I Marmi/Parte quarta/Il Pellegrino, il Viandante e il Romeo academici Peregrini

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Il Pellegrino, il Viandante e il Romeo academici Peregrini

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Il Pellegrino, il Viandante e il Romeo academici Peregrini
Parte quarta - Diceria dell'Inquieto accademico Peregrino al Doni Nota

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IL PELLEGRINO

IL VIANDANTE E IL ROMEO

ACADEMICI PELLEGRINI


Viandante. Voi che sapete la lingua todesca dovesti aver piú piacere assai che il Romeo, udendo favellare quel re di Boemia e quegli altri gran maestri. Come fece Mantova gran festa per la sua venuta?

Romeo. Bella, per tal cosa all’improvista.

Viandante. Non accadeva far feste, perché era un passaggio; e poi di queste visite la cittá n’ha spesso.

Pellegrino. Che cosa n’avete voi riportato, di quella corte, che vi sodisfacesse?

Viandante. Un certo rallegramento che fanno insieme una volta il mese, mi cred’io, o quando piace al re e alla reina.

Pellegrino. Che rallegramento? Questo è un nuovo modo di piacere: cene, banchetti, musiche o donne e uomini a balli o giochi?

Viandante. In quel modo che noi dopo cena con le donne troviamo de’ giochi e gli facciano, loro n’hanno uno, ma non so se sempre usano il medesimo.

Pellegrino. Avrò caro d’intenderlo.

Viandante. E io di dirvelo. Una sera, circa a un’ora di notte, si adunarono in una bellissima stanza e bene ornata, con il re e la regina, tutti i primi signori e gran baroni della corte; nella quale stanza v’erano, come in cerchio di luna, sederi per tutti, molto comodi e pomposi; e quivi da ...(chi fosse che lo facesse non m’accorsi)... il re o da altri fu dato un luogo a una donzella e a un gentiluomo; e cosí di mano in mano, secondo che pareva a lui, diede da sedere: cosí in un súbito furon tutti [p. 214 modifica] posati e si vedevano in viso l’uno l’altro, perché era mezzo cerchio. La reina disse al re, che era in piedi, che dovesse andare a sedere dove gli piaceva piú. Quivi non v’era alcun seder vacuo: il re si parti e a un gran barone che stava a canto alla reina s’aprossimò e quivi cominciò con grandissime ragioni a mostrare che quel luogo si perveniva a lui e che dovesse andare a cercar d’altra donna. Il barone con altre bellissime ragioni lo ricusava e non voleva cedere; ultimamente, il re vinse con somma eloquenza, ed egli gli cedé con somma riverenza il luogo. Il barone, levatosi, se n’andò da un gentiluomo, il quale aveva a canto una donzella, e mostrò come quel luogo non era il suo con ottime parole, ed egli rispondendo e fortificando il dir suo, non si potevan cedere, tanto ben diceva ciascuno: la differenza fu rimessa nella reina, la quale, replicate brevemente le ragioni di ciaschedun signore, si risolvè che quello ch’aveva il luogo lo tenesse e che il barone dovesse andar a cercar la sua donna, ché quella non era dessa. Fu bell’udire il lamento che fece il barone, avendo da abandonare sí bella donna e a provedersi di nuova donna. Poi fu bellissimo a sentirlo mutar nuova invenzione e materia per voler cacciar un altro del seggio, con mostrare che non meritava quel luogo e che la bella donna che gli stava a canto aveva da esser amata da altro uomo: e lá vi furon gran parole onorate; alla fine il barone vinse, ed egli cedé il suo luogo, e andò via fuori della stanza. La donna, di questo, ne fece un piatoso lamento, e il barone la confortò da poi; onde, insieme disputando, fecero bellissimi discorsi, né mai la donna volle accettarlo per amante, ma con gran ragione mostrò che ’l suo amore era uno, né mai altro amor voleva che quello, vivendo o morendo. Levossi il barone e n’andò da un altro e lo vinse; onde il vinto gli chiese in dono la perdita, ed egli gne ne fece un dono: la donna lo ringraziò con tal parole che io stupiva e stava attonito, pensando come fosse possibile che all’improviso uscisse di bocca a tutti tanta eloquenza.

Pellegrino. Certo che cotesto è un bellissimo gioco; ma egli doveva esser composto e ciascuno doveva sapere le sue risposte a mente. [p. 215 modifica]

Viandante. Potrebbe essere. Tutti gli udienti che intendevano erano per uscir di loro: ma la bella cosa fu questa, che voi sentivi un abattimento in lingua spagnola, uno in lingua toscana, uno in francese, un latino e un todesco.

Pellegrino. Tanto piú mi certifico che la cosa era fatta per arte; ma veramente, se la si facesse in una lingua sola fra noi all’improviso, che la sarebbe bella cosa.

Viandante. Noi ci abbiamo tali spiriti di donne e d’uomini oggi al mondo che io credo che facilmente la si farebbe e bene.

Pellegrino. Quanto duraron coteste dicerie?

Viandante. Piú di quattro ore; e a me parvero quattro quarti d’ora, sí eccellentemente si favellò e con sí belle ragioni, detti, proposte e risposte.

Romeo. Io mi parti’ e andai a un’altra festa particolare, dove si faceva un altro gioco, pur d’eloquenza.

Viandante. Ancor quello era bello?

Pellegrino. Fate ch’io n’odi due parole.

Romeo. Per la mia fede, che egli era difficilissimo e bello. Ciascuno de’ nobili e delle donne, che fossero eloquenti, si presero una parola per nome che s’apartenesse a un lamento d’amore: onde uno tolse Sventurato, l’altro Dolore e un altro Lasso; ed erano forse, se ben mi ricordo, da nove che facevano questo. Un di loro cominciò a fare il lamento, e, quando non voleva piú dire, metteva nel fine del suo ragionamento Lasso o Dolore, eccetera; colui che aveva tal nome seguitava, apiccando nuove parole e nuove invenzioni; chi fallava, ciò è che non sapesse dire, usciva di gioco e v’entrava un altro che gli bastasse l’animo di dire: onde facevano bel sentire. Quello che io dico del lamento d’amore, dico ancóra d’una disperata, d’un ringraziamento, d’una allegrezza, eccetera.

Pellegrino. Ancor questo era un bellissimo gioco.

Viandante. Ditemi ora a me: la nostra academia che ha ella fatto di nuovo da poi in qua che noi ci partimmo? Noi abbiamo veduto La zucca, Le foglie, I fiori e I frutti, i quali son letti molto volentieri.

Pellegrino. Egli c’è meglio. [p. 216 modifica]

Romeo. Come si cava tante cose colui del capo?

Viandante. Se séguita, penso che ne fará le centinaia. Ma che c’è egli di meglio? I mondi gli abbiamo veduti.

Pellegrino.Il seme della zucca.

Viandante. Come? Il seme della zucca? Che fine è il suo? sapetelo voi?

Pellegrino. Una parte. Ditemi: avete voi mai letto il secondo libro di Luciano Delle vere narrazioni?

Viandante. Messer sí, ch’io l’ho letto.

Pellegrino. Che dice egli di bello?

Viandante. Egli dice una certa sua stravagante navigazione e racconta quel che egli vedde, e, fra l’altre, racconta d’aver trovato, in certo suo mare, zuccacorsari, come dir fuste, brigantini, galere e altri legni da corsari di mare; e dice che sono uomini feroci, questi zuccacorsari, e che eglino hanno le navi loro grandissime fatte di zucche, e che le son lunghe piú di sessanta braccia, e che delle foglie della zucca ne fanno le vele, de’ gambi della zucca antenne, e che con il seme delle zucche ferivano bestialmente. Or vedete dove diavolo egli va a cavar l’invenzione d’una cosa! Egli ha fatto questo Seme della zucca che colpo per colpo offende; dá a questo, dá a quell’altro, e di tal sorte ch’io vi prometto che mai udí’ le piú terribil cose, le piú bestiali né le piú capricciose.

Pellegrino. Li semi di questa zucca si stamperanno tosto, adunque?

Viandante. Non ve lo so dire: di questo non ha egli ancor voglia, se giá qualche stampatore non gne ne facesse venire, con donargli qualche bei libri per fornire il suo scrittoio che egli ha cominciato, che sará un’arca di Noè, ciò è d’ogni libro n’ha un per sorte.

Pellegrino. Poca fatica.

Viandante. E molta spesa.

Pellegrino. Ha egli altro di nuovo?

Romeo. Uno libro che si ha da stampare presto presto: ecco appunto che io n’ho in seno una parte che mi è stata data perché io la mandi al Marcolini che la stampi.

Viandante. Fate ch’io gli dia un’occhiata. [p. 217 modifica]

INFERNI

DEL DONI

academico peregrino1.

SETTE INFERNI

I. Inferno degli scolari e de’ pedanti.

Dove son puniti della negligenza gli uni e gli altri dell’ignoranza, con le pene appropriate a ciascun vizio del cattivo scolare e i pedanti tormentati, per ogni tristizia fatta in questo mondo, sette volte il giorno.

II. Inferno de’ mal maritati e degli amanti.

In questo, Radamanto, dopo molti gastighi per gli errori comessi, gli pone in libertá: parte ne tornano al mondo e parte si nascondono; e si vede i successi di tutti finalmente.

III. Inferno de’ ricchi avari e poveri liberali.

Nuovi gastighi agli avari, premi infiniti a’ liberali, secondo il luogo; e si vede con gli effetti e per esempi antichi e moderni quanto dispiaccia l’avarizia, perché hanno pene grandissime; nell’ultimo i liberali cavalcano gli avari e se ne servano per cavalli, muli e asini. [p. 218 modifica]

IIII. Inferno delle puttane e de’ruffiani.

Qua son convertiti i ruffiani in puttane e le puttane in ruffiani, e si gastigano l’un l’altro di tutte le tristizie che hanno fatte e fanno insieme e fatte fare.

V. Inferno de’ dottori ignoranti, artisti e legisti.

Tutti coloro che hanno adottorato queste bestie son puniti delle medesime pene, che son tante che non v’è tante cauterie nel Cipolla né tante diavolerie ne’ Bartoli e ne’ Baldi. Oh che pazzo inferno è questo! oh che gran bestioni di dottoresse si vede egli dentro, che mai, oltre all’altre cose, fanno altro del continuo che mangiar libri e inghiottire scritture!

VI. Inferno de’ poeti e componitori.

Chi vuol veder tutte le disgrazie, tutte le girelle che si possino imaginare e le malizie che ha poste in uso l’ignoranza, legga questo inferno e noti ben tutte le pene de’ poeti, che gli avrá buona memoria, s’egii le terrá tutte a mente.

VII. Inferno de’ soldati e capitani poltroni.

O Dio, che grand’esercito! quel di Serse è un’ombra. Leggete pure, e vedrete quanti e quanti, e le pene bizzarre che patiscono del continuo.

Uomini che son guida all’autore ad andare all’inferno.

Virgilio, Dante, Matteo Palmieri,
Menippo, La Sibilla da Norcia,
La Fata Fiesolana e Orfeo
.

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Academici Pellegrini andati all’inferno.

Il Perduto, Lo Smarrito, Il Pazzo,
Il Savio, L’Ardito, Il Veloce
e l’Ostinato,
Momo va con tutti, riferisce, insegna, loda, biasima, accusa, sentenzia e fa ogni male contro ai dannati.

Viandante. Questo è un terribile inventore, un gran cervello astratto.

Romeo. Egli mi piace perché si serba sempre un colpo maestro per sé.

Pellegrino. E di che sorte! Ei fece I mondi, e riserba a fare Il mondo nuovo, che è la chiave; e’ fece Le zucche, e riserbasi Il seme; egli fa Gl’inferni, e riserbasi a scriver L’inferno de’ prosontuosi e arroganti; ha scritto giá i tre libri di Medaglie, e serba il quarto libro delle False; cosí de’ Marmi la quinta parte vuol che si chiami Lo scarpello de’ Marmi, e cosí piace a me, stare a vedere quel che si dice, conoscere inanzi la gente e poi fare quel che è il dovere: e la fine del gioco sará il libro del Giornale de’ debitori e creditori. Talmente che, quando avrá dato fuori tutti i suoi libri, ve ne resteranno sei da stampare, ciò è:

     Mondo nuovo; Seme della zucca;
Inferno degli arroganti; Medaglie false;
Lo Scarpello, ciò è quinta parte de’ Marmi, e
Giornale de’ debitori e creditori.

Viandante. Chi avrebbe mai creduto che costui facessi tante cose? Lui se ne va sempre a spasso, ha studiato poco e legge manco; dove si ragiona, ed egli cheto: e cosí mi fa stupire.

Pellegrino. Aspettate un bellissimo libro, diviso in due parti, che lo intitola I cieli, e poi vi segnerete.

Viandante. Sia con Dio. Ritirianci, adunque, aspettando tempo piú comodo a fare alcuni altri nostri ragionamenti, ché in veritá e’ non è piú ora di stare a perdere il tempo intorno ai Marmi. [p. 220 modifica]

Pellegrino. Lasciatemi prima lèggere una lettera scritta al Doni e la sua risposta, che penso certo che non vi dispiaceranno.

Viandante. Or su, cominciate, presto, ché è tardi.

Pellegrino.«Sia data al magnifico Doni, a Vinegia, in casa di messer Francesco Marcolini.

«Mentre ch’io leggo le vostre opere, non posso fare che, a ogni nuovo concetto de’ vostri che io vi veggio sculpito, non istia un pezzo a lambiccarmi il cervello sopra; talmente che io mi risolvo, a tante varie invenzioni vostre, a tanti concetti stravaganti, a tanti trovati bizzarri e a tanta scienza che io vi trovo dentro, arte, dottrina e profonditá, di intender forse piú inanzi che l’uomo, leggendole per piacevolezza, non si crede; dico che io credo che abbiate uno spirito, come si dice, in qualche vaso o in qualche palla di vetro legato e, costringendolo, lo facciate dire ciò che voi volete. Ma udite in che modo io sono andato strolagando che voi lo dimandiate ed egli vi risponda e insegni. Tengo veramente, sí come è il vero che voi sappiate come il demonio è padre della menzogna, e, dimandandogli voi che vi dicesse il vero, ancor che egli ve lo promettesse, non ve lo direbbe; cosí, sapendo voi questo, penso che andiate seco da galantuomo con dirgli: — Diavol maindetto, io vorrei scriver, come gli altri, molte bugie, molti trovati bugiardi, ma io vorrei che fussero tanto maggiori quanto tu sei maggior di loro nel dir le bugie; però ti prego, per il desiderio che tu hai ch’io ti lasci uscir di cotesta prigione, che tu mi aiuti dir mille e millanta bugie; perché oggi è molti che credono piú al diavol le bugie che a un santo la veritá. — Se lo spirito, che è la istessa tristizia, vi rispondesse: — Egli non istá bene a te a dir le bugie, che fai profession di scrivere il vero — (lasciano andare che voi direste: — Io scriverò quelle che tu mi dirai) — súbito soggiungereste: — Essendo scrittor delle publiche ciance, è forza dir delle matterie come tutti gli altri cicaloni scrittori hanno scritto. — E che sia il vero, ci sono stati di quegli che hanno voluto scriver le virtú delle pietre e hanno detto che il rubino è rimedio ottimo al veleno, che il berillo fa inamorare, che il calcidonio conserva la mente, la corniuola mitiga l’odio, il corallo spegne la sete; e dicon solamente queste bugie, per aver trovato una veritá, che ’l cristallo tiri la carne e la calamita il ferro. Ma che dirò io di queste poche gioie? A tutte hanno [p. 221 modifica] trovata la sua proprietá: il balascio dicono che non si scalda al fuoco; l’oro intendono che, accostandolo al fuoco, egli non s’iscaldi, e io intendo che per conto alcuno e’ non si debba scaldare al fuoco, perché si guasta; la granata dicon costoro che l’arreca allegrezza e contento. Bisogna distinguer di che sorte granata: quella che spazza la casa, arreca pulitezza, e la politezza, parlando per via di loica, porta contento, perché, quando l’uomo vede pulita la casa, se ne ha un certo contento galantemente; e chi è scopato dalla granata non ci trova dentro quella virtú altrimenti. Io credo che il corallo spenga la sete in questo modo, che, avendone da vendere assai, e cavatone i danari, e andare a comprare da bere e bere: cosí il berillo facci inamorare; cavarne degli scudi e pagare le donne; allora tu vedrai che le s’inamoreranno. Queste son bugie piacevoli, parenti di quelle che danno gli epitetti alle bestie, come dire, il capriolo è destro, la golpe è maliziosa, il tasso è sonnacchioso, il pardo è macchiato, l’elefante è religioso, la fenice è immortale, l’aquila altèra, il cigno canoro, il falcon veloce, la cornice presaga, e altre baie ridicolose. Luciano, che vedde ancóra lui che molti scrittori dicevan le bugie, fu galantuomo, perché scrivendo le sue bugie per vere narrazioni, protestò inanzi con avisargli che scriveva bugie: ma quegli che scrivon le cose per veritá, che son falsissime bugie, come va la cosa? Il dir che ’l fonte di Paflagonia fa imbriacar chiunque ne beve; che ’l fonte del Sole bolle la notte e il dí sta freddo; che ’l fonte dell’Epiro accende ogni cosa che è spenta e spegne ciò che è acceso... una ne credo io sicuramente, perché tutte l’altre acque spengano ancor loro. Sí che queste son bugie ancor loro di quelle marchiane. Non sará, adunque, da maravigliarsi alcuno che i vostri Inferni, quali m’ha mostrato messer Danese da Forlí, giovane litteratissimo e nobile e ottimo intenditore delle buone lettere grece, i quali se un folletto di quei dell’ampolle non ve ne avesse saputo dir qualche cosa, penso che non avreste mai trovato tante femine solennissime meretrici, tanti ruffiani famosi, tanti dottori ignoranti, tanti soldati poltroni e tanti pedanti ignoranti. Io per me stupi’, e non vi rimasi mezzo, quando lessi sí stravaganti Inferni e tante innumerabil pene. Dove vi sète voi imagináti mai sí mirabili affanni negli amanti? Ora torno a bottega, e dico che il libro è tutto spirito; e senza qualche grande spirito non potevi far opera sí piena di spiriti che fa spiritar me; e chi la leggerá, credo che si spiriterá di stupefazione. Si che io vi prego a dirmi che spirito [p. 222 modifica] è quello che avete e chi l’ha costretto a stare in luogo che voi ne siate padrone, acciò che, facendo tanti bei libri, abbiate da riempier il mondo e l’inferno di nuovi spiriti.

Alli xix di dicembre mdlii.

Quello che in spirito si raccomanda

e v’è servitor senza cirimonie, ma alla reale


Francesco Spirito da Verona
scolare in Padova».


Viandante. Mi piace l’umor di costui.

Romeo. E ancóra a me piace.

Pellegrino. Ascoltate la risposta e un sonetto scritto al Doni nostro:

«Al gentilissimo
messer Francesco Spirito da Verona
in Brombolo apresso a Santa Agata
in Padova

A voi, che sète tutto spirito, non accade scrivere che spirito è quello il quale io ho, s’egli è familiare, buono o cattivo, perché lo spirito vostro lo saprá meglio discernere: vi dirò bene che egli è uno spirito costretto in un vaso, forse quattr’anni sono. Chi ve lo costringesse non si sa appunto, ma per congietture, per ragioni vere per la maggior parte e per quel che io trovo scritto, egli è spirito e favella, risponde a chi lo dimanda e spesso, per il piú, cicala da sé e pian piano ragiona di belle cose. Il vaso, perché non me ne intendo, è di materia antichissima, come terra, ma non è terra, ed è fatto modernamente, al mio giudizio, all’antica foggia, assai bello certamente; e l’ho caro un tesoro infinito per quello spirito che v’è dentro: senza quello spirito, non ve ne darei un danaio. Il vaso fu donato a mio padre e gli fu detto che v’era, da non so che astrologi, o negromanti, non so troppo bene, uno spirito familiar dentro; ma, alle sue mani, lo spirito ha detto poche cose e di poco valore; ma da poi che io ne sono stato padrone, dice mille infinite materie. Grand’inventor di cose nuove! Leggete [p. 223 modifica] tante opere c’ho fatte in sí poco tempo, s’io avrei potuto a pena scrivere, non che comporle, senza uno spirito familiare. Delle bugie, s’io volessi scrivere quante egli se ne imagina, credo che farebbe stupirvi sette volte piú che non avete fatto. Ha questo per privilegio, che sempre ama chi gli fa carezze e chi tien sua amicizia; e se voi gli fate un dispetto (non piccolo, che non gli teme, anzi se ne ride), simile a essergli, come dir, traditore, facendovi bene, dir mal di lui ed essergli ingrato, mai piú vi vuol bene e se potesse uscir di quel vaso, con la potenza, che dice, che crede avere, o vorrebbe, farebbe ogni male e vi rovinerebbe in terza e quarta generazione. Io sono intorno a un’opera, che si chiama I cieli, perché, avendo fatto I mondi e Gli inferni, è forza fare ancóra I cieli; la qual opera gli dispiace tanto che voi vi maravigliareste; e questa opera è stata cagione di fare scoprire un secreto maggiore che io non sapeva, che è stato il conoscere che per una bocca d’un vaso escono tre diversi ragionamenti fatti da tre spiriti: onde, credendo che ve ne fosse uno, ce ne ho trovati tre. Come e’ sieno, di che natura o scienza o altra cosa che desideriate intendere, non ve ne posso con gli scritti far capace: venite qua a Vinegia e vi farò favellare con tutti, tanto quanto vi piacerá; forse che voi troverrete, ragionando con esso loro, donde è derivata la vostra casata e, a un bisogno, i vostri antichi ne dovevano aver legati in qualche vaso ancor loro. È vero che i miei son fiorentini; non so se ’ vostri, essendo voi da Verona, saranno veronesi, perché gli potrebbon per un bisogno avergli avuti i vostri di quel paese dove sono usciti i miei. Di Vinegia, alli xxiii di dicembre mdlii.

Al servizio vostro con tutti i suoi spiriti
il Doni».


Viandante. Or su, al sonetto, e poi andiancene.

Pellegrino. Eccolo; credo che vi piacerá: [p. 224 modifica]

SONETTO

DEL SIGNOR GIROLAMO MEDICI

AL DONI

  — Doni, a cui tanti doni ha il ciel donato
che donar non si puon doni maggiori,
ben convengono al Doni questi onori,
poi che co’ doni suoi fa l’uom beato.
     Per te, Doni gentil, fian superato
Arpino e Mantoa, con ’ tuoi don migliori,
e donando stupor agli uman cori,
fai che ’l cielo ti dona oltra l’usato. —
     Cosí dicean le Muse, e in compagnia
avean le Grazie, e ’l monte d’Elicona
poggiando, ne salian liete e contente.
     Tra lor di verde lauro allor s’ordia,
ch’ai Don dar la voleano, una corona;
e s’udí in tanto il Don suonar sovente.

Romeo. Per la fede mia, che l’è bello!

Viandante. Si può dir bellissimo, non che bello.

Pellegrino. Piacemi avervi sodisfatti. Buona notte.

Romeo. Buona notte e buon anno; a Dio.

Viandante. A rivederci a qualche altro piacere virtuoso; poi che si è fatto a questi ragionamenti fine.

[1553]


Note

  1. Nell’edizione originale è riprodotto il frontespizio degli Inferni. In Vinegia, per Francesco Marcolini, MDLIII.