Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro II/Capitolo II

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CAPITOLO SECONDO

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Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO SECONDO
Libro II - Capitolo I Libro II - Capitolo III


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CAPO II.


Esame del sistema geografico di Posidonio – Suo giudizio rispetto alle cinque zone in cui Parmenide ed Aristotele dividevano la terra – Come Posidonio stesso dividesse la terra in zone – Divisione in sei zone proposta da Polibio – Giudizio di Strabone sopra questi diversi sistemi – Egli preferisce la divisione ordinaria in cinque zone – Relazione del viaggio marittimo d’Eudosso intorno alla Libia, riferita e creduta veridica da Posidonio – Osservazioni di Strabone intorno a questa relazione – Opinione di Posidonio sopra alcune altre questioni geografiche.


Vediamo ora anche quello che dice Posidonio nella sua opera intorno all’Oceano; nella quale si trovano molte cose spettanti a geografia, parte trattate da geografo, e parte in modo assai più conveniente a matematico. Non sarà dunque inopportuno l’esaminare anche alcune delle cose dette da lui, sia in questo luogo sia nel progresso del libro, non eccedendo peraltro una certa misura. [p. 200 modifica]

È pertanto una delle cose spettanti propriamente a geografia l’avere supposta sferica la terra del pari che l’universo, e l’avere ammesse quelle altre cose le quali conseguitano a siffatta ipotesi, come a dire che la terra è divisa in cinque zone. Dice poi Posidonio che il primo a introdurre questa divisione della terra in cinque zone fu Parmenide; ma ch’egli stende al doppio del vero la larghezza della zona torrida situata fra i tropici, sicchè allagherebbesi al di là di questi due cerchj sopra le zone temperate: che secondo Aristotele, la zona torrida comprende soltanto ciò che si trova fra i due tropici, e le due zone temperate contengono tutto ciò che si trova fra i tropici ed i cerchj artici1. Ma Posidonio contraddice a tutte e due queste divisioni, e con ragione: perocchè torrida dicesi quella zona la quale per soverchio calore non può essere abitata; ma che della zona posta fra i tropici se ne possa abitare più della metà2 ne sono prova quegli Etiopi i quali abitano al di sopra dell’Egitto. Oltre che l’ampiezza di questo spazio è divisa dall’equatore in due parti uguali: e in una di queste parti si contano dieci mila stadii3 da [p. 201 modifica]Siene (limite del tropico d’estate) fino a Meroe; poi di quivi fino al parallelo che serve di confine al Cinamomoforo, e dove comincia la zona torrida ve n’ha tremila: potendosi misurare tutta cotesta ampiezza di sito, dacchè vi si viaggia e per mare e per terra. Dalla misura poi della terra fatta da Eratostene apparisce che tutto il resto, voglio dire fino all’equatore, è uno spazio di ottomila e ottocento stadii. Quella differenza pertanto che v’ha fra tredicimila, e ottomila e ottocento, quella medesima si trova fra l’intervallo compreso dai tropici, e l’ampiezza della zona torrida. E qualora fra le più recenti misure si adotti quella che assegna la minore ampiezza alla terra, come a dire quella di Posidonio che ne fa essere di cento ottantamila stadii la circonferenza, apparirà sempre che la zona torrida [p. 202 modifica]occupa soltanto la metà, o poco più che la metà, dello spazio situato fra i tropici; non mai per altro ch’essa lo eguagli.

Rispetto poi al sistema di Aristotele, Posidonio aggiunge4: «Siccome i cerchj artici non sono in tutti i climi, nè sono da per tutto gli stessi, come mai si potrebbero col mezzo loro determinare le zone torride i cui limiti debbon essere immautabili?». Ma se i cerchj artici non si trovano in tutti i climi, ciò non fa punto contrasto col sistema di Aristotele; bastando ch’essi sussistano per coloro che abitano la zona temperata5: bensì è una giusta osservazione, ch’essi non sono da per tutto gli stessi, ma cambiano situazione.

Posidonio poi dividendo anch’egli la terra in zone, dice «Che cinque se ne debbono annoverare per giovarsene nella spiegazione dei fenomeni celesti; e che di queste, due sono perischie6, e si stendono dai [p. 203 modifica]poli fino a coloro ai quali i tropici sono in luogo di cerchj artici: due sono eteroschie, le quali si stendono di quivi fino a coloro che abitano sotto i tropici: e la quinta è amfischia, situata fra mezzo ai tropici. Ma rispetto ai fenomeni terrestri voglionsi aggiungere due altre zone angustissime, poste fra i tropici che le dividono amendue nel mezzo, e nelle quali ogni anno per lo spazio di circa un mezzo mese il sole trovasi perpendicolare alla testa (allo zenit). E queste due zone hanno qualcosa a loro particolare, perchè sono aride e sabbionose d’un modo tutto lor proprio, e non producono cosa alcuna, tranne qualche poco di silfio ed una specie di frumento adusto. Perocchè non v’hanno colà intorno montagne, dove concorrendo le nubi si possano formare le piogge, nè sono que’ luoghi irrigati da fiumi. Però vi nascono soltanto animali villosi e cornuti, con tumide labbra e con larghe narici, curvandosi per l’eccessivo calore le estremità d’ogni cosa. Sotto queste zone poi abitano gl’Ittiofagi7. Che [p. 204 modifica]queste siano qualità proprie di quelle zone si fa manifesto dall’essere nelle contrade più meridionali l’aria più temperata, e la terra più fertile e più abbondevole d’acqua».

Polibio distingue sei zone, due soggette agli artici, due fra questi e i tropici, due fra i tropici e l’equatore.

A me poi sembra che la divisione in cinque zone sia da preferire per ragioni dedotte dalla fisica non meno che dalla geografia. Dalla fisica, perchè quella divisione risponde ai fenomeni celesti ed a quelli dell’atmosfera; ai primi determinando il meglio che sia possibile i limiti fra i perischii e gli amfischii, e quell’assoluta separazione de’ luoghi, per la quale l’aspetto degli astri presentasi in opposta condizione; ai secondi, perchè, essendo tre le modificazioni maggiori dell’atmosfera rispetto al sole, e più influenti sugli animali, sulle piante e insomma sopra tutte le cose, cioè il difetto, la mezzanità e l’eccesso del calore, queste tre modificazioni concordano colla divisione della terra abitata in cinque zone8: perocchè quelle due zone fredde le quali accusano mancanza di calore, si riducono sotto una stessa condizione di clima: le temperate si considerano anch’esse sotto una medesima mezzanità: e l’altra all’altra condizione, cioè all’eccessivo calore, viene assegnata. [p. 205 modifica]

Che poi questa partizione sia anche geografica si fa di qui manifesto, che la geografia cerca di determinare la parte di una delle zone temperate che noi abitiamo. Ora verso il levante e il ponente gli è il mare che segna questo confine; ma dalla parte del mezzogiorno e del settentrione, lo indica la temperatura dell’aria: ed il mezzo di cotal zona, essendo temperato, è favorevole ai vegetabili ed agli animali; ma le estremità sono amendue insopportabili o per eccesso o per mancanza di calore. A queste tre differenze pertanto fu necessaria la predetta divisione in cinque zone. E nel vero9 essendo la sfera terrestre divisa dall’equatore in due parti, cioè nell’emisferio settentrionale dove noi siamo, e nel meridionale, si fanno evidenti le tre differenze delle quali parliamo; perchè noi vediamo le parti vicine all’equatore ed alla zona torrida inabitabili pel calore; quelle che son verso il polo, pel freddo; ed invece le parti di mezzo essere temperate e abitabili10. [p. 206 modifica]

Ma Posidonio aggiungendo due zone sotto i tropici, non osserva quell’analogia nè que’ principii sui quali si fonda la divisione in cinque zone; ma in certo modo vorrebbe giovarsi delle differenze da popolo a popolo per determinare le zone, chiamandone una etiopica, l’altra scitica e celtica, e media la terza.

Polibio poi non coglie nel vero quando fa alcune zone limitate dai cerchj artici, e dice che due di esse zone si trovano al di là dei cerchj predetti, e due stanno fra questi cerchi ed i tropici. Perocchè già dicemmo che non si debbono limitare con segni mutabili cose immutabili; e che non voglionsi adoperare i tropici per determinare i confini della zona torrida. Questo noi abbiam detto. Nondimeno s’egli divise in due parti la zona torrida, pare che a ciò lo movesse una non dispregevol ragione; per la quale col mezzo dell’equatore dividiamo acconciamente in due parti anche tutta intiera la terra, cioè negli emisferj settentrionale e meridionale. Perocchè è manifesto che secondo una tale divisione anche la zona torrida viene ad essere tagliata in due, sicchè poi l’uno e l’altro emisferio si [p. 207 modifica]compone di tre zone intiere e di natura corrispondente fra loro in tutti e due. Questa divisione della terra in due emisferj adunque comporta il sistema delle sei zone; ma non così è dell’altra. Se pertanto dividerai la terra in due col cerchio che passa pei poli, non avrai ragionevol motivo per dividere l’uno e l’altro emisferio, l’orientale e l’occidentale, in sei zone; ma sarà conveniente la divisione in cinque: perocchè essendo di una stessa natura e contigue le due metà della zona torrida partita dall’equatore, è inutile farne due zone distinte; ma le zone temperate, comunque siano entrambe d’ugual natura, nondimeno per essere disgiunte l’una dall’altra hanno bisogno di essere distinte. Questo dicasi anche delle fredde. E così dunque potrai bastevolmente partire in cinque zone la terra considerata come composta dai due emisferj predetti.

Che se poi, come dice Eratostene, v’ha una regione temperata che sta sotto l’equatore (nel che è della stessa opinione anche Polibio, il quale aggiunge che questa regione è la più elevata del globo e per conseguenza oltre misura piovosa, perchè i venti etesii traggono moltissime nubi a quelle alture), sarebbe molto miglior consiglio fare di questa regione una terza piccola zona, piuttostochè adottare le due zone da Posidonio indicate, le quali si troverebbero amendue sotto i tropici.

Con queste cose che qui abbiamo accennate va d’accordo anche Posidonio ove dice che la regione di cui qui si tratta si è quella sulla quale il sole passa più celermente, sia discorrendo l’elittica, sia andando [p. 208 modifica]dall’oriente all’occidente; perocchè dove siano rotazioni regolate da una stessa legge, le più rapide sono quelle che si fanno nei cerchj maggiori.

Tuttavolta lo stesso Posidonio contrasta poi a Polibio asserendo, che la regione posta sotto all’equatore è più elevata di tutte; perchè al parer suo essendo sferica la superficie del globo non può a motivo della sua uguaglianza avervi luogo nessun rialto11; e la regione sottoposta all’equatore non è punto montuosa, ma sì piuttosto piana, e ad uno stesso livello colla superficie del mare: perocchè quelle piogge le quali gonfiano il Nilo discorrono dalle montagne dell’Etiopia. Ma dopo aver dette siffatte cose in una parte del suo libro, in qualche altro luogo aderisce poi a Polibio, congetturando che sotto l’equatore v’abbiano monti ai quali concorrono d’ambo i lati nubi provenienti dalle due zone temperate, e che queste nubi vi generano poi le piogge. Questa dunque è un’aperta contraddizione di Posidonio. Oltre di che, dove questo concedasi, cioè che il paese sottoposto all’equatore sia montuoso, par ch’egli cada in un’altra contraddizione. E nel vero coloro ai quali egli in questo si accosta, sostengono eziandio che l’oceano distendendosi da per tutto senza interruzione copre anche quella regione. Come dunque potrebbero collocare delle montagne in mezzo al mare? a meno che non vogliano dire, che queste montagne [p. 209 modifica]siano isole. Ma comunque ciò sia, è una ricerca la quale esce dei limiti della geografia12; e il deciderla si vuol lasciare a coloro i quali si propongono di trattare particolarmente dell’oceano.

Posidonio poi dopo avere fatta menzione di coloro dei quali si dice che navigarono intorno alla Libia, soggiunge come Erodoto fosse d’opinione che sotto il regno di Dario alcuni inviati da quel monarca avessero già compiuta quella navigazione; e che Eraclide pontico in un suo Dialogo dice essersi presentato a Gelone13 un mago, il quale asseriva di avere anch’egli fatto quel viaggio. E dopo avere osservato che queste due asserzioni mancano di testimonianze, Posidonio stesso prosegue dicendo: «Che un certo Eudosso di Cizico inviato ai giuochi corintii in qualità di teoro e di portatore di offerte14 venne fino in Egitto, regnando il secondo Evergete: che quivi col re e coi ministri di lui s’intrattenne principalmente per procacciarsi i modi di rimontare il Nilo, siccome colui ch’era vago di conoscere le particolarità dei luoghi, ed era assai erudito. Accadde allora che un Indiano fosse condotto al re dai custodi del seno Arabico, i quali dicevano di averlo trovato mezzo morto e tutto solo sdraiato in una nave, senza poter conoscere chi egli si fosse nè d’onde venisse, [p. 210 modifica]come coloro che non ne comprendevano il linguaggio. Il re lo commise ad alcuni che gl’insegnassero il greco. Ammaestrato narrò ch’egli, navigando dall’India, aveva smarrita la via diritta, ed era andato vagando finchè poi si era trovato colà a salvamento dopo avere perduto per la fame quanti navigavan con lui. E quando il partire fu rimesso nel suo arbitrio, promise di guidare nell’India coloro ai quali il re desse incarico di quella navigazione; del cui numero fu anche Eudosso. Questi adunque andò nell’India portando seco alcuni doni, e ne tornò carico di aromi e di pietre preziose; alcune delle quali le portano i fiumi insieme coi ciottoli, altre si trovano scavando, formate dalla concrezione dell’acqua15, siccome avviene dei cristalli fra noi. Ma le speranze ch’egli ne aveva concette gli fallirono tutte; perocchè Evergete si tolse per sè tutto il tesoro ch’Eudosso aveva portato. Quando poi questo principe ebbe finito di vivere, Cleopatra sua moglie ne occupò il regno: ed Eudosso fu da lei inviato di nuovo nell’India con maggior copia di doni. Il quale nel suo ritorno fu trasportato dai venti al di sopra dell’Etiopia, ed approdato in que’ luoghi se ne conciliò gli abitanti col dar loro biade, vino e corbe di fichi secchi, ch’essi non hanno; e in cambio di queste cose ebbe da loro [p. 211 modifica]acqua e persone che gli fossero guida, oltrechè portò seco per iscritto alcune delle loro parole; trovò quivi anche l’estremità di una prora di legno e suvvi scolpito un cavallo; e sentendo che quello era un resto di nave lasciato colà da alcuni venutivi dall’occidente, lo tolse con sè navigando di nuovo alla volta del suo paese. E così giunse sano e salvo in Egitto, dove non regnava già più Cleopatra16 ma il figliuolo di lei, dal quale fu nuovamente spogliato di quanto portava, essendo accusato di essersene appropriata gran parte. Ma egli recò in sul mercato l’estremità della prora già detta e la mostrò ai nocchieri, i quali la giudicarono cosa uscita di Gadi17; dicendo che i naviganti di quella città costruiscono, per vero dire, grandi navigli, ma i poveri ne fanno anche di piccoli e li chiaman cavalli dalle insegne che portano in sulle prore. Con questi minori navigli vanno lungo la Maurosia18 sino al fiume Lisso pescando. Ed alcuni dissero eziandio di conoscere che quella prora era stata parte di uno fra molti legni che oltrepassarono il fiume Lisso, nè mai furon veduti ritornar salvi da quel viaggio.

Di quivi pertanto conchiuse Eudosso che sarebbe possibile navigare tutto intorno alla Libia; e ritornato nel [p. 212 modifica]proprio paese19 si mise in mare di nuovo con tutte le sue sostanze, e andò primamente a Dicearchia20, poi a Marsiglia, e costeggiò il restante della marina fino a Gadi. Da per tutto egli magnificò la sua impresa; e raccogliendo di questo modo ampio tesoro, armò un grosso legno, con due altri minori somiglianti a que’ dei pirati, e li empiè di musici, di medici e d’altri artisti d’ogni maniera; poi navigando nell’alto21 si avviò verso l’India, spirando sempre favorevoli i venti (zefiri) al suo viaggio. Ma essendo poi stanchi dalla navigazione i compagni, pigliò terra contro il proprio volere, perchè temeva gli effetti del flusso e riflusso del mare. Ed avvenne di fatto ciò ch’egli aveva temuto. Perocchè la nave diede in secco; ma pur dolcemente, per modo che non essendosi aperta di subito, poteronsi trasportar salve in terra le mercatanzie, ed anche la maggior parte dei legni ond’era formata; de’ quali costrusse un terzo lembo somigliante ad una nave da cinquanta remi22, e navigò fino ad un certo luogo [p. 213 modifica]dove trovossi fra uomini parlanti quelle stesse parole che poco innanzi aveva copiate. S’accorse nel tempo stesso che gli abitanti di quel paese dovevan essere di una medesima schiatta con quegli Etiopi appo i quali era poco prima approdato, e conobbe ch’erano somiglianti a quelli del regno di Bogo23; ma posto da un lato il disegno di navigar fino agl’Indi, diè volta. Nel ritorno avendo veduta un’isola deserta, ma copiosa d’acqua e di alberi, ne segnò la posizione; e pervenuto sano e salvo nella Maurosia, vendette i lembi, e se n’andò per terra fino a Bogo, al quale poi consigliò di effettuare quella navigazione ch’egli aveva tentata. Ma prevalsero nella contraria sentenza i consiglieri del re, i quali gli posero in considerazione come per quella impresa il suo regno poteva trovarsi in pericolo, facendone manifesto l’accesso agli stranieri che volessero assalirlo. Ed accorgendosi poi che, sotto colore di mandare lui stesso alla proposta navigazione, meditavano di gettarlo in una qualche isola deserta, scampò dal pericolo riparando sul territorio romano, d’onde si trasferì nell’Iberia. Quivi fece costruire di nuovo una nave rotonda ed una lunga da cinquanta remi, per modo che con quella potesse entrare nell’alto, con questa andar costeggiando; poi pigliò seco stromenti spettanti all’agricoltura, e sementi, e uomini esperti [p. 214 modifica]di fabbricare, e ripigliò la navigazione di prima, considerando che qualora il viaggio gli riuscisse più lento di quel che sperava, potrebbe svernare nell’isola dapprima segnata, e quivi seminare e raccogliere, e poi compiere la navigazione intrapresa. Io pertanto (dice Posidonio) potei seguitare fin qui la storia d’Eudosso; ma quello che gli accadesse da poi è naturale che il sappiano i Gaditani e gl’Iberi. Da tutte queste cose per altro (soggiunge) si fa manifesto, che la Terra abitata è cinta tutto all’intorno dall’oceano, il quale non è chiuso da verun cerchio di terra, ma senza confine si stende, e nulla lo macchia».

Ma è veramente mirabile questo Posidonio, il quale crede sprovveduta di buone testimonianze la navigazione intorno alla Libia fatta da quel mago di cui Eraclide parla, e quella dei messi da Dario dei quali Erodoto fa menzione; poscia pretende che noi accettiamo per vero questo racconto degno soltanto di Antifane24, cui egli stesso inventò, o troppo leggermente credette sulla fede di coloro che l’hanno inventato25. Ma innanzi tutto v’ha poco senno nel prestar fede alle avventure narrate dall’Indiano. Perocchè il golfo Arabico è stretto a guisa di un fiume e si stende ben diecimila stadii fino all’imboccatura, la quale è anch’essa [p. 215 modifica]angustissima. Di qui riesce improbabile che alcuni Indiani, navigando al di fuori di questo golfo, vi entrassero mai inavvedutamente per avere smarrita la via; perchè l’angustia della bocca avrebbe dovuto farli accorti del proprio errore: e se a bello studio vi entrarono, non è da incolparne nè il traviamento del divisato viaggio, nè la forza dei venti. Come poi di tanti che si vedevano morir di fame, tutti fuor ch’uno, se ne stettero oziosi? o come mai questo sopravvissuto fu capace egli solo a governare la nave che non era piccola al certo, dacchè ha potuto attraversar tanto mare? E quella celerità nell’apprender la lingua, colla quale potè poi persuadere al re sè esser capace di ben dirigere quella spedizione! O qual bisogno dovette aver l’Evergete di cotal guida, dacchè quel mare era già conosciuto da molti26? Oltre di che poi come mai questo teoro e spondoforo dei Ciziceni, invece di ritornare alla propria città, navigò verso l’India? Come gli fu commessa una sì grande spedizione? Come mai essendo al suo ritorno spogliato di ogni cosa contro la sua aspettazione, e caduto in dispregio, ebbe poi un maggior corredo di doni27? E dopo la seconda partenza, perchè mai arrivando nell’Etiopia scrisse quelle parole che abbiamo dette, o volle sapere d’onde fosse colà capitata [p. 216 modifica]l’estremità della prora da lui rinvenuta? O come potè sapere che quella prora, per essere il resto di un naviglio venuto dall’occidente, avesse fatto il giro della Libia, di che non restava indizio veruno? Egli stesso arrivava allora colà dalla parte occidentale, sebbene venisse dall’India28. E quando poi ritornò ad Alessandria e fu convinto di essersi appropriati parecchi oggetti, come mai non ne fu punito, ma andò intorno mostrando l’estremità della prora già detta, e domandando sovr’essa l’opinione dei nocchieri? E non è prodigioso anche colui che gliene seppe dare contezza? E non è più mirabile ancora [p. 217 modifica]Eudosso medesimo che gli prestò fede, e sopra questa speranza ritornò al proprio paese, e di quivi s’accinse ad un viaggio fuor delle Colonne? Eppure non era lecito senza permissione uscir d’Alessandria, principalmente poi a colui che s’era appropriate le cose del re; nè era possibile partirsi di là non veduto, tanta è la custodia colla quale si chiudono il porto e le altre uscite, secondochè noi medesimi abbiamo veduto usarsi tuttora quando per lungo tempo siamo dimorati in Alessandria; sebbene molte cose si negligentino dopo che quella città è posseduta dai Romani, e le custodie sotto i re fossero più severe. E tuttavolta sia pur egli partito alla volta di Gadi e di quivi abbia pure salpato con regio armamento; ma dopo che gli si fu rotta la nave, come mai potè ricostruire il terzo lembo in un luogo deserto? come mai avendo ricominciato la navigazione, e trovando che gli Etiopi occidentali parlavano la stessa lingua che gli altri, sicchè potea credere che poco oramai gli restasse di paese sconosciuto, egli sì facile a meditare peregrinazioni, non sentì desiderio di navigare più oltre? Ed invece, posto ogni altro disegno in disparte, n’andò al re Bogo per indurlo a quella navigazione ch’ei tralasciava. Quivi poi, come venne a sapere l’insidia ch’eragli tesa in segreto? E quale vantaggio era mai a Bogo la distruzione di un uomo, ch’egli avrebbe invece potuto licenziare? E dopo avere scoperte le insidie, come potè prevenirle fuggendo a luoghi sicuri? Perocchè ciascuna di queste cose è, non diremo impossibile, ma difficile; e tale che di rado succede per buona ventura di chi che sia: ma a costui, [p. 218 modifica]posto in continui pericoli, sarebbe avvenuto di riuscirne sempre felicemente. Come poi, essendo scampato da Bogo, non temette di navigar nuovamente lungo la Libia29 con un apparecchio sufficiente a popolare un’isola? Coteste asserzioni dunque non differiscono molto dalle bugie di Pitea, di Evemero e di Antifane; se non che a quelli perdonansi perchè la loro professione non differisce punto da quella dei ciarlatani; ma ad un filosofo che vuol ragionare sulle dimostrazioni, e che per poco non pretende il primo posto, come mai si potrebbero perdonare? In questo adunque Posidonio non ragionò rettamente.

Ma circa al sollevarsi qualche volta la terra e poi abbassarsi, e rispetto alle mutazioni che nascono dai tremuoti e da quelle altre cagioni che noi medesimi abbiamo enumerate, egli parla assai bene. Ed in questo proposito egli soggiunge opportunamente anche quel detto di Platone, ove dice che quanto affermasi dell’isola Atlantide potrebbe forse non essere favoloso; perchè Solone, che ne sentì parlare dai sacerdoti d’Egitto, riferì che quest’isola la quale una volta sussisteva e poscia disparve non era nella sua estensione minore del continente: e questa gli pare più ragionevole opinione che non sia l’altra, secondo la quale chi la immaginò l’avrebbe anche fatta sparire; siccome intervenne a quella muraglia dei Greci ch’è descritta da Omero30. [p. 219 modifica]

È inoltre Posidonio d’opinione che l’emigrazione dei Cimbri e delle altre nazioni di quella medesima schiatta dal proprio paese non fosse occasionata da una subita irruzione del mare31. Suppone che la lunghezza della Terra abitata, la quale è di circa settanta mila stadii, sia la metà di tutto il cerchio sul quale questa lunghezza si prende; sicchè (soggiunge egli poi) navigando dall’occidente all’oriente per altrettante migliaia di stadii l’uomo arriverebbe nelle Indie.

Altrove egli imprende a censurare coloro che hanno divisa nel modo ordinario32 la Terra abitata, anzi che per mezzo di linee parallele all’equatore, colle quali avrebbero potuto indicare le varietà delle piante, degli animali e dei climi nella zona fredda e nella torrida, e i continenti piglierebbero sembianza di tante zone. Ma poi distrugge egli stesso i suoi proprii argomenti, e loda la divisione consueta, e senza vantaggio di sorta rende dubbiosa la quistione. E nel vero tutte queste diversità non sono dalla providenza33, [p. 220 modifica]come nè anche la differenza di costumi e di linguaggi, ma dal caso e dall’accidente; e le arti, le facoltà e gli esercizii, quando una volta qualcuno li abbia introdotti s’invigoriscono sempre più sotto qualsivoglia clima, sebbene anche questo abbia una qualche efficacia. Laonde poi presso ogni popolo alcune cose si trovano da natura, altre vi sono in conseguenza delle istituzioni e dell’uso. Però non è effetto di natura che gli Ateniesi siano amanti delle lettere e i Lacedemoni no, e nemmanco i Tebani che sono ancor più vicini ad Atene, ma sì delle istituzioni: nè i Babilonesi e gli Egiziani sono per natura filosofi, ma per esercizio e per abitudine: e le buone qualità de’ cavalli, de’ buoi e degli altri animali non le producono i luoghi soltanto, ma ben anche gli esercizii; le quali cose tutte Posidonio insieme confonde.

E nel lodare questa ordinaria divisione dei continenti che ora è invalsa reca in esempio la differenza che si scorge fra gl’Indiani e gli Etiopi abitanti nella Libia. Perocchè gl’Indi sono più robusti e si sviluppano meglio, essendo meno degli Etiopi impediti dalla siccità dell’aria. Laonde anche Omero, parlando di tutti gli Etiopi, li divide in due parti, e dice che gli uni accennano a quel lato dove il sole tramonta, e gli altri a quello d’onde esso si leva. Per chiarire questo luogo di Omero Cratete34 introduce un’altra Terra abitata, [p. 221 modifica]di cui il poeta non ebbe contezza; ma questo egli fa soltanto per sostenere la falsa sua ipotesi, mentre per lo contrario basterebbe sostituire alla lezione dove il sole tramonta quest’altra d’onde il sole si parte, cioè quella dove il sole, passato il meridiano, comincia a declinare.

Ma primamente quegli Etiopi che stanno presso all’Egitto si dividono anch’essi in due parti; e gli uni sono nell’Asia, e gli altri nella Libia, senza che v’abbia fra loro veruna diversità. Poi Omero non distingue punto gli Etiopi a cagione di questa loro diversa situazione, nè per aver conosciuto che gl’Indi fossero più vigorosi del corpo; perocchè debbe credersi ch’egli non abbia saputo punto nè poco di quella nazione, mentre nè anche Evergete, secondo quello che ne favoleggia Eudosso, aveva contezza della navigazione a que’ luoghi. Ma quella sua distinzione debbe spiegarsi in quel modo che noi abbiamo già detto. Perocchè noi dimostrammo come, anche adottando la lezione di Cratete, non si muta punto la cosa. Tuttavolta Posidonio sostiene invece ch’essa col variar della lezione si muta, e stima che sia miglior partito leggere d’onde il sole si parte. Ma in che differisce mai questa lezione dall’altra dove il sole tramonta? Perocchè tutto quello spazio ch’è dal meridiano al punto dove il sole tramonta si dice occidente, non altrimenti che tutto il mezzo cerchio occidentale dell’orizzonte. E questo ci viene significato anche da quelle parole di Arato: Quel punto dove si confondon tra loro i confini occidentali e quelli del levante. Se poi vorrà sostenersi che la [p. 222 modifica]sia in qualche parte migliore, dovrà dirsi lo stesso anche rispetto a quella di Aristarco.

Ciò sia detto contro Posidonio per ora; giacchè anche nelle singole parti del nostro libro ne chiameremo ad esame parecchie altre opinioni, quante appartengono alla Geografia. Quelle poi che risguardano di preferenza la fisica si debbono o riservare a tutt’altro libro, o lasciare affatto in disparte. Perocchè presso di lui si trovano molte cose toccanti l’etiologia, a imitazione di Aristotele; ciò che i nostri (gli Stoici) sogliono declinare, conoscendo l’oscurità nella quale sono involte le cagioni delle cose35.

Note

  1. Il Casaubono prima di tutti propose di correggere il testo evidentemente corrotto in questo periodo. Il Siebenkees adottando la correzione di quel filologo fece autorità agli Editori francesi per seguitarla anch’essi. Io posso ora aggiungere anche la testimonianza gravissima del Coray.
  2. Da quello che Strabone soggiunge poi apparisce che si dovrebbe leggere piuttosto quasi la metà. (Ed. franc.)
  3. Dieci mila. Non v’ha dubbio che si dovrebbe leggere cinque mila. Strabone contava dall’equatore ai confini della terra abitabile st. 8,800; da questi confini a Meroe 3000; da Meroe a Siene sotto il tropico 5000; d’onde risulta la somma di st. 16,800, corrispondenti a 24 gradi, distanza che Strabone supponeva fra l’equatore ed il tropico. Ora i 10,000 stadii porterebbero questo cerchio a 31° 8’ 34’’ verso l’altezza di Alessandria, e così tutto il sistema di Strabone andrebbe sossopra. Contuttociò il ragionamento di Strabone esigerebbe che si ammettessero i 10,000 stadii fra Siene e Meroe, a volere che più della metà dello spazio posto fra i tropici fosse abitabile. Ma essendo impossibile affatto l’ammettere questo numero, bisogna dire o che Strabone si è stranamente ingannato in questo suo ragionamento, o che gli amanuensi lo hanno snaturato affatto; e questa seconda congettura è più probabile dell’altra, non solo perchè non dobbiamo esser facili ad incolpare Strabone di un tanto errore, ma sì anche perchè subito dopo, riferendo la misura di Posidonio, fa manifesta un’opinione contraria. (G.)
  4. Queste parole furono aggiunte dai Traduttori francesi, e sono quasi necessarie a collegare ciò che l’Autore ha detto con quello che sta per dire.
  5. Giacchè, s’intende, noi non conosciamo altri popoli, fuor quelli situati in questa zona - Non vi sono poi cerchj artici mobili per coloro che abitano sotto l’equatore, nè per quelli che abitassero sotto i poli. (G.)
  6. Perischi si dicono, da περὶ intorno e da σχία ombra, i popoli abitanti sotto le zone fredde, i quali veggono nel volger del giorno l’ombra dei loro corpi cadere da ogni lato intorno a sè, perchè il sole non tramonta appo loro per una certa parte dell’anno. — Le zone eteroschie sono quelle nelle quali l’ombra gitta sempre da un lato (έτερος, uno dei due), e tali sono la zona settentrionale e la meridionale; nella prima l’ombra nell’ora del mezzo giorno è volta a settentrione, nella seconda è volta al nord. L’amfischia è quella zona sotto la quale nell’ora predetta l’ombra è qualche volta diretta al sud, qualche volta al nord, secondochè il sole percorre i segni più meridionali o più settentrionali del zenit sotto cui stanno i popoli ivi abitanti. Due volte ogni anno poi essi hanno il sole perpendicolare. Questi fenomeni non accadono se non nei paesi situati fra i due tropici. La larghezza di questa zona, secondo Posidonio, era di 48 gradi. (G.) sarà di 42°, e le fredde di 24°. Se per lo contrario consideriamo soltanto la temperatura, limitando (com’egli dice) la zona torrida ai soli paesi inabitabili, estesi al parer suo a 8,800 stadii dall’equatore, è certo che una divisione siffatta non ha più relazione di sorta colla prima. Tutta la zona torrida sarà ristretta a 25° 8’ 34’’; ciascuna delle temperate sarà di 41° 51’ 26’’, giacchè vedremo ch’ei pone i limiti della terra abitabile verso il nord a 38,100 stadii dall’equatore; e ciascuna zona fredda avrà 35° 34’ 17’’. (G.)
  7. Coloro che vivono di pesci.
  8. A tutto questo passaggio il Casaubono soggiunge: Cum hoc loco aqua omnino haereat, magnam habebimus gratiam ei qui nos veram lectionem docuerit.
  9. Osservano gli Editori francesi che Strabone invece di soggiungere qui, come par che prometta, qualche prova del suo assunto, viene quasi a concedere che la divisione più ragionevole sia quella in sei zone. Notano inoltre che il filo del raziocinio è più difficile dell’ordinario a cogliersi, e che tutto questo passaggio presentando una specie di tautologia induce a sospettare che sia in parte interpolato.
  10. Non può bene intendersi dove Strabone segnasse i limiti delle zone. Parrebbe quasi aver lui creduto che questi limiti debbano essere gli stessi in tutte e due le divisioni da lui indicate; ma ciò non può essere. Se noi indaghiamo la sua opinione secondo la differenza delle ombre, la zona torrida risulta per certo secondo lui di 48° di larghezza, ciascuna zona temperata
  11. Siccome le più alte montagne non hanno nella loro elevazione più che la millesima parte del raggio della terra, così esse non ne possono alterar punto la forma sferica. (G.)
  12. Cioè: Non appartiene alla descrizione della terra abitata.
  13. Gelone regnò in Siracusa dall’anno 492 al 478 innanzi all’E. V. - Tolomeo VII, detto Evergete II, e soprannominato anche Fiscone regnò dall’anno 146 al 117 avanti l’E. V.
  14. Θεωρὸν καί Σπονδοφόρον Teoro e Spondoforo.
  15. Tennero gli antichi questa opinione, che le cristallizzazioni in generale fossero prodotte dall’acqua congelata e indurita per eccesso di freddo nel corso di molti secoli. Plinio disse: Contraria huic (calori) causa crystallum facit gelu vehementiore concreto. (Ed. franc.)
  16. Può credersi che in questa espressione manchi quella precisione che sarebbe necessaria. Il figlio di Cleopatra potè essere incoronato mentr’era assente Eudosso, ma non per questo è da credere che Cleopatra avesse cessato di regnare.
  17. Cadice.
  18. La Mauritania occidentale, oggidì regno di Fez.
  19. A Cizico.
  20. Pozzuolo vicino a Napoli.
  21. Πλεῖν μετέωρον. Osservano gli Edit. franc. che, potendo questa espressione significare anche pieno di speranza, e sapendosi d’altra parte che gli antichi nelle loro navigazioni sull’oceano non solevano allontanarsi mai dalle sponde, stettero in dubbio nel tradurla: ma perchè poi l’Autore dice non guari dopo che una delle navi di Eudosso poteva tener l’alto del mare (πελαγίζειν) attribuirono a quelle parole πλεῖν μετέωρον la naturale loro significazione.
  22. Il greco significa con un solo vocabolo questa qualità πεντηκοντόρῳ.
  23. I nomi Bogo e Bocco furono comuni a parecchi sovrani delle due Mauritanie che Augusto unì poi in un regno solo. Quel Bogo di cui qui si parla tenne quel paese dove ora è il regno di Fez. (G.)
  24. Antifane di Bergea fu già menzionato come un autore favoloso. Il testo dice questo racconto bergese.
  25. Questo periodo nel testo presenta molte difficoltà in quanto alla frase, ma rispetto al senso non può rimanere alcun dubbio.
  26. La navigazione dal golfo Arabico fin dentro l’India l’avevano additata i Greci d’Alessandria ai tempi di Tolomeo Filadelfo, cioè più che 130 anni prima di Evergete II. (G.)
  27. Sotto il nome di doni pare da tutto il contesto che debbansi intendere oggetti da potersi utilmente permutare.
  28. Il Gossellin pone a questo luogo la nota seguente: Secondo gli antichi, ed anche secondo Strabone le parti meridionali dell’Africa non si estendevano fino all’Equatore, ma poco dopo il capo Guardafui le coste di quella regione volgevansi all’ouest per risalir poi sino allo stretto di Gibilterra. In questa ipotesi la costa d’Ajano (Stretto di Babel-Mandel), a cui Eudosso diceva di essere approdato, giudicavasi quasi parallela all’Equatore. Se noi dunque supponiamo ch’egli fosse arrivato in un luogo qualunque di quella spiaggia, alcun poco discosto dal capo Guardafui, non potè certamente ricondursi a questo medesimo capo se non navigando all’est; e quindi, rispetto ai popoli che incontrò da poi, egli veniva dall’ouest. Quando pertanto egli fu presso quei popoli che gli mostrarono il resto dell’antico naviglio assicurandolo ch’era venuto dall’ouest, Eudosso non doveva conchiudere (dice Strabone) che quel naviglio avesse fatto il giro dell’Africa; perchè poteva esser giunto colà o dal luogo da cui egli medesimo eravi pervenuto, o da qualche altro forse un po’ più lontano, ma non era possibile conchiudere ch’esso era partito da Cadice; giacchè Eudosso stesso avea navigato dall’ouest all’est e pur confessava di non aver fatto il giro dell’Africa.
  29. L’Africa, o più esattamente la Maurosia. (Ed. franc.)
  30. Omero nel lib. vii, v. 337 dell’Iliade parla di un baluardo eretto da Agamennone per mettere i suoi Greci al sicuro. Nessuno potè mai trovarne vestigio; di che molti fecero varie congetture: ma Aristotele fu invece d’avviso che fosse una pura invenzione di Omero.
  31. Gli Edit. franc. traducono: Suivant Posidonius, l’émigration des Cimbres et des autres peuples de la méme nation qu’eux, sa sera faite, non tout-à-coup, mais à mesure que la mer empiétoit sur leur pays. Io seguito la lezione del Coray: οὐ γενέσθαι κατὰ θαλάττης ἔφοδον ἀθρόαν συμβᾶσαν.
  32. Nel modo ordinario. Cioè nei tre continenti, Europa, Asia ed Africa.
  33. Οὐκ ἐκ προνοίας γίνονται. Gli Edit. franc. traducono: Ne sont dus à aucun plan prémédité.
  34. Il Casaubono fu il primo a dire doversi con questo nome empir la lacuna delle stampe ordinarie. Gli Edit. franc. lo seguitarono nella loro versione; ed il Coray non dubitò di rettificare il suo testo: Κράτητα δὲ εἰσάγοντα, ec.
  35. Già si è detto altrove che l’Etiologia è il trattato delle cagioni.