Canti (Leopardi-Moroncini)/Discorso proemiale

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Discorso proemiale

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DISCORSO PROEMIALE.



I. L’unità nelle varie attitudini e manifestazioni dell’ingegno del L., e il precipuo valore dell’opera sua in quanto opera d’arte. — II. Lo studio degli autografi, non solo utile a conoscere il metodo del L. nel comporre, ma indispensabile alla fissazione del testo in un’ediz. critica. — III. Esame e critica dell’ediz. ranieriana. — IV. Tentativi parziali di edizz. critiche dei Canti. — V. La conoscenza delle carte napolit. e l’ediz. postuma del Mestica. — VI. Criterii e modi onde è stata condotta la presente edizione: — Le edizioni dei Canti fatte in vita dell’A. e la preparata ediz. parigina. — VII. Gli autografi e il loro esame progressivo: - Le prime dieci Canzoni e gl’Idilli. — VIII. Le Annotazioni. — IX. I Frammenti. — X. L’intermezzo: l’Epistola al Pepoli. — XI. Il secondo periodo della lirica leopardiana: Il risorgimento e A Silvia. — XII. Gli ultimi canti recanatesi. — XIII. Gli autografi mancanti. - Il Consalvo. — XIV. I mss. de Il tramonto e de La ginestra. — XV. Le «varianti». Tentativi di raccoglierle fatti precedentemente. — XVI. Deduzioni ricavabili dalle varianti considerate nel loro complesso. - Le «note» e le «postille» inedite degli autografi. — XVII. Rilievi di grafia e interpunzione. — XVIII. Errori e sviste da correggersi. - Conclusione.


I.


Quando il Leopardi, anelando fin da giovinetto con pungente brama alla gloria delle lettere, sperava di poterla conseguire a mezzo di quegli studi eruditi che da solo andava facendo nella biblioteca paterna e continuò per sette anni di fatiche «matte e disperate», non poteva certo immaginare che la gloria agognata gli sarebbe stata concessa, sì, ma per altra via. E quando, nel 1819, egli fu certo di essersi per sempre rovinata la salute, e per amor della gloria d’essersi condannato all’infelicità della vita, e in conseguenza di ciò si fu dato in piena balìa del pensiero, neanche poteva immaginare che da [p. viii modifica]quest'altra fonte di miseria per lui1 dovess’essergli fornita la materia essenziale e quasi direi la midolla di quei canti stupendi e di quelle prose artistiche, che l’avrebbero reso immortale.

La gloria in fatti di questo genio sovrano, affermatasi ben presto saldamente non pur tra la gente nostra, ma anche tra le più cólte nazioni straniere, e venuta crescendo di giorno in giorno, è nelle maggiori opere da lui ultimamente approvate; e in modo precipuo nelle liriche ond’egli con accenti che ci toccano il cuore e con profonde meditazioni assorbite nel processo creativo dell’arte, interpretò ed espresse la doglia sua propria e quella del mondo. Pure, non estranei del tutto a questa gloria furono i primi e pazienti studi sugli autori delle classiche letterature, e l’appropriamento per essi della cultura e dello spirito greco-romano;2 come non punto estranei furono i pensieri, le osservazioni e le deduzioni intorno alla vita e al destino degli uomini, che con logica diritta e spietata, se pure talvolta con apparenza di paradossi, egli affidò alle carte, o di cui nutrì e a un tempo afflisse il suo spirito travagliato.

Queste meditazioni, ch’eran la sua tortura, costituivano ormai d’altra parte la ragione della sua vita spirituale; ed anche gli eran motivo di orgoglio, procurandogli una specie di acre compiacimento, pel quale ei non solo si sentiva nella sua solitudine superiore agli altri che da lui dissentivano, ma poteva gridare in faccia al destino crudele la sua maledizione e la sua ribellione. Cosi, vivendo egli appassionatamente la vita del suo pensiero, partecipando co’ suoi propri dolori ai dolori di tutti gli uomini, anzi di tutte le creature viventi, mentre più gli tumultuavano nel cuore gli affetti, si senti irresistibilmente spinto a sfogarli col canto; il quale, data la spontaneità dell’ispirazione, dati gli studi già fatti, e dato il genio artistico possente, non poteva non [p. ix modifica]riescire il più delle volte improntalo dalla originalità e non attingere e supreme vette dell’arte.

Della spontaneità, e direi quasi del bisogno che lo spinse a creare la maggior parte delle sue liriche, non ci è sola testimonianza analisi e lo studio di esse collegato co' varii momenti della sua vita, ma ci fa fede l'A. stesso (e noi possiamo ben credergli), il quale confessa che senza questa spontanea ispirazione, senza questa specie di sacra frenesia che talvolta lo invadeva, non sarebbe stato capace di scrivere un sol verso; ma che, sopravvenendogli all’improvviso l'estro divino, sotto l’azione di esso egli poneva sulla carta in brevissimo tempo lo sbozzo del canto, dal quale più tardi, mercè un lavoro assiduo e paziente di martello e di lima, doveva uscire bella e finita in tutte le sue parti la statua meravigliosa.3

Non sarà dunque senza frutto, anzi sarà addirittura indispensabile a chi voglia penetrare addentro nell’arte di questo genio sublime, riviverne le emozioni, determinarne il valore coi più ampi e sicuri mezzi di una critica spassionata, la conoscenza di questo procedimento: e in particolare del metodo seguito dall’A. nella composizione de’ suoi canti e del lavorio veramente straordinario e tutto personale onde li condusse a perfezione.


II.


Per ben conoscere questo metodo, dobbiamo portare anzi tutto il nostro esame sui mss., che per fortuna nel caso nostro sono nella massima parte autografi. Di essi si hanno alcune raccolte principail, cioè la [p. x modifica]recanatese nella biblioteca domestica,4 la fiorentina nella biblioteca Nazionale, e la napolitana parimenti nella bib. Nazionale; oltre ad altre raccolte di minor mole e importanza, e a qualche ms. sporadico.5 Per quanto concerne lo studio dei Canti e delle Prose artistiche, la raccolta napolitana è di gran lunga la più ricca e veramente fondamentale, come quella che è costituita da mss. di carattere essenzialmente letterario, o portati con sè dall’A. o fattisi spedire dalla famiglia,6 e da lui conservati accuratamente, finchè dopo la [p. xi modifica]sua morte essi non rimasero in possesso di A. Ranieri. Questa grande congerie di autografi, che costituiscono l’inestimabile patrimonio artistico e intellettuale del sommo Recanatese, dai primi saggi della sua giovinezza fino alle più perfette creazioni degli ultimi suoi giorni, tra i quali egli ebbe cura di conservare non pure quella stupenda enciclopedia filosofico-letteraria de’ suoi Pensieri, ma anche i disegni vari e appena accennati di opere, elenchi di libri, liste di vocaboli, citazioni d'autori, e perfino delle piccolissime schede dove aveva preso note svariate nel corso de’ suoi studi e delle sue letture; è una miniera quasi inesauribile allo studioso che sotto qualsivoglia aspetto e con qualsiasi scopo voglia allargare o approfondire le sue ricerche. E, non ostante che così tardi queste carte sian venute a saziare le giuste brame degli studiosi, noi non possiamo non esser grati ad A. Ranieri. che per lunghi anni le conservò gelosamente; e al conte Giacomo Leopardi di Pierfrancesco e agli altri volonterosi, che resero possibile lo svincolo giudiziario di esse.7


[p. xii modifica]La conoscenza piena e lo studio diligente e minuto di queste cade è poi assolutamente indispensabile a chi voglia preparare un’edizione critica delle opere leopardiane. Di fatti, se alcuni pochi ma importanti autografi rimasti in casa Leopardi possono portare un non trascurabile contributo detta edizione; se un altro contributo possono recano gli autografi di Visso ed altre copie che pur dovettero esistere e che, anche se non note finora, non è interamente da disperare che possano veder la luce da un momento all’altro; per tutto il resto bisogna far capo alle carte napolitane.


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III.


Ma a cotesta edizione critica, condotta o secondo l'ultima volontà del ‘A.,. non sopperì adunque bastantemente la lemonnieriana curata nel ‘45 dal Ranieri, il quaLe, appunto per essere in possesso di lutto il ricchissimo materiale lasciatogli in piena balia dall'amico, era in grado, rnegio di qualunque altro, di darci le opere ultimamente approvate dall’A., nella forma più sicura e più genuina? E di fatti molti studiosi del L., assorti nella soluzione di particolari problemi, credettero in buona fede i potersi cecamente affidare a quel testo, divenuto ormai tradizionale, onde il Ranieri aveva voluto elevare al l’amico il più grande e durevole monumento di gloria. Ma possiamo noi oggi, col pretesto dei dovuti riguardi ad un uomo benemerito, accettare a chiusi occhi il lavoro da lui pur fatto con molta cura affettuisa ma non con la necessaria preparazione filologica e critica, senza commettere, verso un altro uomo di così incomparabile grandezza, una grave mancanza, della quale i posteri ci potrebbero chieder conto e infliggere meritato biasimo?


[p. xiv modifica]Or bene, senza voler rilevare la contenenza e il valore storico della Notizia intona agli scritti, alla vita e ai costumi di G. L. premessa dal Ranieri alle Opere, nè gli errori di fatto in cui egli cade involontariamente o volontariamente;8 e pure ammettendo che la quantità, qualità e ordinamento degli scritti compresi nelle ediz. furono in tutto conformi all’ultimo intendimento dell A.; è chiaro che, dire al valersi, per la sua cdi,., del ricco e svariato materiale critico che aveva a sua piena disposizione, doveva essenzialmente attenersi, circa il testo dei canti già pubblicati, all’ediz. Starita, tenendo segnatamente conto rigoroso e fedele delle ultime correzz. che il L. aveva fatte a quel testo nell’esemplare da lui corretto in molti luoghi a penna, quando sul tramontar de’ suoi giorni preparò i materiali per una definitiva ediz. delle Opere da lui approvate che doveva farsi a Parigi dall’editore Baudry. Ora, non solo egli non si giovò quasi affatto di quel materiale critico, (quantunque voglia farci credere il contrario alludendo ad improbissime fatiche di correzioni, d’indici, d’avvertenze e di cento altri rispetti, duratevi intorno per anni interi);9 ma nel riprodurre l'ediz. Starita. e l'esemplare corretto di essa non sempre si mostrò diligente, esatto e fedele; tanto che si può contare un buon centinaio di luoghi in cui se ne discosta.

Queste deviazioni sono più o meno gravi, e di natura diversa. Mettiamo subito da parte quelli che possono passare per errori di stampa, i quali sono pochissimi,10 e che avrebbero forse potuto essere evitati se il R. si Fosse recato a sorvegliare la stampa di persona a Firenze, come aveva ripetutamente promesso al Le Monnier e poi non più effettuato; o almeno attenuati a meno di un Errata, come usò quasi sempre il L. stesso nelle edizz. da lui curate.11 Ma, ripetiamo, come [p. xv modifica]correttezza tipografica, bontà di tipi e dì carta, nitidezza d’impressione., l'ediz. del 45 riesci assai decorosa e lodevole; poichè come risulta dal carteggio spesso vivace e intente dal Ran. tenuto coi Le Moinier nel corso della stampa,12 il R. vi prese parte attiva e calda, preoccupandosi del buon nome del grande Amico estinto,13 e nella

[p. xvi modifica]correzione delle ultime bozze pose tutta la sua buona volontà, mostrandosi talvolta perfino meticoloso, se anche alla buona volontà non corrispose pienamente effetto.14

Non altrettanto può dirsi circa il resto. Quanto alla fedeltà onde il R. riprodusse in generale la Starita e la Star. emend., dobbiamo distinguere i pochi casi, nei quali il R. deliberatamente se ne allontanò perchè credette ravvisare in essi sviste dello stessa A.15 e quindi ritenne doveroso correggerle;16 di che già va data lode, quantunque non in tutti questi casi abbia avuto la mano felice, e qualcuno ne abbia lasciato passare che pur meritava esser sottoposto a critica disamina;17 dagli altri molti casi, nei quali o per poca avvedutezza nel [p. xvii modifica]confrontare e seguire l'ediz. Starita, o per scarsa intelligenza del testo18 o per arbitrio ingiustificato,19 si allontana e contraddice all'espressa volontà dell’A.

In riguardo poi ai due canti nuovi Il tramonto della luna e La ginestra, le cose vanno anche peggio. Circa Il tramonto, il R., che pure aveva sott’occhio il testo autografo di esso, incappa nella trascrizione del breve canto in varie sviste,20 le quali ancor più ci confermano ch’egli non fu fedele ed esatto editore delle cose leopardiane; o per lo meno che, non avendo a fondo penetrato la potenza dell'ingegno e la suprema raffinatezza dell arte del L., quantunque li esati spesso

[p. xviii modifica]con enfatiche parole, ritenesse in buona fede che, solo in virtù del lungo contubernio e dei grande amore per il sociale, gli fosse lecita qualche licenza che il L. certo non gli avrebbe consentita, con tutta l’amicizia e l’affetto onde lo ricambiava. Circa poi La gin., il numero dei casi (dei quali alcuni assai rilevanti) in cui il R. si discosta dalla volontà dell'A., quale si deve ritenere espressa nella terza e più corretta copia del canto, è ancor più significativo.21 Ciò potr spiegarsi in qualche modo con le vicende toccate alle tre copie mss. de La ginestra; ma non può valer di giustificazione al R.. che pure avendo trascritte tutte di suo pugno le tre copie suddette, e dovendo quindi sapere quale di esse fosse la più corretta e conforme alla volontà dell'A., lasciò tra l'altro nella 1a ediz. i tre versi 65-7, ormai divenuti famosi, che dovevano espellersi appunto per volere dell'A. lasciò anche il v. 125 nella forma «Madre è di parto ed in voler matrigna» mentre l’A. l’aveva corretto come si legge nella 3a copia «Madre di parto e di voler matrigna» , e come apparve in pubblico la prima volta solo nell'ediz. postuma del Mestica del 1906.22

Si aggiunga, e non sembri a molti un’inezia, che nello stampare Il risorgimento23 il R. mostra di non essersi neppure accorto che le strofi di esso procedono per coppie legate, e che quindi, come appar chiaro dall’autogr., e dalle stampe precedenti, le varie coppie andavano separate le l’une dalle altre con adeguato spazio. Si aggiunga in fine il modo arbitrario onde sono distribuite le varie linee nella maggior parte de titoli dei canti, senza alcuna ragione di opportunità o di esigenza tipografica;24 laddove noi sappiamo come l'A., anche a ciò procedesse non senza ponderazione e pentimenti e correzioni.25 [p. xix modifica]

IV.


Dopo questa dimostrazione analitica dei pregi e difetti dell’ediz. ranieriana, non farà meraviglia che insufficienza di essa saltasse agli occhi, molto prima che si conoscessero le carte napolitane, di alcuni valenti leopardisti, i quali, forti solo della riconosciuta loro competenza nella materia e mossi dal lodevole desiderio di dare un testo criticamente vagliato delle grandi opere del Recanatese, si provarono in tentativi più o meno parziali e conclusivi, quanto loro permettevano le condizioni degli studi a quel tempo e la conoscenza assai limitata de’ materiali critici.

il primo e più notevole di questi tentativi fu fatto da Camillo Antorta- Traversi intorno al 1637,26 allorchè valendosi degli autografi esistenti in casa Leopardi, diede con molta cura e diligenza, e con quella esattezza che in tal genere di lavori è umanamente possibile, il testo critico, oltre che delle due traduzioni poetiche dell’Odissea e dell’Eneide e specialmente del mirabile Inno a Nettuno, anche delle due canzoni Sul monumento di Dante e Ad Angelo Mai, di cui resta in casa Leopardi una delle prime redazioni autografe con notevoli correzioni, quella appunto che servì alla 1a stampa romana del ‘18 e alla bolognese del '20; e valendosi, in mancanza degli autografi di alcune copie mss. lasciate da Paolina, cercò di dare anche il testo e le varianti di alcuni Idilli. Se quest’ultima prova, fatta su apografi non sempre esattissimi, non poteva aver per la critica del testo un gran valore, l’aver dato d’allora testo e le correzioni delle due canzoni predette, riscontrate diligentemente sugli autografi e sulle stampe, è pur titolo di onore al chiaro ed infaticabile letteratp. Il quale, dopo questo saggio, pensò a un lavoro più ampio e compiuto, cioè ad una edizione

[p. xx modifica]critica di tutte le poesie di G. L.; lavoro che'egli iniziò, e nel quale ebbe ottimo collaboratore il recanatese p. Clemente Benedettucci. valentissimo bibliografo e buon cultore pur esso di studi leopardiani. Se non che due egregi uomini. avvedutisi forse che la loro fatica non poteva non riescire monca e imperfetta per la mancanza quasi assoluta in quel tempo di documenti relativi alla massima parte degli scritti leopardiani; o forse sperando che dopo la morte del Ranieri le carte da lui possedute divenissero senza difficoltà di pubblico dominio;27 quando invece s’accorsero che, per le strane disposizioni testamentarie del Ranieri. il desiderato evento non sarebbe stato così prossimo a verificarsi; dovettero di necessità rinunziare all’impresa.


V.


Si continuò pertanto dagli editori successivi delle opere leopardiane ad esemplare il testo sull’ediz. ranieriana del '45, finchè le carte napolitane non vennero in dominio del pubblico, e potè vedere la luce lo Zibaldone (1897-1900) e il voil. degli Scritti vari inediti (1898). Non è qui il caso di dilungarsi a mostrare i frutti che arrecarono queste pubblicazioni agli studi leopardiani; e seguatamente i 7 voll., dello Zib., che agli studi suddetti aprirono nuovi e insospettati orizzonti, e determinarono una fervidissima ripresa d’indagini e lavori, continuati con ritmo sempre più accelerato fino ad oggi. Basta, pei nostii scopi, dire che tra coloro i quali poterono primi esaminare e studiare le carte ranieriane, oltre al Carducci, allo Zumbini, al Chiarini. che se ne servirono nei poderosi loro scritti, va posto in evidenza anche Giovanni Mestica, che sentendo come pochi altri l’ammirazione e l’amore Pel suo sommo conegionale, dedicò a celebrarne la gloria buona parte delle sue nobili fatiche e della sua produzione letteraria.

Il Mestica aveva già fin dal 1885 cercato di dare un’edizione criticamente corretta delle Poesie del L.,28 tenendo come base gli autogr. recanatesi per le poesie giovanili, e il materiale servito all’ediz. lemonnieriana del 45 per le opere approvate. Ma. pur correggendo fin [p. xxi modifica]d’allora alcune delle sviste più gravi in cui era incorso il Ranieri e dando un testo pi conforme al vero, anch'egli aveva dovuto accorgersi dell’imperfezione e scarsezza di mezzi che quei materiali potevano offrire a un’edizione veramente compiuta e denitiva. Venuto più tardi a conoscenza delle carte ranieriane, fu colpito, com’erano stati il Carducci e lo Zumbini. in modo particolare dalla ricchezza delle variazioni onde il L. aveva quasi soffocato il testo di molti de suoi canti; dalla bellezza e novità delle illustrazioni e commenti che l'A., ragionando e discutendo seco medesimo, aveva inseriti tra le variazioni; dalla copia delle citazioni e richiami d’ogni specie, che potevan riescire cosi utili alla ricerca delle fonti e degli studi fatti dall'A. A nessuno certo, meglio che a quegl'insigni maestri d’arte e di stile, poteva subito apparire, da così gran copia di documenti, la possibilità di cogliere egual copia di frutti. E fu allora che il Mesti volse il pensiero a preparare, profittando di quel ricco e vario materiale, un’ediz. delle grandi opere leopardiane che potesse dirsi veramente compiuta, dopo aver dato coi 2 voll., degli Scritti letterari29 un’altra pregevole raccolta delle opere minori del sommo Recanatese. Pare ch’egli avesse condotto piuttosto innanzi questo nuovo e importante lavoro; nel quale il corredo critico, anzi che consistere nel riferimento ordinato delle varianti e note inedite dell’A., doveva essere rappresentato da annotazioni critiche al testo, ricondotte e ampliate da quelle apposte all’ediz. barberiana del 1866. Ma purtroppo la morte troncò a mezzo questo lavoro, che sarebbe certamente riescito degno dell’illustre critico; e di esso non potè veder la luce nel 1906 per volontà degli Editori, se non l’unico vol. delle Opere approvate.30 Or questo volume si limita di necessità a dare il nudo testo dei canti e delle prose artistiche, oltre a quello dei Paralipomeni; e quantunque basato sugli studi del Mestica, perché il curatore dell’edizione non potè essere il Mestica stesso, se si avvantaggia sulla precedente ediz. barberiana dallo stesso critico curata, e più ancora sulla ranieriana, non va esente del tutto da mende ed imperfezioni.31

[p. xxii modifica]Non ostante i suoi pregi innegabili, essa passò quasi sotto silenzio; molti dei successivi editori e commentatori delle opere leopardiane o la ignorarono affatto, tornando per la lezione del testo alla ranieriana e riproducendone gli errori e le manchevolezze, oppure fermandosi alla precedente ediz. barberiana dello stesso Mestica.32

E così, invece di progredire, si tornava indietro; e dopo circa ottant’anni dall'ediz. ranieriana, ben pochi s’accorgevano, in tanto fervore di studi leopardiani, in tanto progresso di metodi critici, che mancava ancora agli studi stessi la base essenziale in una edizione che fermasse, nella maniera più salda e sicura, il testo delle grandi opere, quale fu voluto da ultimo, in séguito a un sudatissimo lavoro di lima, dall’Autore. Non dovrà pertanto sembrare inopportuno e superfluo che un altro, per quanto modesto, cultore di studi leopardiani. spronato a ciò dall’amore pel suo sommo Concittadino e dalla parola incitatrice di un grande maestro e critico sovrano del Leopardi, quale fu Bonaventura Zumbini, si sia accinto già parecchi anni a questo non facile lavoro, che ora, superate difficoltà di vario genere, può dare alla luce soddsfacendo quasi a un debito di onore e adempiendo una solenne promessa.


VI.


E ora sarà pur necessario che si venga a chiarire i criterii, i mezzi e i nodi onde è stata preparata e condotta a presente edizione. — Le varie forme definitive dei Canti si devono cercare nelle varie edizioni che l'A. stesso in sua vita volle e curò; escludendo quindi le [p. xxiii modifica]altre, che senza il suo consenso e abusivamente furono pur fatte in quel tempo, in cui nessuna legge proteggeva ancora la più preziosa delle proprietà, quella proveniente dai prodotti dell’ingegno e dell'arte.33 Chi voglia pertanto raccogliere coteste forme definitive, deve basarsi sulle seguenti edizioni, che saranno, tra le stampe, i testi-base per la costruzione di una compiuta edizione critica: l'ediz. delle prime due canzoni patriottiche fatta a Roma nei '18;34 quella della canzone Al Mai fatta a Bologna nel '20,35 quella delle dieci Canzoni eseguita pure a Bologna nel ‘24;36 quella dei Versi pubblicati a

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Passando ora a qualche rilievo circa la grafia e interpunzione adottale dal L. quali si possono raccogliere dalle tante correzioni, esitazioni e pentimenti degli autografi e delle stampe, osserviamo anzi tutto che anche in questo campo il nostro A. mutò più volte, ma sempre dopo lunga riflessione e deliberazione, avendo sempre posto nell’ortografia e nella punteggiatura una cura assidua e meticolosa, proporzionata all’importanza che ad esse attribuiva.

Si possono distinguere nei Canti, riguardo all’ortografia, quattro diverse maniere seguite successivamente dall’A.: la prima è rappresentata dagli autografi recanatesi delle canzz. Su Dante e Al Mai e dalle stampe ad essi relative di R e B; la seconda dagli autografi napolitani che servirono alle edizz. di B e B, e dalle relative stampe; la terza dagli autografi dei canti nuovi che entrarono nell ediz. fiorentina del 31 e da essa ediz. la quarta dagli autogr. e altri mss. che servirono alla Starita del ‘35. e da essa ediz. con il suo Errata e con le correzz. a penna posteriormente fattevi dall’A. Nella prima di queste maniere il L., per una singolarità che meglio potrebbe dirsi preziosità, determinata forse da un’eccessiva reazione alla vecchia e goffa maniera ortografica per cui si abbondava esageratamente in iniziali maiuscole, scrisse molti nomi proprii e aggettivi da essi derivati con la minuscola; di guisa che troviamo non senza maraviglia in Ar, R e B, "italia, grecia» e via dicendo. Ma in quest’uso l’A. durò poco; chè già in An e B torna ad usare le maiuscole con una certa abbondanza, non solo in nomi proprii (non però negli aggettivi da essi derivati, quindi «italica, tiberino» ecc), ma anche in certi sostantivi personificati che spesso ricorrono; come abbonda straordinariamente di accenti sulle sillabe toniche di certe parole, per «distinzione dalle omonime, adoperando sempre l’accento a c u t o: e segna di accento g r a v e la cong. causale "chè", la quale prima aveva scritta senza

1 Per le Sigle adoperate in q. Discorso, del pari che nel corredo critico, vedasi la spegazone nell’elenco in fine delle Avvertenze che seguono il Disc..

2 Tra essi quello che ricorre più spessa è Cielo, quasi sempre scritto con la maiuscola; poi Natura, Fato Amore, Gloria ecc.

È osservabile a questo proposito la noticìna apposta dall’A, in An a E pur mèn grava per giusticare l’accento sull’è di "mèn" (p. 124 di q. cdii. i. 2). Secondo questa norma, di distinguere gli omonimi per mezzo dell’accento, il L segnò in An e B di accento molte parole, per alcune delle quali veramente non c’era pericolo di scambiare i significati, come "pósi" (pres. di posare ), "lássa" [p. lxviii modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/69 [p. lxix modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/70 [p. lxx modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/71 [p. lxxi modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/72 [p. lxxii modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/73 [p. lxxiii modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/74 [p. lxxiv modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/75 [p. lxxv modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/76 [p. lxxvi modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/77 [p. lxxvii modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/78 [p. lxxviii modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/79 [p. lxxix modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/80 [p. lxxx modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/81 [p. lxxxi modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/82 [p. lxxxii modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/83 [p. lxxxiii modifica]Pagina:Canti (Leopardi-Moroncini) I.djvu/84 [p. lxxxiv modifica]dall’osservanza di esse norme fosse per derivare a’ suoi canti. Ma poichè i canoni e le norme da lui con l’esercizio dell’arte sua riconosciute le migliori e più sane egli volle sempre fedelmente seguire; poichè con sapienza di criteri e finezza di gusto quali pochi altri possedettero egli seppe sempre servirsi de’ mezzi più idonei a raggiunger la perfezione dell’arte stessa; e sopra tutto potè usare da padrone assoluto dello stupendo strumento del linguaggio, di cui aveva indagate le origini e penetrata a fondo la natura: il critico che s’indugi a rilevare con minuta analisi i criteri, le consuetudini. le proporzioni, l’equilibrio mirabile onde tutti gli elementi filologici risultarono, in séguito a un finissimo lavoro di lima, sapientemente e armonicamente connessi e contemperati per una perfetta espressione poetica e de’ quali l’A. ebbe piena consapevolezza; non potrà dirsi che abbia fatto una fatica pedantesca. Durante la non breve rassegna, con la quale abbiam cercato di mettere in evidenza i procedimenti, siano pure in buona parte d’ordine materiale e contingente, onde si svolse la creazione artistica del nostro A., noi non abbiamo potuto (essendo ciò alieno dl nostro compito) soffermarci a toccare qualcuna delle questioni, relative alla valutazione estetica dei canti leopardiani, più dibattute e più variamente risolte dai critici odierni, questioni che d’altra parte involgono tutta la vita spirituale del Poeta; ma riteniamo che da quanto abbiamo discorso qualche lume possa pur derivare alla soluzione, o al migliore orientamento per risolvere con più sicuri e fondati criteri i detti problemi. E potremo chiamarci ben paghi delle fatiche spese nel procurare il testo, che speriamo possa dirsi ormai definitivo, di queste liriche stupende, se con esso e con le illustrazioni e documentazioni che lo accompagnano, avremo agevolato il non facile compito ai critici che ancora saranno per esercitare i loro ingegni sull’opera di uno de più ammirati e originali poeti che vanti la nostra patria.

F.M.

  1. Vedasi quello ch’egli scriveva al Giordani l’8 agosto 1817: «Mi fa infelice primieramenie l’assenza della salute... L’altra cosa che mi fa infelice è il pensiero... A me il pensiero ha dato per lunghissimo tempo e dà tali martirii, per questo solo che m’ha avuto sempre e m’ha intieramente in balia..., che m’ha pregiudicato evidentemente, e m’ucciderà, se io prima non muterò condizione» (Epist., 1, 33; 5a , rist.).
  2. Può vedersi, su questo propòsito, il mio Studio sul L. filologo (Napoli, A. Morano, 1891), e specialmente le conclusioni a cui e venni allora circa la qualità, valore ed effetti degli studi filologico— umanistici del L.; conclusioni che, non ostante i difetti di quel lavoro giovanile e l’incremento avuto in séguito dagli studi leopardiani, specie in virtù dei documenti forniti dalle carte napolitane, possono sostanzialmente essere accettate anche ora.
  3. Mette conto riferire qui il sg. passo di una lett. del L., in data 5 marzo '24 (Epist., I, 278) al cugino G. Melchiorri a Roma, che lo aveva pregato di scrivere dei versi in morte del fratello di un certo sig. Carnevalini: «...avete dovuto credere che io fossi come sono tutti gli altri che fanno versi. Ma sappiate che in questa e in ogni altra cosa io sono molto dissimile e molto inferiore a tutti. E quanto ai versi, l'intendere la mia natura vi potrà servire da ora innanzi per qualunque simile occasione. Io non ho scritto in vita mia se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinatamente non succedere se non di là a qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile di terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello.»
  4. Merita menzione anche la collezione di cose, ricordi e cimelii leopardiani della bibl. Municipale di Recanati, che ha tra l’altro i materiali serviti all’ediz. ranieriana del ’45 donatile dal Le Monnier
  5. Tra le raccolte minore si deve ricordare quella di Visso; si ha poi autogr. dell’Appressam. della morte nella bib. Univers. di Pavia; quello delle Iscrizioni greche triopee nella Braidense di Milano; e un gruppo di 9 lett. autogr. e alcune schedine di erudiz. giovanile nella Marciana di Venezia. Sappiamo inoltre dall’esistenza di una copia autogr. della Batracom. che era stata offerta da librario antiquario De Marinis di Firenze alla Nazion. di Napoli in cambio di tre prezioni incunaboli, cambio che per l’opposizione della legge non fu potuto accettare. Altri mss. non sappiamo se e dove esistano, specialmente tra quelli che servirono da originali alle stampe, come quello delle prime dieci canzz., quello del Petrarca, della Crestomazia, la note di lingue cedute al Manuzzi pel suo Vocabolario, e via dicendo; senza contare gli autografi delle lettere, sparsi un po’ da per tutto. Recentissimamente, sono venuti fuori, di tra le carte lasciate dal Ranieri, due preziosi esemplari a stampa, uno della traduz. fatta dal L. del II lib. d. Eneide (Milano, Pirotta, 1817), l’altro dell’Inno a Nettuno (Milano, A. F. Stella, 1817), con molte correzz. a penna di mano dell’A.: oltre a quattro lettere autogr. del L. al Ran., testè pubblicate da G. Bresciano nel Giorn. stor. d. lett. ital., vol LXXXIX, pp. 136 sgg.
  6. Dalla lettera di Giacomo a Carlo da Bologna, del 9 novembre ’25 (Ep., II, 355), si rileva che G. aveva dovuto portare con sè a Bologna, Milano ecc., quando partì verso la meta del luglio ’25 da Recanati con l’intenzione di non farvi ritorno se non provvisorio, una buona parte delle carte e mss. suoi che potessero da un momento all’altro servirgli; e che tutti gli altri lavori mss. e stampati rimasti a casa se li fece inviare da Carlo a Bologna con la suddetta lettera, in occasione della divinata stampa di tutte le sue Opere che po’ sfumò. Cosicchè dopo quest’epoca a Recanati non rimasero se non gli scritti puerili e i giovanili, avendo il L. chiesti tutti i suoi lavori compiuti «dal 1815 (inclusive) in poi». Che il L. avesse già con sè «tutte le altre cose», emerge da una lettera successiva (Ep., II, 359), nella quale eg’i assicura Carlo di aver ricevuto il pacco con le cose chieste, tranne «il Virgilio e l’Inno postillati», i quali gli dirà poi come bisogni spedirli. In un’altra, pure da Bologna a Carlo, dei 6 genn. ’26 (Ep., II, 378), G. si fa mandare un involto dei mss. delle cose pubblicate nello Spettatore, e in particolare chiede «i mss. del Discorso sopra Mosco, del discorso sopra la Batacom., sopra Orazio, sopra la Titanom. di Esiodo, con la stessa Titanom. in versi, e dell’artic. sopra il Salterio ebraico dei Venturi.»: tutti i quali mss. furon poi trovati fra le carte napolitane. E in un’altra a Carlo dei 13 febbr. ’26, mentre lo assicura di aver ricevuto il pacco (dei mss. precedentemente inviatigli), gli chiede oltre alle copie rimanenti delle sue Canzoni anche «la prima copia del Saggio sugli err. pop. d. antichi»; conchiudendo che questa seccatura sarà l'ultima, «perchè ormai crede di aver votato casa». Anche la leggenda sopra Santo Gerio, trucco di Monaldo che, veduto il Martirio dei SS. Padri, volle gareggiare col figlio nelle contraffazioni antiche (la quale è tra le carte napol. di mano di Monaldo), gli fu spedita a Bologna il 26 febbr. '26. In ultimo, scrivendo il L. da Firenze a Paolina il 24 maggio '31 (Ep., II, 695), le chiede di levar via dal suo protocollo in 2 voll. di lettere letterarie, le lettere di Vieusseux, Brighenti, Stella, Colletta, e le copie delle lettere sue; assicurandola poi il 2 luglio di aver ricevuto il pacco in perfetto stato. E anche queste lettere insieme con altre si trovano tra le carte napolit.
           Oltre ai mss. di cose letterarie, il L. aveva portato con sè anche lo Zibaldone, e i numerosi quaderni di cose filologiche, dei quali ultimi nella 1a metà del nomebre '30 egli fece «consegna formale» a L. De Sinner affinchè li redigesse e facesse pubblicare in Germania (Ep., II, 679; e v. anche 677 e 678). Com'è noto, il De Sinner allora gliene aveva promesso danaro e un gran nome; ma poi, tranne l' Excerpta che ne pubblicò a Bonna nel '34, non ne fece altro; e dopo avere inviati al Vieusseux i preziosi mss. che alla sua venuta in Firenze gli furono restituiti, da ultimo cedette co' suoi libri al Granduca di Toscana anche quei ms., che così passarono prima alla Palatina e poi alla Nazionale di Firenze.
  7. Apertosi, dopo la morte di A. Ranieri (4 genn. 1888) il testamento di lui, vi si trovò tra l'altro questa disposizione: «Lego, come mio ricordo, alla Bib. Nazion. di Napoli i mss. di altri o miei... da eseguirsene, nondimeno la consegna all'epoca della morte dell'ultima delle predette Francesca Gnarro e Maria Carmela Castaldo [le due fantastiche eredi usufruttuarie], rimanendo vietata qualsiasi ingerenza o atto qualunque, anche a titolo di conservazione, della legataria Biblioteca, fino alla detta epoca, dispensando espressamente le medesime [eredi] da ogni garentia o cauzioni». Sorse allora il conte Giacomo Leopardi iuniore, capo della illustre Famiglia, a negare che nel lascito del Ran. alla bib. Napolitana potessero comprendersi i mss. leopardiani, i quali appartenevano legittimamente alla famiglia del P. La controversia innanzi al magistrato non ebbe fine; ma intanto reca questo vantaggio che fu ordinato dal Pretore del Mandamento Stella l’inventario per mano di notaio di tutti quei mss., che suggellati furon deposti e custoditi nel Monte della Misericordia di Napoli. Più tardi il conte G. Leopardi si mostrò nobilmente disposto a rinunziare ai suoi diritti, purchè i mss. passassero subito alla Nazionale di Napoli e si facesse, in occasione dcl centenario dalla nascita del P., la pubblicazione di quelli che fossero designati da una Commissione eletta dal Ministro. In seguito di ciò, fu mossa il 9 aprile 1897 interpellanza nel Senato da F. Manchi al Ministro della P. I. on. Ciantarco, con la quale si chiedeva quali fossero sul proposito gl intendimenti del Governo. E questo, dopo compiute le formalità necessarie, provocava al 23 agosto dello stesso anno un decreto reale, pei quale veniva deliberata di pubblica utilità la pubblicazione dci mss. leopardiani. Avvenuto lo svincolo giudiziario, si potè procedere a un esame più minuto di tali, pur conservandoli nello stato medesimo in cui li aveva lasciati il Ranieri e in cui aveva inventariati il notaio Delli Ponti. I vari pecchi, pieghi e involti erano nella maggior parte ammassati alla rinfusa e in gran disordine in un bauletto dì legno ricoperto di lana verde e chiuso a chiave, e in minor parte in un canestro di vimini senza chiave; e così essi eran giaciuti per lungo tempo, suggellati e custoditi, al Monte della Misericordia. Passati poi alla Casanatense a disposizione della Commissione presieduta dal Carducci, che nominata il 14 ottobre 1897 sollecitamente provvide alla pubblicazione dello Zibaldone e e del vol. degli Scritti vari inediti, furon chiusi in scatole di cartone numerate da I a XXII, cioè con la stessa numerazione dell’inventario notarile. Se non che, avendo la Commissione predetta, mentre esaminava le carte, potuto acquistare alcuni altri autografi del L. offertile in vendita, fra i quali diverse lettere o un Indice degli scritti fanciulleschi del P., questi vennero a formare un altro pacco nella scatola segnata col n. XXIII. In questo stato tutte e carte preziose passarono alla Nazionale di Napoli: dove di alcuni de più voluminosi autografi (come dello Zibald., Oper. morali, Saggio s. err. p. d. antichi) fu curata la rilegatura in pergamena e di tutti poi fu redatto un Inventario abbastanza particolareggiato dal prof. M. FAVA nel tempo (1909-1912) in cui egli, come conservatore dei mss. della Nazionale napolitana, li ebbe in custodia; il quale inventario, pubblicato nel Bollettino del bibliofilo di Napoli (fasc. dell’aprile-maggio 1819, Anno I, nn. 6-7). se mira a dare una notizia precisa del contenuto di essi mss., non può tuttavia sopperire, in sì gran disordine e confusione in cui quelli son rimasti, al desiderio e al bisogno sentite di un Catalogo ragionato dei medesimi autografi. Questo bisogno fu subito avvertito dalla Commissione predetta, che fin dal 20 dicembre '97, pubblicando il I. vol. d. Zibaldone proponeva al Ministro che si facesse un Catalogo descrittivo, ragionato, possibilmente cronologico e storico non solo degli autografi napolitani ma anche dei sinneriani e dei recanatesi, coordinando fra loro questi cataloghi; il che essa riteneva «proprio e primo dovere dello Stato.» Ma effettivamente, se anche qualcuno diede opera parziale a ciò, i risultati ne sono andati dispersi. E quindi assai opportunamente S. E. il Ministro Fedele, incoraggiandoci alla preparazione di questa ediz. critica, ha voluto anche darci l’incarico della compilazione dci suddetti Cataloghi coi quali, e con la compiuta Bibliografia leopardiana che si sta preparando cura della Deputazione di Storia patria per le Marche, si potrà dire adempiuto il voto di quanti si sono occupati o si occuperanno ancore di studi leopardiani. — Intanto però è notevole il fatto che, passati mss. ella Nazionale di Napoli a disposizione dì tutti gli studiosi, non fa veramente grande il numero di quelli che si accinsero a consultarli in proporzione almeno di quelli che si commossero al felice evento e pur non dandosi pensiero di esaminar quelle certe, proclamarono che tutto si dovesse pubblicare, senza riserva alcuna.
             Vanno poi ricordate le numerosissime carte più propriamente ranieriane (una congerie di circa ventimila lettere ecc., di cui se due buoni terzi riesciranno inutili agli studi, un terzo avrà certo la sue importanza), passate anch'esse alla Nazion. di Napoli dopo la morte dell’ultima domestica del Ran. Francesca Igoarra (ch’ebbe cura di narrare i particolari della morte del suo padrone alla sig. Elisabetta Braodes in una lettera di cui resta la minuta) le quali carte aspettano di esser numerate, selezionate, ordinate e collocate, per potere esser consultate dagli studiosi. Scelte tra esse, stanno preparando per e stampe numerose lettere di vari al L., e di varii a varii con riferimenti al L. i fratelli BRESCIANO, bibliotecari d. Nazion. napolitana; lettere che ci auguriamo possano veder presto la luce.
  8. Ciò è stato già fatto da altri; e in modo speciale da F. RIDELLA in Una sventura postuma di G. L., Torino, Clausen, 1897.
  9. Non è chi non veda la contraddizione tra cotesti vanti esagerati e la confessione che il R. fa nella sua lett. al Le Monnieri degli 11 febbr. '45, chiedendo a stampa compiuta di potere riscontrare i Pensieri esattamente sull'originale autografo: «lo stesso avrò fatto degli errori copiando, e mi ci vuol del tempo ed attenzione grandissima.»
  10. Possono passare per err. tip. i sgg.: VI, 55 «Dafne e» p. «Dafne o»; XXIX, 69 «mano e» p. «mano o»; XXXII, 151 «animo» p. «anima»; 254 «mercanti» p. «mercati»; 278: «Vecchiezza gioventù» p. «Vecchiezza e giovantù».
  11. Veramente, a un Errata si pensò all'ultimo momento; e anche per ciò il R. avrebbe voluto aver sott'occhio tutta la stampa; ma poichè faceva intravvedere un non breve indugio sul risultato di quello sguardo generale a causa de' suoi occhi malati, il Lo Monnier, che si era mostrato dispostissimo ad aggiunger l' Errata, ma che d’altra parte era sicuro di aver fedelmente eseguite tutte le correzz. segnate dal R. nelle ultime bozze, avendo premura di pubblicar l’opera, ci passò sopra. Ma poichè il R. molto si doleva dell’errore capitato a p. XXX («COSE FILOSOFICHE» invece di «FILOLOGICHE».), il Le M. lo contentò stampando un cartellino che fece attaccare a tutte le copie non ancora vendute; come lo contentò aggiungendo a nano gli accenti sfuggiti al R., nei duo to d. epigr. de La gin.. Intanto però, con una mancanza di un vero e compiuto Errata, si perdette l'unico mezzo di purgare la stampa, almeno d’una parte de’ suoi errori. Di alcuni di questi si avvide subito il Giordani, che aveva avuto dal Le Monnier i fogli via via che si stampavano, e ne aveva fatto compilare una nota a L. Scarabelli; nota che poi con lett. dei 10 marzo ‘45 inviò al Le Monnier. Ma nei conti furono notati salo due errori, dai quali il primo (p. 21 vs. 36: «colo» per «cole») non comparve nell’ediz. del ‘45 il secondo (p. 25. vs. 3 «profondo» corretto in «profonda») è non felice correz., del Giord. o dello Scarabelli. Nelle Prose ne furono segnati appena cinque, di cui uno non comparve e uno è dubbio. Purtroppo gli errori e sviste della 1a ediz. (intendo sempre e soltanto d. genuina, poiché in una abilmente falsificata, che pure dovette aver largo smercio, ce ne sono di più e più massicci), solo in minima parte furono corrotti nella 2a del ‘49 o nella 3a del '51. Nella 4a del 56. se in complesso si trovan corretti una dozzina di errori, specie dei primi canti, si notano, non sappiamo ad opera di chi, nuovi arbitrii (il chè caus. con l'acc., i segni d. dieresi, gli accenti circonflessi invece dei gravi ecc.) e alcuni nuovi errori abbastanza gravi (VI, 90 Ritornerà p. Rintronerà; XVII, 132 Non t'amerà quant'io l'amai p. Non l’amerà quant'io l'amai; XXIII. 67 perir della terra p. perir dalla terra ecc.) di guisa che essa ediz., invece di esser migliorata, si può dir peggiorata. E così, a un di presso, si conservarono tutte le altre success. edid. e ristampe d. ranieriana alle quali si uniformarono perfino i compilatori degli Scr. v. ined., pubblicando in essi il testo di tre canti editi, oltre lasciarvi anche qualche svista or propria: e sì che ch'essi avevano i mezzi di dare, dì detti canti, un testo criticamente vagliato!
  12. Cfr. F. P. Luiso, Ranieri e Leopardi (Storia di una edizione), Firenze, Sansoni, 1899; e v. anche N. Serban, Lettres inèdites relatives à G. Leop., publicèes avec introducion, notes et appendices, Paris, E. Champion, 1913. Le lett. pubblicate dal Serban son tratte da tre carteggi della Nazion. di Firenze, cioè quelli del Viesseux, del De Sinner e del Le Monnier. Di quest'ultimo il S. ha ripubblicate tutte le lett. del Ran., che aveva già pubblicate il Luiso, ma in modo più compiuto; più qualche altra.
  13. Senza dubbio la ferma intenzione del Ran. che il pensiero del L. non fosse menomato nè travisato dall’opera della Censura, è lodevole e fa onore al R. essere riescito con la sua arte diplomatica, con le sue insistenze, con la sua intransigenza e anche con le sue minacce a far lasciare intatto il pensiero e sentimento del L., a cui certo non poterono nuocere le poche Avvertenze del canonico Barsi che fu d’uopo accettare nella 1a ediz. ma che il Le Monnier coraggiosamente tolse via nelle successive.
  14. Della buona volontà posta dal R. nel correger le bozze son testimonio non solo le lettere da lui scambiate col Le Monnier durante a stampa, ma anche parecchie bozze rimaste tra le napolit. e recanatesi. — L’opera si pubblicò in Firenze, annunziata anche da un manifesto murale, pel lunedì 10 marzo 45, in 2 voll. col titolo: «Opere | di Giacomo Leopardi. | Ediz. accresciuta, ordinata e corretta, | secondo l’ultimo intendimento dell A., | da |Antonio Ranieri. | Firenze | Felice Le Monnier. | 1845.»
  15. Quantunque il L. fosse stato sempre cosi accurato e sofistico nel correggere le stampe delle cose sue, in modo particolare la Starita (nell’esemplare dì questa corretto a penna segnò persino una u rotta!), pure non andò del tutto esente da sviste.
  16. I luoghi dove realmente sì possono ammettere coteste sviste dell'A. e che furono dal R. giustamente emendati sono: III, 3 «t'infonde Italo» emendato in «t’infonde, Italo»; XIII. 20 «non già, ch'io speri.» emend. in «non già ch'io speri,»; XV. 79: concedi o cara emend. in concedi, o cara; XVI. 56 «piaggie» giustamente corretto in «piagge»; XIX. 6: «lasciar» emend. in «lasciàr»; XXVI. 11 e XXXV. 1; «propio» emend. in «proprio»; XXXVIII, 11 «sommergermi o nembi,» emend. in «sommergermi, o nembi,».
  17. Vedasi in fatti: II, 190: «intorno:», invece di «intorno,». Il R. ha opinato essere occossa qui una svista del’A., e doversi correggere segnando dopo «intorno» due punti anzi che la virgola. E fece ciò non senza una plausibile ragione, e spinto anche dall’analogia dì altri casi somiglianti, dove l’A. pose, specie nelle ult. edizz. i due punti. Se non che, pur riconoscendogli buone questo ragioni, noi, tenendo conto che e nell’autogr. recan. e nel napolit. si ha nettamente la virgola e non i due punti (anzi nell'autog. recanat. l’A. aveva prima segnato i due punti, e poi li cancellò sostituendo la virgola), e che in tutte le stampe curate dall A. compresa le Starita e la Starita corretta a penna, si ha costantemente la virgole, riteniamo (d’accordo in ciò col Mestica) che non si possa ammettere in questo luogo una svista da emendarsi. — X. 35: «Che dicevi o mio cor,». Il R. che pure, come abbiamo notato più sopra, in III. 13, XXVIII. 11 e XV. 79 pose il vocativo fra due virgole, non ostante la lez. ult. dello Starita, appunto per uniformarsi all'uso definit. dell A., in questo caso non badò a metter la virgola innanzi all'«o». — XXXIV, 255 «Sull.» Anche qui iL R. per analogia e conformità con tutti gli altri casi in cui occorre la prepos. «su» seguita dall'artic., nei quali l'A. costantemente e deliberatamente la segnò staccata dall'artic. stesso, avrebbe dovuto separarla. E nello stesso canto, v. 285, il R. ha «voti», non avendo badato che l'A., anche dopo aver soppressi molti accenti che nell'autogr. napolit. e in B aveva segnati a molte parole per «distinzione» di significato, per questa e poche altre parole invece volle conservato l’accento acuto. — IV. 28 «nefando stile. Di schiatta ecc.» Qui la virgola dopo «stile» non può aver luogo assolutamente, essendo illogica e male ha fatto il R. a conservarla. È vero che dall ediz. di Bol. ‘24 sino alla Star. inclus. (ed è con ben strana!) si trova conservata questa erronea virgola, nè essa fu tolta nella Star. corr.; ma a ragion logica deve aver bene il suo peso; e, a ogni modo, ci soccorre l’autog. napolit. che il R. aveva pure a sua disposizione, dove questa virgola inopportuna delle stampe manca del tutto. — XXXIV. 214 «al ciel, profondo ecc.». Ecco un’altra virgola errata o piuttosto spostata (giacchè deve stare dopo «profondo» invece che dopo «ciel»), la quale non solo mise fuor di posto in tutte e tre le copie da lui scritte de La gin., ma anche nell’ediz. del ‘45, non accorgendosi dello strano errore che guasta il senso.
  18. Ecco un elenco di luoghi nei quali il R. si allontana dall’espressa volontà dell’A. o per poca accuratezza nel confrontare e seguire l'ediz. Starita o per poca felicità nell'interpretare il senso dell’A.: I. 41; III, 49, 78; V, 48; IX. 12, 19, 46; X, 34, 69; XIII, 23; XV, 93; XVI, 5; XVII, 3; XIX, 146; XX, 109; XX, 59; XXIV, 53; XXV, 31; XXXII, 205; XXXVIII, 2; XXXI X, 71; XLI, 11. — In VIII, 43 e XXXV, 196, il R. si è discostato dalle correzz. a penna d. Starita.
  19. Gli arbitrii commessi dal R. nel modificare di suo capo, e senza alcuna giustificazione specialmente la grafia e la puntegg. con tanta cura e ponderazione volute dall A., non sono pochi. Vedasi I. 69, 133; II, 32, 64; III, 52; IV. 92; V, 7, 32; VII, 29; VIII, 62; IX, 42; X, 29; XV, 2, 21, 47, 50; XVI. 51; XVII. 36; XIX, 27, 109, 138; XXIV, 24; XXXII, 46.
  20. Delle due copie trascritte dal R. di sull’autografo, la 2a (ora tra le c. napol.) da noi indicata con la sigla R1, si allontana dal testo in sette luoghi. tra i quali è un grosso errore al v. 41 («vita» invece di «via»), a 2a (ora recanatese) da noi indicata con R2, se alquanto più corretta, pure si discosta dal lesto in tre luoghi, cioè: v. 3 «Zefiro» invece di «zefiro» (ma in F45 si ha «zefiro»); 32 «Ch'a se» invece di «Che a se»; 55 «resterete» invece di «resterete». E notisi che, mentre ai vv. 109, 112, 208, 233, 279 de La gin., nella 1a e 2a copia il R. aveva scritto davanti alla voc. a. nella 3a correggendo scrisse «Che», appunto come nell'autogr. de Il tramondo aveva scritto l'A.
  21. Vedansi i sgg. luoghi, ne' quali il R. è caduto in errore per non aver fedelmente seguila la 3a copia 33; 38 («innalzar» invece di «esaltar»); 59; 82; 99; 100; 109; 112; 125; 148; 149; 153; 158 («piagge» invece di «rive»); 169; 194; 205; 207; 208; 215; 233; 242; 264; 269; 270; 276; 279; 289; 293.
  22. Manco male che il R. fu in tempo a corregere il grossolano errore in cui era caduto nella 1a copia scrivendo al v. 108 «aura marina» (!) invece di «aura maligna».
  23. Questo canto il R. nella Notizia lo dà come composto a Recanati nella primavera del 30 mentre dalla data che l'A. appese a capo dell'autogr. doveva accorgersi essere stato composto a Pisa dal 7 al 13 aprile del '28.
  24. Non tenendo conto dei titoli costituiti solo da una, due o tre parole, che naturalmente dovevano formare una sola linea, si può dire che neanche a farlo apposta, in quasi tutti gli altri più lunghi e dall’A. disposti in più linee, il R. disponendoli di suo capo, si allontana sempre dalla volontà dell'A.
  25. Il Luiso (op. cit., pp. 76— 7) porta in nota una lista piuttosto lunga di emendamenti da farsi all'ediz, ranieriana, basandosi sul confronto tra detta ediz. e gli originali, ora recanatesi che ad essa servirono. E naturale che, avendo egli tenuto come base detti originali (e non napolitani che allora, nel 1899, non erano ancora a disposizione del pubblico), da quegli stessi da cui si era fondato il Mestica per la sua ediz. barber. del 1886. non solo non abbia potuto rilevare tutte le mende d. ediz. ranier., ma qualche volta abbia inconsapevolmente errato egli stesso nelle proposte correzz., specialmente in parecchie de La gin. E similmente può dirsi di quelle ch'egli chiama v«arianti» tra l’ediz. d. Mestica e gli originali recanatesi, tra le quali alcune si posson chiamare piuttosto sviste che varianti.
  26. Canti e versioni di G. L. pubblic. con numerose var. di su gli autogr. recanat. da Camillo Antona-Traversi, Città di Castello, Lapi, 1887.
  27. L'A. Traversi, poco dopo eseguito l'inventario delle carte leopardiane dal notaio Delli Ponti, si affrettò a divulgarlo per le stampe (Città di Castello, Lapi, 1888), dando così per il primo di quelle carte un'idea alla grossa, che contribuì ad acuire maggiormente la curiosità e le brame degli studiosi.
  28. Le Poesie di G. L.: nuova ediz. corretta su stampe e mss., con versi inediti, a cura di GIOVANNI MESTICA, Firenze, Barbèra, 1886.
  29. Firenze, Success. Le Monnier, 1899.
  30. Opere di G. L. da lui approvate (Canti — Paralipomeni — Operette morali — Pensieri) secondo la revisione su mss. e stampe preparata da G. MESTICA, Firenze, Success. Le Monnier, 1906.
  31. Di fatti si possono contare una trentina di luoghi, tra falli tipografici e deviazioni dal testo non tutte però imputabili al Mestica, in cui questa ediz. erra. Di essi, solo una terza parte si riscontrano nell'ediz. barberiana; laddove in questa si contano oltre una quarantina di altri diversi falli. Sicchè se questa si avvantaggia sulla lemonnieriana del '906 in una ventina di luoghi, d'altra parte le è inferiore in una quarantina.
  32. Si attennero quasi esclusivamente all'ediz. ranieriana: il BONGHI, nella magnifica ediz. di Roma, 1882, salvo pochi errori corretti; lo SCHERILLO (Hoepli, ‘900) ed altri anche più recenti; invece profittò dell'ediz. Mestica 1906 il TAMBARA per la sua ediz. vallardiana del 1907; e seguì il Mestica del 1886, come aveva già fatto lo STRACCALI, fin dal 1892, il PORENA nella sua 1a ediz, di Tutte le poesie di G. L., Messina, Principato. 1916. Parve volease dare una solenne ediz. critica il DONATI (Bari, Latina, 917) ma in fondo egli non fece che ripetere il Mestica del 1886, usando eslcusivamente dei materiali recanatesi, e aggiungendo di suo molte licenze e inesattezze non lodevoli. (V. in proposito la mia recensione in Rassegna crit. d. letter. ital., Anno XXIII, fascic. 1-6). Un primo passo, ma non troppo avvertito dagli studiosi, feci io con la mia ediz. dei Canti, Sandron, 1917, sia rispetto alla lezione del testo, sia riportando non poche varianti e note inedite; ma quella era un'ediz. fatta con speciale intento scolastico e non intera. Oltre ad altre successive edizz. con commenti ecc., di recente è comparsa un'ediz. di puro testo dei Canti (Firene, Rinascimento del libro, 19277), sotto la direzione di E. BARFUCCI, ediz. bellissima dal lato tipografico, ma che, salvo una quarantina di luoghi non sappiamo se voluti o fortuiti, riproduce l'ediz. Donati, con tutte le inesattezze e licenze a quella proprie; e anche ripetendo di quella alcuni errori un po'grossolani (XIX, 33; XXIII, 67; XXXII, 18; XXXIII, 63; XXXVII 18; XXXIX. 50); per modo che anche in questa ediz. il testo vero, non solo non fa un passo avanti, ma ne fa parecchi indietro.
  33. Durante la vita del L. si pubblicarono, tra l'altre, certamente senza il suo intervento e approvazione, due edizz. dei Canti: la 1a a Palermo nel 1834, di sulla fiorentina del ‘31, dal tipografo F. Spampinato, la quale, non avendo avuto le cure nemmeno di persona colta, uscì assai scorretta e a 2a a Firenze nel 1836 di sulla napolitane dello Starita, per iniziativa e conto del Piatti, a solo scopo di speculazione commerciale, la quale ha tutt l’aspetto d’una contraffazione, avendo il tipografo— editore cercato imitare quanto più e meglio poteva l'ediz. napolitana nel sesto, carta, caratteri così del testo come dei titoli, e nella disposizione dei versi in ciascuna pag.; e riuscì anch'essa di molto inferiore allo Starita per varii errori ed arbitrii che contiene. Così spiega la disapprovazione che l'A. fece delle preced. edizz. da lui non curate nella Notizia intorno alle edizz. di questi Canti premessa all'ediz. Starita, e in modo ancor più comprensivo nell'altra preparata per la nuova ediz. di farsi a Parigi (Vedila in Mestica, Scr. lett., vol. II, p. 387).
  34. CANZONI | DI | GIACOMO LEOPARDI | sull'Italia | sul monumento di Dante che si prepara in Firenze | Roma MDCCCXVIII | Presso Francesco Bourlié. Fesc. dì pp. 28 in— 16. Precede la Dedicatoria al Monti. Ogni psg. contiene una strofe delle canzoni. Pubblicati entro il genn.— febbraio 1819.
  35. CANZONE | DI | GIACOMO LEOPARDI | ad| Angelo Mai | Bologna | MDCCCXX | Per le stampe di Iacopo Marsigli | con approvazione. Fasc. di pp. 6 in— 16. Precede la Dedicatoria al Trissino. Seguono le strofi d. canz., una per pagina. Pubblicata tra il luglio e l’ottobre 1820.
  36. CANZONI | DEL CONTE GIACOMO LEOPARDI | Bologna | pei tipi del Nobili e Co 1624. Volumetto in— 16 piccolo, di pp. 196. Precede un’avvertenza A chi legge (pp. 3— 4); segue a p. 5 un «occhio»: All'Italia | canzone prima; poi la dedicatoria al Monti (pp. 7-12); poi e dieci Canzoni (pp. 3— 125) (quella Al Mai ha innanzi la dedicatoria al conte Leonardo Trissino quella su Bruto Minore ha innanzi la lunga Comparazione | delle sentenze | di Bruto minore | e di Teofrasto | vicini a morte). Seguono le Annotazioni (pp. 127-194); poi l' Indice (pp. 195-6). Alla p. seg. non num. c'è il Vidit e l' Imprimatur; e dopo 3 pp. in bianco nell' ult. l' Errata. Pubblicate nell'ottobre 1824.