Fiore di virtù/XXXVIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XXXVIII. Del parlare e del tacere; come si dee fare

../XXXVII ../XXXIX IncludiIntestazione 19 gennaio 2009 75% Saggi

Anonimo - Fiore di virtù (XIV secolo)
Capitolo XXXVIII. Del parlare e del tacere; come si dee fare
XXXVII XXXIX


Ho ragionato in generalità della virtù della moderanza per più piena dottrina che ho saputo. Ora è da sguardare per ordine il modo e la forma che è da osservare in tutte le cose che l’uomo viene a fare. La prima virtù delle persone si è a costrignere la lingua, siccome dice Cato. Si comincerò a dire certi ammaestramenti in su ’l modo di parlare, e poscia dirò l’ordine ch’è da osservare nell’altre cose; onde ciascuno che vuole perfettamente favellare, secondo che dice Albertano, conviene si pigli esempio dal gallo, il quale innanzi ch’ei canti, batte l’alia tre volte. Ancora si dee guardare nelle sue parole in due principali cose: La prima, s’egli è irato, non dee favellare; onde Cato dice: L’ira intriga l’animo, e non lascia conoscere il vero. Ancora si dee pensare l’uomo se troppa volontà lo muove a favellare. Santo Agostino dice: Così come il vino inebria le persone, così la soperchia volontà del parlare. Ancora dee pensare s’egli è bene quello ch’egli vuol dire. Tullio dice: Innanzi che tu favelli, ragiona nel tuo cuore quello che tu vo’ dire più volte; e così rade volte fallerai. La seconda cosa si è a guardare con cui l’uomo favella. Tolomeo dice: Innanzi che tu favelli, fa che tu conosca le condizioni e gli costumi della persona a cui intendi di favellare; imperocchè con baroni e cavalieri si dee parlare cose altissime, di signorie, di battaglie, di cortesie, di prodezze, d’arme, di cavalli, di selle, di cani e d’ogni altra gioja e diletto; con donne si dee contare di cose di cortesia e di allegrezza e d’amore, e di belle gioje e di vestimenta, e di case e di masserizie; con donzello si dee ragionare cose d’amore, di cortesia, d’allegrezza, di belle cacce, di bagordare, d’armeggiare; con religiosi e con persone vecchie si dee dire d’onestade e di castità, di temperanza, di scienza, di santità; con persone di popolo si dee ragionare di cose ch’appartengono al suo mestiero; co’ villani si dee dire cose d’arare e di seminare e di fare fossati, di tagliare boschi, di vigne e di bestiame; con matti si dee dire cose di pazzia, imperocchè a lui non piace mai se non cosa che si affà alla sua pazzia; e con persone tribolate si dee dire cose di pacienza e di temperanza e di misericordia: e così secondo le condizioni delle persone si dee ragionare cose che sieno loro a piacimento. La terza cosa si è a guardare quello che l’uomo voglia dire, e se si appartiene di dire o no. È gran pazzia a dire quello che non gli appartiene di dire; e se gli appartiene, allora lo può dire, guardandosi da sedici principali cose:

La prima si è guardarsi dal soperchio favellare; chè chi favella soperchio, non può ire senza peccato, e la sua lingua si è come cavallo senza freno, come casa senza mura, come la nave senza timone, come la vigna senza siepe. Ancora: Agli peccati della lingua tutti gli peccati s’approssimano. Ancora: Il cuore del matto si è nella sua lingua; e la lingua del savio si è nel suo cuore. David dice: Il cianciatore non sarà amato dalla gente. Socrate dice: Chi per sè non tace sarà fatto tacere per altrui, e sarà meno apprezzato. Aristotile dice: Chi tace si conosce l’altrui parole; e sì s’egli favella, fa conoscere le sue. Salomone dice: Laddove sono molti sogni,1 là sono molte vane parole e senza numero; e non sia il tuo cuore corrente a proferire le parole; chè matti pensieri seguono li matti, e trovasine mattia. Non mettere il tuo cuore a tutte le parole che tu di’, ma sii molte fiate come sordo, e non attendere a ciò. Tullio dice: Sii di poche parole se tu vuoi piacere ad altrui. Seneca dice: Chi non sa tacere non saprà favellare; e molti peccano favellando, ma tacendo non si pecca mai. Dice uno Savio: Sii più corrente a udire, che a favellare. Cato dice: A nessuno è troppo il tacere, ma è troppo il favellare. Ancora: Se tu vuoi essere cortese, non essere cianciatore; se tu hai intelletto, rispondi al prossimo tuo; altrimenti sia la tua mano dinanzi alla tua bocca, acciocchè tu non sii ripreso della tua parola. Prisciano dice: Chi ha in odio le ciance si ammorza la malizia. Santo Gregorio dice: Molte parole abbondano nella bocca de’ matti; ma l’uomo savio userà poche parole. Plato dice: Savio è chi favella quando dee, e più savio è chi non favella quando non dee; savissimo è chi serve ogni uomo in favellare. Santo Iacopo dice: La natura degli uccelli e delle bestie, e de’ serpenti, e di tutti gli altri animali, l’uomo li doma tutti; e la sua lingua non puote domare.

Il secondo vizio si è a non guardarsi di contendere con altrui. Cato dice: Con quello che non ti molesta non contendere. La parola è data a molti, e la sapienza a pochi. Ancora: Lasciati vincere di parole al tuo amico, avvegnachè tu possa vincere lui.

Lo terzo vizio si è a manifestare l’altrui credenza. Seneca dice: Quello che tu vuoi che sia credenza, non lo manifestare con molti; chè come tu stesso non ti se’ tenuto credenza, pensa come altri la ti terrà. Tullio dice: Nel tuo cuore tieni celata la tua credenza, acciocchè ella non tenga te legato. Salomone dice: Chi tiene celato il vizio del suo amico, si ferma la sua amistade; e chi l’appalesa, la perde. Longino dice: Chi per alcuna amistà manifesta l’altrui credenza, mai non troverà uomo che si fidi di lui. Persio dice: Tieni seppellito nel tuo cuore quello che t’è detto in credenza; chè maggiore tradimento non si puote fare come manifestare le credenze altrui. Chi palesa la credenza del suo amico, perde la fede, e mai non troverà amico al suo animo.

Il quarto vizio si è a dire parole contrarie insieme. Cato dice: Contraria quanto tu vuoi, purchè tu non sii contrario a te stesso. Varo disse: Chi a sè medesimo contraria, molti troverà contrariatori. Plato disse: Segno di mattia è chi lo suo favellare contraria a sè stesso.

Il quinto vizio si è a dire vane parole e odiose e matte. Santo Agostino dice: La vana parola si è giudice della vana coscienza. Seneca dice: La tua parola non sia vana, ma sia sempre di consigliare, d’ammaestrare e di gastigare.

Il sesto vizio si è essere di due lingue, cioè una parola dire innanzi ad altrui, e poi di dietro tutto il contrario. Socrate dice: Nessuno animale ha due lingue, se non l’uomo e la femmina. Terenzio dice: La malizia di colui ch’è di due lingue non si puote celare lungo tempo.

Il settimo vizio si è a essere commettitore di male. Sirac dice: Sérrati gli orecchi colle spine, se tu non puoi avere altro, e non udire gli rapportatori del male. Il Savio dice: Gli rapportatori del male saranno confusi da per loro. Sallustio dice: Tutti i mali discendono per li rapportatori delle male parole.

L’ottavo vizio si è a giurare senza grande cagione. Isidoro dice: Colui che userà oscure e doppie parole, non potrà ingannare Iddio che sa il tutto. Salomone dice: L’ uomo che molto giura, s’empierà d’iniquità.

Il nono vizio si è a minacciare altrui. Valerio dice: Sempre colui che minaccia si fa tenere più matto che non è. Orazio dice: Altro è a dire una cosa, e un altro, a farla; ch’egli è mostrare buona intenzione, e averla ria. Esopo dice: Spesse volte fanno meno che gli altri coloro che fanno grandi parole.

Il decimo vizio si è a biasimare altrui. Un Savio dice: Innanzi che ’l fuoco s’appigli, il fumo si leva; innanzi che ’l sangue si spanda, si escono le bestemmie e le minacce.

L’undecimo vizio si è ad usare sempre aspre parole. Salomone dice: Le parole ben composte sono come fao di mèle. Ancora dice: Il dolce parlare si rompe l’ira, e il parlare duro multiplica furore. Sirac dice: La dolce parola moltiplica gli amici e mitiga i nemici. Ancora: La citara e lo salterio fanno assai soavi suoni; ma sopra tutto si è dolce suono quello della buona lingua.

Il duodecimo vizio si è a dire villania ad altrui. Salomone dice: Chi mattamente manifesterà il suo vizio altrui, udirà li suoi più per tempo che non vorria. Aristotile dice: Chi ha la trave nel suo occhio dice al compagno che si tolga la festuga dal suo.

Il terzodecimo vizio si è a dire alcuna laida e brutta parola. Santo Paolo dice: Le brutte parole corrompono gli buoni costumi. Omero dice: La lingua dimostra quel ch’è ascoso nel cuore.

Il quartodecimo vizio si è a fare scherno d’altrui. Salomone dice: Gli schernitori Iddio si gli schernisce, e a’ mansueti Iddio dà la grazia. Ancora: Agli schernitori sono apparecchiate le schernie, e alla testa de’ matti la mazza. Cato dice: Non ti fare scherno di detto nè di fatto d’altrui, perchè tu non possi essere ripreso da altrui d’una simile cosa. Ancora dice: Sozza cosa è all’ammaestratore, quando una simile cosa riprende lui. E non fare schernie d’altrui, imperocchè nessuno non è senza vizio. Seneca dice: Non fare schernie del tuo amico eziandio giucando, perchè l’amico s’adira piuttosto delle schernie, che un altro. Santo Leuterio dice: Gli schernitori son fatti come la scimia, che fa schernie d’altri, e altri fa schernie di lei.

Il quintodecimo vizio si è a favellare troppo scuro, come fanno gli motteggiatori. Salomone dice: Meglio è di stare muto, che dire le cose che non sieno intese. Sirac dice: Chi oscuramente favella, si vuole mostrare più savio ch’egli non è; e imperò dee guardare l’uomo le cagioni che ’l muove a favellare, e guardando sempre luogo e tempo. Plato dice: Quello ch’è detto senza cagione poco vale, ed è riputato pazzia.

Il sestodecimo vizio si è a non sapere disporre per ordine quello che l’uomo vuol dire o dee dire. E imperò si dee l’uomo ordinare in prima e disponere bene la sua persona, cioè che la sua faccia sia sempre diritta e gli suoi labbri niente si storcano; il guardo degli occhi non tenga sempre fermo contro a quegli con chi egli favella; non troppo chinato in terra, ma qualche temperamento di bella maniera, come si conviene alle parole ch’egli dice; non muova testa, nè spalle, nè mani, nè piedi, nè alcuna altra parte della persona, e guardi da sputare o forbirsi il naso quando favella. Poi dee l’uomo disponere la sua lingua quando favella, e non ponere tempo grande da una parola a un’altra, e non favellare troppo spesso, e non raddoppiare le parole favellando. Poi dè’ l’uomo bene disporre la sua voce, imperocchè le cose di grande affare altamente si denno proferire e non troppo gridare; e le picciole cose con più bassa voce si deono dire.

Il servigio e la misericordia con piena umiltà e umile voce si dee dimandare; il gastigamento con alcuno temperamento di gridare si dee fare; le novelle e le cose di diletto con piena voce e allegro volto si deono dire e contare; e sempre secondo la qualità delle parole si dee accordare la voce. E poi, alla fine, dè’ l’uomo ben disponere quello che e’ vuole dire. E l’ambasciate s’appartiene partire in sei parti: la prima si è a salutare a chi è mandata l’ambasciata, da parte di coloro che la mandano; la seconda si è a raccomandare sè e li suoi compagni, e sia quasi a modo d’uno esordio; la terza si è di contare la sua ambasciata; la quarta si è pregarli e indurli per alcuna bella via a fare quello che nell’ambasciata si contiene; la quinta si è di adducere uno esemplo in simile fatto osservando; la sesta di concludere il suo detto allegando sufficienti ragioni per le quali ciò ch’egli domanda si possa ragionevolmente fare.

Note

  1. Questa lezione ho voluto accettare, piuttosto che savi; dopo che il Padre Bartolommeo Sorio ebbe in una sua lezione Accademica dimostrato che questo luogo è errato, imperocchè il testo latino dell’Ecclesiaste dice: Ubi multa sunt somnia, plurimæ sunt vanitatea, et sermonea innumeri. Vedi Rivista Ginnasiale, seconda serie, fascicolo 4°. Questo medesimo errore lo ha pure avvertito il padre Frediani nella sua pubblicazione del Volgarizzamento dell’Ecclesiaste.