Discorso intorno la poesia biblica, e specialmente quella dei salmi

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Luigi Carrer

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Prose e poesie (Carrer)


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DELLA POESIA BIBLICA


e particolarmente


DI QUELLA DE’ SALMI.


discorso premesso al volgarizzamento di l. pezzoli
pubblicato in padova l’anno mdcccxxvii.
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Questa poesia dei Salmi non va giudicata secondo regole comunali; assai men di rettorica ci si richiede che di sentimento: mi spiego. È questa una poesia singolare; e per conseguenza tutte quelle leggi di relazione, secondo le quali si fanno tanti dotti e scrupolosi confronti, riescono a nulla, purchè non si voglia tirar cose fra loro disparatissime a corrispondersi, con palese abuso d’ingegno ed oltraggio alla verità. Il mare della Bibbia è sì vasto, e per certi rispetti sì tenebroso, che la bussola della critica usuale potrebbe di leggieri recarci a naufragare; e meglio fa chi si lascia andare a discrezione delle acque, quand’abbia per altro un buon vento di carità che gli spiri. Tutti sanno che le regole nacquero posteriori agli esempi; ma nè Aristotele, nè verun altro dettator di precetti, intendo parlare degli antichi, studiarono nei libri santi per cavarne materia a’ suoi insegnamenti. E quanto ai critici de’ tempi moderni, intendendo per tempi moderni quelli che alla propagazion succedettero del cristianesimo, tutti que’ riscontri, che [p. 214 modifica]alcuni s’avvisarono di trovare nelle opere di scrittori pagani con alcuni luoghi de’ libri santi, penso sieno piuttosto necessarie relazioni della bellezza, immutabile ed universale, che risultamenti dello studio e dell’imitazione. Non credo che una piccola, oscura, e dirò anzi spregiata nazione, qual si fu l’ebrea al tempo antico, mandasse i proprii libri, vuoi di religione, vuoi di letteratura, ad istruire nazioni fiorenti per ogni guisa di civiltà e di sapere, e superbe di sè per maniera da chiamar non straniero, ma barbaro tutto ciò ch’era fuori de’ loro confini. Bando adunque in quest’esame, che verremo facendo della poesia biblica, e di quella de’ salmi in particolare, a tutto ciò che hanno i retori, siami conceduta la frase, inventato per accordare alla letteratura speciale di qualche nazione una quasi dirò dittatura sulle altre tutte. Esaminiamo la poesia biblica come se altri libri di questo genere non ci avessero sulla terra, e vediamo con qual intendimento furono composti que’ canti divini, e qual utile possa a noi provenire da tale lettura.

La poesia biblica è una poesia primitiva. Quando dico primitiva, intendo più libera ed universale, che non sono le poesie dei popoli affievoliti da una lunga civiltà. Una generazione si aggrava sull’altra, e le soverchie esercitazioni dell’intelletto logorano la fantasia ed ammorzano o rattiepidiscono la fiamma del sentimento. La filosofia, dico l’arida e vile, che tutto accorda [p. 215 modifica]ai sensi ed all’esperienza, e non va più là col pensiero di quello possa col tatto, è la capitale nemica della poesia, quand’essere ne dovrebbe il sostegno e la guida. L’uomo, obbedendo alla sola esperienza, rinuncia ad ogni più dolce prestigio; una calma, da chiamarsi piuttosto stanchezza, di esso s’impadronisce, e l’infelice, tardi si accorge del cattivo cambio che ha fatto, avendo abbandonato il desiderio irrequieto ed interminabile dell’infinito, che pur ha in sè qualche cosa di vitale e di attivo, per la monotona ed infeconda adorazione del nulla: simile a chi fugge dai fiori d’un giardino che non può toccare, ma di cui respira gli effluvii e vagheggia i colori, per abitare le secche arene e la solitudine dei deserti. Guai a chi vive quando il credere non è più necessità ma vergogna; quando è reputato più nobile il tutto ignorare che il credere qualche cosa!

Mancata la mano dell’artefice, s’invoca il sussidio delle macchine; ove sian rari, se pur ce ne sono, gli esempi, si moltiplicano a dismisura i precetti; chi non sa dare nulla del proprio si contenta del commentare l’altrui. Questo è destino inevitabile a tutte le nazioni. E il fuoco dell’inspirazione rimarrà sempre occulto; quegli stessi che lo posseggono, quando si sforzano di rivelarlo, smarriscono sè e chi gli segue. Il Tasso immaginava l’allegoria dopo avere composto il Poema, ed assoggettava a misera struttura meccanica l’alto e indefinibile volo del divino suo ingegno. [p. 216 modifica]Derivava l’Oceano in ruscelli, e il calore vivificante tutta natura in piccioli fochi di ragazzi ne’ prati le belle notti d’inverno. Abbandoniamo alquanto le regole per considerare il principio universale da cui procedono; retrocediamo verso il secolo de’ nostri antenati, facciamoci a respirare l’aura de’ primi tempi, piena d’innocenza e di vita; ricuperando, quanto è possibile, al nostro ingegno la sua giovinezza.

L’intimo, l’essenziale è sparito dalle opere dell’immaginazione, o, a meglio dire, più non ci si porge mente; tutti gli esami si riducono a certe esteriorità, a certe regole di convenienza. Possediamo la teorica delle proporzioni con cui giudichiamo delle statue, ma esse aspettano il movimento e la vita. Cerchiamo una volta noi in noi stessi. Individui d’una immensa famiglia, affratellati nelle facoltà, nei bisogni, nelle virtù, nelle colpe, pensando al nostro particolare non dimentichiamo la generalità della specie. Il generale è qualità del sublime. Quanto più ci espandiamo sugli altri, tanto più rientriamo in noi stessi, purchè per giudicare degli altri prendiamo sempre da noi stessi le norme. Questo legame dell’essere speciale d’un uomo con quello di tutti, per cui ciò che è bene individuale si fa bene comune, libererà l’età nostra dalla più abbietta e meno scusabile delle schiavitù, quella dell’intelletto. Noi non temeremo più critici; saremo giudici di noi stessi, più severi e più giusti di quelli che ci assolvono o ci condannano. [p. 217 modifica]Intenderemo le leggi del bello nella loro semplicità ed efficacia, senza il miscuglio delle misere passioni; la luce del vero arriverà al nostro cuore, senza raffreddarsi e smarrirsi traverso le consuetudini; ameremo il buono d’un amore ingenuo e disinteressato, anzi ci trasformeremo nel buono e nel bello noi stessi; apparecchiandoci, per quanto è comportato dalla imperfetta nostra condizione presente, a quella stabile metamorfosi che sarà adempimento delle nostre brame, rivelazione di tutti i grandi misterii, perfezione dell’esser nostro. È questo il vero fine cui dovrebbero mirar l’arti tutte; tale esser dovrebbe l’intenzione d’ogni poeta, il carattere d’ogni poesia. Gli avvenimenti particolari ed estranei all’università dell’umana natura, anzichè tiranneggiare menomamente i nostri pensieri, faranno le veci d’esempi; e gli ostacoli opposti dall’universo visibile e materiale, anzichè ritardarci nel nostro cammino, saranno trascinati essi pure verso l’unica meta.

Compreso di questi principii ho letto le poesie bibliche, e in esse ho trovato avverarsi questo mio desiderio, come quelle che portano in sè lo stemma della divinità, e un tale suggello di rivelazione, che possiamo bensì chiudere gli occhi per non vedere, ma cui non è possibile di non iscorgere ad occhi aperti. Molte parti di questo bello, di questo grande, di questo vero, come frantumi di un tempio antico, raccolti dalla dotta sollecitudine de’ moderni ed incastrati [p. 218 modifica]in qualche loro ridicola fabbrichetta per pompa di povertà, ho trovate io ancora presso altri scrittori, in altri libri; ma raro o mai quell’unione di solido e ricco edifizio. Nella massima parte delle poesie ho sempre scorte particolari vedute a cui sono assoggettati i generali principii del vero e del bello, secondo l’antica favola di Procuste; moine, adulazioni, artifizii meschini di scuola, ed attenuato il vigore del sentimento per far luogo ad una frase, per tirar il verso a misura; e, per una cotal convenienza di condotta, tradita la verità storica e la morale, e spesso spesso la stessa intenzione dell’autore, costretto a dire tutt’altro da ciò ch’e’ pensava. Quelle regole io stimo vere che nascono ad una colle opere. I principii dell’arte non si veggono nè si adempiono con più esattezza e perfezione d’allora che l’animo è più altamente inspirato, ed entrano nella mente insieme coll’applicazione. L’ispirazione ci dà le regole dell’opera, e l’opera di già fatta; percepisce le norme generali del bello e le relazioni ai casi particolari. Quando l’ora dell’ispirazione è passata, le regole, siano pur vere, vengono languide, estenuate alla mente, e indarno si cerca nel ragionamento il come e il perchè d’ogni bello, perchè quel come e quel perchè sono misterii che non si palesano che in un istante d’intuizione, e scompariscono poscia per sempre. I retori, che per lo più poco sentono, troveranno, se vogliono essere di buona fede, sempre un vuoto fra le regole e [p. 219 modifica]l’applicazione; vuoto che cercano indarno di riempiere con altre regole secondarie ed arbitrarie, con cui, creando un bello artifiziale, si perdono nella contemplazione di esso e adorano l’opera delle loro mani. A queste regole volendo adattarsi talvolta anche gl’ingegni privilegiati ritardano e raffreddano almeno, se non estinguono ed impediscono, l’ispirazione. Splendido esempio la Conquistata del gran Torquato. E qui non è fuor di proposito accennare agl’improvvisatori. Fa meraviglia che un grande scrittore del nostro tempo sentenziasse in un giornale di molta fama: non vi è altro furore che l’ingegno; non vi è altra ispirazione che dallo studio. Sennonchè, come disse già Cicerone, non avvi sofisma che non vanti un filosofo per avvocato. Comunissima è la frase lavoro di getto per significare lavoro molto eccellente. Ora, ciò da cui si prende l’immagine ad esprimere cosa perfetta potrà credersi riprovevole e degno di riso? Vorrei mi dicessero sommi poeti se i più splendidi luoghi de’ loro poemi non si presentarono loro alla fantasia accompagnati dalle forme della lingua e del verso? Potrà avervi differenza nell’espressione, ma un’espressione di certa forza e bellezza vestirà sempre il pensiero che emani vigoroso e spontaneo dalla mente dello scrittore. Quel concetto che si mostra all’intelletto sotto sembianze sconvenienti a poesia non è essenzialmente poetico, e l’immaginazione congiunta all’erudizione indarno s’affaticheranno intorno [p. 220 modifica]ad esso. In questo senso va interpretato il famoso passo d’Orazio: Et quae tractata ec., passo assai di sovente abusato dai critici e dai saccentelli.

Mi sembra aver dichiarato bastantemente quello ch’io m’intenda per universalità e libertà di poesia. E ciò quanto al concetto principale e dominatore dell’opera. Venendo ai particolari fo tutto altro discorso, e dico che questi devono essere il più possibile proprii dello scrittore, o vogliam dire, tenere il più possibile del secolo e del paese in che vive. Qui a prima giunta può sembrare a taluno ch’io mi contraddica; ma debbo soggiungere che una poesia non potrà lodarsi per generalità di vedute, quando alcune parti, che noi chiameremo accessorie, non si riferiscono ad oggetti prossimi e circostanti, e per conseguente individuali. Ed ecco il discorso che io tengo, il quale per esser breve non lascierà di mostrarsi vero, chi voglia attentamente considerarlo. L’universale si lega al particolare; uno non può sussistere senza l’altro. Abbiamo detto che ogni uomo ed ogni scrittore per conseguenza, dee considerarsi come individuo d’una grande famiglia. Quando non si mostra nelle sue vere sembianze, e fa in certa guisa le parti d’altra persona, non partecipa più a quel gran tutto, o, per meglio dire, quel tutto rimane per colpa di lui difettoso ed interrotto. I Greci, ed in generale le nazioni antiche, hanno mostrata, intendo sempre in materia di lettere, gran verità [p. 221 modifica]e proprietà nelle parti minute dell’opere loro; gli scrittori a noi più vicini hanno introdotto il pessimo costume degli adornamenti posticci, onde ne venne quell’aria di affettazione che non può a meno d’infastidire. Mi farò sugli esempi a riuscire più chiaro. Quando trattasi d’immagini e di similitudini, i Greci e gli antichi, dei quali si è detto, non escono, o raramente, del loro paese; quando trattasi di allusioni e di esempi non mai o raramente si allontanano dalle domestiche storie e tradizioni. È questa regola osservata da essi scrupolosamente, e violata quelle alcune volte soltanto che trattasi d’incutere o meraviglia o terrore con pittura di cose o di avvenimenti insoliti e lontani. Se non era vile e stucchevole per quelle genti ciò tutto che aveano continuamente sott’occhi, perchè non potrà dirsi di noi il somigliante? Piacerebbemi che certi sottili dottori mi dessero la soluzione di questo problema. Ma il freddo poeta, adulatore, venale, che non ha succo nè sangue, va accattando magnificenza da siffatte meschinità. Sprovveduto d’ispirazione (e come può averne chi sagrifica il decoro dell’arte al turpe bisogno?) ha ricorso all’erudizione, e parla di cose straordinarie e lontane perchè i potenti ed i ricchi ch’ei loda spalanchino tanto d’orecchi ad udirlo; in questo ancor non dissimile dal cerretano, che, montato sul palchetto, fa mostra alla numerosa adunanza di pietre e radici recate dall’altro mondo, e dice d’essere stato qua e là, [p. 222 modifica]e aver veduto questa e quest’altra cosa, perchè si faccia di lui quel capitale che non si merita. Ma chi è pieno del proprio suggetto, e della eccellenza dell’arte che maneggia, detesta siffatte buffonerie e si giova di quello che gli viene spontaneo alle mani: perché il bello è diffuso per tutta la natura; tutto sta a saperlo ritrarre. Questa sventura accade talvolta anche a persone che scrivono di buonissima fede. Molti si credono, come prima si sentono da certi menomi affetti commossi, chiamati all’alta poesia, e pigliano per impeto d’ispirazione quello che è al più al più abbondanza di sentimento. Querelatevi da voi soli, querelatevi coll’amico, tra le pareti della vostra casa, assai più indulgenti dei giornalisti. Non imbrattate le carte con le poesie, non chiamate l’ozioso popolo ad ascoltarvi. Voi vi credete di parlare alla posterità, e appena vi ascoltano quattro magri cervelli del vostro tempo; lungi dal riempiere il mondo del vostro nome, sarete appena noti all’angusto vicolo della città che vi alberga. Ma, come si è detto, da molti si piglia per ispirazione ogni ancorchè menomo commovimento dell’animo. Non cesserò di ripetere: il commoversi è da tutti; tutti presto o tardi si allegrano, si rattristano; ma chi è fra moltissimi l’ispirato? Credo però sia omai tempo ch’io mi riduca entro più stretti confini, e di questa poesia biblica, per la quale ho spese, quasi in via di preparazione, tante parole, favelli un po’ di proposito.

[p. 223 modifica]Nella poesia ebraica trovi espressi i bisogni d’una intera nazione, non mai quelli d’un semplice cittadino, ovvero il voto del semplice cittadino è diffusivo su tutti i capi della nazione. Fa d’uopo confessare che il fondamento di questa poesia è malinconico, che sembra inspirata dal desiderio, anzichè dal contentamento. Per questa ragione, oltre a quelle che io verrò a mano a mano adducendo, si lega a preferenza d’ogni altra alle poesie de’ moderni. Quand’anche una vittoria, una festa nazionale, o qualsivoglia altro argomento di simil fatta, fornisca il soggetto delle canzoni giudaiche, non è l’allegrezza senza una qualche mistione di dolore. La storia della nazione, come accennerò quindi a poco, era opportuna quant’altra mai a questa specie di sentimenti. Non si creda però d’inferirne che le sacre poesie pecchino di monotonia. O s’intende di quella monotonia che assai facilmente si scambia per quella che i retori chiamano uniformità, e qual è l’opera che ne possa far senza? e quando le parti non corrano tutte ad un fine, o almeno in questa comune tendenza non siano concordi, qual buono effetto se ne può sperare? ma, taciuta questa, quanta varietà nei libri santi e nei salmi, poichè a questi particolarmente il mio discorso si riferisce! Che vivo ed efficace contrasto tra la speranza e il timore, tra la collera e la pietà divina! Quante promesse e quante minacce! Quali memorie e quai vaticinii! Il linguaggio arcano dei presagii come ben si [p. 224 modifica]frammischia alle assolute ed effettive parole della legge! La storia e le profezie come bene si corrispondono! Il mondo invisibile e spirituale opera misteriosamente sul visibile e materiale. Tela sì vasta non si è mai spiegata all’immaginazione; tela che dopo essersi estesa su tutta quant’è la superficie della terra, ed aver compresi i destini di tutti i popoli, ripiegata negli estremi suoi lembi, cela una infinità di avvenimenti, dei quali non abbiamo sott’occhi che alcune lievi ombre e figure, e la sola fede possiede la chiave. Mai non si parla in un salmo di schiavitù, che non vi si rammemori la liberazione e il Messia. Alle parole insolenti dell’offensore sono sempre intromessi gli affabili detti del consigliere. L’umana natura, sì facile a montare in superbia per le prosperità, trova sempre in fondo del quadro le lugubri sembianze della sventura; e al festivo suono dei timpani e delle trombe, che lodano nel suo tempio il Dio degli eserciti, si mescola il cupo fragore delle catene che scuotono gli ebrei prigionieri lungo le solitudini dell’Eufrate. L’intervento della divinità non è sì frequente, nè sì palese come nei salmi e nelle altre bibliche poesie. È il tema continuo, il centro della ispirazione; non si parte da esso che per addentrarsi nell’uomo, fatto a somiglianza di lui, nè si abbandona l’umana natura che per salire alla divinità. Gli accidenti mondani riempiono l’immenso vuoto tra l’uomo e Dio, e sono i simboli, dirò così, sotto i quali la divinità si [p. 225 modifica]manifesta, e il linguaggio materiale che essa adopera per adattarsi alle corte intelligenze terrene. Non mi è mai accaduto, leggendo le poesie bibliche, d’accorgermi che alle forme il poeta sacrificasse la materia del suo canto, ovvero che il pensiero uscisse modellato a seconda della veste che doveva assumere; all’opposto ho trovato un nuovo genere di composizione tutta propria di questo soggetto. Credo poter tutto ristringere in una parola s’io dico che ogni altro è poeta, e lo scrittore de’ salmi (o scrittori che siano) profeta, ossia quegli

A cui tutti li tempi son presenti.


Io qui non prendo questo augusto titolo di profeta nel significato religioso: siami concesso considerarlo con vista puramente mondana. Un uomo, che si crede inviato espressamente da Dio per annunziare alla sua nazione le cose avvenire, per farsi mediatore tra le colpe degli uomini e la divina pietà, che raccoglie in sè i voti e le speranze d’un popolo, e ne prepara, o predice, che suona lo stesso, i futuri destini; quest’uomo che si arroga tanto potere sullo spirito e sulla carne, è ben altra cosa che un semplice poeta. Del poeta prima cura è servire alle leggi dell’arte che professa, ha sempre sotto gli occhi gli scritti di quelli che lo precedettero, la fama dei quali l’incalza sopra un dato cammino, e la posterità qual giudice inesorabile gli rugge [p. 226 modifica]sull’ingegno e lo intimorisce. Egli non s’invia alla sua meta, sia pur franco di cuore e confidente nelle sue forze, che ritardato da impedimenti e tremando; il suo corso è sempre attraversato da precipizii, e, il più che far possa, a capo del viaggio s’applaude d’averli varcati felicemente. Il profeta porta seco nella sua missione un forte argomento perchè le genti gli porgano orecchio, abbia pure incolta la barba e sdruscito il mantello. Non cerca parole per allettare, gli basta aver detto il suo fatto senz’altro; e chi non l’ha voluto ascoltare, suo danno. Parla chiuso e riciso; si affannino gli altri a diciferarne gli enimmi. Quella densa nube, che vela il suo discorso, è tratto tratto interrotta dai lampi ineffabili della divinità. Il soggetto cui svolge è sì alto, che le parole ornate vi perdono e le umili vi guadagnano, e mutano tutte natura. Sa che i suoi detti saranno accolti quasi altrettanti oracoli; e beato a chi gli avrà intesi a dovere!

E non era il paese degli Ebrei capace di esagitare un’anima suscettiva d’ispirazione? Non somministrava alla fantasia bastante materia d’immagini e di similitudini? La fantasia umana s’infiamma alla vista degli oggetti corporei; poi, dalle regioni del visibile spiegando arditissimi voli a quelle dell’invisibile si spazia ed allarga per esso, non più impedita dai sensi; e, racquistato tutto il suo originario potere ed attività, si ripiega su gli oggetti materiali, e gli scompone e [p. 227 modifica]riordina come meglio le torna, per dar corpo ed apparenza sensibile a’ suoi liberi concepimenti, o, direm meglio, alle sue visioni. La terra di Canaan, o la Palestina, non era dessa paese da ciò? Che dico la Palestina? Tutto quel lungo tratto d’Africa e di Asia che visitarono i discendenti d’Abramo, sia che per esso peregrinassero, o vi fermassero seggio e tenessero dominazione. Trovi però ricordate le solitudini dell’Arabia, non di tanto infeconde, che tratto tratto non vi grandeggi la palma, e fioriscano il sicomoro ed il terebinto. E l’alta catena delle montagne Nere, tra le quali il Sinai eminente con le vette coronate di nubi, e tutto cinto di misteriosi recessi. La terra di Galilea, ricca di città popolose, assai prossima ai Fenicii, uno dei popoli più considerevoli dell’antichità; e in essa le amene e fertili campagne di Esdrelon, i vigneti del Carmelo, i pascoli di Basan, le valli di Saron. E se parli di fiumi, il regale Giordano e l’Arnone sui confini de’ Filistei, il picciolo Siloe, e l’arenoso Cedrone. Il lago bellissimo di Chineret, e quasi rimpetto a quello, sebben da lungo spazio diviso, come dall’allegrezza la colpa, il bituminoso Mar Morto, che attesta la collera di Dio sempre viva. A chi il Libano non è noto e i suoi cedri giganti? I cedri che sorgono quali araldi o quai sentinelle a guardia del sacro monte; rispettati dal tempo perchè fossero testimonii delle sventure della Giudea come furono delle sue glorie. Chi, dopo i dolci lamenti di Salomone, [p. 228 modifica]si resta dal contemplare l’Ermon frondoso e l’Anir, finchè spunti dagli ombrosi ricoveri la Sulamite a ricreare la selva coll’odor de’ suoi unguenti? Quindi, riducendosi al piano, frequenti sono le piscine e le fonti, i boschetti dell’aloè e del cipresso; e dove anche sembra spenta ogni aura di vita, sui nudi rocchi e tra le sabbie rossastre, folte siepi d’isopo che invitano al pentimento. Volete parlare di città? È possibile ricordar senza lacrime la bella, l’opulenta Sionne e il santo suo colle? Qual città più feconda di rimembranze, di questa regina delle nazioni, or divenuta la vedova del deserto? Tanto ancora nelle sventure veneranda, che non sembra avervi su tutta la terra città degna al pari di questa di stancare la potente collera del Signore. Ho letto le relazioni di non pochi viaggiatori, e m’accorsi che la vista di Gerusalemme eccitò in tutti un misto di sentimenti sì vivi e profondi da non trovar poi tanto strana la congiura di mezzo il mondo pel suo riscatto. A questo magico territorio è confinante da un lato l’Egitto, a cui miravano gli Ebrei sospirando come a terra in cui gemettero schiavi sì lungamente, e donde uscirono con tanto strepito di portenti; e da un altro l’Assiria, e quella Babilonia che, qual tigre ingorda o lionessa, è avida del sangue di Giuda, ed ha aperte le fauci per ingoiare quanti più può del popolo degli eletti, quella Babilonia che suona sempre sventura nei cantici del profeta. Qual contrasto tra due popoli barbari, [p. 229 modifica]infedeli, e pur potenti e numerosissimi, e la famigliuola di Giacobbe, che serrata, per così dire, in angusti confini, custodisce e difende il sacro deposito d’una Legge che doveva poscia diffondersi per tutto il mondo!

E quanto a storia, qual avvene più favorevole alla poesia? Non ispiaccia a’ miei lettori che io tocchi così di volo alcuni punti de’ principali. Nulla dirò della brevità misteriosa e dotta semplicità ond’è raccontata la creazione del mondo, e la prima colpa, e il diluvio, e la torre. Ma qual altro personaggio storico può paragonarsi ad Abramo? Questo patriarca, alla testa d’un pugno di servi e d’una greggia, migra dal paese natale; e, per un cammino ad ogni ora interrotto da miracoli e da apparizioni, cerca una stabile sede a’ suoi discendenti dietro la scorta d’una straordinaria promessa. Santifica passando il terreno, e il luogo ove spiega le tende acquista nome da lui: la quercia che protegge i suoi sonni, la pietra che raccoglie le sue oblazioni, il colle che ascende ad orare, diventano monumenti di patrie glorie e di religione. Nella vita di quest’uomo singolare, salito in venerazione presso tutte le tribù del deserto, qual processione di avvenimenti mirabili, compassionevoli, edificanti! Le domestiche dissensioni, il ripudio della fantesca, le peregrinazioni, i sacrificii, le guerre, l’alleanza immutabile, il simbolico olocausto del figlio, la morte, i funerali, la successione. E ciò che s’è detto d’Abramo dicasi [p. 230 modifica]d’Isacco e Giacobbe e Giuseppe, giù sino a Mosè, a quel portentoso legislatore che avanti Cristo non ebbe eguale tra i figli dell’uomo. Il governo de’ Giudici precursori dei Re, e l’instituzione della dignità regia tra il popolo, insofferente del freno sacerdotale, hanno in sè qualche cosa d’augusto insieme e di singolare, atto a fecondare le più sterili fantasie. E quel giovinetto pastore, che, dopo aver atterrato col guizzo della sua fionda i giganti terribilissimi, addolcisce col caro suono della cetera le furie e i rimorsi dei principi riprovati? E di questo stesso pastore, tramutato in monarca, che mirabili e nuovi racconti, che colpe, che gemiti, che sventure! L’adulterio con Bersabea, l’uccisione d’Uria, la ribellione del figlio. Tocco fatti notissimi a tutti, e che, per essere assai divulgati, sembreranno men grandi. Ad un re guerriero, e più che mezza la vita fuggiasco, e cerco a morte, succede il re sapientissimo. L’arca dell’alleanza è ricovrata sotto uno stabile tetto, e le ricchezze e le arti dell’Oriente cospirano alla sontuosità e magnificenza del tempio. E movono da lontano paese le regine, per indi ritornarne ammirate della molta dottrina e potenza sedute sul trono di Giuda. La lingua ebraica non era mai stata sì dolce, come in bocca a quel re: la soavità dei suoi idillii fa ricordare le piante aromatiche all’ombra delle quali gli componeva, e la faconda brevità de’ proverbii le auguste volte del tempio sotto cui furono immaginati. Ma chi aveva [p. 231 modifica]dettate le più belle regole di morale e di religione fu primo ad infrangerle; ed il sacro colle di Sion sostenne gli altari dell’idolatria, e fece eco alle petulanti canzoni delle adultere madianite. L’eredità di Giacobbe è divisa, e la porpora fatta in brani; Giuda e Israello non sono più la medesima cosa; e non paga Samaria d’aver contraddetta a Gerusalemme la legittimità de’ suoi riti e de’ suoi monarchi, sorgerà a contrastarle dopo la prigionia babilonese l’autenticità de’ suoi codici, e la ingenuità delle lezioni negli scritti de’ suoi profeti. La schiavitù, annunziata con tante lacrime dai pii Veggenti, sommerge, per usare la formula scritturale, la nazione tutta nel lago delle miserie; ma il fuoco sacro cova sotto le ceneri e il loto d’una obbliata cisterna, e sorgeranno Zorobabello e Neemia a ridestarlo. Per essi i vecchi non si lagneranno d’esser vissuti assai lungamente, e le promesse dei profeti non saranno stimate menzogne. Restituita ai pontefici l’autorità, oltre che nelle cose di religione in quelle ancora della politica, precipita la storia agli anni illustrati dalle splendide imprese dei Maccabei, suprema gloria del popolo. Indi a non molto le ombre si fanno realtà, rinnovasi in più chiare parole il patto fermato con Abramo, e l’ignoranza delle nazioni in fatto di religione non ha più scusa. Spunta dalla spregiata Betelemme la stella ad illuminare il mondo, e un tremuoto presso che universale scrolla dai loro seggi le mille divinità del paganesimo.

[p. 232 modifica]Una poesia fondata su questi fatti, che si giova di sì copiose e pellegrine memorie, avvalorata da immagini desunte da un popolo e da un paese quali gli ho fino ad ora descritti; che, dopo aver bastato ai bisogni di questo popolo e di questo paese, si guadagna la venerazione d’infiniti altri popoli, e dalle rive del Giordano e dagli angusti confini della Cananea, ove poteva dirsi non più che bisbigliata da un pugno di mandriani fuggiaschi, senza tetto, senza leggi, senza lettere, senz’armi, passa ad essere amata, studiata, predicata dall’uno all’altro confine del mondo: è questa la poesia dei salmi.

Ma questa poesia, tramutandosi dall’oriente nell’occidente, e abbandonata Gerusalemme per Roma, subì un cambiamento quanto al linguaggio. Cantati i salmi dai leviti nel tempio di Salomone, erano intesi dalla nazione ebrea solamente; cantati dai sacerdoti del nuovo patto sotto i magnifici archi del Vaticano sono intelligibili a tutto il mondo. Che specie di stile sia quello dei Salmi quali si leggono nella Vulgata, quanto serbi dell’antico, se possa confondersi e come col testo giudaico il nuovo testo canonico, se importi assolutamente ad un traduttore conoscere la lingua ebrea, quanto prudentemente pensino quelli che domandano una traduzione fedele dal testo ebraico anzichè dalla Vulgata; di queste ed altre questioni ad esse attinenti ora intendo parlare.

E qui mi è forza premettere ch’io non mi [p. 233 modifica]tengo nei semplici termini della filologia, che, maneggiata com’è dalla comune de’ dotti, non vede più oltre della fedeltà grammaticale; mi è forza, dico, premettere questo avvertimento, perchè, sdegnati i lettori di ciò che può avere a prima vista l’aspetto di paradosso, non gettino la carta senza badare più oltre. Piacemi ancora premettere che laddove si trattasse d’una quistione letteraria, o di diciferare qualche punto controverso di storia o di antiche costumanze, sarebbe compassionevol follia il non ricorrere ai sacri Codici fontanalmente; ma non è questo il caso nostro. Sennonchè ad abbassare alcun poco la soverchia petulanza di certuni, che si credono una gran cosa in ebraicità per intendere sottosopra qualche versetto della Scrittura, e con questo bel corredo di scienza s’attentano malmenare le traduzioni più riputate, domando: con che sicurezza procedano nella lettura di un libro che ancora nè essi sanno, nè gli eredi della santa nazione, se sia o no metrizzato ed è scritto in un linguaggio che ad ogni vocabolo concede un numero spropositato di diverse significazioni? In tanta distanza di tempi, in tanta alterazione di costumi e di riti, nell’assoluta mancanza d’ogni altro libro scritto nella stessa lingua, onde giovarsene nei confronti, che cuore, che faccia avranno di proporre per certa ed incontrastabile una loro variante, una loro interpretazione? Se fra gli Ebrei stessi è quistione sul più de’ luoghi? Se subito dopo il termine della babilonese [p. 234 modifica]schiavitù que’ di Samaria contrastavano a que’ di Gerusalemme l’autenticità dei loro codici? E qui non vengano le mie parole trafigurate; ch’io non ad altro tendo col mio discorso tranne a provare quanto sia, oltrechè doveroso, bisognevole l’acchetarsi ad una traduzione reputata canonica ed inalterabile. Dico adunque, e ciò può aver l’aria di paradosso, che a questa, che si cava dalla Vulgata, non può dirsi, come direbbesi d’ogni altro scritto che fosse passato per più d’un linguaggio, traduzione di traduzione. Nè la similitudine del liquore che travasato perde di sapore, o dell’albero che trapiantato in estraneo suolo traligna, regge menomamente. Un nuovo ordine di avvenimenti e di meraviglie riveste le novelle carte di quello splendore che aveano le antiche, e se altro è il linguaggio, altro ancora si è il popolo che lo adopera; se differenti sono l’espressioni, altri sono i paesi ne’ quali vengono pronunciate; se v’ha pure qualche cangiamento nelle immagini e ne’ pensieri, altri sono gli oggetti cui si riferiscono. È la verità che ha tradotto sè stessa per farsi intelligibile da un capo all’altro del mondo. Questo discorso mi condurrebbe a toccare argomenti più sublimi di quelli mi sono proposto, e che soli m’è conceduto di maneggiare. Ma non usciamo dei limiti della poesia.

La Vulgata ha dato un nuovo colore alla poesia biblica, colore formato delle stesse materie, ma diversamente impastate, se mi è lecita [p. 235 modifica]questa frase. Il linguaggio della Vulgata è un linguaggio a parte. Certamente nessun latinista vorrebbe imitarlo: ma chi oserà di chiamare goffo ed inetto quel latino? Esso ci risuona nell’anima fino dalla nostra infanzia, e ci sembra nella sua maestosa rozzezza il linguaggio de’ nostri avi che non abbiamo conosciuti, ma che speriamo di rivedere, e che siamo costretti di venerare. È il linguaggio d’enti celestiali che sdegnano un pomposo fraseggiamento, e mostrano coll’umile stile che adoprano quanto sia loro necessario d’abbassarsi per giungere fino a noi. Provatevi a tradurre la Bibbia con frasi eleganti; metteteci un po’ dell’adorno e del vago. Eh! la magia dello stile della Vulgata è inesprimibile. Ma chi è di sì corto vedere, che non intenda ciò che conferisce a rendere quello stile sì dolce e sublime? Come è dolce, com’è sublime ciò che apprendiamo per primo dalla bocca della nutrice! Come è bello, come è poetico ciò che ci è ripetuto al suono dell’organo nelle nostre chiese, ove le nostre sventure e i bisogni nostri ci adunano! Che ci conforta tra le minaccie del temporale, che ci è susurrato nelle malattie, che accompagna i nostri cari al sepolcro! Chi vuole tradurre la Bibbia in tante lingue, quante sono le nazioni che pregano il Dio di Giacobbe e d’Isacco, non parmi che voglia il meglio. Perchè non concedere che sia una la lingua della preghiera? Che ci riconosciamo almeno in questo fratelli dall’uno all’altro confine dei mondo. [p. 236 modifica]Non basta no che ci dividano in tanti altri punti le lingue numerosissime che si parlano? Che l’orfano derelitto, sotto qualunque cielo si trovi, sia inteso quando egli dice quelle compassionevoli parole: Pater meus et mater mea dereliquerunt me: Dominus autem assumpsit me (Ps. 26). Che la voce miserere sia voce di pietà e di misericordia dalle nevi del Baltico alle sabbie infeconde della California. E quando la sera aduna le sue tenebre e il suono lamentevole della campana c’invita a piangere sugli estinti, poichè così in Asia come in Europa e in tutte le altre parti del mondo si muore egualmente, e i morti hanno tutti una stessa dimora, ci sia una lingua sola per essi, differente da quella che usiamo negli affari, differente da quella con cui forse abbiamo insultati vivi quelli che ora lamentiamo sepolti. Non mi stancherò di ripetere: la lingua della piazza e della camera non deve, nè può essere quella della chiesa e del cimitero! Oh quanto mi piace la femminetta, che, senza aver imparato il latino, recita sotto voce l’uffizio divotamente, e intende i salmi per discrezione. Commetterà degli errori storcerà i sensi: o buono filologo, ti so dire che quella femminetta non istorcerà i sensi, come fai tu commentando; e ci aggiungerà qualche cosa del proprio, suggeritale dall’interno fervore della preghiera, che nè tu, nè alcun uomo di lettere ha mai trovato ne’ libri, e per cui essa e Dio se l’intendono fra loro. E s’ella piange e se n’esce consolata di [p. 237 modifica]chiesa, che vuoi tu che io mi faccia delle tue fredde etimologie, e delle tue vane allusioni? In azimis sinceritatis et veritatis furono composte quelle sante elegie: in azimis sinceritatis et veritatis vanno lette ed interpretate.

Diranno adesso moltissimi: E perchè conservare que’ nomi quelle allusioni, quelle immagini a noi sì lontane, e poco meno che sconosciute? S’io risponderò che collegandosi i fatti del Nuovo Testamento con quelli dell’Antico, anzi dandosi entrambi mano e rischiarandosi a vicenda, occorreva questa corrispondenza di nomi, d’immagini, d’allusioni; se dirò che non può essere straniero per noi quello che era proprio dei nostri padri; che secondo ancora le regole umane, molta parte di nobiltà si ripone nella vetustezza; che fortissimo argomento per Tertulliano a dimostrare la verità delle dottrine ch’ei predicava si era il poter dirle uscite e procedenti dal portico di Salomone; sarà questa una buona risposta per quelli che fanno qualche stima della religione cui professano, ed hanno spesa qualche porzione dei loro studii in così alto argomento. Ma io non intendo di giovarmi della religione per dar peso a questa poesia. E siccome mi sono proposto fin dalle prime di dimostrare, lasciato da parte ogni pensiere di religione, di quanta istruzione e sollievo allo spirito possano essere questi salmi, così immaginerò tali obbiezioni, quali certo non si farebbero da veruno che nato fosse in cristianità. — Che abbiamo noi [p. 238 modifica]di comune con quel popolo a cui questi salmi si riferiscono? Qual significalo possono avere per noi quelle frasi di schiavitù babilonese, di promesso riscatto? E che sono eglino per noi quest’arca, questo levita, questo sacrifizio, in cui c’incontriamo pressoché ad ogni passo? Che timore e’ incutono questi Assirii, questi Caldei, questi popoli che minacciano di soggiogarne? E questa Sionne, che non v’ha quasi pagina ove non sia nominata; e questo Libano e questo Giordano son altro che sterili rimembranze? Oh sì che i figliuoli di Edom ci hanno fatto il gran male, e portiamo grand’odio alla discendenza d’Ismaele! È una gran cosa por noi quello spirito di Belial! E quando ci hai nominate le altezze di Faran e le maraviglie del Sina ci hai messo nella fantasia un grande spavento! — Tirate innanzi con simili ragionamenti per quel più di tempo vi piace. E che? l’è poi tanta difficoltà miei lettori, a pigliare quei nomi nel significato che meglio s’avviene a’ vostri bisogni particolari? Vi saranno essi questi oggetti tanto stranieri, che vi siano più noti i fonti d’Argo, le foreste della Tessaglia, o l’antro della Sibilla? Ma diasi ciò ancora per conceduto: raccogliete i vostri pensieri, e vedrete che anche per questo verso nessun’altra poesia può tornarvi più utile, e per certi rispetti più dilettosa. E ciò appunto perchè quelle storie cui si riferisce sono si lontane, quelle allusioni si vaghe, e que’ nomi spesse volle sì arcani, e dalla nostra cognizione remoti. [p. 239 modifica]Mi sia conceduto d’esporre una opinione. Perchè credete che la musica operi con maggiore efficacia sugli animi nostri che non fanno eloquenza e poesia, ed estenda il proprio dominio sopra un maggior numero di persone, dal più dotto contrappuntista al più zotico artigianello? Non per altro, se non piglio errore, che per essere i suoni, da essa impiegati ad esprimere tanti diversissimi pensieri od affetti, sì vaghi ed indeterminati, che ogni uomo senza fatica, o studio di sorte, e senza prestare attenzione più che tanto, può riferirli alle proprie bisogna, di qualunque specie esse sieno. Il che non può dirsi per verità della poesia e della eloquenza, che raccolgono i pensieri sopra quel dato soggetto particolare, e costringono a così dire l’immaginazione ed il sentimento. Ora in que’ nomi, di sì frequente ricordazione nei sacri canti, figuratevi quegli oggetti che v’entrano più volentieri nell’anima, e vedrete che nuova vena di affetto sgorgherà da quel libro che prima potè sembrarvi insipido e pressochè alla vostra intelligenza straniero. Nessun’altra poesia, non vi spiaccia s’io lo ripeto, nessun’altra poesia è meglio uniforme alla tempera universale di tutte le anime. E per verità, se parliamo di Babilonia e di prigionia, mettiamo tutti una mano sul cuore. A chi non batte di desiderio? Chi di noi si riposa nel godimento, o non piuttosto s’affanna dietro le larve della speranza? Quanti non hanno veduto cogli occhi proprii il tempio e l’altare [p. 240 modifica]profanati? A quanti non furono devastate le vigne e spianate da’ fondamenti le case? A quanti non è toccato sedere alla mensa degl’incirconcisi, e mangiare con essi i pani rubati alla santa nazione? Chi era nato alla dolcezza dell’arti, quante volte non ha dovuto sospendere al salice la sua cetera e ascoltare le rampogne di un barbaro padrone? Quante volte non gli fu domandato che cantasse qualche cosa d’allegro sulle terre degli stranieri, coll’anima straziata dall’esilio e dalle catene? Chi è mai al mondo tanto infelice, che non abbia una qualche speranza che il tenga in vita, una qualche Sionne a cui volgere gli occhi e consacrar nella notte i sospiri e il cantico sul mattino? Ci sono per lutti gli Egiziani e gli Assirii, i tiranni dell’Austro e dell’Aquilone, che hanno sellati i cavalli e colla rattezza del lampo si mettono in corso! Chi non è che domandi, che aspetti un qualche liberatore? Chi, sentendo gemere dal profondo, non rimembra una qualche cara compagnia di parente o d’amico che gli fu tolta? Chi non ha lagrime per qualcheduno? Chi non le ha per sè stesso?

Un uomo, che ha consacrata buona parte della sua vita allo studio della poesia, e di questa voleva, anzichè proccaciarsi al mondo riputazione, recar qualche specie di ristoro all’animo suo travagliato, ha voltati i salmi in canzoni italiane. A maggiormente ravvicinare i tempi giudaici ai nostri, ha intromesso il nome di qualche [p. 241 modifica]suo amico in esse canzoni, sembrandogli con ciò di poter piuttosto santificare quello che queste profanare. E in generale a quelle cose tutte che meglio s’affanno ai nostri tempi diede maggior rilievo, contentandosi di leggermente intagliare quelle altre che potessero impedire o ritardare l’intelligenza e l’affetto. Certo il divisamento non poteva essere nè più nobile, nè più bello: se gli sia o no riuscito, e per quanto, non tocca a me darne giudicio presentemente.