Geografia (Strabone) - Volume 2/Libro II/Capitolo I

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CAPITOLO PRIMO

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Strabone - Geografia - Volume 2 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO PRIMO
Libro II - Capitolo II


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CAPO PRIMO

Descrizione della Carta di Eratostene. Alcune sue opinioni difese contro le insussistenti censure d’Ipparco; poi dimostrate fallaci per altre ragioni. Osservazioni generali sugli errori di Timostene, Eratostene ed Ipparco.


Nel terzo libro della Geografia ponendo Eratostene la figura della terra abitata la divide con una linea parallela all’equatore da levante a ponente. Per ultimi punti di questa linea assegna a levante le Colonne d’Ercole, a ponente le estremità di que’ monti che segnano il lato settentrionale dell’India: e la conduce dalle Colonne per lo stretto della Sicilia, per le estremità meridionali del Peloponneso e dell’Attica infino a Rodi ed al golfo d’Isso. Ed afferma che «la linea predetta [p. 144 modifica]discorre lungo il mare e lungo i continenti che gli sono dai lati; perchè anche il Mediterraneo si stende nella sua lunghezza in questa direzione fino alla Cilicia: e che dal golfo d’Isso s’avanza lungo tutta la montagna del Tauro fino all’India. Perocchè il Tauro nella stessa direzione del Mediterraneo, partendosi dalle Colonne divide pel lungo in due tutta l’Asia, separandone il lato settentrionale da quello di mezzogiorno, di modo che anch’esso il Tauro s’innalza sotto il parallelo che passa per Tine, sotto cui è anche il mediterraneo dalle Colonne fin là».

Ciò posto egli crede che si debba rettificare l’antica tavola geografica, secondo la quale le parti orientali dei monti sono troppo inclinate a settentrione, e l’India è anch’essa troppo sospinta verso quella medesima parte. Di ciò poi egli reca primamente questa ragione: «Che le estremità più meridionali dell’India si trovino nella stessa latitudine dei luoghi vicini a Meroe s’accordano a dirlo parecchi, congetturandolo dal clima e dalle osservazioni celesti. Patrocle1 poi, degno di essere più creduto degli altri, sì per la sua gravità, come perchè non era ignorante delle cose spettanti a geografia, afferma che di quivi alle parti più settentrionali dell’India stessa, che sono presso ai monti Caucasii v’hanno quindici mila stadii. Ma dal parallelo di Meroe a quello che passa per Tine v’ha appunto uno spazio [p. 145 modifica]presso a poco siffatto: di modo che le parti più settentrionali dell’India, e contigue coi monti Caucasii finiscono in questo cerchio2». - Aggiunge poi anche quest’altro argomento: «Che dal golfo d’Isso al mare Pontico la distanza andando al nord verso Amiso o Sinope3 è di circa tremila stadii, quanto si dice che sia la larghezza dei monti. Chi poi da Amiso si muove verso il levante equinoziale incontra primamente la Colchide, poscia le alture che circondano il mar d’Ircania, e la strada che conduce a Battra, e di quivi più oltre agli Sciti, avendo sempre le montagne alla destra. La stessa linea andando da Amiso verso ponente attraversa l’Ellesponto e la Propontide. Ora da Meroe all’Ellesponto v’hanno non più che diciottomila stadii, quanti ve n’ha anche dall’estremità meridionale dell’India fino ai paesi dei Battriani, qualora ai quindici mila stadii occupati dalla larghezza dell’India si aggiungano i tremila corrispondenti alla larghezza dei monti».

A questa dottrina contraddice Ipparco abbattendone le autorità: «Patrocle non essere credibile dacchè contrastano alla sua testimonianza Deimaco e Megastene, [p. 146 modifica]i quali affermano che la distanza dall’Oceano meridionale in alcuni luoghi è di venti mila stadii, in alcuni di trenta mila: questo da costoro esser detto; e concordare colla loro asserzione le carte antiche. Ed essere assurdo che al solo Patrocle debbasi prestar fede; e che negligentando questi due che testimoniano sì chiaramente contro alla sua opinione, si debbano rettificare sulla fede di lui le carte antiche, anzichè lasciarle siccome sono infino a tanto che non si abbiano più sicure cognizioni». – Ma io credo che a questo discorso si possano fare parecchie obbiezioni. Primamente Eratostene si vale di varie testimonianze, e Ipparco asserisce che adopera soltanto quella di Patrocle. Ma chi erano dunque coloro i quali dissero che le estremità meridionali dell’India si trovano nella stessa latitudine dei luoghi vicini a Meroe? coloro i quali determinarono la distanza dal parallelo di Meroe a quello che passa per Tine? coloro i quali affermano che lo spazio dalla Cilicia ad Amiso corrisponde alla larghezza dei monti? coloro i quali c’insegnano che andando da Amiso pei Colchi e per l’Ircania ai Battriani ed alle genti che si stendon più oltre fino al mare orientale, si percorre una linea diretta verso il levante equinoziale costeggiando sempre le montagne che sorgono a destra? e che questa medesima linea, prolungandosi verso il ponente, attraversa le Propontide e l’Ellesponto? Eratostene adotta tutte queste opinioni siccome attestate da uomini che furono nei luoghi dei quali parlarono, avendo avuto alle mani molti documenti dei quali egli abbondava, per [p. 147 modifica]essere stato posseditore di una biblioteca sì grande, quanto Ipparco medesimo attesta.

Oltre di ciò la testimonianza stessa di Patrocle risulta da molte altre; di re che gli hanno affidata una sì grande incumbenza, di autori che lo hanno seguito; e di que’ medesimi che lo han criticato e che Ipparco stesso menziona: perocchè ciò che vale a confutar costoro conferma le cose dette da Patrocle. Il quale non disse già cosa assurda affermando che i compagni di Alessandro s’informarono leggiermente delle cose, e che Alessandro invece le indagò con diligenza, facendosi descrivere tutto il paese da persone che n’erano pratichissime. Ed egli poi dice che questa descrizione fu a lui confidata da Zenocle il tesoriere.

Dice poi inoltre Ipparco nel secondo libro, che «Eratostene stesso abbatte l’autorità di Patrocle, a motivo della sua discordanza dall’opinione di Megastene sulla lunghezza della parte settentrionale dell’India; perchè mentre Megastene la fa di sedici mila stadii, Patrocle ne assegna mille di meno; ed a cagione di questa discordanza Eratostene non s’attiene nè all’uno nè all’altro, ma seguita non so quale itinerario4. Se dunque cotesta differenza, comunque sia soltanto di mille stadii, toglie fede a Patrocle; quanto più non gli debb’esser negata dove la differenza è di circa ottomila, a fronte di due testimoni, i quali d’accordo fra loro affermano la larghezza dell’India essere di [p. 148 modifica]ventimila stadii, mentre egli la fa di dodici mila soltanto?». – Ma noi rispondiamo che Eratostene adduce a motivo di questo suo dissentire da Patrocle non già quella piccola differenza che qui viene accennata, ma ben anche l’autorità dell’itinerario concordante con quella di Megastene. Nè è meraviglia che una testimonianza sia giudicata più credibile di un’altra; o che ad un medesimo autore in alcune cose si creda ed in altre no, qualora da un altro ci sia posta innanzi un’opinione più sicura. Ma è cosa ridicola il credere che una gran differenza di opinioni tolga fede ai dissenzienti: mentre per lo contrario questo dovrebbe aver luogo trattandosi di lievi diversità. Perocchè in un piccolo errore possono cadere, non altrimenti che gli scrittori volgari, anche quelli che sono più sapienti degli altri: ma nelle cose grandi se può errare l’uomo ordinario, colui ch’è più erudito vi soggiace di rado; e perciò egli è poi creduto di preferenza.

Tutti coloro pertanto che scrissero intorno all’India nella maggior parte delle cose mentirono; ma sopra tutti Deimaco. Gli tengono dietro Megastene, Onesicrito, Nearco ed altri di cotal fatta raccontatori di frivolezze: le quali cose ci è accaduto di dover pienamente vedere quando scrivemmo le Memorie dei fatti di Alessandro. Ma si vuole principalmente negar credenza a Deimaco ed a Megastene; i quali parlano di Enotochiti, di Astomii, di Arrini, di Monoftalmi, Macroscheli ed Opistodattili5. Rinnovarono inoltre l’ [p. 149 modifica]omerica battaglia de’ Pigmei colle gru, affermando che sono alti tre spanne soltanto. Parlano eziandio di formiche che scavano l’oro, di Pani col capo foggiato a guisa di conio, di serpenti, di buoi, di cervi che mangiano colle corna; delle quali cose poi essi medesimi si movon rimprovero fra di loro, come notò anche Eratostene. Essi furono amendue spediti come ambasciadori in Palimbotra6, Megastene ad Androcotto e Deimaco ad Allitrocade suo figlio; e di quel loro viaggio ci tramandarono così fatte relazioni; nè sappiamo qual cagione a ciò li abbia mossi. Ma Patrocle non somiglia a costoro, e gli altri della cui testimonianza si vale Eratostene non dicono punto cose incredibili.

E nel vero7 se Rodi e Bizanzio sono sotto lo stesso meridiano, a buon diritto soglionsi collocare sotto un solo meridiano anche Amiso e la Cilicia; dacchè molte [p. 150 modifica]osservazioni fanno manifesto che quelle due linee sono parallele, e nulla prova che da veruna parte l’una s’inclini sull’altra. Così parimenti, che la navigazione da Amiso nella Colchide, e poi quella strada la quale lungo il mar Caspio conduce a Battra, si dirigano verso il levante equinoziale è cosa certissima per tutto ciò che si osserva in quel tratto, rispetto alla direzione dei venti, alle stagioni, alle produzioni della terra ed anche al levarsi del sole. E spesse volte l’evidenza delle cose e il consenso di tutti i viaggiatori meritano maggior fede che uno stromento8. E Ipparco stesso dice che la linea dalle Colonne alla Cilicia è diritta, e si spinge verso il levante equinoziale senza ch’egli l’abbia però misurata tutta collo stromento e geometricamente; ma per tutta quella parte ch’è dalle Colonne allo stretto della Sicilia credette ai navigatori.

Egli adunque non dice a ragione: «Poichè non possiamo determinare la proporzione fra il giorno più lungo e il più corto, nè quella dell’ombra del gnomone, cominciando dalle parti montuose della Cilicia fino alle Indie, non possiamo affermare nemmeno che la linea segnata obbliquamente sulle carte antiche debba essere un parallelo: e però in questa incertezza dobbiamo astenerci dal rettificarla, ma lasciarla invece come si trova nelle carte antiche. Ma primamente il non poter affermare è lo stesso come astenersi da ogni affermazione; e chi s’astiene da ogni affermazione non inclina [p. 151 modifica]a veruna parte: ma l’ordinar poi che si lasci la linea come l’hanno segnata gli antichi gli è un inclinare ad essi. Egli sarebbe stato più conseguente se avesse dato il consiglio di rinunciare ad ogni geografia; giacchè noi non sapremmo determinare nè anche la posizione delle altre montagne, come a dire le Alpi, i Pirenei, i monti della Tracia, dell’Illiria e della Germania. Ma chi potrebbe stimar più credibili dei moderni gli antichi i quali nel disegno delle carte commisero tanti errori, quanti ne ha notati Eratostene, senza che Ipparco gli abbia punto contraddetto?

Le cose poi che vengono appresso sono piene di grandi perplessità. Veggasi in fatti quante assurdità s’incontrano qualora, dopo aver detto che le estremità meridionali dell’India rispondono a Meroe, e che la distanza da Meroe allo stretto di Bizanzio è di diciotto mila stadii, Ipparco sostenga che dall’estremità meridionale dell’India alle montagne ve n’ha trenta mila. E primamente, poichè è un medesimo parallelo quello che passa per Marsiglia e quello che attraversa Bizanzio (come Ipparco afferma seguitando Pitea), e Bizanzio ed il Boristene, per avviso d’Ipparco stesso, sono sul medesimo meridiano; perciò se noi vogliamo credere con lui che da Bizanzio al Boristene la distanza sia di tremila e settecento stadii, dovremmo dire che questa distanza abbian fra loro anche il parallelo di Marsiglia e quello del Boristene, il quale passerebbe per la Celtica lungo l’Oceano: perocchè procedendo da Marsiglia verso il nord per lo spazio già detto s’arriva all’Oceano. [p. 152 modifica] Sappiamo inoltre che il Cinnamomoforo9 è il punto più meridionale di tutta la terra abitabile: e secondo Ipparco stesso il parallelo che passa per quella regione è il principio della zona temperata del pari che della terra abitabile, ed è lontano dall’equatore circa ottomila e ottocento stadii. E siccome secondo lui dall’equatore al parallelo del Boristene v’ha trentaquattro mila stadii; così ne rimangono venticinque mila per la distanza fra il parallelo che passa pel Boristene e per la Celtica marittima, e quel che divide la zona temperata dalla torrida. La più lontana navigazione poi dalla Celtica verso il settentrione dicesi dai recenti scrittori che sia l’Ierna situata al di là della Britannia, ed appena abitabile a cagione del freddo; sicchè i luoghi che sono più oltre si crede che non possano essere abitati. Ma l’Ierna poi si dice che sia distante dalla Celtica non più che cinquemila stadii; e però trenta mila stadii o poco più circonderebbero tutta l’ampiezza della terra abitata.

Ora trasportiamoci nella regione opposta al Cinnamomoforo e soggetta allo stesso parallelo verso oriente. Quivi è Taprobana; la quale si crede per certo che sia una grande isola nell’alto del mare, situata rimpetto all’India dalla parte di mezzogiorno. Essa si allunga verso l’Etiopia più di cinquemila stadii, per quel che ne dicono, e da essa viene portata negli emporii dell’India gran copia di avorio, di testudini e d’altre mercatanzie. Qualora pertanto si attribuisca a quest’isola una larghezza [p. 153 modifica]corrispondente alla sua lunghezza, poi v’aggiungiamo il tragitto che la divide dall’India, avremo dall’estremità meridionale di Taprobana a quella dell’India uno spazio non minore di tre mila stadii, quanto era l’intervallo dal confine meridionale della terra abitata a Meroe, dacchè l’estremità meridionale dell’India e Meroe sono sotto un medesimo parallelo. E forse sarebbe cosa più credibile l’aggiungere uno spazio maggiore che non è quello di tre mila stadii: ma già chi aggiungesse questo numeri ai trenta mila che Deimaco annovera dalla predetta estremità meridionale dell’India fino ai Battriani ed ai Sogdiani, tutte quelle nazioni si troverebbero fuori della terra abitabile e della zona temperata. Ma chi oserebbe dir questo, sentendo e gli antichi e i moderni parlare del clima temperato e della fertilità primamente dell’India settentrionale, poi dell’Ircania10, dell’Aria, ed appresso della Margiana e della Battriana, paesi tutti contigui al fianco settentrionale del Tauro, e l’uno dei quali (la Battriana) confina colle parti di questa montagna che servon di limite all’India. E quelle regioni sono di tanta fertilità che mostrano di essere per gran tratto lontane dai paesi inabitabili. Perocchè dicono che nell’Ircania ogni vite produce un metreto11 di vino; che un fico dà sessanta medimni di frutti; che il frumento cresce naturalmente dai grani che cadono dalle spiche; che negli alberi fannosi gli [p. 154 modifica]alveari delle api e il miele scola giù dalle foglie. Questo avviene anche in quella parte della Media che dicesi Mattiana, e nella Sacasena e nell’Arassena d’Armenia; ma rispetto a questi paesi quella grande fertilità non dee muoverci ad ugual meraviglia, perocchè sono più meridionali dell’Ircania12, e nella temperatura del clima vincono tutto il restante di quella regione; della quale poi non si potrebbe credere sì di leggieri una tanta fertilità. Nella Margiana poi dicono che si trova spesso qualche tronco di vite, cui due uomini distendendo le braccia non possono circondare, e grappoli che hanno due cubiti di lunghezza. Somigliante alla Margiana affermano che sia anche l’Aria, e la dicono anzi superiore nell’abbondanza del vino, il quale vi si conserva fino alla terza generazione in vasi non impeciati. Abbondevole d’ogni cosa, fuori che d’olio, è anche la Battriana che coll’Aria confina: nè dee punto recar meraviglia se alcune parti di quelle regioni sono fredde, come a dire i punti elevati e montuosi; perocchè anche nei climi meridionali sogliono esser freddi i monti, ed in generale tutti i luoghi elevati quand’anche siano piani. Però sebbene le parti della Cappadocia che stanno verso l’Eussino siano molto più settentrionali di quelle contigue al Tauro; e la Bagadania (immensa pianura fra il monte Argeo ed il Tauro) sia di tre mila stadii ancor più meridionale che il mar del [p. 155 modifica]Ponto, nondimeno appena produce qualche albero fruttifero; mentre i contadi di Amiso, di Sinope e di Fanarea per la maggior parte producono ulivi. Finalmente dicono che l’Oxo il quale disgiunge la Battriana dalla Sogdiana è tanto comodo da navigare, che le merci dell’India sovr’esso portate facilmente conduconsi nell’Ircania, d’onde poi vanno per gli altri paesi che vengono appresso infino al Ponto.

Ora come si potrebbe trovare siffatta abbondanza lungo il Boristene o nella Celtica che costeggia l’Oceano? dove non alligna la vite od al certo non vi produce frutto? Nei paesi poi più meridionali e declinanti al mare, ed in quelli che stan lungo il Bosforo, la vite porta suoi frutti, ma picciolissimi; e durante l’inverno bisogna di necessità seppellirla. E i geli all’imboccatura della palude Meotide sono siffatti, che in quel luogo dove nella stagione d’inverno un generale di Mitridate vinse i barbari in battaglia equestre sul ghiaccio, in quel medesimo luogo, poichè fu venuta la state, li vinse in battaglia navale, per essersi il ghiaccio disciolto. Ed Eratostene reca in mezzo anche la seguente iscrizione che trovasi nel tempio di Esculapio a Panticapea sopra un’idria di rame rotta a cagione del gelo: Se qualcheduno non crede quali siano presso di noi (gl’inverni), lo giudichi vedendo quest’idria. Non come voto degno del Dio, ma come prova di un rigido inverno la pose il sacerdote Stratio. Se dunque i fenomeni che avvengono nei luoghi fin qui mentovati non sono da paragonare con quelli del Bosforo, e nè anche con quelli che accadono nel territorio d’Amiso e di Sinope (perocchè [p. 156 modifica]ciascuno confesserà che il clima di questi paesi è più temperato), molto meno si potrebbero paragonare con quelli dei paesi del Boristene e delle estremità della Celtica: quando si crede comunemente che appena i paesi più meridionali del Boristene e dei Celti quanto è lo spazio di 3700 stadii si trovino alla medesima altezza di Amiso, Sinope, Bizanzio e Marsiglia. Ma se i seguaci di Deimaco aggiungano ai trentamila stadii13 l’intervallo che resta fino a Taprobana ed ai confini della zona torrida (ed è al certo non meno che quattro mila altri stadii) verranno a rimovere dai proprii luoghi Battra ed Aria, sicchè troverannosi a trentaquattro mila stadii dalla zona torrida, quanto Ipparco asserisce che v’ha dall’equatore al Boristene. Andranno quindi Battra ed Aria a cadere in luoghi più settentrionali del Boristene e della Celtica per lo spazio di otto mila e ottocento stadii; dacchè tanti appunto se ne contano dall’equatore al parallelo che divide la zona temperata dalla torrida, e che attraversa, come dicemmo, principalmente l’India produttrice della cannella14. Ma noi abbiam dimostrato [p. 157 modifica]che al di là della Celtica si può abitare soltanto fino alla Ierna, spazio di non più che cinque mila stadii; e il computo invece che qui citiamo dimostrerebbe che al di là di questo paese ve n’ha un altro a tre mila e ottocento stadii verso settentrione abitabile anch’esso. Oltre di che Battra sarebbe molto più settentrionale che la bocca del mar Caspio o d’Ircania; la qual bocca è disgiunta dall’estremità meridionale di questo mare e dalle montagne d’Armenia e di Media circa sei mila stadii, e può essere considerata come il punto più settentrionale di quella costa che di quivi si estende infino all’India, a cui si può navigare partendo di là, come attesta Patrocle che presiedette a quei luoghi. Aggiungesi che la Battriana si stende ben mille stadii verso settentrione: al di là della Battriana v’hanno i paesi degli Sciti di maggiore ampiezza che finiscono al mar boreale, genti nomade ma che pur vivono. Or come mai questo sarebbe se la Battriana cadesse già fuori della terra abitabile? Poniamo che la distanza dal Caucaso fino al mar boreale passando per la Battriana sia di poco più che quattro mila stadj: aggiungendo poi questi al numero degli stadii che sono al di là di Ierna verso settentrione, tutta la distanza a traverso alla terra non abitata cominciando da Ierna sarà di settemila ed ottocento stadii. E [p. 158 modifica]quando bene si vogliano trascurare i quattro mila stadii, le parti della Battriana che accennano al Caucaso saranno sempre più boreali di Ierna quanto è lo spazio di tremila e ottocento stadii, della Celtica e del Boristene per lo spazio di otto mila e otto cento.

Dice poi anche Ipparco che verso il Boristene e la Celtica nelle notti d’estate dura sempre una cotal luce di sole da quando tramonta fino a quando si leva; che nel solstizio d’inverno il sole innalzasi tutt’al più nove cubiti15. Che nei paesi distanti da Marsiglia seimila e trecento stadii (i quali paesi egli crede che siano tuttavia Celti, ma io li stimo Battriani, e ben due mila e cinquecento stadii più settentrionali della Celtica) questo fenomeno accade ancor più manifesto. Che quivi nei giorni d’inverno il sole non s’innalza più che sei cubiti. Che a novemila e cento stadii da Marsiglia s’innalza soltanto quattro cubiti; e nè anche tre intieri nei paesi situati al di là, i quali al parer nostro debbono essere molto più settentrionali di Ierna. Ipparco credendo a Pitea fa queste contrade ulteriori più meridionali della Britannia; e dice ch’ivi il giorno più lungo è di diciannove ore, ma ch’è poi soltanto di diciotto ne’ luoghi dove il sole innalzasi quattro cubiti; e sono, com’egli dice, a novemila e cento stadii da Marsiglia. Sicchè poi le parti più meridionali della Britannia sono più settentrionali de’ luoghi dei quali ora trattiamo. Saranno dunque o precisamente o presso a poco sotto un medesimo parallelo colle parti della Battriana vicine [p. 159 modifica]al Caucaso; perocchè già si è detto che secondo Deimaco questi Battri sono più settentrionali di Ierna lo spazio di tremila e ottocento stadii: e se a questi aggiungiamo quelli che sono da Marsiglia a Ierna ne avremo dodici mila e cinquecento. Ma chi mai notò in que’ luoghi (dico in quei verso Battra) questa durata dei giorni più lunghi, o l’elevazione del sole nel solstizio d’inverno? Perocchè queste sono cose tutte manifeste anche allo sguardo dell’idiota, ed alle quali non fa bisogno veruna matematica spiegazione: di modo che ne avrebbero parlato molti sì degli antichi e sì dei moderni fino ai dì nostri, i quali hanno descritto le cose persiane. E come mai la fertilità, già detta, di que’ luoghi si accorderebbe con siffatti fenomeni celesti? Da queste cose pertanto è manifesto come Ipparco, sebbene sapiente, combatta la dottrina di Eratostene, opponendo alle dimostrazioni le cose tuttora incerte, quasi che fossero di ugual peso.

Appresso, volle Eratostene provare che Deimaco fu inesperto e ignorante di queste cose, perchè dice che l’India giace fra il punto equinoziale dell’autunno ed il tropico d’inverno, e si oppone a Megastene dove afferma che nelle parti meridionali dell’India si veggono tramontare le due orse, e l’ombra cadere in opposte direzioni, assicurando che nessuna di queste cose succede in veruna parte dell’India. «Tutto questo, dice Eratostene, è affermato per ignoranza. Il dire che il punto equinoziale dell’autunno e quello della primavera differiscono nella loro distanza dai tropici è cosa d’uomo ignorante, essendo in entrambi uno solo il punto [p. 160 modifica]d’onde il sole si leva, ed uno solo il cerchio ch’esso percorre. Oltre di ciò la distanza dal tropico terrestre all’equatore, fra i quali Deimaco pone l’India, si trova nel misurarla molto minore di venti mila stadii; e però secondo il suo proprio sistema vedrebbesi in quel paese non ciò ch’egli pretende ma ciò che viene asserito da me. Perocchè se l’India ha, com’egli afferma, venti o trenta mila stadii di larghezza non potrebbe capire nello spazio ch’egli le assegna, mentre questo sarebbe possibile quando la sua larghezza fosse quella ch’io credo e non quella che pare a lui. Ed è indizio della stessa ignoranza il dire che in nessuna parte dell’India tramontano le Orse, nè le ombre gittano mai in diversa direzione; perocchè questi fenomeni si cominciano a vedere a cinquemila stadii al di là di Alessandria16».

Questo dice Eratostene, ed Ipparco ne lo censura di nuovo a torto; prima sostituendo (nel testo di Deimaco) il tropico d’estate al tropico d’inverno; poi giudicando sconveniente l’adoperare in cose spettanti a geografia matematica la testimonianza di un uomo inesperto dell’astronomia: quasi che Eratostene avesse data la preferenza al giudizio di Deimaco, e non avesse invece seguitata la comune usanza dei critici rispetto a coloro che stoltamente ragionano. Perocchè uno dei modi di confutare le vane obbiezioni si è quando [p. 161 modifica]possiam dimostrare che anche la loro opinione, qual ch’ella siasi, viene a confermare la nostra.

Fin qui dunque, supponendo che le estremità più meridionali dell’India siano sotto il parallelo di Meroe, come dicono e credono molti, abbiam dimostrate le assurdità del sistema d’Ipparco: ma perchè Ipparco stesso che da prima non contrasta per nulla a siffatta ipotesi, nel secondo libro poi delle sue Memorie più non l’ammette, sarà bene venire considerando anche questo suo ragionamento.

Egli dice pertanto «Che quando fra due paesi situati alla medesima altezza, cioè sotto il medesimo parallelo17, v’abbia una grande distanza, non è possibile conoscere s’eglino sono davvero sotto uno stesso parallelo, senza fare un confronto dei climi di ciaschedun luogo. In quanto al clima di Meroe, Filone che ci ha descritta la sua navigazione nell’Etiopia racconta ch’ivi il sole trovasi al vertice (allo zenit) quarantacinque giorni innanzi al solstizio d’estate, e nota inoltre le proporzioni dell’ombra col gnomone tanto ai solstizii quanto agli equinozii, nel che Eratostene è quasi pienamente d’accordo con lui. Ma nessuno, nè anche Eratostene, ci descrive il clima dell’India. Se peraltro, come si crede [p. 162 modifica]seguitando Nearco, tramontano colà tutte e due le Orse, non è possibile che si trovino sotto un medesimo parallelo Meroe e le predette estremità meridionali dell’India».

Ma se Eratostene consente con coloro i quali dicono che nell’India tramontano tutte e due le Orse, come si può dunque affermare ch’egli pure non dia notizia veruna intorno al clima di quel paese? Questo è certamente un indizio del clima. Se poi non è vero ch’egli consenta a costoro, si liberi almeno dell’accusa. E nel fatto quel preteso consentimento non sussiste; ma dicendo Deimaco che in nessuna parte dell’India non si veggono mai tramontare le Orse, nè le ombre cadere in contraria direzione, secondochè Megastene ha riferito, Eratostene condanna l’ignoranza di lui, e rigetta quella duplice asserzione; nella quale per confessione d’Ipparco stesso è falso che le ombre non cadano in contraria direzione: perocchè quand’anche non fosse vero che l’India sia sotto lo stesso parallelo di Meroe, concede però manifestamente che le estremità di quella regione sieno più meridionali di Siene.

Appresso poi, trattando Ipparco di queste medesime cose o dice opinioni conformi alle già confutate da noi, o si vale di falsi dati, o deduce conseguenze che non sussistono. Così, perchè da Babilonia a Tapsaco v’abbiano quattro mila e otto cento stadii, e che di quivi andando verso settentrione fino ai monti armeni ve n’abbiano due mila e cento18, non conseguita punto [p. 163 modifica]che da Babilonia a que’ monti, tenendo dietro al meridiano di quella città, se ne contino più di sei mila. Nè Eratostene dice che da Tapsaco ai monti armeni v’abbia due mila e cento stadii, ma bensì che vi resta tuttora qualche spazio non misurato: e però l’argomento di cui Ipparco poscia si vale, essendo dedotto da una supposizione non conceduta, non può provar nulla. Aggiungasi inoltre che Eratostene non dice in nessuna parte dell’opera sua che Tapsaco sia più settentrionale di Babilonia lo spazio di quattro mila e cinquecento stadii.

Dopo di ciò Ipparco, difendendo sempre le carte antiche, non reca in mezzo le cose dette da Eratostene intorno alla terza sezione della terra abitata, ma gli attribuisce di proprio senno un’opinione agevole a confutarsi. Perocchè Eratostene, conformemente all’asserzione già da noi ricordata intorno al Tauro ed al mare che sbocca dalle Colonne d’Ercole, divide con una sola linea la Terra abitata in due parti, chiamandone una settentrionale e l’altra meridionale; poi tenta di dividere nuovamente ciascuna di queste parti in quelle porzioni che può, e le chiama Sezioni19. Dicendo poi che della parte meridionale la prima sezione è l’India, e la seconda l’Ariana, le quali si possono amendue circoscrivere facilmente, potè non solo determinarne la lunghezza e la larghezza, ma descriverne anche quasi geometricamente la figura20. L’India, al parer suo [p. 164 modifica]suo, è romboidale, perchè de’ suoi lati alcuni sono cinti dal mar australe ed orientale colla spiaggia non molto sinuosa, e gli altri son circondati l’uno dal monte, l’altro dal fiume; conservando anche in queste parti la figura quasi rettilinea. Rispetto all’Ariana ben vede ch’essa ha tre lati acconci a formare la figura del parallelogramma, ma non saprebbe determinare il fianco occidentale per essere da quella parte le nazioni frammiste. Tuttavolta lo segna con una linea che dalle Porte caspie va a finire alle estremità della Carmania21, le quali sono contigue col golfo Persico. Egli pertanto chiama occidentale cotesto lato, ed orientale quello che si distende lungo l’Indo. Non dice peraltro che siano paralleli; e nè anche gli altri due, cioè quelli segnati dal monte e dal mare; ma dice soltanto che l’uno è settentrionale e l’altro meridionale.

Così egli indica d’un modo imperfetto la seconda Sezione; ma ci presenta poi molto più imperfettamente la terza per parecchie cagioni. La prima è quella che già dicemmo, cioè il non essere chiaramente determinata la linea dalle Porte caspie alla Carmania, la quale è comune alla terza Sezione ed alla seconda. Poscia, che nel lato meridionale viene a incontrarsi il golfo Persico, siccome dice Eratostene stesso; laonde fu necessitato di considerare la linea che parte da Babilonia come una linea retta che, attraversando Susa e Persepoli, andasse fino ai monti della Carmania e della Perside,

[p. 165 modifica]e sulla quale potesse trovarsi una strada misurata di poco più che nove mila stadii22 nella sua intierezza. Questo egli chiama lato meridionale, ma non lo dice punto parallelo al settentrionale.

Egli è poi manifesto che l’Eufrate, col quale Eratostene descrive il lato occidentale, non somiglia punto ad una linea retta: ma uscendo dalle montagne23 scorre verso mezzogiorno, quindi dà volta verso l’oriente, poi di nuovo si converte al mezzogiorno, fino a che sbocca nel mare: ed Eratostene stesso dichiara che il corso del fiume non è diritto, dicendo che la figura della Mesopotamia, formata dal concorso del Tigri e dell’Eufrate, somiglia ad una nave da trasporto24. E finalmente da Tapsaco fino all’Armenia non è tutto misurato il fianco occidentale, costituito dall’Eufrate; ma dice Eratostene stesso di non poterlo determinare, perchè non fu mai misurata quella parte ch’è verso l’Armenia ed i monti settentrionali. Per tutte le quali cagioni poi Eratostene confessa ch’egli descrive all’ingrosso la terza Sezione; poichè anche le distanze da lui assegnate le raccoglie da parecchi itinerarii, alcuni dei quali dice egli stesso che sono anonimi.

Pare adunque che Ipparco abbia il torto allorchè contraddice geometricamente all’imperfetta descrizione di Eratostene; dove sarebbe stato più ragionevole il [p. 166 modifica]saper grado a coloro che in qualche modo ci hanno data contezza della natura di que’ paesi: ma quando poi cava le sue geometriche obbiezioni non tanto da quello che Eratostene dice, quanto dalle invenzioni sue proprie, allora fa ancor più manifesto il suo desiderio di censurare.

Eratostene adunque descrivendo, come abbiamo veduto, sommariamente questa terza Sezione, dice che dalle Porte caspie all’Eufrate v’hanno dieci mila stadii. Dividendo poi questo spazio in parti secondochè lo trovò misurato, fassi di nuovo dall’Eufrate e dal luogo in cui si passa quel fiume in vicinanza di Tapsaco; e di quivi al sito in cui Alessandro passò il Tigri conta duemila e quattrocento stadii. Da questo punto poi misurando fino alle Porte caspie i luoghi che vengono appresso, attraversando Gaugamele, il Lico, Arbella ed Ecbatana, ove Dario ricoverò fuggendo da Gaugamele, compiesi il numero di diecimila stadii, non ve n’essendo se non trecento di più. Di questa maniera Eratostene misura il lato settentrionale, senza giudicarlo però parallelo ai monti, nè alla linea che partendosi dalle Colonne attraversa Atene e Rodi: perocchè Tapsaco è molto distante dai monti, e nondimeno s’incontrano il monte e la strada che va da Tapsaco alle Porte caspie25. Tali sono i [p. 167 modifica]limiti da Eratostene assegnati al fianco settentrionale della terza Sezione.

Avendo così descritto il lato settentrionale, dice, «Che non è possibile determinare il meridionale lungo il mare, perchè vi s’incontra il golfo Persico; ma che da Babilonia passando per Susa e Persepoli, e pei monti della Perside e della Carmania v’hanno nove mila e duecento stadii». – E questo lato egli lo chiama meridionale, non affermando però che sia parallelo al settentrionale. La differenza poi di lunghezza fra il lato settentrionale e quello di mezzogiorno dice che avviene perchè l’Eufrate, dopo essere corso sino ad un certo punto verso le parti meridionali, s’inclina molto all’oriente.

Degli altri due lati Eratostene descrive primamente l’occidentale: ma quale esso poi sia, se uno solo o due, non è per anco deciso. Egli dice pertanto «che dal passaggio di Tapsaco andando lungo l’Eufrate sino a Babilonia v’ha quattro mila e ottocento stadii; di quivi poi sino alle foci dell’Eufrate ed alla città di Teredone tremila. Che in quanto a’ luoghi da Tapsaco verso settentrione fu misurato fino alle Porte armene26, e son circa mille e cento stadii; ma non ancora si misurò lo spazio ove sono i Gortinesi e gli Armeni, il perchè poi egli omette di favellarne». – Del lato che accenna [p. 168 modifica]all’oriente afferma «che quella parte la quale va attraverso la Persia dall’Eritreo alla Media ed ai paesi settentrionali par che non sia minore di otto mila stadii, e che, qualora comprendansi certi promontorii, si allunga fino a più di nove mila. Quello poi che rimane per giungere alle Porte caspie attraversando la Paratacena e la Media è di circa tre mila». - Aggiunge inoltre «che il Tigri e l’Eufrate discorrendo dall’Armenia verso le parti meridionali, dopo essersi lasciate addietro le montagne de’ Gortinesi, e dopo avere formato un gran cerchio abbracciando quell’ampia regione che dicesi Mesopotamia, danno volta e dirigonsi verso il levante d’inverno ed il mezzogiorno, principalmente l’Eufrate; il quale avvicinandosi sempre al Tigri, lambe il baluardo di Semiramide, e s’accosta al borgo detto Opi quanto è lo spazio di duecento stadii; poi attraversa Babilonia e cade nel golfo Persico. E di qui (dice) risulta la figura della Babilonia e della Mesopotamia somigliante ad una nave da trasporto». - Così dice Eratostene: e certo anche nel descrivere questa terza Sezione egli commette alcuni errori che noi verremo considerando; ma non però tutti quelli che Ipparco gli attribuisce. Esaminiamo pertanto quello che costui dice.

Ipparco volendo confermare ciò che ha detto fin dal principio, cioè che l’India non debbasi porre fra’ luoghi più meridionali, come Eratostene propone, dice che questo si fa al tutto evidente per quelle ragioni medesime che lo stesso Eratostene reca in mezzo27. [p. - modifica] [p. 171 modifica]«Secondo Eratostene il lato settentrionale della terza Sezione è determinato da una linea di dieci mila stadii che va dalle Porte caspie sino all’Eufrate. Il lato meridionale, da Babilonia ai confini della Carmania è di poco più che nove mila stadii. Quello che guarda ad occidente, partendo da Tapsaco e seguitando l’Eufrate fino a Babilonia fa quattromila e ottocento stadii, e d’ivi innanzi fin dove sbocca quel fiume se ne contan tre mila: le regioni poi che da Tapsaco si distendono al nord, in parte son misurate per lo spazio di mille e cento stadii, e il rimanente no. Poichè dunque, dice, il fianco settentrionale della terza Sezione è di dieci mila stadii all’incirca, e la linea retta parallela ad esso da Babilonia fino al lato orientale fu computata poco meno che nove mila; perciò è manifesto che Babilonia non debb’esser più orientale del luogo in cui si passa l’Eufrate vicino a Tapsaco, se non se di mille stadii o poco più».

A ciò rispondiamo, che questo potrebbe esser vero qualora le Porte caspie e i confini della Carmania e della Perside fossero esattamente sotto lo stesso meridiano, dal quale poi le linee che vanno verso Babilonia e Tapsaco si partissero ad angoli retti: perocchè in questo caso la linea condotta dalle frontiere comuni della Carmania e della Perside sino a Babilonia, e [p. 172 modifica]prolungata di quivi fino al meridiano di Tapsaco, parrebbe al senso uguale o quasi uguale a quella che fosse condotta dalle Porte caspie a Tapsaco; e Babilonia sarebbe di tanto più orientale che Tapsaco, di quanto la linea che va dalle Porte caspie a questa città supera quella che dai confini della Carmania si stende a Babilonia stessa. Ma Eratostene non disse nè che quella linea la quale segue il lato occidentale dell’Ariana sia nella direzione del meridiano, nè che quella condotta dalle Porte caspie a Tapsaco formi un angolo retto col meridiano delle Porte caspie; ma piuttosto, al suo dire, quest’angolo sarebbe formato da quella che si tirasse lungo le montagne (del Tauro) con cui la linea che andasse dalle Porte caspie a Tapsaco formerebbe un angolo acuto. Nè dice che la linea condotta dalla Carmania a Babilonia sia parallela a quella che dalle Porte predette va a Tapsaco: oltre che, quando bene queste due linee fossero parallele, ma la prima di esse però non formasse un angolo retto col meridiano delle Porte caspie, questo non gioverebbe punto di più alla conclusione dell’argomento. Ma nondimeno Ipparco pigliando questa opinione siccome cosa già dimostrata, e tenendo che Babilonia sia, secondo Eratostene, più orientale di Tapsaco lo spazio di mille stadii, si finge poi da sè stesso un altro argomento, di cui si vale appresso, e dice: Che qualora alcuno immagini una linea retta tirata da Tapsaco verso le parti meridionali, ed una perpendicolare che da Babilonia vada a finire sopra questo meridiano, ne risulterà un triangolo rettangolo, formato di un lato che si stenderebbe [p. 173 modifica]da Tapsaco fino a Babilonia, della perpendicolare che andrebbe da Babilonia fino sul meridiano di Tapsaco, e di questo meridiano medesimo. In questo triangolo l’ipotenusa28 sarà la linea che va da Tapsaco a Babilonia, la quale egli fa di quattromila e ottocento stadii. La perpendicolare da Babilonia al meridiano di Tapsaco si stende poi poco più di mille, cioè per quanto la linea che va dalle Porte caspie a Tapsaco supera quella tirata dalla frontiera comune della Perside e della Carmania fino a Babilonia: e da questi due lati argomenta anche la lunghezza dell’altro molto maggiore della perpendicolare già detta. A questa lunghezza egli aggiunge anche quella che va da Tapsaco verso il settentrione fino ai monti d’Armenia, di cui una parte ha misurato Eratostene, ed era di mille e cento stadii, e nel restante la lasciò senza misurarla; ma Ipparco è di parere che sia almeno di mille stadii, sicchè le due parti insieme congiunte si stenderebbero a duemila e cento. Qualora dunque si aggiungano questi duemila e cento stadii alla lunghezza del lato su cui va a cadere la perpendicolare tirata da Babilonia, Ipparco stima che l’intervallo da questa linea, la quale è poi anche il parallelo di Babilonia, al parallelo dei monti armeni e d’Atene sia di due mila e quattrocento stadii. Dimostra poscia che la [p. 174 modifica]distanza del parallelo di Atene a quello che passa per Babilonia non è minore di duemila e quattrocento stadii, qualora si ammetta per tutto il meridiano quel numero di stadii ch’Eratostene dice. Ma se così è, i monti armeni e quelli del Tauro non potranno essere sotto il parallelo di Atene come vuole Eratostene, ma secondo i suoi calcoli stessi saranno più settentrionali per lo spazio di molte migliaia di stadii.

Ma oltre che Ipparco si vale di supposizioni già rifiutate per trarne il suo triangolo rettangolo, asserisce anche gratuitamente che l’ipotenusa di questo triangolo, cioè la retta che va da Tapsaco fino a Babilonia, sia di quattromila e ottocento stadii. E nel vero Eratostene dice che questa via costeggia l’Eufrate, e che la Mesopotamia col territorio babilonese è contenuta da un gran cerchio formato dall’Eufrate e dal Tigri, in modo però che la maggior parte della circonferenza è segnata dall’Eufrate. Il perchè la linea retta da Tapsaco a Babilonia non potrebb’essere29 lungo l’Eufrate, nè di quattromila e ottocento stadii, e nemmanco di una lunghezza che a questa si avvicinasse. Laonde il ragionamento d’Ipparco rimane abbattuto.

E già si è detto, che due linee le quali fossero condotte dalle Porte caspie, l’una a Tapsaco e l’altra ai monti d’Armenia (situati rimpetto a Tapsaco stessa, e per giudizio anche d’Ipparco, distanti da quella città [p. 175 modifica]almeno duemila e cento stadii) non potrebbon essere parallele nè fra loro, nè a quella che passa per Babilonia, e che fu chiamata da Eratostene fianco meridionale della terza Sezione. Egli adunque non potendo asserir l’estensione della strada che va lungo i monti, sostituisce invece quella da Tapsaco alle Porte caspie, aggiungendo peraltro che sono solo a un di presso conformi: oltre che volendo egli indicare lo spazio ch’è dall’Ariana sino all’Eufrate, non era gran fatto diverso il misurar l’una piuttosto che l’altra: ma chi gli appone di aver detto che sono parallele, si mostra deliberato a volerlo assolutamente accusare di puerile ignoranza. Queste cose pertanto si voglion lasciare in disparte, come da nulla. Ecco poi quello di che Eratostene si potrebbe accusare.

La divisione in membri differisce dalla divisione in parti (perchè quella in membri abbraccia sotto questo nome tanti spazii che abbiano il loro naturale contorno, ed una configurazione indicata dai punti stessi che servono a congiungerli; d’onde poi il poeta disse: a membro a membro; ma nella divisione per parti non ha luogo questa circostanza), e noi ci serviamo dell’una o dell’altra secondochè dalla considerazione del tempo o del fine ci pare il meglio. Certo è che nelle cose geografiche tornano opportune le divisioni in parti, che considerano i luoghi per singolo; ma pur dobbiamo imitare le divisioni in membri piuttosto che quelle fatte ad arbitrio. Perocchè solo di questo modo è possibile pigliare i punti determinati e le circoscrizioni, delle quali il geografo ha bisogno. Si circoscrivono poi bene i paesi quando si possano usare o fiumi o monti [p. 176 modifica]o alcun mare, ovvero il nome, sia di una nazione sola, sia di nazioni diverse che li abitino, con una grandezza e figura determinata. Sempre però in luogo di una geometrica precisione basterà una indicazione in modo semplice e sommario. Così per indicare la grandezza di un paese basta indicarne la lunghezza e larghezza maggiore: come allorchè parlando della Terra abitata diciamo ch’essa ha settanta mila stadii di lunghezza, e meno della metà in larghezza. E per indicar la figura ci basterà paragonarla a qualcuna delle figure geometriche, per esempio la Sicilia ad un triangolo; od a qualch’altra figura conosciuta, come a dire l’Iberia alla pelle di un bue, il Peloponneso alla foglia di un platano. Quanto maggiore poi è lo spazio diviso, tanto più sono opportune le divisioni, per così dire, all’ingrosso. Quindi la Terra abitata, per mezzo del monte Tauro e del mare Mediterraneo, fu da Eratostene acconciamente divisa in due parti, l’una settentrionale e l’altra meridionale. E bene ha circoscritta anche l’India valendosi di un monte, di un fiume, di un mare, poi del nome unico ch’essa porta, siccome nazione composta di una gente sola; ed a ragione la disse quadrilatera e romboidale. Ma l’Ariana riceve men facilmente una buona circoscrizione per essere il suo fianco occidentale confuso30. È circoscritta dai tre altri lati che sono rettilinei, e dal nome, ch’è di una sola nazione. La terza Sezione poi fu lasciata senza [p. 177 modifica]circoscriverla punto, e senza limiti: perocchè essa ha un lato comune e confuso coll’Ariana: il fianco meridionale fu preso negligentissimamente, siccome quello che non limita la detta Sezione, ma le passa pel mezzo, e lasciandone molte parti verso il mezzogiorno non ne descrive la maggiore lunghezza, perchè il fianco settentrionale è molto più lungo. E nemmanco l’Eufrate costituisce il fianco occidentale di questa terza Sezione; nè ciò farebbe quando bene scorresse per una linea retta. E nel vero non trovandosi i suoi punti estremi sotto uno stesso meridiano, perchè mai dovrebbe formare il lato occidentale, piuttostochè quello di mezzogiorno? Ed anche senza di ciò, è sì piccola cosa quanto rimane dall’Eufrate al mar di Cilicia e di Siria, che non par ragionevole il non allargare la terza Sezione anche a que’ due paesi, mentre e Semiramide e Nino ch’ivi regnarono soglion essere denominati Sirii; e quella fondò la città e la reggia di Babilonia, questi la metropoli della Siria; ed una stessa favella è rimasta fino ai dì nostri alle genti che sono al di qua e al di là dell’Eufrate. Lo smembrare pertanto con siffatta divisione una gente sì celebre, ed assegnarne alcune parti a nazioni straniere non è cosa che punto convenga. Nè Eratostene dirà che a questo lo costringesse la soverchia grandezza ch’avrebbe avuta la terza Sezione; perocchè ciò che va sino al mare non potrebbe mai pareggiarsi all’India, e nè anche all’Ariana ciò che si stende sino ai confini dell’Arabia felice e dell’Egitto. Il perchè sarebbe stato assai meglio allargare più oltre i confini di questa Sezione, come noi abbiam detto, con aggiungervi [p. 178 modifica]ciò che rimane fin al mare di Siria. Il lato meridionale non sarebbe più quale lo dice Eratostene, nè in linea retta; ma cominciandosi dalla Carmania piegherebbesi subito alla spiaggia destra marittima: perocchè chi navighi nel golfo Persico sino alla foce dell’Eufrate, e di quivi raggiunga i confini della Mesene31 e della Babilonia (la quale è il principio dell’istmo che divide l’Arabia felice dal resto del continente); poi, attraversando quell’istmo si spinga fino all’estremo punto del golfo Arabico, a Pelusio ed alla Bocca canopica del Nilo, costui avrà percorso il lato meridionale. L’occidentale poi sarebbe la spiaggia marittima dalla Bocca canopica fino alla Cilicia.

La quarta Sezione sarebbe composta dell’Arabia felice, del golfo Arabico, di tutto l’Egitto e dell’Etiopia. La sua lunghezza determinerebbesi da due paralleli, l’uno dei quali è segnato a traverso del punto più occidentale; e la larghezza sarebbe lo spazio situato fra due altri paralleli, uno nel punto più settentrionale, l’altro in quello più meridionale: perocchè trattandosi di figure irregolari, delle quali non è possibile divisare coi lati la larghezza e la lunghezza, bisogna determinarne di questo modo l’estensione.

In generale poi è da considerare, che la lunghezza e la larghezza non si pigliano nel medesimo senso rispetto al tutto e rispetto alle parti. Nel tutto chiamasi [p. 179 modifica]lunghezza la maggiore distanza, e larghezza la minore: ma nelle parti, la loro lunghezza è lo spazio parallelo a quella del tutto, quand’anche la larghezza comprendesse una maggiore estensione. Laonde, poichè la lunghezza di tutta la terra abitata si piglia dall’oriente all’occidente, e la larghezza invece dal settentrione al mezzogiorno; e la prima descrivesi sopra una linea parallela all’equatore, e la seconda va nella direzione del meridiano: perciò bisogna che anche rispetto alle parti la lunghezza e la larghezza si piglino parallele a quelle del tutto. Di questa maniera si può meglio determinare primamente la grandezza della Terra abitata, poi anche la disposizione e la figura delle sue parti; e con questo confronto apparisce dov’esse o sono superiori, o rimangono superate dalle altre.

Ma Eratostene determina la lunghezza della Terra abitata sopra una linea che passa per le Colonne, per le Porte caspie e pel Caucaso, supponendola retta; poi quella della terza Sezione sopra una linea condotta dalle Porte caspie a Tapsaco; e quella della quarta sopra un’altra linea che attraversa le Porte caspie e la città degli eroi32 fino allo spazio compreso fra le bocche del Nilo, e va necessariamente a finire nei luoghi vicini a Canopo33 e ad Alessandria; perocchè quivi è l’ultima bocca denominata Canopica od [p. 180 modifica]Eracleotica34. Ma o ch’egli supponga queste lunghezze sopra una sola linea retta, o ch’egli creda che facciano un angolo a Tapsaco, è però manifesto da quello ch’egli medesimo dice, che nè l’una nè l’altra di esse è parallela alla lunghezza della Terra abitata sopra una linea retta che attraversa il Tauro, il Mediterraneo fino alle Colonne, il Caucaso, Rodi ed Atene. Dice poi che da Rodi ad Alessandria, seguitando il meridiano onde sono attraversate amendue35, v’ha poco meno di quattro mila stadii. Quindi anche il parallelo di Rodi e quello di Alessandria sarebbero a questa distanza fra loro. Ma il parallelo di Eroopoli od è questo medesimo, od è poco più di questo meridionale: sicchè poi la linea che va a cadere sopra questo parallelo e sopra quello di Rodi e delle Porte caspie, senza distinzione s’ella sia diritta o no, non potrebbe mai essere parallela a nessuna di queste due. Qui dunque le lunghezze non sono bene determinate; e questo dee dirsi anche delle parti settentrionali. Ma tornando primamente ad Ipparco, vediamo quello ch’egli viene dicendo.

Apponendo sempre ad Eratostene sentenze fantasticate a suo grado, prosegue a confutare con geometrico rigore ciò ch’egli pone per modo di dire. Sostiene quindi affermarsi da Eratostene «che la distanza da Babilonia alle [p. 181 modifica]Porte caspie sia di seimila e settecento stadii; e da Babilonia ai confini della Carmania e della Perside di più che nove mila, pigliando questa distanza sopra una linea retta condotta verso il levante equinoziale, la qual linea poi è perpendicolare rispetto al fianco che la seconda e la terza Sezione hanno a comune. Così secondo Eratostene risulta un triangolo rettangolo, coll’angolo retto verso i confini della Carmania, e coll’ipotenusa minore di uno dei lati che sono intorno al detto angolo. Il perchè (dice Ipparco) bisognerebbe attribuire la Perside alla seconda Sezione.»

Contro tutto ciò già fu detto che nè la linea tirata da Babilonia alla Carmania si piglia in vece di un parallelo, nè quella che disgiunge le Sezioni in vece di un meridiano: di modo che a nulla riesce ciò che dice Ipparco contro Eratostene. E nel vero, mentre Eratostene dice che dalle Porte caspie a Babilonia v’ha quel numero di stadii che già si è registrato (cioè seimila e settecento), dalle Porte caspie a Susa quattromila e novecento, e da Babilonia a Susa tremila e quattrocento; Ipparco partendosi da queste medesime ipotesi, afferma che le Porte caspie, Susa e Babilonia formano un triangolo con angolo ottuso, che quest’angolo ottuso cade sopra Susa, e che i lati sono della grandezza già detta. Quindi ragiona che, in conseguenza delle premesse ipotesi, la linea meridionale onde sono attraversate le Porte caspie taglierà il parallelo di Babilonia e di Susa in un punto quattromila e quattrocento stadii più occidentale che non è quello in cui lo taglia la linea retta condotta dalle stesse Porte [p. 182 modifica]caspie ai confini della Carmania e della Perside; e che quest’ultima linea, la quale fa col meridiano delle Porte caspie un mezzo angolo retto36, va fra il mezzogiorno e il levante equinoziale: e siccome il corso dell’Indo è parallelo a codesta linea, perciò il fiume uscendo delle montagne dovrebbe dirigersi non verso il mezzogiorno, come afferma Eratostene, ma fra il mezzogiorno e il levante equinoziale, come fu descritto nelle carte antiche.»

Ma chi mai concederà che il triangolo predetto sia d’angoli ottusi, senza concedere poi che quello ond’è contenuto sia rettangolo? Chi mai concederà che la linea condotta da Babilonia a Susa sia una di quelle che circondano l’angolo ottuso, e seguiti la direzione di un parallelo, poi non vorrà assentire questa medesima circostanza anche rispetto a tutta la linea che va fino alla Carmania? Chi mai concederà che sia parallela all’Indo la linea tirata dalle Porte caspie ai confini della Carmania? eppure senza di ciò è vano il ragionamento d’Ipparco.

«Inoltre, soggiunge Ipparco, anche Eratostene ha detto che la figura dell’India è romboidale: e come il fianco orientale si spinge molto verso oriente (massime nell’estremo suo promontorio il quale riesce anche a mezzogiorno più che il restante di quella spiaggia), così debb’essere eziandio del fianco formato dall’Indo.» — [p. 183 modifica]Tutto ciò dice Ipparco come geometra, ma la sua censura peraltro non può persuadere37. E dopo essersi fatte da sè medesimo queste difficoltà, le scioglie dicendo: «Se l’errore di Eratostene risguardasse piccole distanze, si vorrebbe perdonare; ma cadendo manifestamente sopra migliaia di stadii non è comportabile, massime dicendo egli stesso che qualora la distanza è di quattro mila stadii, le variazioni riescono manifeste, siccome accade fra il parallelo di Atene e quello di Rodi».

Ma queste variazioni evidenti, prodotte dalla differenza delle latitudini38, non sono tutte d’un modo, e perchè ci riescano realmente evidenti hanno d’uopo di una distanza talvolta maggiore, talvolta minore, secondo la natura dei climi; maggiore quando noi per giudicare della latitudine dobbiamo prestar fede all’occhio, alle produzioni del suolo, alla temperatura dell’aria; minore quando possiamo valerci di stromenti gnomonici o diottrici. Certo chi traccerà col sussidio del gnomone il parallelo di Atene o quello di Rodi e della Caria, probabilmente potrà sentire la differenza che nasce da una distanza di quattro cento stadii: ma quando un geografo per segnare in una larghezza di tre mila stadii una linea dall’occidente al levante [p. 184 modifica]equinoziale, si serve di una catena di monti larga quaranta mila stadii e di un mare che si distende per ben trenta mila; poi volendo indicare la situazione delle varie parti della Terra abitata rispetto a questa linea, dà alle une il nome di meridionali, alle altre quello di settentrionali, e finalmente compone di varii paesi ciò ch’egli chiama Sezioni: allora si vuole considerare quale significato egli dia a’ suoi termini, e con quale intendimento egli dica che la cotal parte di una Sezione ne costituisce il lato settentrionale, e la cotal’altra il lato di mezzodì, o quel d’occidente o l’orientale. E s’egli negligenta di evitare i grandi errori, ne renda conto: ma se la sua negligenza è solo intorno a cose di lieve momento, non v’ha cagione di confutarlo. Or qui in nessun modo potrebbe alcuno confutare Eratostene: perocchè nessuno potrebbe dare una geometrica dimostrazione di luoghi situati in tanta distanza l’uno dall’altro: nè Ipparco, dov’egli imprende a farla da geometra, si vale giammai di principj ricevuti, ma di proposizioni immaginate da lui a suo capriccio.

In miglior modo ragiona39 poi Ipparco della quarta Sezione; ma continua nondimeno a far manifesta la sua inclinazione al criticare, e la sua tenacità delle ipotesi già premesse o di altre a quelle somiglianti. Ipparco rimprovera a buon diritto Eratostene per avere detto [p. 185 modifica]che la linea condotta da Tapsaco all’Egitto costituisce la lunghezza di questa quarta Sezione; il che torna lo stesso come a dire che la diagonale di un parallelogrammo corrisponde alla sua lunghezza. Perocchè non istanno sotto un medesimo parallelo Tapsaco e la spiaggia marittima dell’Egitto, ma sibbene sotto paralleli molto distanti fra loro; fra’ quali riesce obliqua e quasi diagonale la linea condotta da Tapsaco all’Egitto. Ma non è poi ragionevole che Ipparco si maravigli dell’avere Eratostene osato affermare, che da Pelusio a Tapsaco v’ha sei mila stadii, mentre ve n’ha più che otto mila. Perocchè dopo aver dimostrato come il parallelo di Pelusio è più meridionale che quello di Babilonia quanto è lo spazio di duemila e cinquecento stadii, e supponendo che nell’opinione di Eratostene il parallelo di Tapsaco sia ben quattromila e ottocento stadii più settentrionale che quello di Babilonia, ne risultano più che otto mila40. Ma come mai, io domando, può dimostrarsi che secondo Eratostene la distanza del parallelo [p. 186 modifica]di Babilonia da quello di Tapsaco sia di quattromila e ottocento stadii? Ben dice Eratostene che tanto v’ha da Tapsaco a Babilonia, ma che altrettanto poi vi avesse fra i paralleli dell’una e dell’altra città non lo disse. Perocchè egli non sostiene che Tapsaco e Babilonia siano sotto un medesimo parallelo; ma invece Ipparco stesso dimostra che, secondo Eratostene, Babilonia è più orientale di Tapsaco lo spazio di oltre due mila stadii. E noi abbiam già riferite le espressioni proprie di Eratostene, nelle quali asserisce che il Tigri e l’Eufrate circondano la Mesopotamia e la Babilonia, in modo però che la maggior parte della periferia è formata dall’Eufrate: perocchè dal settentrione scorre al mezzogiorno, poi si converte all’oriente, poscia di nuovo al mezzogiorno. Ora la via ch’ei fa da settentrione a mezzogiorno è una specie di meridiano; ma quel suo convertirsi alle parti orientali ed alla Babilonia è una deviazione dal meridiano, la quale non è poi in linea retta a motivo di quella periferia a cui già si è detto ch’esso principalmente contribuisce.

Disse poi ch’è di quattromila e ottocento stadii la via da Tapsaco a Babilonia lungo l’Eufrate; e questo egli soggiunge per indizio che non si debba pigliar quella via nè come una retta, nè come misura della distanza fra i due paralleli. Quando poi questo non sia consentito, diviene insussistente anche il credere di poter dimostrare come una conseguenza, che costituendo un triangolo rettangolo fra Pelusio, Tapsaco e il punto in cui si tagliano il parallelo di Tapsaco e il meridiano [p. 187 modifica]di Pelusio41, uno dei lati intorno all’angolo retto, e propriamente quello nella direzione del meridiano sarebbe maggiore di quello che stendesi opposto all’angolo retto (l’ipotenusa) da Tapsaco a Pelusio. Così riesce insussistente anche quello che Ipparco soggiunge, dedotto da una proposizione non ricevuta: perocchè non si ha per vero che la distanza dal meridiano di Babilonia a quello delle Porte caspie sia di quattromila e ottocento stadii42: e già fu dimostrato da noi come Ipparco ponga questa misura deducendola da principii ch’Eratostene non approva. Ma per dimostrare che non sussiste ciò che Eratostene insegna, Ipparco suppone che da Babilonia alla linea condotta (come Eratostene dice) dalle Porte caspie ai confini della Carmania v’abbiano più di nove mila stadii43. Ora questo non dovevasi dire contro Eratostene, ma sibbene così44: Quando si vogliono determinare [p. 188 modifica](comunque in modo generale) grandezze e figure, bisogna proporsi una norma; la quale poi qualche volta più, qualche volta meno si debbe osservare. Ora, dopo aver detto che l’ampiezza di quelle montagne che si distendono verso il levante equinoziale è di tre mila stadii, e così anche quella del mare fino alle Colonne d’Ercole, Eratostene vorrebbe considerare come una linea sola diverse linee condotte nella larghezza di questo spazio; ma questo potrebb’essergli assentito qualora si trattasse delle linee parallele a questo spazio medesimo, piuttostochè rispetto a quelle ond’esso è intersecato; e fra quest’ultime, rispetto a quelle che lo tagliano dentro, piuttosto che a quelle ond’è tagliato al di fuori; rispetto a quelle che per la loro brevità non escono dello spazio, piuttostochè a quelle altre le quali n’escono; insomma rispetto a linee di qualche estensione, piuttostochè quando si tratti di linee assai brevi; perchè allora più facilmente rimane nascosta la disuguaglianza delle lunghezze e la dissimilitudine delle figure.

Qualora, per cagione di esempio, nel determinare [p. 189 modifica]l’ampiezza di tutto il Tauro e del mare fino alle Colonne si pongano tre mila stadii, può intendersi ancora che il luogo sia un parallelogrammo, il quale comprenda dentro di sè tutto quel monte e tutto il mare già detto: ma quando se ne divida la lunghezza in più parallelogrammi, e si pigli prima la diagonale di tutto lo spazio, poi delle varie sue parti45, non v’ha dubbio che la diagonale di tutto il parallelogrammo potrà stimarsi parallela ed uguale al lato della lunghezza, più comportabilmente che la diagonale dei parallelogrammi minori. E quanto più saran piccoli i parallelogrammi presi dentro al tutto, tanto più questo si troverà vero. Perocchè l’obliquità della diagonale e la sua difformità dalla linea della lunghezza si scorgono meno nelle grandi figure; sicchè in queste non sarebbe vergogna il dire che la diagonale ne costituisce la lunghezza. Qualora poi tu inclini la diagonale per modo ch’essa vada a cadere fuor di amendue od almeno fuor d’uno dei lati, non ha più luogo quello che abbiamo detto46; e perciò io dissi che a disegnare grandezze e figure, comunque si faccia d’un modo generale, è necessario prestabilirsi una norma. Così qualora dalle Porte caspie si conduca da prima una linea che attraversi le montagne e che, seguitando sempre un medesimo parallelo, vada fino alle Colonne d’Ercole; poi se ne conduca una [p. 190 modifica]seconda la quale incontanente declini dalle montagne fin sopra Tapsaco; e finalmente una terza tanto estesa che da Tapsaco arrivi declinando fino all’Egitto: se all’ultimo si assumesse la lunghezza di queste due linee prese insieme come misura della lunghezza di questa porzione della Terra abitata, sarebbe lo stesso come misurare colla diagonale la lunghezza di uno di quei parallelogrammi particolari che abbiamo accennati poc’anzi47. Qualora poi questa linea non fosse diagonale, ma rotta, tanto più errerebbe chi se ne valesse al fine predetto; e rotta appunto è la linea condotta delle Porte caspie per Tapsaco insino al Nilo.

Questo è ciò che può dirsi contro Eratostene. Contro Ipparco poi può dirsi anche questo, che, dopo avere esposta la censura delle cose dette da Eratostene, avrebbe dovuto proporre anche qualche rettificazione degli [p. 191 modifica]errori di lui, come noi facciamo: ma egli invece, se punto a questo pensò, comanda che ci dobbiam riportare alle carte antiche, le quali assai più che quella di Eratostene hanno bisogno di essere rettificate.

L’argomento poi che Ipparco soggiunge ha lo stesso difetto: perocchè piglia per fondamento una proposizione dedotta da dati non consentiti e da noi già riprovata, cioè che non ecceda la misura di mille stadii quello spazio onde Babilonia è più orientale di Tapsaco. Perocchè quando bene dai calcoli di Eratostene risultasse che Babilonia fosse per duemila e quattrocento stadii più orientale di Tapsaco (giacchè la via più breve da Tapsaco al luogo dove Alessandro passò il Tigri è di stadii duemila e quattrocento, e il Tigri e l’Eufrate dopo avere circondata la Mesopotamia discorrono verso l’oriente, poscia ritorconsi a mezzogiorno, avvicinandosi l’uno all’altro e tutti e due a Babilonia) non per questo vi sarebbe punto di assurdità nel suo ragionamento.

Così va errato Ipparco anche nel raziocinio che soggiunge subito dopo: nel quale vorrebbe provare che la strada da Tapsaco alle Porte caspie, a cui Eratostene assegnò dieci mila stadii, viene da lui annunciata siccome diritta, comunque non l’abbia poi misurata sopra una linea retta, perchè questa è molto più breve. Il modo con cui Ipparco ragiona è il seguente. Dice «che anche secondo Eratostene è uno stesso meridiano quello che passa per la bocca Canopica e quello delle Cianee, ed è distante da quello di Tapsaco seimila e trecento stadii: e le Cianee sono distanti seimila e seicento stadii [p. 192 modifica]da quel monte Caspio ch’è presso alla gola48 che mette dalla Colchide al mar Caspio; sicchè, tolti tre cento stadii, la distanza del meridiano delle Cianee a quello di Tapsaco, od a quello del monte Caspio è la stessa; e in qualche modo si trovano sotto uno stesso meridiano Tapsaco e il monte predetto49. In conseguenza di ciò le Porte caspie debbono essere ugualmente distanti e da Tapsaco e dal monte Caspio predetto; non però a dieci mila stadii da entrambi cotesti luoghi, come Eratostene afferma di Tapsaco, bensì ad una distanza molto minore. Il perchè poi in linea retta la distanza da Tapsaco alle Porte caspie è molto minore di dieci mila stadii; i quali non possono contarsi se non misurandoli sopra una linea obliqua.» – Ma contro Ipparco noi diciamo: Che Eratostene parla di linea retta all’ingrosso, come è proprio della geografia, e così anche del meridiano e delle linee condotte verso il levante meridionale50; ma Ipparco esamina con rigor geometrico tutto ciò ch’egli dice, come se si trattasse di linee determinate ad una ad una con matematici istromenti: mentre poi Ipparco stesso nello stabilire le perpendicolari e le parallele non ha [p. 193 modifica]osservata sempre la geometrica esattezza, ma si valse parecchie volte della semplice congettura. Questo dunque è uno degli errori d’Ipparco. Un secondo si è, ch’egli non conserva le distanze stabilite da Eratostene, nè sopra quelle poi fonda le sue confutazioni; ma se le finge da sè a suo grado. Però innanzi tutto, dicendo Eratostene che dall’imboccatura del Bosforo Tracio sino al Fasi v’hanno otto mila stadii, poi dal Fasi alle Dioscurie sei cento, e da queste al Caspio il viaggio di cinque giorni (il quale secondo lo stesso Ipparco ci congettura che corrisponda a mille stadii), la somma totale da Eratostene assegnata è di novemila e seicento stadii. Ma Ipparco ne sottrae una parte e dice: «Dalle Cianee al Fasi v’ha cinquemila e seicento stadii, e di quivi al Caspio altri mille»: sicchè non è già secondo Eratostene che il Caspio e Tapsaco si troverebbero sotto uno stesso meridiano, ma piuttosto secondo Ipparco. Ma sia pur questa l’opinione anche di Eratostene: come mai ne potrebbe peraltro conseguitare che la distanza dal Caspio alle Porte caspie, e da Tapsaco a questo medesimo punto, siano eguali51?

Nel secondo libro Ipparco, dopo avere ripigliato il discorso intorno alle montagne del Tauro, delle quali noi abbiamo già bastevolmente parlato, trapassa alle parti settentrionali della Terra abitata: poi espone le cose dette da Eratostene intorno ai luoghi vicini al [p. 194 modifica]Ponto52: cioè, che il settentrione presenta tre grandi promontorii; uno dei quali è quello su cui sta il Peloponneso; l’altro è l’Italico; il terzo è il Ligustico53; e tutti e tre insieme abbracciano il golfo Adriatico ed il Tirreno. Ipparco poi dopo avere così in generale esposto ciò che dice Eratostene, fa prova di censurarle tutte ad una ad una, ma sempre con argomenti desunti dalla geometria piuttosto che dalla geografia. Ma vi sono cotanti errori nella moltitudine delle cose dette da Eratostene e da Timostene (lo scrittore dei Porti, cui Eratostene loda sopra gli altri, sebbene contraddica poi a sè stesso perchè si allontana molte volte dalle opinioni di lui) ch’io non credo opportuno l’intrattenermi a confutare nè que’ due scrittori sì traviati dal vero, nè Ipparco. Il quale in parte ha omesso parecchi errori di Eratostene e di Timostene, altri non ha rettificati, e solo li censurò come asserzioni false e contraddicenti.

Potrebbe forse qualcuno censurare Eratostene perchè dice che tre sono i promontorii dell’Europa, e pone fra questi quello del Peloponneso, mentr’esso invece si compone di parecchie parti. Perocchè anche il Sunio54 [p. 195 modifica]si spinge in mare al pari della Laconia, ed è poco meno meridionale del capo Maleo55, e fa un seno non dispregevole56. Così anche il Chersoneso di Tracia57 abbraccia insieme col Sunio il golfo Melas, e gli altri golfi di Macedonia che vengono appresso. Ma volendo anche passare sotto silenzio cotesto errore, le distanze determinate quasi tutte con manifesta inesattezza accusano un’eccessiva ignoranza dei luoghi, la quale non ha bisogno di geometriche dimostrazioni, ma è manifesta e attestata dalle cose stesse. Come a dire che mentre il transito da Epidamno58 al golfo Termaico è di più che due mila stadii, egli lo fa di soli seicento: così da Alessandria a Cartagine contò più che tredici mila stadii59 mentre non ve n’ha più che nove mila; giacchè, secondo Eratostene stesso, Caria e Rodi sono sotto un medesimo parallelo con Alessandria, e lo stretto di Sicilia è sotto quel di Cartagine; e tutti poi s’accordano a dire che la navigazione dalla Caria allo Stretto non è di più che nove mila stadii. E senza [p. 196 modifica]dubbio, se si trattasse di paesi lontani potrebb’essere conceduto di considerare come un meridiano solo due meridiani che non fossero tra loro discosti se non quanto Cartagine è realmente più occidentale che lo stretto di Sicilia: ma qui Eratostene s’inganna manifestamente nello spazio di tre mila stadii60. Egli poi avendo posta sotto lo stesso meridiano di Cartagine anche Roma che n’è tanto più occidentale61, non lascia più nulla da aggiungere all’eccessiva sua ignoranza di que’ luoghi e degli altri che vengono appresso verso il ponente fino allo stretto. Ad Ipparco però il quale non tolse a scrivere una Geografia, ma solo ad esaminare le cose dette da Eratostene nel suo libro, conveniva fermarsi a censurarne ogni parte che di censura fosse capace; ma noi abbiamo creduto di doverne esaminare le opinioni soltanto in quelle parti dove Eratostene, comunque commetta parecchi errori, ha nondimeno detto il vero: e ne abbiamo riferite le parole sue proprie, talvolta per mostrarne gli errori, tal altra invece per difenderlo contro le censure d’Ipparco, al quale non abbiamo creduto di doverla perdonare, quando egli muove qualche censura fondata unicamente sul desiderio di criticare. Ma dove ci è sembrato ch’Eratostene a gran partito s’inganni, e che Ipparco giustamente ne lo [p. 197 modifica]riprenda, abbiam giudicato che a noi dovesse bastare, per rettificarne gli errori, lo esporre nella nostra Geografia le cose siccome esse sono realmente. Perocchè dove gli errori sono continui ed evidenti, gli è il meglio non far ricordanza di nessuno, se non forse di rado ed in generale; come noi ci proponiamo di fare nelle singole parti del nostro libro. Ed ora basti il dire che Timostene, Eratostene e quelli che precedettero anche a costoro ignorarono al tutto le cose d’Iberia e le celtiche, e molto più poi quelle di Germania e di Britannia, e le getiche62 e le bastarniche. Furono grandemente ignoranti anche delle cose spettanti all’Italia, all’Adria ed al Ponto Eussino, ed alle altre parti settentrionali che quivi tengono dietro. Ma forse anche questo potrebbe parer desiderio di censurare. Perocchè Eratostene dice che, rispetto ai paesi molto lontani, egli si vale delle distanze da altri assegnate, nè punto si cura di avvalorarle, ma le riferisce come le trova, con aggiungere qualche volta se la strada s’accosta o no alla linea retta. Quando pertanto trattasi di distanze che non si possono misurare se non per via di confronto, e rispetto alle quali non vanno d’accordo gli autori, non vuolsi assoggettare ad un rigoroso esame ciò ch’Eratostene dice, come fa Ipparco sia nei luoghi già citati, sia dove Eratostene pone la distanza fra l’Ircania e la Battriana, ed i luoghi [p. 198 modifica]situati più oltre, o quella ch’è dalla Colchide al mare Ircano. Perocchè non è ragionevole il giudicarlo con ugual rigore quando si tratta di luoghi siffatti e quando descrive paesi posti nel seno del nostro continente63: ed anche rispetto a questi, siccome dissi, sarebbe stato conveniente ch’egli ne avesse parlato come geografo, anzi che colle norme della geometria.

Ipparco adunque, dopo avere notato in sul fine del secondo libro delle Osservazioni scritte da lui intorno alla Geografia di Eratostene alcune cose risguardanti l’Etiopia, dice poi nel terzo, che la maggior parte delle sue considerazioni saranno matematiche, ma in qualche parte poi anche geografiche. Contuttociò mi pare che non le abbia poi fatte punto nè poco geografiche, ma sì piuttosto che sieno matematiche del tutto64; di che Eratostene stesso gli diede motivo. Perocchè di [p. 199 modifica]frequente esce a parlare di cose spettanti alla scienza piuttostochè alla storia ch’egli s’era proposta; e venuto a tal punto, reca in mezzo ragioni non accurate ma inconcludenti; e così egli in certo modo è matematico nelle cose di geografia, e geografo in quelle di matematica, dando sotto amendue gli aspetti ansa a coloro che vogliono contraddirlo. Però in questo (terzo) libro egli e Timostene soggiacciono a giuste censure; sicchè a noi non rimane da aggiungere verun’altra considerazione, ma ci debbono bastare quelle recate in mezzo da Ipparco.


  1. Visse sotto Seleuco Nicatore che lo fece governatore di Babilonia, e sotto Antioco figlio di quel monarca; e però più che 300 anni innanzi all’E. V.
  2. Siccome il parallelo di Tine, secondo Eratostene, era a 25,450 stadj dall’equatore, così levandone 15,000 (che sono la sua distanza dal parallelo dell’estremità dell’India) ne restano 10,450. Lo stesso Eratostene poi poneva l’altezza di Meroe a 11,700 stadj; sicchè anche secondo i suoi calcoli l’estremità meridionale dell’India doveva essere di 1250 stadj più verso mezzogiorno che Meroe. E perciò il ragionamento di Eratostene non è esatto. (G.)
  3. Samsoun, Sinoub.
  4. Σταθμῶν ἀναγραφὰς. La voce σταθμὸς presso i Greci significava il luogo di riposo, di fermata.
  5. Questi nomi che ho creduto di dover conservare nella originale loro forma significano tutti una qualità attribuita dai citati scrittori a queste favolose popolazioni. Enotochiti (Ένωτοκοίτας) vale che s’avviluppano nelle orecchie; Astomj (Άστόμους) senza bocca; Arrini (Ἄρρινας) senza nari; Monoftalmi (Μονοφθάλμους) con un occhio solo; Macroscheli (Μακροσκελεῖς) con lunghe gambe; Opistodattili (Οπισθοδακτύλους) con diti ricurvi.
  6. Strabone nel lib. xv, conformemente a tutti gli altri autori scrisse poi Palibotra. Alcuni credettero di riconoscere il luogo di questa città in Patelpoot’her o Pataliputra vicino a Patna sul Gange: ma il Gosselin crede invece che Palibotra fosse nel luogo ora occupato da Hélabas od Hallahabad.
  7. Il testo è qui oscuro, ed alcuni lo credono interpolato. Io ho seguita la versione francese.
  8. S’intende uno stromento matematico; e però questo modo torna lo stesso come se dicesse un’operazione matematica.
  9. Il paese dove cresce la cannella.
  10. L’Ircania è il Corcan; l’Aria e la Margiana sono comprese nel Khorazan. La Battriana è il paese di Balk.
  11. Forse circa ventidue pinte parigine.
  12. Le regioni menzionate qui da Strabone, tranne la sola Media, erano tutte quasi nella stessa posizione dell’Ircania. La Sacasena era fin anco un po’ più settentrionale. (G.)
  13. Cioè ai trentamila stadj assegnati da Deimaco alla larghezza dell’India, dal mezzodì al settentrione.
  14. Il testo dice διὰ τῆς κινναμωμοφόρου Ίνδικῆς. Il Bréquigny avea dapprima giudicata intrusa la voce Ίνδικῆς, ma poi cambiò opinione. Gli editori francesi si attennero alla sua prima correzione, giudicando che il Bréquigny siasi ricreduto a torto. Io vedendo conservato dal Coray il testo nella sua intierezza ho voluto attenermivi nella versione, non senza notare per altro che la correzione del Bréquigny pare giustissima. Ecco le sue proprie parole: «Strabone non dice in nessun luogo che la regione della cannella sia nell’India, ma la colloca al di sotto dell’Etiopia, e la stende fino all’estremità della terra abitabile. Ma tanto non avanzasi l’India, poichè Strabone dice che la Taprobana è a 4000 stadj al sud dell’India stessa, e quest’isola secondo lui è l’ultimo fine della terra abitabile da quella parte».
  15. Il cubito astronomico degli antichi era di due gradi.
  16. Cioè a Siene sotto il tropico. Ma osserva il Gossellin che ai tempi di Eratostene l’Orsa maggiore non tramontava colà intieramente.
  17. Il testo, secondo la correzione proposta dal Casaubono e seguitata dai Traduttori francesi del pari che dal Coray, dice: Ανταιρόντων ἀλλήλοις ἐπὶ τῦ αὐτοῦ παραλλήλου κειμένων, κ. τ. λ. Non è da tacere peraltro, che anche gli Editori francesi dichiarano di non essere pienamente soddisfatti della interpretazione data, coll’autorità del Casaubono stesso, a queste parole.
  18. Il testo dice mille e cento, χιλίους ἑκατόν, ma il Casaubono notò l’errore di questa lezione.
  19. Il testo dice Εφραγίδας, che il Buonacciuoli traduce Sigilli.
  20. Quasi geometricamente. Così traducono gli Editori francesi leggendo ὡς ἂν γεωμετρικους. Il testo dice peraltro ὡς ἂν μετρικὸς, come geometra. Pare che il traduttore latino leggesse ου in vece di ἂν, giacchè spiega ut geometriae ignarus.
  21. Ora Kerman.
  22. Non guari dopo Strabone dice invece 9200; e questo numero dovrebbe sostituirsi anche qui. (G.)
  23. Le montagne del Tauro.
  24. Ὑπηρεσίον πλοῖον significa una nave destinata al servigio delle altre.
  25. Ἠ γὰρ Θάψακος πολὺ τῶν ὀρῶν ἀφέστηκε, συμπίπτει δὲ καὶ τὸ ὄρος καὶ ἡ ἀπὸ Θαψάκου ὁδὸς ἐπὶ τὰς Κασπίους πύλας. Credetti opportuno trascrivere le parole del testo e la versione francese, la quale è in parte diversa: Car Thapsaque est fort éloignée des montagnes, et la route qui tend de Thapsaque aux Pyles Caspiennes, ne rencontre les montagnes qu’aux Pyles Caspiennes.
  26. Non si conosce questo luogo. Subito dopo in luogo di Gortinesi dee leggersi probabilmente Gordieni, perchè di tal nome li chiama l’Autore stesso nel lib. ix; e di qui poi pare che sia venuta la moderna denominazione di Curdi. (Ediz. fr.)
  27. A facilitare l’intelligenza di quanto Strabone viene dicendo gioverà la unita figura rappresentante i triangoli ipotetici da Ipparco formati per combattere le opinioni di Eratostene. Questa figura la dobbiamo al Gossellin, il quale vi ha indicate anche alcune misure che Strabone ha omesse.
  28. L’Ipotenusa è la linea che in un triangolo rettangolo trovasi opposta all’angolo retto. Il testo greco lo dice chiaramente τὴν μὲν ὑποτείνουσαν τῇ ὀρθῇ (sottint. γωνίᾳ) la linea distesa sotto l’angolo retto. I matematici poi hanno fatto dell’aggiuntivo ύποτείνουσα ipotenusa il nome appellativo di questa linea.
  29. Gli Editori francesi e il Coray hanno sostituito alla comune lezione ὅταν παρὰ τὸν Εὐφράτην εἴη, quella proposta dal Bréquigny e dal Tyrwhitt οὔτ᾽ ἂν, ec.
  30. Veggansi le carte secondo i sistemi di Eratostene e di Strabone, in fine di questo volume.
  31. La Mesene comprendeva le terre basse e sabbiose che l’Eufrate attraversava poco prima di versarsi nel golfo Persico. (G.)
  32. Eroopoli situata all’estremità settentrionale ed occidentale del golfo Arabico, un poco più verso il nord che non sia la moderna Suez. (G.)
  33. Aboukir.
  34. Questo nome le era dato da una città detta Eraclea, situata fra Canopo e l’imboccatura del Nilo, chiamata poi Maadié. (G.)
  35. È un errore comune ad Eratostene, Ipparco e Strabone l’aver creduto che Rodi ed Alessandria fossero sotto uno stesso meridiano. (G.)
  36. Un angolo di 45 gradi. Il Gossellin poi osserva che a norma delle misure premesse quest’angolo sarebbe soltanto di 43° 5’.
  37. Il testo, che nella lezione ordinaria non presenta alcun senso probabile, è stato corretto dagli Editori francesi e dal Coray: Πάνἲτα δὲ ταῦτα λέγει γεωμετρικῶς ἐλέγχων, οὐ πιθανῶς.
  38. Tutto questo paragrafo parve anche al Casaubono guasto e difficile a intendersi. Anche qui la lezione adottata dal Coray va pienamente d’accordo colla versione francese.
  39. Leggo: βέλτιον λέγει col Coray e cogli Editori francesi, e non colle edizioni ordinarie βέλτιον λέγειν, che l’interprete latino tradusse praestat dicere; come se Strabone soggiungesse qui le opinioni sue proprie, e non invece quelle d’Ipparco.
  40. La lezione ordinaria è sette mila ἑπτακισχιλίων, ma il Casaubono notò che anticamente leggevasi otto mila. Gli Editori francesi (ed il Coray) hanno restituita la lezione antica non solo coll’autorità di qualche bel manoscritto, ma anche sul seguente raziocinio. Ipparco assegnava settemila e centonovantacinque stadii a quella porzione del meridiano di Tapsaco ch’è compresa fra questa città ed il meridiano di Pelusio, e cinque mila ne contava dalla intersecazione di queste linee fino a Pelusio. Quindi egli dovette conchiudere al certo, che la distanza da questa città a Tapsaco in linea retta è di ottomila e settecento sessantadue stadii. (G.)
  41. Osserva il Gossellin che il testo debb’essere qui errato e manchevole, non potendosi comprendere come si parli qui del parallelo di Tapsaco e del meridiano di Pelusio, mentre dovrebbero avervi luogo soltanto il meridiano di Tapsaco e il punto in cui esso taglia il parallelo di Pelusio; nè si vede come sia vero che uno dei lati intorno all’angolo retto dovrebbe essere più lungo dell’ipotenusa.
  42. O più esattamente di quattromila e settecento settanta.
  43. Leggasi novemila e duecento.
  44. Gli Editori francesi dichiarano che non presentando qui il testo una lezione sempre sicura, non è presumibile di cogliere sempre nel segno. Gioverà trascrivere qui il commento ch’essi aggiungono a tutto questo passo. Eratostene per indicare la grandezza e la figura delle sue varie Sezioni, ma in modo generale e sommario, potè pigliare sopra un’estensione assai grande i termini dei quali si valse. Nondimeno, al dir di Strabone, ebbe il torto quando per determinar la lunghezza di alcune di queste Sezioni si valse di linee oblique ed anche interrotte, che nella loro direzione si allontanavano troppo da quella del gran diaframma di cui ha parlato sì spesso. Affinchè queste linee potessero pigliarsi come lunghezze delle Sezioni sarebbe stato mestieri che si fossero almeno potute credere quasi parallele con quel medesimo diaframma sul quale Eratostene determinò la lunghezza di tutta la terra abitata.
  45. Cioè la diagonale dei parallelogrammi minori risultanti da queste divisioni. Il testo poi usa la voce diametro διαμέτρον.
  46. Cioè, non può più rappresentar la lunghezza del parallelogrammo.
  47. Tutto questo passaggio è oscurissimo. Noi crediamo che si riferisca alla maniera con cui Eratostene avea rappresentato la figura e le dimensioni della sua quarta Sezione, ma Strabone ci ha tramandate in questo proposito soltanto alcune nozioni assai imperfette. Tutto ciò che può arguirsi da quello che ha detto e da quello che sta per dire si è: I.° Che l’Arabia era compresa in questa quarta Sezione: II.° Ch’Eratostene aveva misurata la lunghezza di questa medesima Sezione sopra una linea condotta da Tapsaco a Pelusio, od anche fino alla bocca del Nilo a Canopo: III.° Ch’Eratostene stesso avea creduta di sei mila stadii la distanza da Tapsaco a Pelusio: IV.° Che Strabone lo censurava per avere assegnata come misura della lunghezza di quella Sezione una linea, la quale non poteva per nessun modo considerarsi come quasi parallela a quella su cui avea misurata la lunghezza della Terra abitata. (Ed. franc.)
  48. Pare che Strabone indichi sotto questo nome la valle di Kur o dell’antico Cyrus nella Giorgia. Il monte Caspio dee corrispondere alle alte montagne della Giorgia dove si dividono le acque, e da un lato vanno a cadere nel mar Nero, dall’altro nel mar Caspio. (G.)
  49. Il monte Caspio è invece molto più orientale del meridiano di Tapsaco.
  50. Le parallele.
  51. Il meridiano del monte Caspio è 2625 stadii più vicino che quello di Tapsaco alle Porte caspie. (G.)
  52. Così il testo: περὶ τῶν μετὰ τὸν Πόντον τόπων. Ma gli Editori francesi non esitarono a tradurre: intorno ai paesi situati all’occidente del Ponto Eussino, perchè nel vero Eratostene parla soltanto di questi.
  53. Il primo di questi promontorii comprendeva tutta la Grecia, l’altro l’Italia, il terzo la Spagna; ed Eratostene lo chiamò Ligustico, perchè i Liguri, essendosi impadroniti di una porzione delle spiagge di Gallia e di Spagna, aveano dato il proprio nome a quella parte del Mediterraneo che la bagna.
  54. Capo Colonna.
  55. Capo Malio o Sant’Angelo.
  56. Strabone accenna qui il golfo Saronico ora d’Engia. Avrebbe potuto citare anche il golfo Argolico o di Napoli ch’è pure fra il Maleo ed il Sunio. (G.)
  57. La penisola di Gallipoli lungo lo stretto dei Dardanelli. Il golfo Melas o Nero è il golfo di Saros. (G.)
  58. Epídamno è Durazzo sulle coste dell’Albania – Il golfo Termaico dicesi ora di Saloniki.
  59. Cioè tredicimila e cinquecento. Le misure poi che Strabone stesso viene indicando fanno ascendere la distanza fra Alessandria e Cartagine a diecimila e cento stadii, anzichè a soli nove mila. (G.)
  60. Così dice il testo, ma notano gli Editori francesi che dee leggersi quattro mila. In tutto poi questo passaggio il testo è oscuro ed incerto.
  61. Così il testo: δυσμικωτέραν; ma si sa che Roma è invece più orientale di Cartagine.
  62. I Geti occupavano la parte orientale della Moldavia e della Bessarabia fra il Danubio ed il Dniester, detto altre volte Tyras o Danaster. I Bastarni abitavano la parte settentrionale della Moldavia ed una porzione dell’Ucrania. (G.)
  63. Sebbene il testo dica in generale τῶν κατὰ τὴν ἠπειρῶτιν, i luoghi situati nella terra continentale, è ragionevole l’interpretazione adottata dagli Editori francesi. Perchè trovandosi nel continente anche l’Ircania e quegli altri luoghi rispetto ai quali Strabone dice che gli errori si possono perdonare, è ben naturale che alludesse solo alle parti del continente più conosciute dai Greci quando volle indicare quei luoghi dove non è perdonabile l’avere errato.
  64. Osserva il Gossellin che Strabone, come colui che poco seppe di geometria e d’astronomia, non conobbe abbastanza l’assoluta necessità di adoperare queste scienze al perfezionamento della geografia. Di questo (egli aggiunge) avremo occasione di persuaderci fin troppo nel progresso del libro, vedendo la pochissima cura ch’ei pone nel trascrivere gli esatti risultamenti delle osservazioni e dei calcoli de’ suoi precessori.