Cinque dialoghi dell'arte poetica/Il Vecchietti

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Cinque dialoghi dell'arte poetica L'Orzalesi
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IL VECCHIETTI

ovvero

DEL VERSO EROICO VOLGARE





V. Buon dì, signore Strozzi.

S. Dio ve ne renda cento, signor Vecchietti. Su quest'ora da Firenze a Fiesole?

V. Non per certo. Il sole scoperto me ne avrebbe sconsigliato, te rimasi co’ reverendi padri di s. Domenico stamane.

S. Quella buona e bell'aria vi avete goduto? Non potete venirne salvo giocondo.

V. Vengo pieno di giocondità, ed in questa loggia io me ne colmerò; le pendici di Fiesole, il piano d’Arno, e la città di Firenze, che altro rimano a vagheggiarsi? Io gioisco che abbiate la villa su questo monte, e che qui l'animo facciate sereno, ingombrato nella città da strane noie e da sempiterni studi.

S. Già non mi reprenderete in questo giorno, come solete: senza libri mi trovate, ed ozioso.

V. Ma tutta volta uno io ne veggo in sul tavolino: quale è egli?

S. Dante è, cioè la sua Commedia.

V. Chi potrebbe riprcedervene? egli è poeta, poeta sommo, e poeta fiorentino.

S. Ch'egli sia poeta e fiorentino niuno il contrasta: ma per titolo disonnilo oh quante battaglie!

V. Quante battaglie, tante vittorie per noi.

S. Favellate voi lealmente? o vi rammentate di Socrate, quando egli affermava, che agevole cosa era lodare gli Ateniesi in mezzo di Atene?

V. Lealmente io favello; e per verità, di Dante ammiro molte eccellenze, ma del verso mi soddisfaccio intieramente.

S. Del verso? Forse parvi di basso suono?

V. Malamente mi son dichiaralo. Del verso io son soddisfatto, perciocché dei migliori non ne è fornita la lingua volgare: io volli dire della maniera del rimarlo.

S. Cioè a dire, non vi soddisfa la terza rima.

V. Non per verità.

S. E quale vi darebbe soddisfamento?

V. Oh qui mi tirate nell’alto di un pelago, ove già mollo tempo travaglio per non affogarmi!

S. Perchè cosi? O vi dee piacere la terza, o l'ottava rima.

V. Perchè?

S. Perchè gli uomini grandissimi altra non ne hanno adoperata.

V. La loro discordia mi mette in forse. Dante e il Petrarca la terza, l'Ariosto e il Tasso l’ottava hanno scelta per i loro poemi; puossi egli trovare coppie d’intelletti maggiori, o diocon maggiore autorità sostengano le loro opinioni? Se tutti e quattro fossero ad una, lo loro parole oracolo sarebbono con me, nè chiederei argomenti ove udissi la loro autorità; ma essi, rinnovellando la favola de' Terrigeni, s'ammazzano sotto gli sguardi nostri.

S. Con poco numero di parole mi conducete a pensare di molte cose. Deh! per grazia, facciamo saldo ragionamento; siamo in villa bene scioperati; alcuno non è per tramezzare i nostri ragionamenti, e l’aria è ripiena d’aurette e di refrigerio.

V. Ben dite, ma chi farallo questo saldo ragionamento?

S. Voi, che l'avete messo innanzi.

V. Hollo messo innanzi perché grandemente io ne vivo in dubbio, ed essendone in dubbio, come posso ragionarne saldamente?

S. Facciatene questioni: voi chiederete, ed lorisponderò; io chiederò, e voi risponderete a vicenda. Siffatte materie non sono di tanto momento che senza ferma conclusione non possano lasciarsi al talento degli ascoltatori; noi passeremo lietamente una mezza giornata; che altro vuoisi pei noi ?

V. Se così parvi, cosi sia; ora date risposta: il verso di undici sillabe parvi egli acconcio per lo poeta narrativo?

S. Parmi senza alcun dubbio.

V. Ed io ne vengo con voi; nè posso secondare Claudio Tolommei, per altro uomo chiarissimo.

S. Qual versò amava egli, rifiutando questo di undici sillabe?

V. Tirava il nostro verseggiare alle regole de' latini, e sfarzosi di trasportare gli esametri [p. 338 modifica]nella lingua toscana1; a ciò fare non basta la possanza d’alcuno uomo.

S. Perchè?

V. Perchè ciò che misura le sillabe latine, non bene misura le toscane, e col modo nostro di misurarle malamente potrebbesi accozzare le sillabe nostre per modo che se ne creasse il verso esametro de’ latini; e ciò ha seco ragioni ed esperienza, e non è da più farne parola.

S. Dunque atteniamoci al nostro verso endecasillabo, il quale altramente appelliamo intero, ed egli sarà instrumento del poeta eroico.

V. Sì certamente; ma sarallo con rima, o senza rima?

S. Mi si presentano diverse opinioni.

V. Ed a me diversissime. Gio. Giorgio Trissino, lume chiaro di Vicenza, e non oscuro d’Italia, lo disciolse da questi obblighi, ed il suo poema compose senza rima niuna.

S. Non pare che il suo voto fosse accettato in Parnaso, posciachè il poema non piacque.

V. Anzi poteva piacere su le cime in Parnaso alle Muse, tuttochè sul basso piano non piaccia al popolo; ed io voglio ridirvi cosa da non annoiarvi, a me da un nostro carissimo amico già detta; ed è, che Torquato, già divenuto splendidissimo per la chiarezza del suo poema, udendo ragionare intorno al verso sciolto, e condennarlo pure per ciò, che quel poema del Trissino non dava diletto, egli disse: Che per altro poteva non dilettare che per lo verso; parola degna di pesarsi, uscendo da sì fatto uomo, il quale la mandava fuori del petto, e non solamente fuori della bocca.

S. Che che si fosse di questa parola, egli pure condennò quel modo di verseggiare con l’opera.

V. Io non v’intendo.

S. Oh! non formò egli il suo poema con versi rimati?

V. Qual poema?

S. Qual poema? Gerusalemme liberata.

V. Ma nel libro del Mondo creato qual rima si legge? Se la rima conviensi al poetare altamente, sono più alte le opere degli uomini, che quelle di Dio?

S. Sì, ma il Mondo creato non è epico poema, com’è la Gerusalemme.

V. Non voglio questionare sopra ciò; ma per esempio de’ Greci e de’ Latini gli si dovea il verso eroico, e l’eroico verseggiare. Se Torquato era colmo di gloria con le rime che altro cercava fuor delle rime? Non aveva egli col suo canto incantati gli uomini italiani? non aveva egli trattosi presso tutta l’Europa? Chi lo consigliò a por mano al verso sciolto? speranza di più piacere non già, perchè a dismisura avea piaciuto co’ versi rimati: savio alcuno non lo persuase, perchè in simili affari savio come lui non aveva il mondo. Chi dunque ve lo condusse? io stimo che la coscienza lo garrisse, e che veggendo la verità, non gli soffrisse l’animo di abbandonarla.

S. Ed io direi un’altra cagione, ma, lasso me, se ne fossi accusato a’ Marmi!

V. Dite francamente; io nulla ne rileverò.

S. Allora ch’egli poetò intorno alla Fabbrica del mondo, l’umore malinconico lo possedeva.

V. Io vi afferro: egli era pazzo, e dei pazzi non ha valore l’autorità: voi dite così, ma io rispondo, che dare forma all’Universo, e della somma sapienza di Dio trattare convenevolmente non è impresa da pazzo. Dove errò egli? qual fallo commise? S’egli fosse stato savio, come altramente avrebbe potuto farsi ascoltare? Nè de’ furori del Tasso deesi favellare con bocca stretta; minore maraviglia darebbe il suo senno s’egli alcuna volta non impazzava: ma ora con ragione stupiamo di lui, veggendo che perfettamente adoprò l’intelletto, allora, che egli non l’avea con esso sè.

S. Se ci diamo a commendare Torquato, il giorno quantunque lungo sarà brevissimo. Ma Samo ha de’ vasi abbastanza, ed Egitto de’ coccodrilli. Che diremo dunque, o Vecchietti carissimo?

V. Che diremo? che secondo il Tasso più tempo bisogna a tanta lite, e che egli viveva in dubbio, se il verso rimato fosse acconcio al poeta narrativo, oppure lo sciolto.

S. Mi fate sovvenire che questo uomo sì grande non fu solo a così pensare.

V. A me altri non torna a mente. Chi fu questo secondo?

S. Luigi Alamanni: egli scrisse con rime l’Avarchide, e senza rime la Coltivazione dei campi.

V. Ma questa Coltivazione non è epopea, e però forse non è forte il vostro argomento.

S. Virgilio compose la Georgica col verso esametro, onde possiamo affermare che alla Coltivazione si voglia dare quel verso il quale egli diede all’Avarchide, siccome Virgilio le diede quel dell’Eneide.

V. Glieli diede, ma senza rima.

S. Ma senza rima egli è verso da epopea.

V. Io nol so.

S. Dunque cerchiamone per altro modo che per l’esempio de’ poeti, i quali sono fra loro in discordia grande.

V. Bernardo Tasso non quetandosi all’autorità degli antichi, s’affannò di investigare novella coppiatura di rime, e fecene esperienza nell’egloghe sue, ed in altre maniere di poemi a’ quali gli antichi assegnarono l’esametro; così fece Bernardino Rota similmente.

S. Ma costoro non hanno persuaso il mondo.

V. È vero; e secondo me, non potevano persuadere; ma io ne faccio menzione a provare che i poeti non sono in questo affare di una opinione; anzi discordano grandemente. Che più? non solamente i poeti discordano, ma i loro maestri. [p. 339 modifica]

S. Io, leggendo i commentatori della Poetica d'Aristotele, o altri che senza commentario uomo mortale lo sosterrà, ho ho ciò che voi dite bene osservato, e presone maraviglia.

V. Il Castelvetro rimove dall’epopea l'ottava rima, come un modo di verseggiare non libero. Il Piccolomini loderebbe il verso sciolto, ma dassi vinto alla vaghezza del popolo. Giasone de Nores commenda senza altro riguardo lo sciolto. Francesco Bonamico nelle sue Lezioni con che difende Aristotele da’ biasimi datigli dal Castelvetro, fa il smagliante.

S. Vorrebbe sciogliere il verso dalla lima, ma teme non offendere l’orecchio del popolo.

V. Così è come voi dite. Veggiamo che il loro senno vorrebbe porre una legge, ma paventano tumulti popolari; ma se la legge è diritta, non è da disperare che i popoli non si traggano fuori d’inganno.

S. Io confesserò la debolezza del mio intelletto: se si considera come ragionevolmente debba verseggiarsi nell’epopea, panni che l'obbligo della terza e dell’ottava rima sia da condannarsi, perciocché sono sembianze di canzoni, e fanno la rimazione in pezzi; ed anco veggio che la roma è finalmente una figura che fa bello il favellare, si come molte altre; e si come le altre, usandosi ad ogni ora, manifestarebbono picciolo senno nello scrittore, così forse il manifesta questa figura che noi rima appelliamo; ed essendo fra loro diverse le maniere del dire, una figura non fia forse dicevole a tutte.

V. Forse dirassi ch’ella sia perfezione ad ogni maniera di parlare.

S. lo noi crederò, perciocché la ragione noi consente; se io mi rivolgo fissamente alla ragione di quest'arte, io veggo che rimare il verso non è eccellenza, ma se io leggo le poesie rimate, non posso giudicare a favore del verso sciolto.

V. Io ne vengo con voi; ma ciò è perchè i poemi con verso sciolto non hanno, per altro, pari eccellenza a quelli de’ poemi rimati.

S. Io vi veggo molto avverso alla rima.

V. Non avverso alla rima per verità, per ciò che il nostro volgare senza rima panni che non s'acconci al poetare eccellentemente; ma un poema narrativo non posso mirarlo tra legami di terza o di ottava rima; per ciò che egli doverebbe essere franco a volontà del poeta, e potersi posare su tre, e su quattro versi, e su cinque, e su tre e mezzo, e comunque al maestro più fosse a grado; oltra che il verso, cosi fattamente rimato, sforza a commettere errori, e non è possibile a non errare col perpetuo obbligo della rima.

S. O carissimo, questa è un alta sentenza.

V. Alta, ma fondata su la verità.

S. Penerete a provarla.

V. Io non dico impossibile come nelle scuole dei filosofanti s’intende questa parola; ma voglio dire, che uomini divini per la forza della rima hanno peccalo poetando, e non rare volte; e se Dante, e se il Petrarca, se l'Ariosto, se il Tasso non hanno tanto valore avuto di non cadere sotto sì fatto peso, quale ingegno di uomo mortale mortale lo sosterrà?

S. A bello agio, Vecchietti; questi sono personaggi da riverire.

V. Da riverirsi con infinita umiltà; ma guardate che io non biasimo questi ammirabili poeti, ma biasimo il verseggiare rimato; nè posso più fortemente biasimarlo, nè con ragioni più forti, che dimostrando il danno per lui venuto ad uomini immortali. Nascerà forse coraggio cotanto ardito, il quale presuma di stare in piedi là dove costoro sono caduti? Sorgeranno intelletti meglio dotati dalla natura, e addottrinati più grandemente? Io dicoche se Ercole non avesse espugnato l'idra, l’idra doveasi chiamare inespugnabile: ma se costoro non furono superiori alla rima, niuno, poetando, le sarà salvo inferiore.

S. Dunque voi sbandite le rime da’ versi toscani? non sonetti, non canzoni faransi rimati?

V. Ciò non dico io: altra maniera è la lirica, altra l'epica.

S. Veggio alcuna ragione del vostro così dire, ma pure voi disperate, che epico poema possa perfettamente comporsi con l'obbligo della rima perpetua?

V. Io lo dispero, perchè Dante, Petrarca, Ariosto, Passo me ne fan disperare.

S. Dunque costoro peccarono?

V. lo non dico ch’essi peccassero; la rima fu che gli fece peccare.

S. Questo è favellare con riverenza: pure che dite?

V. Di bocca non può uscirmi che errassero ingegni sì singolari.

S. Se noi fossimo a santa Trinità, io non vi consiglierei a più dire; ma qui siamo soletti, e discorriamo di studi gentili. Altro non si saprà de' nostri discorsi salvo quanto per noi medesimi si vorrà; però raccontate a me, come furono soverchiati dalla rima questi famosi, ed in qual modo. Io veramente, leggendo i loro poemi, non badai a questo giammai, e sono dubbioso di ciò che voi affermate.

V. Io veramente non ne sono dubbioso, ma con lunga osservazione ho fermato in mente moltissimi luoghi, ne' quali la rima fa forza a questi domini grandi, e posso contarvene alcuni acciò voi comprendiate il mio intendimento: perchè discorrere lungamente, nè voglio si deè, e desidero che voi sinceramente udiate e non v’opponiate con l'ingegno al mio dire, per passione amorosa, onde siamo ammiratori di questi alti intelletti.

S. Questa è richiesta ragionevole, ed essi stessi il farebbono, che per eccellenti che stati siano, sono pure stati uomini.

V. Io procurovvi dunque come la rima alcuna volta fa loro dire soverchiamente, ed alcuna volta fa dirgli malamente; ed incominciando dico, che Dante scrivendo aver veduto

...Una Lupa che di tutte brame.
Pareva cavea con la sua magrezza
E molte genti fe' già viver grame2,

[p. 340 modifica]certamente Dante non mai aveva quella fera mirata, nè mai in quel luogo fu; che dunque sapeva egli di lei, che dovesse dire E molte genti fé' già viver grame? Certo la rima grame fece giungere quel verso: poi parlando di Beatrice:

Io era tra color, che son sospesi
     E donna mi chiamò beata e bella
     Talchè di comandare io la richiesi.
Lucevan gli occhi suoi più che la stella3


certamente aveva affermato, che ella era fornita di bellezza tanto, che lo disponeva ad ubbidire; perchè dunque torna a trattare di sua bellezza, e parlare degli occhi?

Dice altrove:

Ruppemi l'alto sonno nella testa:
     Un grave tuono sì, ch'io mi riscossi,
     Come persona, che per forza è desta4.

Ditemi, o Strozzi? S'egli dormiva, ed un tuono lo risvegliò, ben conveniva ch'ei si risedesse; ma come persona che per forza è desta, sembra soverchio. Egli un'altra volta scrive:

Sì come ad Arti, ove il Rodano stagna,
     Sì, come a Pola là presso il Quarnaro,
     Ch’Italia chiude e suoi termini bagna
Fanno i sepolcri tutto il loco caro5.

Qui non diceva egli più schiettamente senza il verso, ch’Italia chiude? Che fa egli? Io non so se io dichiaro l'intendimento mio; pare egli a voi, siccome a me, che facendo mestiere di compire il terzetto, la rima gli ponesse di mano in mano cose, delle quali forse era bello il tacere?

S. Io comprendo la vostra sentenza; ma tuttavia alcuna cosa potrebbesi rispondere.

V. lo ben ne son certo, e moltissime se ne dovrebbono investigare per la riverenza di tali uomini; ma noi qui soletti cerchiamo della verità, e, come è diritto, vogliamo farle onore; e però senza ritrosia dobbiamo consentire, che la rima fa violenza.

S. Ma che? Queste violenze non mandano a terra.

V. Non era tale Dante, nè gli altri, di che favelliamo, che dovessero perdere suo pregio per forza ninna; ma pure vero fu, che scrissero ciò che forse scritto non avrebbono se alla rima non giuravano fede; e mirate, che le ammirabili eccellenze fanno sparire questi sì fatti difetti.

S. Ma non pertanto i difetti ci sono.

V. Ciò alcuno6 oserebbe affermare.

S. Veramente ben fatto il cosi pensare; formasi accusa contro uomini, i quali il mondo non stimerà rei senza argomenti fortissimi.

V. Ogni uomo ha sua opinione, ed ogni opinione ha sue ragioni, e distinguerne le migliori è opera malagevole; non per tanto la nostra mente suole acquetarsi ad un certo termine di verità; ed io ho notati questi detti, non per biasimare chi riverisco, ma per dimostrare lo colpe della rima; ed avvegnaché molti altri luoghi potessi notare, io voglio far punto, bastandomi aver additato il mio proponimento. Voi cercate simili cose per voi medesimo, che spesso ne troverete. E certamente il Petrarca non meglio fece schermo, che si facesse Dante, alle offese della rima. Egli nei Trionfi scrive, che un amico gli disse:

E prima cangerai volto e capelli
Che ’l nodo di che parlo si discioglia
Dal collo, e da’ tuoi piedi ancor rubelli7.

Egli a dietro aveva dimostralo, ch’esso Petrarca ancora non era preso d’amore; ora dunque che fanno qui le parole, da' tuoi piedi ancor rubelli? I capelli vollero cosi. Poco più basso egli scrive:

Mansueto fanciullo, e fiero veglio;
     Ben sa chi 'l prova, e fiati cosa piana
     Anzi mill'anni, e fin ad or ti sveglio8.

Le parole fiati cosa piana col rimanente non erano da dirsi, che già avea detto e saprai meglio quando fia tuo, com’è nostro signore. Udite similmente ciò eh'è scritto in altro luogo:

Cosi diceva, ed io come uom che teme
     Futuro male, e teme anzi la tromba
     Sentendo già dov’altri ancor noi preme9.

Qui un verso e mezzo posti fuor via, che il sentimento rimarrà chiarito, nè perderassi alcuno ornamento: ed ancora là, dove dice:

Cleopatra legò tra' fiori e l’erba10:

Tra’ fiori e l’erba ecci davvantaggio; ed ancora colà:

Pensieri in grembo, e vanitale in braccio,
Diletti fuggitivi, e ferma noia,
Rose di verno, a mezza state il ghiaccio11.

Che fanno le rose ed il ghiaccio, favellando secondo la proprietà del linguaggio? Ma se ci voltiamo alle allegorie, poco aiuto ne trarremo; nè più nè meno io affermo, che per comporre il terzetto la rima gli fece cadere dalla penna quel verso. Signore Strozzi, io non voglio passare oltre. Altri leggendo potrà chiarirsi più largamente. Ben voglio far motto dell'Ariosto o del Tasso, acciò io non mostri di prezzar meno loro che i due Fiorentini.

S. Per avventura essi vi renderebbono grazia di si fatto dispregio.

V. In che modo?

S. Non additate le loro imperfezioni?

V. Ma presupponendo la loro eccellenza; e [p. 341 modifica]però uditemi con animo non turbato. Egli parlando di Sacripante dice:

Mentre costui così si affligge e duole,
     E fa dogli occhi suoi tepida fonte,
     E dice queste e molte altre parole,
     Che non mi par bisogno esser racconte
     L'avventurosa non mi par bisogno esser raccolte,
     Ch' all'orecchio d'Angelica sian conte12.

Qui veramente il quarto verso ed il quinto sono per compir la stanza, nè altra cosa adoperano. Dice similmente favoleggiando delle acque di Merlino:

E questa hanno causato due fontane,
Che di diverso effètto hanno licore,
Ambe in Ardenna, e non sono lontane.
D'amoroso disio l'una empie il core;
Chi bee dell’altra, senza amor rimane13.

Vedesi che quelle parole, e non sono lontane, sono riempimento per trovare la rima. Dice altrove:

Col corpo morto il vìvo spirto alberga,
Fin ch'oda il suon dell'angelica tromba,
Che dal ciel lo bandisca, o che ve l'erga,
Secondo che sarà corvo o colomba14.

Quest’ultimo verso fu composto avendo il poeta bisogno della voce colomba.

Voi la fanciulla a sè richiama in chiesa
Là dove prima avea tiralo un cerchio.
Che la potea capir tutta distesa,
Ed avea ancor un palmo di soperchio15.

Ed io vi dico, che soverchio è questo ultimo verso, lo qui taccio per vera forza di riverenza, e me ne vengo al Tasso. Egli dunque scrisse una volta questi versi:

     Quando dall'alto seggio il Padre eterno,
     Ch'è nella parte più del ciel sincera,
     E quanto è dalle stelle al basso inferno,
     Tanto è più su della stellata sfera,
     Gli occhi ingiù volse, e in un sol punto, e in una
     Vista mirò ciò che in sè il mondo aduna,
Mirò tutto la cose, ed in Soria
     S’affisò poi noi principi cristiani,
     E con quel guardo suo, che a dentro spia
     Nel più secreto lor gli affetti umani
     Vede Goffredo16.

In questi versi, volendo noi lasciarci portare da cor sincero, confesseremo, che quelle parole: ch'è nella parte più del ciel sincera, sono frapposte per comporre la stanza; e quei due versi: e con quel guai do suo, che a dentro spia nel più secreto lor gli affetti umani, non fanno salvo numero; ed udite quel concetto com’è piano, sponcndosi cosi: Quando il Padre eterno dall'alto seggio, il quale tanto è più su della stellante sfera, quanto è dalle stelle al basso inferno, volen gli occhi in giù, ed in una vista mirò ciò che il mondo in sè raduna, egli vide tutte le cose, ed in Soria s'affisò poi nei principi cristianij e vide Goffredo. Certamente non troverassi intoppo nel sì fatto parlare, senza entrare nei pensamenti, come vegga Dio le cose più dentro di noi, che fuori di noi. E poco appresso dice egli di Gabriello:

É tra Dio questo, e la anime migliori
Interpreta fedel, nunzio giocondo17.

Le parole nunzio giocondo, se vogliamo onorare la verità, sono scioperate. Poco appresso leggiamo:

Ma ’l fanciullo Rinaldo. e sopra questi,
E sopra quanti in mostra eran condititi,
Dolcemente feroce alzar vedresti
La real fronte, e in lui guardar sol tutti18.

'In lui guardar sol lutti, io giurerei che il gran Torquato non volea dirlo in quel modo.

S. I detti degli uomini ammirabili è dovere esaminarli sottilmente, ma per comprendere la loro eccellenza, e non per investigarvi i difetti; parlo così, perché alla nostra sentenza si potrebbe rispondere lungamente.

V. Ed io vi dico, che quantunque io noti le cose narrate, le noto come imperfezioni di uomini perfetti; sì che non è da meravigliarsi se potessero avere schermo, che già costoro non possono peccare come ignoranti, ma in loro è peccato allontanarsi dal colmo della estrema eccellenza, al qual peccato li tragge alcuna volta la favella rimata. Io ben veggio, che il verbo vedresti, accompagna le parole, in lui guardar sol tutti; ma uomo adottato dalle Muse, narrando direttamente quale era Rinaldo, non dovea saltare alla disposizione de’ popoli verso lui, ed io non voglio che questi poeti possano scusarsi, ma voglio, che non possano salvo lodarsi. Udite.

Sovra una lieve saetta tragitto
Vuo' che tu faccia ne la greca terra:
Ivi giugner dovea (cosi mi ha scritto
Chi mai per uso in avvisar non etra)
Un giovino real19.

Qui io veggio che l'uomo grande si è fatto difesa con la parentesi, ma pure veggasi che quelle parole sono per dar compimento alla stanza, nè dovea Goffredo dar conto del suo comandamento, nè mettere in dubbio, s’egli era ingannato, o no. Ho detto assai per significare la malvagità della rima, quando ella fa dire soverchiamente: ora io voglio dirvi ciò che essa rima ha fatto dire in mal modo a questi quattro lumi chiarissimi d’Italia nostra. Dice dunque Dante:

Acciò che io fugga questo male è peggio20.

La parola peggio cosi ignuda non stà ella [p. 342 modifica]vilmente? e perchè ponvisi salvo che per la rima?

E d'infanti, e di femmine, e dì viri21.

Viri strano vocabolo per uomini in nostro volgare.

Sì che vedersi potenti tutti quanti22.

Tutti quanti è colto dalla bassa terra.

O tu che vieni al doloroso ospizio23.

Ospizio non era proprio, nè era vocabolo da significare l’inferno con grandezza.

Quando si scorse Cerbero il gran vermo24.

Vermo, picciola cosa verso mostro sì grande.

O caro Duca mio, che più di sette
Volte25.

Più di sette volte è vile assai, ma la rima la rima lo ripose in quel luogo.

O frati, dissi, che per cento mille
Perigli siete corsi all'occidente26.

Per cento mille, odesi ogn’ora in bocca alla plebe.

Ora io vengo al Petrarca, ammirabile per gentilezza di favella.

Ma cerca omai, se trovi in questa danza27.

Danza è detto per la rima, nè ha quivi lode niuna.

Ma ferma son d'odiarli tutti quanti28.

Tutti quanti, modo di parlare non da rima.

Fecesi il corpo un duro sasso asciutto29.

Questo aggiunto asciutto non contiene cosa niuna da dirsi.

In fine al cener del funereo vogo30.

Rogo voce latina, e da non farsi toscana31 ma egli ebbe ad accompagnarla con giogo.

Talché nessun sapea in qual mondo fusse32.

Non so in qual mondo mi sia, favellare di ciascuna persona plebea.

Con la sorella al suo dolce negozio33.

Credo che non si loderà per bello parlare quel dolce negozio.

Ora veggiamo uno o due luoghi dell'Ariosto e del Tasso.

Mentre con la maggior stizza del mondo34.
E dice queste, e molle altre parole35.

Modi non nobili per verità.

Ed altri n'ha tutta la spoglia opima36.

Sacripante re moro non dovea forse esprimere il suo concetto con quella spoglia opima. Ma la rima vi trasse il poeta.

Di colui che in amarla non assonna37.

Qui assonna è mala rima, ma le due buone la facciono avere per buona. Io voglio sollicitare, perciocché ho impresa per le mani a me odiosa. Dice il Tasso:

Invan l'inferno vi s’oppose, e invano
S'armò d'Asia, e di Libia il popol misto38.

Qui la parola misto non la pose mai quei grande uomo di suo arbitrio.

Parte fuor s'attendò, parte nel giro
E tra gli alberghi suoi Tortosa tenne39.

Tortosa tenne fra' suoi alberghi, chc nobiltà ha egli?

E riceve i saluti, e 'l militare
Applauso in volto placido e composto40.

Pesate quel militare pesate quel composto.

Imponga leggi a' vinti egli a suo senno41.

A suo senno quanto è egli in bocca dei popoli!

Van con lui quattrocento, e triplicati
Conduce Baldovino in sella armati42.

Non è egli basso dire quel triplicati, ed uomo il quale amava parlare supremamente, non l'avrebbe rifiutato? Ma la rima lo infingardi.

Gli uni e gli altri son mille, e tutti vanno
Sotto un altro Ruberto43.

Non avrebbe dello Torquato vanno sotto, non avendo egli la rima sopra sè. Io credo, signore Strozzi, liberata la mia fede, e da lunge mostrato ho in quanti modi ci tira lungi dal dritto cammino questa gentilezza, acuì diamo il nome di rima.

S. Ciò che voi mostrato in trascorrendo mi avete, io per verità non mai avea meco pensato; ma già non tacerovvi, che alcuna volta, o componendo, o giudicando i componimenti, ebbi per costante, gli uomini peggio formare il verso alle volte per conto della rima, che senza essa essi non farebbono. [p. 343 modifica]

V. E così avverrà, che fra tutti tutto avremo veduto; perciocché io di questo, che voi dite sapere, io nulla so. Recitate dunque la vostra lezione, quando io ho recitata la mia.

S. In un passo men varco: tutti son qui prigioni gli Dei di Parnaso, dice Dante verso l'imperadore, il quale dispregiava le venture d'Italia.

E dovresti inforcar gli suoi arcioni44.

Senza dubbio meglio sonava il verso

E dovresti inforcar gli arcioni suoi.

Dice egli altrove:

Pensa, lettor, s'io mi disconfortai45.

E pure migliore st il verso componendo così:

S'io mi disconfortai, pensa lettore.

D'alto periglio, ch’incontra mi stette46.

Parrai che più gentilmente si direbbe

D'alto periglio che mi stette incontra.

Il Petrarca certamente canta:

                            E la fanciulla di Titone
Correa gelata al suo antico soggiorno47.

E se io non sono ingannato con più misura dicevasi:

Correa gelata al suo soggiorno antico.

E similmente.

Amor, gli sdegni, il pianto, e la stagione48.

E forse nondimeno era miglior verso:

Amor, gli sdegni, la stagione, e 'l pianto.

Giungo ancora questo:

L’uno è Dionisio, e l'altro è Alessandro49.

Era egli meglio scrivere cosi:

L'uno è Dionisio, ed Alessandro è l'altro.

Io bene stimo ch’era meglio, ma faceva mestieri porre in fine quella parola.

Ora l'Ariosto assai prestamente nel suo poema scrive:

Questa fanciulla, che la causa n'era,
Tolse, e diè in mano al duca di Baviera50.

E pur meglio verso era, e meglio l’accompagnava col superiore:

Tolse e diè in mano di Baviera al duca.

Segue poi:

Contrari a’ voli poi furo i successi;
Che ’n fuga andò la gente battezzata51.

Meglio si giungeva questo secondo verso al compagno, dicendosi:

Che 'n fuga andò la battezzata gente.

Dirò due parole del Tasso. Dice egli dunque sul principio:

Canto l'armi pietose, e 'l capitano,
Che il gran sepolcro liberò di Cristo52.

Oui il verso secondo, ben accentato e molto sonoro, meglio accompagnavasi col primo, sponendolo in questo modo:

L'armi pietose, e il capitano io canto.

Dice poco dopo:

Resta Goffredo ai detti, allo splendore
D'occhi abbagliato, attonito di core53.

Senza contrasto i versi detti di sopra meglio si uguagliavano a questi due sponendoli così:

Resta Goffredo allo splendore, ai detti
Attonito di cor, d’occhi abbagliato.

Non voglio per cagione di riverenza dovuta tirare più in lungo il ragionamento; ma chiedo vostra opinione sopra ciò.

V. Io di buon core consento al vostro dire; dico non pertanto, che si potrebbe all’incontra portare alcuna ragione; che se questi uomini grandi hanno il più delle volte con ogni eccellenza fattosi sentire, argomenteremo direttamente affermando, se avessero più travagliata la loro mente divina non mai avrebbono scemata la loro lode; e però concluderemo, che poetare con versi rimati, non impossibile, ma sia malagevole cosa.

S. Bene sta; ma io ripeterò il detto vostro; se sì fatta malagevolezza non fu da sì fatti quattro poeti superata, chi mai le sarà supcriore? Giungo, che la rima non è finalmente altro, salvo un ornamento del verso, e per sì picciola cosa, come è un ornamento, non vogliamo essere sì grandi? E veramente che cosa può appellarsi la terza e l’ottava rima, salvo un gran numero di strofe? Queste cose son vere, ma gli uomini nati e cresciuti con suono di somiglianti versi dentro l’orecchio, non si accorgono, nè vogliono porvi il pensamento; pure una volta diversamente si edificava e si dipingeva dalla maniera d’oggi, e cosi può intervenire del poetare.

V. Il poeta narrativo ha mestieri di verso, il quale non l’obblighi, nè lo privi di libertà. Veggiamo Virgilio; egli dice:

Conticuere omnes, intentique ora tenebant;
Inde thoro pater AEneas sic orsus ab alto54:

Ecco ch’egli prende riposo su due versi, e poi soggiunge:

Infandum, regina, jubes rettuvare dolorem,
Trojanas ut opes, et lamentabile regnum

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Eruerint Danai; quaeque ipse miserrima vidi,
Et quorum pars magna fui.

Ecco qui posarlo dopo tre o mezzo. Dice altra volta:

Huc delecta virum sortiti corpora furtim
Includunt caeco lateri, penitusque cavernas
Ingentes, uterumque armato milite complent.

Qui il verseggiare ammirabile dopo tre versi riposasi. Altrove egli fermasi dopo quattro:

At Capis, et quorum melior sententia menti,
Aut pelago Danaum insidias suspectaque dona
Praecipitare jubent, subjectisque urere flammis;
Aut terebrare cavas uteri, aut tentare latebras.

Che dico io? Talora con cinque versi fa il suo corso:

Clamorem excipiunt socii, fremituque sequuntur
Horrisono; Teucrim mirantur interia corda
Non aequo dare se campo, non obivia ferre
Arma viros; sed castra favere; huc turbidus atque huc
Lustrat equo muros, aditumque per aria quaerit55.

E in somma egli non vuole intoppo al suo camminare, ma vassene signore di sè medesimo: e così dee volere un nobile narratore di cose grandi; ma con ottava rima non userete così compita libertà.

S. Io no ’l nego; nè credo, sottilmente pensando sopra ciò, possa da alcuno negarsi: tuttavia quando ripenso al verso volgare spogliato dell'ornamento della rima, non posso non discordare da me medesimo, nè mi pare soave nè meraviglioso.

V. Io ho della fin qui contro l’ottava rima, ma non contro la rima assolutamente.

S. Il vostro parlare ferisce al medesimo segno. Che rime date al poeta narratilo, non gli dando la terza, o l’ottava?

V. Io gli tolgo queste, come non acconcie a lui; ma qual debbaglisi dare, io no ’l so; non per tanto io mi rammento d'aver letto un libro d’un signore Genovese, nel quale, quantunque molto da lunge, veggio o panni vedere sfavillare un lume, onde potrebbe la cosa ricercata manifestarsi.

S. Se è, egli è lo Stato Rustico del signor Gio. Vincenzo Imperiale.

V. Cotesto; e, dopo volgendo io il pensiero ad alcune maniere di poesia oggidì molto in uso, io sono passato innanzi col discorso56; e chiamansi queste maniere Idillj.

S. Dunque ciascuno s’affatichi per la sua parte: certamente questa è materia da potersi molto bene esaminare, e non senza ragioni.

V. Io alcuna volta meco la rivolgeva nell’animo, quando lungo l'Eufrate moveva inverso la Perica57, o quando di Goa veleggiava sopra il Capo di Bonasperanza, e me ne ritornava in Europa, e con queste gentilezze condiva l’acerbezza dell’animo.

S. Se voi, così lontano da Parnaso e da Liceo, avete pensato fin qui; bene può essere, che alcuno più presso a que’ luoghi, i quali spirano nobili concetti nell'animo, vada più oltre.

V. Così sia, ed è da desiderarsi, che la poesia si renda per ogni parte perfetta in su l’Arno, come in su l'Illisso, e sul Tevere.

S. Il sole tramonta; o voi rimanete meco, o voi mettetevi in via.

V. Voglio irmene, che io sono aspettato dal nostro signor Ottavio Rinuccini.

S. Sia con Dio: salutatelo per mia parte, e v’invidio la soavità di sì gentile compagno; ma delle cose ragionate fra noi non fate molto che sono piene d’incertezza, ed a tutti non piaceranno: e già gli uomini di questa età si soddisfanno delle grandezze presenti.

V. Noi fanno a torto; tanto sono elle sublimi. Che? vogliamo esser tutti Colombi, e porre il piede in mondi novelli? nè dalle mani degli uomini non escono cose perfette.

  1. Anche nei tempi a noi più vicini si usarono da alcuni distinti ingegni i versi esametri e pentametri italiani. Giuseppe Rota bergamasco, curato di s. Salvatore, che fiorì dopo la metà del secolo passato, scrisse un poema tuttora inedito del Diluvio Universale in esametri italiani. Egli aveva ancora dettato i precetti e la prosodia di una tale versificatone: ma questo suo lavoro si crede perduto. Di Giuseppe Astore compatriota e coetaneo del Rota, e morto assai tempo prima di lui in età ancor fresca, si ha un elogio volgare ad imitazione delli latini, inserito nelle Rime oneste raccolte dal Mazzoleni.
  2. Inf. canto 1.
  3. Inf. canto 2.
  4. Ivi 4.
  5. Inferno canto 9.
  6. Qui la voce alcuno sta in forza di niuno; di che altri esempj ha il nostro Autore anche in verso.
  7. Trionfo d'amore cap. 1.
  8. Ivi cap. 2.
  9. Ivi cap. 3.
  10. Ivi cap. 1.
  11. Ivi cap. 4.
  12. Orlando Fur. C. 1. st. 48
  13. Ivi, st. 78.
  14. Ariosto, Orl. Fur. C. 3, st. 11
  15. Orlando fur. C. 3 st. 21.
  16. Gerusalemme liberata, C. 1, st 7 e 8.
  17. Gerusalemme, st. 11.
  18. Ivi st. 58.
  19. Ivi C. 1, st. 68.
  20. Inf. C. 1.
  21. C. 4
  22. Ivi.
  23. Inf. C. 5.
  24. Inf. C. 6.
  25. Ivi. C. 8.
  26. Ivi C. 26.
  27. Trionfo d'Amore, cap. 2.
  28. Ivi.
  29. Trionfo d'Am. cap. 2.
  30. Ivi cap. 4.
  31. Con buona pace chiariss. Autore la Lingua Toscana ha accettato per ottimo vocabolo la parola rogo.
  32. Tr. d'am. cap. 4.
  33. Ivi.
  34. Orl. Fur. C. 1, st. 25.
  35. Ivi st. 48.
  36. Ivi st. 41.
  37. Ivi st. 49.
  38. Gerusalemme lib. C. 1, st. 1
  39. Ivi st. 19.
  40. Ivi st. 34.
  41. Ivi st. 33.
  42. Ivi st. 40.
  43. Ivi st. 44.
  44. Purg. C. 6.
  45. Inf. C. 8.
  46. Ivi.
  47. Trionfo d'Amore, cap 1.
  48. Ivi.
  49. Ivi.
  50. Orl Fur. C. 1. st. 8.
  51. Ivi st. 9.
  52. Gerus. liberata C. 1, st. 2.
  53. Ivi st. 17.
  54. Aeneid. lib. 2.
  55. Aeneid. lib 9.
  56. Qui discorso ha significato di corso o corsa. Il nostro Autore usa altrove discorrere per correre coi derivativi.
  57. Perica forse Persia. Sono celebri i viaggi delle Vecchielli fatti per ordine di Papa Clemente VIII; e di quello intrapreso per la Persia e per l'Egitto ci è rimasta la Relazione. Era nato in Cosenza nel 1552; cessò di vivere nel 1609.