Canti (Aleardi)/Arnalda di Roca

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Arnalda di Roca

../In morte di Donna Bianca Rebizzo ../Per nozze IncludiIntestazione 2 giugno 2008 50% Poesie

In morte di Donna Bianca Rebizzo Per nozze
ARNALDA DI ROCA

POEMETTO GIOVANILE.

A LUIGI CARLI MEDICO
CHE MI AMÒ COME PADRE
QUESTO CANTO GIOVANILE
VENT’ ANNI SONO
DEDICAI.
DOPO TRE LUSTRI CHE È MORTO
SCRIVENDO DI NUOVO IL SUO NOME
SENTO COSÌ PROFONDI
L’ANTICO AFFETTO E IL DOLORE
COME SE L’AVESSI PERDUTO IERI.


CANTO I.

 
O nepote dei dogi, allor che a tarda
Notte ritorni da le allegre sale,
E nell’affaticata alma rïandi
De le cene il tumulto, e i Buoni e i canti,
Ricomponendo nel pensier le molli
Forme, e la stretta de la mano, e il bacio,
Onde furtivo in danza vorticosa
Lambivi il crine de la tua fanciulla:
Mentre dei remi all’uniforme tuffo
Che a la storica tua casa ti mena
La stanchezza ti vince; in quel sopore
Che non è veglia e ancora non è sonno,
O nepote dei dogi, ài tu sentito
Romper la calma de le tue lagune
Triste un gemito e lungo? ài tu veduta
Vagolare una nebbia, e il negro panno
Radere de la gondola e vanire? -

Quando la squilla de le torri annunzia
L’alba di un dì che una passata gloria
Di Venezia rammenti, o una sventura,
Da le tombe oblïate inclita sorge
Una folla di padri, i mari, e i campi
Rivisitando de le antiche pugne
Dolorosi o festivi.

E questo è il giorno,
Che Cipro fu perduta, e una lucente
Perla divelta dal ducal diadema
Ingemmò la cruenta elsa al feroce
Sir di Bisanzio.

E, ier quando il silenzio
Più solenne regnava ne la notte,
E posavan le gondole fidate
A le catene del deserto lido,
Nè s’udiva echeggiar pur d’una pesta
Il pavimento de le mute calli,
Fu vista navigar per la profonda
Oscurità de’ tuoi canali un’aurea
Larva di Bucintoro. Eran sue vele
Lacerate bandiere. Eran suoi remi
Labarde irrugginite. Su la curva
Prora, un fantasma di lïon morente
Governava il fatal corso, con l’ala
Rotta vogando per l’immobil onda,
Su le scalee dei templi, e innanzi a gli atrii
De le reggie patrizie erravan forme
Vaporose in ducal manto vestite,
Che, al venir de la nave, il piè strisciando
Senza passo sull’acqua taciturne,
Vi salían dentro dolorosamente
Festeggiate dai funebri consorti.

Quando fûr dove frange a gli immortali
Murazzi il mar, misterïoso un vento,
Onde venuto non si sa, li spinse,
E via, siccome fulmine, per l’orba
Solitudine. Al par d’impäuriti
Corridori, fuggivano le sponde
Istrïane, e il deserto anfiteatro
Fuggía di Pola; dileguavan l’irte
Dai flutti tormentate assiduamente
Dalmatiche scogliere, e il profumato
Da le olezzanti sue vallee d’aranci
Äere di Corcira. E via pur sempre
Di quel navil l’irrefrenabil volo.
Allor quando scorrea per qualche golfo
Memore ancor di veneziane mischie,
Ratto salían da le profonde sabbie
Tavole sciolte o scavezzate antenne
Che ne seguivan, dietro galleggiando,
Il fantastico volo e la mestizia.
Ma come giunse procedendo in faccia
Di Lepanto a le torri e a la marina,
Tacque il vento, e fûr viste al manco lato
Tutte quante l’egregie ombre addensarsi;
E un protender di braccia, e un minaccioso
Guizzar di lampi da sinistre daghe;
E d’Epíro pei seni, e di Morea,
Qual di chi impreca, si diffuse un grido
Lungo. Ma il vento itera i soffi, e torna
La nave arcana a divorar gli spazi.
Sparve Citera, e le selvette, e i clivi,
Ove tuban le tortori fra i mirti;
Creta sparì con gl’insepolti avanzi
De le cento città; sparve il distrutto,
Sui baluardi fulminanti e negri,
Nido di cristïane aquile, Rodi.
E se un vascello in quell’ora passava
La pianura del mar licio solcando,
Vide sul bianco de le vele un lungo
Ordine d’ombre disegnarsi, e certo
Un senso di sventura attristò l’alme
A’ naviganti.

Tra i cornuti scogli
De la cercata Cipro alfin posava
L’impeto e i remi la feral congrega,
E gemendo per l’isola si sparse.
O nepote dei dogi, ove l’arguta
Parola t’abbia di stranier facondo
Le maraviglie de’ tuoi fasti apprese,
Ti rammenti di Cipro? 1

Usciva un’alba
Dal limpido Orïente; una di quelle
Liete di luce e di vittoria, ond’era
Giocondata Venezia a’ dì beati.
La reina del golfo assunse i veli
Di corallo trapunti, e la ghirlanda
Contesta di marine alghe ricinse,
E, su conca di perle, in mezzo all’onde
Trasse superba fidanzata: al fido
Sposo, che ai piedi le fremea, donava
Il simbolico anello, e l’Oceano
L’isola d’Amatunta a la diletta,
Siccome dono nuzïal, porgea.

Ch’io ti saluti, avventurosa amante
Dei Lusignani! Oh ti piacesse un tempo
A le tue sponde folleggiar, lasciva
Sacerdotessa di piacer, coi veli
Disordinati e balsamo stillanti;
O, di maglie crociate il sen difesa,
L’insania pia de le divote genti
Caro ti fésse dei corsieri il dorso,
Caro il fiutar la polvere de’ campi
Trïonfati, e il salir per le squarciate
Bastite, eri pur bella, o Citereia.
Limpidi sempre i ceruli tuoi mari,
Azzurri sempre i tuoi fulgidi cieli.
Tu in questo cerchio di zaffiro il molle
Capo difendi dall’ardente raggio
Del Sol che t’ama sotto l’odorose
Tue selvette di palme; e al mormorío
De le fresche fontane, e sotto i verdi
Pergolati dei celebri vigneti
Stai meditando, come donna afflitta
Ne la magione de’ suoi padri, ov’era
Signora un tempo, ed ora serve ancella.

La Luna, le Piramidi, la Croce
Si levano sublimi in sull’immenso
Teatro di riviere, onde sei cinta,

E tu vedesti, su le brune rupi
Assisa, fluttuar entro i vïali
Di profumati sicomori il Nilo
Sacerdotale; e un incessante muto
Incombere di sabbie e di sventura
Su le cittadi da le cento porte,
Su le reggie, sui templi, e su le sfingi
Divine.

E tu dell’orïente all’onda
Affacciata, mirasti, in una cupa
Notte, la croce radïar da un colle;
E l’intera d’un popolo progenie
Maledetta, lasciar le dolci case
Native, e del Giordano ai saliceti
L’arpe, non più profetiche, pendenti;
Disseminando su la terra i tristi
Passi rivolti ad un esilio ignoto,
Sola in mezzo a le genti, vagabonda
Assiduamente. E allor che prodi turbe
Tentar l’acquisto del divino avello,
Lungo il sorriso de le tue marine
Un bosco t’apparia d’itale antenne
Carche d’illustri perituri.

Ed ora,
Se lo sguardo protendi oltre i cipressi
D’ombre pietosi ai ruderi di Tarso,
Vedi la luna d’Ottoman sui flutti
Di giannizzero sangue imporporati,
Da le punte dei cento minareti
Splendere mesta e volgere al tramonto.

Tu cinta di ruine ampie, ruina
Ampia tu pure, poi che invan di Pafo
Sopra la sacra collinetta attendi
Che ancor fumin le cento are a la dea;
Poi che sotto gli acuti archi del tempio
Di Nicósia, 2 una man misterïosa
Sovra le pietre dell’altare infranse
La corona di Cipro, e la fortuna.
E su le aiuole dei giardin deserti
Dei Lusignani inoperosa affila
L’Arabo l’arme, e nel pensier lascivo
Vagheggia ai vezzi de le tue fanciulle
Bramate e il rapimento; in fin dal giorno,
Che fu nel fango di tue piazze tratto,
Il veneto stendardo, infin dal giorno,
Triste e lontano che or m’invita al canto.

Era una notte di settembre. - Un grave
Alito d’infocata aura pesava
Su lo squallido pian di Mezzarea;
Pure i diruti vertici dei monti
Circostanti inalbava un vel di neve,
Tracciandone le creste ardue del cielo ù
Pallidamente su gli immensi azzurri.
Per i colli regnava e per le valli
Quella perfida calma, onde talora
Il furïar dei turbini e lo scoppio
Più cupo de le umane ire s’annunzia;
Udito avresti il remigar dell’ali
D’augel notturno, che tornando ai balzi
Di Santa Croce, si recava al nido
La preda semiviva. E degna invero
Del feroce suo sguardo era la scena
Sottoposta.

La valle ampia, rotonda,
Un’arena pareva a cui d’intorno,
Quasi gradini d’un immenso circo,
S’inalzassero e i colli e le montagne,
Dove le nevicate ultime balze
Sembianza offrian di candidi velari.
Nel mezzo al piano ergea l’äeree croci,
Le cupole eminenti, il vedovato
Suo palagio di regi, e la scomposta
Zona dei baluardi sanguinosi
Nicósia estenuata, E d’ora in ora,
Quando sui merli de le mura il lungo
Grido iterava la mutata scólta,
Echeggiavati in cor, come l’estrema
Parola d’una gente moribonda,
Intorno i valli e per le fosse un truce
Spettacolo di laceri turbanti,
D’armi confuse e di squarciate membra
Di cavalieri e di cavalli estinti,
D’onde talora ti feriva il roco
Gemito d’un morente, e il desïoso
Crocidar d’una nuvola di corvi,
Accorsi in folla al funeral banchetto.

Ahi! perchè mentre il mio canto repugna,
Ammalïata dal terror mi tenti,
Dell’arpa mesta la più mesta corda
O Musa luttuosa?

Un giovinetto,
Cui lo smeraldo del pugnal svelava
Cresciuto ai vezzi di dorata culla,
Sopra le ghiaie d’un torrente ardea
Strazïato da sete, e con l’intatto
Braccio aiutando l’altre membra inferme
Si traeva fin dove un mormorío
Di ruscello si udía. Come fu presso,
Alzò lo sguardo. Due raminghi cani
Rodeano i fianchi d’un corsier caduto;
Lo guardò, lo conobbe a le fastose
Briglie, che un giorno l’amorosa mano,
Gli ozi allegrando dell’areme, avea
De la madre trapunte oh! non per questa
Notte d’angoscia: lente per le guance
Sceser due stille, e nel pensier deliro,
Siccome in sogno, gli tornò quel tempo
Che su i pascoli d’Angora volava,
Invidïato vincitor del vento,
Sovra l’arabo dorso; e fra i vïali
Di gelsomin che il Bosforo riflette,
Perigliando nel corso, a sè traea
L’occulto sguardo de le turche spose.
E gemette profondo, ed un intenso
Disio l’assalse del materno volto;
Ed abbracciato con amore il collo
Al corsier de’ suoi dolci anni, moriva
Chiamando il nome di sua madre; e i cani
Frattanto ingordi proseguiano il pasto.

Ma chi ti spinse a navigar per queste
Acque, infelice giovinetto, contro
Un popolo innocente, a disertarne
Le case e i cólti, a vïolar le figlie?
Forse, notturno traditor, la spalla
Col pugnal ti sfiorava un uom di Cipro
Perfidamente? o una fidata sera
Spingea la face a incenerirti i lari?
No. - Dai guanciali del serraglio un giorno,
Sotto le curve d’una sala, al mito
Raggio di pinti vetri illuminata,
Sonò una voce, che iraconda indisse
Lo sterminio di Cipro. E tu repente,
Come a tornèo, sovra il corsier balzavi;
E ben ti colse la vibrata freccia
Su quel funebre solco. E tal si giaccia
Ogni stranier che l’altrui patria affligge.

Stendesi intorno a la città sfidata,
Come bianco ricinto a cimitero,
Una fascia di tende, a cui sinistre
Corruscan sui pinacoli le lune;
Nel mezzo volge il verdeggiante flutto,
Siccome onda lustrale ai combattenti
Il Predeo flessüoso.

E pei zaffiri
Splende del ciel sui desolati campi
Col fatidico lume una cometa;
Come face, che un bieco angiolo rechi
Per vagheggiar giù ne la valle oscura
Le gesta ree de la ferocia umana.

Buia mole, superba, taciturna
Son le case dei Roca. Una romita
Lampada, solo occhio di luce, veglia
Dentro una stanza, e tremolando sviene
All’affacciarsi de la prima prima
Alba che di Soría l’acque inargenta.
Presso una coltre candida una conca
Alabastrina d’oblïati e chini
Fior, che pareva avessero morendo
Lagrimato l’umor di quella conca.
Accanto ai fiori una fulminea canna
Damaschina e il fidato arco, e un lïuto
Oblïato da gli estri e da la mano
Animatrice. Su le mute corde
Stava un volume istorïato, dove
Posava un dardo a rammentar la smessa
Pagina. Era il divin libro, che primo
Scritto dall’uom, fia letto ultimo in terra:
E fra i margini d’oro e di vïola,
La meditata pagina dipinte
Porgea le mura di città battuta;
E un fluttüar di turbe entro una piazza
Tumultüando accorse, ove da un cippo
Bellissima e terribile una donna,
Da mille faci rischiarata, un teschio
Sanguinoso agitava: ed oltre i muri
Per l’ampia valle una codarda rèssa
D’anelosi fuggenti. E su la pinta
Invidïata Ebrea brillar pareva
D’una recente lagrima la perla.

Col sen posato ad un veron che odora
Del soggetto giardin, una sembianza
Di non mortale crëatura appare:
Tacita, malinconica, distratta,
Con la man che parea nata soltanto
A le carezze, infrange le corolle
Convulsamente d’una madreselva,
Che olezzando si abbraccia a gli scolpiti
Stemmi di conte. Forse, un dì que’ molti
Serafini, che volano pei mondi
Apportatori d’un’eterna idea,
Qui riposando sul veron dell’orto
L’iri stringea de le celesti piume!
Ma quel mesto pallor, quel bruno lampo
Appassionato de la sua pupilla,
Quel tremito affannoso, onde agitarsi
Vedi del crin la negra onda diffusa,
Non mi rivelan la serena ebrezza
Dei Serafini. E troppo è fiero e rotto,
Il palpito di quel core; chè tale,
Malinconica Arnalda, era il tuo core.

Le verginelle de la stessa etade
Che ai vispi giuochi, ai canti dell’amore,
A le preghiere le venían compagne,
La diceano fantastica. E talvolta
Mentre sul volto le splendeva il riso,
In un baleno, a una cadente stella,
Ai giri d’una rondine sul fiume,
A lo squillar d’una campana, al lento
Battere de la pioggia nel cortile,
S’intorbidava di mestizia arcana;
E solitaria si piacea per lunga
Ora seguir ne’ rugiadosi solchi
Del vespertino radïante insetto
L’intermittente palpito di luce;
E il vagar d’autunnal foglia sul terso
Cristallo di correnti acque caduta;
E il vagar de le nubi in tempestoso
Cielo; e la barca che fendeva il mare.
E meditava - e meditava, e spesso
Il metro allegro d’una sua canzone
Seguía ’l tramonto d’una mesta idea.

Ma in quella libertà de la natura,
Ma in quella ingenua libertà del core,
Ella apprese ad amar d’amor profondo
Dio, la patria, i parenti, ed infiniti
Eran de la soave alma i tesori.

Ora il pensier, ond’ella è tribolata,
È l’imminente, irrevocabil, fiera
Agonía de la patria. È l’improvvisa
Morte, che fischia nell’ardente palla,
E pende forse sul capo paterno,
E sul capo di tal, ch’ella osa appena
Nomare, e pur dall’äere, dall’onda,
Dall’universo nominar l’ascolta.
E per quanti pensier tumultüando
Commovesser quell’anima, pur sempre
Avea dinanzi questi due, feroci
Indefessi. - E se mai qualche speranza
Passava di conforto apportatrice
Su quel core un istante, era l’augello
Sovra il lago d’Asfalte; un volo, un lieve
Volo e poi muor. Le ardea la fronte china
Sotto la piena dell’affanno. Un’aura
Non alitava. Impazïente ai caldi
Vapori che salían da la pianura,
Scese al giardino, già da lunghi giorni
Non visitato. La gramigna edace
Ingombrava i vïali. Un doloroso
Presentimento l’assalì mirando
La palma che sua madre, ahi! già sotterra,
Augurando piantò quand’ella nacque;
Chè rïarsa dal sole era la palma.
Per una via di scompigliati fiori
Giunse a un loco romito, ove un zampillo
Gli orli imperlava d’una vasca, ed ivi
Trasse più largo e men triste il respiro,
E sui rigidi marmi inginocchiata
L’infelice pregò.

V’à degl’istanti
Allor che de la vita è la miseria
Più disperata, che ti par vedere
All’improvviso illuminarsi il buio
Dell’avvenire. E sembra che una voce
Intima, arcana, udita sol dal core,
A te predíca, che le dolci cose
Cotidïane, che ti son dinanzi
Per lungo amore a te congiunte, è quella
L’ultima volta che le vedi in terra:
E le cerchi, e le noti ad una ad una,
E gli aspetti ne stampi entro la mente,
Quasi presago che verran tra poco
Giorni più tristi, che, per te lontano,
Fia ricordarle amaramente caro.

E sì profondo a quella voce arcana
Era la bella tribolata intesa,
Con tanta pena trattenea lo sguardo
Sul vïal, su la vasca, e su la palma,
Che il Buon dell’arme e il concitato passo
D’un guerrier non udía, che, a lei venuto,
Immobile, commosso a mani giunte
La fissava adorando.

Ella pregava:
«Signor, tu che ponesti in me sì grande
Questo, che m’arde, amor de la mia terra,
Perchè vestirla di cotanto riso,
E poi farla si misera e scaduta,
E fieramente serva? Oh! sull’istesso
Monte de gli uliveti, e su le zolle
Dove pregasti la suprema notte,
Io supplicando ti richiesi un giorno:
Dammi che vegga almen splendere un sole
Dei suoi liberi giorni; e se delizia
Non m’assenti cotanta, oh! dammi almeno
Per questa cara che pugnando io spiri!
E venne il dì de le battaglie; e a un punto
Stretti ad un patto, proferito un giuro,
Folti concordi si levâro i forti...
E tu li percotesti! Oh! se nel cielo
La rüina n’è scritta, e pur di questa
Dolce mia casa un martire è voluto,
Salva, o Signore, la paterna salva
Veneranda canizie, e l’adorato
Petto di Nello mio salvami... e sola
Sia la martire, io sola...»

E quel vicino
Guerrier non visto, più e più commosso,
Udendo in quella nobile preghiera
Così sonar il nome suo, chinossi,
E intenerito la baciava in fronte.
La vereconda si rivolge; il noto
Sembiante scorge, e disperatamente
Gli si abbandona ne le braccia:

"O Nello,
D’amor non favellarmi; in questi giorni,
Che la patria perdiam, parmi delitto
Un accento d’amor, qual se proferto
Presso il guancial d’una madre che spiri."

"Oh, non affatto nel mio seno, Arnalda,
È consunta la speme, ove una lancia
E un’anima ci resti; ed oggi pure
N’è promessa una pugna; ultima forse
E felice, chè insolito tumulto
Erra là basso ne le tende; e il padre
Tuo m’invïava i riposati servi
Qui a ragunar."

"Oh caro! tu mi parli
D’una speranza, che non ài nel core.
Mira là su: non so perchè, ma quello,
Certo è un presagio che ne manda Iddio."

Ed ambi vêr le cupole di Santa
Sofia drizzâro le pupille afflitte.
Dall’aguglia maggior, che pari a snello
Pino lanciava verso il ciel la punta,
Una palla nimica avea d’un colpo
Svelta la croce; ed or pallida, scema,
Su quella punta passava la luna;
E l’aguglia fedel l’empia sembianza
D’un infedele minareto avea.
"Vedi, Nello, la chiesa ove sovente
Inginocchiati al vespero pregammo
Pace all’ossa materne, ohimè! sur essa
D’una meschita l’avvenire incombe."

"Lascia, o cara, il terror de’ tuoi presagi;
Torna secura, ed animosa; in petto
Non mi spegnere questa ultima, ch’arde,
Scintilla di coraggio."

"Nello mio,
Qualche cosa di triste erra per l’aura!
Qui dentro al cor l’approssimare io sento
D’inevitabil, certa ora solenne
D’angoscia. Odimi, Nello: una segreta
Storia, la sola, che celata io t’abbia,
Sull’anima mi pesa, e mi parrebbe
Di morire in peccato, ove attendessi
Anco un giorno a svelarla... Allor che un voto
Me col padre traea peregrinando
A le sante città di Palestina,
Tremo ancora in pensarlo!... Era un mattino,
Si fendeva il deserto. Una infinita
Curva di firmamento, un infinito
Orizzonte di sabbie era d’intorno;
Non una pietra, un fior; solo brillava
Lontan lontano, come via d’argento,
L’onda eritrea. Quando ad un tratto un cupo
Romoreggiare per lo cielo udimmo
Dietro le spalle: mi rivolsi e vidi
Tristi, rosse, infocate, ampie colonne
Tempestando seguirci, e acutamente
Urlò la guida: «Iddio ci salvi; è il vento
Fatale!» Un’ora di convulsa vita
Agitava il deserto, e dai profondi
Visceri, fumo e gemiti mettea.
Muti, cacciati da la morte, a lungo
Stretti volammo pei mobili solchi.
Altro io non so; chè un’ansia, una follía
Vertiginosa ardeami il sangue; e presso
Lì, su la sella mi vedeva assiso
Un cocente fantasima di sabbia
Ad abbracciarmi. Allor che mi riebbi,
E blanda al cor mi rifluì la vita,
Posava sotto un sicomoro; e al capo
Facea guancial la lapide solinga
D’un Mussulmano. Un cavalier d’Arabia
Mi sorreggea pïetosamente il padre
Per sua cura redento. E fino al mare
Si offerse a la novella alba guidarci
Per la via perigliosa. Esule errava
Per delitti non suoi entro il deserto.
Bello era, e generoso, era proscritto,
Ed infelice, e mi richiese amore.
Io non l’ò amato, ma pietà sentii
Di quel gentile, che nel cor m’impresse
Una memoria che tuttor mi tocca.
Ora è qui, tu il conosci, è il prode Assano.
Odi una prece, Nello mio; nell’ora
De la battaglia, non drizzar la freccia
Te ne scongiuro, non drizzarla al pio
Che m’à salvato il padre..."

Da le mura
Un improvviso fulminar di bronzi
Manda la voce de la sfida; e l’eco
Di monte in monte la diffonde, e muore.

CANTO II.

 
Oh! mi soffia sul volto, e avviva i lenti
Estri, misteriosa aura che muovi
Dai campi malinconici del nostro
Grande passato, e mi riporta l’eco
De le antiche battaglie italïane
Ispirandomi il carme, onde il poeta
D’ogni età, d’ogni terra, i molli ardisce
Dispettoso scompor sonni di plebe
Concittadina.

Pei sudati solchi
De la valle feconda, ove poc’anzi,
Traea dal mare a correre la brezza
Sui larghi campi de le spiche d’oro,
E l’allegra canzon del mietitore
Predicea le vendemmie e l’esultanza,
Luccicando nell’arme, innumerata
Una turba tumultüa di gente
Mietitrice di vite, e come irose
Onde crescenti di marea, che batte
Contro le sponde di vascello infranto,
S’avventa a la cittade. Intorno, intorno
Ai rotti muri di Nicósia e ai tetti
Stanno i suoi figli, che silenti e radi,
Ma indomiti a la nuova alba saranno
Liberi in terra o martiri nel cielo.
Mirali! Come udîr l’antelucana
Squilla pei cieli, che a la prece invita,
Caddero genuflessi. Oh! niuno è al mondo
Spettacolo che quel d’un infelice
Popolo vinca, il qual cammina a morte
Come una sola e mesta anima, e prega
Per la terra dei padri innanzi a Dio!
Spirto d’Iddio, tu che due fiamme eterne
Ponesti in petto de gli umani, fiamma
Sacra d’amore a libertade, e sacra
Fiamma d’odio al servaggio, e ti fu caro
Veder levarsi un popolo nell’arme
Per le case, per l’are e le dilette
Bionde teste dei figli, e per le tombe
Venerate pugnar; perchè sovente
Ai rapaci stendardi ài benedetto,
E la catena con l’acciar temprasti
De le libere spade?

Un improvviso
Nembo di palle grandina dai muri:
La prima fila, la seconda morde
L’insanguinata polve. Intorno, intorno
Ai battaglieri si diffonde un folto
Nuvolo bianco, ove talor discerni
Trepido un guizzo di moschetto, un lampo
Di säetta che passa, un vagabondo
Aggirarsi di lacere bandiere,
Simiglianti a raminghe ale d’augelli
Sorpresi dal crosciar de la tempesta.

Ài tu sentito, allor che per le tristi
Terre di brina assidüa lucenti
Fischia il rovaio turbinoso, e investe
L’antichissime selve, e ne’ conserti
Rovereti percossi eccita un foco
Che lunghi giorni illumina il paese;
Ài tu sentito crepitar gli antichi
Pini ed uscir dai covi de le fiere
Un ululo selvaggio?

E tale è il vario
Fragor, che assorda questa valle: misto
A lo squillo dei corni, odi il nitrito
De’ fuggenti cavalli, e l’iracondo
Grido de gli omicidi, e dei feriti
I lamenti supremi; e tutta quanta
Ti sembra palpitar l’isola, quasi
Impaurita ninfa oceanina,
In fra le spire di marino mostro.

Da vaporoso padiglione intanto
D’accese nuvolette, i raggi d’oro
Trae, maraviglia d’ogni giorno, il sole;
E in mezzo a la prefissa orbita fulge,
Indifferente, se di sopra il nostro
Mondo, plasmato di superba creta,
L’uom nell’ebbrezza di gioiti amori,
O dell’odio nell’impeto si abbracci.

Passar lungh’ore di scambiate morti,
Nè lo stendardo del profeta ardiva
Agitar le sue verdi onde di seta
Su gli spaldi inaccessi. Invan le adunche
Scale rasente le muraglie, e i muti
Passi furtivi per le torte vie
De le breccie, e gli aperti impeti invano:
Poi che su gli eminenti orli una siepe
Sta vegliando di prodi; e all’uopo scende
Una ruina di cadenti pietre,
Balestrate da impavidi fanciulli
Usi a validi giuochi, e da animose
Giovani, ne la santa ira più belle.

Ma lungamente fulminato il vallo,
Come terra per molte acque s’insolca:
E già le torri eran diserte, e i radi
Propugnator de la città scorata
Già cadean rassegnati. Era una ressa
D’orfanelli accorrenti a le gelate
Labbra dei padri, un accorato e lungo
Iterarsi d’amplessi, un lagrimoso
Passaggio di cadaveri diletti:
E per le case, per le vie, nei templi
Un ululo di morte e di terrore
Tristamente correva. Ahi! la fortuna
Volse i crini a la valle, consueta
Meretrice dei molti e de gli iniqui.

Vedi tu là quell’uom, che torvo e scuro,
Come una notte di tempesta, à l’occhio,
E la barba à d’argento, e ritto accanto
Al pennoncello de la sua progenie,
Par simulacro su quell’ardua torre
Che a’ lieti giorni di speranze altere
Gl’imprevidenti nominâr Costanza?
Quello è un gagliardo che non à sorrisi,
Che lagrime non à, tranne per due
Cose dilette; e due gentili amori
Ne governano il cor costantemente:
Amor di figlio per la bella Cipro,
Amor di padre per Arnalda bella,
Tenace come l’edera, ch’ei preme,
Stretta a le selci di quel merlo antico;
Cresciuto all’ombra de le sue castella,
Cui prime fûr religioni, Iddio,
E la patria, e lo stemma immaculato
De gli avi; e giuoco de le man fanciulle
Una bandiera, un morïone; e orgoglio
Del giovinetto, säettar primiero
La volpe per le macchie irte ringhiosa,
E, plaudito, domar lungo i vïali
Odorosi di fior le riluttanti
Selvatiche puledre; a cui fu ardente
Gioia una sfida; e il ritornar, superbo
Vincitor, dal tornèo; chi può del veglio
Ridir la giovin alma?

Or con lo sguardo:
Segue i passi nimici, e col diverso
Pallor del volto la dubbia vicenda
De le pugne asseconda; e immobilmente
Sfida la palla, che gli sfiora il negro
Pennacchio del cimiero e la corazza.
Quel tetro affanno, che non à parole,
Quell’ira che si erige incontro all’empia
Fatalità che ti calpesta, e leva
Torbida la ribelle anima a Dio,
Quasi il perchè richiegga irriverente
De le sventure immeritate; e l’odio,
Che ribolle al fallir de la vendetta,
Laceravan quel core, e cupamente
Trasparivan da gli occhi. Egli intravede,
Come in presaga visïon, pei rotti
Valli la furia dei vincenti, e ad ogni
Porta un rivo di sangue; e all’alba nova
La città del suo cor gli si presenta
Di carnefici ostello e di defunti,
E forse a lui serbata obbrobrïosa
Morte, o l’onta del remo, o la miseria
Dell’esule che va limosinando
Quel duro pane che gli fia negato
Da lo stranier con un insulto; mira
L’ignominia abitar ne le sue case
Donde gli sembra uscire un grido: - il grido
Di Arnalda vïolata. A quella atroce
Immagine, lo sguardo avido volge,
La sua diletta ricercando; ed ella
Gli stava in atto affettüoso accanto,
Come angiolo compagno. E la figura
Ti parea de la vergine, che un giorno
Con l’arpa fida seguitava i passi
Del cantor di Fingallo, allor che il bardo
Per dirupi scorgea meditabondo;
Mentre ei sul piano risonar di Lena
Sentía il fragor de le passate mischie
Eroiche e il picchio dei ferrati scudi,
E pel torbido mar le remiganti
Navi, e la sfida dei rinati prodi;
E lampeggiando ne la fervid’alma
Proromper l’estro de gli eterni carmi.

"Togliti, Arnalda, a questa torre; vedi
Come il Signor vi semina la morte;
Qui la tua vita e il mio coraggio è in forse:
Vanne, ripara a la difesa torre
De la nostra dimora; e presso l’ara,
Presso l’avello di tua madre prega...
Prega ch’io muoia, se la patria muore.
E se pria del tramonto odi a martello
Risonar le campane, e invano attendi
Una novella che di me ti parli,
L’ultimo, o cara, dei consigli accogli...
Io t’aspetto nel cielo."

"Oh se, la prima
Volta, non piego al tuo voler, perdona;
Nel periglio dei padri, unico in terra
Avvi un loco pei figli e questo è il mio."

Ei non rispose; e vôlto al ciel, si strinse
La generosa lungamente al core.
Oh! chi può dire, in quella unica stilla,
Che dal mesto del veglio occhio discese
Sovra le maglie e la fanciulla, quale
Infinito dolor fosse racchiuso?
Stilla, che un cor di martire versava
Sopra il terren del sacrifizio! E pure
Da quell’amplesso, che potea l’estremo
Essere in vita, anco una gioia al forte
Sorrise: chè talora esce da due
Abbracciate sventure una dolcezza!
Del baluardo egli s’affaccia all’orlo,
E fra la polve, che di bianco velo
Del Pedeo la tranquilla onda celava,
Vede giù basso serpeggiar più folte
Le avverse bande; e per la breccia acclive,
Che ad uno ad uno i battaglier caduti
Indifesa lasciâr, silenzïose
Anelando salir.

L’ultime appella
Reliquie de’ suoi prodi, e vôlto intorno
Un guardo di pietà sui morituri,
Per la china li guida e si dilegua.

L’angusta corte che mettea sul lembo
Dell’erta breccia, era d’infranti merli
Ingombra e d’arme e di cadute pietre;
E pari a campo sepolcral, quïeta.
Ondeggiava romito ancor nel mezzo
Lo stendardo di Cipro, quasi fosse
Da le pie de gli estinti alme agitato:
Distesi fra le péste erbe non freddi
I cadaveri ancora. Una fanciulla
Moría soletta accanto a un caprifico,
E sollevando le pupille nere,
Con l’estremo sorriso salutava
Il moto estremo de la sua bandiera.

Lanciasi il Conte ne la cerchia, infigge
Dentro il terreno insanguinato il brando;
E protesa la man verso la croce
Dai trafori dell’elsa affigurata,
«Giuriam,» gridò, «di vendicar la santa
Terra dei padri, o di cader con essa!»
E cento destre, d’uomini, di donne,
Di giovanetti s’allungâr tremando
Non di terror, ma d’ira: e cento labbra
Solennemente proferir: "Lo giuro."

E attesero in silenzio. - Ed ecco spunta
Come disco lunar su da ruina,
Una fila di pallidi turbanti
Lungo l’ardue macerie; un improvviso
Nembo di freccie i più vicini atterra,
Spunta un’altra e precipita: ma sotto
Crescon le turbe ognor più folte, e poste
Le adunche scale, a dieci, a venti, a cento
Sorgono sul fortin gli assalitori;
Divorato è lo spazio. Odi un feroce
Cozzar di lame, e quel ferino, immenso
Urlo, che solo con la morte à pace.
Vedi sull’alto del pendio tremendi
Saettatori fulminare un misto
D’umane forme, che franano a valle
In amplessi di rabbia; e tra le punte
Batton de le ruine e a balzi a balzi,
Non altrimenti de le querce monde,
Che per le chine lubriche abbandona
Il boscaiuolo de le cedue selve,
Piomban ne la soggetta onda del fiume,
Che tinta in rosso a la città s’avvía!

Voi, che passate a caso per i ponti,
Arme recando e cibi ai combattenti,
Misere donne, se vedete mai
Agitandosi giù per le correnti
Venir qualche persona moribonda,
Tendete il guardo, poi che forse è il vostro
Figlio esaugue che passa; è forse il vostro
Povero amor che passa! -

È rotto e freme
Anco una volta l’infedel sul calle
Acerbo de la fuga. A la riscossa
Nello, il Signore di Saïdo, accorse.
Di tanta schiera non riman che un solo
Che bestemmiando si ritira, e scaglia
Il dardo che gli avanza. Oh! maledetta
Sia quella freccia, che gittasti, Osmano!
E se pur adorato, unico in terra
Ti resta un figlio, quella freccia un giorno
Sia destinata di tuo figlio al core.
Essa d’Arnalda il morbido volume
Lambì dei crini, rasentò l’usbergo;
E in petto al Conte si confisse. Intorno
S’affollano pietosi i combattenti
All’egregio ferito. Indarno ei volle
Anco fissar ne le fuggenti lune
Gli occhi errabondi, e cadde, e a la vicina
Chiesa fu tratto, come cosa morta!

Era il funereo tempio ove la stanca
Polvere, e le virtù parche, e le colpe
Dormivano dei re; però che dentro
Gli avelli incisi di bugiarde cifre
La valorosa, irrequïeta e rea
Lusignana progenie era discesa.
Per mezzo all’ombra de le vôlte acute
Come lampa di speme in desolata
Anima, il sol dall’occidente invia
Mesto un saluto su purpureo raggio
Popolato da mille atomi erranti;
E, trapassando pei dipinti vetri,
Di fantastiche tinte si colora
Sovra la tomba d’Elena posando,
Quasi paresse coi sanguigni, azzurri
Guizzi di luce figurar l’eterne
Fiamme, dove la perfida reina
Sconta il veleno e i casalinghi lutti. 3
Steso ai piè dell’avel che all’infelice
Giano 4 fu primo ed ultimo riposo,
Aperse gli occhi il morïentc, e vide
China. su lui la figlia in quell’estremo
Disperato dolor, che è più di morte.
Guatò d’intorno attonito; gli parve
Di tornare a la vita dopo lungo
Sonno affannato: come in faticosa
Visïon, gli ricorse una confusa
Pugna, e un Osmano saltellon pei muri
Ir vagabondo con un dardo lungo;
E si sentia colpire, e de la morte
Arrivar la solenne ora comprese;
Ma il pensier de la sua misera terra,
Così com’era, anco il premeva:

"Arnalda
Sali là su: di’ cosa vedi."

Ed ella
Con quella punta di coltel nel core,
Barcollando saliva obbedïente
Le scale, onde si giunge a la sublime
Finestra de la chiesa. - Indi lo sguardo
Per molta parte di città si stende
E per molta campagna.

"Su le mura
Vedo ondeggiare un lacero stendardo
Ma non è quello di San Marco. Padre
Odi tu questo che mi gela il sangue
Rintocco di campana: a onde a onde
Scende il nimico per le vinte chiuse
A la cittade."

E impallidendo, il capo
Chinava a la cornice, e si sentía
L’anima strazïata ire in dileguo.
Oh! perchè non morir!

E giù il ferito
Tornava a domandar, "Di’ cosa vedi."

"Vedo avanzarsi per le vie la mischia,
Vedo le soglie de le case ingombre
Di morenti e di morti; e turbinosi
Nodi di fumo ascendere dai tetti:
Vedo di faci scintillar i vani
Qua e là de le finestre. - Padre! padre!
Anco dal loco, ov’è la nostra casa,
Vedo salir la punta de le fiamme!
Povero avello di mia madre! - Tutto,
Padre, è perduto!"

E la paterna voce,
Come d’uom cui la mente egra delira,
Più fioca sempre favellava:

"Io veggo
De la patria il fantasima che incede
Tacitamente per la chiesa: l’orma
I pavimenti insanguina; si posa
A me d’accanto ad aspettar ch’io spiri...
Attendi, o Patria, anco un istante, e al cielo
Ascenderemo a chiedere vendetta
Di tante colpe, che non àn perdono."
E lieve lieve per le vôlte acute
L’eco del tempio rispondea: "Perdono."

Quando di Rama sui funerei colli
Passò un lungo lamento, e una regale
Mano i lattanti d’Isräel percosse,
Forse una madre col suo bimbo ascosa
Dietro le sacre are sentía le péste
Omicide vagar, con la medesma
Ansia di questa vergine diserta,
Che per le vie de la città la strage
Or vicina ruggire, or dileguarsi
Nelle confuse lontananze udía.

Ai lunghi schianti commoveansi i vetri
Del Santuario, e rispondean gli stalli
Vedovi e i sotterranei ambulacri.
S’ode un fragor d’arme, che avanza; scende
Precipitosa da le scale Arnalda,
E davanti l’esanime si ferma.
Guai chi primo la tocca! Ardonle i polsi,
Lampeggia il brando, e ne lo sguardo à impressa
La maestà, che il sacrificio ispira.
Ma quel tumulto or cresce - ora s’allenta,
Finchè per andamenti altri si perde:
Torna il silenzio. Odesi poscia il passo
D’un corridor, che galoppa lontano;
La via divora, s’avvicina, - è giunto,
È già passato. - No: come a prescritta
Mèta dinanzi il portico sonoro
Del Santuario si fermò d’un tratto.
La prima volta, o donna, è che tu tremi!
Odi! - una pésta entra le porte - e inoltra
Per la crescente oscuritade. -

"Arnalda,
Ove se’, Arnalda?" - "Sei tu Nello? Oh! grazie,
Madre d’Iddio! sei vivo!"

"Arnalda, dove
È tuo padre? Oh, celiamlo omai; per tutto
Si dilata lo scempio, e se speranza
Ancor ci resta, è di morir uniti!"
"Chi sei," disse il vegliardo, "e perchè suona
Disperata così la tua parola?"
Ma rïapparsa ne la debol mente
La ricordanza de la nota voce:
"Sir di Säido, or ti ravviso... Dimmi,
Tutto dunque è perduto?"

"Ad uno ad uno,
Signore, i forti caddero sui muri:
Caddero per le vie; dentro le piazze,
Dentro a le corti caddero pugnando:
Or non è pugna, è strage. L’abborrito
Carnefice di Stàmbol à fissato
Lo sterminio di Cipro. - Ormai l’antico
Onore è spento de le nostre case;
Spenta è la tua città. Di tanto e lungo
E infelice valore altro non resta,
Che qualche prode agonizzante, e questi
Laceri avanzi de la tua bandiera:
Carca di gloria, tu me l’ài ceduta;
Carica di sventura, io la riporto."

"Porgila ch’ io la baci, e qui sul petto
Ferito me la posa. - Oh! questo solo
Era il sudario ch’io bramava estinto...
Men triste or muoio... Benedico Iddio,
S’Ei mi concede ch’io non vegga vivo
La servitù di quest’isola mia.
Ma che sarà di questa creatura?
Che sarà mai d’Arnalda? - Odimi, Nello:
Se mai t’arrise amor ai dì giocondi
Per questa che tra poco orfana fia,
E l’anima cortese, e le sembianze,
E la mestizia non ti fûr discare,
Deh! ch’ella trovi ai giorni del dolore
In te l’amor del padre e de la madre!
Ella è tua... la proteggi."

E il cavaliero
Con un gaudio accorato a la fanciulla
Porgea la mano nuzïal.

Sorrise
Il moribondo, e più commosse e roche
Gli uscían dal petto le parole:

"Io scendo,
Nello, a la tomba poveretto. I nostri
Vezzi dimani adorneran le molli
Odalische dei ladri: entro i giardini
Pascoleranno le cavalle turche...
Volge Nicósia in cenere... Le vampe
Del mio palagio esser dovean le tede
Pronube de la vostra ara!... Di tanta
Ricchezza che sparì, solo vi lascio
Quello che non potean tutti rapirmi
Congiurati gli Osmani, e la fortuna:
La veneranda vanità d’un nome
Invïolato; e a te, Nello, quest’una
Lieve ma sacra eredità del mio
Brando, netto di colpa, e di viltadi...
A le tue man lo fido... Oh, qui da canto
Chi è che geme?...o figlia... o figlia mia...
Qui t’appressa; mi bacia anco una volta...
Ancor più presso; ò freddo, Arnalda, ò freddo...
Qui mi ti posa, e mi riscalda il petto.
Toglimi, cara, quest’anel dal dito.
Esso è quel che portò l’intemerato
Angiol che ti fu madre: io sull’altare
Puro gliel porsi, ed ella ancor più puro
Me lo rendea sull’origlier di morte.
Questo di me, questo di lei ti parli
Infin che vivi. - O, misera, sì forte
Non singhiozzar... Io rivedrò fra poco
Quella santa nel ciel, ed ambi Iddio
Perpetuamente pregherem per voi...
Ài tu per l’aure torbide sentito
Forte una voce che mi chiama a nome?...
Arnalda, ò freddo... qui sul cor mi versa
Quelle lagrime calde... o benedetta...
Ricòrdati di me che muoio..."

Un fiero
Tumultüar d’armati e di cavalli
Che urlando irrompe da la porta, scuote
Quegl’infelici che pareano morti
Al par del morto. - Esterrefatto balza
Nello da terra; il brando impugna: "Sposa
Or siam perduti."

Una rapace turba
Con agitate fiaccole s’accalca,
Cento facce selvaggie illuminando
Ai profanati limitari. - Primo
Sul pavimento di sconnessi avelli
Un Mussulmano col caval si lancia;
E, ravvisato in minaccioso aspetto
Ritto un guerriero ad un altar: "Il tuo
Dio, gli grida, ben scelse a la custodia
De la sua casa un guardiano imbelle."
E curvo su le redini s’avventa
A quel deriso. -

"O sposo, è lui... è lui...
È Assano." Altro la vergine non disse:
Poi che sentì mancarle il core, e cadde
Su la salma del padre, inanimata;
E forse ora si volge al paradiso. -

All’udir il suo nome e quella voce,
Attonito stupì l’Arabo, e rise
Come Satana ride. Intorno ai due
Che duellano, come ad un tornèo,
Si stringe con le fiaccole la gente.
Solo fra tanti il Sire di Säido
A una colonna che sostien le navi
Balza d’un salto, si ripara, e pugna.
E già due volte spezza con la spada
Le maglie, e offende il cavalier. La curva
Lama azzurrina dell’Osmano ai marmi
Guizza d’intorno e fa sprizzar scintille.
E già sul capo discoperto a Nello
Rapida scende; ma al corsier nimico
Manca sul terso lastrico una zampa,
Sfonda un avello ne la sua caduta,
E palafreno e cavalier confusi
Mordon la polve. - Sul caduto allora
L’altro inarca l’acciaro, e già la morte
L’Arabo sente. - Se non che, dal fondo
D’una navata sibila una palla;
Nello è caduto! - Furibondo sorge
L’arabo, un motto mormora all’orecchio
D’un fido schiavo, e fin che gli altri al sacco
Si spargono del tempio, ei su novello
Destrier apre la calca e via dispare;
E fuvvi alcun cui parve di vedere
Lungo gli arcioni pendergli dinanzi
Come una forma di persona morta.

O generosi che cadeste, addio! -
Addio, bella di gloria e di dolori
Animosa cittade! Un’ odïata
Notte sopra il guancial de la sventura
Ti agitasti, cristiana, e sul mattino
Martire all’onte del servaggio sacra
Ti svegliavi ottomana; e preludevi
De la tua miseranda isola ai ceppi.
Così tramonta de le patrie il sole
All’occaso di sangue imporporato.
Cadono i padri combattendo; i figli
Vivon nell’odio memore: i nipoti
Si rassegnano al fato; e poi fin l’ombra
De la speranza, e le memorie sperde,
Più assai che il tempo, il postero codardo.
Pur nascoso talor fra le rovine
Cresce, da pianto nobile irrigato,
Gracile il fiore de la indipendenza:
Poco a poco, guardingo si propaga
Nei giardini domestici educato,
Fin che arriva a olezzar apertamente
Ne le piazze e sull’are, e se ne tesse
Una civil corona all’animoso
Eroe de la rivolta. -

Ahi! del riscatto,
Città infelice, non ancor nel cielo
È per te l’invocata ora battuta!
Veggo ancor per le azzurre aure beate
Volger la luna, e vïaggiar le stelle;
Veggo il sorriso de le tue marine,
E per le valli irrigüe gli aranci,
Sempre verdi fiorir: l’alma di foco,
Il crin di corvo e lo splendor del guardo
Ancora ammiro de le tue fanciulle
Desïose d’amor... Ma dove i sacri
Giorni n’andâro de le patrie feste?
E l’inno popolar che fea le tue
Notti di canti liberi gioconde?
Dove il braccio dei prodi, e su le porte
Le scólte cittadine? ove il lucente
Altar da cui l’ardita incoronavi
Fronte dei Lusignani? Ove le egregie
Tombe ne andâro?

O stanche ossa dei regi
Dall’Eterno chiamate, e dall’umane
Storie, a giudicio, invan di queti sonni
La speranza v’allegra! Appare il giorno
De le sconfitte, e il vincitor vi fruga
Per rapirvi le gemme irriverente;
Il giorno appar de le rivolte, e il pugno
Dei popoli vi semina pel vento.
Pure a le tue contrade ove rïesca,
Derelitta Nicósia, il peregrino
Ancor dopo tre secoli di lutto,
Mesta i sepolcri de’ tuoi re gli additi.
Un sol ne manca: sì che invano ei chiede
Ove l’ultima tua dogal Signora
Dorma il sonno dei morti. - Oh, con le serve
Braccia tu l’ergi, dove è più deserta
Del mar la spiaggia; poich’è spenta
Ahi! sotto l’alga de le sue lagune
La tua Sultana, e del lïone alato
È spento l’antichissimo ruggito. -

CANTO III.

 
Udite, solitarie anime care,
In cui celato per avversi fati
Freme de la natal terra l’amore,
Cui non è gemma di regal corona,
Che pur una di sangue inclito vinca
Nobile stilla per la patria sparsa:
Udite, anime care, ove il desío
Tolto non v’abbia di saper gli affanni
D’Arnalda lagrimevole, la musa
Povera narratrice.

Ella era côlta
Da un penoso delirio. In quel dei sensi
Disordinato errar, cui la sospinge
De lo spirto l’angoscia e de le membra,
La fantasia, ne’ suoi voli di Fata
Or benigna or crudel, prendea le forme
Del terribile vero.

Essere in prima
In quel tempio credea, dove ai sereni
Giorni pregò. - Su splendido tappeto
Inginocchiato le brillava accanto
Il bellissimo Nello. - Un mar di luce
Diffondeasi dall’ara; e le sublimi
Cupolette indorando e il pavimento,
Sovra il candore del suo vel piovea
E sopra i gigli che le fean ghirlanda.
Un’ invisibil mano discorreva
Per gli ebani dell’organo spargendo
Di melodie le profumate vôlte.
Era il di nuzïal. -

Ma un’oppressura
Tormentosa, una scossa, un incessante
Scalpito a guisa di corsier che fugge,
I bei sogni rubando all’infelice
Mutan la visïone. -

Ecco a rilento
Sollevarsi le lapidi e dal vano
Una nube salir, che tutte quante
Occupò le colonne e le navate.
La paurosa con la man ricerca
L’anello che le fu lungo desio;
Ma l’anello si snoda, e le sembianze
D’una vipera assume, e il bianco dito
Avvelenato dall’acuto dente,
Morto le cade da la man di gelo.

Per quei vapori, ovunque ella si volga,
Vede sempre un crudel volto che ride
Insultando e la fissa; e cento braccia
Lunghe, villose, col pugnale in alto.
Il sacerdote, il fidanzato, il raggio
Dileguano, e il sì dolce organo è muto;
E sol per gli ambulacri ultimi il tristo
Nitrito ascolta d’un caval morente.
Ella ghermita da una man di ferro
Depor si sente dentro un freddo marmo.
Trepida gira la pupilla, e vede
Che quel gelido marmo era un sepolcro,
Con dentro un morto, e il morto era suo padre:
E già un grido mettea...

Ma un’ oppressura
Più tormentosa, un faticato corso,
Un fischiar d’affannosa aura pei crini,
Scotean la sognatrice; e si mutava
De le feroci fantasie la scena. -

All’improvviso le parea quell’urna
Commoversi co’ suoi grifi di pietra,
Ed uscire dal tempio: e la persona
Morta, tremendo guidator, sedea.
E correano, correano per le vie
Note, pei suburbani orti, sui clivi
Precipitosi e lungo le campagne
Rapidissimamente. E lo splendore,
Che illuminava il disperato corso,
D’una vinta cittade era l’incendio.
E correano, correano, e si sentia
L’unghia di marmo battere il sentiero;
Finchè la terra si perdeva, e il lido
In un negro mettea vasto oceàno:
E quell’urna solcarlo; e la persona
Morta, tremendo navichier, sedea
Fra le spume del mar.

Ma un’oppressura
Più tormentosa ognor, ma l’impudico
Premer d’un bacio che le cerca i labbri
Quasi fugace rettile che strisci
Su le carni notturno, a quell’afflitta
Rompono i sonni. Apre le luci; in una
Barca lanciata a la balía dei remi
Si vede, e a quel fatale Arabo in braccio,
Cui riga ancora il candido mantello
Il vivo sangue del morente amico.
Si conobbe perduta. E con la mano
L’onta coperse del baciato viso.
Come in nube indistinta in pria le giunse
La ricordanza, indi più netta, infine
Limpida e disperata; in un istante
Vide il passato, vide l’avvenire;
E credette morir... Ahi! poveretta,
Chè per angosce non si muore in terra!

Un tramonto sul mare! Oh! come è bello
Il sol che ne le immense acque discende.
Che se la costa, ove al mattin sorgea,
Appellata è Soría; se quelle brune
Macchie lontane, ove tramonta, sono
Le sorelle di fama e di sventura
Isole dell’Egeo, superbamente
Egli è splendido allora! Ei, le solinghe
Colonne d’Elio, che fu sua cittade,
E i rovinosi simulacri, a cui
Fallîr da mille e mille anni i divoti,
De la luce più limpida colora.
E le mobili spume, onde s’imbianca
L’azzurro piano, imporporando irradia,
Sì che pare al rapito navigante
Reggere il pino dentro un flutto d’oro.
Danzan sull’onda con le argentee schiume,
Tratti al desio de la morente luce,
Fuggitivi i delfini, e la conchiglia
Schiude le valve per dar loco al raggio
Che le accarezzi la gentil sua perla!
È l’ultim’ora d’una festa. Il crine
Sparso di rose fulgide, nell’acque
Discende il re. La festa è consumata.
Una dolce quïete, una mestizia
Posa nell’aure e sull’oceano. Allora,
Come al passar d’un re per una villa
S’accendon lampe ne le vie notturne,
Via per le sfere un cherubin aleggia
E illumina le stelle e de la luna
Il niveo faro, perocchè si svela
Più maestoso ne la notte Iddio.
Oh, come è caro il dì che muore, e i bruni
Piani saluta dell’immenso mare!

Ma tal non è per l’esule che triste
Solca pelaghi ignoti, ignoto ei pure
E sospettoso, e la memoria il punge
Dentro al core dei placidi tramonti
Accanto a genïale anima scôrti
Dal limitar de la paterna casa.
E si rammenta la fidanza onesta
Dei colloqui animati, assiso ai freschi
Vesperi de la patria, ond’egli forse
S’allontana per sempre; in su la poppa
Posato del navil, versa nascoste
Lagrime amare sovra l’onda amara;
E intanto ode cantar dietro di lui
In una lingua che non è la sua.
Tale non è per quel che di catene
Improvvise fu cinto, e va prigione
A stranie prode, ove nessun l’aspetta,
Fuor che il fantasma de le sue sventure.
Sol libero del guardo, a la palomba,
Che trapassa veloce, a la rosata
Nube, che vola vèr la patria, affida
Un addio lagrimoso. - E questo, o bella
Dolorosa di Cipro, era il tuo fato.

Per cento vele biancheggiante sega
L’Issico seno col favor del vento
La flotta de la Luna, e con le aurate
Punte s’avvia de le dipinte prore
Di Famagosta ai venerandi muri,
Dove un futuro martire l’attende.
Guizza rasente i solitari scogli
La fusta del corsal, dentro le macchie
Si nasconde di canna, e traditrice
Esce di notte a derubar pei lidi.
Sole nel seno di tranquilla baia
Specchiansi immote due galee nell’onda
Mirti perenni, e pallide lavande
Fanno siepe a le rive; un’odorosa
Selvetta miri fluttuar di cedri
Su le eminenze, e quasi a guiderdone
De le frescure onde le fu cortese,
Sopra il suggetto mar, che la riflette,
Sparge il profumo de le sue corolle.

Forse quelle galee, come una coppia
Peregrina di cigni, a tanto d’acque
Paradiso e di campi innamorata,
Qui l’àncora gittâro.

Oh, tu non sai
Qual carico di pianto e di peccato
Portin quelle galee!

Là, su la rupe
Che al mar s’ affaccia, da le crocee foglie
Di selvatica vite inghirlandata,
Sali. - Non odi dal navil, che posa
Cheto nel mezzo del suggetto golfo,
Secondo la raminga òra lo porta,
Sollevarsi un lamento? Ivi legata,
Quasi rea da patibolo, si accalca
Prode una gente. A lei sui vinti muri
E su le soglie dei polluti lari
Fin la morte fallía. - Poveri egregi,
Che faranno dolenti e popolosi
I mercati di Galata! L’orecchio
Porgi di nuovo; non t’arriva un cupo
Fremito e un urlo? - Su le ignude schiene
Dei galeotti sibila cruento,
L’onta mescendo col dolore, il nervo.
Miseri! E voi forse una dolce casa
E la canizie tremebonda aspetta
D’un padre! E forse in questa ora d’angosce,
La sposa ignara, che vi attende, prega
Sotto la lampa di Maria, benigni
Supplicandovi i mari! -

Oh, non ti fère
Un suon da la vicina eco ridetto,
Triste, come il sospir d’una sorella
Che domanda soccorso? - Oh, non è questo
Dell’avvoltoio cacciator lo strido,
Che là su quell’altezze aride gira;
Questo è gemito umano. È un angoscioso
Pianto di donna; perocchè sull’empia
Nave che miri, à ragunato Assano
I tesori a le ville arse predati;
E le gemme più fulgide di Cipro -
Le sue fanciulle. -

Oh, sventurate a cui
La giovinezza e la beltade è colpa
Che ogni dì sconterete vergognose
Nei chïoschi del Bosforo ridenti
Ed abborriti, a far più lunghe e acute
Le voluttà dei comperati amplessi.
Oh! sventurate!

Ed ella pur sedea
La vergine dei Roca, in mezzo all’altre
Miserabili donne. Era un’oscura
Cameretta di sotto agli impalcati
De la coverta. - Ivi empiamente sparsi
Miravi i candelabri e le rapite
Spoglie dei templi, e misti a le gemmate
Armi, ed ai vezzi a la beltà sì cari,
Quei voti, che nel dì del superato
Periglio, al santo del suo cor, contenta
L’anima appende.

Povere colombe!
Quale vi trasse da gli aperti campi
Fatalitade di tempesta al covo
Proprio del nibbio qui? Ier ne le case
Libere ancora, ancor dolce e superba
Esultanza di pie madri, e desío
Di giovinetti verecondi; ed oggi
Sì profondo cadute!... e diman forse
Vituperate... Oh! chi gli atroci e lunghi
Patimenti può dir di questo nido
Di caste ed immortali anime tratte
Come mandre al mercato?

Alcune assise
Col guardo immoto, il volto infra le palme,
Giacean come impietrite; altre furenti,
Piene le pugna di strappate chiome,
Forsennate correan; chi genuflessa
Pregava; chi parea morta; ed alcuna
Su le tavole roride di pianto
Si rotolava disperatamente.
Pur se un lieve sonava urto a la porta,
Tutte volgeansi a quella banda, quasi
Per là dovesse entrar il vitupero.
Oh quante angosce in quelle paurose
Pupille nere; in quei tremuli labbri
Illividiti; in quelle mani al petto
Raccolte in croce, in quelle pose stanche
Pur custodite dal pudor, che mai,
Fin nei deliri d’un dolore acuto,
Da la vergine mai non si scompagna!

Sole nel mondo! Ognor che il reo pensiero
Ripiombava su quelle anime affrante,
Pietosamente commoveansi; e, nate
Di principe o di plebe, una cadea
In seno all’altra; poi che il duol profondo,
Simile al cimitero, ogni superba
Disuguaglianza toglie e tutti adegua
Sotto l’affanno d’una croce istessa!

- Donna, che vuoi tu qui? Splendidamente
Scende a lambire il tuo piè di fanciulla
La nerissima chioma; e l’immodesta
Onda del seno sotto un vel di neve
Manifesta di certo un cor di fiamma,
Un cor che è nato dove nasce il sole.

La giovinezza ti dipinge il volto
Di procace beltà. - Pure nel mezzo
Al candor de le guance, solitaria
Una rosa di porpora mi dice
Che ratto scorre de’ tuoi dì lo stame:
Pur qualche cosa di sinistro avvampa
Dentro quel bruno orbe dell’occhio.

Donna,
Che vuoi tu qui? - Perchè quel lungo riso
Irriverente? Non sai tu, ch’è sacra
L’aura che spira da una gran sventura;
Poi ch’ivi più solenne orma rivela
La presenza d’Iddio?

Ella depose
Sopra un guanciale un crocefisso d’oro
Che di strane tenea bende ravvolto.
E su le braccia mollemente a guisa
Di bambolo cullava. E a le cadenze
D’una mesta canzon del suo paese
Voluttüosa maritava i passi
D’una danza di Cipro. -

E tutte l’altre
Pareano a quella gioia indifferenti.

Ella seguía la danza e la canzone,
E un dolor pauroso uscía da quella
Vïolenta letizia; in fin che lassa
Mal traendo il respiro, entro le bende
Incespicava, e per morta cadea.

Allor si mosse una gentil figura
A sollevarla con bontà pietosa;
Era Arnalda. - Seduta a lei d’accanto
Sull’origlier de’ suoi ginocchi il capo
Leggiadro ne depose. - Indi la mano
Tese a spïarne i palpiti del core:
E il core, or lento, or frettoloso, come
Dentro le spine de le sue memorie,
Intricato batteva. E meglio fòra
Che non battesse più: - "Povera Actea!
Povera pazza! Se non pur felice,
Fieramente felice, chè l’angoscia,
Come pietra scagliata in fondo al rio,
T’à intorbidato l’onda de la vita,
E nel tramonto del pensier ti tolse
A la veduta di sì ree giornate!"

Se piomba la sventura in cor gentile,
Ne trae tesori che nei dì felici
Ignorava d’aver, e più benigno
Lo rende agli altrui mali. E quella pia,
Fatta siccome immemore del suo
Infinito martír, qual fa una madre
Con malato figliuol, le accarezzava
Il fronte, il collo, il crin.

E le memorie
Agitavano Actea: - "Pria di lasciarmi,
Anco un bacio, amor mio; come sei bello!
Come ti ride su la nobil fronte
Scintillando il cimiero! - A me, fanciulle,
Venite a me, spose di Cipro! Avreste
Veduto al mondo mai re da corona,
Che la porti sì ben, come il mio sposo
Porta il cimiero? Oh nol guardate! io sono
Una fiera gelosa... Oh parti e pugna,
E riedi; incontra io ti verrò sul ponte...
Eterna è un’ora ch’io l’attendo, e ancora
Non torna...

"È morto, e non tornano i morti...
Chi mi parla di morte? Oh maledetta
Questa voce crudel! - Per l’oppressore
Odïoso al Signor, non ei la spada
Servile assunse: ma v’è un tetto,
ov’egli Nacque; v’è un’ara, ove pregò fanciullo,
E mi diè la sua gemma; àvvi una breve
Culla, che dentro un’innocente accoglie
Creatura di rosa; un’infinita
D’amarezze e d’amor corrispondenza,
Che à nome patria; egli per lei soltanto
Vestì la maglia, e sguainò la spada:
Tornerà. -

"È morto, e non tornano i morti...
Son morti tutti, anco la patria... un solo
Vive... silenzio! non lo dite, o donne:
Il mio soave pargolo di rosa
Dentro un sepolcro io l’ò celato; un’onda
M’inseguia di turbanti; io per l’occulta
Via del giardino dileguai non vista:
Entrai la stanza nuzïale; oh come
Sorridevi, o celeste, entro l’intatta
Neve dei lini! Nel cortile udii,
Erompere pel vinto atrio la gente:
Egli vagì... come celar quel mio
Solo tesoro, onde giammai non fôra
Stata povera in terra? Egli vagiva.
Io lo feci tacer col mio pugnale:
S’addormentò; nè lo trovar la gente...
Eccolo ei dorme ancora... oh! con quel pianto
Non destatelo, o donne..." 5

Da la mesta
Consolatrice che volea calmarla
Si liberava nel delirio Actea;
E su le bende lacere inclinata
Depose un bacio. Ah! misera nel legno
De la croce baciar credevà il figlio.
E tacque, e pien di pianto era il sorriso
De la povera pazza.

Entro la muda,
Per l’äer cieco, non s’udia che un rotto
Anelito di petti affaticati
A spirar la sventura: e di quel breve
Pauroso silenzio eran gl’istanti
Enumerati dai singhiozzi in terra,
Dal custode segnati angiolo in cielo.
Quando a la porta s’affacciò sinistra
La figura d’un Arabo. Su lui
Da la virtù d’un reo fàscino vinti,
Come per muta tenebría scintille,
Si conversero cento occhi di donne;
Quasi volesser coi fulminei sguardi
Incenerirlo. - Ei con beffardo accento
Loro indisse d’uscir. - Pietà non era,
Che su la tolda a respirar le addusse
Le placide frescure, e l’odorosa
Brezza, che lambe le tepenti rive:
Era timor che l’agitata e greve
Dimora ne la stiva a la bellezza
Appassisse le rose; e men gioconde
Tornassero le veglie a la feroce
Sete de’ sensi, che a Bisanzio attende.

Nube in cielo non era, e dietro i colli
Vitiferi di Candia il sol morìa:
A quelle derelitte ultimo forse
Fra gli occidenti de la patria: e in due
Ne partiva la vita; in quel soave
Paradiso che fu, sparso di fiori,
Di blandizie e d’amore; e in quella ignota
Landa d’esilio che non à ritorni,
Terminata soltanto allor che aperto
Troveranno un sepolcro, ove le stanche
Membra celar con la crudel vergogna!

Libera ancora sovra un’erta cima
Una imprudente campanella osava
Ridir Ave a Maria: da lunge un’altra
Risponderle parea; quasi un’austera
Coppia d’amici, che fidente parli,
Sull’imbrunir de le pensose sere;
De le cose del cielo.

Oh! chi nell’ore
De la partenza memori potea
Udir le squilla del natal paese
Senza un pio turbamento, a lui natura
Un raggio di gentile alma negava!

Tal non era d’Arnalda, e non dell’altre
Sciagurate compagne: ed essa pure
Actea parve ascoltasse: e ne la offesa
Mente quel dì le arrise, allor che i bronzi
Sonâr la gloria di sue dolci nozze,
Qual sovvenir di noti ed amorosi
Volti, di tetti placidi, di allegre
Feste e di tombe! E chi pensava ai gaudi
De le romite sere, ai delicati
Lavori smessi, quando il sol lambía
Col raggio d’oro le trapunte tele;
Chi il secreto desío rimeditava
E i guardi, e le furtive orme, e il pudore
D’un cognito donzello, e l’infinita
Soavità d’un bacio fuggitivo.
E la madre? Oh la madre era di molte
L’amarezza suprema, e le scolpite
Sembianze, e gli atti mansueti innanzi
Redían cari e tremendi: e se d’alcuna
Menda vêr lei si ricordava il core,
Quella, che parve un dì menda sì lieve,
Tornava or colpa smisurata. - Arnalda
Le sacre ossa materne, e l’insepolto
Capo del padre ripensava, e un altro
Caro morente al piè d’una colonna,
E de la patria vïolata il grido:
E cadde genuflessa, e su le labbra
La morte e la preghiera avea dei morti.
Tacevan tutte, e tu, povera folle,
Mescevi inconsapevole la tua
Danza di Cipro a la natía canzone.

Allor s’intese da le cento prore
Dei vincitor, cui le seconde brezze
Traevano e il desío de le rapine,
Diffondersi sull’acque una festiva
Armonía di stromenti.

Odela o surge,
Da non so qual divino estro rapita,
Arnalda e in tuon profetico prorompe:

"Ite, l’avventurosa onda frangete,
Superbe navi, del trïonfo allegre;
E il sol che cade de le sue più vive
Porpore vi dipinga! Oh, di ben altra
Porpora tinte, che sarà di sangue,
Pria che ritorni vedova la selva,
Carche di morti, e fuggitive invano
E disperate in mari altri v’attendo...
Oh! chi mi leva in alto sì, che i giorni
Nascituri contemplo?...

"Ecco tre scogli 6
M’appaiono deserti in mar deserto,
Senza traccia d’umane orme e di fama;
Voi senza fama? - Oh! tale un nome avrete,
Che fia rampogna ai secoli codardi!
Però ch’io miro veleggiar per molta
Lontananza di fiotti un contro l’altro
Due popoli iracondi, e le galere
Fulminando scontrarsi, e uscir dal grigio
Fumo sul fianco lacero inchinate
Le capitane con le vôlte antenne.
Però che sento un sibilar di frecce,
E un urtarsi di prue l’una sull’altra
Lanciate, e il grido de le mille voci
D’un naviglio che affonda; e svolazzando
Sinistri augelli stridere invitati
Al festin de la morte; e le ululanti
Esequie e il pianto de le Tracie donne.
Però ch’io veggo fluttuare un bruno
Panno sull’alto de le tre scogliere,
E via per l’onda, finchè l’occhio arriva,
Un tristo di turbanti arsi e di vele
E di naufraghe salme impedimento...
Una prua dal tumulto esce veloce...
Tu parti? - Addio. - Sollecita il remeggio,
Adrïatica prua: te dei trionfi
Accarezzata messaggera attende
Venezia su la piazza unica in folla;
E tripudio di danze e ne le miti
Notti lungo la curva ampia prepara
Del suo Rialto luminarie in festa...
E tu, Sposa del mare, affretta il riso,
Perchè pure per te, misera, vedo
Spuntar nell’avvenir le faticose
Giornate del dolore: affretta il riso,
Finchè non t’abbia l’Oceán reietta,
Infedele ad amplessi altri correndo.
Se un immortale ai talami t’assunse,
Immortale non sei! Tu che lo scettro
Rapivi a Cipro mia, tu che a sì dura
Agonía l’abbandoni... e tu morrai
Abbandonata. - E scorderanno i regi
Le delizie dei giorni, allor che molle
Li banchettavi dentro all’aule d’oro,
Ospite insuperata: e a far più lieta
La voluttà di quelle itale notti,
Infioravi le gondole, e per l’acque
Illuminate misurando il remo
D’armonïose serenate al canto,
Soavemente li traevi ai balli
Intrecciati di maschere e d’amori.
Scorderanno le sacre ire del tuo
Lïone e il rugghio salvatore, allora
Che navigando lungamente solo
D’Orïente le perfide marine,
De la Croce vegliante angelo stette
Contro la Luna; e con la fulva chioma
D’ottomane saette irta rediva,
Ma vincitor, di monumenti e d’arme,
D’aromati e di fior carco, e di gloria
Italïana a la ducal maremma!
Flagel di Dio, scendeva un dì dall’Alpi
Il guidator de gli Unni, e la Paura
Te generava, e poi ti nascondea
Fanciulla eroica in grembo a le tue cento
Isolette infeconde e glorïose.
Flagel dei troni, da quell’Alpi stesse
Scenderà di ponente un isolano
Agitator d’eserciti e d’idee;
Cavalcherà superbo pe’ tuoi lidi
Popolosi di ville e di codardi;
E tu, stupendo fior de le paludi,
Povera, antica, con le man posate
Sul grembo inerte, al par d’un tapinello
Infievolito, che s’asside al sole,
Côrrai, fisando, il moribondo raggio,
Che manda l’astro di tue glorie a sera.
Finchè te le päure uccideranno:
E agoníe calunniate, e morte avrai
Inglorïosa, inulta, occultamente
Da qualche solitaria anima pianta!..."

Di canti un improvviso e di feroci
Risa tumulto, una diffusa striscia
Di fiaccole pei colli littorani
Che discendendo, i serpeggianti colli
Come serpe di foco assecondava,
Rupper la visïon dei dì non nati
A la bella rapita. Intorno ad essa
Pallide, genuflesse eran le donne,
Cespo di tuberose säettato
Dal sol meridïano, intorno a palma
Giovinetta da forti aure commossa.
Fin essi i guardïani all’idïoma
Incognito e possente, all’ispirato
Occhio fulmineo, al portamento ardito,
De la fanciulla intesi, avean dismesso
Lo sgranar de le inerti ambre, e la noia.

Siccome i fuochi onde rosseggia il monte
Quando a valle sospinto il mandrïano
Le selvatiche accende erbe autunnali,
Pur nel desio di più fiorente aprile;
Tali apparíano quelle faci; or d’una
Fulgida riga incolorando i clivi
Si nascondcan fra gli alöe giganti,
Or rïuscivan più di pria vivaci
Rasente un balzo, o vagavan confuse,
A guisa de le lucciole sui prati.
Come scendeano approssimando, al guardo
Apparivan distinti armi e cavalli
E cavalieri, a cui bianco svolava
Qual lenzuolo da morti il vestimento.
Alfin posaro in una valle. - Quivi
Una tenda crescea di caprifoglio
Sopra un delubro rüinato. Un tempo
Le Amatusie fanciulle alzâr quell’ara
A Citerea di voluttà maestra:
Quando, furenti di desío, la baia
Correano seminude, e da la riva
Ai venturosi naviganti invito
Feano col canto; e i talami improvvisi
Eran cespi d’olenti erbe e col prezzo
Inverecondo componean la dote. 7

Ivi d’Assano riposò la banda
Trafelata un istante, a cui tardava
Il mattino salpar, de le seconde
Prede bramosa; e ad ingannar l’attesa
Alzò per l’aure una canzon di guerra,
Cui risponder parea l’impazïente
Annitrir dei cavalli, e la montagna.
E al suolo infisse le cruente picche,
Urla mettea di scherno, e di crudele
Letizia insultatrice ai generosi
Spenti sul campo de la patria.

Donne,
Oh, non guardate, misere!, di quelle
Aste a la punta! chè derisa e lorda
Forse ivi tale sanguina una testa,
Cui ieri ancora al mattutino addio
Di figliuole col bacio e di sorelle,
Adorando baciaste, ahi! destinata
A veleggiar; spettacolo di morte,
Del navile ai sublimi alberi in vetta!8

Scende la notte: qualche prima stella
A poco a poco tremolando spicca;
Rompe i sereni al nitido orizzonte
Qualche tacito lampo irrequïeto,
Occhio di luce che si chiude e s’apre
Rapidissimamente.

Oh come cara
Fòra quest’ ora, se spuntar fra i rami
Là sull’alto del monte io non vedessi
L’albór di quel nascente astro crinito
A funestarla!

E con qual mai segreto
Discernimento, te lanciava Iddio,
Fuggitivo pel ciel pallido mondo?
Quando sei nato? Ove finor la tua
Vita di mille secoli traesti
Risvegliatrice di paure arcane?
Forse in te pur nasce, fatica, e muore
Una gente fugace, a cui diè vita
Inaffiata di lagrime la creta?
O se’ tu di maligni angeli un nido
Senza requie vaganti, a cui talenta
Col guardo avvelenar la poveretta
Letizia de gli umani? Ove prefiggi
Pei dì venturi la sinistra fuga?
Quanto ancora di genti congiurate
Agitarsi e di guerre, e vergognoso
Esular di regali orme maturi?...

Chi mi narra, onde vien, come si chiama
Quel galeotto? Or con pupilla immota
Egli contempla il risalir di quello
Peregrino del cielo, e par confonda
La sua con la romita alma dell’astro:
Or si volge a quel punto ove il baleno
Con arcani caratteri di luce
Segna gli azzurri, e maledice al nembo,
Che su quell’acque infurïar non osa.
Però che un dì dal Golgota lontano
Per quell’onde una santa imperadrice,9
Bella redía de la scoverta Croce;
E sorse nera una tempesta, ed ella
Gittò al fondo un divin chiodo,
che stette Mallevadore di perenni calme.
Ma quel dannato a la galera agogna
La tempesta e la morte. Al vergognoso
Remo non era la sua mano bianca
Esercitata. E s’io ne guardo il mesto
Pallor del volto, e su la nobil fronte,
La ferita recente, se del nero
Occhio contemplo la selvaggia cura,
Ben lo ravviso. E quella fronte. io certo
Vidi una sera scolorir trafitta
In una chiesa. Oh meglio era morire!
Quanto, Nello, mutato or ti riveggio
Da quel gagliardo, che scorrea sull’alba,
Tinto di spume del corsiero ansante,
Di Nicósia le vie precipitose
Verso gli spaldi sacri! E le fanciulle
Disïando balzavano dai letti,
E affacciate al balcone avean sui labbri
Quella preghiera che improvvisa il core
Pel valoroso cavaliere e bello!
Oh meglio era il morir! Chè fu ben vile
E frutto di profondo odIo il pensiero,
Che te costrinse col pudor del servo
A trascinar la tua vergine sposa
Tra le vergogne di chïoschi impuri!
Oh l’ignori la misera! Già troppa
È la sventura che le strazia il core!

Ma perchè avvinghi il remo, e nel tuo sguardo
Si raccende la vita? - E dall’ardito
Volto, cui fiamma subita invermiglia,
Scuoti i negri capelli e intento ascolti?

Sonò per la carena un improvviso
Commovimento, e un urlo di straniere
Favelle mescolato e di bestemmie;
Una rabbia di colpi; uno scompiglio;
Un accorrer pel cieco aere di genti.
A quando a quando di fulminea canna
Lo scoppio; un grido di morenti e un tonfo
Pei gorghi bruni di cadute salme.

Oh! qui di sotto ne la buia stiva,
Chi muor? chi vive? e quale mai di sangue
Misterïoso dramma ora si compie?
Nello, non senti che qua giù si grida
In tua lingua natía? Rupper le funi
Gli schiavi. - De la carcere il lïone
Franse i cancelli, e rugge e all’atterrito
Domatore s’avventa e lo divora. -

Come la turba dei mentiti amici,
Fugge dall’uomo sventurato il sonno;
E se lasso talora ei s’addormenta,
Fantasimi deformi e tenebrosi
Con gli occhi dell’afflitta anima vede,
Tale su quelle povere di Cipro
Un sopor faticoso era disceso,
Allor quando il fragor de la rivolta
Le riscosse: e balzâr per la tenèbra
Confuse in päurosi abbracciamenti.
Crebbe l’impeto e l’ira. - Una percossa
Fiaccò la porta de la muda; e amica
Voce sonò, che disse a le tremanti:
"Libere! uscite - e combattete." - Un motto
Scambiò le cerve in lëonesse. Usciro
Rapide, risolute... a che?... non sanno.
Ma fosse pure a scendere d’un salto
Nel fondo a una voragine... non monta:
Chè nel periglio v’è un’altera ebrezza,
E la morte sorride all’infelice,
Cui ne la vita non riman che l’onta.

Va per le scale tenebrose, e i palchi
Trascorre Arnalda; in una scimitarra
Col piede inciampa, la raccoglie, e s’arma
Sente il marino aere sul fronte, e sbocca
Ne la corsia dei remiganti. In quella
Da la stiva irrompean ferocemente
I rivoltosi. - D’uno sparo il lampo
Illumina la tolda; e una confusa
Battaglia e i cento volti e la sinistra
Gioia e le pòse dell’avvinta ciurma
Un istante rischiara, e le paure
Più profonde rinnova e la tenèbra.

Vide la giovinetta, o fu delirio,
Supplice in ceppi un remador le palme
Tendere ad essa, e udì chiamarsi a nome
Come ne’ dì giocondi?

In un baleno
Ella ogni cosa indovinò: lanciossi
Sul galeotto e se lo strinse al core!

Novello lampo illumina la tolda,
E più cruda la mischia e più sinistro
Appare il ghigno de la serva turba:
E chi guardato in quell’istante avesse
Per la fila dei remi, avria veduto
Due crëature in un amplesso unite
E in un bacio d’amor. Ella disciolse
Nello dai nodi de la vil catena,
E congiunti pugnâr. Rade le scolte,
Atterriti i custodi, e la battaglia
Nel misterio dell’ombre impreveduta,
Rapidissima, atroce, e la favella
Diversa, a le ferite unica guida;
Sopra l’onda del mar fumando il sangue
A rivoli cadea da la galera
Dove appariva al lume de le stelle
Come una caccia di figure bianche
Che perseguíte da una gente armata
E seminuda, sull’infida tolda
Cadean trafitte, o dai raggiunti bordi
Si lanciavan nei vortici del mare.

E la povera Actea, non abborrendo
I morti e il sangue ond’era molle e ingombro
De la stiva sfollata il pavimento,
Danzava al metro de le sue canzoni!

"Cipro, vincemmo!" il sire di Saído
Gridò con voce a le battaglie avvezza.
"Cipro, vincemmo! - I martiri insepolti
Esulteranno ne le patrie valli
Vendicati. - Ben altra opra ne resta!
Ora liberi alfin, lungo gli scogli
Costeggerem di quella curva baia,
Come pin da corsal tacitamente.
Dell’alba a le seconde aure vêr Candia
Veleggeremo. Ivi il Lïone alato,
Poi che lottò con le tempeste, dorme
Su le tarde galee sonni ozïosi:
Lui d’un tradito popolo le grida
Risveglieranno, pria che l’Ottomano
S’avventi a fulminar novellamente
Qualche nostra città. - Fratelli, al remo!
Se Dio ’l concede, fia per noi redenta
Questa povera patria." -

E nel delirio,
Da quel nobile sogno affascinato,
Strinse esultando la sua sposa al core:
E la pupilla che non pianse mai,
Nel segreto versò la generosa
Stilla d’un gaudio ch’ogni gaudio avanza.

Ohimè! nel mentre che a rilento move
Carca di tanta illusïon la nave;
Dopo la svolta d’una rupe appare
Un’altra nave! - "All’arme! All’arme! è quella
La galera d’Assano."

E remigando
Cupa, silente, di vendetta anela,
Lunghesso la divisa onda lasciava
Un’orma luminosa; e da la poppa
Raggiavan sui pinacoli le lampe,
Somiglianti a due grandi occhi di bragia.

Continüò per breve ora la voga,
Ai fuggitivi, a gl’inseguenti eterna
Ora d’angoscia, perocchè ogni petto,
Anche animoso, palpita al pensiero
De la morte imminente; e da la creta,
Ch’è per disfarsi, l’anima si leva
A parlare con Dio che s’avvicina.

Guadagnando di spazio appressa intanto
La cacciatrice. In un balen di fiamme
Le si cingono i fianchi, e sui fugaci
Stride una pioggia di rovente piombo.
Surse un nuvolo denso, e in quell’istante
D’affannoso silenzio, sonò l’eco
De le montagne. Un lungo urto costrinse
Le gementi galere; e la commossa
Onda levossi con le mille spume
Su le teste omicide.

"All’arrembaggio!"
- Anco una pugna? Oh, non avrà il mio canto
Fastidito di sangue e di sventura;
Poi che soltanto a note di dolore
Quest’arpa mia non destinava Iddio:
Ma forse, io spero, a mantener le patrie
Speranze e l’ira, a consolar le pene
De’ miei fratelli; e intanto entro il modesto
Santuario dal cor, dove le faci
Sono i miei cari, con ignoto verso
Ella canta in segreto intimi amori.
Sai come pugni un libero coi polsi
Lividi ancora da la rea catena,
Cui sterilita la virtù del core
Non à il lungo servaggio?

E tal fu orrenda
E disperata e rapida la pugna.
E allorquando il solenne arco dei cieli,
Dove sui piani di Soría s’incurva,
L’alba dipinse con la man di gigli,
Cessâr le morti, e la galea ti parve
Cimitero natante in mezzo all’acque.

Arnalda, ove ti ascondi, o dove giaci
Defunta? Assano avidamente cerca
Alcun vestigio che di te gli parli.
Forse de la nascente alba più pura
Salivi al cielo, e la crüenta piaga
Che il niveo sen di martire ti squarcia,
Ti fea cortese il guardïan severo
Del paradiso? e con aperte braccia
Ti corse la paterna ombra dinante?

Muta, ferita, del pallor del cero
Che ne le chiese illumina gli altari,
Non fidente che in Dio, respira ancora
La vergine di Roca. - Il fianco posa
Molle di sangue in quell’angol riposto
Dell’asciutta carena ove il marino
Serba geloso la fulminea polve:
Quivi soletta nel silenzio attende
Rassegnata la morte.

Ahi! questo pure
Ultimo e fiero asilo è invidïato
A la diserta. Ànno odorato i falchi
De la colomba moribonda il nido.
Inoltra col mantello insanguinato
L’arabo vincitore, e nel suo sguardo
Traluce di dannata anima un lampo.
Addietro a lui due schiavi d’Etiopia
L’un con la face ne rischiara i passi
Giù per le scale, e reca l’altro un colmo
Bacil coperto di broccato d’oro.

"Mia sultana d’amor, bella fra tutte
L’avventurose Uri del ciel, perdona
Se di ritardi al talamo promesso
Giungo scortese. - Non fu già mia colpa.
Pria di condurti al desïato Aremme,
Io ti cercava un dono, unico in terra,
Che vincesse ogni gemma d’Orïente.
Eccolo; e in esso il mio perdono."

E alzato

Da quel bacile il vel, mise un orrendo
Riso, e di Nello discovrì la testa
Sanguinolenta.

Motto non rispose
L’inorridita vergine; nel volto
Non si mutò: si genuflesse, e al Dio
De’ suoi padri il sereno occhio volgendo,
Tolse un’arma dal cinto, e con la breve
Canna dentro a le polveri serbate
Placidamente fulminò la palla.
E viventi, e cadaveri, e chi fea
Patire, e chi pativa, e le rapaci
Galee, che a tanti affanni erano scena,
Sparvero avvolti dentro un mar di foco,
Quale fra sonni päurosi un’egra
Visïon di dolor. - Lacere l’onde
S’allontanâr in spumeggianti giri:
Per vasto tratto da le ardenti e rosse
Aure discese e crepitò sull’acque
Una pioggia di brage e di squarciate
Membra e di tronchi d’arbore fumanti.

Tutto passò. - La calma, che precede
L’alba, sorride su la molle baia:
Riede pel terso aere il silenzio; e lungo
I montani sentier, la tremolante
Siepe di melarancio e di lavanda
Sveglia i profumi mattinali, e invita
Il gentil capinero, e la festiva
Lodoletta, che trae verso l’aurora;
E di vita cotanta, e da sì cupi,
Pur ora, odii agitata, altro non resta
Che una solinga nuvola di fumo
Che lambe l’acque dove fûr le navi.
Odi uno strido d’aquila, che scende
Mattiniera a la pésca: odi il maroso,
Che frange a gli orli de la ripa, e porta
Un remo, un teschio a la deserta arena:
Altro per l’infinita aura non odi;
Però che eterna è la natura, e nebbia
Vanitosa l’umane ire e gli amori.

O nepote dei dogi, 10 ecco, nel mesto
Porto sì muto d’opere, la stanca
Voga ritorna del Lïon morente;
E l’inclite fantasme a le lor tombe
Riedono, e al sonno su guancial di polve;
Riede, qual si partía da le sue corse
Il bucintoro: - e quello che tu vedi
Vessillo immoto su la bruna antenna,
È la spoglia d’un martire; supremo
Astro, che, pria de la perpetua nebbia,
Ingemmasse di Cipro i firmamenti.


Note

  1. L’isola di Cipro, altrimenti nominata Ceraste, dai promontorii a guisa di corna, Pafia, Salaminia, Amatusia, Citereia, Macaria, ossia beata, perchè feconda e ricca d’ogni bene, è lontana sessanta miglia dalle coste di Soría, trenta dalla Cilicia, trecento da Alessandria d’Egitto. - Popolata da Cetima prollipote di Noè - soggiogata da Nino assiro - rapita agli Assiri da Amasi re di Egitto - posseduta dagli Argivi - dai Fenici - spartita fra nove re, dei quali Agapenore fabbricatore del magnifico tempio dalle cento are, che Tacito celebrò. - Malarrivata sotto de’ Tolomei - conquistata dai Romani, e taglieggiata al solito e smunta, - Nella partizione del Romano Impero, quando il mondo, fra le tante altre belle cose, era diventato un podere diviso in tre padroni, toccata in sorte ad Antonio. Da costui donata, come si dona un vezzo, a Cleopatra in cambio di un sorriso. - Caduta nelle fiacche mani degl’imperadori d’Oriente. - Da Costantino governata a mezzo di duchi, fra cui Isacco Comneno, levatosi a tiranno. - Rapita al rapitore da Riccardo d’Inghilterra pel ragionevole motivo, che sbattuto da una burrasca gli fu niegata ospitalità. - Venduta, come una fattoria, ai cavalieri del Tempio - venne finalmente (1193) in potere, e retta, come Dio non vuole, dalla famiglia dei Lusignani - degni compaesani del duca di Atene - razza di Francia. La infelice isola beata, fra tristi e sopportabili, n’ebbe tanti da farne sedici re, - Aveano nell’impresa; pour loyauté maintenir, e furono pressochè tutti sleali. Aveano nello scudo: pour vant maintenir, e ve ne furono di prigioni, di schiavi, e splendidamente terminarono col bastardo Giacomo II. La bella vedova di costui, Caterina Cornaro, fu forzata a cederla spontaneamente alla Repubblica di Venezia sua affettuosa madre adottiva. Sotto la Serenissima passò abbastanza male ottantatrè anni - quando Selimo II per molte ragioni da conquistatore, la più fondata delle quali era che poco asceticamente gli piaceva il vin di Cipro, la volle sua; e l’ebbe; e tuttavia dai suoi posteri è governata. - Il 25 luglio del 1570 l’esercito turchesco imprese l’assedio di Nicósia. - Tentati invano dagli infedeli quindici assalti, il 9 settembre 1570 entrarono per le breccie: - quindicimila persone a fil di spada: il resto schiavi. - Una cometa n’avea minacciato ai superstiziosi la rovina. «Una nave fra le altre (scrive il Sagredo - Monarchi Ottomani) destinata a rallegrare il Sultano, contenea pretioso carico, et il trascelto delle bellezze di Cipro in alquante nubili donzelle. Arnalda di Roca più degna di corona che di catene, libera di animo, sebben schiava di corpo, vedendosi captiva con l’altre, condannata a satiare, dopo la crudeltà, anco la libidine ottomana, infiammatasi di generoso risentimento, accese la monitione che con ardore più vorace dei Turchi la nave con tutto il bottino incenerì. Diè fuoco al rogo dell’estinta patria per rinascere qual Fenice alla gloria del Cielo. Et fu questa l’ultima fiamma dell’esequie della capitale di così fiorito regno.»
  2. Nicósia, città fra le prime di Cipro, sta in mezzo alle terre nel vasto piano di Mezzarea, lontana dal mare ventiquattro miglia dalla parte di Salines, quindici da quella di Cerines. È divisa dal fiume Pedeo ingrossato per molti ruscelli delle vicinanze, passato da vari ponti. È circondata tutto intorno da monti che s’innalzano fino a quello di Santa Croce, il più sublime di tutti, uno dei quattro Olimpi, villeggiature degli antichi Dei. È munita di mura all’intorno con terrapieni, fosse. sortite; è forte di undici baluardi reali, uno dei quali era chiamato Costanzo. Bella di palazzi all’italiana, di piazze, di monumenti, di chiese, fra cui la maggiore Santa Sofia, edifizio gotico- bizantino, opera di Giustiniano, ora moschea; e San Domenico, ove stanno i sepolcri di molti principi della casa di Lusignano. - Illustre per nobiltà non ignava, in mezzo alla quale eminenti i conti di Roca, e di Carpasso, i signori di Said e di Suro.
  3. Elena Paleologa, figlia del despoto di Morea, fu moglie a Giovanni II re quattordicesimo di Cipro (1432). Questa feroce donna ingelositasi di Maria di Patras, la più bella dama dell’Arcipelago, favorita del re, le fece cincischiare il naso e gli orecchi; e costrinse Giacomo figliuolo della povera Maria e del re, alla chierca. - Poscia maritò la propria figlia Carlotta a Giovanni secondogenito del re di Portogallo, e siccome il genero non secondava le sue mire, ella se ne sbrigò col veleno (1456).
  4. Jano I (1403) terzodecimo re, fu così chiamato perchè nato a Genova, mentre suo padre Giacomo I era ivi prigione. Liberato il giovi netto coll’oro, vide alla sfortuna della nascita tener dietro l’infelicità del regno, poichè fu travagliato da guerre e devastazioni, da novella prigionia, e riscatto ruinoso.
  5. Il pensiero di questo episodio dell’Actea fu suggerito da un fatto che trovasi narrato nell’opera di Anton-Maria Graziano intitolata:
    «Antonii Mariæ Gratiani a Burgo Sancti Sepulcri Episcopi amerini, de Bello Cypro, Lib. V. Præteriri silentio non debet nobilis matronæ facinus. Ea cum teneri ab hostibus urbem accepisset, jamque trepidatione, ac tumultu cuncta perstreperent, proripit se domo, ut, quæ fortuna viri, quæ trium filiorum, quos pater secum in pugnam adduxerat, cognosceret; ad moenia ipsa vadentem refugentium impetus domum intrusit. Hic comperit, virum, filiosque egregie pugnantes pro patria mortem occubuisse. Tunc præceps, dolore et strepitu ingruentis in urbem tumultus, alienata prope mente, domum irrupit. Ei impuber filius eximia forma, quem unice diligebat, occurrit: quem complexa mater, diu osculo inhæsit: mox furisli percita pietate: Egone, inquit, te, fili, tam sævis hostibus vile mancipium relinquam? tu, jam jamque amplexu avulsus meo, barbarorum libidini ludibrium ibis? Simul, hæc dicens, pueri jugulum cultro transfixit, seque insuper, tribus vulneribus in pectus adactis, interfecit.»
  6. In questi e ne’ seguenti versi si accenna alla famosa battaglia navale di Lepanto, incominciata presso i tre scogli detti Echinadi, ora Curzolari. La quale, dopo miracoli di valore, terminò colla sconfitta de’ Turchi (6 ottobre 1571), un anno dopo la rovina di Nicosia, e la presa di Cipro. La novella di quella disfatta, che fu una vera e solenne festa per l’intera Europa di allora, fu, non appena finita la giornata, mandata celerissimamente a Venezia da Veniero.
  7. Propetidi erano donne della città di Amatunta, che avendo spregiata Venere e negata la sua divinità, furono punite dalla Dea col renderle insensibili all’onore e alla vergogna. Queste, secondo quello ne vien riferito dagli storici, mandavano in certi tempi determinati sulle spiaggie del mare le loro figliuole, perchè cercassero di guadagnarsi con la prostituzione qualche denaro, onde formarsi la dote: nè per quanto si pentissero dappoi della colpa, riacquistarono il senso del pudore.
    Trog. Pomp. L. 18, c. 5.
  8. Le teste dei conti di Roca furono mandate, per terrore, e per ischerno, sotto le mura dell’assediata Famagosta. (Piero Giustiniano, Storia Veneta.)
  9. In una leggenda cipriotta è raccontato che la madre di Costantino, tornando da Gerusalemme per mare, dopo aver discoverta la croce, fu assalita da una fiera burrasca nel golfo di Settaglia, infame allora per naufragi. Ella, vedendo crescere il pericolo, lasciò cadere nel fondo del mare uno de’ sacri chiodi, e da quel giorno in poi, quelle acque da procellose si resero piacevoli e navigabili.
  10. In questi ultimi versi intendo parlare di Bragadino, il generoso difensore di Famagosta, e della sua spoglia. Di questo fatto così dice uno storico: «Per ordine di Mustafà, Marcantonio Bragadino fu condotto in piazza nudo, colle mani e piedi legati, colla faccia volta alla colonna dove si castigano i malfattori: quivi, standosene Mustafà guardando sì fiera crudeltà, fu vivo scorticato. Rifulse incredibilmente in mezzo a sì tormentoso strazio la costanza e la fortezza di quell’uomo: non trasse gemiti, non mosse lamenti: confortavanlo la pietà verso Dio, e l’amore verso Cristo salvatore, il cui nome ed aiuto continuamente invocava: nè trapassò se non quando i tagli all’umbelico arrivarono: quando là si venne, in divine lodi e preci profondendosi rendè l’anima invitta a Dio immortale, e le mortali spoglie con l’eterna e beata vita cambiò. Nè contento il barbaro dell’aver mirato coi propri occhi scarnificato e lacero con orribil genere di tormento l’uomo fortissimo, volle anche incrudelire contro il suo cadavere. Appeso alla fune con cui stava legata la bandiera sulla piazza, ai morsi delle fiere l’offerse; poi la pelle riempiuta di fieno, ed a guisa di vivente vacca conformata, e ad ombrello sottoposta, fe’ portare a ludibrio per la città. Finalmente all’antenna d’una i galeotta sospendendola, ed a ferale spettacolo ai lidi di Cilicia e di Soria mostrandola, la condusse a Costantinopoli: affinchè quasi niun luogo fosse, ove stampati non si vedessero i vestigi della sua perfidia e crudeltà.»
    Venezia al martire eresse un monumento.