare e paragonare i varj sassi, di decidere se il granito bianco e nero d’Egitto sia preferibile ad ogni altro. Possiamo però asserire che anche presso di noi v’ha del granito rosso e bianchiccio in gran copia. Basta, visitare i nostri monti, anzi basta vedere le nostre fabbriche, e le nostre strade per accertarsene. Vi si vedrà eziandio come prenda il lustro, e quanto riesca bello. Chiamasi volgarmente migliarolo dalla somiglianza de’ suoi grani col miglio. Più d’un celebre naturalista, vedendone la bellezza e la copia, fu d’opinione che molto granito detto orientale, sia tratto da’ nostri monti d’Italia. [Le prove che ne sono state fatte in Roma, e in ispecie di detto granito migliarolo, ci hanno persuaso, che questa sia una opinione senza fondamento; poiché tutte quelle pietre benché lustrate a tutta perfezione, non hanno mai potuto accostarsi né al pulimento, né al bel colore delle pietre d’Egitto; e sono diverse nella durezza, come osserva il nostro Autore. Oltracciò è incredibile, che fra tanti antichi scrittori niuno ce ne avesse fatta parola. ] È certo altronde che tutte le grandi catene de’ monti nei due continenti (V. Ferber, Bowles, Desmarets, d’Arcet ec. ) hanno il nocciolo di granito; e questa pietra in molta quantità pur trovarono nelle isole del Sud i viaggiatori di questi ultimi tempi Cook e Forster. V. Voyage dans l’Hémisphere austral, & autour du Monde &c. Paris 1778.
  23. In Scaligerian.
  24. Voyag. Tom. iI. pag. 225.
  25. Non furono Scaligero e la Motraye i soli che pensarono esser il granito una pietra artefatta. Anche in questi ultimi anni il sig. de la Faye Mem. pour servir de suite aux recherches &c. Paris 1778. non solamente ha formato simile granito; ma avendo altresì avuto un pezzo preso da una piramide d’Egitto lo analizzò, vi scorse i medesimi fenomeni, e n’ebbe gli stessi risultati, che aveva avuti dal suo con eguale processo. Il sig. Forster Voyage dans l’Hémisphere auftral. &c. vedendo nell’isola di Pasqua, nuovamente scoperta a gradi 17. di latitudine australe, e 266. di longitudine, molti avanzi di statue colossali che sostenevano grossi cilindri tutti d’un masso, e conoscendo che in quell’isola né v’era, né avrebbe potuto mai sussistervi tanta popolazione, quanta ne farebbe abbisognata per trasportare que’ massi enormi, argomentò che quel sasso fosse fattizio, formato sul luogo stesso. È da notarsi che quelle statue, come gli Ermi, non hanno di figura umana altro che la testa. [ Ma una sì fatta opinione per riguardo all’Egitto, di cui si tratta in questo luogo, viene confutata non solo dall’autorità di Plinio 1. 36. c. 8. sect. 13. e 14. ove scrive, che nell’Egitto superiore si cavava il granito; ma anche da tanti viaggiatori moderni, che la ne hanno vedute le cave. Leggasi Belon Observ. de plus. sing. lib. 2. cap. 21., Maillet Descript. de l’Egypte, let. 8. pag. 319., let. 9. pag. 39., Granger Voyage en Egypte pag. 76. e 77., Shaw Voyages, ec. Tom. iI. pag. 81., Goguet Della Orig. delle leggi, ec. Tom. iI. par. iI. lib. iI. capo iiI. art. I. pag. 104.
  26. Vedi sopra pag. 86. not. a. Il P. Montfaucon Antiq. expl. Suppl. Tom. iI. liv. VI. ch. I. n. VI. pl. 36. p- 131. la dice di basalte nero. Io la credo della ftessa pietra, di cui ho parlato sopra pag. 100. nota b.
  27. pag. 88. Senza ragione il signor abate Raffei Offervaz. sopra alc. ant. mon. Tav. V. pag. 52. la chiama li bafaltt.
  28. La selciata delle strade romane più antiche, come dell’Appia prima d’essere stata ristorata da Trajano verso le paludi pontine, è di pietra calcaria. I Romani prendevano le pietre più vicine.
  29. Circa l’origine e la natura del basalte non convengono ancora i naturalisti, massime quando vi scorgono la figura colonnare e prismatica. Altri lo vogliono una produzione dell’acqua, che abbia insieme uniti i rottami d’altri sassi e le arene, formandone durissimi massi, i quali prendessero una forma regolare, come i cristalli. Altri lo dicono una produzione del fuoco, cioè, come dice Winkelmann, pensano esser la medesima lava, che raffreddandosi regolarmente siasi tagliata. I celebri signori Banks e Splander crederono, pochi anni sono, di avere sorpresa la natura nella formazione del basalte fra le lave dell’Ecla in Islanda. Il signor Strange, Ministro di Sua Maestà Brittannica presso la Repubblica Veneta, visitando con occhio filosofico i monti basaltini della Francia e dell’Italia, s’è accertato che il basalte devesi al fuoco, non già perchè sia lava fusa e vomitata dalla bocca del vulcano, ma perchè il fuoco accesosi ne’ monti già preesistenti v’ha cangiati in basalte que’ sassi, o quelle terre che prima appartenevano ad va’ altra classe. V. Opusc. scelti Tom. I. pag. 73. e 145. [Il sig. Collini segretario intimo dell’Accademia Elettorale delle scienze, e belle lettere di Manheim, e direttore del museo di storia naturale di Sua Altezza Serenissima Elettorale, nelle sue Confiderations sur les montagnes volcaniques ec., di cui abbiamo un piccolo estratto nelle Efemeridi letterarie di Roma 1781; numero 50. pag. 3399., al capo iI. crede di non dovere, colla comune degli odierni naturalisti, riguardare la produzione del basalte, come un puro effetto della conflagrazione, per la ragione principalmente, che incontransi sovente dentro di questa sostanza e conchiglie, ed altri corpi senza alcun indizio di quell’alterazione, che avrebber necessariamente dovuto soffrire dall’azione violenta del fuoco; e nel capo iiI. crede che polla spiegarsi la formazione di questa pietra, e soprattutto la sua singolar disposizione colonnare, per mezzo dell’azione combinata del fuoco, e dell’acqua; di quello cioè per somministar la materia, e di questa per disporla a quel modo. Vedi la pag. seguente n. b.
  30. Questa sfinge passata ora al Museo Pio-Clementino, è di 11. palmi; l'altra è di 10., e di un granito, che accosta più al nero, che al rosso.
  31. Non è Anubi, né cercopiteco, secondo la descrizione, che ne abbiamo data alla pag. 88. n. b., come lo chiama Bottari Museo Capitol. Tav. 85. pag. 148. È una scimia, e forse quella, che descrive Aristotele De Histor. animal. lib. 2. cap. 5.; ed è veramente di basalte verde, non di porfido verde, come la dice lo stesso Bottari.
  32. In appresso gli è stato rifatto. Una testa consimile alta circa tre dita, ben conservata, e più bella di questa, la possiede il signor Pyres. Le manca però il modio, come mancava a quella di Albani.
  33. Nel Museo Pio-Clementino sono al presente le due bellissime grandi urne accennate dal nostro Autore in appresso lib. VI. cap. I. §. 7., una di color ferrigno, ferrei coloris, atque duritiæ:, come scrive Plinio lib. 36. cap. 7. sect. 11.; l’altra di verde. Nella prima vi è metallo bianco, o marchesita, e strisce di granito rossiccio, quale si vede nelle due statue nominate sopra alla pag. 127. n. a., ma non nell’altra urna di verde: e ciò avvalora l’opinione di chi crede, che nella formazione del bafalte abbia parte l’acqua. Vedi appresso pag. 131. n. 1. V'è anche nel detto Museo in bafalte verde, che non troppo si conosce per essere stato danneggiato dal fuoco, un gran vaso intagliato egregiamente con maschere sceniche, e simboli di baccanali, trovato anni addietro in uno scavo fatto nel giardino della Missione sul Quirinale, dalla parte, che riguardava l'antica Valle di Quirino; e v’è inoltre la bellissima pastofora dello stesso colore, descritta alla pag. 87. col. 1., dell’altezza di tre palmi incirca. Mi vien detto, che il signor Luc faccia osservare nelle sue Lettres morales, & physiques sur l’histoire de la terre, & de l’homme, pubblicate nel 1779., che nella Veteravia si trovino a una grande profondità degli strati vastissimi di basalte nero di una somma durezza.
  34. Come lo è quello, di cui è stato fatto ultimamente un bellissimo vaso per il Museo Pio-Clementino. Altro bel pezzo nello stesso Museo serve di base a un leoncino.
  35. lib. 36. cap. 22. sect. 43., [c. 8. sect. 13. In questo luogo lo chiama anche syenite la città di Syene, che sta tra i confini dell’Egitto, e dell’Etiopia, come scrive Strabone lib. 17. p. 1174. Aggiugne Plinio sect. 14. che se ne facevano gli obelischi. Dunque il pyropœcilon è il granito, non il porfido, di cui riconosce una sola qualità, cioè il rosso; e da quelle minute macchie, o punti bianchi, che il porfido ha frammisti al color rosso, lo chiama leptopsephos.
  36. lib. 36. cap. 8. sect. 13.
  37. Trasportate ultimamente al Museo Pio-Clementino.
  38. Queste due non sono di porfido, ma di un granito nericcio finissimo; e si vedono scoperte più della metà.
  39. Nel Ms. della traduzione francese di quest’Opera incominciata dal signor de Toussains v’è la seguente nota dell’Autore, che non si trova in alcuna edizione. Nessuno, che io sappia, dic’egli, ha prima di me fatta menzione del porfido, sì rosso che verde di bellissimo colore, esistente nel Tirolo. Amendue le specie sono a massi staccati e per lo più di forma lenticolare. I torrenti li rotolano nelle valli, e ne sono in buona parte cinte le vigne, cominciando dal Veronese fino oltre Brixen. Il verde comincia a vedersi verso la fine della strada fra il monte e ’l fiume, le cui sponde ne offrono de’ grossi massi cadutivi dall’alto. La maggior parte son sì grandi che potrebbero formarsene delle tavole. Fra Colman e Deustsch v’ha delle montagne intere di porfido rosso, e in un passo stretto tra ’l monte e ’l fiume sovente l’asse delle ruote striscia su questo sasso; onde mi pare strano che nessuno v’abbia mai fatta attenzione. [ Vengo assicurato per lettera da un nobile viaggiatore, che nel Tirolo si trovino appunto i porfidi rosso, e verde; e non solo in piccoli pezzi, ma anche in massi grandissimi di montagne. Il rosso ha il colore meno scuro, e porporino dell’egiziano; e le macchiette, o punte bianche, non sono tanto decise. Il verde è pallido, con macchiette rosse, e bianche non cosi belle. Ha osservato lo stesso viaggiatore, che sul finire dei massi di porfido vi sono strati di terra compatta, che ne imita il colore, sparsa di sassolini bianchi; e pare che aspettasse quel sugo petrificante per divenir porfido anch’essa: lo che farebbe un forte argomento contro il nostro Autore, ed altri, che ripetono questa pietra dai vulcani. Sono stati osservati dei gran massi di porfido rosso, e di un bel colore, anche nella Spagna; e v’è chi non dubita, che di la si cavasse dagli antichi Romani. Ma a questa pretensione osta in primo luogo il non trovarsi colà vestigi di cave antiche; in secondo luogo la testimonianza chiarissima di tanti antichi scrittori, che porterà qui appresso; e in terzo io rifletto, che se i Romani avessero preso il porfido nella Spagna, Sant’Isidoro vescovo di Siviglia, uomo certamente dotto, e che avrebbe dovuto essere informato delle cose di sua nazione, e su questo punto in ispecie nella enumerazione, che fa dei varj marmi adoprati dagli antichi, Etymolog. l. XVI. cap. V., non avrebbe scritto nel num. 5., con Plinio da citarsi qui appresso, che il detto porfido veniva dall’Egitto: Porphyrites ex Ægypto est, rubens candidis intervenientibus punctis, Nominis ejus causa, quod rubeat ut purpura; e per ultimo si può ripetere la differenza, che ora ho accennata, e sopra pag. 127. col. I. dei graniti.
  40. Questo fenomeno dagli antichi scrittori viene attribuito all’incendio delle folte selve de’ Pirenei pel fuoco messovi inavvertentamente da alcuni pastori. Vegg. Goguet Della Orig. delle leggi, delle arti, ec. Tom. I. par. I. lib. iI. art. I. capo IV. pag. 115.
  41. È questa oggidì la comune opinione de' naturalisti. [ Ma non di tutti. Il Passeri nella Storia de’ fossili, ec. Discorso IV. intitolato: Della litogonia, cioè della generazione de’ marmi, §. XIV. seg. crede che i graniti, i porfidi, e simili marmi siano una specie di pietra arenaria; cioè che la loro sostanza sia stata da principio un’arena magra, e ruvida, la quale invasa da un sale oltremodo efficace, ed abbondante ha riempiuto colle sue cristallizzazioni tutti que' piccoli vani, che fra quei corpicciuoli restavano; e comechè il sale regolarmente pende alla figura cubica, nell’ingrossare abbia ritenuto il primo schema, componendo quei lucidi specchietti, che vi si veggono seminati. Cosi il sig. Targioni riportato nell’opera Dei Vulcani, ec. Tom. I. pag. XLVII., ove si ferve anche dell’argomento delle marchesite, che noi abbiamo accennato sopra pag. 129. not. b.; e si veggia l’eruditissima Teoria generale della Terra del P. Becchetti Lez. XI. pag. 336. Lo steso Targioni pag.XXXV. dice che i graniti friabili, che si trovano intorno ai vulcani, simili ai peperini, sieno stati guastati, e decomposti dal fuoco, non che gliene debbano l'origine antecedente. E in fatti il fuoco, se ne fosse l’origine, non li guasterebbe, ma li farebbe sempre più belli.
  42. Mineralog. Tom. I. §. 50. pag. 191.
  43. L'autore dei Nouveau Voyage de Grece, ec. let. 9 pag. 23. dice di averne vedute a Rosetta delle colonne, e altri pezzi.
  44. Altri viaggiatori degni di fede, e che avranno osservato con più attenzione, tra i quali Maillet Description de l’Egypte, let. 9. p. 39., Shaw Voyages dans plus. provinc. ec. Tom. iI. chap. iI. pag. 41., Niebuhr Description de l’Arabie, sec. part. chap. IX. p. 146., ci dicono, che il monte Sinai è un gran masso di granito rosso, a gran macchie. Pococke Voyages, ec. Tom. I. liv. iiI. ch. iiI. p. 435. ci assicura lo stesso intorno a questo monte; e di quello di S. Caterina, che sia di una pietra macchiata, che può mettersi nel numero dei graniti.
  45. Oratio Ægyptica, oper. T. iI. p. 349.
  46. Conveniva spiegare di quale Arabia si deve intendere Aristide. Leggendolo si vede chiaramente, che parla di quella provincia sulle coste dell’Africa all’oriente dell’Egitto verso il mar rosso, che parimenti Arabia si è chiamata sempre dagli antichi, e dai moderni, come da Erodoto lib. 2. cap. 8. p. 106. (contro del quale scrive appunto Aristide l. c.), Strabone lib. 17. pag. 1155. a., Plinio lib. 5. cap. 9. sect. 11. e 12.; e lo fa osservare Prideaux Marmors Oxonien. pag. 103. Perchè confinava coll’Egitto, veniva detta Arabia egizia, come lo attesta Tolomeo Geogr. lib. IV. cap. V. pag. 104., aggiugnendo insieme, che là era il monte, da cui si cavava il porfido: Universum littorale latus juxta Arabicum sinum tenent Arabes Ægyptii, Ichthiophagi, in quibus dorsa montium sunt: Troici lapidis montis; & alabastreni montis; & porphyriti montis; & nigri lapidis; & basaniti lapidis; e sì per questa ragione, come ancora perchè la cava del porfido era verso l’Egitto superiore, ossia Tebaide, e verso l’Etiopia; gli antichi scrittori dicevano, che detta pietra si aveva dall’Egitto, dalla Tebaide, e dall’Etiopia. Plinio lib. 36. cap. 7. sect. 11.: Rubet porphyrites in eadem Ægypto; Sant’Isidoro loc. cit.; Eusebio Eccl. hist. lib. VIII. de Martyr. Palæstjna, c. VIII. pag. 420.: Quorum innumerabilis multitudo jampridem apud Thebaidem versabatur, in loco, qui porphyrites vocatur ex nomine marmoris, quod ibidem essoditur; Sidonio Apollinare Carm. V. Panegyr. Major. v. 34. segg.

    Consurgit solium saxis, qui cæsa nitenti
    Æthiopum de monte cadunt, ubi sole propinquo
    Nativa exustas afflavit purpura rupes;

    Paolo Silenziario Descriptio S. Sophiæ, part. I. vers. 245. e segg. pag. 510.: Variegata, & purpureis splendentes floribus columna .... quas nitiacarum quondam Thebarum montes excelsi peperere.... Porphyreticis histe columnis incumbunt aliæ, ec.; e par. ii. v. 508. e segg. pag. 515.: Multi vero, qui ingentis Nili naves fluviatiles suo presserunt pondere, surgentes lapidei porphyretici tenuibus astris distincti fulgent. E che tutti quelli scrittori intendessero dire di una sola cava pare che possa rilevarsi da quelli luoghi combinati insieme. Si osservi inoltre, che Aristide la chiama celebre cava di porfido, e scrive, che là si mandavano a lavorare i rei; ed Eusebio racconta, che vi si mandavano i cristiani. Vedi appresso pag. 140. not. 1. in fine.

  47. Nel museo de’ signori Nani a Venezia si conserva una mezza statua dai lombi in su, ma senza braccia, rappresentante un sacerdote colla cuffia in capo, dell’altezza di palmi romani 3. e tre quarti, e che pare lavoro egiziano dal disegno che ne ho veduto.
  48. Della maniera di lavorare il porfido si parla nuovamente nel lib. VII. c. I. §. 21. segg.
  49. Oltre le due sorti di porfido sin qui nominate, il verde, e il rosso, v’ha il porfido nero, di cui è una tazza nel Museo Pio-Clementino; e da alcuni si vuole l’urna sotto l’altare di S. Nicola in Carcere. Sopra tutti è rimarchevole il porfido brecciato, del quale è una singolarissima colonna di circa due palmi di diametro, e alta undeci. 11 fondo ne è paonazzo anziché rosso; le macchie grandi, e ben decise sono di color rosso, nero, e verdognolo; mostrando in sé tutti i colori possibili finora osservati nel porfido. Reggeva prima le catene d’una mola sul tevere a ponte rotto; e da alcuni anni è stata trasportata al lodato Museo Pio-Clementino.
  50. Menagio Origine della lingua italiana V. Bricia, riporta questa opinione, ma non la sa approvare. Crede piuttosto che venga dal latino mica, dalla quale parola sia nato con poca alterazione bica, bicum bici, bicium, bicia; e quindi colla giunta d’un r, come è avvenuto in altre parole, bricia, breccia. Ottavio Ferrario Origin. ling. ital. V. Breccia, pensa che dal latino fractio, siasi fatto brectio, breccia, il celtico brix, da cui è nato il germanico brechen, e il francese bresche, brescher.
  51. È stata poi collocata nel semicircolo incontro al catino.
  52. Di breccia gialla è la figura del Museo Pio-Clementino, di cui abbiamo parlato pag. 96. col. 1. Vi è in pietra rossa d’Egitto un’altra figurina in piedi della grandezza d’un palmo incirca, la quale probabilmente rappresenta un Bacco egiziano, simile a un di presso alle figure, che ne porta il conte di Caylus Rec. d’Antiq. Tom. iiI. Ant. Egypt. pl. IV. n. I. e IV., Tom. VI. pl, IX. n. iiI.; e dalla particolare eleganza, con cui è lavorata, si può credere, che sia piuttosto lavoro del tempo de’ Greci.
  53. Norden Voy. d’Egypt. par. I. p. 79.
  54. lib. 36. cap. 13. sect. 19. §. 2. [ Plinio parla non delle piramidi, ma del laberinto, come ne parla anche Erodoto lib. 2. cap. 48. pag. 176. in fine.
  55. Monum. ant. ined. num. 76.
  56. Questo marmo non è né bello, né stimato.
  57. Theophr. de Lapid. post init. pag. 392. [Sembra che parli di Tebe in Grecia.
  58. Questa statua fu trovata circa un mezzo secolo fa, quando scavavansi le fondamenta del Seminario romano, ne’ cui d’intorni era l’antico tempio d Iside in Campo Marzio: e ivi presso su un terreno appartenente ai PP. Domenicani fu disotterrato il mentovato Osiride, Donati Roma vet. ac rec. lib. 1. cap. 22. pag. 80., esistente ora nel palazzo Barberini. L’alabastro della statua d’Iside è più lucido e bianco ch’esser non suole generalmente l’alabastro orientale, e tale era appunto quello d’Egitto, siccome osserva Plinio lib. 36. cap. 8. sect. 12. Queste cose certamente ignorò Giovanni da s. Lorenzo, che nella Dissertazione sopra le pietre preziose degli antichi, par. I. cap. iI. § XXIII. Saggi di dissertaz. dell’Accad. di Cortona, Tom. I. p. 29. scrisse non esservi più nessuna statua egiziana d’alabastro; e che se pur ne furono fatte alcune, devon essere state piccole, e a somiglianza delle mummie. La mentovata Iside dimostra il contrario, avendo la statua, compresavi la sedia colla base, palmi quattro e mezzo di lunghezza. Parecchi grandi vasi alabastrini son nella villa Albani: si sa altronde che l’alabastro è un succo petrificato, di cui si trovano grandi massi. Formasi pure negli antichi acquedotti di Roma; e allorché riattato fu, non ha guari, uno di questi presso s. Pietro, vi si trovò dentro formato del tartaro (o piuttosto una selenite), che è un vero alabastro, il quale dal cardinal Girolamo Colonna fu fatto segare in tavole. In simil guisa si vede l’alabastro formatosi alle volte delle terme di Tito.
  59. Rappresenta una figura virile, e per tale è stata restaurata. Di questo alabastro bianco è la testa di Canopo del Museo Pio–Clementino, che abbiamo lodata alla pag. 83. Può credersi antichissima, e forse del primo stile. Si conosce essere stato un Canopo dal vuoto interno, che corrispondeva al vaso, di cui n’è restato un piccolo pezzo.
  60. lib. 36. cap. 7. sect. 12., & lib. 37. c. 10. sect. 54.
  61. Voleva forse dire, che ha la figura anforale; poiché essendo meno grande di due palmi, e ben lontano dall’aver la grandezza dell’anfora, che era una delle più grandi misure dei Romani antichi, come può vedersi dagli Autori, che cita il Pitisco Lexicon Antiq. Rom. V. Amphora.
  62. Plinio lib. 37. cap. 2. sect. 10. chiama vas amphorale un vaso di quest’alabastro a cagione della sua grandezza. [In questo luogo parla di un vaso di cristallo. Dei vasi anforali di alabastro, ammirati da Cornelio Nepote, ne parla lib. 36. cap. 7. sect. 12. Il più gran vaso d’alabastro orientale, di quelli, de' quali egli scrive lib. 36. cap. 8. sect. 12.: probantur quammaxime mellei coloris, in vertices maculosi, atque non translucidi: è il gran vaso di figura anforale dell’altezza di circa sei palmi colla base, trovato alcuni anni sono sotto una casa a S. Carlo al corso, ove era il Busto o Ustrino de’ Cefari nel Mausoleo d’Augusto; e di la trasportato nel Museo Pio-Clementino,
  63. I moderni naturalisti hanno riconosciuto con sicurezza questo plasma per una semplice cristallizzazione colorita in verde dal rame; e che non abbia che fare col vero smeraldo. Vedi Dutens Des pierres précieuses, ec. prém. part. chap. VIII., Encyclopédie V. Prime a’ Émeraude.
  64. Alle varie specie di pietre egiziane indicate da Winkelmann, alcune altre ne aggiugneremo sulla testimonianza degli antichi scrittori, recati da Biagio Cariofilo de Antiq. marm. pag. 33. e segg., colla scorta de’ quali potremo eziandio individuar le provincie e le latomie d’onde estraevansi, e i varj usi a cui furono adoperati. Dai gioghi de’ monti dell’Arabia egiziana abitata dagli Ittiofagi (mangiatori di pesci) cavavasi, a! dir di Tolomeo [ citato p. 134. n. b. ], non solamente l’alabastro, il porfido, e il basalte; ma eziandio il marmo nero, e un altro detto troico, menzionato pure da Erodoto lib. 2. cap. 8. p. 106., e da Strabone lib. 17. pag. 1162. C.: del qual marmo erette furono le più antiche piramidi. Del porfido, fecondo Plinio lib. 36. c. 7. sect. 11., non s’è fatto uso in Roma [ per fare statue, come ben osserva Cariofilo p. 35., e lo dice Plinio espressamente] prima dell’imperador Claudio. I Greci, da Giustiniano in poi, chiamarono il porfido marmo romano, Codin. de Orig. C. P. pag. 65., perchè forse da Roma aveansi i più bei lavori in tal pietra. Di marmo nero dell’Arabia, detto altresì tebaico, fu fatta elevare dal re d’Egitto Micerino una piramide, Diodor. lib. 1. § 63. p. 74., e una statua se ne fece a Pescerrio Nigro, Spart. in Pesc. Nigr. cap. 13. pag. 675. seg. Tra le pietre arabiche Tolomeo, come vedemmo, novera anche il basalte; Erodoto però lib. 2. cap. 86. pag. 142., Strabone lib. 17. pag. 1161. D., e Plinio loco cit. lo riconoscono originario de’ monti dell’Etiopia: la qual cosa attesta pure il rinomato viaggiatore Pietro Belon de Op. ant. præst. lib. 5., e Obferv. lib. 2. e. 44.: probabilmente amendue i paesi avranno somministrata la stessa specie di pietra. Fra le opere di basalte fu celebre la statua del Nilo circondata da sedici puttini, tutta d’un sol masso, collocata da Vespasiano nel tempio della Pace, Plin. lib. 36. cap. 7. sect. 11. [ È qui da osservarsi l’equivoco d’Arduino nelle note a questo luogo, e di altri, i quali hanno creduto, che tale statua ancora esista al Vaticano; confondendola con altra di marmo bianco, fatta sullo stesso disegno.] Altri marmi traeva l’Egitto dalle provincie meridionali confinanti coll’Etiopia. Uno di questi era il nerissimo marmo obsidiano, così denominato da certo Obsidio che ne scoprì la cava, idem ibid. cap. 26. sect. 67., il qual marmo altro non è che una specie di vetro prodotto da un vulcano. Dall’Etiopia similmente aveasi l'ofite, odia il serpentino, nome datogli per la somiglianza delle sue macchie colla pelle del serpente: e ve n’era di molti colori diversamente disposti. All’ofitico spettano due altre specie di simile marmo, scoperto l’uno a’ tempi d’Augusto, e l'altro di Tiberio, onde il primo chiamossi augusteo, e tiberiano il secondo. Idem ibid. c. 7. sect. 11. Di quello marmo pensa il Cariofilo loc. cit. pag. 29. essere una statua della villa Borghese, creduta da lui un Seneca svenato; ma che Winkelmann, Mon. ant. par. 3. c. 9. §. 2. p. 256., giudica rappresentar un servo; [ e si può provare con altra statua quasi simile, di grandezza naturale, ma in bianco marmo, custodita nel Museo Pio-Clementino, e rappresentante un servo de’ bagni. Winkelmann dice, che è di marmo bigio. Tale è di fatti, e nulla ha dell’ofite, o serpentino. ] Così luculleo fu detto un marmo dell’isola del Nilo da Lucullo, che lo fece il primo trasportare a Roma, Plin. loc. cit. cap. 6. sect. 8. Veniva pur di colà il marmo elefantino, Idem lib. 5. cap. 9. sect. 10.; e ’1 granito, che scavandosi presso la città di Siene, da alcuni senitico diceasi, lib. 36. cap. 8. sect. 13. Oltre la specie di granito, per le sue macchie rossigne o di fuoco, [ o perchè somigliano ai vaghi di frumento, come sostiene Giovanni da s. Lorenzo contro Arduino, Dissertaz. sopra le pietre prez. ec. c. V. §. XXXV. p. 37.] chiamata πυροποίκιλος, ve ne aveva un’altra colle macchie biancastre o cinericce, che ψαρόνιος appellavasi dal nome dello storno, noto uccello di macchie cinericce sprizzato. Altre specie di marmo d’Egitto rammentano altri autori; e tutti que’ sassi avevano!a proprietà d’essere durissimi, onde sommamente lucidi riuscivano, e tanto più pregevoli n’erano quanto più difficili i lavori. [ In conferma di quello, che si è detto in questa, ed altre note riguardo ad alcuni marmi egiziani, aggiugnerò la relazione avuta da’ persone degne di fede, che ne hanno vedute, ed esaminate le cave ancora esistenti in quelle parti. Il porfido nasce nell’Arabia egizia fra il Nilo, ed il Mar rosso all’oriente di Tebe città distrutta. Tebe rimaneva all’incirca dove oggi è Tyar a 25. miglia da Coptos, o Kept verso il mezzo giorno. Il granito rosso nasce nell’Etiopia all’oriente del Nilo, e di Siene città distrutta. Il serpentino, ophites, si cavava verso Tebe, ed anche verso Memfi, non guari lungi dal Cairo. Il marmo nero ha le cave verso Tebe. Il marmo bianco, nell’Arabia tra Suez, ed il monte Sinai. Nell’Egitto superiore, cave di alabastri.
  65. Rec. d’Antiq. Tom. I. Antiq. Egypt. pl. IV. pag. 17.
  66. Si descrive anche Acad. des Inscript, Tom. XIV. Hist. pag. 13.
  67. Maillet Descripiion de l’Egypte, let. 9. pag. 39. scrive, che in Egitto, principalmente dopo che ha piovuto, si trovano fra la sabbia di molte monete, ma poco buone. Saranno forse dei tempi dei Greci. Il signor conte di Caylus nella sua dissertazione sull'imbalsamare degli Egiziani Acad. des Inscript. Tom. XXIII. H. p. 138. pretende, che non si sia mai trovata sotto alla lingua di mummia alcuna moneta, né che lo affermi alcun testimonio di vista. Ma tra questi io leggo Breves nell’Hist. univ. Tom. I. liv. I. chap. iiI. p. 393. in nota, che attesta di avervene vedute d’oro, e del valore di circa due piastre; e Tito Livio Burattino in una lettera presso Kirchero Œdip. Ægyp. Tom. iiI. synt, XIII. cap. IV. p. 400., le dice del valore di circa due, o tre ungheri al più. Avverte che sono in forma di una piccola lametta d’oro: e questa lametta in forma di una foglia, presso a poco d’erice, l’ha poi trovata lo stesso signor conte di Caylus sotto le fasce d’una mummia, e ne dà il disegno colla descrizione Recueil d’Antiq. Tom. iI. Antiq. Egypt. pl. IV. n. iI.
  68. Description ec. Tom. I. book. iI. p. 92.
  69. Nella prima edizione l’Autore descrive in questo luogo una moneta egiziana, che apparteneva al signor Casanova pensionario di Sua Maestà Polacca in Roma, senza darne la figura, che riserbavasi a pubblicare e spiegare altrove. L’Editore viennese ne riporta la figura (qual vedesi alla fine di questo Capo) comunicatagli dal signor professore Lippert di Dresda, e così la descrive nell’Indice delle figure. "Da un lato in un campo quadrangolare incavato v’è un’aquila volante. Nel rovescio v’è un bue con alcuni dei soliti geroglifici egiziani: sopra di esso una palla con due lunghe ale, e con serpenti: presso ai suoi piè dinanzi il Tau egiziano, poco differente da questa figura Storia delle arti del disegno p. 251 a.jpg al di sotto il fulmine con un geroglifico. Ciò però, che più merita l’attenzione de’ curiosi, è un A greco della più antica forma Storia delle arti del disegno p. 251 b.jpg posto sulla coscia dell’animale. Winkelmann crede che questa moneta sia ancora inedita; ma si trova che Pelerin ne ha pubblicata una affatto simile, se non che sulla coscia del bue manca la Storia delle arti del disegno p. 251 b.jpg." [ Era però da osservarsi, che Pelerin, il quale riporta la medaglia Tom. I. pl. VIII. n. 21. p. 46., la crede della città di Crotone in Calabria. Non so se Winkelmann abbia omessa questa perchè poi abbia dubitato, che fosse egiziana; o per li dissapori, che ebbe con Casanova, de' quali ho parlato alla pag. liij. n. a.
  70. Dell’antichità della pittura presso gli Egiziani, si può vedere Goguet Della Orig. delle leggi, delle arti, ec. Tom. iI. past. iiI. lib. iI. cap. V. art. iiI.
  71. Ilia. Tom. V. pag. 25.
  72. Non è probabile che sia biacca, perchè quella diverrà nericcia per le esalazioni animali, o minerali; come si osserva in qualche pittura dei moderni, ove è stata adoprata.
  73. Vegg. Relation du Sayd presso Tevenot Relations de div. Voyag. T. iI. par. iiI. pag. 4., Sicard Mém. des miss. du Levant Tom. iI. pag. 209. 211. e 221., Tom. VII. pag. 37. 160. e 163., Lucas Voyage du Lev. Tom. I. pag. 99. e 106., Granger pag. 46. 47. e 73. Si aggiunga per ultimo, che gli Egiziani, principalmente gli Alessandrini, erano anche eccellenti nel lavorare il vetro, farne vasi, ed altri lavori stimatissimi, e falsificare con esso varie sorta di gemme, come provano il Buonarroti Osservaz. sopra alc. frammenti di vasi, ec. prefaz. pag. V., Juvenal de Carlencas Essai sur l’hist. des bell. lett. ec. Tom. IV. Manufactures, pag. 268., Dutens Origine des decouv. attrib. aux mod. Tom. iI. chap. iiI. §. 202. pag. 55.