Tigre reale/VI

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VI

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V VII


[p. 57 modifica]Verso la fine di marzo La Ferlita era stato nominato vicesegretario e doveva partire per Lisbona. La contessa avea dato un thè in questa occasione, invitando de Rancy, la viscontessa, Colli, San Damiano, la signora Grandi e alcuni altri. Giorgio era rimasto l’ultimo ad andarsene.

— Addio, gli disse Nata finalmente stringendogli la mano, o piuttosto a rivederci: ci vedremo ancora, non è vero?

— Certamente.

— Per quanto tempo ancora? — a lui parve udire un altro suono in quella voce; ma subito, [p. 58 modifica]colla calma consueta elle riprese: —Quando partirete?

—Fra tre o quattro giorni.

—Il Portogallo è un bel paese, e voi sarete felice!

Erano presso l’uscio a vetri che metteva nel giardino; Giorgio parlava delle noie della partenza, e Nata colla fronte appoggiata ai vetri sembrava ascoltare; la luna segnava il viale di larghe striscie d’argento attraverso le ombre sottili del cancello, e la faceva più pallida in viso. Ad un tratto Giorgio volgendosi verso di lei vide due grosse lagrime che scorrevano lentamente sulle guance; quella vista lo colpì di stupore; tutto il passato, tutte le contraddizioni, tutte le stranezze, tutte le rivolte di quella donna gli balenarono ad un tratto dinanzi agli occhi, gli si spiegarono proprio col bagliore accecante e fuggevole del lampo, giacchè la fisonomia di lei avea ripreso subito la maschera rigida e calma. Ella lo avea amato, lo amava, serbando sempre quel viso impenetrabile. Quelle lagrime che venivano dal fondo del cuore [p. 59 modifica]e che sembravano scorrere sul marmo, dovevano molto costare a quel carattere di sasso. Egli le afferrò la mano con impeto e domandò con voce tremante:

—Che avete?

Nata si voltò come una leonessa ferita; mosse le labbra due o tre volte senza dir nulla e si svincolò vivamente dalle mani di lui. Poscia bruscamente spalancò l’invetriata ed uscì in giardino a capo scoperto nella notte fredda e bianca di luna; e siccome Giorgio, senza saper quel che si facesse, senza sapere che pensare di quella strana creatura, tentava trattenerla:

—Non volete? diss’ella continuando ad andare. Avea la voce leggermente rauca, con un tono di sarcasmo quasi amaro.

—Non voglio che vi uccidiate!

Ella si fermò di botto e gli lanciò un’occhiata dura e scintillante:

—Che importa a voi?

—Non mi credete vostro amico?» balbettò Giorgio. [p. 60 modifica]— Amico? si, amico! Vi credo mio amico. Ma ho tanti amici! San Damiano, Colli, de Rancy... e dai miei amici non mi piace esser contraddetta.

— Perdonatemi, è stato per la prima e l’ultima volta.

Senza badare al tono di quella risposta e cambiando improvvisamente il tono della sua:

— L’ultima? che brutta parola... Infatti... è vero. Chissà se ci rivedremo mai più? chissà?

Il freddo la faceva rabbrividire e tossire leggermente.

— Piuttosto, se volete, datemi il mio scialle: è sul canapè, presso la finestra.

Poi, incrociandosi lo scialle sul petto, e fissandolo in viso con una gran serietà:

— Vedete che son ragionevole infine, e che finisco col dar retta ai miei amici.

Così dicendo andava diritta pel viale, un po’ stretta nelle spalle, pallida e fredda, colle labbra increspate dall’aria frizzante, alquanto imbarazzata dalla veste che il vento le attorcigliava alle gambe e sbatteva col fruscio di una vela allentata. [p. 61 modifica]— Addio, gli ripetè allorchè furono al cancello. Ci rivedremo ancora un’ultima volta però.

Giorgio rimaneva mutolo, sopraffatto dalla energia di quel carattere; le teneva la mano, e la stringeva forte, senza avvedersene.

— Infatti... non è meglio che sia l’ultima?

— Perchè? domandò Nata coll’accento più naturale.

— Perchè ho il torto d’amarvi!

Ella lo guardò attonita, e rimase zitta un istante.

— Voi? esclamò con stupore, e poscia con uno scoppio di risa, delle risa che lo schiaffeggiavano sulle guance: — Voi?... Ah!

Giorgio le lasciò la mano con un brusco movimento; sentì come una vampa che gli montò dal cuore alla testa; ma da lì a poco si mise a ridere e anche lui, un po’ a denti stretti.

— Guardate, con una sera sì bella! siam soli, di notte, stringendoci le mani, fra il sussurro delle fronde e alla pallida luce dell’astro degli amanti. Pel quarto d’ora devo adunque essere il vostro Romeo, non fosse altro che pel colore locale. Se vedeste [p. 62 modifica]come siete bella e vaporosa a questo lume di luna!...

Nata non cessava di ridere a piccoli scoppietti — era un riso strano che non si accordava coll’espressione dei suoi occhi sbarrati. — Avete ragione. E pel quarto d’ora, ditemi, quante siamo le Giuliette? Io, la signora che menate a spasso alle Cascine, forse la viscontessa de Rancy, chi d’altri?

Giorgio si strinse nelle spalle. Allora ella, prendendogli le mani nuovamente, gli disse con voce carezzevole: — Povero Giorgio! Sono stata un po’ civetta con voi, pel passato, molto tempo addietro, molto tempo! Adesso vi voglio bene, proprio voler bene, sapete. Ma amarci, a parte il color locale, non ci amiamo nè voi, nè io... — A meno che non mi amiate come amate la vostra bella delle Cascine. Quanto a me...

— Quanto a voi?...

— Quanto a me è meglio che restiamo amici, Romeo, volete? Meglio per voi, meglio per me, meglio per tutti. [p. 63 modifica]In così dire si mise a tossire di nuovo. La Ferlita le prese il braccio con amorevole violenza.

— Ebbene, come vostro amico datemi retta, rientrate in casa. Così vi uccidete.

Nata si lasciò condurre, docile e obbediente come una fanciullina; Giorgio rianimò il fuoco, avvicinò la poltrona al camino, le fece scaldare i piedi intirizziti. Ella era pallida, e di quando in quando si stringeva nelle vesti con un brivido di freddo; la fiamma alta la faceva sorridere. Ei non diceva più verbo, e sembrava prendere sul serio la sua parte; quando si fu riscaldata, e che il riverbero del caminetto cominciò a dare un po’ di colore a quel viso di cera, le disse:

— Vi prego di scrivere queste quattro parole come se le pensaste, a guisa di ricordo per l’ultima sera che abbiamo passato insieme giocando a Giulietta e Romeo. «Vi amo, parto, addio.»

Nata, senza esitare, senza voltarsi neppure verso di lui, rispose tranquillamente: — È inutile perchè ve l’ho già scritto un’altra volta.

— Voi dunque!... [p. 64 modifica]— Se me lo domandate per confrontare le due scritture vi risparmio cotesto esame; se c’è un rimprovero nelle vostre parole l’accetto senza cercare di scusarmi.

— Giacchè non mi amate più non voglio esaminar più nulla, non mi lagno di nulla, non vi rimprovero nulla.

Ella rimase cogli occhi fissi sulla fiamma.

— Credevo non vedervi più, ecco perchè vi ho scritto così; disse da lì a poco freddamente e risolutamente.

Giorgio sogghignò.

— Volete che sia vostra amante? diss’ella con un accento brusco, ma calma e risoluta, piantandogli in volto quel suo sguardo selvaggio. E siccome La Ferlita attonito, non trovava una sola parola:

— Volete che mi dia a voi, domani, stasera, freddamente, deliberatamente, senza amarvi punto? Volete?

— Che donna siete mai? gridò egli dopo un istante di quel silenzio stupefatto. [p. 65 modifica]Nata scoppiò in un riso stridente che la fece tossire e le imporporò le gote:

— Avete delle curiosità malsane, amico mio. Io non ho mai avuto la pretesa di arrivare a saper tanto... e forse ho fatto meglio.

— Vi dirò quel che sono io. Sono uno stupido, che mentre voi gli ridete in faccia vi ama come un pazzo. Vi ho amata per tre mesi senza saperlo, senza sospettarlo, credendo che quella prima fase donchisciottesca del mio sentimento avesse realmente dato luogo a una semplice amicizia. — Voi eravate tutt’altra donna. Ad un tratto questa passione m’irrompe in cuore come una febbre, come un delirio. Le vostre parole, i vostri sorrisi, i vostri sarcasmi mi frustano il sangue nelle vene, e adesso capisco come si possa uccidersi per svincolarsi dal vostro fascino funesto.

A queste ultime parole, ella che ascoltava immobile e senza guardare Giorgio trasalì, e si volse repentinamente verso di lui, più pallida di prima, piantandogli in volto gli occhi spalancati e pieni di una espressione selvaggia. [p. 66 modifica]— E voi... vi uccidereste... voi?

— A che scopo? per rendermi ridicolo anche così?...

— Infatti, sapete cosa ne penserei? Che vi uccidereste per la vanità di far parlare di voi nelle conversazioni e nei giornali. Adesso, giacchè mi ragionate di amore, ascoltate — ella era rivolta verso la fiamma, sembrava in volto ora bianca come una statua, ora livida come un cadavere; parlava lentamente, con voce ferma e sorda; teneva gli occhi chiusi, e un sol muscolo del suo viso non si muoveva — Io ho amato... una volta... ho amato quell’uomo di cui mi rinfacciate la morte... l’ho amato come voi altri non sapete amare, io donna senza cuore, e non sono morta come un personaggio di tragedia... almeno allora. Era un ribelle condannato all’esilio, credo anche un ebreo, senza altra ricchezza che la sua carabina di cacciatore. Mi odiava perchè io ero della razza dei suoi padroni, di coloro che aveano gettato lui in Siberia e avevano bastonato le sue donne — l’amai perchè mi odiava, perchè mi fuggiva; [p. 67 modifica]c’era un abisso fra di noi, e la vertigine mi gettò nelle sue braccia.

Guardò La Ferlita, e lo vide pallido anch’esso.

— Mi amate veramente, Giorgio?

Egli, che stava con la fronte fra le mani, levò il capo e le lanciò uno sguardo che rintuzzò quello di lei.

— Quanto durerà il vostro amore?

Giorgio chinò il capo di nuovo, e non rispose.

— Vi domando se potete dirmi, sulla vostra parola d’onore, che mi amerete sempre così, anche quando sarete stato il mio amante; vorrei sapere che cosa fareste se una donna più bella di me, o che vi piacesse dippiù, che avesse soltanto il vantaggio di non essere io stessa, una duchessa, una cameriera, vi stringesse la mano in un ballo, o entrasse sfrontatamente in camera vostra: cosa fareste, La Ferlita?

Giorgio taceva sempre, come annichilito. Ella seguitò:

— Colui dicevami che lo rendevo felice, che mi avrebbe amato eternamente, che avrebbe voluto [p. 68 modifica]morire per me, e siccome era bello e poeta, un po’ come voi, diceva tutto ciò in modo seducente; tutti i nostri vicini di campagna parlavano delle nostre follie. Che m’importava? io ero stata felice di provare a lui che gli gettavo sotto i piedi anche la mia riputazione come gli avevo gettato il mio orgoglio, le mie ripugnanze, e tutto. Mio marito non mi ama, non è geloso, ma è perfetto gentiluomo, e non potendo battersi col suo rivale avrebbe saputo che il suo dovere era di bruciare le cervella a lui e a me; allora trovavasi al Caucaso: dopo sei mesi fui costretta a raggiungerlo a Pietroburgo per passarvi l’inverno. Mi parve di morire. Dolski mi scriveva delle lettere che mi davano delle notti insonni e febbrili. Finalmente perdetti interamente la testa, e in un breve intervallo che il conte era assente mi misi in viaggio, feci il lungo viaggio nel cuor dell’inverno, a cavallo, in carrozza, in slitta, come potei, per andare a raggiungere il mio amante... quell’uomo ai piedi del quale mi sarei inginocchiata, io che avevo [p. 69 modifica]sdegnato vedere ai miei piedi dei prìncipi... e arrivando all’improvviso seppi che durante la mia lontananza egli avea avuto un’altra relazione, e che un’altra... non so chi sia, non volli saperlo, avea profanato la mia memoria e il mio amore. Ripartii senza vederlo, senza fargli un rimprovero; mi ammalai lungo il viaggio, e quando giunsi a Pietroburgo, dissero ch’ero etica. Quell’uomo pure mi amava alla sua maniera, alla maniera di voi altri; ruppe il bando, a rischio della vita, e mi corse dietro come un forsennato. Io ero in letto con la febbre, e l’udii piangere, e implorare, e picchiare della testa sul limitare del mio uscio. In quel momento non seppi più perdonare a quell’uomo che mi uccideva di non avere almeno la dignità della colpa. La mia caduta non avea più scusa, era una cosa ignobile... Avrei voluto salvare almeno il sentimento che mi avea fatto cadere... Allora... — si nascose il viso fra le mani — non vi dirò più altro... Quell’uomo si uccise, come vorreste far voi drammaticamente, con una pistolettata rumorosa... Io, vedete, non sono ancora morta... [p. 70 modifica] Ella avea un’espressione intraducibile nella fisonomia decomposta; sembrava un’altra donna; parlava con una voce che Giorgio non avea mai udito.

— Ecco cosa penso dell’amore, ed ecco perchè non avrei dovuto vedervi più dopo avervi inviato quel biglietto; disse poscia con voce sorda.

— Ditemi questo almeno!... esclamò Giorgio con un gran turbamento. Quel che mi avete scritto... lo pensavate allora?

— Si! rispose un po’ pallida, ma guardandolo fiso.

Egli balzò in piedi.

— Perchè dunque m’avete detto delle cose orribili? Siete senza cuore e senza pietà! che m’importa, vi amo! Se quell’uomo fosse vivo lo ucciderei, o ucciderei voi, ma vi amo!... vedete...

Nata gli voltava le spalle, sprofondata nel seggiolone, e non rispose altrimenti che stendendogli la mano al di sopra della spalliera; ei l’afferrò con impeto, e stava per coprirla di baci quand’ella gli disse con voce calma:

— Buon viaggio, La Ferlita.