Chi l'ha detto?/Parte prima/35

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§ 35. Gioventù, vecchiezza

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Ma pur troppo col mutarsi dei tempi anch’essa tende a scomparire:

575.           Ah! il n’y a plus d’enfants.1

tutti ripetono dopo che Argan nel Malade imaginaire di Molière (a. II, sc. 8) lo ha detto per la prima volta, e ne ha creato quasi un proverbio.

Quei bambini, che prima facevano la delizia delle nostre case con le loro ingenue grazie, sono oggi quasi tutti diventati, inconsciamente o no, degli

576.   Enfants terribles.2

come soglionsi chiamare con frase usata per la prima volta in una delle comiche composizioni di Gavarni. Veramente se i bambini diventan terribili, molte volte lo si deve ascrivere non a soverchia malizia, ma alla nessuna esperienza del mondo e delle sue leggi naturali ed artificiali. Il vivere sociale e la sua educazione non ha corretto in essi alcuno degli ingeniti istinti della bestia umana; perciò La Fontaine, che poco amava i ragazzi, scrisse di loro che:

577.            .... Cet âge est sans pitié.3

in una delle sue favole più deliziose, Les Deux Pigeons (liv. IX, fable II, v. 54).

In tempi eccezionali vedremo i fanciulli superare in senno e in audacia gli anni loro, ed è allora che

578.            I bimbi d’Italia
         Si chiaman Balilla.

come è detto nell’Inno di Goffredo Mameli (str. 4); è allora che essi intoneranno quel popolarissimo inno di cui la prima strofa dice:
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579.   Ora siam (o Noi siamo) piccoli,

Ma cresceremo.
Difenderemo

La libertà.

inno di cui non si conosce con assoluta certezza l’autore. Qualcuno lo attribuiva a Pietro Roggeri da Stabello, poeta bortoliniano, il principale fra i poeti vernacoli bergamaschi e autore di altri inni popolari del tempo, stampati pure anonimi; ma è invece da ritenersi quasi come sicuro (D’Ancona e Bacci nel Manuale della letter. ital., vol. IV. p. II, Firenze, 1894, p. 614), ch’esso fu composto nel 1796 per il Battaglione della Speranza di Modena da Giovanni Fantoni, più noto sotto il nome arcadico di Labindo. Davide Bertolotti nelle Notizie intorno alla vita ed alle opere di Giovanni Fantoni preposte alle Poesie del Conte Giovanni Fantoni fra gli Arcadi Labindo (Milano, per Giovanni Silvestri, M.DCCC.XXIII), a pag. X scrive: «Le piazze di Milano e di Modena lo intesero a predicare la popolare autorità, ed in quest’ultima città ancor rammentasi la radunanza di ragazzi da lui fatta, armati di fucili di legno, ch’egli chiamò il Reggimento della Speranza, e per cui scrisse un Inno che andò a stampa, e che cominciava " Ora siam piccoli — ma cresceremo " ecc. ecc.» — Ma l’inno non è stampato nella raccolta Silvestri — e ciò si capisce dato lo spirito antitedesco che lo ispirava - e neppure nelle raccolte posteriori. Si trova, ma raccolto dalla tradizione, nella raccolta di Eugenia Levi, Fiore di poesie italiane antiche e moderne, facili per i ragazzi d’Italia (Firenze, Bemporad).

Forse, se è proprio del Fantoni. fu stampato in foglio volante, in stampa del tempo. Ma di tali edizioni non si ha notizia: e lo Sforza non ne registra alcuna nel suo diligentissimo Saggio d’una bibliografia delle opere di Labindo (nel Giornale Storico e Letterario della Liguria, a. VII-VIII). Ved. nel Fanfulla della Domenica, gli articoli di D. Lucattelli (n. 9 del 27 febbraio 1916) dove l’inno ricordato per incidenza è affermato di autore ignoto; di A. Ottolini (n. 10 del 5 marzo); di Gerolamo Lazzeri (n. 27 del 2 luglio); ancora dell’Ottolini (n. 29. del 16 luglio), e finalmente ancora del Lazzeri (n. 31 del 30 luglio). [p. 174 modifica]

Ma, tant’è, io preferisco vedere i bambini ai loro giuochi, i giovanetti allo studio, gli uomini al lavoro, poichè

580.   Chaque âge a ses plaisirs, son esprit et ses mœurs.4

(Boileau, Art poétique, c. III, v. 374).

Ecco la gioventù, lieta, superba e confidente:

581.   Nos quoque floruimus, sed flos erat ille caducus, Flammaque de stipula nostra brevisque fuit.5

(Ovidio, Tristia, lib. V, eleg. VIII, v.19-20).

Dolce è il ricordo delle belle illusioni degli anni giovanili; e per molti non è possibile di riudire senza una certa lieve commozione la romanza

582.                  Oh de’ verd’anni miei.

cantata da Carlo V nell’Ernani, dramma lirico di F. M. Piave, musica di G. Verdi (Atto III, sc. I):
Oh de’ verd’anni miei
Sogni e bugiarde larve,
Se troppo vi credei
L’incanto ora disparve.
S’ora chiamato sono
Al più sublime soglio,
Della virtù com’aquila
Sui vanni m’alzerò.
E vincitor de’ secoli
Il nome mio farò.

Questi sono tra i pochi versi non tanto cattivi, del noto librettista Francesco Maria Piave (di Murano, 1810-1876); il quale, mediocre poeta di per sè, era poi veramente uno strumento cieco in mano del Verdi, che si valeva di lui a preferenza di ogni altro librettista, trovandolo docile e pieghevole anche col sacrificio del [p. 175 modifica]gusto letterario, del senso comune, della sintassi. Il Piave, conscio della sua inferiorità, fe’ continuo sacrificio del suo amor proprio, tagliando, aggiungendo, accorciando, allungando, secondo le fantasie di Verdi. El maestro vol cussì, e basta: quando il Piave aveva detto queste parole, non occorrevano per lui altre giustificazioni, tanto egli non la pretendeva a poeta: «La me diga versèr....» soleva avvertire con burbera bonarietà. Il Piave, oltre questo libretto dell’Ernani, scrisse pel Verdi, i Due Foscari, il Macbeth, il Corsaro, che divenne poi Aroldo, il Rigoletto, la Traviata, il Simon Boccanegra, la Forza del destino, gli ultimi due libretti rifatti rispettivamente da Boito e Ghislanzoni. Il libretto del Macbeth fu uno dei più ferocemente tartassati dai critici d’ogni tempo. Molti ne parodiavano i versi. E Mario Pascolato narrò a questo proposito un gustoso aneddoto. A una rappresentazione del Macbeth, erano in un palchetto col Piave, Paolo Ferrari e Leone Fortis, che lo tormentavano colle critiche dei suoi versi. Nella scena delle apparizioni dei Re, Macbeth a un certo punto deve dire:

           Un terzo?... un quarto?... un quinto?...

e giunti a quel verso, il Fortis e il Ferrari, che lo aspettavano al varco, impresero a continuare - improvvisando a vicenda - quella aritmetica versificata:

     — Un sesto?... ed ecco il settimo!
      — L’ottavo, il nono, il decimo!
      Il poeta taceva e friggeva. E quelli:
      — L'undecimo, il duodecimo....
      — Oh, cielo! il tredicesimo!... —

Finalmente il buon Piave, scoppiando: «Tasè, cani, che xe Verdi!!» — E quella fu tutta la sua difesa: invocare il rispetto.... per la musica del suo Maestro.

A tutti i giovani che leggeranno questo libro auguro non per tanto:

583.      Pensier canuti in giovenil etate.

e che per nessuno di loro possa dirsi quel che di troppi si dice, cioè che
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584.   La plupart des hommes emploient la première partie de leur vie à rendre l’autre misérable.6

(La Bruyère, Caractères, vol. I, cap. 11:
De l’homme, § 102).

Così sta nelle otto edizioni avanti quella del 1696: le altre dicono invece la meilleure partie.

E a sorreggerli fra le asperità e le dubbiezze della vita, potrà, per coloro che hanno la ventura di credere, concorrere la Fede, la quale

585.                  Tempra de’ baldi giovani
               Il confidente ingegno.

Ma questa prima metà della vita presto vola; eccoci

586.   Nel mezzo del cammin di nostra vita.

verso che Dante stesso così commenta: «La nostra vita procede ad immagine d’arco, montando e discendendo. Il primo sommo di questo arco nelli perfettamente maturati è nel 35° anno» (Convito, IV, 23). Volano gli anni,

587.             Eheu fugaces, Postume, Postume
            Labuntur anni.7

ecco la dolorosa e stanca vecchiaia, e

588.             Già dello spirto il memore
            Moto veloce langue,
            E lento scorre e gelido
            In ogni vena il sangue.

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Questi versi sono nell’ode La vecchiezza di G. B. Niccolini, di cui si suole ricordare anche l’ultima strofa:

        E mentre manda un gemito,
           Chè dell’error s’avvede,
           S’apre la tomba gelida
           Sotto lo stanco piede.

Ecco l'uomo

589.            Giunto sul passo estremo
           Della più estrema età.

come canta Faust nell’epilogo del Mefistofele, parole e musica di Arrigo Boito; eccolo vacillante e canuto come il Caronte infernale, che Dante chiamò:

590.        Un vecchio bianco per antico pelo.

eccolo, magro compenso a tante altre privazioni!, circondato da quel rispetto che è e fu sempre melanconico privilegio della tarda età:

591.   Magna fuit quondam capitis reverentia cani.8

(Ovidio, Fasti, lib. V, v. 57).
purché egli sappia rispettare il suo crine canuto, se vuole che lo rispettino gli altri, poichè

592.   Peu de gens savent être vieux.9

(La Rochefoucauld, Maximes, § CCCCXXIII).
e soprattutto tenersi lontano da debolezze che sono di altre età:

593.   Turpe senex miles, turpe senilis amor.10

(Ovidio, Amores, lib. I, eleg, IX, v. 4).
Il miles si ha da intendere di chi milita sotto le insegne di Amore, infatti l’argomento di questa elegia è una poetica comparazione dell’arte guerresca all’arte di amare. [p. 178 modifica]
Non tutti facilmente si acconciano a rinunciare a piaceri e ad abitudini che meglio si addicono ad altre età. La vecchia serva nel capolavoro di Rossini si duole che gli amanti non la corteggino più, e canta:

594.          Oh vecchiaia maledetta!
         Son da tutti disprezzata....
         E vecchietta disperata
         Mi convien così crepar.

(Il Barbiere di Siviglia, parole di Cesare Sterbini,
musica di Rossini, a. II, sc. 5).

Perciò non mancano i furbi di tre cotte che sanno trarre partito da queste senili debolezze, quindi la esclamazione del Giusti:

595.   Oh le vecchie, le vecchie, amico mio,
    Portano chi le porta; e lo so io.

(Gingillino, p. III, str. 18).

Intanto il tempo, che è galantuomo per tutti, corre senza tregua, e si appressa il giorno in cui virtù e vizi, debolezze e sacrifici, avranno un termine. Vero è che nessuno in generale si preoccupa di questo doloroso scioglimento:

596.   Nemo est tam senex qui se annum non putet posse vivere11

(Cicerone, De Senectute, lib. VII).
nulladimeno la fine viene, e viene per tutti, pel ricco come per il povero, per il vecchio come per il giovane. Ma se per quest’ultimo è inattesa e crudele, per il vecchio è in molti casi una liberazione; chè benissimo scriveva fra i suoi Pensieri quell’acuto intelletto che fu Giacomo Leopardi:

597.   La morte non è male; perchè libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perchè priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori.

  1. 575.   Ahi, non ci sono più fanciulli!
  2. 576.   Fanciulli terribili.
  3. 577.   Quella età è senza pietà.
  4. 580.   Ogni età ha i suoi piaceri, il suo spirito e i suoi costumi.
  5. 581.   Noi pure fiorimmo un giorno, ma quel fiore presto appassì.
    e la nostra fu fiamma di stoppa, fuoco passeggero.
  6. 584.   La maggior parte degli uomini impiegano la prima metà della loro vita a render l’altra miserabile.
  7. 587.   Ohimè, Postumo, Postumo, fuggono veloci gli anni!
  8. 591.   Un tempo grande era la riverenza per il capo canuto.
  9. 592.   Poche persone sanno esser vecchie.
  10. 593.   Turpe é il vecchio che vuol ancora militare sotto le insegne di Cupido, turpe cosa è l’amore nei vecchi
  11. 596.   Nessuno è tanto vecchio che non creda di poter vivere ancora un anno.