Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. I)/Libro secondo - Capo V

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Libro secondo - Capo V

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Capo V.


Arti del Disegno in Fenicia... sulle quali influì il clima.... la figura degli abitanti... il loro sapere... il lusso... e ’l commercio — Figure de’ loro dei — Monumenti rimastici — Panneggiamenti — Delle arti presso gli Ebrei — Le medesime presso i Persi... sebbene favorite dalla loro figura... pur vi fecero pochi progressi... a cagione dell’orrore per la nudità... della maniera di vestire... della religione... e del poco gusto di que’ popoli — Furono pressochè ignote ai Parti — Osservazioni generali sulle arti relativamente agli Egizj, ai Fenicj, e ai Persi.


Arti del Disegno in Fenicia... Se ne eccettui qualche tratto storico, ed alcune osservazioni generali, nulla si può dire di particolare e di ben determinato sul disegno e su i lavori dell’arte presso i Fenicj, i Persi, ed altri popoli orientali; e nemmeno v’è speranza di disotterrare numerosi e ragguardevoli monumenti della loro statuaria, onde maggiori lumi acquistarne e più [p. 145 modifica]estese cognizioni1. Ma siccome fino a noi pervennero alcune monete fenicie e qualche basso-rilievo d’artisti persiani; perciò, nel tessere la storia delle arti, non dennosi interamente omettere quelle nazioni.

Influì su di esse il clima... §. 1. I Fenici, oltre molti altri paesi poscia conquistati, abitavano le più belle coste d'Asia e d'Africa sul mediterraneo; e Cartagine, colonia loro, fabbricata secondo alcuni cinquant’anni avanti la distruzione di Troja2, godea d’una sì temperata e sì costante atmosfera, che, al riferire de’ moderni viaggiatori, a Tunisi città edificata presso i confini dell'antica Cartagine, il termometro sostiensi costantemente tra i 29. e 30. gradi3.

... la figura degli abitanti... §. 2. Doveano per tanto que’ popoli, i quali secondo Erodoto4, erano uomini sanissimi, aver una forma assai regolare, cui naturalmente imitata avranno ne’ disegni delle figure i loro artisti. Livio parla d’un giovane Numida di straordinaria avvenenza, fatto prigioniere da Scipione nella battaglia contro Asdrubale a Becula in Ispagna5; ed è celebrata in tutte le storie la famosa beltà di Sofonisba sposa prima di Siface e poi di Massinissa.

[p. 146 modifica]... il loro sapere... §. 3. Era quel popolo, al dir di Mela6, amante della fatica, e sì in guerra che in pace segnalossi, rendendosi celebre nelle lettere e nelle scienze non meno che nelle armi. Quelle fiorivano già presso di loro, quando rozzi ancora e barbari erano i Greci: Mosco di Sidone7 insegnato aveva il sistema degli atomi avanti la guerra di Troja; e l’astronomia e l’aritmetica8 furon dai Fenicj portate al più alto grado di perfezione, se pur non ne furon essi gl’inventori. Soprattutto però si distinsero pei loro ritrovati nelle arti9, onde Omero10 appella grandi artisti i Sidonj. Salomone chiamò fenicj artisti per edificare il tempio e ’l real palagio. Presso i Romani medesimi i migliori intagli in legno erano lavoro di punico scarpello; e quindi è che presso gli antichi scrittori trovasi sovente fatta menzione di punici letti, finestre, torchi, ed altri utensili11.

... il lusso... §. 4. La ricchezza presso loro nutriva le arti; e ognuno sa quanto declamassero i Profeti contro il lusso di Tiro. Narra Strabone12 che anche a’ giorni suoi v’erano colà case più alte che a Roma, e dice Appiano13 che nella Birsa, cioè nell’interno della città di Cartagine, erano ben anche di sei piani. Statue indorate vedeansi ne’tempj loro, e tal era un Apollo in Cartagine14; anzi troviamo pur fatta menzione di colonne d’oro, e di statue di smeraldo15. Livio rammenta uno scudo d’argento che pesava cento trenta libre, [p. 147 modifica]su cui lavorata era l’effigie d’Asdrubale, fratello d’Annibale, scudo che fu poscia appeso nel Campidoglio16.

... e ’l commercio. §. 5. Estendeasi il traffico loro quali a tutta la terra allor conosciuta, e quindi apportavano in ogni luogo le opere de’ loro artisti. Avean anche edificati de’ tempj nelle isole che possedeano in Grecia, e fra queste in Taso17 uno ne aveano dedicato all’Ercole fenicio, più antico ancora dell’Ercole greco. Sarebbe per tanto verosimile che i Fenicj, i quali aveano portate nella Grecia le scienze18, v’avessero eziandio portate le arti, se ciò non venisse contraddetto dalle storie. E’ però da osservarsi che Appiano19 fa menzione di colonne joniche esistenti nell’arsenale del porto di Cartagine20. Gran comunicazione aveano i Fenicj cogli Etruschi, e sappiamo diffatti che21 questi erano alleati ai Cartaginesi, quando sconfissero l’annata navale di Jerone re di Siracufa.

Figure de' loro dei. §. 6. I Fenicj, come gli Etruschi, adoravano divinità alate, se non che quelle de’ Fenicj più assomigliavansi alla maniera egiziana, avendo le ale attaccate ai fianchi, daddove cadendo andavano ad ombreggiarne i piedi, siccome vedesi nelle figure delle monete di Malta22, isola posseduta un tempo dai Cartaginesi23; onde è probabile che dagli Egizj

[p. 148 modifica]avessero ciò appreso. Poterono però gli artisti cartaginesi in seguito molto imparare e perfezionarsi su i lavori de’ Greci depredati a’ Siciliani, ai quali furono poscia restituiti per comando di Scipione dopo la presa di Cartagine24.

Monumenti rimastici. §. 7- De’ fenicj lavori nulla ci è pervenuto, fuorché alcune monete cartaginesi coniate in Ispagna, in Malta, e in Sicilia25. Fra le prime se ne veggono dieci della città di Valenza nel palazzo gran-ducale di Firenze26, le quali paragonar si possono colle più belle monete della Magna-Grecia27. Sì perfette sono le coniate in Sicilia, che, se non avessero lettere puniche, dalle più belle medaglie greche non distinguerebbonsi; e monsignor Lucchesi vescovo di Girgenti ne possiede alcune d’oro che sono rarissime. In alcune d’argento v’è da un lato il capo di Proserpina, e dall’altro la testa d’un cavallo ed una palma28: su altre vedesi un cavallo intero29 presso alla stessa pianta. Pausania fa menzione di certo Boeto artista cartaginese30, che avea lavorate delle figure in avorio nel tempio di Giunone in Elide. Fra le gemme non mi son note che due teste col nome della persona in carattere fenicio, delle quali ho parlato nella descrizione del gabinetto di Stosch31.

Panneggiamenti. §. 8. Circa il vestito particolare delle loro figure tanto poco rileviamo dalle monete quanto dagli scrittori, dai quali soltanto ricavasi che i vestiti fenicj aveano lunghe maniche32; e tali portavanle in Roma gli attori che nella commedia rappresentavano personaggi africani33. Si vuole34, che i [p. 149 modifica]Cartaginesi non usassero pallio35. Erano molto in uso presso i Fenicj, come presso i Galli, i panni rigati, e n’è diffatti vestito il mercante fenicio fra le figure dipinte del Terenzio del Vaticano. Sembra doversi intendere particolarmente de’ Cartaginesi l’epiteto discinctus, attribuito dai poeti all’Africano e al Libico36; poiché quelli realmente discinta e sciolta la veste portavano.

Arti presso gli Ebrei. §. 9. Che se poco ci è noto in quale stato fossero le arti presso i Fenicj, più scarsi lumi ancora abbiamo riguardo agli Ebrei. Si sa però che anche ne’ tempi, in cui più fiorì questa nazione, chiamaronsi all’uopo gli artisti dalla Fenicia37; e siccome gli Ebrei riputavano le belle arti quali cose superflue alla vita, anche a questo titolo è verosimile che essi punto non le coltivassero. In oltre la statuaria, almeno riguardo all’effigiare la divinità sotto umane sembianze, era loro interdetta38. La forma degli Ebrei avrebbe potuto presso di loro, come presso a’ Fenicj, somministrare delle belle idee e de’ bei modelli39.

[p. 150 modifica] §. 10. Malgrado però il poco conto che essi faceano delle belle arti, è probabile che, se non la statuaria, il disegno almeno pei lavori d’uso domestico abbiano portato ad un certo grado di perfezione, poiché Nabucodonosor dalla sola Gerusalemme40, oltre un numero grande di altri artigiani, condusse seco mille lavoratori d’intarsiatura: numero sorprendente, che oggidì appena troverebbe un giornaliero lavoro nelle più popolose delle nostre città. La parola ebraica, che indica i summentovati artefici, sì nelle traduzioni che ne’ dizionarj, è stata mal intesa e spiegata41, anzi da alcuni interamente omessa42.

Le medesime presso i Persi... §. 11. Lo stato delle arti del disegno presso i Persi merita qualche considerazione, poiché rimangonci de' [p. 151 modifica]monumenti loro in marmo, sulle gemme, e in bronzo. V’ha de’ marmi lavorati a figure in basso-rilievo nelle ruine della città di Persepoli. Le loro gemme sono calamite o calcidonie di forma cilindrica traforate pel loro asse. Alcune ne ho vedute in varie collezioni, e due ne sono nel museo del sig. conte di Caylus da lui pubblicate43. Su una sono incise cinque figure, e due sull’altra, coll’iscrizione di antico carattere persiano in forma colonnare, cioè colle lettere collocate perpendicolarmente una sotto l’altra. Tre simili gemme sono nel museo del duca Caraffa Noya, che erano dianzi nello Stoschiano, e delle quali una ha pure l'iscrizione antica in forma colonnare. Le lettere di quella gemma, come dell’altra testè mentovata, fono affatto simili a quelle che veggonsi nelle ruine di Persepoli. Nella descrizione del museo di Stosch44 ho parlato d’altre gemme persiane, e di quelle pure che pubblicate furono dal Bianchini45. Alcuni scrittori non conoscendo lo stile dell’arte persiana hanno prese per greche certe gemme di quella nazione che non aveano epigrafe46; de Wilde47 ha creduto di vedere in una di esse la favola d’Aristea, e in un’altra un re della Tracia.

§. 12. Tranne alcune monete, non mi è noto altro monumento di persiano lavoro in bronzo, fuorché un ponzone quadrilungo che ha un pollice di lunghezza, esistente presso il sig. Hamilton. Rappresenta una figura coll’elmo in capo, che le ricopre anche il viso, e immerge la spada nel corpo d’un leone che a lei fu due piedi s’avventa: tale rappresentazione è comune sulle gemme, summentovate. [p. 152 modifica]Potrebbe qui pure farsi menzione d’una moneta d’argento che si vuol coniata prima d’Alessandro il Grande48. Il diritto rappresenta una quadriga con due figure, l’una barbata colla berretta persiana, e l’altra che tien le redini; nel rovescio vedesi una nave a remi con alcune lettere sconosciute.

... favorite dalla loro figura... §. 13. Che i Persi fosser di bella figura, oltreché fede ne fanno i greci scrittori, si può inferire da una testa con elmo del museo Stoschiano49, fatta a rilievo fu una pasta di vetro di mediocre grandezza, intorno a cui gira l’iscrizione in antichi caratteri persiani. Ha questa una forma regolare e simile alle teste europee: forma, che pur hanno quelle delle grandi figure a rilievo di Persepoli50, fatte disegnare da Bruyn51. Per tanto l'arte era colà favorita dalla natura. I Parti, che abitavano un’estesa provincia del famoso regno de’ Persi, prendeano molto in considerazione la bellezza nelle persone, che a dignità superiori e al comando innalzavano. Surena Generale del re Orode, piucchè per altre doti, fu celebre per la beltà52, cui pure studiavasi d’accrescere collo imbellettarsi53.

...vi fecero pochi progressi.. a cagione dell'orrore per la nudità... §. 14. Ciò non ostante ben pochi progressi fecero le arti presso i Persi, della qual cosa andremo rintracciando le probabili cagioni. Sembra che presso que’ popoli l’effigiare figure ignude folle contrario alla decenza e al buon coftume 54, e che la nudità presso loro andasse unita ad una specie di mal augurio; onde niuno fra’ Persi vedeasi mai senza veste55; il che può dirsi eziandio degli Arabi56. Indi è che gli artisti di quella nazione trascurarono ciò in che [p. 153 modifica]consiste il più sublime dell’arte, cioè il disegno del nudo; e per conseguenza ne’ panneggiamenti delle loro figure non istudiavansi punto d’indicare e seguire i contorni del nudo, siccome in seguito fecero i Greci, ma purché rappresentar potessero una figura vestita, loro bastava.

... della maniera di vestire... §. 15 Probabilmente il vestire de’ Persi non sarà stato molto diverso da quello degli altri popoli orientali, i quali portavano una sottoveste o tunica e, come a dire, camicia di lino, e sovra essa una veste di lana, sulla quale allacciavansi un manto bianco57, amando principalmente di portare abiti a fiori58. La veste de’ Persi tagliata a quattro angoli59 doveva esser simile alla così detta veste quadrangolare delle donne greche, ed aveva, al dire di Strabone60, lunghe fino alle dita le maniche, nelle quali nascondevano le mani61. Siccome i Persi non portavano di que’ manti o pallii, che per la loro ampiezza in più maniere adattar si potessero, perciò nelle loro statue sempre si scorge certa uniformità, per cui sembrano tutte effigiate sullo stesso modello; e le figure incise sulle gemme in ciò somigliano a quelle che trovansi fra le ruine delle fabbriche loro. Nulla dir si può in particolare della veste femminile de’ Persi, non essendoci, ch’io sappia, pervenuto nessun antico lor monumento con figure muliebri62. La loro veste virile è sovente [p. 154 modifica]messa a piccole pieghe regolari; e fu una delle mentovate gemme del museo del duca Noya se ne distinguon otto ordini che dalle spalle scendono sino ai piedi. Ivi su un’altra gemma vedesi un drappo, che con simili pieghe cade da una sedia fino al basso63. Presso gli antichi Persi una veste a grandi pieghe teneasi per un’effeminatezza64.

§. 16. Questi popoli si lasciavano crescere i capelli65, i quali in alcune figure virili, come nelle etrusche, messi a treccia cadono lungo il collo per dinanzi66; e soleano fasciarsi il capo con un sottile pannolino67, da cui forse deriva il turbante usato a’ nostri giorni dagli orientali. Alla guerra portavano generalmente una specie di cappello cilindrico e come fatto a torre68. Sulle gemme veggiamo pur talora delle berrette coll’orlo ripiegato a somiglianza delle nostre berrette di pelliccia69.

... della religione ... §. 17. Un'altra cagione del poco progresso delle arti presso i Persi deve rifondersi nel culto religioso, da cui esse nessun vantaggio traevano. Era domma presso di loro che non si dovesse mai la divinità rappresentare sotto umane sembianze70. Il fuoco e il cielo visibile eran l’oggetto principale del culto loro, e se crediamo ai più antichi tra [p. 155 modifica]i greci scrittori, essi nè tempj aveano nè altari71. Vedesi, è vero, il dio persiano Mitra in varj luoghi a Roma, e nominatamente nelle ville Albani, Borghese, e Negroni; ma da nessuna storia ci costa che gli antichi Persi lo rappresentassero, e sotto quella forma; onde dobbiamo credere esser queste figure lavorate in Roma da artisti greci o romani ai tempi de’ Cesari, come la veste loro e lo stile chiaramente dimostrano. Diffatti la berretta frigia e le lunghe brache date loro sembrano indicare divinità straniere, essendo questo un distintivo di convenzione nell’arte per dinotare i popoli rimoti; e sebbene comuni presso i Persi fossero le brache (ἀναξυρίδες); tali però non erano, per quanto sappiamo, le berrette72. Narra Plutarco73 che il culto del dio Mitra era stato introdotto da que’ Pirati, i quali dopo varie sconfitte furono finalmente da Pompeo distrutti; e [p. 156 modifica]giugne che tal culto si era indi in poi sempre conservato. Non cercheremo qui di spiegare gli attributi delle mentovate figure, poiché ciò non appartiene al nostro scopo, e altronde molti hanno già sopra di quello fatte delle ingegnose ricerche74.

§. i8. Ma sebbene la religione de’ Persi non influisse a pascere e a sollevare lo spirito degli artisti, pure scorgiamo dai monumenti rimastici, che vi suppliva in molta parte la fantasia loro, veggendosi fra le loro gemme degli animali alati con capo umano, che portano sovente corone a molte punte, ed altre ideali figure da fervida e vivace immaginazione prodotte.

[p. 157 modifica] ..e del poco gusto di que' popoli... §. 19. I Persi amavano a sovraccaricare d’ornati i loro edifizj, i quali, sebbene altronde magnifici e sontuosi, molta parte così perdevano della loro maestà75. Le gran colonne di Persepoli hanno quaranta scanalature, ma larghe solo tre pollici; laddove le colonne greche non ne aveano mai più di ventiquattro, e sovente meno, ma quelle eccedevano talora la larghezza d’un palmo; e nel tempio di Giove a Girgenti sì grandi erano da contenere un uomo di giusta proporzione, siccome può vedersi anche oggidì dagli avanzi che ne restano in quelle ruine. Porle anche pareva a Persi che le scanalature, comunque moltiplicate, non ornassero abbastanza le loro colonne, poiché ne fregiavano ancora la parte superiore con figure rilevate.

§. 20. Possiamo conchiudere da quanto si è detto fin qui dell’arte de’ Persi, che, ove pur ce ne fossero rimasti in maggior copia i monumenti, non avremmo da essi potuto trarne molto profitto per le arti del disegno. Probabilmente conosceano eglino stessi la poca abilità de’ loro artisti76; onde Telefane, scultore di Focide nella Grecia, fu condotto a lavorare pei due re di Persia Serse e Dario77.

Furono pressochè ignote ai Parti. §. 21. Quando in seguito di tempo i Parti, che dianzi formavano una provincia dell’impero persiano, si ebbero [p. 158 modifica]dato un re, e un possente impero ebbero stabilito, le arti stesse presero presso di loro una nuova forma. Quello però si dovè ai Greci, i quali anche prima de’ tempi d’Alessandro abitavano intere contrade della Cappadocia, e ne’ tempi ancor più rimoti eransi stabiliti nella Colchide78, ove li chiamarono Achei Sciti. Da queste provincie fu facile ad essi il penetrare e so stendersi nella Partia, introducendovi ad un tempo stesso il linguaggio e le costumanze loro. Diffatti alla corte dei re parti rappresentavansi greci spettacoli; e Artabaze re d’Armenia suocero di Pacora figlio d’Orode scrisse tragedie, storie, e discorsi in greco idioma79. L’accoglienza predata da que’ principi ai Greci, e la stima da essi fatta della greca favella passò pure agli artisti di quella nazione; ond’è assai probabile che le monete partiche con greca iscrizione siano state bensì coniate da greci artisti, ma da quelli che educati furono ed istruiti nella Partia; poiché nell’impronto vi si scorge sempre un non so che di strano e di barbaro80.

Osservazioni generali sulle arti relativamente agli Egizj, ai Fenicj, e ai Persi. §. 22. Paragonando insieme le arti dei popoli, de’ quali abbiamo trattato il questo libro, potremo fare alcune generali osservazioni. Nel governo monarchico si dell'Egitto che della Fenicia e della Persia, ove un re dispotico non divideva con altri i sommi onori, niun servigio e niun merito de’ cittadini era ricompensato coll’erezione d’una statua81, siccome è avvenuto ne’ paesi liberi, e nelle antiche come nelle più recenti repubbliche; né trovasi mai fatta [p. 159 modifica]menzione d’alcun monumento eretto in que’ regni in memoria di grandi imprese. Cartagine compresa nello stato de’ Fenicj era, a vero dire, una città libera, e colle proprie leggi governavasi; ma la gelosia di due possenti partiti non avrebbe permesso mai, quando anche si fosse proposto, che si concedesse ad un cittadino l’onore dell’immortalità. Un duce presso di loro era bensì sempre in pericolo di pagare colla vita un errore comunque leggiero; ma nelle loro storie non leggesi mai fatta menzione di grandi onorificenze accordate ai gran generali. Le arti presso quelle genti erano per lo più limitate ad oggetti di religione, e quella legava, per dir così, lo spirito dell’artista alle sole forme da lei approvate.

§. 23. Gli Egizj, i Fenicj, e i Persi, ne’ tempi in cui fiorirono, ebbero probabilmente poca comunicazione fra di loro82. Ciò è noto riguardo ai primi; e siccome i Persi non si estesero che ben tardi fino alle coste del mediterraneo, così per lo innanzi poco commercio poterono aver co’ Fenicj, i quali aveano altresì diverso il linguaggio e l’alfabeto medesimo. È probabile per tanto che una differenza pure si scorgesse nelle arti loro. In queste i Persi hanno fatto un ben tenue progresso; gli Egizj tenderono al grandioso; e i Fenicj cercarono soverchiamente l’ornato ne’ loro lavori, come si può dalle loro stesse monete inferire. Né ciò forse alla sola mancanza di gusto si deve attribuire; ma probabilmente lo faceano, perchè dovendo per mezzo del [p. 160 modifica]commercio trasportare in paesi stranieri le opere dell’arte, convenia loro lavorare principalmente i metalli in una maniera che al più gran numero piacesse. Non è quindi inverosimile che fenicie sieno alcune statuine di bronzo, le quali generalmente credonsi greche83.

§. 24. Non v’hanno fra gli antichi monumenti statue più guaste delle egiziane, che sono di sasso nero. Alle greche statue s’è contentato il furore ignorante degli uomini di troncare il capo e le mani, rovesciandone al suolo il rimanente, che col cadere rompevasi in altre parti; ma le egiziane, e quelle che da’ greci artisti in sasso d’Egitto sono state lavorate, siccome dal solo atterramento poco avrebbono sofferto, sono state rotte a gran colpi; e le teste, che pur nel cadere e rotolarli sarebbonsi serbate illese, sono state in molti pezzi infrante. Chi sa se tal insensato furore non nacque dal color nero di quelle statue, dal quale forse si argomentò che lavoro fossero del principe delle tenebre, o immagini de’ maligni spiriti, che neri sogliono rappresentarsi? Osserva a questo proposito lo Scamozzi84, parlando del tempio di Nerva, che principalmente riguardo agli edifizj sembra essersi presi di mira ed atterrati quelli che il tempo, per la costruzione loro, avrebbe rispettati; gli altri per l’opposto lasciando illesi, che alle ingiurie degli anni presto doveano cedere.

§. 25. Per ultimo sono da osservarsi come una singolarità alcune piccole figure formate secondo lo stile egiziano, e segnate con iscrizione arabica. Tre ne sono a mia cognizione: una è di monsignor Evodio Assemani custode della biblioteca Vaticana; e un’altra sta nella galleria del Collegio romano, la quale ha lettere arabiche sulle cosce, sulla [p. 161 modifica]schiena, e sopra la berretta piatta: amendue hanno un palmo all’incirca d’altezza, e sono sedenti: la terza, esistente nel museo del conte di Caylus85, è in piedi, ed ha le lettere arabiche sul dorso soltanto. Le prime due sono state trovate presso i Drusi, popoli abitatori del monte Libano; ed è verosimile che quindi sia pur venuta la terza. Questi Drusi, che credonsi discendenti dai Franchi colà rifugiatisi al tempo delle crociate, si dicono cristiani, ma adorano, segretamente per timore de’ Turchi, certi idoli simili alle mentovate figure; e siccome difficilmente li lasciano vedere, perciò in Europa si considerano come un oggetto di curiosità86.


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Note

  1. Probabilmente i Fenicj non ebbero mai statue o bassi-rilievi in marmo: altrimenti come mai i Romani, che le loro soggiogate città depredarono, non avrebbero eglino trasportati nella capitale que’ monumenti dell’arte fenicia, siccome fatto aveano delle opere degli Etruschi, de’ Greci, e degli Egizj? E se ciò fosse avvenuto, come non ne avrebbero parlato gli storici nel descrivere le prede fatte a Cartagine, e in altre città fenicie? Come fra le tante reliquie di antichi lavori, che si sono dissotterrate in Roma, non si è trovato mai verun avanzo di statua o di basso-rilievo spettante a quella nazione? Si servirono bensì i Romani frequentemente del marmo numidico o libico (che anche oggidì chiamasi breccia africana), ma soltanto per formarne colonne, lastricarne i pavimenti ed intonacarne le pareti, Juvenal. Sat. 7. v. 182., Horat., Varron., Sveton. &c.; poichè essendo quel marmo irregolarmente a più colori macchiato, non potea adoprarsi per farne delle figure. Il primo, che introdusse in Roma il marmo numidico, fu M. Lepido, Plin. l. 36. c. 6 sect. 8. che n’adornò l’atrio della propria casa. L’imperador Adriano cento colonne di marmo libico fece trafportare in Atene, e venti a Smirne per adornare i ginnasj da lui eretti in quelle città, Pausan. lib. 1. cap. 18. pag. 43. in fine, e Marm. Oxon 21. [Stazio Sylv. lib. 1. cap. 5. v. 25. segg. parlando dei varj preziosi marmi, che ornavano il bagno di Claudio Etrusco, vi mette il marmo bianco, che si cavava nei monti di Tiro, e di Sidone:

    So!a nitet flavis Nomadum decisa metallis
    Purpura, sola cavo Phrygiæ quam synnados antro
    Ipse cruentavit maculìs lucentibus Atys:
    Quaeque Tyrus niveas secat & sidonia rupes,

  2. Appian. De Bell. punic. princ.
  3. Shaw Voyag. Tom. 1. pag. 281.
  4. lib. 2. cap. 44.. pag. 125.
  5. lib. 27. cap. 20. n. 19.
  6. lib. 1 cap. 12.
  7. Strab. Geogr. lib. 16. pag. 1098. C.
  8. Strab. l. 17. p. 1136. B., Goguet Dell'Origine delle leggi, ec. Tom. I. par. I. l. iI. capo iI. art. I. pag. 168.
  9. Bochart Phal. & Can. lib. 4 cap. 35 [ Goguet loc. cit. Iib. IV. cav. iI. art. 1. p. 236. Sidone era celebre per la fabbrica delle tele di lino, delle tapezzerie, e veli preziosi, per l’arte di lavorare i metalli, per la maniera di tagliare il legno, e di metterlo in opera, per l’invenzione del vetro. Tiro si rese famosa per l’arte di tingere i panni, e particolarmente per l’invenzione della porpora, per il segreto di lavorare l’avorio ec.
  10. Iliad. lib. 23. v 743
  11. Scalig. in Varr. de Re rust. lib. 3. cap.7. § 3. Tom. I. pag. 340.
  12. lib. 16. pag. 1098. princ.
  13. De Bell. punic. pag. 79. [Dice soltanto che v’erano case alte.
  14. Ibid. pag. 79. D.
  15. Il sig. Dutens Des Pierres précieuses &c. ch. VII. sospetta che gli antichi non conoscessero il vero smeraldo, e che dessero il tal nome allo spato fusibile, al fluore, al plasma di smeraldo, ec. Egli ciò argomenta non meno dalle descrizioni dello smeraldo dateci da Teofrasto e da Plinio, che dalle sttue e da altri grandi lavori, che presso gli antichi diconsi fatti in questa pietra, di cui certamente sì grandi massi non trovansi. [ Da Erodoto lib. 2. cap. 144. p. 124. abbiamo che nel tempio d’Ercole a Tiro vi fossero due colonne, una d’oro, e l’altra di smeraldo, non già statua. Teofrasto de Lapid. pag. 391., e con lui Plinio lib. 37. cap. 5. sect. 19. parlando di questa colonna aveano sospettato, che non fosse di vero smeraldo, ma di plasma di smeraldo, che si cavava nell’isola di Scio. Vedi sopra pag. 41. not. a., e Mignot six. mém. sur les Phenic. Acad. des Inscr. T. XXXIV. pag. 291. La colonna d’oro fu collocata in quel tempio dal re Hiram, al dire di Menandro d’Efeso presso Giuseppe Flavio Contra Apion. lib. 1. cap. 18., il quale l’aveva avuta in dono da Salomone, come scrive Eupolemo presso Eusebio de Præpar. evang. l. 9. c. 34. in fine, pag. 451.
  16. lib. 25. cap. 24. n. 39.
  17. Herodot. lib. 2. c. 44. p. 125.
  18. Idem lib. 5. c. 58. pag. 399.
  19. De Bell. punic. pag. 57.
  20. Vorrebbe il P. Bertola Lezioni di Storia, Fenicj c. 3. p. 179., che Winkelmann, andando colla sua regola dell'influsso del clima nel libro I. capo iiI., avesse fatta qualche differenza tra le arti dei Fenicj, e dei Cartaginesi, benché questi siano colonia di quelli.
  21. Herodot. lib. 6. c. 17. pag. 446.
  22. Descript. des pierr. grav. du Cab. de Stosch, préf. pag. XVIII.[ Paruta Sicilia numism. Tab. 139. n. 1. 3. 4. 5.
  23. Liv. lib. 21. cap. 20. n. 51.
  24. Appian. De Bell. pun. pag. 82.
  25. Il sig. abate Passeri Pict. Etrusc. T. I. Vind. Etr. pag. XXI. scrive, che nella Sicilia si veggono vasi con caratteri fenicj, ma senza pitture.
  26. Noris Lett. num. 68. pag. 213. B. [Le crede di artista greco.
  27. Leggo nel Giornale letterario dai confini d’Italia n. 38. p. 299. 1782., che l'Accademia di Cortona abbia ultimamente acquistate diverse di quelle monete Cartaginesi in bronzo, e due in argento.
  28. Golz. Magna Græcia, Tab. 12. n. 5. 6.
  29. Di quella seconda specie di medaglie fenicie ne sono alcune ne’ musei gran-ducale dì Firenze, e reale di Napoli. In Golzio non ve n’è nessuna.
  30. lib. 5. cap. 17. pag. 419.
  31. ch. 4. sect. 1. n. 42. e 43. pag. 415.
  32. Ennius ap. Gell. Noct. Actic. l. 7. c. 12.
  33. Scalig. Poet. lib. 1. cap. 13.
  34. Salmas. ad Tertull. de Pallio, p. 56.
  35. Il Salmasio citato qui dall’Autore, ben lontano dal credere che i Cartaginesi non portassero pallio, dimostra che presso loro era in uso, e che pallii di varie maniere aveano essi, doppi, semplici, quadrati e tondi: nè potea opinare diversamente senza contraddire a Tertulliano, il cui libro de Pallio prende a commentare: libro scritto per rendere ragione dell’esser egli passato dalla toga (veste romana introdotta allora in Cartagine) al pallio, che era un abito africano antiquato, ed usato solo dai filosofi.
  36. Virg. Æneid. lib. 8. verf. 24., Juven. Sat. 8. vers. 120., Silius Ital. De Bello pun, lib. 2. vers. 56.
  37. Regum lib. 3. cap. 5. v. 6.
  38. La legge mosaica Exodi cap. 20. v. 4., propriamente proibiva il farli immagini da venerare; ma non già immagini di angeli, d’uomini, e d’animali per ornamento, o per qualche memoria. Così distinguono gl’interpreti. Vegg. Menochio de Republ. Hebr. lib. 7. cap. 2. n. 1. Quindi è che Mosè istesso fece fare i cherubini sopra l’arca, ivi c. 37. v. 8., ed altri di gigantesca statura ne fece fare Salomone per il tempio, Regum lib. 3. cap.6. v. 23., e dodici bovi di bronzo per reggere la gran tazza parimenti di bronzo, detta il mare di bronzo per antonomasia, ivi c. 7. v. 23. segg. Giovanni Nicolai De Sepulcr. Hebr. lib. 4. cap. 1. §. 5. Thes. Ant. Sacrar, Ugolini Tom. XXXIII. col. 504., crede che diversi luoghi dell’antico Testamento vadano intesi di statue alzare in memoria di defonti. Ciò non ostante gli Ebrei dei tempi posteriori estesero la legge ad ogni sorta di figure anche le più indifferenti: onde ebbe a dire Origene Contra Celsum lib. 4. c. 37.: Nullus pictor, sculptor nullus in eorum civitate erat. Lex enim omnes harum artium professores exterminari jusserat: ut nulla esset fabricandorum simulacrorum occasio. Giuseppe Flavio Antiq. Jud. l. 18. c. 5. n. 2. Operum Tom. I. p. 884. racconta che i principali fra gli Ebrei andarono a pregare l’imperatore Vitellio, che non facesse passare pel loro paese stendardi romani, perchè rappresentavano aquile, ed altre figure.
  39. Vedi sopra le note alla pag. 62.
  40. IV. Reg. cap. 24. v. 16.
  41. Nel senso del nostro Autore l’aveva già spiegata S. Girolamo. Ma gli epiteti di forti, e di bellicosi, che dà il sacro storico a quelli artisti, hanno fatto credere al Vatablo, al Menochio, e ad altri, con maggior probabilità, che detta parola debba intendersi di professori di arti necessarie, anzi che di voluttuose. Così persuade anche il contesto, e il fine, che doveva avere in mira Nabucodonosor, d’impedire che la città di Gerusalemme non si rifabbricasse.
  42. Potrà taluno trovare soverchiamente breve e mancante questo paragrafo, che tratta dell’arte presso gli Ebrei, tanto più che alcuni scrittori a loro attribuiscono l’invenzione delle belle arti, come di quelle del disegno. Noi non siamo certamente di quella opinione, né crediamo con Cedreno Synops. Hist. Tom. I. pag. 45. in fine, che Sarug sia stato il primo ad ergere statue per onorare coloro che dato avessero alcun saggio di azioni virtuose, e che l’arte sua passando da padre in figlio sia pervenuta al suo pronipote e padre d’Abramo Thare, il quale abbiane abusato creando l’idolatria. Abbiamo però de’ certi argomenti per credere che le arti del disegno fossero da’ più rimoti tempi esercitate da quel popolo. Il vitello d’oro, Exod. c. 32. v. 4. (o piuttosto il capo di vitello innestato sulla figura di corpo umano ad imitazione del dio Api) fuso, e poscia polverizzato, suppone molte cognizioni non solo di disegno, ma eziandio di metallurgia e di chimica. Il tabernacolo ordinato in seguito da Mosè, ed eseguito dagli artefici Beselfel ed Ooliab, dallo stesso sacro storico commendati, ib. c. 35. v. 30. e 34., ne somministra un nuovo argomento. Osservisi che a quell’epoca l’arte presso le altre nazioni era ancor bambina. Non parleremo dei Sicli, de’ quali alcuni pretendonsi coniati ai tempi d’Abramo: essi sono riconosciuti come una moderna impostura. V. Deiling. de Re numm. vet. Hebr. , Reland, de Numm. Samon., Basn. Sur les medaill. &c. L’arte medesima era nota ai popoli confinanti della Giudea, che foggiavano in metallo, in pietra e in legno quegl’idoli, che al popolo eletto furono da Dio proibiti, Exod. 20. 23. e de’ quali si fa menzione ne' salmi di Davide Ps. 113. v. 4., e nel libro della Sapienza, cap. 14. v. 18. e 21. L’edificazione del tempio e de’ palagi reali mostra quanto gli Ebrei fossero versati nell’architettura. Pensa il Cariofilo de Ant. mar. pag. 71., che le pietre per tali fabbriche siano state prese dal monte Libano. Quelle, onde fu costruito il palagio di Salomone, erano bianche, Joseph. Ant. Jud. lib. 8. cap. 5. num. 2. A’ tempi di Giustiniano furono cavate da un monte presso Gerusalemme delle colonne d’un marmo di color fiammeggiante, Procop. de Ædif. Just. lib. 5. cap. 6. pag. 103. in fine. [ Erano di color bianco anche le pietre, o marmi, de’ quali fu fabbricato il famoso mausoleo de' Maccabei, come dice lo stesso Giuseppe Flavio lib. 11. cap. 6. §. 5. Aggiugne che questo monumento era maraviglioso, e per tale viene descritto Maccab. lib. 1. cap. 13. vers. 28. e 19. Era adornato da sette piramidi, da gran colonne, sopra le quali erano scolpite delle armi; e accanto a queste delle gran navi, che si vedevano sino da chi stava in mare,
  43. Rec. d'Ant. Tom. iiI. pl. 12.
  44. cl. 1. sect. 4. n. 127. pag. 29.
  45. Ist. Univ. cap. XXXI. pag. 537.
  46. Se da una parte vi sono ragioni di conghietturare che i Persi avessero un’arte e uno stile loro proprio, vi sono pur altronde argomenti per credere che tutte le loro figure rimateci siano lavoro di greco scarpello. Lo stile ne’ monumenti, che diconsi persiani, s’assomiglia moltissimo al greco; onde per greci lavori sono stari riconosciuti da non pochi eziandio valenti antiquarj. Non trovasi mai presso gli antichi scrittori fatta menzione dell'arte persiana, o d’artisti di quella nazione: ed è altronde probabile che, dopo la conquista della Persia fatta da Alessandro, i greci artisti colà si portassero ad esercitarvi i loro talenti. [Vedi appresso al §. 20.
  47. Gem. Ant. num. 66. e 67.
  48. Pelerin Recueil de medailles des Rois, qui n’ont point enc. été publ. ec. pag iiI. e V. [La crede battuta da qualche re persiano nella Siria, ove è stata trovata; e i caratteri li crede fenicj.
  49. Descript. &c. cl. I. sect. 4. num. 126. paq. 28.
  50. Greave Descript. des Ant. de Persepolis.
  51. Voyage en Perse, ec. Tom. iI. p. 289.
  52. App. Parth. pag. 141.
  53. Idem ibia.
  54. Achmet Oneirocr. lib. 1. cap. 127. p. 80.
  55. Herodot. lib. 1. cap. 8. pag. 8., Xenoph. Orat. de Agesil. pag. 655. D.
  56. La Roque Moeurs des Arab. pag. 177.
  57. Herod. lib. 1. cap. 195. pag. 93. [Parla dei Babilonesi. Dei Persiani scrive lib. 1. c. 71. pag. 32., che ai tempi di Ciro, e finchè non soggiogarono i Lidi, andavano vestiti di pelli. Dopo questo, e al tempo di Serse, quando erano immersi nel più gran lusso portavano vesta, e la sopravesta di diversi colori, l. 9. cap. 80. e 82. pag. 728. seg., e intessuta. d’oro, o con bianche striscie fu di un fondo di porpora. Vedi Brissonio De Regno Pers. lib. iI. §. CLXXXVI. segg., Lens Le Costume, ou essai sur les habillem. ec. lib. iiI. chap. VII. pag. 190. e segg. plan. 29.
  58. Sext. Emp. Pyrrh. hyp. lib. 1. cap. 14. §. ult. pag. 30., [o con varie forme d’animali intessuti, come abbiamo da Filostrato Imagin. lib. 2. cap. 32. in Themist. oper. Tom. iI. pag. 856., Polluce Onom. lib. 7. cap. 13. e da Q. Curzio parlando della veste di Dario lib. 3. cap. 3. §. 18.
  59. Dion. Halic. lib. 3. cap. 61. pag. 187. lin. 36.
  60. lib. 15. pag. 1067.
  61. Xenoph. Hist. gr. lib. 2. c. 6. p. 454. B.
  62. Portavano almeno due vesti, come si può arguire dal racconto di Diodoro lib. 17. §. 35. pag. 186. Tom. iI. Nei monumenti di Persepoli presso le Bruyn Voyage en Perse Tom. iI. pag. 169. si vede una figura di donna vsttira d’una tunica colle maniche, e con una mano tiene l’orlo d’un panno, o velo, che sia. Forse quella è la tunica di porpora detta Sarapis da Polluce lib. 7. c. 13. segm. 61., e da Esichio V. Σάραπις, ove riporta alcune parole di Tesia, dalle quali si rileva, che fosse veste comune agli uomini, e alle donne. Si cingevano con fascie fatte a modo di frangie, come spiega lo Scoliaste di Eschilo in Persis v. 153. Uomini, e donne portavano calzari di valore, collane di pietre preziose, pendenti, smaniglie, e anelli alle dita, e alle caviglie. Leggasi Brissonio loc. cit. lib. iI. §. CXCVI e segg.
  63. Era qui da far menzione dei tapeti, o arazzi persiani tanto stimati dagli antichi, dispinti, o intessuti con oro a varie figure, e principalmente di animali. Vegg. Brissonio lib. iI §. CXLIV e segg. Dei pavimenti lavorati con disegno o di varj marmi, o a musaico si discorrerà al §. ult. cap. IV. lib. VII. Tom. iI.
  64. Plut. Apophth. p. 214. D. op. Tom.iI. [ Dice che gli Egiziani la riputarono un'effeminatezza, come tale anche la riputavano altre nazioni. Brissonio De Regno Persarum lib. iiI §. CLXXXVII.
  65. Herod. lib. 6. cap. 19. e 21. p. 446. seg., & App. Parth. pag. 143.
  66. Greave loc. cit.
  67. Strab. lib. 15. pag. 1067.
  68. Idem ibid.
  69. Il lodato Brissonio lib.I. §.XLVI. segg. discorre a lungo delle varie fonti di berrette, o mitre persinae; ed osserva nel citato §., che il re la portava colla punta ritta, e gli altri ripiegata avanti. Veggasi anche il signor Lens l. c. pag. 192., ove discorre di queste varie specie, e le riporta nella Tavola 29.
  70. Herod. l. 1. cap. 131. pag. 61.
  71. Il nostro Autore nella Descr. des pierr. grav. ec. cl. 1. sect. 4. num. 127. pag. 29,, con una gemma persiana, e coll’autorità del sig. Hyde De Relig. Pers. cap. 3. pag. 88. provava che avessero altari. Convien distinguere. V’erano in Persia gl’idolatri, e v’erano i Maghi anche da tempi antichi. Gl’Idoli vi si adoravano ai tempi della regina Ester, come si ricava dalla di lei orazione, cap. 14. Osserva il P. Niccolai nella Dissertazione VI. sul libro di Ester, pag. 140. che, dopo 1'uccisione dell’usurpatore Smerdis il Mago, la setta de’ Maghi nemici degl’idoli cadde di credito nella Persia, e fu abbracciata massimamente dai Grandi del regno la religione degl’idolatri; finchè l’anno trentesimo d'Assuero, cioè di Dario figliuolo d’Istaspe, il famoso Zoroastro fè ritornare nella prima stima la religione de’ Maghi, e abbracciarla ad Assuero medesimo. Adoravano questi il fuoco sopra altari eretti su i colli, e all’aperto, perciocchè si profetavano nemici de’ tempj. Così si vede un altare con sopra il fuoco in un monumento di Persepoli presso Hyde l. c. Tab. VI. p. 307. Tab. IX. p. 375. Zoroastro confermò i Maghi nell’avversione agl’idoli, ma li persuase a fabbricar tempj, o pirei, per meglio custodire, e servar sempre vivo il fuoco sacro. Hyde cit. c. 3. e segg., Niccolai l. c. Dissert. iiI. p. 90. princ., Brissonio De Regno Persarum lib. iI. §. VII. In appresso al culto del sole unirono il culto degl’idoli. Quinto Curzio descrivendo la marcia dell’esercito di Dario nel l. 3. c. 3. §. 8., dice che si vedeva collocata sopra un padiglione l’immagine del sole dentro al cristallo. I Maghi, i quali andavano avanti, portavano il fuoco sacro sopra altari d’argento. Il cocchio del re era ornato da una parte, e dall’altra di simulacri di deità in oro, e in argento. Sul giogo si vedevano due simulacri d’oro dell’altezza d’un cubito, uno de’ quali era l’immagine di Belo. In mezzo a questi aveano consecrata un’aquila parimenti d’oro colle ali stese. Ci dice Clemente Alessandrino Cohortat. ad Gent. cap. 5. pag. 57., che Artaserse figlio di Dario fece adorare gl’idoli in figura umana, e il primo eresse una statua alla dea Venere in Babilonia, in Susi, Ecbatana, ed altre città; adducendo su questo l’autorità di Beroso nel libro iiI. delle storie della Caldea. E in fine Tertulliano Apolog. cap. 16. ci fa capire, che a’ suoi tempi adorassero il sole dipinto su di una tela.
  72. Anzi tali compariscono nei monumenti, come in una figura presso Lens citato sopra pag. 52. not. a., e in una immagine di Fraate re de’ Parti, e d’un soldato della medesima nazione presso Hyde loc. cit. Tab. X. pag. 384.; e abbiamo veduto nella detta nota con Brissonio, che così voltate verso la fronte le portavano i Persiani fuorchè il re.
  73. In Pomp. op. Tom. I. pag. 633. C.
  74. (t) Il culto del dio Mitra, simbolo del sole e del fuoco, ebbe la prima origine nella Persia. È stato questo per lungo tempo la divinità principale e la più favorirà di que’ popoli; ma dacché Zoroastro fece loro gustare il domma dei due principi Oromazo ed Arimaro, divenne Mitra un dio secondario, e fu riconosciuto soltanto qual mediatore fra quelle due contrarie divinità. Essendo massima fondamentale della religione persiana dei Maghi di non avere ne tempj, nè statue, nè are, Cic. de Leg. lib. 2. cap. 26., & Strab. lib. 15. p. 1064. C., [Origene Contra Cels. l. 7. c. 62.] (massima conservatasi sino a’ dì nostri presso i Guebri, fedeli custodi dell’antico perseguitato culto de’ medesimi Maghi); perciò non sagrificavasi a Mitra se non all’aperto. La vittima assegnatagli era il cavallo, siccome la più adattata ad un dio veloce nel suo corso, [Erodoto lib. I. in fine, Ovidio Fast. lib. 1. v. 383., Senofonte Cyrop. lib. VIII. pag. 215., Giustino l. I. cap. 10. § 5., Filostrato Vita Apoll. lib. I. cap.: 31.], Lactant. lib. i. De falsa rel. cap. 21. Fu la medesima divinità riconosciuta in Roma, in altre città soggette al romano impero, e specialmente in Milano, ove aveva il suo speleo ossia antro e i suoi sagrificatori, come rileviamo da un’iscrizione scopertasi già presso questo Monistero di sant’Ambrogio, e riportata dal Grutero pag. XXXIV. num. 9., e dal Grazioli De præcl. Med. æd. cap-. 6. A tal culto si riferisce un basso-rilievo (Tav. XVI.) esistente nella villa Albani; dal quale pur si argomenta che il culto di Mitra fosse stato trasportato in Roma alterato e guasto. Diffatti il dio ha lunghe brache, e la berretta frigia, siccome osservò l’Autore. Il luogo stesso, fornito in guisa d’una spelonca, in cui si rappresenta il suo sagrifizio, il toro in vece del cavallo, e gli altri simboli mostrano essere stato tutt’altro da quello de’ Persi il culto religioso prestato dai Romani a Mitra: dal che ci rende ancor più probabile che non dai Persi medesimi, ma o dai Pirati o dai Frigj lo abbiano avuto. Ben s’avvide di questa differenza di riti anche Giulio Firmico De err. prof. relig. cap. 6., il quale ne prese motivo di tacciar d’incoerenza i gentili romani nel loro culto religioso. [ Si può vedere, tra le altre, intorno al dio Mitra una lunga dissertazione di Vandale nell’opera De Antiq. quin. & marm. ec., e altra del P. Martin Explic. de div. mon. pag. 231. segg., ove spiega il basso-rilievo di villa Borghese nominato poc’anzi da Winkelmann; e Filippo della Torre Monum. vet. Ant. de Mithra, cap. 1., ove pretende riferire lo stesso basso-rilievo, e il culto del dio Mitra ai Persiani. Fra tutte le tavole Mitriache, o Tauroboliche è da osservarsi quella in vetro, che abbiamo accennata alla pag. 4.0. n. A. riportata dal signor abate Olivieri nel suo opuscolo di alcune Antichità Cristiane conservate in Pesaro, pag. XXXIII., la di cui precisa larghezza, come ivi pag. XXII. nota lo stesso Olivieri, è di due palmi e mezzo romani, e uno di altezza. Anche a giudizio del marchese Mattei Osserv. lett. T. V. art. XII. p. 189. è la più importante di quante se ne sieno vedute, perchè carica di maggior quantità di simboli, di una lunga ed erudita ifcrizione, e coi consoli Fabio (cognominato in altre iscrizioni Taziano), e Simmaco, che corrispondono all’anno dell’era cristiana 391.
  75. Delle sorprendenti ricchezze, e ornamenti d’oro, d’argento, d’avorio, di gemme, preziosi marmi, onde erano abbelliti i palazzi de’ re persiani, e quello in ispecie di Susa, vedi Bochart Hieroz. par. iI. lib 5. c. 8., Brissonio lib. I. §. LXVIII. segg., Niccolai l’Ester, Dissert. iI. pag. 41. segg.
  76. Il lusso sterminato dei Persiani portava che vi fossero artisti in gran copia. I lavori in oro erano infiniti. Non solo ne facevano quanti mai arredamenti, ornamenti, e vasellami avea saputo inventare la loro vanità, ma ancora i freni, e altri ornamenti de’ cavalli, e dei carri, e le armi, inserendovi anche delle gemme. Vedi Q. Curzio l. 3. c. 3. §. 8. segg., Brissonio l. iI. §. CXLI., e l. iiI. §. LVIII', Lens loc. cit. pag. 195. segg.; e si legga il capo I. del libro di Ester, ove si descrivono le magnificenze di Assuero. I sovrani aveano giardini deliziosissimi fatti, e piantati a disegno. Brissonio lib. I. §. LXXVIII., Niccolai citat. Dissert. iI. pag. 44.. e 45.
  77. Plin. lib. 34. c. 8. sect. 19. §. 9. [ Gli artisti, che dall’Egitto condusse in Persia Cambise, come accennammo alla pag.78. in fine, fabbricarono le tanto famose regie di Persepoli, e di Susi, come racconta Diodoro lib. 1. §. 46. pag. 55.; o almeno le ornarono, come vogliono che debba intendersi questo luogo di Diodoro Vesselingio ivi nelle note lin. 80., e il signor Sainte Croix in una lettera inserita nel Journal des Scavans, Juin 1775. pag. 1277. e segg.
  78. App. Mitrid. pag. 175.
  79. Idem Parth. pug. 155. princ.
  80. Intorno a queste monete, e loro epoca, non tanto per le Arti del Disegno, quanto per la storia dei re della Partia, si vegga Freret Academ. des Inscript. T. XIX. Mém. p. 110. segg., il P. Corsini De Minnisari nummo, ec., il Padre Froelich Dubia de Minnisari numm., e lo stesso Corfini nella risposta a questa critica, Dissert. in qua dubia adv. Minnis. numm, ec., e per ultimo il signor Barthelemy nelle citate Memorie Tom. XXXII. pag. 671. segg.
  81. Fra gli Egiziani se ne dovrà eccettuare Dedalo, il quale tanta stima si acquistò nella statuaria, che gli fu ordinato con pubblico decreto di farsi una grande statua in legno, la quale fu collocata nel tempio di Vulcano da lui fabbricato. Diodoro libro 1. verso il fine, §. 97. pag. 109. Vedi sopra pag. 12. not. a.
  82. Per riguardo agli Egisj, e ai Persiani questa comunicazione può dirsi dimostrata, considerando che i Persiani furono padroni dell’Egitto per lo spazio di 135 anni, come abbiamo da Diodoro lib. 1. §. 44. pag. 53., e in vista di tanti monumenti, ne’ quali si vede un misto di egizio, e di persiano. Il conte di Caylus ne riferisce diversi, Ree. d’Antiq. Tom. I, pl. XVIII. pag. 55. e 56.; e due altri nel Tom. iiI. pi. XII., nominati dal nostro Autore pocanzi nel §. 11. not. a., il secondo de’ quali noi l’abbiamo inserito in fronte di questo capo, come ve lo ha pollo il signor Huber. È un amuleto, in cui pare al lodato Caylus, che possa rappresentarsi un re persiano in atto di ricevere i soliti tributi dai sudditi; e vi si scorgono varie forti di vestimenti.
  83. Racconta Palefato De Invent. purpura, che i re fenicj, ed altre persone di quella nazione, per essere più rispettat! portavano degl'idoletti.
  84. Antichità di Roma, Tav. 7.
  85. Rec. d’Antiq. Tom. IV. Antiq. Egypt. pl. XVII. num. iI. pag. 51.
  86. Per le notizie sicure, che abbiamo dal signor Adler nel Mus. Cufic. Borgian. p. 105. segg., costoro sono un popolo dell’Asia, che ha avuto la sua origine da un Persiano chiamato Druso l’anno 1017. dell’era volgare, e non già dai Francesi. La loro religione è un misto di Turco, di Eretico, e di Libertinaggio. Ivi il signor Adler porta una figura di un Bue coperto di caratteri, che era un loro idolo, e si conserva nel Museo Borgiano a Velletri.