Dal Trentino al Carso/La conquista di Gorizia/L’assalto prodigioso

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L’assalto prodigioso

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La conquista di Gorizia La conquista di Gorizia - Il guado dell’Isonzo
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L’ASSALTO PRODIGIOSO.

Zona di guerra, agosto.

È vero dunque? Siamo passati? Abbiamo spezzato nella prima linea la formidabile barriera che ci tratteneva avanti alla soglia di Gorizia? Stiamo disfacendo quella terribile testa di ponte austriaca dell’Isonzo che era uno dei campi trincerati più forti dell’Europa?

È il tramonto, un tramonto luminoso, infuocato, ardente, e il frastuono immenso della furibonda battaglia si allontana; viene ora dal di là delle vette. Noi lo ascoltiamo palpitando, inebriati e trasognati; lo seguiamo, questo rombo furente e continuo, con gioia e con angoscia, quasi nel timore vago di doverlo riudire più vicino. Non vi è felicità che non dia un po’ l’ansia di perderla.

Troppo abbiamo sperato e sofferto di fronte a questi monti spaventosi, imbevuti di sangue, perchè il successo tanto atteso non assuma qualche cosa di irreale, di troppo grande e di troppo bello per essere vero. La ragione non conforta, i pensieri si accavalcano spezzati e [p. 130 modifica] senza logica come in un delirio. Tutte le visioni e tutte le emozioni di questa giornata di fiamma si confondono in una impressione tumultuosa.

Le notizie mancano ancora, le notizie esatte che fissano e limitano gli avvenimenti. Non sappiamo bene, non sappiamo tutto, ma sentiamo una non so quale vampa di esultanza nell’aria polverosa del campo di battaglia. Tutti ridono, gli occhi pieni di febbre, delle voci che passano non si sa come, nate non si sa dove, gridate forse da qualche staffetta che fila veloce in una scia di polvere, si spargono nei quartieri generali e lungo le retrovie; vanno in un baleno, da uomo ad uomo, da reggimento a reggimento.

Salgono dalle vallate già piene d’ombra gridii di acclamazioni confuse. Sono le truppe in marcia, lungo le strade fiancheggiate da grandi stole perchè il nemico non le spii, le truppe di rincalzo che vanno a gettarsi nella lotta, trafelate e liete, e che respirano anche loro il misterioso soffio di entusiasmo del combattimento, l’alito della vittoria.

Non è possibile narrare con ordine ancora. L’azione è stata fulminea, vasta, multiforme, ed ha lasciato in chi vi ha assistito un barbaglio di impressioni, una ridda di immagini vertiginose e gigantesche, qualche cosa di un [p. 131 modifica] immenso uragano di fuoco e di fumo nello splendore accecante della più bella giornata di agosto. Vi era una terribile festosità in questa battaglia che impennacchiava tutto il paesaggio dell’Isonzo di nembi luminosi.

Il rapido spostamento di forze che ci ha permesso, a così breve distanza dalle grandi battaglie del Trentino, una così violenta e decisiva ripresa dell’offensiva sull’Isonzo, costituisce quello che in termini militari si dice «manovra per linee interne». Essa è fondata sul vantaggio della minore distanza da percorrere da un punto all’altro della fronte quando si può seguire la corda, mentre il nemico deve seguire l’arco, della grande linea del conflitto. La sua riuscita dipende dalla prontezza del movimento. La nostra manovra è stata compita in una settimana. È un prodigio, se si pensa al lungo tempo che è stato necessario alla preparazione di tutte le grandi offensive della guerra europea.

L’altro ieri, venerdì, sferravamo il primo colpo. Ma era una finta. Le nostre artiglierie, a mano a mano che arrivavano a piazzarsi, facevano per tutto tiri di assestamento, lasciando il nemico indeciso sul punto di attacco, attirando ora qua; e ora là la sua attenzione con quel bombardamento lento di assaggio. Alla mattina del 4 il nostro fuoco si è fatto vivace, serrato, risoluto, alla estrema destra, nella zona di [p. 132 modifica] Monfalcone, dal Monte Sei Busi a Duino. Tutto il giorno è durato il cannoneggiamento. Alla sera le nostre fanterie svilupparono un vigoroso assalto ad oriente di Monfalcone, conquistando d’impeto le alture tanto contese che ci separano dal valloncello della Pietra Rossa. Presero sulle vette espugnate 147 prigionieri, resisterono al lancio di bombe a gas asfissiante, respinsero i primi contrattacchi. Ma alla notte il nemico lanciò delle masse fresche, superiori di numero, e i nostri ripiegarono nelle trincee di partenza. L’azione dimostrativa era riuscita. Tanto più riuscita in quanto che essa aveva l’apparenza di un insuccesso. La potenza della controffensiva austriaca dimostrava che rilevanti forze nemiche erano state attirate in quel settore.

Per tutta la giornata di ieri il bombardamento nostro ha continuato a battere la zona di Monfalcone. Stamani, improvvisamente, l’uragano delle artiglierie italiane è scoppiato su tutta la fronte goriziana, dal Sabotino al mare. Alle sei e tre quarti hanno tuonato i primi colpi. Alle otto, centinaia di batterie di ogni calibro erano in azione.

Tutta la campagna si è rivelata piena di cannoni sagacemente nascosti. Ovunque si guardasse si vedeva uno sprizzare di vampe nel verde, fra le vigne incolte della pianura, nelle [p. 133 modifica] boscaglie dei poggi, sui rovesci alberati, nelle gole ombrose. Per alcune ore questo violento cannoneggiamento ha martellato degli obbiettivi misteriosi.

Pochi colpi cadevamo visibilmente sulle posizioni nemiche. Il compito dell’artiglieria pareva incomprensibile. Si sarebbe detto che essa sparasse a caso. Le sue granate esplodevano lontano, sollevavano remote colonne di fumo oltre le linee della fanteria, si accanivano su qualche vertice.

Faceva un tiro che non era nè di demolizione nè di interdizione. Era un tiro di decomposizione. Batteva le sedi dei comandi nemici, batteva gli osservatori, sconvolgeva così i centri delle comunicazioni telefoniche, cercava i nervi della difesa, attaccava l’avversario agli occhi e al cervello, indeboliva la sua organizzazione in quello che essa ha di più delicato e più vitale. Sconcertava e paralizzava il nemico prima ancora di colpirlo nella sua forza combattiva. Le risposte erano rare, incerte, non sapevano dove dirigersi. Alle dieci questo strano e spaventoso preludio è cessato. Il fuoco ha mutato direzione.

Le posizioni austriache, rimaste in ombra, e un po’ velate nella prima mattina, cominciavano allora ad essere lambite dal sole. Il cielo era sereno, l’aria limpidissima. Le trincee si disegnavano nettamente sui declivi scorticati, [p. 134 modifica] che hanno il colore violento di immense cave di pietra, tutti solcati da camminamenti, rigati dalle fasce nebulose e scure dei reticolati. Ad un tratto, tutto questo è sembrato sommuoversi, ribollire, agitarsi in una convulsione di nubi del colore della terra e dense da parere immani e subitanee escrescenze del suolo. Migliaia di granate, miriadi di esplosioni, davano alle posizioni nemiche un non so quale profilo mobile e fluido, inverosimile e tremendo.

Sorgevano uno vicino all’altro i cumuli di fumo e di polvere, gonfi, lenti, opachi, svolgendo pesanti rotondità in vortici pigri, e si allargavano, si spandevano, coprivano tutto, aprivano alta nel cielo la loro solida mole, invadevano il sereno come se venissero da un temporale fantastico che balzasse su dalla terra, e sempre più grandi e più lievi si abbandonavano al vento. La loro ombra lunga passava sulla campagna, ondulando.

Erano nubi bianche, nubi gialle, nubi grigie, nubi fulve, a seconda dell’esplosivo e del calibro, un montonamento di vapori grevi. Certi proiettili potenti gettavano in aria colonne di terriccio altissime, con un effetto da fontana, come le esplosioni delle mine nel mare, e la massa dei detriti ricadeva lenta a pioggia. Le grosse bombe da trincea lanciavano fasci di razzi neri, aprivano giganteschi fiori di fumo [p. 135 modifica] plumbeo, il loro scoppio sprizzava in capricciose capigliature. Sulla moltitudine delle nubi, alcune salivano sottili, altissime, diafane, gesticolanti, avevano qualche cosa di soprannaturale, di spettrale, di animato.

Per lunghi minuti le alture bombardate sparivano completamente sotto la coltre delle nuvole, poi riapparivano adagio adagio, a squarci, nell’ombra, oscure, caliginose, tetre, irriconoscibili. Il cataclisma si estendeva a perdita d’occhio lungo le rive dell’Isonzo. Per tutto altrove una calma ridente, la sonnolenza dolce della campagna estiva. La terra, abbandonata in prossimità della fronte, si è inselvaggita, e non è stata mai più verde, più folta di vegetazioni scapigliate e impenetrabili, più bella. È piena di una vita silenziosa e primitiva, di quiete pittoresca, e in essa la linea arida della fronte di battaglia si disegna precisa, evidente, per la sua nudità pietrosa: sterminata fascia di sterilità e di morte.


Il Sabotino non ha più sterpi, non ha più rovi. Al di là delle boscaglie che ammantano i colli di San Floriano e di Prifabrisu, e che assaltano le rovine dei villaggi, il Sabotino profila la sua groppa lunga, regolare, strana, tutta grigia, di un colore nuovo, come scappellata. Le trincee italiane e quelle austriache parallele, tagliano il monte dall’alto in basso, [p. 136 modifica] come due spaccature tortuose. Sull’Isonzo, verso Salcano, il Sabotino scende a sperone, forma come la scarpata di uno smisurato bastione. La bufera delle granate annebbia tutto, ma quando, per brevi istanti, il fumo si dissipa, la trincea austriaca appare sempre più sgretolata, slabbrata, circondata da una convulsione biancastra di macigni. Pare che si vada cancellando.

Nella gola di Oslavia non si vede niente; il fumo vi si adagia e vi resta. Il Podgora è in eruzione, e il rosso sanguigno della sua terra argillosa colora anche le sue nubi, incarna i nembi di polvere sollevati dagli scoppi. Il San Michele, lontano, fumiga tutto, appare costellato di nuvole, che si formano, spariscono, si riformano, e i suoi quattro cucuzzoli sono sovrastati da un pullulare di getti, di sprazzi, sono coperti di caligine oscura, vorticosa, sinistra.

Più calma sembra la piana fra le ultime pendici del Calvario e il San Michele. Quando da dietro il Naso di Lucinico non scendono nembi di fumo e di polvere a tenebrare la vallata, si vedono gli edifici di Gorizia, bianchi, soleggiati, intatti, digradare verso il sobborgo di Sant’Andrea, e nella mattina limpida sembrano enormi, monumentali, come fossero tutti dei grandi palazzi, una folla solenne di abitazioni in una solitudine sinistra. Sant’Andrea e [p. 137 modifica] Savogna, più modesti, più dispersi, avanguardie di Gorizia, immergono nella verdura dei frutteti incolti il gregge sparpagliato delle loro case rustiche.


Il frastuono è alto, terribile, continuo, assordante; i colpi si sgranano con la frequenza di un rullo di tamburo. Sono alle volte dieci, venti cannonate al secondo, lontane e vicine, che si fondono in un solo tremendo boato senza fine; e le miriadi di proiettili che squarciano l’aria spandono un coro profondo e pieno di urli, di scrosci, di rombi, di soffi affannosi e possenti. Abbiamo da questo spettacolo un’idea di quello che furono i terrifici bombardamenti dell’offensiva austriaca nel Trentino. Abbiamo un’idea dell’inferno in cui la nostra resistenza si è affermata. Resisteranno gli austriaci?

Per ore ed ore il cannoneggiamento è continuato così, intenso, serrato, accanito. Si trattava di distruggere delle fortificazioni costruite in un anno di lavoro, di spianare la strada all’assalto attraverso mille ostacoli.

Di tanto in tanto, qua e là, una calma di brevi istanti, per lasciar schiarire il bersaglio e osservare gli effetti del tiro. Subito dopo l’uragano di fuoco riprendeva.

Delle granate incendiarie fiammeggiavano nei boschi del Kube sollevando persistenti e enormi spire di fumo nero. Cercavamo di snidare [p. 138 modifica] le artiglierie nemiche bruciando i loro rifugi. Si tirava anche sul San Gabriele, covo di cannoni, sul Monte Santo, il cui convento, sopra la vetta, mezzo demolito, appariva e spariva nelle cirrosità degli scoppi.

Per non scoprire le loro batterie, gli austriaci hanno cessato quasi interamente di rispondere. Riserbavano tutti i loro mezzi per la difesa al momento dell’assalto, secondo la buona tattica. Non potendo controbatterci, aspettavano che la nostra fanteria si mostrasse, per fermarla con repentine concentrazioni di fuoco, mentre la loro fanteria sarebbe emersa dalle caverne per guarnire le posizioni abbandonate nel bombardamento.

Soltanto, il nemico non credeva forse ad un assalto imminente. Alle tre e un quarto i nostri tiri sul San Michele si sono improvvisamente allungati. Battevano i rovesci. Le nubi delle esplosioni sono sorte al di là delle creste. Nella Sella di San Martino, verso il bosco Cappuccio, che non esiste più che di nome, nel declivio brullo era un palpito di vampe, che indicava l’entrata in azione di piccole artiglierie. Cominciava la battaglia degli uomini, l’urto delle masse.


Osservando l’azione dalle alture che fronteggiano Gorizia, non si potevano vedere gli uomini sul San Michele, lungo i costoni riarsi, [p. 139 modifica] tremuli nella canicola. Ma si seguiva l’assalto come se si vedessero. Col cuore in tumulto, si intuiva, si indovinava lo sbalzo dei nostri verso le vette sconvolte. «Sono fuori! Avanzano! Avanzano!» — si sentiva esclamare negli osservatori lontani dei domandi in altri settori, da voci gonfie di emozione, di entusiasmo, di speranza. Era il cannoneggiamento austriaco che delineava l’avanzata dei nostri.

Si è svegliato all’improvviso il fuoco dell’artiglieria nemica, serrato, intenso, rabbioso, e gli shrapnells arrivavano a stormi, formavano una grandine, parevano gettati a manciate. «Si fermano! No, no, vanno su! Vanno su!». La grandine cadeva sempre più corta. Dalla parte di Peteano, sul fianco del monte, tutto solcato da trincee a zig-zag, l’assalto progrediva lateralmente, verso Boschini.

Ma non si può sapere niente, è troppo presto, il San Michele sembra avvolto da una tormenta di sabbia, da un simun tuonante. Non trascorre molto tempo, ed altri, settori chiamano la nostra attenzione.

La battaglia non si segue più, è troppo vasta, impetuosa. L’assalto balza da tutti i punti in bufere di fuoco. Si assiste storditi, affascinati, oppressi dall’ansia dell’attesa, esaltati ad ogni progresso, angosciati ad ogni sosta, senza capire più, presi, trascinati, travolti dall’impeto dell’azione lontana. L’anima nostra è una foglia [p. 140 modifica] portata dal turbine della battaglia, sollevata ad altezze vertiginose, ributtata per terra, ripresa dal volo. Non si ragiona, ognuno grida quello che pensa, inascoltato.

Come descrivere?

È alle quattro pomeridiane precise che le fanterie sono entrate in azione. Le notizie che dalla mattina erano cominciate ad arrivare dai comandi dei reggimenti erano magnifiche: «Il fuoco è efficacissimo! — telefonavano concordi. — Varchi ampi e numerosi si aprono nei reticolati!... La truppa freme di entusiasmo!... Lo slancio dei soldati sarà violentissimo!». — Lo è stato.

Sul Sabotino l’assalto è arrivato alte trincee nemiche prima che in quel settore l’artiglieria austriaca si orizzontasse, capisse. La contemporaneità straordinaria, meravigliosa dell’azione, richiamando per tutto la difesa, ha impedito che la concentrazione del fuoco avversario si portasse utilmente su tutti i punti minacciati. Quando il bombardamento austriaco infuriava sul Podgora, si passava sul Calvario, quando si accaniva su Oslavia, si passava verso Peuma. L’attacco del San Michele facilitava l’avanzata in pianura.


Nessun assalto è stato più vigoroso, più sicuro, più ardente. Si è visto sul Sabotino, lo spaventoso Sabotino, la montagna della morte, [p. 141 modifica] il formicolio grigio degli uomini correre fra i sassi così velocemente che il segnale bianco, il quale precede l’assalto per indicare all’artiglieria i limiti dell’occupazione, passava oscillando come un foglio di carta portato da una raffica.

L’ondata umana ha percorso tutta la schiena del monte e si è precipitata giù per i rovesci, verso l’Isonzo, ha raggiunto i ruderi della chiesuola di San Valentino, sullo sperone che scende al fiume, e non si è fermata. Nulla poteva fermarla. Enormi granate parevano percuotere in pieno il suo brulichìo urlante, che scompariva nel fumo per emergerne qualche istante dopo, più avanti, mobile e nero nell’ombra. Poi tutto è sparito al di là, e il monte pauroso, dopo quindici mesi di lotte atroci, si è fatto ad un tratto silenzioso, deserto. È rimasto squarciato e inanimato come un grande cadavere lasciato indietro dalla battaglia.

Dove sono adesso i nostri? Arrivano notizie vaghe, spezzate, concitate, incontrollabili qui. Sono sull’Isonzo. Sono a San Mauro. Difendono la passerella e il ponte perchè gli austriaci non li distruggano. Chiedono il fuoco di artiglieria su Salcano. Quale la verità precisa?

Il vallone di Oslavia è sempre impenetrabile allo sguardo. Il fumo non si dissipa sulle piccole alture tormentate e nelle gole. L’assalto è passato nello spessore delle caligini plumbee. [p. 142 modifica] Si combatte in un crepuscolo. L’oscurità è tale che si scorgono i lampi vividi degli scoppi. Si rovesciano là dentro tempeste di shrapnells.

Ora è il tiro nemico che tambureggia, da San Gabriele e dal Kuk e dal Monte Santo. E da quell’ombra lugubre, da quell’uragano soffocante e tetro, arrivano notizie di esultanza, che sembrano fatte di luce. L’altura di Peuma sembra presa. I nostri sono alle prime case del paese.

Nella pianura l’attacco ha avanzato da Lucinico. È disceso dal Calvario. È forse al paese di Podgora. Ha occupato il cavalcavia della ferrovia nel quale il nemico si era incavernato. Si dice che i nostri siano ai ponti. Si dice anche che abbiano plesso il piede al di là. Il bombardamento nostro batte ora il sobborgo di Sant’Andrea. Demolisce, scaccia. Gorizia non si vede più. Un fumo di incendi si abbatte lungo il fiume. La battaglia è alle sponde. Intanto si spargono notizie del San Michele. Tutte le cime si dicono prese. L’attacco scenderebbe dall’altra parte.

Da per tutto si annunziano numerosi prigionieri. Un battaglione è stato catturato intero sul Sabotino. Altri nuclei sono stati presi sul Grafenberg, su Peuma. Ecco, arrivano dalle posizioni le prime carovane, fra le baionette.

Sono tutti slavi, di ogni età. Vi sono dei giovani di diciassette anni e degli uomini di [p. 143 modifica] quarantacinque, ma tutti solidi. Hanno un’aria sbalordita ma rassegnata. Gli anziani marciando fumano la pipa. «Dove siete stati presi?» — domanda loro un ufficiale. «Grafenberg!» — rispondono. Erano in caverna, al sicuro, e stavano per escire è prepararsi alla difesa delle trincee quando i nostri, arrivati «come fulmini» — raccontano i prigionieri — li hanno sorpresi e costretti ad arrendersi.

È il tramonto. La battaglia non rallenta. Lo scroscio della fucileria è intenso sul Podgora e il boato delle artiglierie empie le valli. Ma la felicità è in tutti gli occhi. La parola «Vittoria!» è su tutte le labbra. Nelle strade affollate, sulle truppe in marcia, sulla fiumana dei caschi di acciaio, si vedono i comandanti a cavallo che parlano ai soldati, che gettano loro le notizie a piano a mano che le afferrano per una parola gettata da motociclisti che passano, E l’acclamazione si rinnova, densa, appassionata, ed echeggia nella serata divina.