Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro II/Capitolo III

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CAPITOLO TERZO

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Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO TERZO
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CAPO III.

Esame della Geografia di Polibio.


Polibio descrivendo l’Europa dice di voler passare sotto silenzio gli antichi scrittori, ed esaminare invece coloro che li han censurati, come a dire Dicearco ed Eratostene (l’ultimo che di que’ tempi avesse trattato della geografia), e quel Pitea, dal quale parecchi furono tratti in errore. E nel vero egli dice di avere discorse tutte le parti accessibili della Britannia1, ed [p. 223 modifica]afferma che la circonferenza di quell’isola è di più che quaranta mila stadii. Poscia parlando di Tule e de’ luoghi colà intorno soggiunge che quivi non v’ha più nè terra nè mare nè aria, ma un cotal miscuglio di tutte e tre queste cose, simili a Polmone marino2, in cui (dice) la terra, il mare e tutte le cose sono inviluppate, ed esso è quasi un legame a tutte comune, dove l’uomo non può camminare nè a piedi nè per mare. Soggiunse poi che questa materia somigliante a polmone marino l’ha veduta egli stesso, ma che le altre cose le riferisce secondo udienza. Questo è ciò che racconta Pitea; ed anche afferma che, ritornato da quel viaggio, percorse tutta quanta la parte marittima3 dell’Europa da Gadi fino al Tanai.

Ma Polibio dice: «che anche questa è cosa incredibile; e domanda come mai ad uomo privato ed anche povero riuscisse di compiere sì lunghe navigazioni e sì grandi viaggi? E come mai Eratostene, dopo aver messo in dubbio se a questo Pitea si debba prestare credenza, [p. 224 modifica]nondimeno credette poi ciò che dice della Britannia, di Gadi e dell’Iberia? Però egli afferma potersi con molto migliore consiglio aver fede in Evemero che in costui: perocchè Evemero dice di aver navigato intorno ad una sola regione, la Panchaja4; ma Pitea asserisce di avere veduta l’Europa settentrionale fino agli estremi del mondo: cosa che niuno vorrebbe credere nemmanco a Mercurio, se pur l’affermasse. E nondimeno Eratostene, il quale mostra di tener a vile Evemero denominandolo bergeo5, presta poi fede a Pitea in quelle cose medesime nelle quali nè Dicearco pure gli assente».

Questa menzione che qui si fa di Dicearco è ridicola, come se Eratostene avesse dovuto fondarsi sopra Dicearco, contro del quale lo stesso Polibio reca in mezzo tante censure. In quanto ad Eratostene poi già si è detto che gli furono sconosciute le parti occidentali e settentrionali dell’Europa; e però sì a lui come a Dicearco si vuol perdonare, perchè non videro i luoghi eglino stessi; ma a Polibio ed a Posidonio chi mai perdonerebbe? e principalmente a Polibio, il quale [p. 225 modifica]chiama opinioni popolari6 quelle cose che Eratostene e Dicearco riferiscono sulla distanza da luogo a luogo nelle regioni già dette e in alcune altre: mentre poi egli stesso non è esente da errore nè anche in quelle cose, nelle quali si fa a censurarli.

Perocchè dicendo Dicearco che dal Peloponneso alle Colonne d’Ercole v’hanno dieci mila stadii; che un maggior numero se ne conta dallo stesso Peloponneso sino a dove finisce il golfo Adriatico; e che dal Peloponneso allo stretto di Sicilia ve n’ha tre mila, sicchè sette mila ne restano da questo stretto alle Colonne: io (dice Polibio) tralascio di esaminare se questi tre mila stadii ragguaglino o no col vero; ma i sette restanti non corrispondono, o che questa misura si voglia riscontrare seguitando la spiaggia, o che invece si pigli nel mezzo del mare. Perocchè (soggiunge) la spiaggia rende immagine di un angolo ottuso, che si posa coi lati sullo stretto e sulle Colonne, ed ha il vertice a Narbona: sicchè viene a formarsi un triangolo la cui base è una linea retta che attraversa il mare, ed i lati sono quei medesimi i quali fanno l’angolo ottuso già detto. Ora di questi lati quello che va dallo stretto di Sicilia a Narbona è lungo più che undici mila e duecento stadii, e l’altro è di poco al di sotto degli otto mila. Tutti poi s’accordano a dire che la maggiore distanza dall’Europa alla Libia attraversando il mare Tirreno7 non [p. 226 modifica]oltrepassa i tre mila stadii, e attraversando il mar di Sardegna è anche minore. Ma sia pure (prosegue) di tre mila anche questo; ed oltre a questi si piglino anche due mila stadii corrispondenti alla profondità del golfo presso Narbona, quasi una perpendicolare tirata dal vertice dell’angolo ottuso alla base di tutto il triangolo; e si farà manifesto a chiunque conosca pure i primi elementi della geometria, che tutta intiera la costa dallo stretto di Sicilia alle Colonne d’Ercole eccede di circa cinquecento stadii la retta segnata a traverso del mare: e dove a questi si aggiungano i tre mila che sono dal Peloponneso allo stretto, troveremo che la retta conta un numero di stadii più che doppio di quello da Dicearco assegnato: e secondo lui dovremmo contarne ancor più cominciandosi dal Peloponneso fino all’estremità del golfo Adriatico».

Ma qualcuno potrebbe rispondere, o mio caro Polibio, che siccome la riprova di questo errore ci viene chiaramente somministrata dall’esperienza di quelle cose che tu medesimo hai dette (cioè che dal Peloponneso a Leucade sono settecento stadii, da Leucade a Corcira settecento, da Corcira ai monti Ceraunii settecento, e da questi monti costeggiando a destra l’Illiria fino alla Iapigia sei mila e cento cinquanta); così sono errate del pari e la misura di sette mila stadii che Dicearco pone dallo stretto alle Colonne, e quella che tu t’immagini di aver dimostrata. Perocchè i più concordano a dire che il tragitto del mare è di dodici mila stadii, ciò che va d’accordo anche colla opinione adottata rispetto alla lunghezza della terra abitata. Infatti la [p. 227 modifica]credono tutt’al più di settanta mila stadii, dei quali poco meno di trenta mila si vogliono dare alla parte occidentale, cominciando dal golfo Issico fino alle estremità dell’Iberia, per modo che dal golfo predetto a Rodi ve n’abbiano cinque mila; di quivi al capo Salmonio8 di Creta, ch’è il promontorio orientale dell’isola, mille; più che due tanti tra la lunghezza di Creta e lo spazio fino al Criu metopon9; di quivi al capo Pachino nella Sicilia più di mille; dallo stretto di Sicilia alle Colonne d’Ercole tredici mila; e finalmente dalle Colonne all’estremità del promontorio Sacro dell’Iberia circa tre mila. Aggiungasi che anche la misura della perpendicolare non fu pigliata con esattezza, se pure Narbona trovasi collocata quasi sotto il medesimo parallelo di Marsiglia, a questa sotto quel di Bizanzio; di che fu persuaso anche Ipparco. E nel vero la linea condotta a traverso del mare è sotto un medesimo parallelo con quella che passa per le Colonne e per Rodi; e siccome da Rodi fino a Bizanzio (considerando amendue questi luoghi come situati sotto un medesimo parallelo) contansi circa cinque mila stadii, così altrettanti dovrebbe averne la perpendicolare già detta. Ma poichè affermano che il maggiore tragitto di questo mare dall’Europa alla Libia, partendosi dal golfo Adriatico, è di circa cinque mila stadii, debbe in questo esservi errore; o bisognerebbe che da quella parte le coste della Libia [p. 228 modifica]inclinassero molto verso settentrione, fino a congiungersi col parallelo delle Colonne d’Ercole.

E non è ben detto nemmanco che la mentovata perpendicolare vada a finire vicino all’isola di Sardegna: mentre essa trovasi invece molto più all’occidente che la Sardegna, e lascia fra sè e l’isola, oltre al mare che da lei si denomina, quasi tutto anche il Ligustico.

Anche la lunghezza delle coste fu da Polibio esagerata, comunque non di tanto a dir vero.

Dopo di ciò egli si accinge a rettificare le cose dette da Eratostene; e rispetto ad alcune lo corregge; rispetto ad altre va errato egli stesso peggio di lui. Perocchè quando Eratostene dice che da Itaca a Corcira v’ha trecento stadii, e Polibio invece afferma che ve n’ha più di novecento; o quando da Epidamno a Tessalonica Eratostene conta novecento stadii, e Polibio invece due mila; le sue correzioni in questi casi sono giuste. Ma quando poi Eratostene conta da Marsiglia alle Colonne sette mila stadii, e da’ Pirenei a quel medesimo punto sei mila; e Polibio vuole invece contarne da Marsiglia più che nove mila, e da’ Pirenei non meno di otto mila; in questo caso egli s’inganna più che Eratostene, la cui opinione è più della sua vicina al vero. Perocchè tutti i moderni affermano concordemente, che detraendo le tortuosità delle strade, la lunghezza di tutta quanta l’Iberia, cominciandosi da’ Pirenei sin al lato occidentale, non è maggiore di sei mila stadii. E nondimeno Polibio fa essere il Tago di otto mila stadii nella sua lunghezza dalla sorgente alla foce, non già secondando in questa misura le sinuosità della corrente [p. 229 modifica](le quali non appartengono ai calcoli geografici), ma considerandone solo la linea retta da un capo all’altro: e si noti che dalle sorgenti del Tago ai Pirenei v’hanno ancora più che mille stadii.

Polibio accusa giustamente Eratostene di non conoscere le cose d’Iberia, sicchè poi qualche volta esce in proposizioni contraddicenti rispetto a quella regione. Così dopo aver detto che le parti d’Iberia bagnate dal mar esteriore fino a Gadi sono abitate dai Galati (e il dice chiaramente, asserendo che costoro occupano fino a Gadi tutta l’Europa occidentale), si dimentica poi di questa sua asserzione, e quando descrive la periferia dell’Iberia non parla punto dei Galati. Allorchè poi Polibio10 dice la lunghezza dell’Europa essere minore di quella della Libia e dell’Asia prese insieme, non sa fare dirittamente il confronto di queste tre parti: «La sboccatura allo stretto delle Colonne, egli dice, è verso l’occidente equinoziale, ed il Tanai discorre dall’oriente estivo: la lunghezza dell’Europa è dunque minore di quella della Libia e dell’Asia, insieme prese, quanto è lo spazio che sta tra il levante d’estate e il levante equinoziale; giacchè questa porzione del semicerchio settentrionale è occupata dall’Asia». Ma oltrechè Polibio si fa qui difficile in cose per sè medesime facili e piane, è poi anche falso che il Tanai scorra dal levante d’estate. Perocchè tutti coloro che sono pratici di que’ luoghi dicono ch’esso muove dal [p. 230 modifica]settentrione nella Meotide, sicchè le bocche del fiume, quella della palude, e il fiume stesso per quanto se ne conosce, si trovano sotto un medesimo parallelo11. Alcuni altri dissero cose indegne d’attenzione, affermando che il Tanai ha la sua origine dai luoghi vicini all’Istro (Danubio) e muove dall’occidente; per non avere osservato che fra questi due fiumi scorron nel Ponto le grandi fiumane del Tira, del Boristene e dell’Ipani12; il Tira parallelamente all’Istro, e gli altri due13 al Tanai. E poichè non furono vedute le sorgenti del Tira nè quelle del Boristene e dell’Ipani, è naturale che siano molto più sconosciute le parti più settentrionali, di modo che poi il dire che il Tanai attraversa quelle fiumane, quindi muta direzione per volgersi alla palude Meotide (perocchè le foci di quel fiume sono manifestamente nella parte più settentrionale e più verso oriente di quella palude) è cosa immaginaria ed inconcludente. Così pure è senza alcun fondamento il dire che il Tanai attraversando il Caucaso14 scorre verso settentrione, [p. 231 modifica]poi dando volta si converte alla palude Meotide; e nondimeno anche questo fu detto. Nessuno peraltro affermò ch’esso abbia origine dalla parte d’oriente; perocchè se tale fosse il suo corso, i più accreditati geografi non avrebbero dimostrato ch’esso è contrario ed in qualche maniera diametralmente opposto a quello del Nilo, come se il corso di ciascheduno di questi due fiumi si trovasse sotto uno stesso meridiano.

La misura poi della Terra abitata si piglia sopra una linea parallela all’equatore, perchè anch’essa la terra prolungasi principalmente in questa direzione: quindi anche la misura di ciaschedun continente si deve pigliare sopra una linea fra due meridiani. E le misure delle lunghezze sono certi numeri di stadii che noi possiamo determinare o andando pe’ luoghi stessi, o col soccorso di strade parallele, o di passaggi di mare. Nondimeno Polibio, lasciata in disparte questa maniera, ne introduce una nuova, pigliata sulla porzione dell’emisferio settentrionale compresa fra il levante di state e quello equinoziale. Ma nessuno adoperi nelle cose immutabili regole e misure mutabili; nè si valga di cose che possono essere ora ad un modo or ad un altro dove trattisi di oggetti sussistenti per sè medesimi e che non ricevono mutazione. Ora la lunghezza d’un luogo è immutabile, ciò ch’è per sè medesimo manifesto; e per lo contrario il levante e il ponente equinoziale, e così anche quello d’inverno o d’estate, non sono punti determinati in sè stessi, ma solo rispetto a noi. Quindi se noi ci tramutiamo da un sito ad un altro, variano anche i luoghi [p. 232 modifica]del ponente e del levante equinoziale, ed anche i punti dei tropici; ma la lunghezza di quel continente nel quale ci troviamo rimane sempre la stessa. Però non è assurdo pigliare il Tanai ed il Nilo per limiti; bensì è cosa nuova il valersi del levante equinoziale e di quello d’estate.

Rispetto ai promontorj coi quali l’Europa si spinge nel mare, Polibio ne parla più accuratamente di Eratostene, ma non però quanto sarebbe mestieri. Perocchè Eratostene ne menziona tre: quello che finisce alle Colonne d’Ercole, e sul quale è l’Iberia; quello che si spinge allo stretto di Sicilia, su cui è l’Italia; e il terzo che riesce a Maleo15, e comprende le nazioni tutte fra l’Adriatico, l’Eussino ed il Tanai. Polibio invece va d’accordo con lui rispetto ai primi due; ma poi procede menzionandone un terzo che finisce a Maleo ed al Sunio16 su cui trovasi tutta l’Ellade, e l’Illiria17 ed alcune parti di Tracia18: indi un quarto nel Chersoneso di Tracia dov’è lo stretto di Sesto ed Abido19 ed è abitato dai Traci: finalmente un quinto al Bosforo Cimmerio ed all’imboccatura della Meotide.

Concedansi a Polibio i primi due fra i promontorj da lui mentovati (perocchè sono compresi fra seni abbastanza distinti), cioè quello nel mare fra Calpe ed [p. 233 modifica]il promontorio Sacro dov’è Gadi20, e fra le Colonne e la Sicilia; e quell’altro che si spinge in questo medesimo mare e nell’Adriatico: sebbene a dir vero, rispetto al secondo, farebbero qualche contrasto le estremità della Japigia21, che si stendono anch’esse nel mare, e l’Italia che forma due punte. Ma i tre promontorj che Polibio aggiunge ai predetti, per essere molto più evidentemente irregolari e composti di varie prominenze, domandano tutt’altra divisione. Così parimenti si dica della divisione dell’Europa in sei parti stabilita da Polibio conformemente ai promontorj da lui determinati. Noi di tutte coteste cose faremo la conveniente rettificazione quando discenderemo alle singole parti del nostro trattato; così anche di quelle altre nelle quali Polibio cadde in errore rispetto all’Europa od alle coste della Libia. Per ora basteranno le cose già dette intorno agli scrittori che ci han preceduti; i quali stimammo poter citare come opportuni testimoni, che non senza ragione abbiamo impresa anche noi un’opera di geografia, dacchè in questa scienza vi sono tante cose da rettificare e da aggiungere.

  1. Secondo un’altra lezione più comune dovrebbe tradursi: Egli dice, per verità, di non aver viaggiato per tutta quell’isola, ma nondimeno afferma che la sua circonferenza è, ec.
  2. Animale che vive nel mare.
  3. Il testo dice: τὴν παρωκεανῖτιν τῆς Εὐρώπης, la parte dell’Europa bagnata dall’Oceano; sebbene poi, estendendosi questo secondo viaggio di Pitea da Cadice al Tanai, si tratti delle coste occidentali, dove non è più l’Oceano ma il mare Mediterraneo. Gli Edit. franc. credono quindi che l’espressione παρωκεανῖτιν sia qui adoperata per estensione, perchè la prima porzione delle coste da Pitea percorse (da Cadice fino allo stretto di Gibilterra) sono veramente sull’Oceano. Non è questo peraltro il solo esempio della voce παρωκεανῖτιης adoperata nel senso generale di luogo marittimo, e però non dubitai di darle questa interpretazione.
  4. Panchaja. Gli Edit. franc. dicono: Dans une seule contrée inconnue, dans sa Panchaïe. Tuttavolta il Gossellin è di parere che quest’isola Panchaja, di cui Evemero avea pubblicata una relazione (Diodoro Siculo ce ne ha tramandato un estratto) non sia una semplice sua invenzione. Mém. de l’Acad. des Inscript. et Belles Lett., t. xlix.
  5. Bergeo. Cioè: Bugiardo e venditor di fole come Antifane di Bergea.
  6. Λαοδογματικὰς καλῶν ἀποφάσεις. La lezione antica era: ὁ ὂλας δογματικὰς, ec., omnino ad opinione profecta ait, cum ec.
  7. Il mare che bagna l’Italia dalla foce dell’Arno fin verso Napoli.
  8. Capo Salomone di Candia.
  9. Fronte di Montone: ora capo S. Giovanni. Il capo Pachino è ora capo Passaro.
  10. Il nome di Polibio non è nel testo, ma lo aggiungono gli Edit. franc., i quali sospettano che qui v’abbia qualche lacuna.
  11. Egli è questo un errore assai grossolano, ma adottato dal più de’ geografi antichi. Il Don od il Tanai nasce a dir vero dal nord, corre verso l’oriente, poi si dirige all’ouest per modo che fra i punti indicati qui da Strabone v’hanno circa nove gradi di longitudine. (G.)
  12. Il Tira è il Dniester; il Boristene è il Dnieper; l’Ipani o Ipasi, secondo la maggior parte dei moderni, è il Bog.
  13. Le ordinarie edizioni leggon ὀ δὲ, e l’altro; ma il Coray legge οί δε, e gli altri; e così tradussero anche gli Editori francesi sull’autorità di alcuni manoscritti.
  14. Gli Editori francesi notano la singolarità dell’espressione ριὰ τοῦ Καυκάσου.
  15. Il capo Malio della Morea.
  16. Il capo Colonna.
  17. La Dalmazia.
  18. La Romania.
  19. L’Ellesponto, o Stretto dei Dardanelli.
  20. Il seno fra il capo di Trafalgara e il capo S. Vincenzo; nel quale trovasi Cadice.
  21. Il promontorio Japigio risponde al capo di S. Maria di Leuca nel territorio di Lecce (in Terra d’Otranto), ch’è l’antica Japigia.